La posizione delle donne nella società determina il grado di sviluppo di un paese. Questo il presupposto che ha dato vita il 10 luglio scorso in Senato alla conferenza il “Premierato e autonomia tra diritti, partecipazione e potere: quale prezzo per le donne?”. Il convegno voluto dalla senatrice Valeria Valente, segretaria del Senato e componente della Commissione Affari costituzionali, ha analizzato alcuni effetti che potrebbero produrre la riforma del premierato e l’autonomia differenziata sulla vita delle donne.

A supportare le relazioni, dati quali-quantitativi con un forte richiamo al pensiero femminista quale elemento cruciale per contrastare queste riforme. Al convegno hanno partecipato il senatore Francesco Boccia, presidente del gruppo PD, Andrea Giorgis, capogruppo nella Commissione Affari costituzionali, Dario Parrini, vicepresidente della Commissione Affari costituzionali, Anna Finocchiaro, presidente di Italia decide, Marilisa D’Amico, ordinaria di diritto costituzionale a Milano, Rosetta Papa, ginecologa e Elly Schlein, segretaria del Pd.
Quando l’autonomia causa disuguaglianze per le donne
L’assistenza alle persone, dalla nascita a fine vita, asili nido, cura degli anziani, trasporto locale, sanità e scuola, pesano sui bilanci delle regioni per circa il 95%. L’autonomia – scolpita nella nostra Costituzione – rafforza l’unità nazionale se attuata per intero; ma a pagare il prezzo più alto – se si attuasse la riforma – sono le donne per una cristallizzazione delle diseguaglianze che interessano aree del nostro paese che avrebbero bisogno di maggiori servizi nel mezzogiorno. Il rischio è che una donna del Sud avrebbe maggiori difficoltà ad accedere ad esami diagnostici (mammografie, etc), come raccontano i dati Svimez dove nel sud Italia questi controlli non raggiungono il 70% e chi ne risente sono le persone fragili e donne.
Ispirazione del pensiero femminista per garantire libertà di scelta
Valente ha sottolineato la necessità di coinvolgere le donne del paese, spiegando che queste riforme, oltre a penalizzarle, minano la coesione sociale, mettono in discussione il principio di uguaglianza, la qualità della democrazia e partecipazione. Solo il pensiero femminista, ha spiegato può costruire un’alternativa, ricordando che tutto il 900 è stato segnato da profondi cambiamenti negli stili di vita delle famiglie, insieme alla rivoluzione digitale. Oggi le crisi delle democrazie e l’autonomia differenziata, si possono declinare in un’ottica femminista e uno dei diritti fondamentali per le donne è il diritto alla salute. Di recente l’attuale governo ha sollevato questioni sulla legge 194, sui consultori, sulla maternità, denatalità e per queste ragioni la senatrice ha ribadito l’importanza di garantire la libertà di scelta della donna assicurata dai consultori, che non significa aprire le porte alle associazioni pro-vita che obiettano questo diritto. Per salvare la libertà di scelta – ha continuato – occorrerebbe trasferire più risorse, poiché il rischio è avere una sanità di serie A e serie B e pensare ad una pianificazione rispetto al fabbisogno delle persone. Molte critiche sono state sollevate riguardo ai finanziamenti dei LEP (livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi) dove ancora non sono stabiliti né criteri né contenuti. Per garantire alle donne libertà di scelta, sarebbe quindi necessario un aumento dei servizi, asili nido, tempo pieno nelle scuole e strutture scolastiche capaci di attivare il tempo pieno e ospitare mense con più personale.
Governabilità, stabilità e partecipazione
Rispetto al premierato, l’obbiettivo del governo è governabilità, stabilità e partecipazione. L’attuale situazione mostra come i dati sull’astensionismo ci inchiodano a una triste realtà; siamo sotto la soglia del 50% e le donne rappresentano la quota maggiore. È necessario, quindi riflettere sul perché le donne non hanno interesse a votare o pensare invece che la sfera pubblica è costruita a misura di uomini, con un’idea di leadership poco accogliente quando si declina il concetto di autorità e autorevolezza. Le donne oggi percepiscono la politica distante dalle necessità; basti pensare ai bisogni rispetto alla gestione del tempo, alla verticalizzazione del potere nelle mani di una sola al comando, non utile alle altre donne. Per di più una richiesta di delega in bianco, dove i cittadini possono esprimere la propria volontà solo dopo 5 anni, limita anche i poteri del Presidente della Repubblica.
Premierato una minaccia per l’equilibrio di genere
Il pensiero femminista è centrale per i rischi sul premierato e autonomia differenziata; perciò l’azione dovrà coinvolgere gran parte della società. Sul premierato siamo difronte ad una riforma della Costituzione che si basa sull’idea che è giusto arrivare ad una distribuzione squilibrata del potere che porterebbe ad una democrazia debole, meno liberale e pluralista. Questi concetti a luglio sono stati richiamati anche dal nostro Presidente della Repubblica durante la 50esima settimana sociale dei cattolici, dove Mattarella ha avvertito sulle ipersemplificazioni istituzionali che produrrebbero un affievolimento del sistema democratico. Sul premierato i relatori suggeriscono di vigilare su una eventuale proposta di legge elettorale che porterebbe ad un arretramento sulla tutela dell’equilibrio di genere rispetto ai progressi conquistati nel tempo. Quanto all’autonomia differenziata, occorre ricordare che quando la democrazia diventa debole, i diritti sociali sono in pericolo; a rischio è la donna per un aumento delle disuguaglianze, per il mancato accesso ai servizi, il diritto allo studio e alla salute. Il provvedimento traccia un segno anti-femminile ed è fondamentale una reazione delle istituzioni con il coinvolgimento dell’azione sociale.
Donne discriminate su lavoro salute infanzia e natalità
Le due riforme sembrano distinte, ma il combinato disposto tende ad aumentare sul territorio le disparità nel paese che gravano sulle donne. L’articolo 3 della legge Calderoli conferisce una delega al governo per la definizione dei livelli essenziali di prestazione, che sono rinviati all’imminente legge di bilancio. La costituzionalista Marilisa D’Amico solleva diverse questioni sull’interruzione volontaria di gravidanza, sui livelli di occupazione femminile, sul welfare per la prima infanzia e sulla disabilità. “Siamo di fronte” ha detto “a un’Italia ingiusta che discrimina a livello territoriale la donna, e il rischio è che se non si affrontano le questioni, in futuro potrebbero diventare un freno per il nostro paese”. Cita poi alcuni esempi sull’interruzione volontaria di gravidanza, dove sul territorio oggi è possibile consentire o no l’aborto farmacologico. Se questo è il piano organizzativo – e ogni regione può organizzarsi in modo autonomo – esiste la possibilità che donne residenti in Sicilia non possono accedere all’aborto farmacologico dove non è consentito. Occorre quindi capire cosa succederà in futuro perché, se alcune regioni decidono di impiegare più risorse si creerebbero ostacoli per alcune donne qualora il metodo venisse adottato in assenza di controlli. Ricorda poi che tra Nord e Sud esiste una diversa occupazione femminile, asili nido con costi distinti, e spiega che con l’aiuto delle reti universitarie è possibile condurre ricerche per far emergere queste differenze che interessano anche le persone con disabilità. Infine, ha sostenuto che in un’Italia così ingiusta è interesse di tutti reclamare l’attuazione dei principi costituzionali di uguaglianza e fare di più per le donne onde evitare che le ingiustizie diventino marcate.
Più istruzione meno povertà: investire sulla componente sociale e sulle donne
La riforma sull’autonomia differenziata non può passare perché in Italia non tutti hanno stesse opportunità. Il mezzogiorno si trova in una condizione drammatica per occupazione e povertà, e il binomio è più povertà, meno salute. Recenti indicatori hanno mostrato la necessità di recuperare il mezzogiorno per un gap difficile da sostenere, e sui dati rispetto alla salute, lavoro, abitazione, reddito e istruzione, esiste una forte condizione di povertà sollevata anche da Caritas, Istat ed altri enti di ricerca. Vari studi hanno mostrato che nel mezzogiorno, dove nessun membro della famiglia è occupato e le donne non lavorano, rappresentano il 47%, così anche la Fondazione Gimbe ha sottolineato un rischio salute per oltre 2 milioni di famiglie indigenti. L’attuale ministero della salute ha presentato una proposta di legge per incentivare la natalità offrendo alle donne mille euro per rinunciare ad interrompere la gravidanza. Indicazione inverosimile poiché basta leggere i dati per sapere che le donne che lavorano sono economicamente penalizzate, e 1 donna su 5 dopo il primo figlio è costretta ad abbandonare il lavoro, senza contare il gap salariale che incide sulla pensione futura delle donne. Le donne più motivate ad avere figli vivono nelle regioni ricche, mentre quelle penalizzate risiedono in Basilicata, Campania e Sicilia dove non esistono servizi adeguati. Dal lato dell’educazione, esiste il tema dell’abbandono scolastico; infatti, un ragazzo calabrese, nato in una famiglia povera è condannato ad una esistenza difficile, priva di rapporti sociali e un’aspettativa di vita inferiore a 3 anni rispetto ai coetanei del Nord. In conclusione, occorre invertire questa rotta e la soluzione è investire soprattutto nella componente sociale e sul potenziale delle donne del Sud.



Cristina Montagni







