Home » Posts tagged 'Cristina Montagni'

Tag Archives: Cristina Montagni

CORONAVIRUS – Il mio nemico invisibile. L’esperta di Psicologi – Italia in prima linea per consulenze a distanza

Maria Zampiron - psicoterapeuta“In questa esperienza di isolamento, in questo distanziamento sociale, abbiamo la possibilità di sperimentare la forma più alta della libertà: sentirsi in connessione con l’altro, attraverso la solidarietà”.

La salute psicofisica, sociale e lavorativa degli italiani è messa oggi a dura prova di fronte ad un nemico che non si vede se non nelle sue azioni-conseguenze. Il Coronavirus, quel nemico invisibile che entra in possesso delle parti vitali del corpo umano è imprevedibile, non si sa “quando” si incontra, ma si sa “come” si incontra. Un nemico che si fa conoscere solo attraverso i suoi effetti: malattia, decessi ma anche guarigione. Nel nostro immaginario può essere vissuto come illusorio, irreale, inesistente oppure reale e vero nel suo “pericolo”, in grado di compromettere la salute psicofisica della persona.

“Il cervello umano” spiega la psicologa Maria Zampiron “possiede capacità di reazione innate ma complesse ai “pericoli” soprattutto se l’evento perdura nel tempo causando stress prolungato. Si reagisce affrontando il pericolo trovando le risoluzioni funzionali a ristabilire l’equilibrio interpersonale oppure la reazione di difesa si esprime con azioni aggressive per eliminare il pericolo o si disconferma il pericolo ignorandolo o si rimane immobili eliminando le emozioni negative che creano per difendersi dal pericolo stesso”. MacLean in “Il Cervello Tripartitico”, attribuisce al cervello umano una connotazione e un’entità sociale. La parte rettiliana è la più primitiva del cervello, responsabile delle funzioni di base (come la respirazione e il battito cardiaco), di reazioni agli impulsi istinti-innati (come la risposta ad un pericolo che compromette la vita) e si caratterizza nelle emozioni intense come la collera e l’intensa sensazione di paura. All’interno di questo contesto, gli studi riguardo al cervello umano dimostrano che l’emisfero sinistro è dominante per la parola, la logica, il pensiero lineare, le regole sociali, l’espressione delle emozioni, le modalità di comunicazione con gli altri e dà origine ad uno stato di avvicinamento verso l’esterno che porta l’individuo ad affrontare le difficoltà. Il lato destro invece, fonte primaria delle conoscenze autobiografiche, riceve i segnali emotivi dalle aree poste sotto la corteccia, in modo spontaneo ed intenso e sono presenti aree che attivano una risposta di “allontanamento” o “evitamento” di fronte alle “novità.

Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI)

convegno ZampironLa Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) trentanni fa ha strutturato un modello di cura sulla base dell’interazione reciproca tra il comportamento, l’attività mentale, il sistema nervoso, il sistema endocrino e la risposta immunitaria degli esseri umani. Questa tecnica stabilisce che la salute e il benessere della persona si realizza sulla base dell’interazione degli aspetti psicologico, neuropsicologico ed emotivo con la sfera chimico-fisica e organica della biologia della vita. La PNEI diventa così la “forza della mente” all’interno della quale un sistema attivo e funzionante determina un’efficace prevenzione delle malattie ed è in grado di influenzare la cura delle malattie stesse. La PNEI dimostra che lo stato psico emotivo ed affettivo di una persona influenza e modifica il decorso di una malattia, cosi come la salute globale dell’individuo deriva da una positiva interazione tra il comportamento, l’attività mentale, il sistema nervoso, il sistema endocrino e la risposta immunitaria della persona stessa. Il benessere umano e la relazione sinergica tra individuo e ambiente è stato studiato da Abraham H. Maslow nel 1954. Maslow attribuisce il benessere umano alla soddisfazione dei bisogni fisiologici, quelli legati alla sicurezza, all’affetto e successivamente alla stima, all’autorealizzazione su una scala gerarchica dove gli ultimi non possono essere raggiunti se i primi non sono stati soddisfatti. Secondo Porgers e MacLean, il prolungamento dell’emergenza Covid–19 pone a dura prova il senso di resilienza dei cittadini italiani nell’esprimere comportamenti legati al rispetto delle regole per il bene proprio e altrui, ai veti imposti dalle autorità italiane che si traduce in un senso di appartenenza di fronte ad un nemico invisibile.

Nel contesto generale, per le incertezze esistenziali, viviamo sempre di più la rabbia per la mancanza di libertà, aumenta la frustrazione e il senso d’incapacità per affrontare e superare il pericolo della malattia, della morte e della solitudine. Si fa poi strada il senso di colpa per non curare ed incontrare genitori, familiari e amici. Sentiamo la mancanza del nostro lavoro ed insieme agli altri, si fa fatica a vivere il quotidiano, siamo continuamente sottoposti a stati ansiogeni ed emozioni negative che possono ostacolare il benessere psicofisico individuale e la stabilità relazionale nel futuro, compreso il desiderio di continuare ad avere cura di sé stessi. Vogliamo essere uniti di fronte ad un pericolo “invisibile” ma anche separati dagli altri per timore e paura di vivere il “pericolo” del contagio e della malattia. Se il benessere dell’uomo si trova principalmente nello stare e vivere con l’altro nel pieno delle reti sociali, la situazione confusa e paradossale del presente necessita di sostegno psicologico per molte persone.

Un sostegno psicologico che va orientato su due aspetti prioritari:

  1. riguarda il “desiderio” di incontrare l’altro, di dare fiducia a sé stessi e voler mantenere le manifestazioni affettive verso l’altro anche in questa difficile situazione di isolamento. In questa fase occorre riuscire a contenere l’angoscia, la tristezza della separazione e la perdita dello stile di vita, facendo emergere le risorse che ognuno di noi possiede.
  2. si riferisce al superamento della paura d’incontrare l’altro, di vedere l’altro in un’ottica di pericolo, con l’obiettivo di riprendere alla fine dell’emergenza le modalità più soddisfacenti per esprimere gli affetti, la fiducia e la vicinanza verso l’altro.

Supporto psicologico on line

In questo senso, un efficace supporto psicologico può essere realizzato anche on line.

Maria Zampiron, psicologa-psicoterapeuta (www.drssamariazampiron.it/) iscritta all’Ordine degli Psicologi della Regione Lazio, ha creato una pagina virtuale per il sostegno psicologico al coronavirus attraverso una piattaforma sicura proposta da psicologi-Italia (www.psicologi-italia.it).

Per usufruire del supporto psicologico è necessario inviare un SMS al 347-3535633 specificando il giorno e l’ora desiderati per l’incontro. Sarà cura della dottoressa chiamare per conferma, inviando il link da utilizzare nella connessione on line.

Cristina Montagni

Covid 19. Centri antiviolenza a fianco delle donne

1522 numero antistalkingPangea/Reama, Udi, Telefono Rosa per contrastare la violenza domestica con politiche integrate per il coordinamento della rete dei Centri Antiviolenza e per agevolare l’accesso alle strutture e i contatti.

Martedi, 24/03/2020 – Riceviamo e pubblichiamo
Le richieste di: Associazione Nazionale Telefono Rosa/Pangea-REAMA Network/ UDI-Unione Donne in Italia
Soprattutto in questo momento così difficile per il nostro paese e per tutta la società, servono politiche integrate per approfondire quale percorso le donne vittime di violenza debbano intraprendere per sfuggire agli uomini violenti.

La Ministra Bonetti rilancia il numero di pubblica utilità 1522 in vari articoli e nelle trasmissioni televisive, ma nonostante ciò riteniamo che non sia una risposta sufficiente alla luce del fatto che il 1522 lavora in rete con una parte dei centri antiviolenza d’Italia.

Ad oggi i centri antiviolenza, secondo la rilevazione del 2017 sono 366 in tutto il paese ma le telefonate sono diminuite. È opportuno chiarire e dare ulteriori informazioni perché i CAV – Centri Antiviolenza, che sono nella maggior parte dei casi chiusi, operano costantemente al telefono fornendo consulenza legale civile e penale e soprattutto sostegno psicologico. La consulenza legale è necessaria alle donne per avere consigli, per preparare una denuncia e per il percorso successivo da intraprendere. Sono invece funzionanti le Case Rifugio, ma molte di esse sono già piene e non possono garantire ulteriori prese in carico e alloggiare donne ex novo.

Sarebbe utile, per gli addetti ai lavori, conoscere quali Case Rifugio abbiano ancora spazi disponibili e se sono attrezzate con spazi adeguati per far trascorrere la quarantena alle donne in situazioni di infezione. Dovrebbe altresì essere chiara la prassi sanitaria da seguire in tutta Italia prima di poter inserire le donne nelle Case e le operatrici dovrebbero essere munite di mascherine e guanti da parte della protezione civile per garantire anche la propria sicurezza sanitaria.

Se una donna è in pericolo ed esce di casa, incontrando le forze dell’ordine, più che compilare un modulo può chiedere aiuto per uscire dalla situazione di pericolo in cui si trova, dichiarando lo stato di necessità per la sua messa in sicurezza. Sarebbe soprattutto opportuno far uscire il violento di casa con misure immediate speciali, allontanandolo sino al periodo post COVID19 e assicurando tutte le condizioni sanitarie e di sicurezza necessarie anche per il violento. In ogni caso vanno assicurate alle donne tutte le condizioni necessarie sanitarie e di sicurezza per la donna e per i figli.

Per i finanziamenti stanziati con DPCM fino al 2020 a tutte le Regioni, chiediamo che siano erogati direttamente ai centri in funzione che sono riconosciuti dalle regioni e dal DPO con massima urgenza, entro e non oltre 15 gg.
Speriamo che le nostre richieste vengano accolte in tempi brevi. Oggi più che mai dobbiamo assicurare alle donne e ai minori protezione e sicurezza.

Firmato
Associazione Nazionale Telefono Rosa
Pangea- REAMA Network
UDI-Unione Donne in Italia

https://www.1522.eu/

Cristina Montagni

COVID–19. OIL stima la perdita di 25 milioni di posti di lavoro nel mondo

La pandemia COVID-19 potrebbe avere ricadute devastasti a livello globale per la perdita di oltre 25 milioni di posti di lavoro. Le stime presentate il 19 marzo a Ginevra dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), evidenziano che gli effetti della pandemia avranno una portata a livello mondiale che causerà per milioni di persone la disoccupazione, sottoccupazione e povertà lavorativa.

disuguaglianzePer far fronte a questa crisi l’OIL propone strumenti e misure incisive immediate e coordinate su larga scala per proteggere i lavoratori sul luogo di lavoro, stimolare l’economia e l’occupazione e sostenere il lavoro ed il reddito.

Raccomandazioni OIL

Le raccomandazioni comprendono l’estensione della protezione sociale, il sostegno per mantenere il lavoro (lavoro di breve durata, ferie retribuite, altri sussidi) sgravi finanziari e fiscali per il sistema produttivo del Paese e per le micro, piccole e medie imprese. La nota propone inoltre misure di politica fiscale e monetaria e sostegno finanziario per specifici settori economici.

Scenari possibili

povertaSulla base dei possibili scenari dell’impatto del COVID-19 sulla crescita del Prodotto Interno Lordo globale, le previsioni OIL indicano un aumento della disoccupazione a livello globale variabile tra 5,3 milioni (scenario a basso impatto) e 24,7 milioni (scenario ad impatto medio-alto) che andrebbero ad aggiungersi ai già 188 milioni di disoccupati del 2019. Per dare una misura dell’impatto si ricorda che la crisi finanziaria globale del 2008-2009 aveva portato ad un incremento della disoccupazione nell’ordine di 22 milioni di persone nel mondo. Non è da sottovalutare la sottoccupazione che dovrebbe aumentare su larga scala, poiché le conseguenze economiche della pandemia si tradurranno in una riduzione di ore di lavoro e conseguentemente dei salari. Il lavoro autonomo nei paesi in via di sviluppo, che di fatto serve ad ammortizzare l’impatto del cambiamento, potrebbe subire un duro contraccolpo a causa delle restrizioni alla circolazione delle persone (fornitori di beni e servizi) e delle merci.  A seguito del calo dell’occupazione per causa della perdita di reddito dei lavoratori, il report stima perdite massicce, l’equivalente di circa 860 e 3.400 miliardi di dollari americani entro la fine del 2020.

Covid 19Tali condizioni si tradurrebbero in una sostanziale contrazione dei consumi di beni e servizi che impatterebbero sulle imprese e sulle economie nel mondo. Da qui la povertà lavorativa dovrebbe aumentare significativamente, perché “l’impatto sui redditi derivante dal declino dell’attività economica avrà effetti devastanti per lavoratori e lavoratrici che hanno un reddito inferiore alla soglia di povertà”. Per questo l’Organizzazione stima che tra gli 8,8 e 35 milioni di persone si troveranno in condizioni di povertà lavorativa in tutto il mondo rispetto a stime di inizio anno che prevedevano una contrazione di 14 milioni nel 2020. “Questa non è più solo una crisi sanitaria globale, è una grave crisi economica e del mercato del lavoro che sta avendo un enorme impatto sulle persone”, ha dichiarato Guy Ryder, direttore generale dell’OIL. “Nel 2008” ha aggiunto “il mondo ha affrontato in modo unito le conseguenze della crisi economica e finanziaria mondiale e grazie a questo fronte comune, è stato possibile evitare peggiori conseguenze. Anche ora abbiamo bisogno di questo tipo di leadership e di azioni immediate”.

Aumento delle disuguaglianze tra i giovani e lavoratori

L’OIL avverte che specifici gruppi saranno travolti in modo sproporzionato dalla crisi del lavoro con un conseguente aumento delle disuguaglianze. All’interno di questi gruppi rientrano le persone che svolgono lavori poco protetti e scarsamente retribuiti, in particolare colpiranno giovani e lavoratori anziani senza contare le lavoratrici e i lavoratori migranti. coronavirusA proposito dei migranti, l’analisi sostiene che saranno proprio loro le categorie più vulnerabili a causa della mancanza di protezione e diritti sociali, mentre le donne tendono ad essere sottorappresentate nei lavori a basso reddito e nei settori interessati. “In tempi di crisi come quello attuale” ha sostenuto Guy Ryder “abbiamo due strumenti che possono aiutare a mitigare i danni e ripristinare la fiducia della gente. Il primo sostenere il dialogo sociale e l’interazione costante tra lavoratori, lavoratrici, datori di lavoro e i loro rappresentanti per sostenere le misure di cui hanno bisogno per superare questa crisi. In secondo luogo, le norme internazionali del lavoro forniscono una base solida per adottare risposte attraverso politiche centrate su una ripresa sostenibile ed equa. Queste misure dovrebbero essere adottate per ridurre al minimo l’impatto di questo difficile momento sulle persone”.

Cristina Montagni

 

Covid-19, nuove restrizioni per l’Italia. Dichiarazioni Presidente del Consiglio Giuseppe Conte

GovernoDichiarazioni del 21 marzo da Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sulle nuove misure per contrastare e contenere il diffondersi del virus Covid-19.

In Italia ad oggi sono 53.578 i contagi totali, di cui 6.072 guariti e 4.825 morti. Dobbiamo registrare un bollettino di “guerra” non solo nel nostro Paese ma il contagio continua ad allargarsi anche in Europa: sempre più casi e più decessi in Spagna, Germania e Regno Unito. Nel mondo sono superati i 270 mila contagi e le 11 mila morti.

Il nostro Governo da oggi ha deciso di chiudere nell’intero territorio nazionale ogni attività produttiva che non sia strettamente necessaria, cruciale, indispensabile a garantirci beni e servizi essenziali. Questa è l’ultima stretta annunciata dal premier Giuseppe Conte in un messaggio a reti unificate, che ha così annunciato nuovi provvedimenti restrittivi per il contenimento dell’epidemia di Coronavirus. Il premier Conte in diretta ha dichiarato: “È il momento più difficile dai tempi del dopoguerra: chiuse le fabbriche e le attività non essenziali. L’economia rallenta, ma non si ferma. Dobbiamo continuare a rispettare tutte le regole, con pazienza e fiducia. Serve tempo prima che le misure diano effetti. Restare a casa è dura, ma dobbiamo resistere. Solo così riusciremo a tutelare noi stessi e le persone che amiamo”. “Era una misura necessaria da prendere. Perché è evidente a tutti che il governo deve avere una sola priorità: tutelare la salute di ogni singolo cittadino italiano. E va fatto con ogni strumento, ordinario e straordinario”, così ha commentato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. 

Vi lascio con la dichiarazione indiretta del Premier Conte

 

Italia

Cristina Montagni

Covid-19 – Situazione in Italia

opuscolo coronavirus Ministero Sanità

Conferenza stampa del Capo della protezione civile Angelo Borrelli alle ore 18 del 26 febbraio: Data ultimo aggiornamento: 26 febbraio 2020

casi 26 febbraio 2020

Le persone contagiate sono così suddivise per Regione:

  • 258 Lombardia. Rispetto al 26 febbraio ore 12, non si è verificato un incremento di casi
  • 71 Veneto. Rispetto al 24 febbraio ore 12, non si è verificato un incremento  di casi
  • 47 Emilia Romagna. Rispetto al 24 febbraio ore 12, si è verificato un incremento di n. 17 casi
  • 3 Piemonte
  • 3 Lazio (si tratta di due turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani e del ricercatore dimesso, tutti guariti)
  • 3 Sicilia. Rispetto al 24 febbraio ore 12 non si è verificato un incremento di casi (comitiva proveniente dalla provincia di Bergamo)
  • 2 Toscana
  • 11 Liguria. Rispetto al 24 febbraio ore 12, si è verificato un incremento di n. 9 casi
  • 1 Trentino Alto Adige
  • 1 Marche

I primi casi in Italia

I primi due casi di Coronavirus in Italia, una coppia di turisti cinesi, sono stati confermati il 30 gennaio dall’Istituto Spallanzani, dove sono stati ricoverati in isolamento dal 29 gennaio). Il 26 febbraio sono stati dichiarati guariti.

Il primo caso di trasmissione secondaria si è verificato all’Ospedale di Codogno il 18 febbraio 2020.

La maggioranza dei casi  rilevati è in isolamento domiciliare e non necessita di cure ospedaliere.

Sorveglianza e controlli  

Nel nostro Paese è attiva una rete di sorveglianza sul nuovo coronavirus e sono stati attivati controlli e screening sotto il coordinamento della task force ministeriale.

L’Italia ha bloccato il 30 gennaio con un’Ordinanza del ministro della Salute tutti i voli da e per la Cina per 90 giorni, oltre a quelli provenienti da Wuhan, già sospesi dalle autorità cinesi.

Il Governo italiano ha dichiarato il 31 gennaio lo Stato di emergenza, stanziato i primi fondi e nominato Commissario straordinario per l’emergenza il Capo della protezione civile Angelo Borrelli.

Il Consiglio dei ministri ha varato un decreto legge con misure per il divieto di accesso e allontanamento nei comuni dove sono presenti focolai e la sospensione di manifestazioni ed eventi.

In base al Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 23 febbraio 2020 i Comuni interessati alle misure urgenti di contenimento e gestione del contagio sono:

  • nella Regione Lombardia: a) Bertonico; b) Casalpusterlengo ; c) Castelgerundo; d) Castiglione D’Adda; e) Codogno; f) Fombio; g) Maleo; h) San Fiorano; i) Somaglia; j) Terranova dei Passerini.
  • nella Regione Veneto: a) Vo’.

Vedi anche:

Covid-19 – Consigli per i viaggiatori

Numero di pubblica utilità 1500

in allegato dichiarazione OMS

Materiali social

Comportamenti da seguire opuscolo

Cristina Montagni

INTERVISTA ALLA SEGRETARIA GENERALE CISL ANNAMARIA FURLAN

Intervista alla Segretaria Generale della Cisl Annamaria Furlan per affrontare temi di interesse per il mondo del lavoro femminile.
La questione femminile per la Segretaria Generale Cisl Annamaria Furlan non è solo difendere il valore sociale del lavoro, ma riflettere sulla contrattazione di genere, sul divario retributivo e la difficoltà a mantenere il lavoro in presenza di una famiglia spesso considerata ostacolo all’ingresso e alla progressione della carriera.

Segrataria Generale Cisl Furlan

Segretaria Furlan, lei è ai vertici di una delle principali organizzazioni sindacali d’Italia e conosce le difficoltà nella conciliazione tra vita familiare e professionale. Vede progressi sulla condizione delle donne in Italia nelle pari opportunità di retribuzione e carriera?

Abbiamo fatto indubbiamente dei progressi, ma manca ancora nel nostro paese una politica strutturale per favorire la conciliazione tra lavoro e famiglia. La partecipazione della donna nei contesti produttivi è pesantemente penalizzata da fattori ambientali e culturali. Le regole sono uguali per tutti, ma non tutti beneficiano delle stesse condizioni di partenza. La bassa occupazione femminile, oltre che per le note ragioni di crescita zero del nostro Paese, è prevalentemente legata agli impegni familiari e alla scarsa disponibilità di servizi, basti pensare che una donna su quattro lascia ‘volontariamente’ il lavoro alla nascita del primo figlio, con riflessi molto negativi anche sulla povertà delle famiglie. Il problema centrale resta, soprattutto, non solo al Sud, quello di creare le condizioni di ingresso, di permanenza e di competizione “alla pari” nel mercato del lavoro.

Il 30 gennaio è stato siglato l’accordo tra cooperative e sindacati per favorire lo sviluppo di una cultura contraria ad ogni forma di discriminazione. Quali novità introduce l’accordo ai fini dei diritti della persona?

L’intesa ci impegna ad introdurre nei singoli contratti nazionali di lavoro nuove disposizioni per prevenire e tutelare forme di discriminazione, molestia o violenza di genere nei luoghi di lavoro, favorendo momenti collettivi di sensibilizzazione e formazione sul tema ai diversi livelli (nazionale, regionale/territoriale o aziendale). Prevede inoltre iniziative di informazione e di formazione per tutte le figure coinvolte, con lo scopo di prevenire l’insorgere di comportamenti molesti e violenti nei luoghi di lavoro attraverso la diffusione di una maggiore consapevolezza e capacità di discernimento del fenomeno e dei comportamenti a rischio.

Per contrastare le fragilità lavorative e retributive delle donne quali sistemi di protezione possono essere introdotti per arginare il fenomeno del lavoro povero e discontinuo?

La carriera lavorativa delle donne è la più discontinua e precaria nel mercato del lavoro. Le donne sono le prime a dover scegliere il part – time per conciliare il lavoro con la maternità, la cura della famiglia, l’assistenza ai parenti non autosufficienti. Tutto questo ha delle conseguenze sul salario, sulle condizioni di vita e sulla futura pensione. Mancano sgravi contributivi o incentivi di carattere strutturale finalizzato all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, con una particolare attenzione alle donne migranti, che soffrono spesso una discriminazione multipla e alle donne vittime di violenza e di tratta. Sono scarsi gli investimenti sui servizi educativi, socio assistenziali e socio sanitari, soprattutto nel mezzogiorno. Inoltre, come sta avvenendo adesso in base ad alcune disposizioni legislative ampliare il congedo obbligatorio per i padri favorirebbe la conciliazione e la condivisione dei ruoli di cura tra uomini e donne.

Di fronte ai cambiamenti tecnologici sui sistemi di produzione, la contrattazione può definire strumenti diversi partendo dalla differenza di genere?

Certo. La contrattazione nazionale ed aziendale rappresenta lo strumento primario in grado di promuovere la parità e le pari opportunità nei diversi contesti produttivi. Si possono prevenire e contrastare quelle forme di discriminazione che favoriscono ed alimentano segregazione e segmentazione lavorativa di genere. Ci sono già tanti accordi molto innovativi in tantissimi settori produttivi ed aziende per una migliore conciliazione tra lavoro e famiglia sul piano degli orari, del welfare integrativo, della assistenza per le donne madri.  Ma bisogna fare di più. Per questo vogliamo incentrare l’attenzione sul ruolo della contrattazione di genere come protagonista del cambiamento. Il gender pay gap rimane un tema cruciale per il sindacato nella lotta contro le discriminazioni legate al genere. La parità di retribuzione sarebbe il più grande stimolo all’economia europea e solleverebbe milioni di donne dalla povertà. Eliminerebbe di fatto un’altra disparità, direttamente collegata alla prima, il gap pensionistico che vede nel nostro Paese le donne percepire un assegno di pensione inferiore di circa il 30% rispetto a quello degli uomini.

Annamaria Furlan CislPer quanto riguarda la sicurezza nei luoghi di lavoro, esistono malattie “di genere” legate alle condizioni lavorative che colpiscono in modo diverso uomini e donne?

Abbiamo fatto indubbiamente dei progressi sul piano della prevenzione e tutela grazie al recepimento negli anni Novanta della direttiva europea nelle diverse legislazioni nazionali. Tra queste, l’estensione della tutela della salute e sicurezza sul lavoro non solo ai “prestatori di lavoro”, ma anche alle “prestatrici di lavoro”, intesa per tutto l’arco della vita lavorativa e non solo per lo specifico tempo della gravidanza e maternità. Ma bisogna fare ancora tanto perché ci sono tante malattie professionali a carico delle lavoratrici, condizioni di danno, sofferenza ed esposizione a rischio infortuni sempre maggiori. Penso per esempio alla rilevanza degli infortuni in itinere per le lavoratrici: oltre la metà dei casi mortali nel tragitto di andata e ritorno tra la casa e il luogo di lavoro. Penso all’aumento delle denunce di malattie dell’apparato osteo-muscolare o del sistema nervoso che rappresentano il 90,1% del totale delle patologie professionali delle donne. Le inadeguate condizioni di lavoro incidono spesso sulla salute delle lavoratrici e questo determina costi maggiori da sostenere per la propria salute, così come anche una possibile minore retribuzione determinata da perdita di ore lavorate per assenza per malattia.

Coinvolgere le donne nei processi decisionali d’impresa può portare benefici all’azienda?

È un’altra battaglia sindacale che la Cisl porta avanti dalla sua nascita. La partecipazione dei lavoratori è lo strumento per alzare non solo la qualità e la produttività delle aziende, ma anche per aumentare i salari, ridurre gli orari, migliorare le condizioni generali delle donne lavoratrici. Le aziende che funzionano meglio sono proprio quelle che hanno puntato sulla corresponsabilizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici nelle scelte e nelle decisioni. Anche il sindacato, da parte sua, riconosce in sé stesso la presenza determinante della componente femminile, sia nel numero di lavoratrici iscritte, sia nella presenza negli organismi di dirigenza sindacale e nei tavoli di contrattazione.

Secondo lei i vertici delle aziende sono sensibili all’organizzazione del lavoro in modo da garantire pari opportunità nella conciliazione dei tempi di vita e di lavoro?

Anche se si sono fatti passi avanti, la maternità purtroppo viene considerata ancora come un ostacolo all’ingresso ed alla progressione di carriera. Occorre intervenire sugli ostacoli che fanno della maternità non un valore sociale ma un bivio tra gli affetti e la carriera. Non è un caso se in fatto di natalità il nostro Paese è tra gli ultimi posti in Europa. Una donna su 3 lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio. Sono ancora poche le madri con un bambino che lavorano rispetto al resto dell’Europa (57,8 % contro 63,4 %) e, soprattutto, se paragonate agli uomini (86 %). Quando poi i bambini crescono i numeri crollano al 35,5 % (la media UE è del 45,6 %). In molti casi la rinuncia alla maternità va collegata direttamente anche all’inadeguatezza di servizi a sostegno della genitorialità. In Italia solo il 18% dei bambini trova posto negli asili nido pubblici, mancano politiche finalizzate alla conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, allo smart working, alla flessibilità negli orari. Non è solo un problema di leggi da far rispettare. Dobbiamo fare di più con la contrattazione, nazionale, aziendale e nei territori, ponendo le condizioni per una valorizzazione ed una specificità del lavoro femminile. Il problema famiglia/lavoro deve essere affrontato nella consapevolezza che si tratta di un investimento per lo sviluppo del nostro Paese e non di un costo per la società. Solo così potremo disegnare nuovi orizzonti di crescita e celebrare il ruolo straordinario delle donne in una società sempre più multietnica e multiculturale.

Negli ultimi 30 anni in Italia la differenza nei tassi di occupazione tra uomini e donne non hanno avuto esiti positivi. Solo il 48% delle donne lavora, meno di una donna su due. Perché è difficile per le donne accedere al mondo del lavoro? Quali strumenti si dovrebbero adottare per invertire questa tendenza?

Bisognerebbe intervenire almeno su cinque ambiti d’azione: ripristinare i finanziamenti per incentivare la contrattazione aziendale per la conciliazione, che aveva prodotto risultati interessanti nel 2016 e 2017; consolidamento degli incentivi finanziari per aziende e lavoratrici. Rafforzare i congedi e la flessibilità dell’organizzazione e degli orari lavorativi; aumentare la disponibilità dei servizi all’infanzia e valorizzazione del lavoro di cura. Non occorre solo promuovere una maggiore occupazione femminile, ma è necessario garantire anche la permanenza delle donne nel mondo del lavoro. Sono le donne a pagare il prezzo più alto della precarietà, del lavoro nero, dello sfruttamento, con conseguenze pesanti per tutta la collettività, anche in termini di natalità. Per questo continuiamo a sostenere, in materia previdenziale, che va riconosciuto alle donne almeno un anno di contributi per ogni figlio. In questo quadro l’iniziativa sociale e sindacale attraverso la contrattazione nazionale e decentrata deve contribuire a consolidare e rafforzare la lotta alle discriminazioni, sfruttamento e violenza, valorizzando le politiche di genere e costruendo strumenti negoziali per conciliare vita e lavoro. Legislazione, contrattazione e cultura sono tre dimensioni connesse per una buona battaglia verso un cambiamento che riguarda tutti per una società più giusta, equa e partecipata.

Solo il 27% delle donne ricopre posizioni manageriali, un dato fermo nell’ultimo quarto di secolo. Quali interventi si potrebbero adottare affinché le donne non siano più relegate ad occupare mansioni che richiedono competenze inferiori?

Dobbiamo garantire a tutte le donne in tutti i contesti le stesse opportunità di carriera, reali politiche attive di formazione professionale, di valorizzazione e di crescita. Tante sono le donne che in tante aziende o anche nel settore del pubblico impiego fanno fatica ad emergere, a sviluppare il loro talento e le proprie competenze. Bisogna superare tanti ostacoli culturali e sociali, soprattutto a chi come le donne deve, in molti momenti della vita, conciliare il lavoro con la cura delle persone. È lo sforzo che la Cisl e tutto il sindacato fanno ogni giorno.

Cristina Montagni

I° EDIZIONE LABORATORIO TECNICO & ARTISTICO DI SCULTURA «MODELLAZIONE SCULTOREA»

Vi segnalo una bellissima iniziativa educativa e di alta formazione rivolta a ragazzi e ragazze tra gli 11 e i 15 anni.  Di seguito la locandina dell’attività didattica con date e temi trattati durante il training. 

Laboratorio Formazione Sparkling Palma Gypsum

L’Associazione Sparkling Day in partnership con l’Accademia di Formazione Studio Palma Gypsum Design ha annunciato l’avvio del corso di I livello su «MODELLAZIONE SCULTOREA»
Il laboratorio, nell’ambito del progetto Modellazione e Formatura in Gesso, nasce con l’obbiettivo di divulgare questa antica tradizione riproposta con la realizzazione di matrici e copie di sculture, bassorilievi e decorazioni.

Focus del laboratorio è valutare la creazione di nuovi modelli di cultura del lavoro e strumenti per considerare il modo con cui i giovani si avvicinano ad un mondo che cambia velocemente ripensando il tema della formazione e dell’educazione.

Nel laboratorio di Roma – diretto dall’architetta e designer Beatrice Palma – dal 14 al 30 aprile 2020, i docenti guideranno i ragazzi in 18 ore di teoria e pratica realizzando opere uniche e irripetibili. A conclusione del training i giovani otterranno il certificato di frequenza e le realizzazioni prodotte durante le lezioni.

PER INFO:

Accademia di formazione Via Sirte 42 – 00199 Roma
Docenti: Architetta Beatrice Palma – Dott. Giuliano Peveraioli
Laboratorio a numero chiuso rivolto a ragazzi e ragazze tra gli 11 e 15 anni.
Max 8 partecipanti con preferenza parità di genere.

PER ISCRIZIONI
☎️Info e costi – tel 351-5172426
📧mail – assparklingday@gmail.com – https://www.facebook.com/Sparkingday/
📑Ufficio stampa – respPressOfficeCM@gmail.com

Cristina Montagni

Diritti della persona contro le discriminazioni. Siglato accordo Alleanza delle Cooperative e Sindacati

Il manifesto sottoscritto all’assemblea annuale dell’Alleanza delle Cooperative ha impegnato i firmatari ad introdurre nei contratti nazionali disposizioni volte a prevenire e tutelare ogni forma di discriminazione, elaborando codici di condotta o linee guida per favorire momenti di sensibilizzazione e formazione a vari livelli (nazionale, regionale/territoriale o aziendale).

Il 30 gennaio è stato siglato un accordo tra cooperative (Confcooperative, Legacoop e Agci) e sindacati (Cgil, Cisl e Uil) per favorire all’interno del sistema cooperativo lo sviluppo di una cultura organizzativa contraria ad ogni forma di discriminazione, molestia e violenza di genere nei luoghi di lavoro. Il manifesto sottoscritto all’assemblea annuale dell’Alleanza delle Cooperative ha impegnato i firmatari ad introdurre nei contratti nazionali disposizioni volte a prevenire e tutelare ogni forma di discriminazione, elaborando codici di condotta o linee guida per favorire momenti di sensibilizzazione e formazione a vari livelli (nazionale, regionale/territoriale o aziendale). I temi sulla cooperazione, mondo sindacale, rappresentanza, appalti, contratti e crescita economica sono stati affrontati da Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, da Giovanni Schiavone, copresidente dell’Alleanza e Mauro Lusetti, presidente dell’Alleanza e Legacoop. Alla tavola rotonda sono intervenuti i sindacati con Maurizio Landini, segretario generale Cgil, Annamaria Furlan, segretario generale Cisl e Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil. Per le istituzioni erano presenti il ministro alle infrastrutture e trasporti, Paola De Micheli e Stefano Buffagni, viceministro al ministero dello sviluppo economico.  

Lavori e prospettive dell’Alleanza delle Cooperative

“Il lavoro rappresenta uno strumento di riscatto, dignità e identità della persona. In un quadro dove perdura una diffusa precarietà per retribuzioni insufficienti e violazioni dei diritti di chi lavora per la mancata applicazione dei contratti collettivi, le cooperative svolgono un ruolo di coesione nel Paese” ha dichiarato Schiavone. “Le cooperative che aderiscono all’Alleanza” ha spiegato “sono 39 mila e 500, oltre 13 milioni di soci e 1 milione di persone occupate, con un fatturato di 140 miliardi di euro (8% del Pil della produzione nazionale)”. “Questi dati” ha aggiunto “testimoniano un’esperienza che produce un forte impatto sociale sul piano della parità di genere (58% degli occupati sono donne), dell’inclusione sociale (15% degli occupati sono immigrati) e dell’inclusione per i 70 mila occupati svantaggiati sul lavoro. Valori che dimostrano quanto l’Alleanza e il volontariato siano partecipi ai bisogni delle persone più deboli offrendo servizi in grado di sopperire all’assenza dello Stato”.

Il “buon lavoro” in cooperativa

Mauro Lusetti ha centrato l’intervento sul buon lavoro e sull’instabilità del nostro Paese, spiegando che emerge una buona vitalità dei corpi intermedi che negli anni hanno ripensato sé stessi riaprendo i temi della sostenibilità economica con le istituzioni. “Un banco di prova” ha commentato “è stata l’approvazione della legge di bilancio per affrontare i nodi della riforma fiscale e dei workers buy out (recupero delle aziende in crisi da parte dei dipendenti d’impresa). Quindi buon lavoro significa offrire la sicurezza di salari adeguati, attenzione ai lavori emergenti e alle esigenze dei più giovani”. “Le cooperative” ha aggiunto “contrastano con forza una politica fiscale che incentivi in maniera impropria le partite IVA perché spesso dietro a questo strumento si cela lo sfruttamento del lavoro”. “Con i sindacati” ha spiegato “siamo in sintonia per cercare di ridare valore al lavoro sul terreno dei rinnovi contrattuali e sul tema dei diritti della persona a partire dalla qualità del lavoro”.

Il lavoro e la persona: elementi fondanti della struttura sociale di un paese

La Furlan parte dall’accordo siglato e aggiunge che occorre pensare al luogo di lavoro come un modello sociale di rispetto della persona. “Lavoro, persona e cooperazione” ha commentato “sono fattori che hanno valenza costituzionale, significa che l’Italia fonda su questi pilastri il proprio modello di democrazia e di comunità. Il sistema è entrato in crisi quando è entrato in crisi il valore del lavoro visto come elemento unificante di responsabilità, realizzazione e rispetto della dignità della persona. Aver sostituito l’economia finanziaria all’economia reale – quella fondata sul lavoro – ha disperso i concetti costitutivi di un Paese”. Le parti sociali per Annamaria Furlan devono porsi come “sentinelle” per tutelare la democrazia partecipativa e rimettere in moto un processo culturale, prima che organizzativo. “Da tempo” ha sottolineato “il termine cittadino è stato sostituito con il termine consumatore. I consumi devono rimanere un dato a sé, non essere lo specchio di come vivono le persone (giovani, famiglie, pensionati, disoccupati). Occorre fare un salto di qualità, e l’Alleanza può sostenere nel rapporto fra le parti sociali, la centralità dei valori costituzionali: lavoro, persona e cooperazione come modello non solo d’impresa, ma esempio di come si vive in una comunità”. “Si tratta di promuovere la crescita, il buon lavoro” ha aggiunto “e partendo dal lavoro povero affrontare i contratti pirata, insistendo sulla buona contrattazione”. Ha poi ribadito la necessità di una legge che fissi una paga oraria – il lavoro povero e discontinuo coincide spesso con il part-time involontario (5 o 10 ore la settimana) – riflettere quanto la contrattazione di secondo livello può rispondere ai bisogni del lavoratore tenendo al centro la dignità della persona. Ha suggerito l’urgenza di avviare azioni di discontinuità rispetto al passato. Affrontare ad esempio il lavoro qualificato di tanti giovani costretti ad emigrare alla ricerca di una occupazione, rivedere il sistema previdenziale (pensione di garanzia giovani, riconoscimento sociale della maternità e pericolosità dei lavori), considerare un fisco amico del lavoro, rimodulare l’IVA che pesa sul carrello della spesa degli italiani, combattere l’evasione fiscale, sbloccare le infrastrutture che danno lavoro a 500 mila persone e assumere 370 mila precari nella pubblica amministrazione. Infine, il Governo dovrebbe studiare una “fiscalità di vantaggio”, che rafforzi la volontà dei lavoratori di essere azionisti della propria impresa.  

Landini ha spiegato che l’Italia è difronte ad un cambiamento tecnologico sui sistemi di produzione che esigono una trasformazione culturale partendo dalla differenza di genere, quindi bisogni diversi nella contrattazione. La debolezza dell’Italia ha aggiunto nasce dal blocco degli investimenti pubblici, da una mancanza di strategie a partire da una riforma del sistema fiscale, senza dimenticare che appalti al massimo ribasso, sub appalti, finte cooperative e contratti pirata si sono eccessivamente allargati. Ha spiegato che questo è l’anno del rinnovo dei contratti pubblici e privati che interessano 12 milioni di lavoratori, e i sindacati hanno chiesto al governo di sperimentare un sistema di tassazione diversa per aumentare gli stipendi dei lavoratori. Per quanto riguarda la riforma delle pensioni, il segretario della Cgil ha riferito che tra i punti in discussione al Governo c’è la questione della pensione di garanzia giovani per riaffermare la centralità di un lavoro con diritti. Infine, per eliminare i contratti pirata, ha spiegato sarà fondamentale riaffermare con forza di legge “erga omnes”, i contratti collettivi di lavoro.

Politiche per la crescita, infrastrutture, appalti

Paola de Micheli, affronta il problema degli appalti affermando che “prima di parlare di fondi bloccati è necessario sottolineare la necessità della certezza delle regole e mettere mano al regolamento unico sugli appalti. C’è poi il tema della congruità dello sblocca cantieri per migliorare le condizioni di lavoro e contrattuali. I fondi ci sono, ma spesso vengono bloccati per scelte politiche”. Il viceministro allo sviluppo economico Buffagni ha sostenuto che le gare al ribasso hanno causato una serie di buchi che occorre appianare facendo in modo che chi vince la gara di appalto porti a termine l’opera. “E per questo” ha concluso Buffagni “è necessario creare un cuscinetto di reddito che salvaguardi la filiera per favorire la nascita di nuovi workers buy out”.

Cristina Montagni

DONNE E MEDIA: LA SOTTILE LINEA ROSSA DELLA DISCRIMINAZIONE DI GENERE

Per 15 milioni di italiani le donne sono poco valorizzate nel mondo dell’informazione ma soprattutto si rinnova un’inadeguata discriminazione nelle pari opportunità. In sintesi, questa è l’istantanea che emerge dal sondaggio effettuato dall’Agenzia Dire a Tecnè su “Donne e media: la sottile linea rossa della discriminazione di genere”, condotta su un campione di 2 mila italiani tra i 18 anni in su, suddiviso per genere, età, area geografica e titolo di studio.

tecné

La ricerca realizzata tra il 28 novembre e il 2 dicembre 2019, sostenuta dalla vicepresidente del Senato Anna Rossomando e dall’onorevole Sandra Zampa, è stata presentata il 5 dicembre al Senato in occasione dell’evento dedicato al primo anno di DireDonne, canale dell’Agenzia Dire dedicato al pensiero di genere e alle pari opportunità, da Laura Cannavò, NewsMediaset; Marina Cosi, GIULIA; Gianni Riotta, La Stampa; Simona Sala, Tg1 Rai e Ilaria Sotis, Gr-Radio1 Rai e dal direttore dell’agenzia Dire, Nico Perrone.

Cura della casa e dei figli

Dal sondaggio Tecnè emerge che le donne lavorano di più degli uomini sia dal lato professionale che in rapporto al tempo dedicato alla cura della casa e dei figli. Per l’81,9% degli intervistati è la madre ad assolvere alla funzione di cura del nucleo familiare (contro il 6,8% del padre). L’impegno femminile tendenzialmente cresce all’aumentare dell’età, da un 73,3% delle 18-34enni passa al 90,6% delle ultrasessantacinquenni. Il divario distributivo viene confermato soprattutto sulla base della ripartizione del tempo dedicato al lavoro familiare nelle coppie con figli ed entrambi i genitori occupati full time. Dal campione emerge che il 65% delle donne (un intervistato su cinque) dedica in media 6 ore e 15 minuti al giorno nella cura familiare. In conclusione, il 19,2% degli intervistati uomini pensa che le donne dovrebbero dedicarsi alla casa e prendersi cura della famiglia. Questa convinzione oltre ad essere condivisa al Nord per il 20%, al Centro con il 17% e nel mezzogiorno con il 20%, cresce all’aumentare dell’età (28,5% degli ultrasessantacinquenni) ma diminuisce rispetto a chi possiede titoli di studio più elevati (8,6%). 

Il mondo del lavoro a parità di ruolo

Da un punto di vista di gender gap, il 54,6% delle donne, a parità di ruolo lavorativo, sostiene di percepire una retribuzione più bassa degli uomini (23,5%). Mentre sono gli uomini a dichiarare nel 69,9% dei casi di guadagnare più o meno come le colleghe donne. Il divario retributivo si fa “sentire” rispetto ai titoli di studio posseduti. Dal campione emerge che le professioniste laureate arrivano a percepire uno stipendio il 34% più basso rispetto ai maschi, mentre il 56% degli intervistati dichiara che la retribuzione è pressappoco identica a quella dei colleghi uomini.

Donne, Media e politica

Alla domanda se le donne siano coinvolte nei dibattiti in Tv o sui giornali che riguardano temi politici ed economici, nel complesso il 65,9% del campione ritiene che siano abbastanza rappresentate. Se analizziamo però i dati per genere vediamo che sono gli uomini con il 71,4% delle risposte a pensare che siano ben rappresentate, mentre questa quota perde oltre 10 punti se le risposte arrivano dal mondo femminile (60,9%). All’item se viene offerto uguale spazio e ruolo degli uomini nei dibattiti televisivi, il 76% del campione maschile risponde di avere pari opportunità contro il 53% dell’universo femminile. Quanto alla valorizzazione del lavoro svolto dalle donne nel settore dell’informazione, la popolazione maschile ritiene che giornaliste, conduttrici e professioniste dell’informazione ricoprano gli stessi ruoli dei colleghi e non vengano valorizzate solo per il 15,8% dei casi contro il 46,4% della componente femminile. Il 51,8% degli italiani ritiene infatti che non cambierebbe molto se le donne ricoprissero ruoli di rilievo nel settore dell’informazione. Quanto alla capacità di interpretare i fatti reali, nel complesso il 68% degli intervistati crede che le donne abbiano maggiore capacità di pensare e leggere la realtà rispetto agli uomini. A pensarla così sono le donne con il 75,7% delle risposte, rispetto al 59,6% degli uomini. Infine, il 69,4% del campione maschile ritiene che le donne non siano penalizzate se impegnate in politica, addirittura 4 italiani su 10 crede che molte cose andrebbero meglio se ci fossero più donne nei ruoli apicali della politica.

Il sottosegretario all’editoria Andrea Martella, commentando i dati del sondaggio Tecné ha spiegato che “c’è ancora molto da fare perché le donne abbiano ruoli importanti nel mondo dell’informazione e che oltre alle quote è necessaria una svolta culturale così che i 40 anni previsti per superare il gap di genere possano diventare meno”. Per Anna Rossomando è necessario dare più voce alle donne e spiega che “il ruolo femminile non viene valorizzato o riconosciuto perché non è rappresentato. Questa battaglia deve esser fatta attraverso l’informazione perché sono valori che non riguardano solo l’universo femminile, ma l’intera democrazia”. “Il progetto DireDonne” ha concluso Sandra Zampa “è nato per valorizzare le competenze femminili e usare queste specificità può significare provare a cambiare le cose che non vanno”.

Cristina Montagni

Il Parlamento Europeo sollecita tutti gli Stati membri a ratificare la Convenzione di Istanbul

Per porre fine alla violenza contro le donne, i deputati del Parlamento Europeo il 28 novembre hanno chiesto a tutti gli Stati membri di aderire alla Convenzione di Istanbul e di ratificarla senza esitazioni.

Commissione Europea su violenza di genere

Con la risoluzione non legislativa, adottata il 28 novembre con 500 voti favorevoli, 91 contrari e 50 astensioni, si invita il Consiglio a concludere con urgenza la ratifica da parte dell’UE della Convenzione sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne, nota come Convenzione di Istanbul. Con questa risoluzione si esortano i sette Stati membri che l’hanno firmata, ma non ancora ratificata, a farlo in tempi brevi.

Occorre rammentare che la convenzione di Istanbul, adottata dal Consiglio d’Europa nel 2011, è entrata in vigore nel 2014 ed è stata firmata dall’UE nel giugno 2017. Si tratta del primo strumento internazionale di questo tipo: alla ratifica devono seguire norme globali e giuridicamente vincolanti per prevenire la violenza di genere, proteggere le vittime e punire i responsabili. Nonostante l’UE abbia firmato la Convenzione il 13 giugno 2017, sette Stati membri non l’hanno ancora ratificata: Bulgaria, Repubblica ceca, Ungheria, Lituania, Lettonia, Slovacchia, Lettonia, Slovacchia e Regno Unito e per questo si chiede a questi paesi di farlo senza indugi.

violence_against_womenAzioni concrete del Parlamento Europeo

Tutti i deputati condannano con fermezza gli attacchi e le campagne contro la Convenzione in alcuni paesi che si basano su un’interpretazione errata e una presentazione sbagliata del messaggio e della comunicazione al pubblico. La Commissione europea chiede quindi di considerare la lotta alla violenza di genere come priorità nella prossima strategia europea sul genere e di presentare un atto giuridico che affronti ogni forma di violenza di genere, comprese le molestie online e la violenza informatica. In aggiunta la stessa Commissione chiede che il fenomeno della violenza contro le donne sia inserito in un catalogo dei reati riconosciuti dall’UE.

Tutti gli Stati membri dovrebbero garantire che la Convenzione sia applicata correttamente assegnando finanziamenti adeguati e risorse umane ai servizi predisposti. È fondamentale fornire una formazione adeguata ai professionisti che si occupano delle vittime (magistrati, medici, funzionari di polizia). A tale proposito il Parlamento conferma uno stanziamento di 193,6 milioni di euro per azioni di prevenzione e lotta alla violenza di genere nell’ambito del programma Diritti e Valori.

Ulteriori informazioni

Risoluzione del Parlamento europeo del 28 novembre 2019 sull’adesione dell’UE alla convenzione di Istanbul e altre misure per combattere la violenza di genere

The Istanbul Convention: A tool to tackle violence against women and girls

Cristina Montagni

13° Premio Lux per il cinema: “Dio è donna e si chiama Petrunya” di Teona Mitevska

Il Presidente del Parlamento europeo David Sassoli, ha annunciato mercoledì 27 a Strasburgo il vincitore del 13° Premio Lux per il cinema: “Dio è donna e si chiama Petrunya”, di Teona Mitevska.

Premio Lux 2019

La co-produzione del nord Macedonia, Belgio, Slovenia, Croazia e Francia, racconta la storia di una giovane donna disoccupata che vince la gara per recuperare la croce santa, una cerimonia ortodossa nel giorno dell’Epifania. Improvvisamente, Petrunya ha accesso a una tradizione religiosa solitamente riservata agli uomini. Il film, per la sua intensità e ricchezza di visioni, è visto come un contributo notevole alla lotta femminista contro le società conservatrici.

Gli altri due film finalisti del Premio Lux di quest’anno sono: il documentario “Un mistero all’ONU” del regista danese Mads Brügger (Danimarca/Norvegia/Svezia/Belgio) e “Il Regno” di Rodrigo Sorogoyen, coprodotto in Spagna e Francia.

Premio Lux

Il Presidente David Sassoli durante la cerimonia di premiazione ha dichiarato: “Non sempre è facile affrontare le complessità del nostro lavoro quotidiano senza cadere nei tecnicismi delle nostre attività parlamentari. Dobbiamo comunicare anche le emozioni, dobbiamo utilizzare nuovi linguaggi. E il Premio Lux è uno strumento straordinario per accompagnarci in questo terreno. Trattare le questioni d’immigrazione, di diritto alla salute, di femminismo o di etica politica attraverso i film che il Premio Lux promuove, è un’opportunità che dobbiamo cogliere. Affrontare l’emergenza climatica, il nostro passato coloniale, o discutere del nostro modello di società tramite il cinema è una sfida stimolante, da incoraggiare”.

“Siamo l’unico Parlamento al mondo” ha aggiunto il Presidente Sassoli “che conferisce un premio per il cinema, cerchiamo di esserne orgogliosi”. Ha poi concluso “il premio di questo nostro Parlamento, dei registi e degli autori che abbiamo avuto l’onore di conoscere è particolarmente importante e ne dobbiamo essere fieri ed orgogliosi. Lunga vita alla libertà d’espressione, lunga vita al cinema europeo, lunga vita al Premio Lux”.

Premio Lux a Strasburgo

Estratto video dalla cerimonia di premiazione

Sito web del Premio Lux

Cristina Montagni

Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la Regione Lazio presenta il Premio “Donatella Colasanti e Rosaria Lopez”

Donatella Colasanti e Rosaria Lopez sono state protagoniste delle pagine più cruente della storia del nostro paese. Le due amiche di 17 e 19 anni furono vittime di un barbaro “massacro” nel comune di San Felice Circeo, tra il 29 e il 30 settembre 1975, che fu tra i primi casi di cronaca di femminicidio che sconvolsero la coscienza di tutti, dall’opinione pubblica alle istituzioni italiane.
Premio Cosanti Lopez

Una violenza che andò oltre lo stupro, ad opera di assassini della cosiddetta Roma “bene” che si inserisce in anni in cui le donne avevano raggiunto importanti conquiste: approvazione della legge sul divorzio, interruzione volontaria di gravidanza, introduzione del nuovo diritto di famiglia e la nascita del movimento femminista. In ricordo della triste vicenda e della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne che si celebra il 25 novembre, la Regione Lazio ha presentato molte iniziative per sensibilizzare i cittadini, ma soprattutto i giovani su questo tema.

Bando della Regione Lazio

Per la promozione di una cultura del rispetto dei diritti umani fondamentali e delle differenze tra uomo e donna, è stato presentato il bando per ricordare Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, con il “Premio Colasanti Lopez”, rivolto alle scuole secondarie e agli istituti di formazione del territorio, finanziato dalla Regione Lazio per l’anno scolastico 2019-2020. Gli studenti potranno elaborare scritti e progetti sul tema e i vincitori riceveranno un voucher per l’acquisto di materiale a supporto della didattica pari a 5.000 euro. Le domande potranno essere presentate fino al 15 aprile 2020. Bando per partecipare : Scheda Premio Colasanti Lopez

Appuntamenti della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne

Durante il pomeriggio del 25, Giovanna Pugliese e Alessio D’amato, hanno presentato “Salute in rosa”: linee guida per l’accoglienza e il supporto alle donne vittime di violenza all’interno dei pronto soccorso e delle strutture ospedaliere del Lazio. In serata, nel polo culturale “Spazio Rossellini” in via della Vasca Navale a Roma, è andato in scena lo spettacolo “Taddrarite”, scritto da Luana Rondinelli con Donatella Finocchiaro, Claudia Potenza e Antonia Truppo.

L’assessora Giovanna Pugliese, il 29 novembre visiterà il centro antiviolenza “Galassia” di Formello e il 30 novembre verrà presentata la casa delle donne ad Amatrice. Infine, il 3 dicembre nella casa della salute di Santa Caterina della Rosa di via Nicolò Forteguerri 4 a Roma, prenderà il via il corso di formazione per operatori socio-sanitari e operatrici dei centri antiviolenza.

Impegni della Regione Lazio

A fronte dei 94 casi di femminicidio verificati in Italia nei primi mesi del 2019 e dei 1300 casi di maltrattamenti compiuti a Roma nel 2018, la Regione ha avviato l’apertura di tre nuovi centri antiviolenza a Formia, Civitavecchia e nei comuni del Cassinate e due case rifugio in provincia di Civitavecchia e nel distretto socio-sanitario dell’Asl Rm6 che si aggiungono ai 23 centri antiviolenza e alle 9 case rifugio regionali già attivi.

Inoltre, a seguito di un bene confiscato alla criminalità organizzata, a Roma verrà consegnata la prima casa della semiautonomia del Lazio riservata alle donne in uscita dalle case rifugio, un luogo dove potranno ricostruire un percorso di vita indipendente per sé e per i propri figli. La Regione, che per prima ha introdotto il contributo per i minori figli di donne vittime di femminicidio, ha infine programmato il rifinanziamento del fondo con altri 200mila euro.

Riflessioni delle istituzioni, della politica e il ricordo dei familiari della Colasanti e Lopez

“Prevenire, proteggere e punire, è la linea seguita dalla Regione Lazio in difesa delle donne vittime di violenza. Bisogna presentare delle risposte e la Regione ha delle politiche che passano per la prevenzione, per l’impegno culturale nelle scuole e per la presa in carico delle vittime da parte delle Asl e della rete medica” ha commentato Nicola Zingaretti. Ha poi aggiunto che “l’impegno della Regione continua sia con la rete dei centri antiviolenza, che con il fondo per gli orfani vittime di femminicidio e con la campagna nelle scuole “Io non odio”, perché una delle priorità è cambiare la mentalità generata dagli uomini, spesso in famiglia”. “Sono giornate importanti” ha spiegato Giovanna Pugliese “perché se guardiamo ai dati ci accorgiamo che l’80% delle violenze avvengono in ambito familiare. Quello che serve è un’educazione ai sentimenti per le ragazze e i ragazzi e ricostruire un nuovo modo per essere cittadini liberi in una società diversa”.

“Il concorso” ha spiegato Cecilia D’Elia “serve ad affidare ai ragazzi il ricordo dei fatti del Circeo. Servono azioni integrate su tre fronti, quello di prevenire, proteggere e punire”. Prevenire, cioè sradicare la cultura della violenza dal concetto di relazione, proteggere per offrire alle vittime luoghi di sostegno e punire con il perseguimento dei reati e la certezza della pena. La D’Elia ha poi ricordato Donatella con le sue poesie scritte su fogli di carta lasciati negli uffici della Regione, alcune delle quali sono state lette dall’attrice Claudia Gerini. Infine, tra gli interventi più intensi, c’è stato il ricordo di Letizia Lopez, sorella di Rosaria che ha commentato che dal ’75 ad oggi sono stati fatti passi in avanti ma le donne continuano a morire. “Gli assassini di mia sorella” ha detto Letizia “non hanno fatto la galera e le istituzioni non hanno fatto niente. Nel 2005 lo Stato ha dichiarato sano Angelo Izzo, faceva l’assistente sociale, è uscito ed ha ucciso due persone, una madre e una figlia”. Infine, Roberto Colasanti, fratello di Donatella morta alcuni anni fa a seguito di un male incurabile, ha detto che la sorella sarebbe stata orgogliosa di sapere che “un premio del genere portasse il suo nome”.

Alla presentazione del premio sono intervenuti il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, Giovanna Pugliese, assessora al turismo e alle pari opportunità, Eleonora Mattia, presidente IX commissione del consiglio regionale del Lazio, Claudio Di Berardino, assessore al lavoro e alla formazione, Cecilia D’Elia, presidente per la prevenzione e al contrasto sulla violenza di genere, l’attrice Claudia Gerini, Roberto Colasanti, fratello di Donatella Colasanti e Letizia Lopez, sorella di Rosaria Lopez.

Cristina Montagni

Dichiarazione del Presidente David Sassoli al 30esimo anniversario sui diritti dell’infanzia

Il 20 novembre a Bruxelles, in occasione del 30° anniversario della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, David SASSOLI, Presidente del Parlamento europeo, ha chiesto che la protezione dei bambini venga posta al centro dell’agenda di lavoro della nuova Commissione europea.
30 esimo anniversario diritti dei minori

Il presidente che ha tenuto il suo discorso di apertura alla presenza di Sua Maestà Mathilde, Regina del Belgio e dell’ambasciatore UNICEF David Bisbal, ha sottolineato l’importanza e il significato della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia, dichiarando: “La Convenzione ha contribuito a garantire che i bambini non fossero più considerati proprietà dei loro genitori o di qualsiasi altra autorità. La Convenzione sui diritti dell’infanzia rimane il trattato maggiormente ratificato nella storia del mondo e ha contribuito a trasformare la vita di milioni di persone. Tuttavia, nell’era della globalizzazione e del progresso digitale è inaccettabile che ogni anno muoiano più di sei milioni di bambini di età inferiore ai 15 anni, la maggior parte per cause prevedibili. Se non agiamo in fretta, prima del 2030 moriranno oltre 55 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni”.

“L’Unione europea deve svolgere il proprio ruolo nella difesa dei diritti dei minori in tutto il mondo. È inconcepibile che oltre 152 milioni di bambini siano privati ​​della loro infanzia e della loro istruzione perché costretti a lavorare e subire le peggiori forme di sfruttamento, come schiavitù, prostituzione o l’arruolamento come soldati nei conflitti. Dobbiamo fare tutto il possibile per porre fine a questo abuso”.

 

Il Parlamento europeo a tal fine ha sollecitato la promozione e la protezione dei diritti dei minori attraverso la politica estera dell’UE e ha chiesto alla Commissione di proporre una strategia e un piano d’azione per il raggiungimento di tale obiettivo. Inoltre, ha nominato un coordinatore speciale per i diritti dei minori, la vicepresidente On. Ewa Kopacz, per intervenire a livello legale e politico al fine di ascoltare tutte le preoccupazioni provenienti dai minori.

Cristina Montagni

Gli italiani e la povertà educativa minorile

Due terzi degli italiani dichiara di aver sentito parlare di povertà educativa minorile. Nella percezione dei cittadini, è la disattenzione dei genitori (76%) la principale causa di povertà educativa dei minori. Per 9 italiani su 10 è un fenomeno grave, per l’83% degli intervistati le azioni di contrasto sono importanti per lo sviluppo del Paese. La scuola da sola non basta e la responsabilità della crescita dei minori coinvolge tutta la comunità (46%).

Con i bambini

In occasione della Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che ricorrerà il 20 novembre, l’impresa sociale Con i Bambini il 18 novembre ha presentato un’indagine realizzata da Demopolis “Gli italiani e la povertà educativa minorile” sulla percezione del fenomeno della povertà educativa nel nostro Paese. A commentare i risultati erano Stefano Buffagni, presidente del comitato di indirizzo strategico del Fondo; Francesco Profumo, presidente di Acri; Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo Settore; Pietro Vento, direttore di Demopolis e Carlo Borgomeo, presidente di Con i Bambini.

Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile nasce da una collaborazione tra le Fondazioni bancarie rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo che sostengono interventi per rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la fruizione dei processi educativi da parte dei minori. In tre anni il Fondo ha presentato più di 355 progetti in tutta Italia con un contributo di circa 281 milioni di euro. Gli interventi interessano oltre 480 mila bambini e ragazzi, insieme alle famiglie che vivono in condizione di disagio, coinvolgendo 8 mila organizzazioni, tra Terzo settore, scuole, enti pubblici e privati.

povertà educativa Con i bambini

Risultati dell’indagine demoscopica Demopolis

La povertà educativa è strettamente legata a quella economica, come viene dichiarato dal 64% degli italiani, ma il fenomeno ha radici più ampie. Per l’opinione pubblica la disattenzione dei genitori (76%) è la principale causa del fenomeno e due intervistati su tre citano le condizioni di disagio sociale (67%), di svantaggio economico (64%) e di conflittualità familiare (62%). Inoltre, il 59% degli intervistati segnala il degrado dei quartieri di residenza fra le cause primarie della povertà educativa e uno su due segnala una frequenza scolastica irregolare, stimoli inadeguati, scarse occasioni culturali e del tempo libero e un uso eccessivo dei social network. Per la maggior parte degli intervistati la povertà educativa minorile è un fenomeno grave che incide direttamente sullo sviluppo del Paese. Credere però che sia un fenomeno che riguarda solo il Sud (63%) o gli adolescenti (56%) è un errore di valutazione: la povertà educativa, seppur marcata in molte aree meridionali e tra i giovanissimi, riguarda tutto il Paese e intacca il futuro dei ragazzi già dalla prima infanzia.

Il 68% degli italiani dichiara di aver sentito parlare di povertà educativa minorile, anche se il 25% degli intervistati ammette di non sapere di che cosa si tratti. Un quarto del paese pensa che tra i fattori di causa vi è il mancato accesso agli asili nido e ai servizi per l’infanzia. Le maggiori preoccupazioni degli italiani, con riferimento ai minori, si riferiscono a fenomeni per lo più adolescenziali: la dipendenza da smartphone e tablet (66%); bullismo o violenza (61%); la crescente diffusione della droga (56%) e l’aggressività nei comportamenti (52%).

In un contesto in cui le disuguaglianze sociali ed economiche continuano ad aumentare, per il 63% degli italiani le probabilità di un ragazzo nato da una famiglia a basso reddito di avere successo sono più basse rispetto a 20 o 30 anni fa. Inoltre, secondo l’indagine, solo l’11% degli intervistati concorda che la scuola sia l’unica soluzione deputata alla crescita dei ragazzi, mentre emerge una nuova consapevolezza all’interno dell’opinione pubblica, e cioè che la responsabilità della crescita dei minori è di tutta la comunità (46%). L’indagine ha anche confermato che solo metà dei ragazzi, negli ultimi 12 mesi, ha partecipato a spettacoli, cinema o teatri e il 58% del campione ha dichiarato che i figli, nell’ultimo anno non hanno letto libri e il 72% non ha potuto fruire del tempo pieno a scuola. Meno di un quinto, infine, ha frequentato l’asilo nido per il funzionamento e la compensazione delle dinamiche familiari.

Dichiarazioni dei rappresentanti del Terzo settore

Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile rappresenta un’innovazione per il paese, per dare un futuro ai minori e alle famiglie – ha dichiarato il vice ministro Stefano Buffagni. “È inaccettabile che 1 milione e 200 mila minori siano costretti a vivere sotto la soglia di povertà e che un numero maggiore di ragazzi abbiano negate le opportunità di costruire un domani migliore”. “Il Governo per permettere alle famiglie di uscire da questa condizione” ha spiegato Claudia Fiaschi “sta sostenendo interventi concreti sul territorio rafforzando il ruolo delle comunità educanti. E una delle questioni più gravi che riguardano bambini e ragazzi di oggi è la mancanza di pari opportunità nell’accesso ai servizi”. I numeri sulla povertà educativa minorile nel nostro Paese sono in forte crescita. Nel 2005 era assolutamente povero il 3,9% dei minori di 18 anni, un decennio dopo la percentuale di bambini e adolescenti in povertà è triplicata, attualmente supera il 12%. Il Terzo settore ha un ruolo di primo piano nel rifondare una cultura educativa che accompagni l’inserimento delle nuove generazioni nelle comunità, offrendo un miglioramento delle condizioni di vita ed una prospettiva migliore per le famiglie e i ragazzi italiani.

Cristina Montagni

Gender diversity e leadership nell’era digitale

Di gender diversity e leadership se ne parla spesso per studiare i comportamenti legati al mondo del lavoro femminile e capire quanto le discriminazioni di genere incidono sul tessuto economico e sociale di un paese. Competenze e formazione rivestono un ruolo centrale, da qui la necessità di guidare le donne nei percorsi di carriera affinché le opportunità dell’innovazione tecnologica siano equamente distribuite tra i generi e definire un contesto favorevole che le accompagni nell’era digitale.

Un ruolo determinante è svolto dai corpi intermedi che hanno il compito di aiutare le imprese italiane e favorire i processi d’innovazione nei settori del commercio e dei servizi. Di questi temi si è parlato a fine ottobre nell’indagine “Gender diversity e leadership ai tempi della digitalizzazione” presentata in anteprima a Roma dall’Istituto di formazione Quadrifor che ha analizzato i trend delle donne che lavorano nella digital trasformation. Per “mappare” l’identikit della donna manager, l’istituto ha rilevato le necessità di riorganizzare il lavoro nei processi aziendali, le aspettative delle manager nei confronti dell’aggiornamento professionale, le competenze che servono per incidere sull’attività delle imprese insieme agli aspetti legati al mondo della conciliazione vita-lavoro e le difficoltà di emergere a parità di titoli di studio. I dati integrati con le rilevazioni Istat, Eurostat e World Bank, si basano su un panel di 67mila quadri e 14mila imprese relative alle partecipazioni delle middle manager del terziario e ai corsi di formazione Quadrifor. I risultati presentati dalla presidente e dal direttore dell’istituto, Rosetta Raso e Roberto Savini Zangrandi, sono stati analizzati da Pierluigi Richini, responsabile della formazione a cui si sono aggiunte le osservazioni di professioniste del mondo accademico, media e azienda, per sottolineare il valore delle donne in posizioni apicali, alla luce del cambiamento del mondo del lavoro provocato dalla digitalizzazione dell’economia.

Più istruite e più formate – identikit delle donne manager

Nel 2018 le donne manager tra i 36 e i 45 anni erano più giovani degli uomini del 35% rispetto al 30% della media maschile, ma la prospettiva cambia tra i 55 anni ed oltre, dove la controparte maschile tocca la quota del 25% rispetto al 18% della popolazione femminile. Se si confrontano i dati rispetto ai percorsi di formazione per genere nei paesi UE, le italiane tra i 25-64 anni risultano più scolarizzate degli uomini (9% contro il 7%), ad eccezione delle tedesche e greche che raggiungono pari livelli fra uomini e donne, 8% e 4%. Tassi elevati d’istruzione si riscontrano se si osserva la distribuzione per titoli di studio. Infatti, il 59% delle italiane possiede una laurea o un master rispetto al 51% dei colleghi maschi. Nonostante siano più istruite continuano ad incontrare maggiori difficoltà degli uomini nell’accesso al mondo del lavoro.

Distribuzione geografica e principali settori d’impiego

La ripartizione geografica non rileva ampie differenze fra donne e uomini quadro, ad eccezione del 3% di donne in Lombardia e un 4% di uomini nel nord est dell’Italia. In generale si conferma una forte presenza femminile nelle aziende del terziario del nord ovest (64% in Lombardia) ma una scarsa concentrazione di manager nel sud e isole rispetto alle altre aree del territorio nazionale. Per quanto riguarda i principali settori d’impiego, una quota rilevante di donne il 14%, è inquadrata nelle risorse umane (servizi alle imprese, amministrazione, formazione e relazioni sindacali) rispetto al 6% degli uomini, il 28% è addetta alle funzioni di finanza e controllo di gestione d’impresa contro il 18% dei colleghi uomini ed il 24% è addetta alla comunicazione e marketing rispetto al 15% della componente maschile. In sintesi, 7 donne manager su 10, circa il 71%, hanno una diretta responsabilità su un team di collaboratori che operano in sede e/o in remoto mentre la quota dei colleghi uomini è di poco superiore, circa il 74%.

Percezione della soddisfazione delle donne vs uomini

Tra gli elementi di soddisfazione lavorativa, le donne danno maggiore rilevanza ai fattori qualitativi del proprio ruolo, mentre gli uomini pongono più attenzione al riconoscimento del loro impegno e alla capacità competitiva. Non è un caso che sulle percezioni di ruolo maschile/femminile, il 37% delle donne (27% uomini) ritiene motivazionale la possibilità di utilizzare conoscenze e competenze di natura interdisciplinare/trasversale e la possibilità di apprendere cose nuove (36% e 33%) siano fattori irrinunciabili rispetto alla controparte maschile (29% e 31%). Gli uomini sono più legati al riconoscimento della loro capacità competitiva come opportunità di avanzamento di carriera (10% vs 7%), al riconoscimento legato al raggiungimento degli obiettivi (16% vs 13%), avere una buona retribuzione (20% vs 14%), una maggiore flessibilità sul lavoro (21% vs 17%) e ottenere una posizione influente all’interno dell’organizzazione aziendale (8% contro 7%). In buona sostanza dalla ricerca emerge che le donne tendono a considerare aspetti legati alla possibilità di carriera un’accezione negativa a causa del diffuso senso di sfiducia verso le opportunità di avanzamento offerte dalle aziende e dal mercato del lavoro in generale.

 

Competenze professionali di genere

Per quanto riguarda le competenze professionali, gli uomini riscontrano un atteggiamento positivo da parte dell’azienda rispetto ai corsi frequentati durante l’orario di lavoro (59% rispetto al 54% delle intervistate) e che il 31% delle donne percepisce forti differenze rispetto agli uomini nelle opportunità di accesso alla formazione offerte dall’azienda. Oltre la metà di esse (53%) lo riconduce ad una cultura aziendale discriminatoria che favorisce la crescita professionale degli uomini e la difficoltà per le donne di conciliare i tempi di formazione con i tempi di vita personale e familiare. Questo atteggiamento culturale genera una situazione oggettiva di svantaggio per le donne che dichiarano per il 22% d’incontrare pesanti resistenze nel concordare obiettivi e contenuti della formazione con i propri superiori, da qui la necessità di realizzare attività formative fuori sede o al di fuori dell’orario di lavoro imposto dalle aziende.

Preferenze e atteggiamenti delle manager verso la digital trasformation

In base alla ricerca le donne sono più orientate al miglioramento della consapevolezza di sé e dei propri punti di forza (40% rispetto al 36% degli uomini), mentre la componente maschile predilige i temi dell’innovazione (34% sul 28% della popolazione femminile). Le manager scelgono i campi del marketing-commerciale (12% contro 8% degli uomini) e strategie degli scenari (17% su 15% dei colleghi maschi). Rispetto alle attività della digital trasformation, le donne sono propense all’utilizzo di tecniche legate all’analisi dei dati per prendere decisioni (29% su 21% degli uomini), alla valorizzazione dei talenti dei nativi digitali, mentre gli uomini sono orientati alle innovazioni della digitalizzazione (27% uomini su 23% donne), all’acquisizione di strumenti per la gestione di team virtuali (16% uomini su 13% donne) e alla promozione della cultura della digital economy (9% contro il 6% della controparte femminile). Il report quindi mette in luce un sostanziale ripiegamento sui temi centrali della digital trasformation che confina le speranze delle manager in un ambito lavorativo poco ambizioso, che scoraggia le culture organizzative inclusive, aperte e plurali senza valorizzare le attività della formazione continua che dovrebbero costituire gli standard minimi di competenze di genere.

Pareri delle professioniste del mondo accademico, dei media e delle aziende

Tiziana Catarci, direttrice del dipartimento di ingegneria informatica della “Sapienza” università di Roma, ha sottolineato che il mondo del lavoro va verso l’ICT che in Italia pesa solo per il 14-15%, mentre in Europa incide per il 20-25%. “Nonostante molte ragazze scelgano percorsi di studio scientifici” ha detto “è un dato che la maggior parte degli stereotipi vengano proprio dalle famiglie, società e media senza contare che in Italia il contesto storico-culturale le spinge verso le discipline umanistiche”. Chiara Lupi, direttrice editoriale edizioni Este, ha sottolineato che là dove le competenze scientifiche ci sono, il circolo vizioso di un’offerta retributiva non è al passo con gli altri paesi, da qui le “teste” migliori tendono ad emigrare. Esistono eccezioni, in cui aziende virtuose creano al loro interno Academy dove formare i propri dipendenti o avviare cooperazioni con istituti tecnici, dimostrando di lavorare con responsabilità sociale sul territorio in cui operano. Manuela Vacca Maggiolini, HR Director AbbVie Italia, ha spiegato che per le multinazionali mettere in atto le buone pratiche sulla gender diversity è più semplice perché l’attenzione a questi temi è sentita dai vertici della produzione.

Cristina Montagni