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Festival dell’Economia 2019

Il Festival dell’economia a Trento quest’anno va dritto al punto. Giunto alla 14a edizione e sostenuto dalla Provincia autonoma di Trento, l’evento si svolgerà dal 30 maggio al 2 giugno per discutere sulle trasformazioni intervenute negli ultimi anni a livello globale che avranno come architrave il tema della “Globalizzazione, nazionalismo e rappresentanza”.  La maratona economica prevede oltre sessanta incontri, tra lecture, dialoghi, proiezioni cinematografiche e dibattiti a partire dai libri pubblicati negli ultimi mesi per raccontare al pubblico cosa significa globalizzazione, cioè riduzione delle distanze tra i Paesi per una maggiore circolazione di beni e persone. Ad illustrare il programma nella sede romana della casa editrice Laterza, il 16 aprile erano presenti Giuseppe Laterza, i rappresentanti della Provincia di Trento, università e Tito Boeri, direttore scientifico del Festival, che ne ha spiegato il sentiment nel rispetto delle regole del pluralismo e del libero confronto.

Festival dell'economia 2019“Il Festival non sarà una rassegna dedicata alla politica” ha detto Giuseppe Laterza “ma una manifestazione trasversale, non gerarchica per attirare una platea popolare nel senso più nobile del termine”. “La kermesse oltre ad intercettare economisti, intellettuali ed esperti” ha spiegato Boeri “si rapporterà sui temi che stanno a cuore alle persone con esponenti del mondo della cultura, società civile, politica nazionale ed internazionale”.

Globalizzazione per ridurre le differenze

“Questo Festival, rispetto alla passata edizione (Festival dell’economia 2018) è il più globale delle edizioni passate” ha commentato Tito Boeri. “La globalizzazione” ha ricordato “è un fenomeno in corso che oltre ad aver ridotto le distanze fra i popoli, ha reso facile la circolazione dei beni, capitali e persone permettendo il trasferimento di idee e culture, si pensi ad alcune religioni che nel tempo sono state “spazzate via” per effetto del sistema globalizzato”. “A seguito di queste trasformazioni” ha proseguito “sono sorte reazioni nazionaliste generando nei paesi spinte al protezionismo, innalzando barriere commerciali fino a chiudere le frontiere all’immigrazione”. Il terzo termine è rappresentanza. “Negli ultimi anni” ha spiegato Boeri “alcuni paesi hanno visto l’affermazione di partiti che si sono opposti al popolo ed una élite che ha invocato il ripristino della sovranità nazionale generando uno sconvolgimento della classe dirigente e delle rappresentanze politiche. “Interessante” ha concluso “sarà il contributo di scienziati ed economisti che dialogheranno sul bilanciamento del potere e sul ruolo dei corpi intermedi necessari per evitare l’eccessiva concentrazione di potere delle maggioranze politiche che possono minare la stessa democrazia”.      

Programma del Festival

Un’anteprima del programma sarà presentata il 23 maggio a Roma presso l’Associazione della Stampa Estera dove l’economista Guido Tabellini commenterà i risultati di una ricerca volta a capire quanto siano distanti le opinioni degli europei fornendo informazioni per interpretare il voto europeo di maggio.

Festival dell'Economia di Trento 2019Il 30 maggio dopo l’inaugurazione del Festival, l’economista e politologo James Robinson, terrà una lecture per rispondere alla domanda Cosa si può fare del populismo? Alberto Alesina, dell’Harvard University, rifletterà sul rapporto fra immigrazione e stato sociale comparando i fatti con le percezioni più diffuse. Sabino Cassese commenterà sul rapporto fra istituzioni politiche nazionali, macchina dello Stato e mercato globale. Per non dimenticare poi l’attentato a Strasburgo dell’11 dicembre 2018 in cui rimase vittima il giovane giornalista trentino Antonio Megalizi, la sera del 31 sarà dedicata al suo progetto Europhonica e a ciò che a lui stava a cuore: cioè un’Europa non solo burocratica, ma vicina alla vita delle persone e piena di opportunità. Il 1° giugno, Elhanan Helpman parlerà del rapporto fra globalizzazione e disuguaglianze, mentre Filippo Grandi, Alto commissario delle nazioni Unite per i rifugiati, fornirà una testimonianza sulle conseguenze del recente conflitto in Libia. Tra i prestigiosi relatori molto atteso sarà l’intervento di John Bercow, speaker della Camera dei Comuni inglese e del premio Nobel Michael Spence che discuterà sull’integrità delle competenze.

Il Festival nelle piazze e nelle vie di Trento

Il Festival non vive solo nelle sedi ma coinvolge le piazze del centro storico con attività apprezzate dal popolo dello Scoiattolo. In Piazza Duomo, oltre alla libreria del Festival, sarà istallato un maxi schermo che permetterà di seguire in diretta i principali eventi. Nel cortile del Palazzo Thun ci saranno laboratori creativi per i più piccoli, mentre Piazza Lodron ospiterà il Bicigrill, in cui sarà possibile noleggiare gratuitamente una bicicletta per tutta la manifestazione. In piazza Santa Maria Maggiore, la fondazione Demarchi proporrà laboratori culturali per valorizzare un’economia attenta ai temi sociali e ambientali, mentre nella galleria Civica sarà allestita una mostra fotografica per presentare i fenomeni sociali, politici ed economici di attualità.

Cristina Montagni

Codice Rosso, il pacchetto violenza sulle donne passa al Senato

codice rosso3

Il 3 aprile la Camera dei Deputati ha approvato il pacchetto di misure che inaspriscono le pene in materia di violenza sulle donne. Si promette un iter veloce nelle indagini riguardanti i reati di violenza domestica e di genere e prevede che la vittima dovrà essere ascoltata entro poche ore dalla violenza per applicare la misura cautelare nei confronti dell’indagato per evitare che le violenze sfocino in omicidi. Il decreto battezzato “Codice Rosso” voluto dal ministro della giustizia Alfonso Bonafede e dal ministro della pubblica amministrazione Giulia Bongiorno, passerà al Senato ad eccezione della norma sulla castrazione chimica che sarà presentato successivamente. Codice Rosso contempla quindi una serie di misure tra cui il revenge porn di cui abbiamo parlato in un precedente articolo (Revenge Porn) e di estendere l’uso del braccialetto elettronico a tutte le misure a tutela delle vittime di violenza (es. ordine di allontanamento e divieto di avvicinamento alla vittima).

Analizziamo in dettaglio il pacchetto Codice Rosso

Processi veloci – si introduce una corsia preferenziale per le denunce e le indagini per i reati sessuali. Si prevede che la comunicazione del reato viene data immediatamente anche in forma orale a cui segue quella scritta con le indicazioni e la documentazione prevista. Il pubblico ministero avrà tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato per raccogliere le informazioni, ad eccezione solo se la vittima è un minore. Altra novità è l’allungamento dei tempi per sporgere la denuncia: la vittima avrà 12 mesi e non più 6 per sporgere denuncia dal momento della violenza sessuale.

Stalking – la reclusione passa da un minimo di 1 anno fino a 6 anni e 6 mesi 

Revenge porn e sexting – l’emendamento approvato introduce un nuovo articolo nel codice penale, il 613 ter. Il reato è punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5 mila a 15 mila euro. La stessa pena è applicata a chi ha ricevuto, acquisito immagini o video e li pubblica o li diffonde senza il consenso della persona interessata al fine di recare un danno di immagine. La pena aumenta se i fatti sono commessi dal coniuge, anche se separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva con la persona offesa anche attraverso strumenti informatici o telematici. La pena aumenta da un terzo alla metà se i reati sono commessi a danno di una persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o di una donna in stato di gravidanza. (leggi il mio articolo)

Violenza sessuale e abusi nei confronti di minori – La violenza assume un peso rilevante in caso di atti sessuali con minori di 14 anni a cui è stato promesso denaro o qualsiasi altra cosa utile.
La pena sarà aumentata di 1/3 nelle ipotesi più gravi, cioè:
se commesso a genitori, nonni o parenti stretti a prescindere dall’età della vittima;
se commesso nei confronti di chi non ha compiuto ancora 18 anni;
se la vittima non ha ancora compiuto 14 anni;
se la vittima non ha compiuto ancora 10 anni la pena si raddoppia;
se la violenza sessuale è di gruppo, le pene vanno da 8 a 14, anziché da 6 a 12.

codice rosso 2Comunicazione tra gli uffici dei tribunali in caso di procedimenti su minori
Nel processo il minore verrà sempre considerato persona vulnerabile e quindi da tutelare di più se deve essere testimone in un processo sempre fino a che non compie 18 anni.

Maltrattamenti in famiglia o conviventi – il carcere passa da 3 a 7 anni, anziché da 2 a 6 anni. Se i maltrattamenti avvengono di fronte ad un minore o di una donna incinta o di un diversamente abile, la pena arriva fino a 10 anni e mezzo di carcere. Per il reato di maltrattamenti e lo stalking sarà possibile applicare misure di controllo e prevenzione come la “sorveglianza speciale” di pubblica sicurezza. 

Sfregio del viso – La deformazione del volto con l’acido o un qualsiasi altro sfregio permanente di una donna sarà considerato reato e verrà punito col carcere da 8 a 14 anni. Inoltre, se la vittima della deformazione viene uccisa, si applicherà la pena dell’ergastolo.

Estensione della pena fino all’applicazione dell’ergastolo
In caso di omicidio, si applicherà l’ergastolo sia se il colpevole conviveva con la vittima, sia se aveva una relazione stabile senza convivere sotto lo stesso tetto. Inoltre, l’omicidio in questi casi sarà considerato aggravato anche se il rapporto con la vittima era già terminato. In questo caso si applicherà il carcere da 24 a 30 anni.

codice rosso 2

Matrimonio forzato e orfani di femminicidio – con l’emendamento approvato dalla Camera il 12 marzo scorso (costrizione matrimoniale e matrimonio precoce) si punisce chi induce un altro a sposarsi usando violenza, minacce o approfittando di una infermità psico-fisica o per precetti religiosi. La pena va da 2-6 anni se coinvolge un minorenne ed è aggravata della metà se danneggia chi non ha compiuto 14 anni al momento del fatto. Si può quindi arrivare fino a 10 anni e mezzo di carcere.

Formazione Forze dell’ordine – per contrastare tutte queste fattispecie verranno istituiti corsi di formazione destinati al personale che esercita funzioni di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria, sia per la prevenzione che sul perseguimento dei reati.

Cristina Montagni

 

Violenza sulle donne. La Camera dei Deputati approva all’unanimità il reato di Revenge Porn

Onorevole BuongiornoLa Camera dei Deputati il 2 aprile nell’ambito dell’esame del disegno di legge recante “Modifiche al codice penale, in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere (C. 1455-A​)”, ha approvato l’emendamento sul revenge porn o porno vendetta.

L’Italia ancora non aveva una legge in tal senso mentre è riconosciuto come reato in Germania, Israele e Regno Unito e in trentaquattro Stati degli Usa. Il fenomeno nel nostro paese ha visto una crescita esponenziale negli ultimi anni dove episodi di vendetta pornografica hanno assunto contorni drammatici, come il suicidio delle vittime esasperate a seguito della diffusione di video o scatti privati.

Il testo approvato prevede all’art. 612-bis la seguente disposizione: 

“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque dopo averli realizzati o sottratti, invia, consegna, cede, pubblica o diffonde immagini o video a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro. La stessa pena si applica a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o il video li invia, consegna, cede, pubblica o diffonde senza il consenso delle persone rappresentate al fine di recare loro danno. La pena è aumentata se i fatti sono commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona o se i fatti sono commessi attraverso strumenti informatici o telematici. La pena è aumentata da un terzo alla metà se i fatti sono commessi in danno di persona in condizione di inferiorità fisica o psichica o in danno di una donna in stato di gravidanza. Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. La remissione della querela può essere soltanto processuale. Si procede tuttavia d’ufficio nei casi di cui il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio”.

revenge porn

Cos’è il revenge porn

Il revenge porn può essere identificato nella pubblicazione, o minaccia di pubblicazione (anche a scopo di estorsione), di fotografie o video che mostrano persone impegnate in attività sessuali o ritratte in pose sessualmente esplicite, senza che ne sia stato dato il consenso dal diretto interessato, ovvero la persona o una delle persone coinvolte. La cronaca ha dimostrato che a perpetrare il ricatto sessuale siano soprattutto persone legate alla vittima da un rapporto sentimentale (coniugi, compagni/e, fidanzati/e) che agiscono in seguito alla fine di una relazione per “punire”, umiliare o provare a controllare gli ex facendo uso di immagini o video in loro possesso. Può trattarsi di selfie scattati dalla stessa vittima e inviati all’ex partner, oppure di video e fotografie scattate in intimità con l’idea che dovessero rimanere nella sfera privata oppure, di scatti e riprese avvenuti di nascosto, senza che una delle parti ne fosse consapevole. La condivisione di tali immagini può avvenire in rete, o attraverso e-mail e cellulari che conduce umiliazione, lesione della propria immagine e della propria dignità, condizionamenti nei rapporti sociali e nella ricerca di un impiego.

Cristina Montagni

Congresso Mondiale delle Famiglie 2019

[Un attacco ai diritti civili, alle conquiste fatte da donne e uomini che credono nei valori della libertà come primo fondamento per una società senza discriminazioni. Tutti dovremmo preoccuparci, il mondo politico e la società civile per evitare che avanzi un tentativo di divisione nelle società tutte] (n.d.r).

Dal 29 al 31 marzo a Verona si terrà il Congresso Mondiale delle Famiglie. L’evento di portata internazionale ha l’obiettivo di unire e far collaborare leader, organizzazioni e famiglie per ribadire e affermare che la famiglia naturale è l’unica e sola unità stabile e fondamentale per la società. Al congresso parteciperà un gruppo di relatori statunitensi fortemente conservatore del WCF (World Congress of Families) il cui fondatore afferma che la crisi demografica occidentale è causata dalla rivoluzione sessuale e femminista.

Profilo dei relatori

congresso-mondiale-delle-famiglieVediamo chi sono i relatori al convegno, le loro valutazioni sulla famiglia, sul divorzio, sui diritti delle donne e della comunità.

Dimitrij Smirnov esponente importante della Chiesa ortodossa russa sull’aborto ha affermato: “aspettarsi qualsiasi tipo di vita felice dopo l’infanticidio è semplicemente ridicolo. Una persona non può trovare la felicità se è l’assassino dei suoi figli. Se vogliamo essere salvati, questi cannibali devono essere spazzati via dalla faccia della terra”. Per Smirnov l’uomo e la donna non sono uguali e ha aggiunto che la propaganda ha “spinto la donna fuori casa instillando in lei pensieri nocivi”.

L’attivista nigeriana Theresa Okafor che si oppone alle rivendicazioni della comunità omosessuale è una sostenitrice convinta della legge che ha vietato i matrimoni gay. E’ a favore di qualsiasi norma che lotti contro le derive delle unioni omosessuali e condanna la contraccezione e i rapporti sessuali protetti, perché dice “l’aspetto di unione e procreazione del sesso non deve cambiare altrimenti porterà a promiscuità e omosessualità”.

Brian Brown, presidente dell’organizzazione internazionale della famiglia, in America da anni lotta contro i diritti degli omosessuali e sta raccogliendo le firme per combattere i piani degli estremisti. Di recente ha affermato: “Quando si abbattono i pilastri della società come il matrimonio e poi si definiscono “bigotte” posizioni bibliche sulla famiglia, ci saranno conseguenze e una di queste potrebbe essere la normalizzazione della pedofilia”. Per Brown ogni bambino dovrebbe avere genitori normali: una madre e un padre.

Alexey Komov esponente dell’associazione internazionale pro-vita di CitizenGo, ha affermato che l’aborto è la prima causa di femminicidio. Komov, uno dei promotori della legge russa contro la “campagna omosessuale”, ha affermato che lo stile di vita omosessuale non è salutare perché ci sono diverse statistiche che mostrano che il tasso di mortalità tra le persone omosessuali è 20 volte più elevato.

A completare questo quadro inquietante, per l’Italia si uniranno gli interventi dei Ministri Salvini e Fontana, oltre a Zaia e Sboarina senza contare che al convegno parteciperà anche Pillon, promotore del contestatissimo DDL in tema di separazione e affidamento dei figli. Lo scorso anno ha dichiarato “non ci sono le condizioni per cambiare la legge 194 sull’aborto, ma anche noi ci arriveremo, come è successo in Argentina”. “L’Argentina” ha aggiunto Pillon “è uno dei paesi nei quali abortire legalmente è impossibile e anche quando è consentito (nei casi di gravidanza conseguente a stupro) la pratica viene ostacolata.

Di fronte a questo panel, cittadini e associazioni che da anni si battono per i diritti civili sono già sul piede di guerra e si stanno organizzando per mettere in campo una serie di iniziative proprio a Verona in occasione del Congresso Mondiale WCF.

Tematiche del Congresso

 I temi affrontati durante il congresso saranno:

  1. La bellezza del matrimonio
  2. I diritti dei bambini
  3. Ecologia umana integrale
  4. La donna nella storia
  5. Crescita e crisi demografica
  6. Salute e dignità della donna
  7. Tutela giuridica della Vita e della Famiglia
  8. Politiche aziendali per la famiglia e la natalità
Cristina Montagni

Il Senato approva i disegni di legge in tema di costrizione matrimoniale nei confronti di minori

spose bambineLa commissione giustizia del senato il 12 marzo ha approvato i disegni di legge per la tutela e la promozione dei diritti umani che modifica il codice penale del nostro paese. Le misure riguardano il contrasto al fenomeno dei matrimoni precoci e forzati, tenendo conto della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948 che riconosce il diritto di ogni persona al matrimonio e la libertà di ognuno a contrarre tale vincolo. Il patto internazionale del 1966 ricorda anche che il matrimonio deve essere celebrato con il libero consenso dei coniugi e che la Convenzione delle Nazioni Unite ribadisce l’abolizione della schiavitù e del commercio di schiavi, assimilando il matrimonio forzato alla schiavitù.

“Introdurre in Italia il reato di matrimonio forzato è una proposta condivisibile, ma va anche considerato il matrimonio precoce”. Questa è la posizione che l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Filomena Albano, ha espresso durante la commissione giustizia del senato in occasione dell’audizione sui disegni di legge in materia di costrizione matrimoniale nei confronti dei minorenni. “Ho invitato la commissione a valutare se il matrimonio precoce vada considerato di per sé forzato anche se il minorenne ha dato il proprio consenso”, ha spiegato Albano, secondo cui “le nozze precoci rischiano di privare le bambine del loro presente e del loro futuro e di condizionare la possibilità di scegliere un compagno di vita e di autodeterminarsi in maniera consapevole e libera”.

“È un’operazione complessa” ha continuato la Garante “ma andrebbe fatta una valutazione approfondita per non lasciare un vuoto di tutela”. “Il comitato sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Onu”, ha rivolto all’Italia la raccomandazione di eliminare le eccezioni che consentono di celebrare il matrimonio ai minori di 18 anni. Nel merito delle proposte di legge all’esame della commissione nel concordare sull’opportunità di prevedere il reato di matrimonio forzato in armonia con la Convenzione di Istanbul (contro la violenza sulle donne), la Albano ritiene che la repressione penale deve essere accompagnata da un lavoro di prevenzione con famiglie e scuola e dalla costituzione di un Osservatorio che monitori il fenomeno e dalla previsione di reti di aiuto specifiche per le vittime.

Cristina Montagni

 

Inps: emanata la circolare sul reddito di cittadinanza

reddito di cittadinanzaL’Inps ha emanato oggi 20 marzo 2019, la Circolare n. 43 del 2019, che disciplina le richieste di Reddito di cittadinanza. Il Reddito di cittadinanza è una misura di politica attiva del lavoro a garanzia del diritto al lavoro, di contrasto alla povertà, alla disuguaglianza e all’esclusione sociale. Assume il nome di Pensione di cittadinanza quando concesso ai nuclei familiari composti esclusivamente da una o più persone di età pari o superiore ai 67 anni.

Può essere richiesto:

  1. agli sportelli postali utilizzando il modulo cartaceo predisposto dall’Inps e pubblicato sul sito Internet dell’Istituto;
  1. on-line sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali redditodicittadinanza.gov.it, tramite le credenziali SPID 2;
  2. presso i Centri di Assistenza Fiscale (CAF).

Le informazioni contenute nella domanda di Rdc devono essere trasmesse dagli intermediari all’Inps entro dieci giorni lavorativi dalla richiesta. Ai fini del riconoscimento del beneficio l’Inps verifica, entro i successivi cinque giorni lavorativi, il possesso dei requisiti per l’accesso al Reddito, sulla base delle informazioni disponibili nei propri archivi e in quelli delle amministrazioni collegate, e definisce la domanda entro la fine del mese successivo alla sua trasmissione all’Istituto.

Nella circolare n. 43 vengono ricordati:

  1. i requisiti, di cittadinanza, residenza e soggiorno, reddituali e patrimoniali, di compatibilità, che i richiedenti devono possedere per avere diritto al beneficio;
  2. gli elementi su cui è calcolato il beneficio economico;
  3. le variazioni da comunicare durante il godimento del beneficio. 

Il beneficio economico viene erogato attraverso la Carta Reddito di Cittadinanza, consegnata dalle Poste Italiane esclusivamente dopo il quinto giorno di ciascun mese. Come previsto per le precedenti prestazioni a sostegno della famiglia e di contrasto alla povertà, compreso il ReI, la legge istitutiva reca la quantificazione e la copertura finanziaria relativa al Reddito di cittadinanza e prevede un meccanismo di monitoraggio, ricordato anche nel modulo di domanda. Peraltro, al momento non vi sono elementi per ritenere che le risorse stanziate potrebbero non essere sufficienti.

La circolare ricorda poi che, a decorrere dal mese di marzo 2019, il Reddito di inclusione non può essere più richiesto e che a partire dal successivo mese di aprile non può più essere riconosciuto né rinnovato per una seconda volta. Chi ha avuto il riconoscimento prima di aprile 2019, avendo presentato domanda entro il 28 febbraio 2019, continuerà a ricevere il Reddito di inclusione per la durata inizialmente prevista, fatta salva la possibilità di presentare domanda per il Reddito di cittadinanza.

Circolare INPS del 20 03 2019 Reddito di Cittadinanza

Manuale reddito di cittadinanza  

Cristina Montagni

 

Rapporto sul Mercato del Lavoro 2018

Rapporto del lavoro 2018

Giunge alla sua seconda edizione il “Rapporto sul Mercato del Lavoro: Verso una lettura integrata”. Il report annuale 2018 frutto della collaborazione tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal, si è posto l’obbiettivo di creare un sistema statistico condiviso elaborando informazioni armonizzate sulle attuali dinamiche nel mercato del lavoro. L’analisi presentata all’ISTAT (Istituto nazionale di Statistica) il 25 febbraio 2019 ha tracciato aspetti congiunturali, ciclici e strutturali che hanno modificato l’apparato produttivo italiano insieme alle caratteristiche e ai comportamenti individuali dell’occupazione. Le principali novità del report di quest’anno hanno riguardato anche elementi inediti: modalità d’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, percorsi e esiti di questo ingresso, la sottoutilizzazione del mercato del lavoro e un bilancio dell’occupazione in 10 anni dalla prima crisi.

Disallineamenti nel mercato del lavoro tra inoccupazione e sottoccupazione

Il decennio appena passato è stato contraddistinto da una lunga recessione che ha trasformato il tessuto produttivo in una riorganizzazione dell’occupazione da lavoro dipendente definito da rapporti di lavoro a tempo determinato, ad un’espansione degli impieghi a tempo parziale. In Italia nonostante qualche miglioramento sulla situazione economica, in generale permane un’ampia inoccupazione e sottoccupazione dovuta ai notevoli disallineamenti formativi e dall’acuirsi degli squilibri territoriali tra il nord e sud del paese. In complesso gli analisti hanno indicato un tasso di disoccupazione fisso al 11% collocandoci al terzultimo posto nella graduatoria Ue28 (7,6% la media europea). Nel 2018 la forza lavoro non utilizzata ma potenzialmente impiegabile nel sistema produttivo ammontava a circa 6 milioni di individui (2,9 milioni di disoccupati e 3,1 milioni forze di lavoro potenziali) registrando un tasso di sottoccupazione più elevato nel mezzogiorno, tra le donne, i giovani e gli stranieri. Da un punto di vista congiunturale il nostro paese ha aumentato il numero dei posti di lavoro rispetto ai livelli pre-crisi, ma ha ridotto il numero delle ore lavorate e Pil del 5,1% e del 3,8% concentrando l’occupazione verso settori a bassa qualifica e bassa retribuzione professionale. In sintesi, l’occupazione dopo una crescita nel 2017, ha raggiunto il suo massimo storico nel 2018 con 23.3 milioni di unità pari al 58% degli occupati contro una media Ue15 del 68%. Il gap occupazionale Italia-UE ha prodotto forti criticità soprattutto sul versante dei giovani. Infatti, con il progressivo ingresso nel mondo del lavoro, si sono acuite instabilità del lavoro permanente per una sottoutilizzazione delle loro capacità potenziali dovuta all’emersione del fenomeno della sovra istruzione. I giovani secondo l’analisi risultano più istruiti rispetto alle mansioni che svolgono e questa sottoutilizzazione è condizionata da una domanda di lavoro non adeguata e da una mancata corrispondenza tra le competenze specialistiche richieste e quelle possedute. Da qui emerge un quadro negativo in quanto aumenta la quota di italiani (dottori, ricercatori, professori e specialisti) che in cerca di migliori occasioni di lavoro, abbandonano il nostro paese per migrare all’estero. Erano 40 mila nel 2008 i giovani che avevano scelto di lavorare fuori dal nostro paese, saliti poi a 115 mila nel 2017, triplicando nel decennio il dato della nostra emigrazione occupazionale.

Mercato del lavoro verso uno spreco di risorse umane

Dal rapporto spiccano nuove modalità nella distribuzione del lavoro a cui si aggiunge una diversa composizione socio demografica dei lavoratori. Un primo cambiamento è stato il part time involontario che negli ultimi dieci anni è aumentato di circa un milione e mezzo, a fronte di un calo di 866 mila occupati full time. L’indebolimento della domanda di lavoro ha anche portato ad una ricomposizione dell’occupazione per settori di attività economica. Infatti, l’incidenza dei lavoratori part time è cresciuta mentre è diminuita nei comparti con maggiore presenza di lavoratori a tempo pieno (industria in senso stretto e costruzioni). Sono soprattutto i lavoratori stranieri a crescere, passando dal 7,1% al 10,6% concentrandosi in prevalenza nel settore alberghiero, ristorazione, agricoltura e servizi alle famiglie. L’occupazione femminile nel 2018 è aumentata di 5,4 punti percentuali, mentre quella maschile ha registrato 388 mila unità in meno pari al 2,8%. In generale dalla relazione si deduce che gli occupati risultano più anziani e più istruiti, le professioni più favorite sono quelle poco qualificate a scapito di quelle altamente qualificate. Per concludere dallo screening emerge un ingente spreco di capitale umano se si pensa che per avvicinarsi al tasso di occupazione Ue15 al nostro paese mancano oltre 3,8 milioni di occupati in settori qualificati come sanità, istruzione e pubblica amministrazione.

Cristina Montagni

Differenza Donna e la Queen Mary University di Londra insieme per presentare il rapporto “What about my right not to be abused?”

Child FirstL’Associazione Differenza Donna insieme alle studiose inglesi della Queen Mary University di Londra hanno presentato al pubblico italiano un’importante ricerca sulla violenza domestica realizzata da Women’s Aid (Federazione composta da oltre 180 organizzazioni non profit che presta assistenza sulle violenze domestiche in tutto il territorio inglese) che ha messo i delicati aspetti riguardanti i rapporti genitoriali nei tribunali di famiglia inglesi. Il rapporto-denuncia “What about my right not to be abused?” esposto il 21 febbraio nella Casa Internazionale delle Donne, si è basato su dati quantitativi e qualitativi e le testimonianze dirette di 72 donne che vivono in Inghilterra. Lo studio che da un punto di vista metodologico è affine alla ONG Differenza Donna, è partito dai vissuti delle donne e dalle esperienze di quelle che hanno avuto accesso alla giustizia per la regolamentazione dell’affido dei minori nei casi di violenza domestica. Dal 2010 Differenza Donna è entrata a far parte del network europeo Women Against Violence Europe (associazioni di 46 Paesi europei impegnate per il contrasto alla violenza di genere e per i diritti delle donne) impegnandosi nei tribunali civili e penali per denunciare gli stereotipi sessisti che impediscono alle donne di vivere una vita libera dalla violenza maschile.  Sempre nel 2010 ha aderito alla campagna internazionale “Every Woman Everywhere” con l’intento di rivedere il trattato partendo dalla dichiarazione ONU del 1993 sull’eliminazione della violenza di genere e dalle raccomandazioni del trattato di uguaglianza del 1979. Al termine della campagna sarà prodotto un documento legale che imporrà alle nazioni di rendere operative le norme in vigore sollecitandole a stanziare maggiori fondi per finanziare gli operatori che lavorano nel settore per prevenire atti di violenza contro donne e ragazze.

Principali risultati delle campagne Child First ed “Every Woman Everywhere”

Locandina Differenza DonnaL’associazione Women’s Aid che nel 2016 ha lanciato la campagna Child First, raccogliendo oltre 44mila firme, ha sollecitato i tribunali della famiglia, la magistratura e il governo inglese a porre al centro di ogni decisione la sicurezza dei bambini e delle donne sopravvissute agli abusi domestici. Grazie alle numerose sottoscrizioni è nata la ricerca Every Woman Everywhere” per dimostrare e far conoscere quanto sia dannosa la violenza domestica sui minori, riconoscendo la violenza assistita o diretta. Dallo studio emerge la totale mancanza di una cultura sulla violenza domestica, senza contare che la violenza inflitta alla madre non è riconducibile alla vita dei bambini ma da un atto del tutto separato. Il dato più preoccupante è che il padre pur avendo commesso violenza sulla madre non è considerato un “cattivo” padre.

“What about my right not to be abused?”Da questa prima analisi sono scaturite diverse raccomandazioni. La prima quella di porre fine alle morti delle bambine e dei bambini, la seconda che le associazioni che si occupano del fenomeno hanno bisogno di maggiore formazione per prevenire e contrastare i fatti sanguinosi con una migliore comunicazione tra gli operatori che lavorano sul campo. Alla luce dei risultati Women’s Aid ha chiesto al governo inglese di operare una totale revisione delle linee guida 12J (linee guida che fanno riferimento all’ordinamento inglese) e che riguardano le decisioni prese rispetto ai minori nelle ordinanze degli incontri parentali, la violenza domestica e il danno. Nel 2017 la norma 12J è stata rivista e di recente la Camera inglese ha ordinato l’inibizione degli incontri diretti in tribunale tra il persecutore e la vittima. La norma ha pure stabilito il campo di azione dei giudici sulle tematiche di genere rispetto alluso di un linguaggio più consono alla violenza domestica, al controllo coercitivo e al danno. La revisione definisce anche le misure speciali da adottare nei confronti delle vittime dei bambini e delle bambine per garantire la loro incolumità in tribunale. Laddove la valutazione del rischio indichi che i minori possono essere in pericolo, il giudice può ordinare il divieto assoluto degli incontri compresi quelli protetti per evitare di esporli ad ulteriori danni. Lo studio denuncia altre criticità come ad esempio il modo con i quali vengono esercitati i diritti umani nei tribunali di famiglia. La scarsa sensibilità nella percezione delle dinamiche degli abusi domestici legati alle discriminazioni di genere che risiedono nei tribunali, la predominanza di stereotipi di genere e atteggiamenti dannosi nei confronti delle sopravvissute e alle madri nei tribunali di famiglia, mettono a rischio la loro vita e la sicurezza dei figli impedendogli di accedere alla giustizia.

Statistiche chiave della ricerca “Every Woman Everywhere”

Dalle testimonianze raccolte il 90% delle donne ha dichiarato che il maltrattante era un uomo, il 67% ha subito abusi fisici, il 57% abusi sessuali, il 55% controlli psicologici, l’83% violenza economica e l‘89% controlli sulla vita personale. Dalle dichiarazioni delle sopravvissute è emerso che nella maggior parte dei casi le donne vittime di abusi non sono state credute, al contrario accusate per non aver subito abusi e ritenute instabili dai giudici. Il 48% delle donne ha spiegato che gli abusi domestici non sono mai stati accertati, mentre altre hanno riferito che l’ex partner ha continuato ad operare un controllo diretto sulla vita sessuale dell’ex compagna anche durante gli incontri con i figli minori. Il rapporto denuncia la scarsa protezione delle donne sopravvissute e delle famiglie all’interno dei tribunali. Un quarto delle intervistate (24%) ha sostenuto di avere subito intimidazioni dall’ex-partner durante le udienze; tre su cinque (61%) hanno testimoniato che non erano state prese misure speciali di protezione, sale d’attesa separate, tempi diversi di entrata/uscita nelle deposizioni, collegamenti video esterni nonostante le reiterate accuse di abusi. La mancanza di misure idonee per le sopravvissute durante il procedimento giudiziario, di fatto danneggia e altera la capacità di deporre impedendo un’efficace difesa dei figli da parte del collegio giudicante. L’indagine ha anche indicato la correlazione tra l’abuso domestico dei sopravvissuti (controlli dopo la separazione) e rischi dovuti alla salute mentale per la sicurezza dei bambini. Il 69% delle sopravvissute ha sostenuto che gli ex-partner si dimostravano violenti anche nei confronti dei bambini, mentre il 38% ha testimoniato che l’ex partner aveva abusato del minore.

Azioni in Italia e in Europa per l’accesso delle donne alla giustizia

Maria Monteleone

Francesco Monastero, ha spiegato che da un anno a Roma è istituito un tavolo interistituzionale permanente che affronta le problematiche delle donne vittime di violenza domestica dando buoni risultati. Il primo è stato quello di aver ottenuto una stanza separata per la testimonianza delle donne che accedono all’aula di giustizia per deporre. Si tratta della prima stanza in Italia dotata di un impianto di video registrazione e sorveglianza che dà la possibilità alla donna di rivivere quel momento doloroso con un approccio più sereno. A breve sarà possibile testimoniare in video conferenza, collegando la stanza a tutte le aule di tribunale, ciò in base alla attuazione della direttiva europea sui diritti della vittima del 2012 e sui principi della Convenzione di Istanbul. Altro risultato che il tavolo ha prodotto è una bozza di linee guida in relazione ai rapporti che devono tenere tribunale civile, procura, tribunale per i minorenni, tribunale penale e servizi a sostegno sul territorio. Un ulteriore provvedimento adottato di recente è che si sono drasticamente ridotti i tempi di giudizio del dibattimento in tutti i casi di stalking e violenza di genere.

“What about my right not to be abused?”

Alida Montaldi ha chiarito che occorre partire da una ricognizione delle procedure che riguarda gli orfani da femminicidi per definire una legge regionale che riconosca l’accesso ad alcuni benefici per i bambini. Purtroppo l’attuale sistema informativo, ha spiegato la magistrata, non consente l’evidenza di queste procedure e l’impegno preso è quello di consentire un’identificazione di tutte le procedure per gestire un monitoraggio fra quelle attuate e quelle da concordare a livello interistituzionale.  “In Italia le leggi ci sono” ha dichiarato Teresa Manente “ed è costituito da un quadro normativo che negli ultimi dieci anni si è rivelato idoneo a contrastare e prevenire il fenomeno delle violenze. Il nodo semmai risiede nell’attuare le norme per una mancanza di sensibilità culturale e conoscenza del fenomeno”. “In sintesi, occorre rendere efficaci le leggi già in vigore in Italia ed applicare in via definitiva la Convezione di Istanbul. Altri disegni di legge sono inaccettabili, contrasterebbero con la costituzione italiana e con la Convenzione di Istanbul” ha concluso la responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna. Franca Mangano, ha sostenuto che i punti di debolezza dell’ordinamento di giudizio sui minori sta nella frammentarietà delle tutele. Il fatto che la stessa situazione abbia più gradi di giudizio da parte di Corti diverse si traduce in una vittimizzazione che può sfociare in un accanimento giudiziario (ripetuto ascolto del minore da parte dei giudici) oppure un vuoto di tutela in alcuni settori (ad esempio il provvedimento di allontanamento del maltrattante). La prospettiva ideale, secondo la giudice, sarebbe quella di una corte unica della famiglia che abbia caratteristiche di specializzazione e che possa conformare l’adeguata tutela sia al minore che alla donna. Luciana Sangiovanni ha sostenuto la necessità di un giudice unico della famiglia, e in attesa che sia varata la legge, il tavolo interistituzionale può offrire molto per condividere le buone prassi. Ha poi commentato che il ruolo della consulenza tecnica sui procedimenti in caso di violenza è importante ma non può sostituirsi alla valutazione del nucleo familiare da parte del pubblico ministero. Maria Monteleone, ha spiegato che la soluzione è quella di sedersi intorno ad un tavolo per studiare linee guida che consentano di monitorare questi fenomeni con il coordinamento efficace tra tutti gli organi giurisdizionali, coloro che svolgono un ruolo di prevenzione e repressione dei reati contro i minori, contro le donne e le persone vulnerabili. Lo stimolo per redigere le nuove linee guida è scaturito a seguito della sentenza del 2017 che ha condannato l’Italia alla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver saputo proteggere una donna e suo figlio che tentava di difendere la madre. Non è un caso che il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), sulla spinta di questa sentenza ha ritenuto doveroso redigere un documento dopo aver raccolto da parte di tutti gli uffici giudiziari d’Italia le prassi più virtuose, per presentare a maggio 2018 una risoluzione che costituisce uno strumento di divulgazione di buone prassi preziosa per tutti gli uffici giudiziari, inquirenti e giudicanti. La bozza delle linee guida ha lo scopo di mettere in atto una sinergia tra giudice civile, giudice penale e giudice minorile. Quanto al ruolo dei consulenti tecnici ci sono due problemi da non sottovalutare. Il primo quello di individuare quale sia il ruolo corretto che la nostra legislazione attribuisce al consulente, secondo individuare i criteri di scelta dei consulenti. È inaccettabile, per la magistrata, che la causa dipenda da un fatto puramente casuale cioè la scelta del professionista solo sulla base dell’iscrizione all’albo prima ancora che sulla valutazione della professionalità. Occorre invece selezionare esperti che siano specializzati per l’ascolto del minore. Infine, ha concluso la magistrata, il consulente può esprimere un parere ma la decisione è riservata esclusivamente al giudice, il che impone un’attenta valutazione del ruolo del consulente e dei sui limiti d’intervento.

Cristina Montagni

Al simposio sono intervenute Francesca Koch, Presidente della Casa Internazionale delle donne, Elisa Ercoli, Presidente di Differenza Donna, Jenny Birchall, Research and Policy Officer- Women’s Aid, London, Shazia Choundhry, Professore di legge della Queen Mary University of London, Myriam Trevisan, Università la Sapienza di Roma, Francesco Monastero, Presidente del Tribunale di Roma, Alida Montaldi, Presidente del Tribunale per i minorenni di Roma, Franca Mangano, Presidente della sezione famiglia e Minori della Corte di Appello di Roma, Luciana Sangiovanni, Presidente di Sezione del I Tribunale di Roma, Maria Monteleone, P.A. Coordinatrice gruppo antiviolenza Procura di Roma, incaricata dal CSM, Marisa Mosetti, Giudice del Tribunale di Roma, Paola Di Nicola, GIP del Tribunale di Roma, Elvira Reale, Psicologa, Responsabile del Centro Dafne-Codice Rosa, Cardarelli di Napoli, Simona Napolitani, Avvocata Referente Civilista Ufficio Legale Differenza Donna, Teresa Manente, Avvocata responsabile ufficio legale Differenza Donna

 

Donne, pace e sicurezza con Lamya Haji Bashar

donne sicurezza e pace

Lamya Haji Bashar è stata rapita dall’ISIS a soli 16 anni, quando un commando attaccò il suo villaggio, uccidendo tutti gli uomini. Dopo 20 mesi di orrore riuscì a scappare grazie al pagamento da parte della sua famiglia di alcuni contrabbandieri.

In occasione delle celebrazioni per la Giornata internazionale della Donna, Bashar è intervenuta il 6 marzo al convegno “Donne, Pace e Sicurezza: verso i 20 anni della Risoluzione 1325 del “, organizzato dalla Camera dei deputati in collaborazione con l’Ambasciata del Canada in Italia e con l’associazione Wiis Italy (Women in international security).

All’evento, che è stato aperto dal Presidente della Camera, Roberto Fico, sono intervenuti la Presidente della Commissione Affari esteri e comunitari, Marta Grande, prima donna a ricoprire tale carica, nonché l’Ambasciatrice del Canada a Roma, Alexandra Bugailiskis, e la Presidente di Wiis Italy, Irene Fellin.

L’evento è stato finalizzato a promuovere l’impegno internazionale per l’attuazione della Risoluzione n. 1325, in vista delle celebrazioni per i vent’anni dalla sua approvazione unanime da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, attraverso il racconto e la riflessione sull’esperienza di protagoniste di eccellenza, che hanno patito e si sono spese in prima persona per la pace in aree di crisi.

women for women Italy

Accordo Italia e Santa Sede per il reciproco riconoscimento dei titoli di studio

Accordo Santa Sede E MIUR

Al via il riconoscimento reciproco dei titoli di studio conseguiti nelle istituzioni accademiche tra l’Italia e la Santa Sede. Il ministro dell’istruzione Marco Bussetti e il prefetto della Congregazione vaticana per l’educazione Cattolica Cardinale Giuseppe Versaldi, il 13 febbraio al MIUR (Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca) hanno firmato l’accordo tra Santa Sede e Repubblica Italiana sul riconoscimento dei titoli di studio relativi all’insegnamento superiore nella Regione Europea.

Università e istituzioni pontificie romane per accrescere le competenze della formazione superiore

Accordo Santa Sede e MIURFino ad oggi, secondo quanto previsto dalla revisione del Concordato tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede del 1984, venivano accettati con un apposito decreto del ministro dell’istruzione, solo i titoli di “Teologia e Sacra scrittura”, mentre gli altri titoli rilasciati dalle istituzioni universitarie della Santa Sede sul territorio italiano non avevano un analogo riconoscimento. Solo alcuni atenei ammettevano la riconoscibilità in linea con le disposizioni della Convenzione di Lisbona, mentre altri ritenevano che gli unici ad essere ammessi fossero quelli disciplinati dal Concordato. Questi ultimi continueranno ad essere accettati secondo il decreto di riferimento, ma già da ora sarà possibile accedere a questa semplificazione secondo l’attuale procedura. Con la firma dell’Accordo, disposto in 11 articoli, si traccia quindi un quadro giuridico armonico sulle relazioni tra i sistemi formativi della Santa Sede e l’Italia che prevede criteri di reciproco riconoscimento dei titoli accademici rilasciati dalle rispettive istituzioni della formazione superiore.

Provvedimenti di riconoscimento dei titoli

Il provvedimento ha come effetto accrescere le competenze disciplinando il completo accreditamento da parte dell’Italia dei titoli concessi dalle istituzioni di educazione approvate dalla Santa Sede, e quelli riconosciuti dall’Italia per facilitare le collaborazioni accademiche e la mobilità tra studenti e ricercatori. La procedura che si svolgerà in sintonia con le istituzioni dell’educazione superiore dell’Italia e della Santa Sede, pur rispettando ognuno la propria autonomia istituzionale, passerà alla valutazione individuale dei periodi di studio e dei relativi titoli finali. Successivamente le istituzioni penseranno al riconoscimento dei titoli per concedere la prosecuzione degli studi nell’ordinamento italiano o nella Santa Sede. L’accordo in sostanza è teso a valorizzare la collaborazione tra le università e le istituzioni pontificie romane creando a Roma un polo universitario unico al mondo. “Oltre alle scienze sacre” ha spiegato il cardinale Versaldi “verrà offerta una vasta gamma di altri studi superiori ecclesiastici, dall’archeologia cristiana fino alla licenza interdisciplinare sulla protezione dei minori, dalla musica sacra fino agli studi arabi e di islamistica, dalla psicologia alla comunicazione sociale, oppure dalle lingue classiche e cristiane fino agli studi sulla famiglia e il Church management”.

L’intesa entrerà in vigore tre mesi dopo la fine dei lavori che prevedono la messa a punto di un tavolo tecnico che sarà avviato a breve per svolgere le procedure interne di riconoscimento.

Ministro Bussetti“Siamo orgogliosi del risultato e del lavoro congiunto” ha dichiarato il ministro Marco Bussetti “si tratta di un accordo storico che coincide con il novantesimo anniversario dei Patti Lateranensi”. “Il passo di oggi” ha continuato il ministro “segna una svolta importante rispetto alla revisione del Concordato del 1984, quando si decise di riconoscere i titoli di studio solo per le materie ecclesiastiche. La collaborazione tra Stato italiano e Vaticano è una prassi consolidata da decenni ed è proseguita in modo costante nel tempo. È un successo che va a favore degli studenti e del diritto allo studio in entrambi i nostri sistemi formativi” ha spiegato Bussetti. “Garantire la riconoscibilità dei titoli della formazione superiore” ha infine concluso “anche per coloro che hanno scelto di svolgere un percorso di studi all’interno di istituzioni accademiche della Santa Sede, risolve una questione annosa e garantisce una stretta collaborazione tra Italia e Santa Sede a livello internazionale nel settore educativo”.

Ministro Istruzione Bussetti“Sono felice della firma di questo accordo tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede” ha commentato il Cardinale Giuseppe Versaldi. “In continuità con il Concordato tra i due Stati sottoscritto nel 1929 e confermato nel 1984, l’Accordo facilita le procedure di riconoscimento anche dei titoli accademici non concordatari per completare il quadro giuridico delle relazioni tra i sistemi formativi permettendo agli studenti la prosecuzione degli studi nell’uno o nell’altro sistema. Si tratta di un patto che favorisce gli studenti in un quadro internazionale già in vigore e che finora veniva disatteso a danno dei cittadini italiani”. “La Congregazione per l’educazione cattolica” ha concluso Versaldi “con questa firma intende incoraggiare un dialogo finalizzato al bene comune nel rispetto degli accordi istituzionali a livello nazionale e internazionale”.

Cristina Montagni

 

 

Intervista alla pianista neoclassica Antonija Pacek dal pubblico multigenerazionale e multiculturale

Antonija Pacek, compositrice e pianista neoclassica di origine croata ora residente a Vienna, il 24 febbraio ha presentato in anteprima italiana all’Auditorium Parco della Musica il suo terzo album “Il Mare” uscito il 7 dicembre 2018.

Antonija Pacek

L’artista laureata a Cambridge in psicologia che ha insegnato a Vienna per 22 anni, ha spiegato che nel comporre le sue melodie è come se si immergesse in un’altra dimensione. I brani della Pacek sono infatti ispirati alle emozioni della vita, tratteggiano una personalità minimalista e raccontano le sfide della vita da superare con determinazione, le delusioni, l’amicizia, il perdono, il senso di fede e la fiducia nelle proprie azioni. Il concerto-evento che ha ottenuto il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica di Croazia e del Forum austriaco di cultura, riflette atmosfere romantiche, raccontano in musica le bellezze del suo paese che l’artista aveva già espresso nei suoi precedenti lavori, “Soul Colours” e “Life Stories”. In quest’ultima opera “Il Mare” composta da tredici brani originali si scorgono perlopiù elementi che richiamano la natura, i boschi e l’acqua influenzando tutti i suoi pezzi musicali. Nella tournée 2019 l’artista internazionale oltre all’Italia toccherà l’Austria, la Croazia e gli Emirati Arabi.

Ecco cosa mi ha raccontato durante il nostro incontro

Intervista a Antonija Pacek

Quando inizia a coltivare la passione per la musica e cosa l’ha spinta a continuare in questa direzione?

Antonija Pacek AuditoriumSono rimasta affascinata dal pianoforte che ho sentito la prima volta nella scuola materna. A sei anni mi sono iscritta ad una scuola di musica per imparare a suonare questo strumento e ricordo che mia madre fece grandi sacrifici per comprare un pianoforte. La prima canzone “Tamed Courage” l’ho composta ad 11 anni e fu pubblicata nel mio primo album. Quando decisi di interrompere la scuola di musica, suonai in una band locale con la quale scrissi diversi brani insieme al chitarrista della band. Nel mio paese natale allo scoppio della guerra, fui costretta a trasferirmi a Vienna e per molto tempo non potei permettermi di comprare un pianoforte. Quando mi trasferii a Cambridge per studiare, nel campus c’era un pianoforte a coda ma era chiuso in una stanza e per suonare dovevo chiedere il permesso. Alla fine degli anni ’90, mio marito mi regalò un pianoforte e da quel momento non ho più smesso di suonare e capii che solo con la musica potevo esprimere le mie capacità incoraggiata soprattutto dalla famiglia e dagli amici. Nel 2009 ho pubblicato il mio primo demo che fu distribuito e venduto tramite CD Baby, da quel momento la mia musica iniziò ad essere trasmessa su Whispering Radio negli Stati Uniti.

Nel suo ultimo lavoro “Il Mare” trapelano molte emozioni. Da dove parte questa energia creativa che la rende così profonda e meditativa?

Questa è un’ottima domanda. La musica che compongo proviene dal profondo della mia anima, specialmente quando vedo qualcosa di ingiusto intorno a me. Attraverso la musica racconto con onestà storie ed emozioni ed è questo sentimento a rendere le mie composizioni profonde, meditative e poetiche. Le persone ascoltando la mia musica colgono sentimenti veri e reali.

Qual è il messaggio che vuole lanciare allo spettatore ascoltando i suoi brani in “Life Stories”?

Ancora una volta narro storie di vita reale attraverso la musica. Le storie di questo album sono ispirate alla mia famiglia. “Sorrow”, “Lost”, “Reaching Sky”, “Your Love’s Here” sono dedicate alla perdita di mia madre mentre “Soft Place” a mio padre e “We Were Meant to Meet”, “Loving You”, “You Are My Whole World” e “Ecstasy” sono ispirate all’amore per mio marito. “Strong” è invece una canzone che rappresenta un momento di rottura perché mi ha consentito di abbandonare il passato per concentrarmi sul mio benessere e sulla mia famiglia. Infine “Little Lea” e “For Alina” sono dedicate alle mie due giovani figlie. In questo modo sono riuscita ad esprimere con onestà la mia vita e tutto quello che mi circonda.

La sua musica è definita colta perché si rifà al periodo neoclassico. Pensa che questo stile si accosti alla sua personalità e perché?

Sono una persona ottimista e positiva per la maggior parte del tempo e cerco sempre qualcosa di buono anche in situazioni difficili o negative. Personalmente ascolto molti generi musicali e le mie composizioni riflettono questo mix di generi, così molti esperti definiscono questa musica una fusione tra musica classica, pop e soft jazz, mentre altri neoclassica. Fondamentalmente le persone che ascoltano i miei brani colgono la speranza nella vita e questo sentimento riflette molto bene la mia personalità. 

Antonija Pacek

Quando compone un brano, lo concepisce pensando di contribuire alla crescita della società o è solo un modo per trasmettere il suo mondo interiore?

Mi esprimo solo in maniera intima e familiare e chi ascolta i miei brani percepisce un sentimento reale perché colpisce molti lati emotivi di noi stessi. Se la mia musica poi apre la strada ad altre persone per elaborare nuove sfide, allora posso affermare di essere in grado di contribuire alla crescita della società.

Le tredici composizioni dell’album “Il Mare” sono strumentali, addolcite dall’immaginazione poetica e da suoni inesplorati, mentre il 14esimo brano è vocale. Da cosa è stata ispirata?

La quattordicesima canzone si intitola “the Sea” ed è interpretata dalla bellissima voce di Barbara Kier. Questa canzone è un addio a mia madre morta nel 2013. Dentro di me ero consapevole che non l’avrei più vista e che lei non avrebbe mai conosciuto i suoi nipoti, ascoltare i miei concerti o la mia musica. Posso dire che con questo brano ho raggiunto il più alto momento introspettivo perché ho accettato per sempre la sua scomparsa.

Quanto ha influenzato l’attività di artista con il suo secondo interesse quello per la psicologia?

La musica è un linguaggio universale pieno di emozioni e non devi tradurlo. La psicologia studia la percezione di come le persone affrontano le emozioni. Con la musica siamo in grado di comunicare il nostro dolore, la gioia, la felicità, le ansie… la musica si può definire terapeutica in questo senso. Ci sono studi che affermano che le persone si possono salvare durante interventi chirurgici se la musica viene fatta ascoltare durante un’operazione delicata. I bambini prematuri ad esempio crescono meglio se sono circondati dalla musica classica, i pazienti di Alzheimer reagiscono a livello emotivo alla musica anche se non riescono più a riconoscere i membri della famiglia. È dimostrato che ascoltare musica si diventa più creativi e felici e questi elementi si incarnano anche nella psicologia. Psicologia e musica sono quindi interconnessi più di quanto la gente pensi.

Antonija PacekPer un certo periodo della sua vita da docente si è occupata di investigare sulla natura delle persone. Le sue composizioni sono influenzate da questa passione?

Credo di sì! Queste attività ed esperienze di vita sono in qualche modo correlate.

Da chi è composto il suo pubblico?

Il mio pubblico si può definire multinazionale e proviene da diversi contesti culturali, età e generi diversi. Guardando le statistiche mi sono resa conto che la mia musica è perlopiù ascoltata in Italia, Germania, Stati Uniti, Canada, Croazia e Austria. Ciò mi rende felice perché mi sono resa conto che la mia musica è difficile da definire, così come è difficile definire i miei ascoltatori!

Cristina Montagni

 

One Billion Rising 2019

One Billion rising 2019Per il terzo anno consecutivo si è celebrato One Billion Rising 2019, l’evento planetario voluto dalla drammaturga e attivista Eve Ensler che si basa sull’idea che si può sfidare il sistema e rivendicare il diritto delle donne a decidere in pieno della propria vita. Le manifestazioni internazionali e nazionali di quest’anno hanno scelto la formula del flash mob coinvolgendo nel mondo ben 207 nazioni. In Italia dal 14 al 17 febbraio, le piazze si sono trasformate in una vera festa d’amore, una festa di rispetto profondo verso gli altri. La campagna contro il femminicidio si è concentrata in oltre 100 città con iniziative ed eventi organizzati da numerosi centri antiviolenza che operano su tutto il territorio nazionale. Nelle strade e nelle piazze di tutta Italia cittadine e cittadini si sono riuniti per cantare e ballare insieme “Break the chain”, la canzone di Tena Clark simbolo della lotta agli abusi che letteralmente significa spezzate le catene contro gli abusi. Un’invasione di cuori e trovate commerciali dove soprattutto la danza è stata la vera rivoluzione che aveva l’intenzione di infondere forza, consapevolezza e ribellione. Un messaggio chiaro: sapere cos’è la violenza contro le donne, riconoscerne la portata e scegliere di non rimanere indifferenti. L’appuntamento romano, culminato a piazza San Silvestro, ha ottenuto il patrocinio del I Municipio di Roma Centro con la collaborazione della Ong Differenza Donna. Tra le adesioni alla campagna 2019, ci sono state Amnesty International, AMREF, Assist Associazione Nazionale Atlete, Casa Internazionale delle Donne Roma, CGIL, Differenza Donna ONG, DI.RE., EMERGENCY, Gi.u.li.a, Rebel Network, Se Non Ora Quando Factory, Women in Film, Women’s March Rome.

One Billion rising 2019

La campagna di sensibilizzazione One Billion Rising

Se il tema della campagna dell’anno scorso era quello della giustizia, la parola d’ordine di quest’anno è ancora più evocativa: rivoluzione. Una scelta coraggiosa perché contro la violenza sulle donne e le bambine è proprio una rivoluzione quello che serve: una rivoluzione della politica, una rivoluzione culturale che mini alla base le strutture e i presupposti ideologici che legittimano violenza e discriminazioni di genere. Le Nazioni Unite hanno denunciato infatti che una donna su tre sul pianeta sarà picchiata o stuprata nel corso della vita e questo significa un miliardo di donne e bambine. In Italia per l’organizzazione Differenza Donna, le donne uccise nel 2018 sono state 93 e il 2019 si è aperto con maggiore aggressività.

Intervista a Luisa Rizzitelli, responsabile del coordinamento One Billion Rising Italia

Per cogliere alcuni aspetti che hanno spinto una moltitudine di donne a manifestare pacificamente in tutta Italia, ho incontrato Luisa Rizzitelli, responsabile del coordinamento One Billion Rising Italia che si occupa di sostenere, promuovere ed aiutare chi vuole aderire a questo evento mondiale.

Luisa Rizzitelli

Quando è nata questa manifestazione a livello planetario?

La prima edizione di One Billion Rising si è svolta nel 2011, attualmente abbraccia oltre 200 paesi nel mondo. È un appuntamento importante perché non si festeggia nulla, ma è un modo per ricordare quanto le donne abbiano intenzione di rivoluzionare il mondo eliminando la violenza di genere che affligge tutti i paesi non solo l’Italia. Le donne di tutto il mondo per denunciare questo fenomeno, manifestano con la danza, la musica, la loro forza, energia e bellezza. Proprio per questo è stato composto il brano “Break the chain” che vuol dire spezza le catene ed è il brano che accomuna tutte le donne e gli uomini quando partecipano alla manifestazione.

Quando si festeggia questo evento in tutto il mondo?

One Billion Rising si festeggia il 14 febbraio di ogni anno, ma in tanti paesi questa ricorrenza si allunga fino al 16 febbraio che peraltro è attiva in oltre 80 piazze italiane. Nello stesso momento Rimini, Genova, Palermo, Aosta, Trento e tantissime altre città stanno manifestando nello stesso istante. Ancora una volta c’è la voglia di tante donne di scendere in piazza e farlo anche con gli uomini per dire che la violenza sulle donne deve finire.

Con questa manifestazione si vuole denunciare anche l’entrata in vigore del disegno di legge Pillon?

In Italia quest’anno abbiamo parlato molto di scendere in piazza per ribadire l’importanza della libertà delle donne in un momento in cui questi diritti in Italia e nel mondo sono sotto attacco. Il disegno di legge Pillon che contestiamo, di cui chiediamo il ritiro, è sicuramente una di quelle espressioni della politica che non va incontro ai diritti delle donne. In realtà questa domanda è giusta perché è vero che si parla di violenza maschile sulle donne, intesa come qualunque forma di violenza, ma anche contro una cultura della misoginia e della violenza in generale. Quindi questa manifestazione si lega sicuramente anche a questo concetto.

Le Istituzioni sono a fianco alle donne per quanto riguarda il decreto Pillon?

Come One Billion Rising il nostro compito è quello di supportare le associazioni, centri anti violenza e associazioni femministe che operano confrontandosi con le istituzioni. Noi come soggetto ci preoccupiamo di fare cultura e sensibilizzare le persone attraverso i social media.

Avete pensato di fare una raccolta firme per chiedere il ritiro del decreto Pillon?

No, perché è una cosa di cui si stanno occupando altre realtà come l’associazione nazionale D.i.Re “Donne in Rete contro la violenza” e tutti i centri anti violenza d’Italia.

La violenza di genere è oramai diventata una piaga mondiale che affligge tutte le donne di ogni ceto sociale in maniera trasversale. Avete delle proposte in cantiere che state sottoponendo alle istituzioni?

Ci mobilitiamo in tantissime, soprattutto siamo tutte volontarie che si impegnano affinché le persone possano prendere coscienza della gravità del problema. Quello che noi proponiamo, come fanno tante attiviste, è che in Italia venga applicata la convenzione di Istanbul che prevede già quello che si dovrebbe fare in materia di violenza di genere. Su questo continuiamo a batterci e lo facciamo con i raduni che vogliono essere una informazione capillare tutto l’anno grazie alla passione di donne e uomini volontari.

La deputata Laura Boldrini come altre deputate italiane sono di supporto per far sì che vengano elaborati strumenti a sostegno delle donne vittime di abusi?

Laura Boldrini come altre politiche italiane sono a fianco delle donne quando si tratta di diritti inviolabili. In generale tutte le politiche italiane sono scese in piazza per manifestare su quello che è diventato un flagello quotidiano.

Quali sono i prossimi eventi che pensate di organizzare?

One Billion Rising è un evento annuale, lo prepariamo tutto l’anno lavorando a contatto con altre associazioni che raccoglie oltre 1 miliardo di donne in piazza. Quello che continuiamo a fare è mantenerci in contatto con altre realtà per sostenerci quando ci sono delle battaglie da fare e soprattutto comunichiamo con le nostre pagine social mettendo in rete documenti e materiale utile per dare una corretta informazione su questi temi.

Cristina Montagni

52° Rapporto CENSIS. Italiani immersi nel rancore e preoccupati del futuro

52 rapporto censisGiunto alla 52ª edizione, l’ultimo rapporto Censis 2018 ha descritto i fenomeni socioeconomici del Paese, tracciando una condizione segnata dall’attesa di un cambiamento ad una deludente ripresa sociale. Durante il dibattito sono emerse le difficoltà di un’Italia “preda di un sovranismo psichico” fino a arrivare alle tensioni che caratterizzano i nostri rapporti con l’Europa.

Nelle considerazioni generali l’istituto parla di una transizione che sta traghettando il nostro Paese verso un ecosistema di attori individuali con un appiattimento della società in cui gli italiani si dimostrano arrabbiati, insicuri e delusi dalla politica. Formazione, lavoro e rappresentanza, welfare e sanità, territorio e reti, sicurezza e cittadinanza, media e comunicazione, sono i temi discussi il 7 dicembre al CNEL da Massimiliano Valerii e Giorgio De Rita, direttore e segretario generale del Censis. 

Ristagno degli indicatori macroeconomici

Reintroduzione Valerii ha spiegato che l’Italia si trova immersa in un clima di forte ambiguità ed incertezza sociale. Ciò dipende da due profonde delusioni. La prima è che l’esaltata ripresa economica non c’è stata sebbene fosse auspicata fin dai primi mesi del 2018, la seconda si riferisce all’atteso cambiamento che in realtà non c’è stato. Al primo insuccesso, tutti gli indicatori economici hanno riportato valori negativi. Il Pil ha segnato un -0,1% dopo 14 trimestri di crescita, i consumi delle famiglie hanno toccato lo zero per cento, la produzione industriale ha registrato una flessione dello 0,2%, le export bloccate allo 0,8% hanno risentito del raffreddamento della congiuntura internazionale. Le retribuzioni dei lavoratori sono state insufficienti ad innescare l’atteso rilancio della domanda interna (0,8%), e gli investimenti sono scivolati a -1,1%. Quanto al secondo fallimento è sufficiente citare un dato. Più della metà degli italiani (56%), ha dichiarato che non è vero che le cose stanno cambiando. Quindi secondo il rapporto Censis, il rancore che gli italiani si trascinano, ha radici sociali profonde che il tempo ha trasformato in cattiveria e conflittualità latente.

Delusione, paura e mancanza di prospettive

Il processo che evidenzia l’attuale situazione è la totale mancanza di prospettive di crescita sia individuali che collettive degli individui. Il 96% della popolazione italiana con bassi titoli di studio è sicura che resterà nella stessa condizione ritenendo irrealistica la possibilità di diventare benestanti nel corso della vita. Il 63% è convinto che nessuno si fa carico di difendere gli interessi e l’identità dei cittadini. Il 70% degli italiani ha dichiarato di non volere come vicini di casa i rom, il 69% non vorrebbe persone con dipendenze da droghe o alcool, il 52% è convinto che il Governo sostenga più gli immigrati che i suoi abitanti. In totale il 63% degli intervistati è contrario all’immigrazione, contro una media europea del 52%. Per concludere i 2/3 degli italiani (circa il 67%) guarda al futuro con paura, delusione ed incertezza.

Consumi in forte calo

Se dal lato dei consumi il potere d’acquisto delle famiglie italiane è inferiore al 6,3% rispetto al 2008, la liquidità è invece aumentata del 12% nello stesso periodo, divaricando fortemente la forbice dei consumi tra i diversi gruppi sociali (le famiglie operaie hanno registrato un -1,8% in termini di spesa per consumi, mentre quelle degli imprenditori un +6,6%). Tra i consumi, vincono i beni e i servizi che suscitano un compiacimento fortemente soggettivo. Questo “setaccio” lo superano i consumi digitali (78% internet, 74% smartphone, 72% social network che nel caso dei giovani arriva al 90%), e la spesa per telefonia si è triplicata del 221%.

 L’Europa e le ragioni dello stare insieme

L’Europa non è più vista come un ponte verso il mondo ma una crepa che divide i popoli e genera il fallimento dei processi di coesione interna rispetto al ruolo geopolitico giocato a livello internazionale. Nonostante ciò, forti sono le ragioni dello stare insieme in Europa. Infatti, il 43% degli italiani pensa che l’appartenenza all’unione europea giovi all’Italia, contro una media europea del 68%.

Tra le convenienze dello stare insieme in Europa è necessario rammentare l’effetto traino che dall’Europa viene in termini di capacità d’innovazione. È deludente constatare che la spesa pubblica in Italia destinata alla ricerca e sviluppo è scesa da 10 miliardi nel 2008 a 8.5 nel 2017. L’Italia deve quindi approfittare di tutti i programmi che derivano dai fondi europei in ricerca e innovazione come ad esempio Horizon 2020. Nell’ultima programmazione sono stati assegnati 2.8 miliardi, oggi rappresentiamo il 5° paese europeo per finanziamenti ricevuti. “I veri europeisti, oggi sono i giovani” ha commentato Valerii “che però sono una generazione in “via di estinzione”. I giovani europei tra i 15-34 anni rappresentano il 23% della popolazione europea, diminuiti dell’8% nell’ultimo decennio. L’Italia si attesta su una quota di giovani più bassa (20.8%) segnalando una diminuzione nell’ultimo decennio del 9.3%.

Formazione, innovazione e occupazione per i giovani

“La soluzione da cui ripartire” ha dichiarato Valerii “è la capacità di produrre lavoro”. Nel nostro paese tra il 2000 ed il 2017, il salario medio annuo dei lavoratori è aumentato in termini reali dell’1.4%, circa 400 euro annui. Nel medesimo periodo la Germania ha registrato un aumento del 13.6%, 5 mila euro annui, la Francia è cresciuta di oltre 20 punti percentuali, circa 6 mila euro annui in più. Se nel 2000 il salario medio degli italiani costituiva l’83% di quello tedesco, nell’ultimo anno è sceso al 74%, allargando la forbice di oltre 9 punti percentuali. Negli ultimi 10 anni in Italia sono scomparsi 1 milione e 400 mila giovani lavoratori, gli occupati tra i 24-34 anni sono diminuiti del 27% e gli occupati over 55 sono cresciuti del 73%. “Questi dati” ha commentato Valerii “dovrebbero far riflettere sulla capacità del nostro Paese di generare nuove competenze in innovazione, plasmare forza lavoro capace di partecipare nell’impresa e nella pubblica amministrazione, poiché stiamo assistendo ad uno svuotamento delle classi lavoratrici più giovani”. “A seguito di questo svuotamento” ha spiegato “in 10 anni siamo passati da un rapporto di 236 giovani occupati ogni 100 anziani ad un rapporto di 99 su 100 anziani. Analizzando il segmento più istruito dei laureati, siamo passati da 249 giovani laureati occupati ogni 100 anziani, ad un rapporto di 143 su 100”. La situazione per i giovani si aggrava se esaminiamo quelli in condizione di sottoccupazione (nell’ultimo anno erano 237 mila, valore più che raddoppiato rispetto al 2011) in più è aumentato il numero di giovani costretti a lavorare part-time (650 mila nell’ultimo anno, 150 mila in più rispetto al 2011). Il nodo secondo il direttore del Censis risiede nei persistenti squilibri del capitale umano. L’Italia investe in istruzione e formazione il 3.9% del Pil rispetto al 4.7% della media europea. “Peggio di noi” ha commentato Valerii “si trovano la Slovacchia, la Romania e l’Ungheria e in più l’Italia ha un gap per numero di giovani laureati di oltre 13 punti percentuali rispetto alla media europea.

Chiusura di un ciclo e passaggio ad un ecosistema degli attori

Giorgio De Rita, ha sostenuto che non esiste una relazione diretta tra economia e sistema sociale. “Quello che è avvenuto negli ultimi anni” ha sostenuto “è il rabbuiarsi di un modello di sviluppo economico e sociale incapace di portare avanti la società italiana nel suo complesso”. Le stime Censis prevedono la chiusura di un ciclo e la crescita di un nuovo modello spinto dal basso. “Siamo difronte ad un ecosistema degli attori che ha sostituito i sistemi sociali” ha commentato De Rita “che va regolato in modo diverso in cui conta l’ambiente nel quale si realizzano i comportamenti”. “Le attuali percezioni soggettive sull’uguaglianza, cittadinanza, sicurezza per la gestione del territorio” ha detto “si realizzeranno all’interno di un ambiente chiuso che studia soluzioni a dimensioni ridotte. “Gli italiani” ha concluso il segretario “chiedono alla classe dirigente, di assumersi questa responsabilità all’interno dell’ecosistema, e per ottenere l’obiettivo, occorre riconoscere le diversità e le disuguaglianze per produrre benessere agli abitanti del proprio paese.

Cristina Montagni

 

 

Osservatorio statistico Inps 2018. Monitoraggio e politiche a sostegno dell’occupazione

Inps Lavoro

L’Osservatorio statistico sulle politiche occupazionali e del lavoro dell’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), il 29 novembre ha pubblicato il bollettino annuale che fotografa il quadro delle politiche sociali, occupazionali del lavoro in Italia. L’analisi, centrata sulle politiche attive e passive del lavoro, ha coperto un intervallo temporale di cinque anni nella serie storica 2013-2017. I dati disaggregati ed elaborati secondo alcune variabili, hanno descritto importanti scostamenti nel biennio 2016-2017 sul numero medio di lavoratori che hanno beneficiato d’interventi ed incentivi all’occupazione.

Strumenti a sostegno del lavoro a tempo determinato e indeterminato

Gli strumenti a sostegno dell’occupazione a tempo indeterminato, nel biennio 2016-2017, hanno rilevato una flessione del 1.8% e quelli destinati ai lavoratori a tempo determinato una crescita dell’1.9%. Rispetto alla stabilità del lavoro nel tempo, si evince un incremento dell’occupazione del 9% tra il 2016 e il 2017. 

Il numero dei beneficiari assunti con un contratto di apprendistato nel 2017, mostra in media una crescita rispetto al 2016 del 12%, mentre gli occupati a tempo indeterminato ed inseriti nella categoria delle assunzioni agevolate per disoccupati o beneficiari di CIGS (Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria) da almeno 24 mesi, una diminuzione del 66,4%. Sul versante femminile, le ultracinquantenni assunte a tempo indeterminato sono passate da 2 mila e 500 unità nel 2016 a 10 mila unità nel 2017 mentre i lavoratori che hanno usufruito degli incentivi sulla mobilità da 3 mila e 300 unità nel 2016 a 2 mila e 974 nel 2017, il 9,8% in meno rispetto all’anno precedente. I ragazzi inseriti nel programma “Garanzia Giovani” a tempo indeterminato sono aumentati del 16% nel 2017 mentre le assunzioni a tempo indeterminato, che per tre anni hanno beneficiato degli sgravi contributivi, hanno subito una “battuta di arresto” del 20% nel 2017. Gli incentivi all’occupazione a tempo determinato per le donne ultracinquantenni sono passati da 9 mila nel 2016 a circa 19 mila unità nel 2017. Interessante è il capitolo sulla trasformazione dei contratti di lavoro a tempo indeterminato, persone cioè iscritte nelle liste di mobilità e sostenute da incentivi statali, che sono cresciuti del 39% rispetto al 2016, mentre per i contratti di apprendistato trasformati a tempo indeterminato si è verificata una riduzione del 10% nel 2017 rispetto all’anno precedente.

Distribuzione di genere e tipologia di intervento

Se si tiene conto della distribuzione per genere, il 2017 conferma in prevalenza una platea maschile tra i beneficiari delle politiche attive, infatti nei contratti di apprendistato, la componente maschile e più elevata rispetto a quella femminile (245 mila maschi contro 182 mila femmine) e questo vale anche per le assunzioni agevolate di disoccupati o beneficiari di CIGS da almeno 24 mesi, dove la popolazione maschile è superiore a quella femminile (20 mila maschi contro 18 mila femmine). Anche per l’esonero contributivo triennale per le nuove assunzioni a tempo indeterminato ha coinvolto più i maschi (575 mila) delle femmine (409 mila) incidendo particolarmente nel sud dove gli incentivi all’occupazione sono destinati a 38 mila maschi contro 22 mila femmine.   

 Categorie degli interventi per classi di età, sesso e territorio          

Nei contratti di apprendistato la fascia di età con maggiore presenza di giovani nel 2017 si colloca tra i 20-24 anni (189 mila giovani) e 25-29 anni (174 mila giovani), mentre gli incentivi all’assunzione di ragazzi ammessi al programma “Garanzia Giovani” si concentrano nelle fasce 20-24 anni (20 mila unità) e 25-29 anni (17 mila unità). Le assunzioni agevolate per le donne ultracinquantenni sono condensate soprattutto tra i 25-29 anni (3 mila donne) con una forte polarizzazione nella classe 30-39 anni (6 mila donne). Gli esoneri contributivi biennali e triennali per le nuove assunzioni a tempo indeterminato hanno coinvolto soprattutto le classi 20-39 anni nel 2016. Per quanto concerne la distribuzione territoriale degli interventi, occorre sottolineare che le aree in cui si concretizza un efficace sostegno al lavoro riguardano soprattutto le aree Nord Ovest e Nord Est dell’Italia. Da una parte il Nord ha concentrato gli sforzi nel sostenere l’occupazione a tempo determinato (57.8%) e indeterminato (47.8%) sostenendo misure specifiche per una solida ed efficace occupazione, dall’altra il 43% delle risorse è stata destinata al Centro-Sud. Chi ha sofferto di più per le scarse opportunità di lavoro, sono stati gli abitanti delle isole che hanno ottenuto dallo Stato solo il 9% delle risorse finanziarie complessive.  

Politiche passive al lavoro

Lo Stato italiano durante la crisi occupazionale ha introdotto diverse norme al fine di ridurre la distanza tra le politiche attive (formazione, orientamento, sostegno all’occupazione e costituzione di rapporti di lavoro per cittadini svantaggiati) e le politiche passive del lavoro (sussidi, ammortizzatori sociali o difficoltà salariali e lavorativi). Tra gli strumenti passivi più conosciuti per contrastare gli stati di abbandono “forzato” dal lavoro sono stati la NASpI (indennità mensile di disoccupazione per lavoratori subordinati), la DIS-COLL (indennità mensile di disoccupazione per i collaboratori coordinati e continuativi) e l’indennità destinata ai disoccupati nel settore agricolo. Complessivamente il numero delle persone che ha usufruito del trattamento NASpI nel 2017 è stato circa 1 milione e 700 mila individui, il 6% in più rispetto al 2016, incidendo maggiormente sulle donne per l’8% che sugli uomini per il 5%. Quanto alla DIS-COLL, nel 2017 la misura ha raggiunto una platea di quasi 13 mila individui, il 33% in più rispetto al 2016, mentre quelli riferiti alla disoccupazione agricola confermano un andamento in linea con il 2016 (-0.4%). Se si guarda alla scomposizione per età degli aventi diritto alla NASpI, si nota che la massima concentrazione risiede all’interno delle classi 30-39 anni (27%) mentre il 25% di coloro che ha usufruito della DIS-COLL è concentrato soprattutto nella classe 30-34 anni. Disaggregando i dati per distribuzione geografica, il 42% della popolazione residente al nord ha usufruito della NASpI rispetto al 39% dei residenti nel sud e isole. Infine, i lavoratori che al 31 dicembre 2017 hanno beneficiato della mobilità, secondo l’Osservatorio Inps erano circa 62 mila, il 55% in meno rispetto all’anno precedente. Rispetto al genere e l’età, lo studio mostra una concentrazione elevata della componente maschile, 44 mila uomini su 18 mila donne, dove il 77% dei beneficiari aveva più di 49 anni.  

Cristina Montagni

Diritto alla pace. Oggi 10 dicembre la Giornata internazionale celebra 70 anni dalla Dichiarazione Universale

Dichiarazione Universale Diritti UmaniRicorre oggi il 70 esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che fu adottata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Da allora, ogni anno, il 10 dicembre si celebra la Giornata internazionale dei diritti umani.

Realizzazione video di Miriana Ronchetti

L’Italia è fortemente impegnata a livello internazionale per la promozione e il rispetto dei diritti umani, nella convinzione che la tutela dei diritti inalienabili della persona e delle sue libertà fondamentali sia elemento imprescindibile per la costruzione di società inclusive e pacifiche, dunque fattore determinante di sicurezza e stabilità. Il nostro Paese conferma il proprio impegno in quanto neoeletto membro del Consiglio Diritti Umani dell’ONU per il triennio 2019-2021, con il proposito di contribuire a rafforzare l’azione delle Nazioni Unite in questo settore, ispirandosi ad un approccio inclusivo,aperto al dialogo e rispettoso delle diversità. La campagna per una moratoria universale della pena di morte, figura tra le priorità dell’azione internazionale dell’Italia in materia di diritti umani, insieme alla promozione dei diritti delle donne, dei bambini, delle persone con disabilità e dei difensori dei diritti umani, alla tutela della libertà di religione e del patrimonio culturale, alla lotta ad ogni forma di discriminazione e alla tratta di esseri umani.

In coerenza con gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, l’Italia continuerà a impegnarsi nella difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali che rappresentano uno dei pilastri essenziali da cui dipendono la pace e la sicurezza nel mondo.

Come ha dichiarato il Segretario Generale António Guterres lo scorso giugno, “per ottenere una pace duratura occorre scendere in campo per i diritti umani”. Inoltre, ha ribadito l’importanza degli sforzi per il raggiungimento dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile che costituiscono uno dei pilastri fondamentali al perseguimento della pace globale. In particolare, l’obiettivo 16 “Pace, giustizia e istituzioni forti” richiama il nesso inscindibile che sussiste tra l’accesso alla giustizia, la creazione di istituzioni efficaci, responsabili ed inclusive e la costruzione della pace. “Una società pacifica” ha dichiarato Guterres “è quella che sa garantire giustizia e uguaglianza per tutti. La pace consente di creare società sostenibili e le società sostenibili contribuiscono a promuovere la pace”.

Breve storia dei Diritti Umani

diritti umaniLa Seconda guerra mondiale aveva imperversato dal 1939 al 1945, e verso la sua fine le città di tutta l’Europa e dell’Asia erano ridotte a cumuli di macerie fumanti. Milioni di persone erano morte, altri milioni erano prive di casa o morivano di fame. Nell’aprile del 1945, i delegati di cinquanta paesi si riunirono a San Francisco, pieni di ottimismo e di speranza. Gli ideali dell’organizzazione erano asseriti nel preambolo dello statuto proposto: “Noi, popoli delle Nazioni Unite, siamo determinati a preservare le generazioni future dal flagello della guerra, che già due volte nella nostra vita ha portato indicibili sofferenze all’umanità”.

Lo statuto della nuova organizzazione delle Nazioni Unite entrò in vigore il 24 ottobre 1945, data che viene celebrata ogni anno come il Giorno delle Nazioni Unite.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) 

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ha fatto nascere diverse leggi e trattati sui diritti umani in tutto il mondo. Entro il 1948, la nuova Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani aveva catturato l’attenzione del mondo. Sotto la presidenza di Eleanor Roosevelt (vedova del presidente Franklin Roosevelt), la Commissione decise di redigere un documento che divenne la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. La Roosevelt parlò della Dichiarazione come la Magna Carta internazionale dell’intera umanità che fu adottata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948.

Nel preambolo e nell’articolo 1, la Dichiarazione proclama inequivocabilmente i diritti innati di ogni essere umano: “La noncuranza e il disprezzo per i diritti umani hanno prodotto atti barbarici che hanno oltraggiato la coscienza dell’umanità; l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani possono godere di libertà di parola e credo, libertà dalla paura e dalla povertà è stata proclamata come la più elevata aspirazione della gente comune… Tutti gli esseri umani sono nati liberi e con uguali diritti e dignità.”

Cristina Montagni

 

Bicinrosa 2018

Bicinrosa 2018Domenica 28 ottobre a Roma, la bicicletta è stata protagonista della seconda edizione di “Bicinrosa 2018”. La manifestazione amatoriale ha teso ad informare le donne e la popolazione in generale sull’importanza della prevenzione e la cura del tumore al seno. “Bicinrosa 2018”, organizzata in occasione della settimana europea dello sport, è stata presentata il 27 settembre presso la sala polifunzionale del Museo dei Fori Imperiali dei Mercati di Traiano, con l’obbiettivo di dare visibilità alle donne che hanno affrontato la malattia, comunicare sulle opportunità di cura presso le Breast Unit o centri di senologia multidisciplinari, raccogliere fondi per la ricerca ed informare sulle politiche dell’Unione europea sul cancro al seno.

La ciclopedalata

Bicinrosa 2018Al motto di “Nessuno perde. Tutti vincono!” famiglie, ciclisti e appassionati di ogni età sono partiti dallo stadio “Nando Martellini” alle ore 8 per la registrazione nell’area delle Terme di Caracalla, pronti a pedalare alle 11 per un percorso di 9 Km all’interno del centro storico di Roma. Un “esercito” di magliette rosa è passato davanti al Colosseo, via dei Fori Imperiali, Altare della Patria, Castel Sant’Angelo, per raggiungere Lungotevere fino all’Isola Tiberina con ritorno per il Circo Massimo allo stadio Nando Martellini.

Il tumore al seno e i fattori di rischio

Secondo l’Associazione Italiana Registri Tumori, l’aumento dell’incidenza del tasso dei tumori della mammella è dovuto ai cambiamenti nelle abitudini di vita e ai mutamenti negli schemi sociologici. Studi epidemiologici hanno dimostrato che praticare regolare attività fisica come una camminata quotidiana, palestra, bicicletta, corsa, ballo o qualsiasi attività sportiva, riduce il rischio d’insorgenza del tumore al seno.

In Europa, il carcinoma alla mammella costituisce la patologia tumorale femminile più frequente e rappresenta la seconda causa di morte. Sono circa 332 mila le donne dell’Unione europea alle quali ogni anno, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, viene diagnosticato il tumore al seno. “L’aumento del peso corporeo” ha spiegato Felice Barela, presidente dell’Università Campus Bio-Medico “l’inattività fisica, il fumo, la scorretta alimentazione, oltre a età, familiarità, fattori genetici e ormonali, sono tra i fattori di rischio che incidono fino al 25-33% di casi di carcinoma mammario, oggi prima causa di morte tra le donne con oltre 50 mila nuovi casi in Italia nel 2017”. Nel 2016 sono state oltre 500 mila le donne che hanno ricevuto una diagnosi di tumore al seno, 47.000 solo in Italia. “A livello femminile” ha aggiunto Barela “il 41% dei tumori che colpiscono le donne tra zero e 49 anni riguarda proprio la mammella e la tendenza ad ammalarsi di tumore al seno è in crescita. Il carcinoma alla mammella è la neoplasia più frequente in ogni classe di età, tra le donne di età inferiore a 45 anni è il 36% di tutti i cancri diagnosticati, il 40% tra quelle in età compresa tra 45 e 64 anni, e il 22% tra le donne ultrasessantacinquenni” ha concluso il presidente dell’UCBM.

“Se la tendenza ad ammalarsi è in aumento” ha chiarito Vittorio Altomare, responsabile dell’Unità di Senologia del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico “tra il 2010 e il 2017 in Italia però sono aumentate del 26% le pazienti sopravvissute dopo la diagnosi. Tuttavia, questa patologia rimane correlata ad un alto tasso di mortalità e secondo uno studio pubblicato dalla rivista “Annals of Oncology”, diversi ricercatori hanno stimato che i decessi per questo tumore nell’Unione Europea nel 2018 toccherà 92.000 unità”. “Bicinrosa” ha spiegato Altomare “vuole essere un’occasione per far conoscere le possibilità di cura presso la Breast Unit del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, uno dei 15 centri di Senologia raccomandati dall’Unione europea e individuati dalla Regione Lazio per la diagnosi e il trattamento del tumore al seno con circa 250 casi l’anno trattati”.

Bicinrosa 2018

Linee guida per la cura del tumore al seno

Claudia Salvi e Beatrice Covassi, rispettivamente coordinatrice del centro Europe Direct Roma e l’altra capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, hanno sostenuto che la promozione alla salute e la prevenzione al tumore al seno, sono tra i temi centrali nell’agenda della Commissione Europea. A questo scopo nel 2017 la Commissione Europea ha pubblicato le linee guida europee per lo screening e la diagnosi del cancro al seno (European Commission Initiative on Breast Cancer-ECIBC) che hanno l’obiettivo di migliorare e armonizzare i percorsi diagnostico-terapeutici del tumore della mammella in Europa.

Le linee guida, ospitate sul sito ECIBC, sono prodotte in differenti versioni a seconda dei target: donne, professionisti, decisori politici e riguardano lo screening e la diagnosi, mentre la parte post-diagnostica del percorso di cura è trattata attraverso una piattaforma in cui sarà disponibile una selezione delle raccomandazioni esistenti.

La Breast Unit del Policlinico Campus Biomedico

La Breast Unit del Policlinico Campus Bio-Medico, coordinata da Vittorio Altomare, rappresenta uno dei 15 centri di Senologia certificati dall’Unione Europea. L’unità permette alla donna di essere seguita da un team di specialisti, curata secondo gli standard europei e accompagnata nell’intero percorso di malattia.

Le pazienti vengono indirizzate alla Breast Unit dai centri di screening del territorio, dai medici di famiglia e dagli specialisti radiologi, ginecologi e oncologi. In particolare, presso il Campus Bio-Medico è attivo un ambulatorio a cui possono rivolgersi pazienti con una diagnosi sospetta di tumore al seno senza necessità di prenotazione, esibendo solo l’impegnativa del medico di famiglia per una visita senologica.

I promotori dell’evento Bicinrosa 2018

Bicinrosa 2018L’evento è stato introdotto da Felice Barela, presidente dell’università Campus Bio-Medico di Roma, da Vittorio Altomare, responsabile dell’unità senologia del policlinico campus Bio-Medico e da Beatrice Covassi, capo della rappresentanza in Italia della Commissione europea. L’iniziativa è stata inoltre promossa dalla Breast Unit del Policlinico Campus Bio-Medico in collaborazione con l’associazione Amici dell’Università Campus Bio-Medico di Roma Onlus e con il supporto tecnico-organizzativo della Europe Direct Roma Innovazione e dalla Federazione Ciclistica Italiana.

Cristina Montagni

Maker Faire Roma 2018

Maker Faire Roma 2018, evento europeo sull’innovazione, giunto alla sua sesta edizione, è stato presentato il 12 settembre alla Camera di Commercio di Roma dal presidente della camera di commercio, Lorenzo Tagliavanti, dalla Sindaca di Roma, Virginia Raggi e dall’assessore allo sviluppo economico della Regione Lazio, Gian Paolo Manzella.

Maker Faire 2018

Scuole, università e centri di ricerca

La kermesse che si svolgerà dal 12 al 14 ottobre alla Fiera di Roma, su un’area di 100 mila metri quadrati, vedrà la partecipazione di 25 università e centri di ricerca, 55 scuole selezionate in rappresentanza di tutte le regioni italiane, 46 istituti secondari di secondo livello, 4 ITS (Istituti Tecnici Superiori) e 5 scuole appartenenti all’Unione Europea (2 provenienti dalla Grecia, 1 dalla Romania, 1 dalla Slovenia e 1 dall’Ungheria). Inoltre, a tutte le scuole che hanno partecipato alla Call for Schools, in collaborazione con il Miur (Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca), è stato garantito uno spazio gratuito all’interno della Maker Faire per esporre i propri progetti innovativi.

I temi della Maker Faire Roma 2018

In totale oltre mille progetti provenienti da 61 nazioni diverse, animeranno 7 padiglioni di innovazione, startup, electronics fabrication, sviluppo di programmi open source, robotica, aerospazio, cibo, inventori e artigiani digitali. Per l’occasione verranno presentati 25 progetti di ITS, che spaziano dall’utilizzo della sensoristica per la gestione dei caseifici, alla realtà virtuale per animare siti storico-artistici, alle stazioni di ricarica trasportabile per bici elettriche fino ai robot che gestiscono gli allevamenti di polli.

La manifestazione si conferma particolarmente adatta alle famiglie e ai bambini dai 4 ai 12 anni che avranno a disposizione un settore di diecimila metri quadrati, in cui i giovani aspiranti maker potranno partecipare alle attività didattiche e laboratori per sperimentare in prima persona le tecnologie e lo spirito makers grazie al coding, al making e alla creatività digitale. L’offerta formativa verrà garantita dalla Scuola di Robotica, che oltre alla formazione certificata per docenti e educatori, lancerà la prima edizione di “Humanoids Festival”: un hackaton a squadre dove si sfideranno nella programmazione diversi tipi di robot umanoidi.

La sesta edizione di Maker Faire 2018 presenterà diverse novità tra cui un intero padiglione dedicato all’economia circolare, un concentrato sulla trasformazione sociale ed economica che sta modificando i nostri stili di vita. Uno spazio sarà dedicato a mostrare percorsi virtuosi sviluppati da aziende visionarie che da anni hanno abbandonato i vecchi modelli produttivi “lineari” per fare posto a giovani startuppers. Le nuove imprese avranno il compito di presentare come l’innovazione tecnologica, nel mondo dell’economia circolare, sia sinonimo di creatività.

Ci sarà poi chi riesce a trasformare la canapa in bioplastica per stampare con tecnologie 3D, chi produce tessuti utilizzando gli scarti provenienti dalle lavorazioni casearie o fibre tessili e lane riciclate, chi realizza prodotti farmaceutici dagli insetti o offre soluzioni al recupero edilizio con colture microbiche, chi invece offre una bioraffineria in scatola per usi domestici.

Molti saranno i giochi interattivi per i più giovani, un “fitto” programma di talk e incontri dove i protagonisti dell’economia circolare esporranno ai visitatori le loro innovazioni. L’Eni (Ente Nazionale idrocarburi) avrà a disposizione uno spazio espositivo di circa 500 mq, dove verrà allestito un ristorante circolare che mostrerà l’impatto concreto sulla vita delle persone attraverso la valorizzazione del rifiuto solido urbano per trasformarla in energia e in un biocarburante di seconda generazione. In “tempo reale” si assisterà alla produzione di biodiesel da oli di frittura esausti e riciclo di polistirene per la produzione di polistirene espandibile destinato al settore dell’isolamento termico. Nel ristorante i visitatori, dopo aver consumato pietanze fritte oppure bevuto bevande centrifugate, diventeranno autori del ciclo di trasformazione, all’interno dei processi industriali degli scarti generati dalla cucina in nuove risorse.

Si spazia poi dall’internet delle cose all’intelligenza artificiale fino alla manifattura digitale, passando per il cibo del futuro alla sensoristica, mobilità smart, riciclo e riuso, realtà virtuale, salute e benessere, biotecnologie e droni. Non mancherà un’area per parlare di spazio, dove verrà allestita una zona dedicata al programma Apollo, un’anteprima del cinquantennale del primo sbarco sulla luna che si celebrerà nel 2019. I protagonisti di questa sezione saranno i pionieri che realizzarono i primi satelliti della serie San Marco.

Maker Faire Rome contest 2018

L’edizione 2018, si arricchisce di contest e iniziative finalizzate a valorizzare i migliori progetti, per garantire un reale riconoscimento al valore della creatività esposta durante la manifestazione. 

Tra i contest proposti quest’anno verrà presentato MakeIn’Africa promosso da Eni che nasce dalla volontà di supportare e diffondere la realizzazione di soluzioni tecnologiche innovative a sostegno dell’accesso all’energia, di un’economia circolare e dell’efficienza energetica nel continente africano.

L’iniziativa Make to Care, promossa da Sanofi Genzyme, sosterrà azioni al fine di facilitare la diffusione di soluzioni innovative per incontrare i bisogni delle persone affette da qualunque forma di disabilità, intesa come diminuzione della qualità della vita a causa di patologie rare, sclerosi multipla, oncologia e immunologia e/o eventi traumatici.

IGPDecaux, leader nella comunicazione esterna in Italia, lancerà una Social Innovation Challenge volta a mantenere vivo il dialogo sui nuovi usi tecnologici degli spazi pubblici urbani. Per l’occasione verrà chiesto ai partecipanti di lavorare con metodi all’avanguardia per progettare nuove pratiche nell’uso dello spazio pubblico urbano, inclusivo e collaborativo, indotte dallo sviluppo tecnologico, che siano facilitati da servizi finanziabili con la vendita di pubblicità.

Appuntamenti Maker Faire 2018

La Regione Lazio anche quest’anno avrà un proprio stand espositivo, nel quale coinvolgerà 5 province laziali con l’esposizione di 18 prototipi e la presentazione di 18 progetti provenienti da tutto il territorio regionale attraverso la Call4Makers. Nell’ambito del progetto Startupper School Academy, la Regione ha inoltre selezionato i progetti più interessanti per animare lo spazio espositivo nel quale sarà presente anche un presidio “venture capital” per illustrare gli strumenti a disposizione all’ecosistema delle startup e dei fondi di investimento. Infine, per il settore Spazio, Space for makers, saranno presenti alcune startup selezionate dallo Spazio Attivo Roma Tecnopolo che parteciperanno al programma ESA BIC Lazio che si rivolge a imprenditori e ricercatori con idee innovative sul tema.

“Il tema dell’economia circolare, insieme alla robotica e all’intelligenza artificiale” ha spiegato Tagliavanti “sarà centrale nell’edizione Maker Faire 2018. Questi settori rappresentano l’interesse maggiore per la radicale trasformazione sociale ed economica che sta cambiando rapidamente i nostri stili di vita”.

“La Maker Faire” ha commentato la sindaca Virginia Raggi “è una fiera importantissima nella quale innovatori e maker presenteranno le loro invenzioni che possono essere utilizzate nella vita di tutti giorni e dalle aziende, ma soprattutto possono offrire idee per nuovi progetti che le amministrazioni possono adottare”. “Stiamo crescendo una generazione che penserà in digitale” ha concluso la Raggi “e Roma sta sviluppando progetti in 5G tra mobilità, sicurezza, sorveglianza e raccolta differenziata sperimentando nuovi sistemi per le attività commerciali”.

Cristina Montagni

Donne 4.0: la sfida vincente delle donne nell’era delle reti e dello smart working

Donne 4.0 Confassociazioni

Si è tenuta lo scorso 18 luglio presso la Camera di Commercio di Roma, nella sala del Tempio di Adriano, la Conferenza annuale di Confassociazioni dedicata ad un asset strategico del mercato del lavoro: “Donne 4.0” nell’era delle reti e dello smart working. I lavori, coordinati da Angelo Deiana e Federica De Pasquale, rispettivamente presidente e vice presidente alle Pari Opportunità di Confassociazioni, hanno visto la presenza di numerosi esponenti del mondo della politica, dell’economia e delle Istituzioni. Fra i partecipanti Veronica De Romanis, docente di economia della Stanford University, Noemi Di Segni, presidente UCEI, Unione Comunità Ebraiche Italiane, Irmgard Maria Fellener, vice ambasciatore di Germania, Stefano Parisi, leader Energie per l’Italia, Maria Pia Camusi, direttore Rete Imprese Italia, Monica Parrella, ufficio di Parità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Tiziano Treu, presidente CNEL e Maurizio Sacconi, presidente Associazione Amici di Marco Biagi.

La rivoluzione delle donne e i futuri fattori competitivi

“Bisogna raggiungere una leadership culturale in tutti i settori possibili. Leadership culturali per trovare un senso durevole in un futuro in cui dovremmo essere quello che non siamo mai stati: azionisti e non obbligazionisti del Paese”. Ne è convinto Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni, affermando che la rivoluzione non sarà la tecnologia, ma le donne, vero motore per la ricostruzione etica del mondo produttivo del Paese Italia. “Dal 70 ad oggi”, ha precisato, “2 posti su tre sono stati creati per le donne, ma sarà nell’era 4.0, che daranno prova di molteplici fattori competitivi vincenti”. Nei prossimi 10 anni, ha sostenuto Deiana, l’Istat ha calcolato che tra i 5 e i 7 posti di lavoro, saranno sostituiti da macchine. L’80% delle attività professionali o rutinarie, ha aggiunto, verranno rimpiazzate dall’intelligenza artificiale, solo il 20% delle funzioni “sofisticate” saranno prodotte da due fattori: competenze verticali (problem solving complesso) e soft skills (quello che le macchine non sanno fare). Le donne, definite multitasking, dimostrano una naturale capacità di fare rete e generare modelli interdipendenti (lavoro, famiglia, affetti, cura dei parenti, etc.). Con la crescita dello smart working, si apre un mondo legato alle politiche di conciliazione e di compensazione sui tempi di vita e di lavoro. “Un provvedimento su cui è necessario lavorare” ha spiegato Deiana “è mettere la maternità a carico della fiscalità generale. Finché esisterà il deterrente per cui sarà più conveniente assumere un uomo piuttosto che una donna, avremo due conseguenze: meno Pil e meno tasso di natalità. Con un tasso di occupazione femminile “congelato” al 48,8% si potrebbero utilizzare i finanziamenti stabiliti dai datori di lavoro, lo 0,30% per la formazione di fondi interprofessionali”. Secondo stime del centro studi della Confederazione, sarebbero sufficienti tra gli 8 e i 10 miliardi di euro l’anno, ma con un’occupazione al 60% si guadagnerebbe un punto percentuale di Pil l’anno, circa 17 miliardi di euro. “Un investimento che nel breve periodo avrebbe ricadute positive in termini occupazionali, demografici e previdenziali e nel lungo proteggerebbe dalla povertà le future generazioni di pensionate” ha concluso Deiana. 

Per approfondimenti consulta anche la Position Paper Conferenza Annuale di Confassociazioni

Opportunità delle donne per creare un futuro sostenibile

Secondo Riccardo Alemanno, per migliorare la qualità della vita delle donne occorre che il lavoro autonomo e dipendente, abbia margini di miglioramento. “Per chi fa impresa, soprattutto se è donna” ha ribadito “l’onere è sradicare una mentalità maschilista, riportarla sulla sfera del lavoro e offrire pari opportunità a coloro che hanno voglia di lavorare ed intraprendere”. Per Federica De Pasquale, la conferenza ha rappresentato una vera rivoluzione per chi segue il mondo delle pari opportunità da oltre 20 anni. “L’evento” ha concluso “conferma la capacità di analizzare il mondo lavorativo delle donne oltrepassando il concetto di leadership al femminile o di difesa delle quote rosa”. Le pari opportunità non rappresentano solo una questione di legittimità, ma di puro pragmatismo. “In un’era in cui la demografia è in caduta libera” ha commentato la Fellner “l’economia ha bisogno di mantenere la capacità d’innovare e creare un futuro sostenibile. Il futuro delle economie globali non dipende dal potere, ma dal grado d’istruzione e dalla capacità di pensare fuori dagli stereotipi”. La formazione delle donne italiane è elevata, ha concluso l’ambasciatrice, il 63% possiede un diploma contro l’80% degli uomini, il 21,5% consegue una laurea contro il 15,8% dei colleghi uomini.

La condizione italiana ed europea sui tassi di occupazione femminile 

L’economista Veronica De Romanis, ha commentato che le donne per decidere devono contare nei processi decisionali. Nelle istituzioni sono sottorappresentate, e nel contratto di governo addirittura eliminate, se ne parla solo in termini di mamme o pensionate, non esiste mai la relazione donne-lavoro. Secondo l’Eurostat, l’Italia è ultima in termini di crescita 1,3%, contro 1,9% della Grecia, il 2,2% del Portogallo, il 2,8% della Spagna e del 5,4% dell’Irlanda. Nella classifica europea per tassi di occupazione siamo penultimi, 10 punti in meno nell’area euro, un gap che aumenta di 14 punti per l’occupazione femminile. In sintesi, poche donne lavorano rispetto ai partners europei e in più con offerte di lavoro di bassa qualità. In aggiunta, l’Eurostat con la pubblicazione degli ultimi dati sul part-time involontario, ha annunciato che l’Italia compare al secondo posto dopo la Spagna, ciò potrebbe incidere sulle pensioni future, materializzando un esercito di anziane povere. Anche l’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), a fronte di un tasso di occupazione femminile invariato fino al 2040, stimerebbe minori entrate pari a 42 miliardi di euro. “Tra il 2014 e il 2017, le risorse pubbliche sono state male allocate” ha spiegato la De Romanis “zero spending review, taglio di investimenti per oltre 5mld di euro, flessibilità per oltre 42mld di euro inutilizzati per fare riforme”. E le riforme che occorrerebbe effettuare”, secondo il parere dell’economista, “dovrebbero riguardare la formazione nella scuola e nell’università, investimenti in politiche attive e politiche a sostegno della famiglia”, sottolineando che la spesa pubblica in Italia è collocata sotto il 2% contro il 3,5% della Francia. Gli interventi a costo zero, che ha suggerito la docente, riguarderebbero l’introduzione in maniera forzata delle quote rosa nei Cda, l’inserimento delle aliquote agevolate per sollecitare il lavoro femminile e l’istituzione di un tetto per incentivare le donne ad entrare nelle istituzioni.

Un futuro incerto con scarse prospettive di crescita nell’economia 4.0

Secondo Stefano Parisi il tema del lavoro femminile è correlato alla produttività. L’Italia dimostra di essere un paese immobile, incapace di costruire un modello in grado di fornire adeguati servizi rispetto gli attuali. “Per mettere in moto l’economia” ha sostenuto “è necessario che la donna sia competitiva sul mercato del lavoro con una formazione più tecnica”. Per Sacconi, il lavoro dipendente e autonomo necessita di garanzie e tutele perché porta con sé fragilità impossibili da governare autonomamente. Lo smart working si misurerà per obiettivi ed ogni lavoratore e lavoratrice dovranno aumentare le proprie abilità per restare costantemente occupabili. “Di fronte a percorsi di lavoro discontinui” ha dichiarato “il sistema previdenziale contributivo non è realizzabile, tuttavia sia le tutele alla maternità che la cura delle persone con disabilità, dovrebbero essere a carico della fiscalità generale. Maria Pia Camusi ha ricordato che le donne imprenditrici rappresentano il 54% sul totale degli imprenditori, al pari delle professioni intellettuali e non ordinistiche. Secondo il politecnico di Milano, l’8% degli occupati lavora nella smart working, mentre per l’Istat gli occupati nel digitale si attestano al 3% con una caduta delle imprenditrici al 19%. “Quindi nell’economia 4.0” ha sostenuto la Camusi “sono poche le donne impiegate nella robotica e nella progettazione, nelle figure chiave si trovano in una posizione di nicchia e ciò che gli viene offerto è limitato alle soft skills, ruoli confinati alle pubbliche relazioni, alla mediazione e all’organizzazione”. “In sintesi” ha spiegato la Camusi “è necessario incidere sull’educazione, da un lato indirizzando le bambine delle scuole primarie allo studio delle materie scientifiche (STEM), poi insistendo sulla formazione continua quando la donna è imprenditrice”. Per la Parrella, le donne nonostante le competenze nei settori scientifici e tecnologici, non trovano sbocchi lavorativi/professionali per gli stereotipi di genere che derivano dall’infanzia e per un contesto sfavorevole nella scuola che le vede meno portate per le materie scientifiche. In Italia la percentuale di impiegate nelle ICT (Information and comunication technology) è bassa, circa il 13,8%. “Il dipartimento delle pari opportunità” ha spiegato “tra il 2017 e 2018, ha stanziato risorse per 318 campi estivi gratuiti in tutta Italia per le scuole elementari e medie rivolti alle materie scientifiche e tecnologiche a cui hanno collaborato importanti università italiane”. Per la Bagni Cipriani, la discriminazione principale che le donne subiscono sul posto di lavoro è legata alla scelta della maternità. Il 24,4% delle neomamme italiane viene licenziata dopo il primo figlio e la prima causa di dimissioni (2017 circa 30mila donne) non è la mancanza di asili nido, ma l’assenza di servizi a supporto della maternità. “Le donne all’inizio della carriera fanno scelte lavorative residuali” ha sostenuto la Cipriani “consapevoli di occupare posti con scarse prospettive di carriera”. Per controllare tali distorsioni, ha concluso la consigliera, il Ministero del Lavoro dovrebbe applicare la norma europea già in vigore dal 2016 e recepita in Italia nel 2017, che prevede sanzioni per contrastare la segregazione professionale e settoriale di genere.

Cristina Montagni

DONNE 4.0. Position Paper Conferenza Annuale di Confassociazioni

Donne 4.0 Position paper Confassociazioni“Troppi di noi dimenticano il crescente potere globale delle donne, quello generato dalla loro intelligenza, dalla capacità di pensare strategicamente che consiste nella capacità di assicurare la sopravvivenza della specie attraverso la maternità. E questo è il punto. Una delle leve strategiche per il rilancio del nostro paese può essere favorire l’essere mamma non solo rendendo possibili asili nido totalmente gratuiti, ma anche mettendo la maternità totalmente a carico della fiscalità generale”. Lo afferma Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni, all’indomani della conferenza Donne 4.0 tenutasi il 18 luglio presso la Camera di Commercio di Roma.

Il potere delle Donne 4.0

Troppi di noi dimenticano il crescente potere globale delle donne, quello generato dalla loro intelligenza, dal loro sistema multitasking e soprattutto dalla loro unicità, che consiste nella capacità di assicurare la sopravvivenza della specie, attraverso la maternità. Stiamo parlando di un potere che è quello di pensare da sempre strategicamente a rete. Per le donne è naturale collegarsi sistematicamente a più punti di connessione e gestire dati, informazioni in una logica di piattaforma in cui possono raggiungere facilmente due obiettivi di chi vuole vivere e prosperare nell’era delle reti:

a) semplificare il mondo, riducendo la complessità e i rischi; 

b) assicurare la sostenibilità, riducendo lo spreco di energia generato dall’entropia.

Sottovalutare il ruolo di cambiamento del mondo femminile nell’era delle reti rischia di minare l’equilibrio del sistema socio-economico, di welfare e di equità inter-generazionale. Un parametro di equità da non dimenticare perché gran parte del sistema economico, sociale e pensionistico si regge su una distribuzione delle classi di età e di genere che premia la fase produttiva della vita e rende marginali le altre parti della curva, quella che riguarda i giovani non ancora entrati nel mondo del lavoro e gli anziani. Un ipotetico equilibrio intergenerazionale che sembra non reggere più.

Potere, demografia e ricchezza

I dati dicono che le persone, vivendo più a lungo ed avendo maggiore ricchezza, tendono a fare meno figli. In Europa assistiamo a un’implosione demografica. In alcune nazioni come l’Italia l’indice di natalità è sceso a 1,37 figli per famiglia, al di sotto del livello di sostituzione pari a 2,1. In passato, contadini e artigiani cercavano di avere il maggior numero possibile di figli che, oltre a rappresentare forza lavoro, si sarebbero presi cura di loro durante la vecchiaia. Era l’epoca che possiamo definire la Welfare Family. 

Tuttavia, quando contadini e artigiani si sono trasformati in impiegati piccolo-borghesi e in ceto medio, con uno stile di vita più agiato e una pensione sicura, l’equazione si è rovesciata.

Le alternative sono solo due. La prima è fare figli, incentivando massicciamente la maternità. Una missione quasi impossibile in un Paese ricco come il nostro, la terza ricchezza privata del mondo nonostante la crisi e la scarsissima crescita del PIL. Anche perché, in un mercato del lavoro non equo come il nostro, l’occupazione femminile è alternativa alla vocazione alla maternità. La domanda di chi assume è chiara: perché dovrei assumere una donna che potrebbe fare un figlio se poi devo pagare almeno 1/3 dei costi di questa maternità?

Bisognerebbe pensare ad una decontribuzione strategica per il lavoro femminile e a forti misure di work-life balance, come asili nido totalmente gratuiti. In ogni caso, per incentivare il lavoro femminile e le nascite, la prima cosa da fare sarebbe mettere la maternità totalmente a carico della fiscalità generale. Il Centro Studi di Confassociazioni stima che basterebbero tra un minimo di 8 e un massimo di 10 miliardi di euro all’anno.

Donne 4.0 Position Paper ConfassociazioniSe l’occupazione femminile in Italia fosse al 60%, avremmo un punto in più di PIL all’anno. Un investimento importante che avrebbe conseguenze in termini occupazionali, demografici e previdenziali utili nel breve alla ricchezza del Paese e, nel lungo periodo, a salvare dalla povertà le future generazioni di pensionati.

La rivoluzione silenziosa che sta cambiando il futuro

È difficile prevedere gli orizzonti che verranno. Il numero attuale delle donne che occupano seggi in Parlamento è molto superiore a quello di 10 anni fa. I capi di Stato donna sono in aumento, come il numero delle donne che occupano alte cariche di Governo o posti di responsabilità nelle università e nelle aziende. In molti Paesi, il numero delle universitarie supera di gran lunga quello dei colleghi maschi. La vera trasformazione radicale è stata determinata dalle decine di milioni di donne che, a livello globale, hanno trovato lavoro nel corso degli ultimi decenni. Il problema è che ci vorranno ancora parecchi anni per arrivare a una parità, reale e concreta. Perché solo migliorando l’accesso delle donne al mercato del lavoro aumenteremo la crescita: in Italia, la correlazione fra stagnazione e bassa partecipazione delle donne al lavoro è significativa.

Presente inaccettabile, futuro roseo

Donne 4.0 position paper Confassociazioni

Siamo in presenza di una mutazione straordinaria, ma non ancora definitiva perché le statistiche mettono in luce una realtà comunque inammissibile. Le ingiustizie e le discriminazioni continuano a essere la norma. Insomma, nonostante i progressi, è tuttora enorme la sperequazione con gli uomini in termini di salari, opportunità, accesso all’istruzione, alla salute e, nei Paesi più poveri, al cibo. 

La parità tra uomini e donne sembra ancora lontana. Lo dicono i numeri: l’occupazione femminile nel nostro Paese è a quota 48,8% (un dato basso rispetto al 65% di quella maschile e all’80% delle donne occupate in Svezia), il 24% delle neomamme viene licenziata dopo il primo figlio, e tra gli amministratori delegati di aziende solo il 3% è rappresentato da esponenti del mondo femminile. 

Insomma, quello della piena occupazione delle donne rimane un traguardo da raggiungere e i cambiamenti avvengono con tempi rallentati rispetto all’urgenza di rimettere in moto l’economia. Come abbiamo già detto, basterebbero poco più di 11 punti percentuali aggiuntivi di occupazione femminile (da 48,8% a 60%) per dare una scossa determinante al PIL. 

Donne 4.0 Position Paper Confassociazioni

Molti rapporti sulle carriere delle donne indicano che, pur esistendo ancora un forte “gender gap”, le donne sono più preparate, si laureano prima, sono più innovative e, soprattutto, sono portatrici di un mix di competenze non solo tecniche, ma anche relazionali, che offrono vantaggi competitivi importanti nell’economia delle reti. In sistemi incerti come l’attuale, ci sarà una massiccia compressione dei rischi in ambiti strategici come la medicina, la finanza e il traffico (dove i processi di risk management sono fondamentali) a seguito della sempre più frequente scalata delle gerarchie societarie da parte delle donne. Perché le donne, come dimostrano i dati, gestiscono i rischi meglio degli uomini. Lo dimostrano le ricerche annuali di Catalyst, una delle più importanti società internazionali di consulenza. Tali studi indicano come la maggior presenza delle donne nei CdA determini una maggiore capacità di produrre ROE (return on equity = redditività) a parità o con diminuzione dei rischi assunti.La questione “parità di genere” è una delle condizioni essenziali per uno sviluppo sostenibile delle nostre economie. È per questo che, al di là del “tetto di cristallo” e delle gravi differenze retributive ancora esistenti, è in atto una straordinaria “rivoluzione silenziosa”. Una rivoluzione, quella del nuovo potere delle donne, che ci porterà diritti nel futuro. 

Esempi concreti di diversity management: business angels e smart working

Un esempio di occupazione e imprenditoria femminile è quello dei business angel. Un mercato a forte presenza maschile, come d’altra parte tutto il sistema bancario e finanziario. Eppure, il fenomeno nuovo e crescente è la presenza sempre più consistente di donne. Le anali raccontano che le donne capiscono meglio gli “unicorni”, le startup destinate a diventare le star del mercato perché hanno una capacità significativa di valutare l’equilibrio tra rischio-rendimento di ogni investimento. E poi non possiamo dimenticare che lo smart working “concilia” e libera tempo per tutti ma soprattutto in favore delle donne. In questo caso, la tecnologia non prende il posto dei lavoratori, ma cambia il modo di lavorare. Lo smart working è il nuovo mattoncino elementare del capitalismo e delle donne 4.0. Significa lavoro intelligente, lavoro agile: ognuno di noi può lavorare ovunque, in qualsiasi momento e da tutti i dispositivi. Un modo diverso di concepire il lavoro, che non è più legato ad uno spazio fisico e ad orari prestabiliti. Una sola conseguenza: l’ufficio è dove siamo noi. Ma rappresenta una sfida per i modelli organizzativi. La persona che lavora in remoto è motivata perché risparmia del tempo e riesce a svolgere le funzioni domestiche. È per questo che lo smart working può avere un notevole impatto sulle politiche di conciliazione, sull’operatività e la produttività delle “quote rosa” in azienda; i tempi di rientro dalla maternità, ad esempio, possono essere abbreviati grazie alla modalità di “lavoro agile” e anche il tasso di assenteismo legato ai primi mesi di vita dei figli è ridotto dalla possibilità di lavorare “intellettualmente” da casa. 

Le donne al potere: dall’industria pesante al mondo pensante

Un tema, quello del contributo delle donne al capitalismo intellettuale 4.0, su cui ci sono importanti riscontri anche a livello internazionale.  Il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato uno studio dal quale emerge che far lavorare di più le donne (redistribuendole meglio) conviene a tutti: non alle donne soltanto, ma alle economie nel loro insieme. Per dirla con una battuta: dall’industria pesante al mondo pensante, nel quale sarà necessario puntare sia sulle competenze verticali, ma anche sulla capacità di essere soggetti risolutori/riduttori della complessità e degli imprevisti, attraverso le soft skills.

L’era delle Donne 4.0 

Il lavoro che innova diventa più importante del lavoro che replica ed esegue. Questo vale per le donne e per gli uomini. È questa la sfida del nostro tempo: formare persone competenti nel senso più ampio del termine, pronte ad essere protagoniste del proprio futuro, come individui dotati di autonomia di giudizio e coscienza critica che produce e alimenta la conoscenza collettiva, in un processo di formazione continua e crescita personale, che attraversi tutto l’intero corso della vita umana. 

Cristina Montagni

Ricominciare da cinquanta

La menopausa è un momento fisiologico della vita della donna che coincide con il termine della fertilità, spesso vissuta come problematica. Secondo il Ministero della Salute, in passato coincideva con il declino psico-fisico della vita di relazione della donna. Oggi l’aspettativa di vita (tra i 45 e 55 anni di età) si è allungata e le donne sono attive e impegnate sul fronte lavorativo per molti anni a seguire. Le donne si trovano a vivere un periodo fisiologico segnato da una situazione ormonale le cui conseguenze possono impattare sulla qualità della vita e sulla condizione di salute. Nonostante l’informazione sui temi della salute e di quella riproduttiva in particolare, la menopausa rimane un periodo delicato sotto il profilo psicologico, spesso affrontato in modo diversificato e talvolta sbagliato. Per capire cosa sanno le donne e come vivono la menopausa, il Censis ha presentato i risultati di un’indagine condotta con il contributo della MSD (Azienda Farmaceutica Leader nella Produzione di Farmaci) su un campione rappresentativo di 1.028 donne italiane dai 45 ai 65 anni. 

Atteggiamento nei confronti della prevenzione

menopausaLe donne intervistate mostrano attenzione alle pratiche preventive e a quelle riproduttive. La prevenzione secondaria, come la visita ginecologica, il Pap-test e lo screening senologico sono praticate da quasi la totalità delle donne, anche se una percentuale minima non ha mai fatto una visita ginecologica (3,8%), il Pap-test (8,5%) e lo screening senologico (13,5%). Il 96,2% delle donne si sottopone alla visita ginecologica, ma sono emerse delle differenze nella frequenza: il 43,4% l’effettua una volta l’anno, il 29,1% una volta ogni due anni e il 23,7% ogni due anni. Si tratta di frequenze che tendono a ridursi al crescere dell’età, soprattutto nella fascia 60-65 anni.

L’informazione sulla menopausa

L’82,8% delle intervistate si ritengono informate, il 77,0% di esse hanno dichiarato di sapere che la menopausa non è una malattia ma un momento fisiologico, solo il 47,1% definisce la menopausa la cessazione delle mestruazioni e il 44,8% delle intervistate ha affermato che coincide con il termine della fertilità. Globalmente il 66,1% ha definito la menopausa come fine dell’età fertile della donna. Il 73,6% delle donne ha indicato che la menopausa può non comportare disturbi per la salute, ma dipende dalla condizione di ognuna. Infatti, il 18,6% pensa che possa comportare disturbi, mentre solo il 7,8% ha dichiarato che la menopausa non crea alcun disturbo. Quasi una donna su tre ha indicato disturbi in dolori articolari e muscolari e la diminuzione del desiderio sessuale, mentre il 29,8% la depressione. La principale fonte di informazione, per quanto riguarda la menopausa e i temi della salute in generale, è rappresentata da un professionista della sanità. Il ginecologo è la fonte principale per la menopausa per il 63,7% delle donne e il medico di medicina generale per la salute nel 65,7% dei casi.

piramide alimentare

La condizione della donna in menopausa

Le donne che si trovano in menopausa, 74,6% del campione, per rendere chiara la propria condizione, hanno dichiarato di avere fatto la visita ginecologica (66,2%), gli esami del sangue (47,9%), lo screening al seno (42,6%) e altri esami diagnostici come la MOC (24,2%), mentre il 20,1% non ha fatto alcuna visita perché afferma che i sintomi sono evidenti. Il quadro peggiora al cambiare della condizione, cioè tra le intervistate non ancora in menopausa (23,9% del campione). Aumenta infatti la quota di chi non intende fare né visite né controlli per appurare la condizione di menopausa (38,7%). Inoltre, è minore la percentuale delle donne che intendono fare la visita ginecologica (53,6%), gli esami del sangue (18,3%), lo screening al seno (20,2%) e altri esami diagnostici (10,0%) non trovandosi ancora in menopausa.

Conoscenza e utilizzo delle terapie per la menopausa  

La terapia ormonale sostitutiva (TOS), associata a uno stile di vita sano, è utilizzata per il trattamento dei disturbi menopausali, ma poco più della metà del campione di donne ha indicato di conoscerla (51,9%). Al momento dell’intervista solo il 7,6% ha dichiarato di utilizzare la TOS, mentre il 6,5% ha indicato di assumere farmaci da banco, omeopatici e/o fitoterapici come i fitoestrogeni. Il 9,0% ha affermato di non essere a conoscenza dell’esistenza di farmaci per la menopausa, mentre il 68,1%, è convinta che non sia necessario trattare la menopausa con i farmaci. Il 67,2% delle donne che hanno assunto farmaci ha dichiarato che seguendo una terapia per la menopausa i disturbi fisici si sono ridotti, in particolare il 64,6% delle donne in terapia consiglierebbe a un’amica i farmaci che sta prendendo. La maggioranza delle donne in menopausa (87,3%), non assume farmaci per la menopausa per diversi motivi: il 48,6% non pensa che si debbano usare farmaci perché si tratta di una fase fisiologica e il 33,9%, pur avendoli assunti, pensa di non averne bisogno.

la medicina nella menopausaI servizi sanitari

Al di là del rapporto con il ginecologo di fiducia, tra le donne attualmente in menopausa (74,6%), la metà afferma di non usufruire dei servizi sanitari pubblici (50,4%). Le quote più elevate di coloro che usano il SSN (servizio sanitario nazionale) si ritrovano tra le donne che hanno dichiarato di usufruire di visite dagli specialisti pubblici (23,0%) e presso il consultorio (22,0%), mentre usa la diagnostica pubblica l’11,3%. Una quota ridotta di donne, pari al 5,4%, dichiara di avvalersi dei farmaci a carico del SSN.

donne e menopausaL’immagine sociale della menopausa

La menopausa è un argomento di cui il 78,0% delle donne afferma di parlare senza alcun problema, ma alcune hanno affermato di parlarne solo con altre donne già in menopausa (l’8,6%), solo con le amiche (il 7,0%) o con il partner (l’1,3); mentre il 5,1% non ne parla con nessuno perché l’argomento le imbarazza. Nell’immaginario collettivo la menopausa è vista negativamente proprio per l’impatto sulla dimensione della sessualità. Il 42,5% del campione ritiene ininfluente la menopausa sull’attività sessuale, mentre il 43,8% ritiene che la menopausa provoca cambiamenti fisiologici tali da ridurre il desiderio femminile e il 33,3% fa riferimento a motivazioni psicologiche per spiegare la diminuzione del desiderio sessuale. Il 66,2% delle donne afferma che con la menopausa il corpo subisce cambiamenti estetici negativi (capelli, pelle, peso) che peggiorano l’immagine di sé e il 64,7% sostiene che i disturbi della menopausa vengono sottovalutati socialmente. La menopausa è considerata una condizione positiva dal 39,4% delle intervistate perché elimina il problema delle gravidanze indesiderate, ma il 26,8% segnala una perdita di interesse per la sessualità.

L’impatto esistenziale

Il 61,2% delle donne reputa buona la propria vita sessuale, con una differenza rilevante tra le donne non ancora in menopausa (77,3%) e quelle in menopausa (56,3%), mentre il 13,2% la ritiene insoddisfacente e il 6,6% la giudica pessima. Tra le donne intervistate c’è anche chi (16,8%) ha rinunciato ad avere una vita sessuale soddisfacente, principalmente tra le donne in menopausa (20,3%) e una quota minima del 2,2% che non ha mai avuto una vita sessuale. Passando dalla condizione di chi non è ancora in menopausa a quella di chi lo è si riduce la quota di intervistate che si giudicano molto e abbastanza felici (dal 71,8% tra chi non è ancora in menopausa al 62,4% tra chi è in menopausa).

Cristina Montagni

Il mercato del lavoro e le donne

Il mercato del lavoro e le donne

Tra gli incontri proposti a giugno dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali durante il Forum PA 2018, sono stati discussi temi legati alle donne nel mondo del lavoro e diversi focus su alcuni aspetti critici.  La conferenza svolta alla Convention Center della “Nuvola di Fuksas”, ha ospitato Francesca Bagni Cipriani, Consigliera Nazionale di Parità, Serenella Molendini, Consigliera Nazionale di Parità Supplente del Ministero del Lavoro e Danilo Papa, Direttore centrale della Direzione Vigilanza dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro.

Gli argomenti del dibattito hanno riguardato:

1) la conciliazione vita-lavoro come fattore di crescita della presenza femminile nel mercato del lavoro,

2) la maternità, esaminata nell’ottica del fenomeno delle dimissioni volontarie delle lavoratrici/tori madri e padri nei primi tre anni di vita del bambino,

3) approfondimenti sulle tematiche della salute e sicurezza sul lavoro in chiave di genere.

Il mercato del lavoro e le donneIn apertura del workshop è emerso – secondo le indagini dell’Ispettorato del lavoro – che il fenomeno delle dimissioni volontarie delle lavoratrici durante i primi anni di vita del bambino sono sempre le stesse. Chi decide di dimettersi sono persone che affrontano per la prima volta la maternità in età compresa tra i 30 e i 35 anni in mancanza di un sostegno pubblico nella gestione della maternità. Altri dati testimoniano che una parte di queste persone si trovano già in una situazione lavorativa part time, anche se la variabile della flessibilità oraria e conciliazione vita-lavoro non sembra essere efficace.

Quanto alle tematiche legate alla salute e sicurezza sul lavoro si è discusso sulla necessità di porre attenzione a particolari fattori di rischio legati al sesso, alla differenza biologica e fisiologica che definisce uomini e donne, il genere, come costruzione sociale dei ruoli, dei comportamenti e delle attività che una data società considera doverosi per uomini e donne. Inoltre, sarebbe necessario riflettere sulle differenze tra sesso e genere per poter calibrare sistemi di gestione della sicurezza che tenga conto di queste diversità, nel rispetto delle regole e delle uguaglianze. Con l’entrata in vigore del D.lgs. 81/2008, il genere, l’età, la provenienza geografica e la tipologia contrattuale, diventa una dimensione rilevante da prendere in considerazione. Le discriminazioni sul lavoro sono un fattore di rischio e possono essere causa di stress o situazione di disagio per la salute e la sicurezza delle lavoratrici.

L’adozione di strumenti di conciliazione e work life balance possono avere ripercussioni positive nella prevenzione di infortuni o malattie professionali da stress, oltre che prevenire e contrastare fenomeni di violenza di genere nel contesto lavorativo.

Tra gli aspetti emersi durante il confronto sul tema conciliazione vita – lavoro, è stato analizzato il contesto di riferimento causato dalla crisi economica globale, dall’aggravamento delle disuguaglianze, dalla rivoluzione della struttura familiare, dall’aumento della povertà e della disoccupazione, dai lavori precari e mal retribuiti per le donne, fino all’andamento demografico e decremento delle nascite.

Il mercato del lavoro e le donne

A tale proposito, i relatori hanno ricordato che il 13 settembre scorso il Parlamento Europeo ha approvato la risoluzione “Creazione di condizioni del mercato del lavoro favorevoli all’equilibrio tra vita privata e vita professionale” che ha l’obiettivo di dare nuovo impulso alle opportunità di conciliazione tra vita e lavoro per i cittadini europei. L’azione più importante, al centro dell’equilibrio famiglia-lavoro, rimane la garanzia di adeguati regimi di congedo parentale sia per le madri che per i padri. L’altra area di miglioramento risiede nella necessità di offrire a lavoratori e lavoratrici una varietà di forme di lavoro adeguate tali da consentire a ciascun individuo di avere il tempo sufficiente per dedicarsi alle proprie passioni, alla formazione e alla cura. Perché ciò avvenga è fondamentale superare la visione tradizionale dei ruoli assegnati all’uomo e alla donna, promuovere una opinione positiva rispetto al lavoro femminile in presenza di figli in età prescolare.

Cristina Montagni

“Fondazione con il Sud” e impresa sociale “Con i bambini” contro la povertà educativa

Per favorire lo sviluppo del Mezzogiorno e contrastare il fenomeno della povertà educativa minorile occorre fare squadra e rafforzare i percorsi di coesione sociale, valorizzando le esperienze e le buone pratiche facendo rete. Le buone pratiche passano attraverso la promozione di tre concetti che esprimono un forte significato per il futuro dei giovani e del paese: periferie, povertà educativa e comunità educante. In sintesi, questo è quanto emerge dalle campagne di comunicazione relative ai bilanci presentati a Roma il 6 giugno dalla Fondazione con il Sud e dall’impresa sociale Con i bambini. A presentare i dati e le esperienze di entrambe le associazioni è stato Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione con il Sud.

Fondazione Con il Sud

Dati sintetici dei bilanci contro la povertà educativa

L’impresa sociale Con i Bambini, costituita nel 2016, nata per sostenere la crescita educativa dei giovani in contesti difficili, che vede nella sua governance il CSVnet (Associazione dei Centri di Servizio per il Volontariato), è interamente partecipata dalla Fondazione Con Il Sud. In due anni di attività ha promosso tre bandi interessando circa 20.000 organizzazioni tra Terzo settore, istituti scolastici ed enti pubblici.

I bandi che hanno avuto esito positivo sono:

Prima Infanzia (0-6 anni) dove sono stati selezionati 80 progetti tra cui Passi Piccoli, comunità che scresce, coinvolgendo 1.500 organizzazioni nei partenariati territoriali e interessando 35.000 minori e le relative famiglie per una erogazione di 62,2 milioni di euro.

Con il bando Adolescenza (11-17 anni) sono stati attivati 86 progetti per 73,4 milioni di euro, con oltre 2.700 organizzazioni e più di 200.000 ragazzi coinvolti dagli interventi.

In fase di valutazione sono 432 progetti relativi al bando Nuove Generazioni (5-14 anni) che mette a disposizione 69 milioni di euro. L’associazione Con i Bambini ha promosso oltre 166 progetti coinvolgendo 240.000 minori, per un totale di 135,5 milioni di euro finanziati dal fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile nato dall’accordo tra Governo, fondazioni di origine bancaria e Forum Terzo Settore

Per favorire lo sviluppo del meridione, la Fondazione con il Sud nel 2017 ha sostenuto 120 interventi con un ammontare pari a 15 milioni di euro che hanno coinvolto 395 organizzazioni. A queste si aggiungono altre azioni al Sud sul tema dell’infanzia tramite i bandi Con i Bambini. Le iniziative intraprese nel 2017 hanno interessato la valorizzazione dei beni confiscati alle mafie, i beni culturali inutilizzati e i terreni incolti, il contrasto alla violenza sulle donne, la promozione di percorsi partecipati di sviluppo locale, in particolare nelle aree meridionali, il sostegno di comunità al Sud e la formazione dei quadri del Terzo settore meridionali. Complessivamente la Fondazione negli ultimi sei anni ha avviato collaborazioni istituzionali con oltre 100 enti erogatori, generando un effetto “leva” determinando un maggior afflusso di risorse per progetti di infrastrutturazione sociale al Sud. Nel 2017 sono stati promossi progetti in cofinanziamento sui temi dell’infanzia, dei minori stranieri non accompagnati, delle imprese culturali under35, dell’agroalimentare e della comunicazione sociale. Con le risorse del Fondo per il 2017 sono stati stanziati 10 milioni di euro in cofinanziamento con altri enti e 2,5 milioni di euro per favorire percorsi di partecipazione e di co-progettazione per costruire “alleanze educative” in quattro regioni dell’Italia centrale colpite dal sisma del 2016 e 2017: Abruzzo, Lazio, Marche, Umbria. 

Riflessioni di Borgomeo sulla povertà educativa minorile

“Sul tema della povertà minorile” ha spiegato Borgomeo “vorremmo che il concetto di “comunità educante” fosse sdoganato e compreso anche dai non addetti ai lavori, dai ragazzi alle famiglie, dal mondo della comunicazione alle istituzioni locali perché rappresenta una svolta per affrontare efficacemente il fenomeno”. 

A questo proposito, l’associazione Con i Bambini ha rivolto un invito all’Ordine Nazionale dei Giornalisti a sentirsi parte attiva della comunità educante, accettando una sfida culturale che coinvolge tutti coloro che hanno a cuore il contrasto alla povertà educativa e la crescita dei giovani: scuola, università, istituzioni, famiglie, ragazzi, società civile. Per questo è stato avviato un dialogo con l’Ordine per immaginare comuni percorsi di sensibilizzazione, dove l’obiettivo è favorire e promuovere la cultura della comunicazione sociale attraverso la sperimentazione di linguaggi differenti. “Per la Fondazione Con il Sud” ha commentato Borgomeo “la comunicazione non rappresenta soltanto la via naturale per promuovere la propria missione, ma è essa stessa uno strumento di attuazione della missione”. 

A fine incontro è stata presentata l’app “Con il Sud”, scaricabile da Google Play e da App Store, per accedere ai contenuti e ai servizi offerti dalla Fondazione.

Cristina Montagni

 

L’altra dimensione del management che non concilia lavoro e famiglia

Cambiare la cultura aziendale per agevolare le donne nel mondo del lavoro facilitandone la carriera fino alle posizioni apicali, sono le politiche necessarie per sviluppare un ecosistema sociale ed economico sostenibile, competitivo ed equo. L’analisi “l’altra dimensione del management”, realizzata dall’istituto G&G Associated di Roma e da Federmanager, presentata in Vaticano a maggio, ha dettagliato i temi in cui mondo del management e mondo della Chiesa hanno espresso un messaggio comune per giungere ad una maggiore parità tra uomini e donne nei luoghi di lavoro, in famiglia e nella società.

Fotografia dell’indagine Federmanager

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La condizione dei manager in Italia e all’estero è stata fotografata su un campione di oltre 1.000 dirigenti e quadri apicali, uomini e donne e su 200 donne manager in Usa e Germania.  Dalla ricerca emerge che un manager under 50 su due non riesce a conciliare il lavoro con la famiglia nonostante quest’ultima sia considerata più importante della realizzazione professionale.

L’armonizzazione è più riuscita tra gli over 50 che nel 66% dei casi riesce a far fronte ad entrambi gli impegni. In media solo il 63% dei manager italiani bilancia famiglia e lavoro, un dato esiguo rispetto agli Stati Uniti (87%) e la Germania (75%). Ad influenzare negativamente il “work family life balance” è la mancanza di tempo da dedicare alla famiglia; le donne manager italiane investono nel lavoro più di 9 ore al giorno contro le 8,2 delle statunitensi e le 7,1 delle tedesche.

“Una migliore integrazione tra tempo dedicato al lavoro e tempo per la famiglia è un obiettivo che la Federazione persegue da tempo” ha commentato Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager. “Significa farsi carico degli effetti dell’organizzazione adottata in azienda, recuperare la portata antropologica del rapporto madre-figlio” afferma Gabriella Gambino sottosegretario per la Vita del Dicastero per i Laici. “La qualità e la quantità del tempo trascorso in famiglia condizionano la serenità della donna e la performance nel mondo del lavoro. L’impresa, ha spiegato la Gambino, dovrebbe pensare che la maternità non è uno ostacolo, ma una risorsa che sviluppa soft skills e competenze rilevanti nel mondo del lavoro”.

politiche di intervento in ItaliaTra le politiche di intervento in favore dell’integrazione tra vita professionale e vita privata, anche in termini di riduzione delle differenze di genere, al primo posto c’è la flessibilità lavorativa, top of mind per l’81% del campione. A seguire, il welfare aziendale a supporto delle donne e gli interventi di conciliazione concessi in forma paritaria per entrambi i sessi (68% delle preferenze). Se per le donne manager la flessibilità lavorativa è la prima esigenza, il compito è favorire la diffusione di strumenti operativi nelle aziende che, a partire dai piani di welfare, diano una chiara risposta in termini di assistenza parentale, supporto alla genitorialità e copertura sanitaria per tutti i componenti della famiglia. “Il welfare aziendale” per Cuzzilla “va sostenuto attraverso politiche pubbliche che favoriscano il carico per le aziende che può essere la “chiave” per abbattere il diverso trattamento tra i generi che ostacola l’inclusione delle donne nel mondo del lavoro”. L’indagine Federmanager indaga la differenza tra il grado di conoscenza delle politiche di intervento e la reale attuazione in azienda. La flessibilità lavorativa viene attuata nel 52% dei casi; il welfare aziendale a supporto delle donne precipita dal 68% di attesa al 23% di attuazione; gli interventi di conciliazione per uomini e donne passano dal 68% al 26%; i sistemi di meritocrazia e trasparenza trovano terreno solo nel 34% dei casi, contro un’attesa del 61%. Anche in questo campo si conferma la scarsa propensione del nostro Paese a trasformare le buone intenzioni in realtà. L’utilizzo delle tecnologie è una grande opportunità per conquistare una maggiore efficienza organizzativa nei luoghi in cui si abita e si crescono i figli.

Politiche d’intervento in USA, Germania e Italia

attuazione nei diversi paesi

Le politiche d’intervento prese in considerazione dall’indagine Federmanager risultano più attuate in USA e in Germania. Ad esempio, si riconosce la presenza di un sistema educativo con pari opportunità per ragazze e ragazzi (citato nel 40% dei casi dalle donne Usa, nel 39% dalle donne tedesche, e solo nel 5% dalle italiane). Sono presenti sistemi di misurazione dei risultati che riconoscono gli effetti positivi connessi alla presenza di leadership femminili (35% USA, 31% Germania, 4% Italia) o ancora misure per la sicurezza sul lavoro e per la prevenzione sulla violenza di genere (rispettivamente 47%, 32% contro il 21% dell’Italia). Le pari opportunità – continua Gabriella Gambino – hanno bisogno di radicarsi in un’alleanza uomo-donna, che sia capace di rispettare le specificità e le peculiarità della differenza. Per il Presidente dei manager “riorientare il sistema scolastico in termini di pari opportunità non è un obiettivo banale, anzi è una necessità. Occorre che le ragazze siano inserite al pari dei ragazzi nei processi formativi dove si acquisiscono le competenze che daranno lavoro”. Oltre alla formazione – ha sostenuto Cuzzilla – ci sono delle priorità che una società moderna deve considerare: inclusione finanziaria e digitale delle donne, rafforzamento delle tutele legali a garanzia di parità tra i generi, e un diverso atteggiamento nei confronti del lavoro non retribuito, il cui carico va redistribuito tra i sessi. “Se lavoriamo in questa direzione” ha concluso il manager Cuzzilla “riusciremo non solo a fare dell’Italia un Paese civile, ma anche un Paese competitivo che cresce grazie al contributo di valore che le donne sanno generare”.

Cristina Montagni

Terzo Piano d’Azione Nazionale dell’Italia: Donne, Pace e Sicurezza

L’Italia sin dall’adozione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1325(2000), ha sostenuto l’Agenda delle Nazioni Unite 2016 – 2019 su “Donne, Pace e Sicurezza”. Il nostro Paese, nell’attuale contesto internazionale, conferma gli sforzi in linea con i risultati delle Conferenze internazionali di settore a partire dalla Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne tenutasi a Pechino nel 1995. Attribuire importanza al ruolo delle donne per trasformare la società, costituisce il cuore della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, confermando la centralità sulla prevenzione di tutte le forme di discriminazione e violenza contro le donne. Resta inteso che gender equality e women’s empowerment sono essenziali, a livello internazionale e nazionale per prevenire ogni forma di violenza (violenza domestica, violenza sessuale, arma di guerra nel contesto delle atrocità di massa).

Il Piano Nazionale Straordinario sulla Violenza Sessuale e di Genere adottato nel luglio 2015, implementato sulla Lotta alla Tratta nel 2016, mira a migliorare la qualità dell’impegno italiano per sostenere le popolazioni colpite in tutte le fasi delle operazioni di pace (prevenzione del conflitto e mediazione; peace-keeping; peace-making; peace-building; relief e recovery).  

Ai fini dell’attuazione dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza, l’Italia afferma il suo impegno attraverso un approccio multistakeholder, integrato e olistico, con il coinvolgimento delle Organizzazioni della società civile, del mondo accademico, delle ONG, del settore privato e delle organizzazioni sindacali.

Gli sforzi italiani per attuare le risoluzioni in materia di Donne, Pace e Sicurezza devono ricondursi alla più ampia promozione e protezione della parità e dei diritti umani delle donne e delle minori, nella cornice degli obblighi dell’Italia derivanti dagli strumenti giuridici internazionali di settore assunti nell’Agenda di Sviluppo Sostenibile 2030, soprattutto negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 5 e 16.

Dichiarazione di Impegni 

Il terzo Piano d’Azione Nazionale mira a sostenere il corso delle azioni indicate nella Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1325(2000) e nelle successive Risoluzioni. Nello specifico il Piano d’Azione Nazionale (PAN) assicura che la prospettiva di genere sia inserita in tutte le aree politiche che sostengono il concetto di pace e sarà adottata in tutte le misure pratiche volte alla promozione e protezione della pace.

Il Piano avrà una durata di tre anni e sarà costantemente monitorato a livello parlamentare attraverso incontri periodici.

Parte operativa e cornice attuativa 

Obiettivo n. 1  Rafforzare il ruolo delle donne nei processi di pace ed in tutti i processi decisionali 

Obiettivo n. 2  Continuare a promuovere la prospettiva di genere nelle operazioni di pace 

Obiettivo n. 3  Continuare ad assicurare una formazione specifica sui vari aspetti trasversali della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1325 (2000), in particolare per il personale che partecipa alle operazioni di pace

Obiettivo n. 4  Valorizzare la presenza delle donne nelle forze armate e nelle forze di polizia nazionali, rafforzando il loro ruolo nei processi decisionali relativi alle missioni di pace

Obiettivo n. 5  Proteggere i diritti umani delle donne e delle minori in aree di conflitto e post-conflitto

Obiettivo n. 6  Accrescere le sinergie con la società civile, per implementare la Risoluzione 1325(2000) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Obiettivo n. 7  Comunicazione strategica e result-oriented advocacy  

7.1 Impegnarsi nella comunicazione strategica

7.2 Rafforzare la partecipazione italiana nei forum, le conferenze ed i meccanismi di settore, per sostenere ulteriormente l’attuazione dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza

Monitoraggio e Valutazione

Le azioni e gli indicatori inclusi nel Piano d’Azione Nazionale saranno usati dalle amministrazioni per valutare gli sviluppi e la performance nella sua esecuzione. L’Italia pubblicherà un report annuale che sarà preparato dal Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU), in consultazione con la società civile, con il Parlamento, ivi compreso il gruppo interparlamentare per le donne, i diritti delle donne e la parità di genere (All-Party Women’s Caucus), istituito nell’ottobre 2015.

Il Gruppo di lavoro aperto, guidato dal Comitato Interministeriale per i diritti Umani, sarà responsabile dell’attuazione del Piano, inclusi la relativa applicazione ed il monitoraggio.

Gli sforzi italiani per attuare le Risoluzioni sono collegati alla promozione e protezione dell’uguaglianza e dei diritti umani delle donne e delle minori, compresa la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo, la convenzione del consiglio d’Europa sull’azione contro la tratta degli esseri umani (Convenzione di Varsavia) e la convenzione del consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), così come la più recente agenda di Sviluppo Sostenibile 2030.

Cristina Montagni

Festival dello Sviluppo Sostenibile. L’Italia nel 2030 e 17 obiettivi dell’Agenda Onu 2030

“Senza di te lo sviluppo sostenibile non c’è”. Questo lo slogan che ha aperto la seconda edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile, suscitando riflessioni sui 17 obiettivi dell’Agenda Onu 2030. I Sustainable Development Goals (SDGs) si focalizzano sulle sfide del nostro tempo: dalla povertà al lavoro, dall’educazione alle disuguaglianze, dall’energia alle infrastrutture, dalla cooperazione internazionale all’ambiente, fino all’innovazione. La conferenza, inaugurata al Maxxi di Roma, dal 22 maggio fino al 7 giugno offrirà sul territorio nazionale oltre 700 eventi tra convegni, dibattiti, presentazioni di libri, mostre, proiezioni di film, visite guidate, flashmob e appuntamenti che coinvolgeranno il mondo dell’economia, dell’impegno sociale, della cultura, dell’arte, dello spettacolo e dello sport per guidare l’Italia verso il sentiero dello sviluppo sostenibile. Promotrice dell’evento è l’ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) di cui Enrico Giovannini è portavoce. Il meeting che conta più di 200 adesioni tra università, fondazioni, società civile e imprese, ha suggerito una roadmap cui l’Italia deve tendere. 

Lo Sviluppo sostenibile e le riflessioni di Enrico Giovannini portavoce dell’ASviS

Enrico Giovannini ha chiarito che il nostro Paese è lontano dall’integrazione economica, sociale e ambientale, e che sviluppo sostenibile vuol dire imparare a vivere nei limiti di un solo pianeta. “Le tecnologie” ha sottolineato “saranno le vere protagoniste che ci accompagneranno verso un’economia circolare, che consentiranno di aumentare la produzione, l’occupazione migliorando la redditività delle imprese senza distruggere l’ambiente”. “Un cambio di mentalità” dunque “che le prossime generazioni dovranno perseguire per raggiungere un approccio globale e futuro inclusivo. Occorre innovare, riqualificare, investire e trasformare”. “Ma perché non rimangano parole vuote”, ha specificato Giovannini, “bisogna intervenire con nuovi flussi di investimenti per trasformare l’attuale modello di sviluppo”.

L’insostenibilità, per il portavoce ASviS, deriva dalla povertà, dalle disuguaglianze, dalle guerre, dai conflitti sociali che mettono a rischio il quarto pilastro della sostenibilità, la cultura. “Il mondo” ha commentato “deve decidere se vuole assumersi la funzione “distopica” del futuro o “retrotopica”, ovvero la possibilità di tornare indietro per costruire un avvenire migliore in cui ognuno è chiamato a fare la propria parte. “L’Italia è sì in marcia verso lo sviluppo sostenibile, e una parte del Paese l’ha capito, ma difficilmente raggiungerà gli obiettivi indicati entro i termini concordati, a meno di un’azione determinata che orienti in questa direzione tutte le risorse disponibili, pubbliche e private”, ha ribadito Giovannini. La finanza nazionale, internazionale e l’Europa, hanno preso un impegno forte sulla finanza sostenibile. Sono 12mila i miliardi di euro stanziati in Europa per la finanza sostenibile nel triennio 2014-2016. Anche il Terzo settore, veri innovatori sociali, hanno trovato un nuovo modo per fare sinergia. “L’Italia ha però un futuro incerto per i rischi climatici e sociali, e secondo le previsioni”, ha proseguito Giovannini “con investimenti così contenuti non sembra possa raggiungere la transizione ecologica di cui avrebbe bisogno, così come non riuscirà a risolvere il problema della disoccupazione”. Per mancanza di strategie, assenza di una visione sistemica, e interventi focalizzati nel breve periodo, oggi l’Italia non è sostenibile. Quest’anno per la prima volta nel documento di Economia e Finanza saranno presentati i BES, indicatori sul benessere equo e sostenibile 2018-2021. I BES, composti da dodici indicatori, hanno lo scopo di misurare l’andamento delle disuguaglianze e il “benessere” dell’Italia. Le previsioni, ha spiegato Giovannini, mostrano che le disuguaglianze resteranno pronunciate, il tasso di mancata partecipazione al lavoro sarà elevato e le emissioni di CO2 non si ridurranno in linea con gli accordi di Parigi. Ma per raggiungere tali accordi, anche l’Europa dovrà rivedere le proprie politiche. Quindi, alla politica, alle imprese, alla finanza, alle amministrazioni, alla società civile, occorre chiarire che l’unica strada da percorrere è innovare, riqualificare, investire, trasformare.

A conclusione dell’intervento, Giovannini ha sottolineato che l’ASviS spingerà il nuovo Governo ad impegnarsi a realizzare una visione integrata del futuro del Paese e dell’Europa. Inoltre, ha lanciato un appello alle forze politiche per attuare le proposte contenute nel documento dell’Alleanza sottoscritto dalla maggior parte delle forze politiche durante la campagna elettorale.

  • Rispettare gli Accordi di Parigi e ratificare le convenzioni e i protocolli internazionali già firmati dall’Italia che riguardano gli SDGs.
  • Inserire in Costituzione il principio dello sviluppo sostenibile fino alla trasformazione del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) in Comitato interministeriale per lo sviluppo sostenibile, dalla regia di Palazzo Chigi delle politiche per l’Agenda 2030 alla creazione di un intergruppo parlamentare su queste tematiche.
  • Istituire nell’ambito della Presidenza del Consiglio, un organismo permanente per la concertazione con la società civile delle politiche a favore della parità di genere.
  • Raggiungere entro il 2025 una quota di Aps (associazioni a promozione sociale) pari allo 0,7% del Reddito Nazionale Lordo.
  • Operare affinché l’Unione Europea metta l’Agenda 2030 al centro delle sue politiche.

“Solo così” ha concluso Giovannini “si può garantire che gli investimenti pubblici e privati, materiali e immateriali, siano orientati nella direzione auspicata, riqualificando il patrimonio esistente, investendo in nuove infrastrutture sostenibili, migliorando il capitale naturale e umano, a favore delle aree territoriali e dei gruppi sociali più deboli, per migliorare il benessere dei cittadini e ridurre le disuguaglianze di cui soffre l’Italia”.

La sostenibilità non è più una scelta

Per Virginia Raggi sindaca di Roma, il tema della sostenibilità è rilevante nel nostro tempo. Una sfida che coinvolge i paesi e i cittadini, e per realizzarla occorre attuare importanti modifiche economiche e sociali, ma soprattutto operare un cambio di mentalità. Solo un approccio culturale nuovo può generare un progetto connesso con il territorio, non limitato al solo sfruttamento delle risorse ma da una reciproca valorizzazione di esso, controllato e sostenibile, in grado di creare benessere sociale. Un modello inclusivo, che valorizzi il senso civico di appartenenza in ciascuno di noi. Secondo il Rapporto Asvis 2017, il raggiungimento degli obiettivi, ha spiegato la Raggi, dimostra che l’Italia sta migliorando sull’educazione, salute ed alimentazione, ma è in ritardo sulla povertà, disoccupazione, sulle disuguaglianze collegate all’ambiente e sull’economia circolare legata al cambiamento climatico. Inoltre, il rapporto McKinsey, ha aggiunto la Raggi, prevede che entro il 2050, il 50% della popolazione vivrà di più all’interno delle città metropolitane, consumando i 2/3 dell’energia globale e producendo oltre il 70% delle emissioni di gas serra. “Queste previsioni” ha sostenuto la sindaca “sono preoccupanti e la sfida lanciata dai 17 obiettivi dell’agenda è difficile, tuttavia la città di Roma è in “marcia” impiegando politiche che guardano ai bisogni della comunità, come l’adozione del nuovo Piano sociale cittadino”. Per Giovanna Melandri presidente della Fondazione Maxxi e della Human Foundation, la sfida nella misurazione dell’impatto sociale ed ambientale degli investimenti per uno sviluppo sostenibile, non è più una scelta. La Melandri ha citato le buone pratiche della Human Foundation, da sempre impegnata su iniziative sociali misurabili, come l’intervento sulle carceri per dimezzare il tasso di recidività, con il concorso di investitori privati che vengono risarciti dallo Stato se l’obiettivo è raggiunto.

Obiettivi inclusivi dell’Alleanza e della Commissione Europea 

Affinché gli obiettivi non rimangano pura utopia, servirà un decennio di profonda e persistente innovazione economica, sociale e istituzionale, a dirlo è Pierluigi Stefanini presidente dell’ASviS. “L’alleanza” ha precisato “ha una natura inclusiva, una visione lungimirante di cooperazione in cui ognuno è chiamato a fare la propria parte per contrastare i cambiamenti climatici”. Beatrice Covassi, capo della rappresentanza in Italia della commissione europea, ha sostenuto che l’Europa da sempre è attenta alla strategia dei cambiamenti climatici, e il 2018 è un anno chiave, un anno di transizione verso un’economia circolare per un’Europa sostenibile. Ad aprile di quest’anno, ha aggiunto la rappresentante della commissione, il Parlamento Europeo ha approvato un pacchetto di misure per l’economia circolare, ponendo vincoli stringenti agli stati membri in materia di riciclo, riduzione degli sprechi, utilizzo e trasformazione di sostanze inquinanti. È stata anche promossa la prima strategia europea sulla plastica che mira entro il 2030 a rendere riciclabili tutti gli imballaggi presenti sul mercato incentivando i prodotti monouso. “Ogni anno” ha segnalato la Covassi, “i consumatori europei producono oltre 25 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica, solo in Europa vengono sprecati 88milioni di tonnellate di cibo ogni anno, e ogni individuo spreca circa 173kg di cibo l’anno. L’obiettivo dell’Agenda 2030 sarà quello di ridurre del 50% gli sprechi alimentari. Per le energie rinnovabili si è passati al 20% nel riutilizzo delle fonti rinnovabili, ma l’obiettivo sarà raggiungere il target minimo del 35% di riutilizzo delle rinnovabili entro il 2030. “Tutti questi goals” ha concluso la Covassi “devono passare attraverso un cambiamento di comportamenti responsabili a livello individuale e collettivo”.

Il ruolo delle istituzioni e imprese

“Penso che le statistiche degli ultimi mesi ci stiano dicendo che quello della sicurezza sul lavoro da molti è considerato un lusso, infatti si continua a morire per le stesse cause di 50-70 anni fa”. A dirlo è il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, sottolineando che “gli incidenti aumentano invece di diminuire”, avvertendo che “lo sviluppo sostenibile ha bisogno di una riduzione delle disuguaglianze e di una maggiore sicurezza sulle persone”. Virginio Merola, sindaco di Bologna e coordinatore delle città metropolitane per l’Agenda urbana sostenibile, ha sostenuto che la sfida si giocherà soprattutto sulle aree metropolitane, quindi sarà necessario fare un piano di investimenti, utilizzando i fondi europei per promuovere patti di collaborazione “dal basso” che coinvolgano i cittadini su impegni concreti.

“Nel nostro piano strategico” ha spiegato Patrizia Grieco presidente di Enel, “sono stati inseriti quattro punti dell’Agenda Onu, che vengono misurati con le stesse metriche con cui noi misuriamo gli obiettivi economico finanziari”. “L’azienda” ha commentato la Grieco “è attenta ai temi dell’economia circolare e sta cercando per la filiera industriale di seguire un percorso secondo le nostre regole aziendali”. Mario Cerutti Chief Institutional della Lavazza parla di un approccio olistico alla sostenibilità. “I programmi attuali e futuri dell’azienda” ha specificato la presidente di Enel “saranno quelli di seguire la matrice dei 17 Sustainable Development Goals, che vedranno il coinvolgimento delle comunità del caffè, ma anche i collaboratori, i fornitori, i consumatori e la società civile”.  

La finanza per lo sviluppo sostenibile

Antonella Baldino Chief Business Officer della Cassa Depositi e Prestiti, ha riferito che la finanza sostenibile oltre ad essere una realtà per gli investitori nella scelta del finaziamento, è una necessità, quella cioè di adeguarsi al contesto e alle priorità della sostenibilità. In concreto le obbligazioni green sono cresciute di oltre il 46%, passando dai 43 miliardi nel 2015 ai 135 miliardi di emissioni nel 2017. La finanza sociale è aumentata da 15 miliardi a 26 miliardi di dollari con un incremento medio annuo di più del 30%. Accanto al comparto dei green bond si è poi sviluppato il settore dei social bond che ha visto un’impennata nel 2017 con oltre 5 miliardi di dollari. Ciò significa che si stanno facendo strada strumenti finanziari dedicati alla sostenibilità, ha spiegato la Baldino. “Non si tratta solo di un obiettivo di politica economica” ha aggiunto “ma una variabile importante nelle scelte di investimento per operatori finanziari privati”. Il traguardo della sostenibilità, ha aggiunto, interseca tutti i vettori della cassa, dagli interventi sul territorio alle infrastrutture, al supporto delle piccole e medie imprese per l’accesso al credito, fino alla riqualificazione di quelle coinvolte nelle calamità naturali e all’edilizia scolastica. Andrea Casini Co-Head Italy della UniCredit, ha messo in evidenza l’attenzione del gruppo alle piccole e medie imprese puntando sulla formazione per creare una cultura finanziaria diversa. Nel 2017 il gruppo bancario ha lanciato il programma “social impact banking” per finanziare la nascita di startup attraverso il microcredito. “In sostanza” ha spiegato Casini “è emersa da parte dei giovani una spiccata sensibilità alla sostenibilità. In conclusione, per Casini, occorre offrire ai giovani strumenti per sviluppare le proprie attività, in assenza di un reale sostegno, potrebbero realizzare la loro idea all’estero. Marisa Parmigiani Responsabile della sostenibilità di Unipol, ha spiegato che l’azienda ha allargato la sanità integrativa a categorie sociali deboli e a giovani che non hanno accesso a un mercato di lavoro strutturato, allargando la capacità assicurativa.

L’innovazione sociale per lo sviluppo sostenibile

“Il ruolo della Coop” ha spiegato Stefano Bassi presidente di Ancc-Coop “è sostenere un cambiamento nella produzione e nel consumo, responsabilizzando le imprese, i singoli fornitori e il consumatore finale”. Coop, ha commentato Bassi, può essere un esempio di equilibrio nel mercato volta a informare e incoraggiare l’acquisto di prodotti sostenibili, partendo dal presupposto che la scelta di un punto vendita può fare la differenza. Carlo Borgomeo presidente della Fondazione con il Sud, ha sottolineato la crisi epocale del welfare e nello stesso tempo la maggiore attenzione del mondo profit ai temi sociali. Secondo Borgomeo bisogna fare uno sforzo per aumentare l’innovazione e dare maggiore slancio al welfare aziendale tenendo presente l’aumento smisurato delle diseguaglianze sociali e dei diritti negati. “È necessario” ha aggiunto “che i temi della sostenibilità non siano accessori, ma siano al centro della politica cambiando la gerarchia delle priorità, affermando che il sistema sociale viene prima del fattore economico”. Antonio Gaudioso Segretario generale di Cittadinanzattiva ha dichiarato che sono sempre più evidenti le disuguaglianze tra cittadini. “Esistono regioni in grado di assicurare servizi e prestazioni all’avanguardia, mentre altre fanno fatica a garantire livelli minimi di assistenza”. “Vogliamo che tutti i cittadini” ha concluso Gaudioso “abbiano lo stesso diritto alla salute e che tale diritto nel nostro Paese sia considerato un elemento imprescindibile di coesione sociale e di sviluppo sostenibile”.

Cristina Montagni

Intervista alla Sindaca di Roma Virginia Raggi

Ho incontrato la Sindaca Virginia Raggi per approfondire alcuni temi legati al futuro dell’imprenditoria femminile, quali sfide e strumenti per favorire percorsi di carriera femminili anche in un’ottica di sostenibilità ambientale e sociale

Le imprese femminili possono essere protagoniste del sistema produttivo nel territorio romano?

I dati ci mostrano come l’imprenditorialità femminile, nel nostro territorio, sia in crescita. Di recente, in occasione dell’8 marzo, ho partecipato alla premiazione di alcune imprenditrici innovative alla Camera di Commercio di Roma che, in quell’occasione, ha comunicato i dati 2017 sull’imprenditoria femminile. Ed i numeri sono molto incoraggianti: tra Roma e provincia abbiamo superato le centomila imprese guidate da donne. È un dato importante, che fa di Roma la prima provincia italiana per numero di attività imprenditoriali femminili. Solo nella Capitale, il 20,4% delle imprese è guidato da donne. E se guardiamo agli anni appena trascorsi, vediamo che il dato è in aumento.

Quali strumenti riterrebbe utili per accrescere la piccola impresa femminile orientata all’innovazione?

Sicuramente bisogna puntare sull’orientamento, sulla formazione e sull’autoimprenditorialità, ma in chiave innovativa. In tal senso, Roma è una delle città italiane a più alta densità di startup e incubatori certificati. Fondamentale facilitare l’accesso al credito, che resta uno dei maggiori ostacoli per la vita media di un’impresa, favorendo i contatti tra imprenditoria e investitori.

 Secondo lei in che modo si potrebbero coinvolgere le imprenditrici del territorio nella diffusione di tematiche sociali e ambientali, per avere un tessuto imprenditoriale più etico dal punto di vista della sostenibilità ambientale e sociale?

Mi sembra che questi temi siano già frequentati dalle imprenditrici, ed anche dalle imprenditrici tecnologiche. Quello dell’Innovation Technology è un ambito che ben si presta allo sviluppo di attività etiche, sia perché consente di operare nel sociale sia perché permette di sviluppare idee nel rispetto dell’ambiente. Penso, ad esempio, all’esperienza di ImpReading con cui l’imprenditrice Elena Imperiali, partendo da una propria esperienza, ha creato un software che aiuta ragazzi disgrafici e dislessici nell’uso del Pc.

L’Italia è al top in Ue per numero di imprenditrici. Ma le imprenditrici devono fare i conti con un welfare che non le aiuta a conciliare il lavoro con la cura della famiglia. Quali interventi suggerirebbe alle istituzioni per colmare questo gap?

Il nodo più duro da sciogliere per una lavoratrice è riuscire a conciliare il lavoro con la maternità. Ritenere che avere dei figli sia penalizzante è inaccettabile. Le istituzioni devono agire principalmente su questo fronte, rendendo la genitorialità sostenibile.

Come potrebbero le imprese favorire percorsi di carriera femminili più rapidi?

Credo che le donne non necessitino di corsie preferenziali. Sappiamo bene che esiste una disparità di genere: nei trattamenti salariali, nell’attribuzione di ruoli dirigenziali, nel riconoscimento delle capacità lavorative. Dobbiamo puntare ai diritti, perno costante e irrinunciabile della nostra azione politica, ma senza creare ‘recinti per i panda’. Le donne hanno le qualità per affermarsi da sole, dobbiamo fare in modo che abbiano le stesse opportunità degli uomini. 

Le condizioni economiche delle donne e la loro dipendenza finanziaria potrebbero in qualche modo secondo lei incidere sulla possibilità di trovarsi in situazioni di violenza?

La violenza non ha giustificazioni né alibi. È evidente che il tema è estremamente delicato e va affrontato sistematicamente su più livelli. Riguardo alle condizioni economiche certamente la reale parità di genere passa anche da una parità delle retribuzioni, che ancora non c’è: facciamo una lotta comune, uomini e donne.

Sul tema degli abusi, ci siamo impegnati in prima linea con un potenziamento della rete dei Centri anti-violenza: solo dal 12 marzo ne abbiamo aperti tre, perseguendo l’obiettivo complessivo di aprirne uno in ogni municipio. Il percorso di recupero psicologico delle vittime è fondamentale, la violenza va combattuta in ogni ambiente.

Crede sia possibile ripensare la Capitale come una sorta di grande “laboratorio di progettazione” per attività di promozione dell’imprenditoria femminile e dell’occupazione in genere?

La nostra città ha enormi potenzialità e offre moltissime possibilità: è un polo culturale e scientifico di primaria importanza. Conta molti incubatori e acceleratori per startup. Ospita una ventina di atenei, tra pubblici e privati. Certo, occorre rafforzare ed ampliare le sinergie esistenti. Mettere in comunicazione istituzioni e mondo accademico per creare servizi di assistenza alle start up che attirino talenti e idee.

Nel territorio di Roma sono previsti percorsi di formazione specifici per avviare una start up innovativa femminile?

Proprio in questi giorni si è svolta (6-14 aprile) la Rome start up week 2018, un grande evento europeo che, con il Patrocinio di Roma Capitale, ha previsto numerosi incontri con esperti italiani ed esteri dove si è parlato di innovazione, investimenti ed imprenditorialità. Nel territorio romano sono attivi numerosi incubatori ed acceleratori che l’associazione Roma Startup ha mappato sul suo sito, mostrando una realtà ricca di proposte aperte alle imprenditrici.

Quali programmi sta portando avanti l’Amministrazione per permettere il raggiungimento della parità di genere in campo lavorativo?

Con l’adesione a progetti di flessibilità lavorativa, Roma vuole cogliere una grande opportunità di trasformazione e di evoluzione per una moderna organizzazione e per il benessere della città. Indirizzare e sostenere nuovi processi e modalità di lavoro vuol dire diffondere la cultura della conciliazione di stili di vita, rivolti al benessere complessivo della persona.

È in questa ottica che Roma Capitale ha partecipato, all’interno di una rete che comprende anche la Città Metropolitana, ad un bando del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri per l’attivazione di percorsi di lavoro “agile” all’interno dell’Amministrazione.

Roma Capitale beneficerà di consulenza e supporto all’implementazione di forme di lavoro agile che consentano alle dipendenti e ai dipendenti la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. L’avvio delle attività è prevista a partire da maggio 2018.

Alla conferenza Women4Climate in Messico sono state invitate sindache e donne d’affari di tutto mondo impegnate nella lotta ai cambiamenti climatici. 10 giovani donne sono state inserite nell’amministrazione della loro capitale per aver presentato progetti sui temi del clima. Un programma simile può essere attuato anche nella nostra Capitale visto che ne è già stato realizzato uno a Parigi e un altro verrà realizzato prossimamente a Montreal e Vancouver?

Roma ha deciso di impegnarsi in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici e il Convegno C40 Women4Climate a Città del Messico ha rappresentato una grande opportunità di confronto per le grandi capitali mondiali. In quell’occasione ci siamo già resi disponibili per il programma di “mentoring” e probabilmente già dall’anno prossimo lo realizzeremo.

Cristina Montagni

Al MIUR il documento per la parità di genere nelle università e negli enti di ricerca

La valorizzazione delle competenze femminili riguarda il tessuto produttivo dell’intero Paese. L’11 maggio al Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) sono state presentate le dieci raccomandazioni finali del documento “Indicazioni per azioni positive sui temi di genere nell’Università e nella Ricerca”.

Il dossier elaborato dal gruppo di lavoro “Genere e Ricerca”, è stato discusso dal Dipartimento della ricerca per la formazione superiore, dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e dalla Conferenza dei Presidenti degli Enti pubblici di ricerca.

Le 10 raccomandazioni

Il pacchetto di suggerimenti parte dalla considerazione dell’esistenza di una discriminazione di genere nel mondo professionale e del lavoro che può essere di tipo orizzontale (la distribuzione delle donne e degli uomini all’interno delle varie discipline), verticale (la distribuzione rispetto alla gerarchia dei ruoli) e territoriale, perché la presenza femminile in diversi ambiti lavorativi o una maggiore presenza di donne in ruoli apicali varia rispetto alla nazione o alla regione.

La relazione sollecita le università e gli enti di ricerca, vigilati dal Miur, a dotarsi del bilancio di genere per monitorare i progressi verso gli obiettivi di parità, ad incentivare la creazione di variabili disaggregate per sesso nell’ambito della ricerca e dell’istruzione per gli studi scientifici includendo il genere come contenuto trasversale. Per incentivare la parità – come riportato dalla relazione – sarà necessario creare liste di esperte ed esperti su tematiche che formino valutatori incaricati nella selezione di progetti di ricerca, regolamentare a livello statutario misure per riequilibrare le componenti maschili e femminili in organismi, commissioni e comitati. Inoltre, il gruppo di lavoro afferma l’introduzione delle specificità di genere nei raggruppamenti universitari per l’attuazione del Piano Lauree Scientifiche 2017-2018 nell’ottica dell’orientamento delle studentesse verso le discipline STEM.

La ministra Fedeli: la diseguaglianza fa perdere talenti e saperi

“A fronte di questa situazione” ha osservato la Ministra Valeria Fedeliil documento sottolinea la persistenza di forme di discriminazione e fattori esterni alle istituzioni di ricerca, come la difficile conciliazione vita/lavoro e la diseguaglianza che determina la perdita di talenti, di saperi e di valore nella ricerca e nell’insegnamento universitario”. Per superare questo gap e raggiungere l’obiettivo della parità di genere – ha aggiunto – occorre agire sulla presenza di entrambi i sessi nei gruppi di ricerca e nei vari livelli decisionali e sulla presenza della dimensione di genere nei contenuti della ricerca. La parità di genere – ha proseguito la Ministra – è un diritto fondamentale, un principio sancito dalla Costituzione, un obiettivo centrale dell’Agenda 2030 e rappresenta una condizione necessaria per il conseguimento degli obiettivi UE in materia di crescita, occupazione e coesione sociale. “Per raggiungerla nell’ambito dell’università e della ricerca” ha sostenuto “è indispensabile intervenire su due livelli. Il primo è superare gli stereotipi di genere nell’istruzione, nella formazione e nella cultura, che inducono donne e uomini a seguire percorsi educativi e formativi diversi, spesso portando le donne a posti di lavoro meno valutati e remunerati. Il secondo riguarda la necessità di promuovere le carriere delle donne nel mondo accademico e nella ricerca, forti anche della consapevolezza che la partecipazione femminile in ambiti dove le donne sono sottorappresentate, come quelli scientifici e tecnologici, può contribuire ad aumentare l’innovazione, la qualità e la competitività della ricerca scientifica e industriale”.

“Il documento rappresenta uno sforzo in questa direzione che amplia e integra quello rivolto al mondo della scuola nel perseguimento della parità tra donne e uomini. La valorizzazione delle competenze femminili è una questione che interessa l’intero sistema paese e il suo tessuto produttivo” – ha concluso la Ministra “che deve potersi avvantaggiare dell’avanzamento della conoscenza, dell’arricchimento intellettuale, del guadagno economico-culturale che ci attendiamo dal perseguimento della parità in tutti gli ambiti”.

Cristina Montagni

FESTIVAL DELL’ECONOMIA 2018: “LAVORO E TECNOLOGIA” AL CENTRO

Le tecnologie aiutano ad arricchirci o produrranno riduzione di posti di lavoro? Cosa ci resterà da fare quando saranno le macchine a lavorare e guadagnare? Questi alcuni degli interrogativi discussi al Festival dell’economia 2018, che si terrà dal 31 maggio al 3 giugno a Trento. L’intera kermesse, giunta alla tredicesima edizione, dedicata al “Lavoro e tecnologia”, è stata presentata lo scorso 18 aprile a Roma nella sede della Casa Editrice Laterza, dal presidente della Provincia autonoma di Trento, Ugo Rossi, dall’editore Giuseppe Laterza, dal rettore dell’Università di Trento, Paolo Collini, dal presidente dell’Università di Trento, Innocenzo Cipolletta e dal direttore scientifico del Festival, Tito Boeri.

Ai panel di discussione interverranno scienziati, economisti e appassionati di tutto il mondo che daranno vita ad un dibattito stimolante cercando di capire se l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie, possono sostituire il lavoro dell’uomo. Tra i protagonisti, cui sarà affidato il compito di dare concretezza a questi temi, spiccheranno gli economisti Richard Freeman dell’Università di Harvard, Joel Mokyr della Northwestern University, Alan Kruger della Princeton University, Richard Baldwin, direttore del CEPR (Centro di politica economica di Londra), il fisico Roberto Cingolani, direttore dell’istituto italiano di Tecnologia, il filosofo Gino Roncaglia e il vicepresidente della Commissione europea Franciscus Timmermans.

Riflessioni dei protagonisti al Festival

FESTIVAL DELL’ECONOMIA 2018Il successo del Festival dell’economia in questi anni è stato quello di aver consentito ai decisori di trarre nuovi spunti di riflessione. “L’edizione 2018” ha sostenuto Ugo Rossi “coniuga il rigore scientifico con quello dell’accoglienza, non solo per i contenuti ma per il luogo in cui si svolge. Un momento di approfondimento, aperto e accessibile, su temi complessi, in un’epoca in cui tutto si consuma velocemente, per fermarsi e riflettere”. “Unire lavoro e tecnologia” ha aggiunto “porta con sé enormi preoccupazioni da un punto di vista quantitativo e qualitativo, ma anche stimoli per scoprire se la tecnologia sarà in grado di creare nuove traiettorie occupazionali sullo sviluppo del territorio”. “L’intelligenza artificiale” ha aggiunto “oltre a cambiare mestieri e competenze con maggiore velocità, trasforma i contenuti dell’insegnamento, la formazione e apprendimento”. “In una società in cui l’informazione è accessibile in tempo reale, il Festival è un’occasione per discutere sui temi della collettività e comprendere se la tecnologia, e la trasformazione del mercato del lavoro, sono questioni che ci riguardano direttamente”. “I nostri territori” ha concluso Collini “possiedono grande autonomia e ciò permette di adottare politiche mirate e sistemi di welfare personalizzati secondo le esigenze del territorio”.  

Innocenzo Cipolletta, ha spiegato che “dopo aver toccato i temi delle tasse e dell’immigrazione, la terza ondata di populismo potrebbe rivolgersi verso le macchine e l’automazione, responsabili della distruzione di posti di lavoro”. “Se non ci attrezziamo a gestire questi fenomeni, cercando di capire come si costruiscono nuove opportunità di lavoro” ha commentato “il rischio è che qualcuno insinui la necessità di arrestare lo sviluppo. “Poiché non esiste una ricetta unica” ha spiegato Cipolletta “sarà opportuno riflettere sulle politiche di redistribuzione dei redditi attraverso un aumento dei servizi pubblici con l’adozione di politiche fiscali e regimi tariffari mirati”.  

Tito Boeri, direttore scientifico del Festival, ha sostenuto che il progresso tecnologico è necessario per conquistare “tempi di vita” nella longevità, e raggiungere una migliore qualità di vita in età avanzata. “Il tema di quest’anno” su “Lavoro e Tecnologia” ha spiegato “è un tema intorno al quale si giocano le prospettive di crescita dell’economia mondiale per evitare che sopraggiunga una stagnazione secolare come alcuni hanno predetto”. “La tecnologia” per Boeri “se da un lato consente l’uscita dallo “stallo” economico e da pesanti forme di recessione, dall’altro pone interrogativi sul governo del cambiamento: chi lo gestisce e in quale direzione deve andare”. “Si cercherà di comprendere” ha affermato Boeri “chi può condizionare il progresso, chi si appropria dei frutti, intesi in senso di produttività, del progresso tecnologico e chi possiede i diritti di proprietà sulle nuove tecnologie e sui robot. Come rendere partecipi i lavoratori ai processi decisionali e come rilanciare l’azione protettiva dei sindacati”. “Da una parte” ha spiegato Boeri “è possibile spingere dal lato fiscale, dall’altra occorre incentivare i lavoratori a detenere quote di capitale con una presenza più attiva agli utili dell’impresa, sostenere una maggiore partecipazione ai fondi pensione o investire nella robotica”. L’attuale progresso tecnologico ha caratteristiche molto diverse rispetto al passato. “Se i processi industriali” ha detto Boeri “avevano abbattuto le distanze nello scambio dei beni, causando forme di agglomerazione, oggi oltre a condurre una maggiore circolazione di idee, possono avere effetti distributivi negativi nei paesi avanzati”.

Al Festival dell’Economia verrà affrontata anche l’annosa questione delle piattaforme digitali, generatrici di forme di lavoro alternative, la Gig economy, l’universo mondo dei lavoretti mascherati a lavoro autonomo. “Se da una parte” ha spiegato Boeri “possono essere utili per promuovere la partecipazione di lavoratori in settori marginali nel mercato del lavoro, dall’altro portano con sé effetti distributivi che i nostri sistemi di protezione sociale non sembrano ancora in grado di gestire”. I lavori alternativi, ha sottolineato Boeri, sono stati introdotti con l’obiettivo di contenere i costi sociali delle fluttuazioni cicliche, inadeguati ad affrontare problemi strutturali di lungo periodo, come quelli legati al futuro di chi di colpo ha visto il proprio capitale umano deprezzarsi gradualmente.

Programma degli eventi del Festival 2018

Giovedì 31 maggio

  • Conferenza di apertura di Richard Freeman dell’Università di Harvard, dal titolo “robot mania” che insieme a Tito Boeri avvierà il ragionamento sul tema “Tecnologia e lavoro”.
  • Richard Baldwin affronterà il tema dal titolo “la globalizzazione ieri, oggi e domani”.

Venerdì 1° giugno 

  • Joel Mokyr della Northwestern University, affronterà l’argomento sul rapporto fra la stagnazione economica ed il progresso tecnologico, mentre Barry Eichengreen dell’Università di Berkeley, indagherà i rapporti fra populismo e insicurezza economica. 
  • Il fisico Roberto Cingolani, direttore dell’Istituto italiano di Tecnologia, proporrà una suggestiva intervista ad un robot.
  • Evgeny Morozov, analizzerà la guerra fra le imprese americane e quelle cinesi per lo sfruttamento delle nuove tecnologie.  
  • Alan Kruger della Princeton University e il primo vicepresidente della Commissione europea Franciscus Timmermans, interverranno sui cambiamenti che le tecnologie hanno apportato sul nostro modo di lavorare.
  • Chiara Burberi, Gianna Martinengo, Fiorella Operto, e Monica Parrella affronteranno il tema “Genere, scienza e tecnologia”. Saranno presentati dati ed esperienze a livello nazionale, per gli stereotipi di genere nelle STEM. Quali iniziative mirate per avvicinare le ragazze al coding e alla partecipazione all’ICT e alla robotica.
  • La Fondazione Bracco affronterà il tema “Donne che pensano i robot e disegnano l’economia” con il progetto 100esperte.it.
  • Gianni Toniolo della Luiss School of European Political Economy, parlerà delle “Tecnologie ed emancipazione femminile”.

Sabato 2 giugno

  • Philip McCann dell’Università di Sheffield, affronterà gli impatti sui territori dei cambiamenti tecnologici.
  • Imran Rasul dell’University College di Londra, parlerà di giustizia e discriminazione etnica.
  • Federico Rampini terrà una conferenza sull’America di Trump, dalla Silicon Valley alla Rust Belt.
  • Remo Bodei rifletterà su cosa succede alla coscienza degli individui quando facoltà umane essenziali come l’intelligenza e la decisione si trasferiscono alle macchine. 
  • Mauro Calise, Andrea Gavosto e Gino Roncaglia si confronteranno su come la tecnologia stia cambiando la didattica a scuola e all’università.
  • Diego Piacentini membro dell’executive team di Amazon, interverrà sulla digitalizzazione della pubblica amministrazione italiana.

Domenica 3 giugno

  • Riccardo Zecchina, professore di fisica statistica al Politecnico di Torino, affronterà il tema dei Big Data.
  • L’economista Luigi Zingales parlerà di tecnologia finanziaria.
  • Maurizio Ferraris si soffermerà sull’epoca in cui web e smartphone annullano la distinzione tra il tempo libero e quello dedicato al lavoro.

A conclusione dei lavori di quest’anno torna il concorso EconoMia, realizzato con la collaborazione del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR), dell’Associazione Europea per l’Educazione Economica, del Dipartimento della Conoscenza della Provincia autonoma di Trento e dell’Istituto Tecnico Economico “Bodoni” di Parma. I venti giovani vincitori del concorso riceveranno in premio l’ospitalità a Trento nelle giornate del Festival e un assegno di 200 euro ciascuno.

Cristina Montagni

 

I giovani e il mondo del lavoro, un gap tra possibilità e propensioni

Giovani e lavoro, temi intorno ai quali si intrecciano interrogativi, sentimenti di passione e vulnerabilità, aspettative di vita lavoro-famiglia, percezione del lavoro all’interno dell’impresa, skills necessari per soddisfare l’azienda che decide di investire su un giovane laureato. Sulla base di questi elementi, l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, insieme all’Università Europea di Roma (UER), lo scorso 18 aprile hanno presentato i risultati della ricerca “I giovani e il mondo del lavoro”. L’indagine pilota, realizzata dal gruppo di lavoro Value@Work, (composto da: Aidp Lazio, Cgil, Colap, Federmanager, Forum delle Associazioni Familiari, Istituto Fidelis – Apra, Istituto Luigi Gatti- Apa Confartigianato Imprese Milano-Monza, Prioritalia e Università Europea di Roma) ha suggerito un modello sperimentale che raccorda il mondo dell’università a quello delle imprese.

Analisi esplorativa e obiettivi dell’indagine pilota

L’indagine pilota giunta alla seconda edizione, nasce con l’obiettivo di dare risposte sull’occupazione dei giovani, colmare il gap di competenze necessarie per l’innovazione e la competitività delle imprese, mettere al centro la persona e la sua crescita, il benessere della famiglia, il miglioramento della qualità della vita e la conciliazione di vita e lavoro all’interno della cultura aziendale. Per tutte le variabili quali-quantitative sono state analizzate le motivazioni, le aspettative delle scelte universitarie degli studenti dal punto di vista professionale-valoriale e le differenze tra i profili universitari in raccordo con le loro identità. 

Per facilitare l’incontro tra giovani e mondo del lavoro, il sondaggio ha considerato due panel a confronto: i giovani universitari e le imprese.

Il primo panel rivolto agli studenti, ha cercato di cogliere le motivazioni delle scelte universitarie, le difficoltà attese verso il percorso di un lavoro autonomo e la disponibilità di mettersi in gioco per ottenere gli obiettivi preposti. Il panel rivolto alle aziende ha invece focalizzato i fabbisogni delle imprese, le difficoltà nell’assunzione di nuove forze lavoro, suggerendo un possibile modello per integrare i giovani nella propria organizzazione.

Panel a confronto Giovani e Impresa

A fornire una lettura sintetica dei dati è stata Adele Ercolano, coordinatrice dell’Istituto degli Studi Superiori sulla Donna. La Ercolano ha spiegato di aver coinvolto al sondaggio 600 studenti, il 65% della popolazione delle facoltà dell’ateneo, suddiviso per il 65% da ragazze e per il 35% da ragazzi. Tra le motivazioni della scelta dell’ateneo è emerso che il 56% degli studenti ha valutato il percorso universitario in base alle proprie passioni e interessi, per il 27% la scelta è stata determinata dalla prospettiva di un lavoro e il 13% ha ragionato in base alle proprie attitudini. Secondo una prevalenza di genere, il 65% delle ragazze ha scelto psicologia in base alle proprie vocazioni, mentre scienze del turismo ed economia sono tra le facoltà più “gettonate” dagli studenti per le buone prospettive di lavoro. Per l’utilizzo delle piattaforme digitali (incontro domanda-offerta di lavoro), il 29% del campione predilige le piattaforme online, mentre il 32% si affida a parenti e amici per la ricerca di una occupazione. Tra i fattori di arricchimento dei curricula sono state valutate le conoscenze delle lingue straniere. Dall’analisi è emerso che il 52% degli studenti ha un livello intermedio di conoscenza dell’inglese, il 25% una padronanza avanzata della lingua, mentre il 23% un livello base di preparazione. Per quanto attiene alle esperienze extra-accademiche, su un campione di 347 studenti, è risultato che avere esperienza sulla responsabilità sociale è considerato dalle ragazze e dai ragazzi, una componente favorevole che accresce le relazioni con gli altri per maturare skills di alto livello. Ampliare le competenze professionali con un tirocinio mirato, è valutato positivamente per acquisire maggiore consapevolezza sul lavoro.

Da questo spaccato è emerso che i ragazzi si attendono dal mondo del lavoro di poter coltivare le proprie passioni (34%), di trovare un lavoro sfidante e autonomo con possibilità di crescita (21%), che dia sicurezza e stabilità (18%). Coltivare le passioni è un sentimento molto sentito tra gli studenti di psicologia, rispetto a quelli di giurisprudenza ed economia, che si aspettano dalle aziende di valorizzare la propria crescita professionale. Le ragazze infine sperano di poter formare una famiglia tra i 25-30 anni (50%), e questo dato è strettamente correlato con la scelta universitaria e la tipologia di settore nel quale pensano di operare.

Stefania Celsi, consigliere dell’istituto di studi superiori sulla donna dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e membro di Value@Work, ha affermato che per aumentare la presenza dei giovani nel mondo del lavoro è necessario abbattere il costo del lavoro, unitamente all’investimento in formazione professionale. Per questo, ha spiegato, sono stati analizzati i fabbisogni delle organizzazioni su un campione di circa 30 imprese che hanno interazioni con l’UER in termini di aree aziendali, tipologia di professionalità, competenze integrative e trasversali richieste. Alle aziende, ha aggiunto, è stato chiesto quali rinunce o sacrifici dovrebbero fare i giovani secondo il punto di vista delle imprese per inserirsi con successo nelle organizzazioni, e quali competenze l’università dovrebbe favorire al di là di quelle accademiche. La risposta più frequente è stata quella di arricchire il percorso con esperienze extra-curriculari, in particolare all’estero, e conseguire maggiori specializzazioni.

Dall’indagine emerge che tra le principali proposte del mondo industriale, per facilitare la presenza dei giovani all’interno del mondo del lavoro, oltre quello di abbassare il costo del lavoro per incentivare l’assunzione dei giovani (57%), è necessario adeguare il sistema formativo universitario alle competenze/conoscenze richieste dalle imprese (38%). Le aziende apprezzano i giovani capaci di comprendere i bisogni degli altri, essere orientati al servizio (30%), avere la capacità di adattarsi ed essere sensibili (25%), avere la capacità di relazionarsi con gli altri ed avere solide competenze tecnico-professionali (15%). Per aumentare la presenza dei giovani, le aziende sarebbero disposte a investire in formazione professionale (48%), favorire la rotazione di personale (19%) e incentivare l’esperienza di giovani all’estero per l’internazionalizzazione dell’azienda (9,5%). Rispetto alle “rinunce” o “sacrifici” che i giovani dovrebbero fare per inserirsi nel mercato del lavoro, le aziende suggeriscono di dedicare tempo per conseguire ulteriori specializzazioni (33%), accettare di lavorare lontano dai luoghi di residenza (29%), e cambiare tipologia di attività lavorativa (19%).

A tirare le somme del seminario è stata Silvia Profili, coordinatrice del corso di economia e management dell’Università Europea di Roma e Marta Rodriguez, direttrice dell’Istituto di Studi Superiori sulla Donna. Entrambe hanno sostenuto che i risultati dimostrano quanto i valori sono importanti nelle scelte di un percorso professionale. La sicurezza, la stabilità e l’attenzione al work-life balance rappresentano i principali fattori che gli studenti ricercano nel lavoro. Investire sui giovani significa costruire un futuro sostenibile, per fare questo, occorre renderli protagonisti del futuro, ascoltarli e prenderli sul serio.

Cristina Montagni

Reddito di Inclusione e sostegno inclusivo attivo

Il Presidente dell’Inps Tito Boeri, il 28 marzo presso la sede Inps in Palazzo Wedekind, ha presentato i dati sulle domande del Reddito di inclusione e il numero attuale dei beneficiari aggiornati al 23 marzo 2018, dopo quasi tre mesi dalla sua applicazione. Alla tavola rotonda hanno partecipato il Presidente del Consiglio Gentiloni, il Ministro del Lavoro Poletti ed il Portavoce dell’Alleanza contro la Povertà Rossini.  

Che cos’è il reddito di Inclusione

Il Reddito di Inclusione (ReI), è una misura strutturale unica a livello nazionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale che sostituisce il sostegno per l’inclusione attiva (SIA). Il decreto approvato riordina le prestazioni assistenziali e rafforza il coordinamento degli interventi in materia di servizi sociali, per garantire livelli essenziali delle prestazioni in tutto il territorio nazionale. La Legge di Bilancio 2018 ha esteso la platea dei beneficiari del ReI, rendendo meno stringenti i requisiti del nucleo familiare necessari per accedere alla misura.

Requisiti del Reddito di inclusione

Il ReI viene riconosciuto ai nuclei familiari che rispondono a determinati requisiti relativi alla situazione economica. Il nucleo familiare dovrà avere un valore dell’ISEE non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro. Sono ammessi al ReI i nuclei con figli minori o disabili, donne in stato di gravidanza o disoccupati con età pari o superiore a 55 anni. Fermo restando il possesso dei requisiti economici, il ReI è compatibile con lo svolgimento di un’attività lavorativa, ma non è compatibile con la fruizione, da parte di qualsiasi componente del nucleo familiare con la NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego) o di altro ammortizzatore sociale per la disoccupazione involontaria.

Il ReI è articolato in due componenti

  1. Un beneficio economico erogato su dodici mensilità, con un importo che va da circa 190 euro mensili per una persona sola, fino a circa 500 euro per un nucleo con 5 o più componenti.
  2. Una componente di servizi alla persona che tiene conto della situazione lavorativa e del profilo di occupabilità, dell’educazione, istruzione e formazione, della condizione abitativa e delle reti familiari della persona che servirà a dar vita a un “progetto personalizzato” volto al superamento della condizione di povertà.

Per accedere alle prestazioni, si utilizza la dichiarazione ISEE per migliorare la fedeltà delle dichiarazioni. La durata del ReI è di 18 mesi e per poterlo richiedere è necessario attendere almeno 6 mesi dall’ultima erogazione.

Progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa

Il Progetto viene predisposto dai servizi sociali del Comune, che operano in rete con i servizi per l’impiego, i servizi sanitari e le scuole, e con soggetti privati attivi nell’ambito degli interventi di contrasto alla povertà, con riferimento agli enti non profit.

Il Progetto riguarda l’intero nucleo familiare e prevede impegni che vengono individuati da operatori sociali sulla base di una valutazione delle problematiche e dei bisogni. La valutazione considera le condizioni personali e sociali; la situazione economica, lavorativa e il profilo di occupabilità; l’educazione, l’istruzione, la formazione; la condizione abitativa, le reti familiari e sociali.

Se in fase di valutazione emerge che la situazione di povertà è connessa alla mancanza di lavoro, il Progetto personalizzato è sostituito dal Patto di servizio o dal Programma di ricerca intensiva di occupazione. Solo per il 2018, il beneficio economico verrà concesso per un periodo massimo di 6 mesi, anche in assenza della sottoscrizione del progetto.

Identificazione degli standard minimi d’accesso ai servizi

  • Il primo standard minimo d’accesso ai servizi riguarda un punto ogni 40.000 cittadini che può variare a seconda se si tratti di una città metropolitana o un piccolo Comune.
  • Il secondo standard minimo si riferisce al servizio sociale professionale, in cui sarà disponibile un assistente sociale ogni 5.000 abitanti. In aggiunta a questi livelli minimi, saranno attivate altre attività di integrazione, in particolare quelle riferite alla sanità e all’assistenza al lavoro, anche queste omogenee per tutti i territori e Comuni, ed infine il potenziamento dei centri per l’impiego che prevedono programmi di sostegno al lavoro per le persone in cerca di una occupazione.

Carta ReI

Il beneficio economico viene versato mensilmente su una carta di pagamento elettronica (Carta REI) completamente gratuita, che funziona come una normale carta di pagamento elettronica alimentata direttamente dallo Stato.

Dati dell’Osservatorio INPS sul ReI

Nei primi tre mesi del 2018 le misure di contrasto alla povertà varate dal Governo hanno raggiunto 870mila persone contro le 500mila famiglie del luglio 2017. Al Reddito di inclusione in vigore dal 1° gennaio 2018 al posto del SIA (sostegno di inclusione attiva), secondo l’Osservatorio Inps, hanno beneficiato 251mila famiglie, l’equivalente di 870mila persone, il 50% della platea raggiunta dallo strumento obiettivo che dal 1° luglio sarà composta da 2,5milioni di persone. Il sostegno maggiore è andato al Sud, che su 10 nuclei familiari, 7 risiedono nel mezzogiorno. “La dotazione del ReI nelle aree del Nord – ha commentato Boeri – è superiore agli 800 euro e in generale in Italia non scende al di sotto dei 600 euro”. “Quello che si può dare con questa misura, secondo Boeri, corrisponde ad un terzo dei beneficiari e nella migliore delle ipotesi un quarto di ciò che sarebbe necessario per riportare queste persone al di sopra della soglia di povertà”.

La manovra nel complesso si attesta tra i 35 e i 38miliardi di euro. “E’ un risultato importante, ha sostenuto il presidente dell’INPS, se si confrontano le misure adottate a livello internazionale che si attestano intorno ad una forbice tra il 40 e 80% della platea di riferimento”. “Non esistono schemi di contrasto alla povertà che raggiungano il 100% dei potenziali beneficiari e anche in paesi che adottano strumenti simili, non si va oltre il 50%”.

Distribuzione territoriale dei beneficiari ed incidenza del ReI

Per l’Osservatorio Inps sul reddito di inclusione, la concentrazione dei beneficiari risiede nel Sud, l’Istat conferma che 5 poveri su 10 si trovano in condizione di povertà assoluta e in alcune aree del mezzogiorno la concentrazione sale a 7 beneficiari su 10. Il ReI, poiché è una variabile correlata alla disoccupazione – e la disoccupazione converge alla povertà – i beneficiari coincidono con una elevata quota di disoccupati. Fa eccezione la Puglia, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna dove già sono stati adottati strumenti integrativi a sostegno del ReI. Il Reddito di inclusione ampliando la copertura degli strumenti già esistenti (SIA), allarga la platea verso le famiglie monocomponenti (famiglie disoccupate con più di 55 anni) e tende a crescere in proporzione al numero dei componenti del nucleo familiare (da 3 in su), mentre il SIA incideva soprattutto su nuclei familiari composti da 4 componenti in su. Sul livello medio delle prestazioni, il ReI è più generoso del SIA, ha un importo medio di circa 300 euro mensili contro i 245 euro del SIA. L’andamento del SIA era crescente per nuclei familiari fino a 4 componenti, ma calava per l’intervento di altre misure di sostegno, assegni corrisposti dai Comuni che non venivano computati ai fini SIA. Il rapporto tra l’importo ReI e l’importo teorico cui le persone avrebbero diritto, consiste in altri trasferimenti che le famiglie ricevono attraverso i sostegni pubblici. “L’attuale strumento, ha commentato Boeri, considera anche i nuclei familiari con presenza di disabili che rappresentano un quinto dei beneficiari, ciò ha permesso di affrontare un’altra criticità del nostro Paese, cioè l’aiuto alle famiglie povere con disabili a carico”.

“Lo strumento si regge su una macchina complessa, ha sostenuto Boeri, grazie all’intervento di Comuni, strutture territoriali, intermediari specializzati, Regioni, e costituisce un primo contatto delle persone bisognose di aiuto, non solo per i trasferimenti monetari, ma per l’aiuto nella ricerca di occupazione e più in generale nel reinserimento sociale. Le strutture una volta raccolte le informazioni, le trasmettono all’INPS che decide sulla concessione e da mandato all’ente erogatore di pagare le prestazioni. L’Istituto di previdenza farà una verifica patrimoniale dei soggetti beneficiari, che da luglio sarà obbligatoria per l’accesso al ReI, e una serie di attività di controllo sulle categorie dei beneficiari per valutare il diritto di chi ha inoltrato la domanda, verifiche sulla residenza, cittadinanza, e monitoraggio del progetto personalizzato.

“E’ un fatto positivo che in Italia si parli di misure di contrasto alla povertà. Il nostro Paese è arrivato a dotarsi di uno strumento di base nazionale come il ReI con 70 anni di ritardo rispetto ad altri paesi. Questo strumento ha commentato Boeri, oggi c’è”. “E’ un reddito minimo ai primi passi, ancora sotto finanziato, ma la platea di riferimento da luglio salirà a 700mila famiglie pari a 2,5 milioni di persone, che rispetto ai numeri sulla povertà assoluta divulgati dall’ISTAT (4,7milioni di persone e 1,6milioni di famiglie), dimostra che esiste ancora una distanza da colmare. Dando più risorse al ReI potremo raggiungere platee più vaste. È necessario, ha concluso Boeri, porci l’obiettivo di trovare maggiori risorse e dotarci di una infrastruttura capace di reggere una sfida complessa per il nostro Paese”.

Il punto delle Istituzioni

Lo sforzo messo in campo è di portata unica e coinvolge una platea larghissima di attori. “Da una parte, ha sostenuto il Ministro del Lavoro Poletti, cresce il lavoro della presa in carico per i progetti individuali, dall’altra c’è la costruzione di una rete nazionale di servizi integrati di accompagnamento a sostegno del reddito a fronte delle problematicità che la povertà evidenzia”. “Si può affermare che entro il 2020 saranno a disposizione 3miliardi di risorse essenziali per tutti i cittadini italiani. La scorsa settimana la rete nazionale per l’inclusione alla protezione sociale ha approvato un Piano per i servizi a sostegno della lotta alla povertà. La rete, strumento previsto dalla legge, coinvolge Governo, Regioni, Comuni, e il partenariato sociale (Terzo settore) per costruire la rete di servizi integrata a sostegno dei più deboli”. Dal 2018 sono disponibili 300milioni di euro che diventeranno 470miloni nel 2020, e a regime, considerando anche i fondi comunitari, diventeranno 720milioni di euro l’anno a potenziamento della rete dei servizi. L’erogazione dei servizi essenziali, ha commentato Poletti, è a carattere universalistico e non differenziato in base ai territori ma ci sarà uno standard minimo che dovrà essere raggiunto da ogni singolo soggetto. “Gli obiettivi individuati, ha concluso Poletti, sono quelli di un numero congruo di punti di accesso quali servizi, sedi, e luoghi cui il cittadino entra in contatto per questo intervento.

Il Presidente del Consiglio Gentiloni, ha dichiarato che la congiuntura economica favorevole, pur nella fase delicata di transizione politica, consente di guardare con fiducia al futuro per la riduzione delle diseguaglianze. “L’evidenza che emerge dai dati, consente di poter affermare che il ReI funziona e funzionerà meglio dal 1° luglio, con l’allargamento della platea e le misure integrative inserite nel bilancio 2018. È uno strumento nazionale, strutturale e non passivo che va difeso e potenziato sul fronte delle politiche attive. L’alleanza contro la povertà ha un ruolo indispensabile, e dimostra l’importanza dei corpi intermedi, degli organismi sociali e sindacali”, ha concluso Gentiloni.

Raffaele Tangorra, direttore generale per la lotta alla povertà e per la programmazione sociale del Ministero, ha ricordato l’impegno del Dicastero verso i più fragili, i senza dimora. Si è trattato del contrasto alla povertà estrema, del miglioramento delle condizioni di vita di persone che “prima erano invisibili nelle statistiche ufficiali, proprio perché senza dimora”. Il Ministero a proposito di questo, ha realizzato una strategia complessiva e strutturata chiamata “Housingfirst” (prima di tutto la casa). Un obiettivo che è possibile raggiungere, ha terminato Tangorra, con il fondo di 20 milioni di euro l’anno dal 2018, destinati ai senza fissa dimora.

Alleanza contro la povertà

Il portavoce dell’Alleanza contro la Povertà Roberto Rossini, che poco meno di un anno fa ha siglato un Memorandum di intesa con il Governo, ha espresso soddisfazione per le evidenze che emergono dai primi dati diffusi dall’Osservatorio dell’INPS, per il carattere universale di sostegno, e il Rei è una misura flessibile, ragionevole e completa. “Il nuovo Governo dovrà estendere la copertura del ReI per il potenziamento dei servizi pubblici territoriali per renderlo efficace. Lo strumento c’è, e gli stanziamenti illustrati dal Ministro Poletti, vanno nella giusta direzione. Quindi andare avanti senza remore per far sì che la misura sia efficace su tutto il territorio nazionale”, ha concluso Rossini.

Cristina Montagni

 

MILLENNIALS, LAVORO POVERO E PENSIONI: QUALE FUTURO?

Precari, Neet, working poor, “lavoro gabbia”: la futura bomba sociale produrrà un esercito di 5,7 milioni di giovani a rischio povertà nel 2050. Il ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, la discontinuità contributiva, la debole dinamica retributiva e attività lavorative precarie, rappresentano un mix pericoloso che proietta uno scenario preoccupante sul futuro previdenziale e la tenuta sociale del Paese. Le nuove povertà, determinate dalle basse pensioni, saranno aggravate dall’impossibilità di contare su una previdenza complementare come secondo pilastro pensionistico. Questo è quanto emerso dal rapporto Censis-Confcooperative presentato lo scorso 15 marzo su: “Millennials, lavoro povero e pensioni: quale futuro?”.

“Queste condizioni hanno attivato una bomba sociale che va disinnescata. Lavoro e povertà, per Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, sono due emergenze sulle quali chiediamo al governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri. Sul fronte della povertà il reddito di inclusione con un primo stanziamento di 2,1 miliardi che arriverà a 2,7 miliardi nel 2020 fornirà solo prime risposte, ma dobbiamo recuperare 3 milioni di Neet e offrire condizioni di lavoro dignitoso ai 2,7 milioni di lavoratori poveri. Rischiamo di perdere un’intera generazione”, ha spiegato Gardini.

Si assiste, infatti, a una discriminazione tra generazioni. Già oggi, il confronto fra la pensione di un padre e quella del proprio figlio segnala una divaricazione del 14,6%. Il sistema previdenziale obbligatorio attuale garantisce a un ex dipendente con carriera continuativa, con 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro a 65 anni, una pensione pari all’84,3%. Un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, con 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, il rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione si dovrebbe fermare al 69,7%, circa quindici punti percentuali in meno.

Rischia di andare peggio a 5,7 milioni di persone. Infatti, sono oltre 3 milioni i Neet (18-35 anni) che hanno rinunciato a ogni tipo di prospettiva a causa della mancanza di lavoro. A questi si aggiungono 2,7 milioni di lavoratori, tra working poor e occupati impegnati in “lavori gabbia” confinati in attività non qualificate dalle quali è difficile uscire e che obbligano a una bassa intensità lavorativa pregiudicando le loro aspettative di reddito e di crescita professionale. A tutto ciò si aggiunge un problema di adeguatezza del “rendimento economico” del lavoro che espone al rischio della povertà.

Lavorare, quindi, può non bastare. Per i giovani, in particolare, lo slittamento verso il basso delle remunerazioni, in assenza in Italia di minimi salariali, denota la separazione che sta avvenendo fra i destini dei lavoratori e la sostenibilità a lungo termine dei sistemi di welfare. Questo “sfrangiamento” del lavoro rispetto al passato è messo in evidenza dalle tipologie di lavoro a “bassa qualità” e a “bassa intensità” che si stanno diffondendo. Sono, infatti, 171.000 i giovani sottoccupati, 656.000 quelli con contratto part-time involontario e 415.000 impegnati in attività non qualificate. La scelta obbligata di lavorare meno ore rispetto alla propria volontà evidenzia una situazione di inadeguatezza del lavoro svolto come fonte di reddito, tanto da diventare causa di marginalità rispetto alla potenziale disponibilità del lavoratore. Se analizziamo il dettaglio regionale si nota la forte differenza socio – economica tra Nord e Sud. Anche solo guardando al fenomeno dei Neet, nella fascia 25-34 anni (totale 2 milioni), i giovani che non lavorano e non studiano che vivono nelle sei regioni del Sud sono oltre la metà, ben 1,1 milioni, di cui 700mila circa concentrati in sole due regioni: Sicilia (317mila) e Campania (361mila).

Cristina Montagni

Donne, media e tecnologie: quale futuro nell’era digitale?

I media possono influenzare l’opinione pubblica, strutturare l’informazione, le ICT permeano ogni livello e area della società, hanno un potenziale considerevole per promuovere l’empowerment femminile. In Europa, solo il 9% degli sviluppatori, il 19% dei capi nei settori della comunicazione e il 20% dei laureati in informatica e nuove tecnologie, sono donne. Nel servizio pubblico dell’Unione europea la rappresentanza delle donne risulta bassa, sia nelle posizioni strategiche e operative di alto livello (36%) che nei consigli di amministrazione (33%). In generale, nei mezzi di comunicazione solo il 37% delle notizie è riportato da donne, una situazione che non è migliorata negli ultimi dieci anni; le donne sono per lo più invitate a fornire un’opinione popolare (41%) o un’esperienza personale (38%) e raramente sono citate in qualità di esperti (soltanto nel 17% delle notizie).

Donne nei media

In occasione della Giornata Internazionale della donna, l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia ha scelto di portare all’attenzione del pubblico queste tematiche con un dibattito dal titolo “Donne, media e tecnologie -quale futuro nell’era digitale?”. L’incontro organizzato lo scorso 9 marzo dall’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, insieme al Sakharov Prize Network del Parlamento europeo e in collaborazione con l’Associazione Donne e Tecnologie, ha visto come protagoniste dell’evento: Asma Kaouech, Sakharov Fellow, attivista e blogger tunisina, Fanni Raghman Anni Association; Valentina Parasecolo, giornalista RAI e blogger; Micaela Romanini, associata Donne&Tecnologie, vicedirettrice della Fondazione Vigamus (Video Game Museum).

Le protagoniste del dibattito

Alessia Gizzi, giornalista RAI TG3 PIXEL ha introdotto il tema dell’era digitale e della rappresentanza femminile nei media con una frase davvero significativa: “La donna non va rispettata, non è una specie protetta, la donna è un essere umano pari all’uomo, ha gli stessi ruoli e soprattutto lo stesso spazio di movimento”.

Il responsabile dell’ufficio di collegamento in Italia del Parlamento europeo, Pier Paolo Meneghini pone l’attenzione sull’importanza delle testimonianze, dello storytelling, e rivolge un augurio alle nuove generazioni sperando in un futuro che possa dare spazio e voce alle donne anche in ambiti manageriali.

Asma Kaouech, 25 anni e avvocato, fondatrice dell’Ong “Fanni Raghman Anni”, che significa “Artista nonostante me”, è stata testimone di come la tecnologia abbia fatto da trampolino di lancio per la rivoluzione tunisina del 2011. L’attivista parla della sua esperienza toccante e parte dalla visione di una società di eguali senza discriminazioni. Si racconta partendo da quella che è la sua grande ispirazione: la rivoluzione tunisina. Spiega con voce commossa la situazione della donna nei Paesi arabi e mette in evidenza quanto sia difficile sradicare alcune ideologie dalle menti dei gruppi tradizionalisti. Lei, come tanti altri, ha cominciato la rivoluzione con Facebook, unico media digitale accessibile dalla popolazione tunisina perché piattaforme come Youtube sono vietate dal regime Ben Ali.

Grazie ai nuovi media, in questo caso ai social media, Asma e gli attivisti tunisini sono riusciti a coinvolgere la popolazione nella lotta per le pari libertà e opportunità, perché le donne tunisine – ma in generale i tunisini – di ogni età e gruppo di appartenenza, sono in primis “human beings”. Attualmente Asma utilizza approcci alternativi basati sull’arte e sulla cultura per difendere e sostenere i diritti umani principalmente nelle regioni sfavorite. L’organizzazione “Fanni Raghman Anni”, da lei diretta, sta lavorando nel campo della prevenzione e del contrasto all’estremismo violento in Tunisia, aumentando la resilienza dei giovani, delle donne e delle comunità locali utilizzando il concetto di patrimonio culturale. Asma spiega quanto sia importante l’educazione familiare, quanto i genitori possano fare la differenza nell’educazione dei propri figli e soprattutto delle proprie figlie, perché ci sono altre cose oltre al matrimonio. Esistono le idee, le opportunità di viaggiare, avere un buon lavoro e conoscere nuove persone. A chiusura del dibattito su tecnologia e futuro, Asma ha posto il problema tunisino nella difficoltà di accesso ai laptop o agli smartphone da parte delle donne a causa dei costi elevati e come nel settore della comunicazione le donne sono considerate “complementi d’arredo”. Ma avverte, “il futuro dipende da noi. Non possiamo arrenderci. Non abbiamo scelta”. 

La giornalista Valentina Parasecolo, co-fondatrice de ilbureau.com, consulente web per Rai Cultura e autrice per il programma Community di Rai Italia, spiega la sua esperienza personale nel mondo del lavoro e dei media con grande entusiasmo. Concentra la narrazione sulla figura della donna soprattutto nel mondo del lavoro e sulla difficile conciliabilità legata all’essere di sesso femminile. Incita le giovani a non rinunciare alla propria identità e alla maternità per il lavoro e invita i giovani a non arrendersi mai, a fare ricerche ed essere sempre aggiornati perché le opportunità ci sono, basta sapere dove “pescare”!

Micaela Romanini, Vice Direttrice di Fondazione VIGAMUS, Event Director di Gamerome, nel suo intervento presenta l’associazione Women&Tech nata nel 2009 da un’idea di Gianna Martinengo. La Martinengo si occupa principalmente di valorizzare il ruolo delle professioniste nel settore dei media e della tecnologia mettendo insieme tantissime donne provenienti dal settore STEAM. La Romanini evidenzia l’assenza completa della figura femminile nei ruoli manageriali nei settori con i quali ha collaborato. Invita quindi le ragazze a non scoraggiarsi perché nel settore del videogioco non bisogna essere un “nerd” ma si può aspirare ad una carriera diversa da quella del game designer o del programmatore.

Cristina Montagni

Premio “M’Illumino d’impresa” – Le imprese femminili sfondano il tetto 100mila

Per il sesto anno consecutivo torna il premio “M’illumino d’impresa – Premio Idea Innovativa” dedicato all’imprenditoria femminile. La manifestazione organizzata lo scorso 8 marzo al Tempio di Adriano dalla Camera di Commercio di Roma e dal Comitato per la promozione dell’imprenditoria femminile, ha consegnato il premio alla centomillesima impresa femminile iscritta al Registro imprese della CCIAA a cui è intervenuta la Sindaca di Roma, Virginia Raggi. Alla cerimonia sono intervenute Elena Imperiali, amministratrice di ImpReading Software, Chiara Russo, cofondatrice di Codemotion e molte imprenditrici laziali che in questi anni hanno trovato il coraggio di “mettersi in gioco” per aprire un’attività.

La premiazione “M’Illumino d’impresa”

Le quattro idee vincitrici della sesta edizione del bando “Premio Idea Innovativa” sono state:

Settore Industria: Lhyra srl dell’architetto del paesaggio Venere Rosa Russo, ha fornito agli imprenditori un supporto per costruire all’estero, soprattutto in Sud Africa.

Settore Agricoltura: L’azienda di Sonia Chiancone ha considerato la terra una risorsa alla quale aggrapparsi in momenti di crisi attraverso il progetto del «biolaghetto». Un modello orientato alle famiglie che intendono vivere con i figli il territorio nel rispetto della biodiversità.

Settore Artigianato: La PF di Patrizia Forroia, con il suo salone di bellezza ha messo al centro i bisogni del cliente attraverso un servizio di consulenza mirato e personalizzato.

Settore Commercio: L’Azienda Asia Promotion di Silvia Ronzoni, ha fornito la sua professionalità come mediatore di servizi per attività culturali, artistiche e di business sul continente asiatico.

Aver superato a Roma le 100mila imprese femminili – per Tagliavanti – è un risultato che testimonia la tenacia delle donne nel “mettersi in gioco” nonostante anni non facili per lo sviluppo di un progetto imprenditoriale. Il loro ruolo cresce all’interno della nostra economia, ma non è ancora espresso appieno il potenziale, permane infatti un gap di genere ancora troppo ampio. È nei momenti di crisi che le donne si dimostrano una risorsa preziosa per rimettere in moto l’economia. Il lavoro autonomo cresce nei momenti di maggior necessità: i mariti perdono il lavoro, i figli sono disoccupati, il lavoro dipendente viene a mancare. Da questo disagio le donne traggono la forza per costruire un’alternativa al sostentamento, mostrando positività e determinazione, ha concluso Tagliavanti.

“Donna e impresa è un binomio di successo”, sostiene la Sindaca Virginia Raggi intervenendo all’evento. “Le storie ascoltate hanno alla base un grande progetto e le istituzioni devono stare al fianco di questo importante fermento offrendo tutto il supporto necessario. Non dobbiamo dimenticare che la parità di genere passa da una parità delle retribuzioni che ancora non c’è. L’impresa femminile aiuta le stesse donne all’autoaffermazione e alla crescita di sé in un percorso verso la conquista della parità dei diritti, una battaglia ancora da vincere che procede di pari passo con un’altra battaglia, quella contro la violenza sulle donne”, ha sostenuto la Raggi. 

Il costante supporto alle imprese femminili sul territorio – per Alberta Parissi, Presidente del Comitato per la Promozione dell’Imprenditoria Femminile della CCIAA di Roma – è stata la nostra priorità in questi anni di lavoro svolto con tutte le componenti del Comitato. Le donne, ha sostenuto, non desistono mai e diventano soggetti chiave nello sviluppo economico del nostro territorio. Sono concentrate soprattutto in settori specifici, quello dell’assistenza sociale, del turismo e del food, dimostrando maggiori capacità relazionali nell’affrontare i problemi che si pongono dinanzi di volta in volta. 

I dati sulle imprese femminili a Roma e provincia

Donne e impresa secondo gli ultimi dati forniti dalla Camera di Commercio sono in costante ascesa. Le imprese femminili a Roma e provincia, al 31 dicembre 2017, hanno superato quota centomila, pari al 20,4% sul totale delle imprese romane. Oggi le imprese “rosa” della Capitale rappresentano il 7,5% sul totale femminile nazionale, unica provincia italiana ad avere oltre 100mila imprese femminili. C’è chi ha puntato sull’industria, chi sull’agricoltura e chi sull’artigianato. Nel 2017 le imprese femminili di Roma sono aumentate di 1.829 unità, pari a un tasso di crescita del +1,9%, valore doppio rispetto alla variazione delle imprese femminili italiane (+0,7%). Un valore superiore anche rispetto a quello della variazione totale sul numero delle imprese romane (+1,2%). A Roma il settore con il più alto numero di imprese femminili è quello del “Commercio” con 28.854 unità pari al 32,9% sul totale delle imprese “rosa”. Segue il settore delle “Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione” con 9.962 imprese pari all’11,4% del totale. Il ramo con maggiore concentrazione di donne imprenditrici è quello dedicato all’”assistenza sociale” dove oltre la metà delle imprese sono femminili (52,2%). Al secondo posto il comparto dei “servizi alla persona” (44,8%), seguito da quello della “confezione di articoli di abbigliamento” (42,4%). Nel Lazio, al 31 dicembre 2017, le imprese femminili registrate sono 143.258, pari al 22% sul totale delle imprese regionali che rappresentano il 10,8% sul totale femminile nazionale.

Cristina Montagni

Soprattutto Donna! Valore e Tutela del Caregiver Familiare

Si scrive caregiver – “chi si prende cura” – si legge donne. Un ruolo svolto da loro per il 92% e per il 31% sono sole. Manager delle cure familiari assistono un parente ammalato o disabile, parlano con il medico di famiglia, il pediatra, il cardiologo, l’oncologo e così via. Una realtà che coinvolge 9 italiane su 10, ma 1 su 5 non ce la fa. Un esercito femminile, che per conciliare famiglia e lavoro, trascura sé stessa e la propria salute, e in alcuni casi rimane sola nella gestione della malattia, anche se grave. L’allarmante fotografia è stata analizzata il 7 marzo a Roma al Tempio di Adriano in occasione dell’evento di Farmindustria, in collaborazione con Onda, insieme alla presentazione dell’indagine condotta da Ipsos per Farmindustria. Al convegno sono intervenuti Massimo Scaccabarozzi, Presidente Farmindustria, Enrica Giorgetti, Direttore Generale Farmindustria, Emilia Grazia De Biasi, Presidente Commissione Igiene e Sanità Senato della Repubblica, Chiara Ferrari, Group Director Ipsos, e Beatrice Lorenzin, Ministro della Salute.

Indagine Ipsos sul ruolo della donna come protagonista e influencer nel caregiving

Il caregiving familiare in Italia è lasciato nelle mani delle donne che cercano di bilanciare l’impegno con le necessità, i propri interessi e le proprie aspirazioni. Le donne ricoprono un ruolo sociale che produce elevati risparmi economici per le casse dello Stato. Hanno bisogno, come emerge dall’indagine Ipsos, di un welfare che le aiuti a prendersi cura della famiglia e di sé stesse. Una funzione svolta in via sussidiaria dalle industrie. 

Dallo studio Ipsos/Farmindustria, su un campione di 800 donne adulte in Italia, soltanto il 14% delle italiane di 18 anni ed oltre, il coinvolgimento come caregiver è nullo. Per il restante 86%, con diversi gradi di impegno, l’equilibrismo tra molteplici ruoli e compiti è un esercizio quotidiano. In particolare, le necessità familiari che ruotano attorno alla sfera della salute, sono di competenza delle donne per la presenza al momento della prevenzione (66%), sul percorso terapeutico (65%), e interlocutrici privilegiate del medico nella fase della diagnosi (58%), e della terapia (59%). Questa incombenza è più sentita quando si tratta della salute dei bambini, allorché la donna delega al partner solo in una ristrettissima minoranza di casi la cura (6%) e l’interlocuzione con il pediatra (5%). Aumenta il grado di autonomia quando è la donna ad aver bisogno di cure: nel 46% dei casi per problemi lievi di salute e nel 29% per gli eventi più gravi, la donna fa da sé. Fa tanto più da sé, quanto più è abituata ad assumersi molteplici responsabilità (68% delle donne con alto tasso di coinvolgimento nel caregiving). Il 28% delle donne intervistate, ha almeno un soggetto bisognoso di accudimento, perché portatore di una fragilità. In prevalenza si tratta di persone anziane, più o meno autosufficienti (20% sul totale) ma in un caso su dieci si tratta di un malato grave o un soggetto disabile. Nelle famiglie in cui la donna si occupa di un malato – 9% dei casi – quasi sempre è una persona anziana (madri, padri, coniugi), mentre rari sono i figli malati ad essere accuditi. Anche in questo caso, la delega è nulla: un terzo delle donne fa da sé, circa la metà può contare su un aiuto in famiglia mentre soltanto nel 14% dei casi, si appoggia ad un aiuto esterno. Questo incide sulla soddisfazione personale (51% insoddisfatte, tra coloro che si occupano di un malato grave). L’elevato coinvolgimento, e lo sforzo che il caregiving richiede loro, fa sì che la percezione delle donne rispetto alle politiche di welfare in Italia, risulti arretrato se confrontato con il resto dell’Europa (69% delle intervistate). Appare chiaro alle donne italiane che la crisi ha generato un cambiamento sui bisogni della popolazione (72%) e che i decisori politici non hanno saputo interpretare il sistema di welfare (70%), soprattutto ai bisogni delle fasce di popolazione più deboli (69%). Le italiane sono consapevoli che l’attuale sistema non è sostenibile (46%) e la capacità di perequazione sociale è limitata (32%). Metà delle intervistate (48%), ritiene che il mondo dell’impresa potrebbe sostenere parte dell’onere di protezione. Tra le lavoratrici (circa il 40% delle intervistate) una lavoratrice su 4 (26%) non conosce il meccanismo, mentre il 23% dispone in azienda di una misura di sostegno, ma solo il 7% ne fa uso e lo giudica una buona misura per la gestione nel work-life balance (equilibrio tra vita personale e professionale).

Le soluzioni dell’industria farmaceutica 

Nelle imprese del farmaco il welfare aziendale è sviluppato più di altri settori. Il 100% delle donne ha a disposizione previdenza e sanità integrativa – grazie al contratto collettivo e alle facilitazioni offerte dalle stesse aziende – e ha il 70% servizi di assistenza, nel 32% dei casi specificamente per i familiari anziani o non autosufficienti.  Oltre il 90% delle lavoratrici può utilizzare servizi per “dilatare” il tempo che sembra non bastare mai quali trasporti, mensa, carrello della spesa o altri fringe benefit. Senza dimenticare agevolazioni come il part-time o lo smart working.

“Le donne oggi sono sempre più “superdonne”, ha commentato Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria. Per questo vogliamo lanciare un’alleanza terapeutica che definiamo della tripla A (Appropriatezza-Aderenza-Alleanza). L’industria farmaceutica – ha commentato – è consapevole del ruolo della donna perché da anni è “rosa”. La quota femminile è del 42% sul totale, con punte di oltre il 50% nella R&S (ricerca e sviluppo) e un dirigente su tre è donna, mentre negli altri settori la quota è di uno su dieci. Vogliamo insistere sul fattore “D”, come donna. E trovare soluzioni concrete che possano essere di supporto alle donne”, ha concluso Scaccabarozzi.

Il punto di vista delle Istituzioni

“Il caregiver deve diventare una figura riconosciuta” – ha dichiarato la presidente della commissione Sanità al Senato, Emilia De Biasi. “Non c’è ancora una società pronta ad accogliere una donna madre ed è qui che la politica deve intervenire”. Con la legge di Bilancio 2018, spiega la vice presidente della commissione Sanità al Senato, Maria Rizzotti, è stato istituito un fondo ad hoc per il sostegno del ruolo di cura e assistenza del caregiver familiare. Ha anche precisato che nella prossima legislatura si dovranno capire quante risorse saranno disponibili per il caregiving e vigilare per evitare sprechi finanziari. 

Per il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin serve una politica al passo con i tempi. “Il governo si deve adattare alla nuova popolazione, pensando alla gestione degli anziani, alla trasformazione del lavoro, perché è impensabile che a 65 anni un cittadino farà lo stesso mestiere che a 25. Questo nuovo welfare richiederà più risorse e per questo è importante che il 60% delle donne lavori per contribuire al Pil e raggiungere il livello europeo. Oggi le donne si ammalano di più perché si trascurano, quindi vanno tutelate con servizi adeguati. Quando sarà loro concesso di essere madri e lavoratrici, allora l’Italia potrà cominciare a crescere in termini di natalità”.

Cristina Montagni

8 Marzo: “Le donne protagoniste del cambiamento, della risoluzione pacifica dei conflitti, della lotta contro la povertà”

donne 8 marzo

“Le donne protagoniste del cambiamento, della risoluzione pacifica dei conflitti, della lotta contro la povertà”. Questo il messaggio che il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, ha voluto inviare oggi, in occasione dell’8 marzo, e al quale ha unito “gli auguri a tutte le donne della Farnesina, in servizio a Roma e all’estero”. “Nel giorno in cui, attraverso la celebrazione della donna, vogliamo promuovere la cultura del rispetto”, Alfano ha ribadito la sua “personale convinzione che le donne possano fare la differenza nella gestione delle sfide alla pace e alla sicurezza internazionale. Abbiamo però bisogno di più donne che siano protagoniste in attività di mediazione. Oggi purtroppo sono ancora troppo poche”, ha osservato. “La Farnesina, anche tramite la propria rete diplomatico-consolare e le attività di cooperazione allo sviluppo”, ha ricordato il ministro Alfano, “promuove e sostiene azioni, anche a livello locale, per favorire la partecipazione politica delle donne e incentivare il loro ruolo nell’economia e nella lotta alla povertà, nella convinzione che lo sviluppo civile, politico, economico, sociale e culturale di ciascun Paese non possa realizzarsi senza la piena partecipazione e il contributo fondamentale delle donne”. “L’8 marzo”, ha aggiunto il ministro, “è anche l’occasione per ricordare che l’Italia durante la presidenza di turno del G7 l’anno scorso, ha promosso il primo Vertice delle Pari Opportunità e l’adozione di una “Roadmap for a gender-responsive economic empowerment”, un piano di azione trasversale per l’uguaglianza di genere, la riduzione della violenza contro donne e bambine e la più ampia partecipazione femminile nei processi decisionali. Sempre nel 2017 inoltre la Farnesina ha lanciato il Mediterranean Women Mediators Network, per rafforzare il ruolo delle donne nelle attività di mediazione nella regione”. Alla luce del sempre maggiore coinvolgimento delle donne in situazioni belliche o post-belliche, anche la Farnesina sottolinea oggi, in una nota, il loro apporto decisivo nel processo di risoluzione pacifica dei conflitti e riafferma l’impegno dell’Italia nella prevenzione e la lotta a tutte le forme di discriminazione e di violenza contro le donne. Il MAECI ribadisce inoltre il proprio appoggio alle campagne internazionali per l’eliminazione di tutte le pratiche dannose, a partire delle mutilazioni genitali femminili e dai matrimoni precoci e forzati, oltre a quelle per la prevenzione e la lotta alle violenze sessuali in situazioni di conflitto e di emergenza.

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, è stato allestito presso il Ministero degli Affari Esteri un punto informativo dove dottoresse e dottori del Poliambulatorio ASL Roma 1 presso il MAECI hanno offerto orientamento in tema di prevenzione oncologica femminile. Il Segretario Generale Ambasciatore Elisabetta Belloni ha inaugurato il desk ed ha sottolineato la concretezza dell’iniziativa rivolta a tutte le donne del Ministero. Con l’occasione è stata realizzata una nota informativa dedicata ai percorsi gratuiti di screening offerti dal sistema sanitario regionale. L’iniziativa è stata realizzata dal Comitato Unico di Garanzia e dall’Ufficio Affari sociali del MAECI con il sostegno dell’associazione delle donne diplomatiche.

Cristina Montagni

Corso di giornalismo anno 2018

Donna in Affari collabora con l’ente formativo Irideventi. Un corso teorico-pratico di giornalismo diviso nei moduli base e avanzato che si terrà il sabato mattina, con stage in una società di produzione televisiva durante alcuni giorni feriali

CORSO-DI-GIORNALISMO

Si tratta di un corso di giornalismo unitario, non fruibile parzialmente, che avrà inizio sabato 17 marzo con il seguente calendario:
Le lezioni del corso base e avanzato in aula si tengono presso la sede dell’associazione Confini fotografici, in Via Antonio Raimondi 75, il sabato mattina dalle ore 9,30 alle ore 12,30.
Il modulo base ha inizio sabato 17 marzo e termina sabato 26 maggio (11 lezioni)
Il modulo avanzato ha inizio sabato 9 giugno con le prime 2 lezioni in aula che si terranno sabato 9 giugno e sabato 16 giugno, dopo di che avrà inizio la prima parte dello stage con Euro Media Productions per le riprese esterne che si terranno negli stessi orari sabato 23 e sabato 30 giugno o, in alternativa, 2 mattine infrasettimanali da concordare.
Durante la pausa estiva, nei mesi di luglio e agosto, i partecipanti potranno svolgere in piena autonomia esercizi pratici suggeriti dagli insegnanti.

Per informazioni si possono contattare i numeri: 331.9040473 o 06.94842690 (redazione Donna in Affari – eventualmente lasciare messaggio alla segreteria telefonica per essere richiamati) oppure si può inviare un’emailsegreteriacorsi@irideventi.it

Il link al sito per la descrizione del corso di giornalismo, gli organizzatori, i costi e  le modalità di iscrizione: http://www.donnainaffari.it/2018/02/corso-giornalismo-anno-2018/

Cristina Montagni

141 i vincitori dei bandi INDUSTRIA 4.0

Presentati alla Facoltà di Architettura dell’Università Roma Tre, i 141 vincitori dei bandi su Industria 4.0 e i primi quattro bandi su un totale di otto per la “Reindustrializzazione” e l’Industria 4.0 indicati dal mondo delle imprese e dalla ricerca. L’incontro svolto il 25 gennaio alla presenza dell’assessore allo Sviluppo Economico e Attività Produttive, Guido Fabiani e dal presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, ha sottolineato l’importanza dei progetti di investimento per rilanciare l’industria nel Lazio, promuovendo innovazione e produzione in grado di intercettare le nuove necessità dei mercati mondiali. Si tratta di un lavoro iniziato tre anni fa – commenta Fabiani – che grazie a un percorso incentrato sull’ascolto degli stakeholder iniziato nel 2015 con la call for proposal e poi con gli Stati Generali dell’Industria, ha come obiettivo quello di rafforzare il tessuto produttivo del Lazio nella ricerca e nell’innovazione, valorizzare il capitale delle università, dei centri di ricerca pubblici e privati che sono partner nella costruzione di questa iniziativa. L’intento è sostenere le imprese ad essere presenti nello scenario internazionale, rafforzare i territori del Lazio con spiccata vocazione industriale per la capacità di presentare progetti d’impresa innovativi e utili a migliorare la qualità della vita dei cittadini, commenta l’assessore allo Sviluppo Economico.

Mappatura dei 141 bandi

I quattro bandi, spiega Fabiani, finanziano complessivamente 141 progetti, il 34% di quelli presentati, grazie a un contributo messo a disposizione dalla Regione (fondi europei del Por-Fesr 2014-2020) pari a 51 milioni di euro che producono una ricaduta sul territorio in termini di investimento per circa 82 milioni con il coinvolgimento diretto di 212 imprese e 77 enti universitari e di ricerca.

I progetti riguardano il bando Mobilità intelligente e sostenibile per il quale sono finanziati 19 progetti e coinvolti 44 soggetti che beneficiano di un contributo di 7 milioni di euro e investimenti per oltre 12 milioni, il bando LIFE 2020 in cui sono stati ammessi 71 progetti, coinvolti 135 soggetti e assegnati più di 27 milioni di euro, pari a 43 milioni di investimenti nel nostro territorio. Il bando Aerospazio e sicurezza finanziato con 28 progetti su 67 beneficiari, e un contributo di 10 milioni di euro per un investimento pari a 16 milioni. Il bando Bioedilizia e smart building finanziato con 23 progetti e 47 beneficiari pari a un contributo regionale per oltre 7 milioni di euro che producono per 11 milioni di investimenti. I bandi ancora in fase di valutazione, riguardano Creatività 2020 per 9,2 milioni, Circular economy e energia per 13,9 milioni, saranno presentati a febbraio 2018.

Il giudizio del settore pubblico e degli enti di ricerca

Il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti sottolinea l’importanza dei risultati ottenuti dalla strategia regionale che consente di gettare le basi per una relazione solida tra i principali attori del sistema produttivo: la Regione, le Università e le imprese. “Proprio ieri Unioncamere ha confermato che il Lazio è locomotiva d’Italia per la nascita di nuove aziende. Oggi i 51 milioni di investimenti pubblici produrranno investimenti innovativi per circa 82 milioni su tutti i comparti produttivi dal nord al sud del Lazio, che sono una boccata d’ossigeno per il sistema produttivo” conclude Zingaretti.

Il Rettore dell’Università della Tuscia, Alessandro Ruggieri, parlando in rappresentanza del sistema universitario laziale, commenta che “si tratta di un risultato importante non soltanto per la tipologia e l’importo dei progetti finanziati ma perché segna un passo in avanti verso una reale collaborazione tra università e mondo delle imprese, ciò può segnare una svolta per lo sviluppo regionale; inoltre rappresenta un esempio per il metodo seguito, con una pianificazione di tempi e azioni che favorisce la programmazione delle linee di ricerca, che non si possono improvvisare”.

Il punto di vista delle imprese

Filippo Tortoriello, Presidente Unindustria, spiega che il percorso di rilancio economico della Regione rimette al centro il capitolo della reindustrializzazione, e proprio sul tema infrastrutture, nei prossimi giorni sarà firmato un accordo per la nascita della digital innovation hub, con sede al polo tecnologico, in cui si concentreranno competenze che dialogheranno con gli hub a livello nazionale ed europeo. Questo sistema sinergico consente di affiancare le imprese in maniera concreta per dare slancio e forza all’economia. Per quanto riguarda l’economia circolare, commenta Tortiello, Unindustria è impegnata in un progetto che vede Roma una città metropolitana in rete con il Lazio. L’accordo, già firmato da tutte le università, conferma l’importanza di portare avanti un percorso condiviso con le realtà del mondo scientifico e della ricerca.

Linee Guida della rendicontazione dei progetti

L’incontro si conclude con la presentazione del manuale della rendicontazione dei progetti, e Fabio Panci, responsabile della gestione dei programmi di aiuto per Lazio Innova, spiega in breve quali sono le linee guida e i documenti che si devono presentare per la richiesta di erogazione della sovvenzione a titolo di stato di avanzamento dei lavori (S.A.L.).

Il manuale per la rendicontazione relativo agli avvisi pubblici si suddivide in 6 parti:

  1. regole generali sull’ammissibilità delle spese;
  2. pubblicità, cioè le misure di informazione e comunicazione a cura dei beneficiari;
  3. richiesta di erogazione a titolo di S.A.L.;
  4. richiesta di erogazione a titolo di saldo;
  5. modifiche e/o variazioni alle spese del progetto ammesso;
  6. pagamento della sovvenzione e monitoraggio del progetto

Il Manuale è consultabile al link MANUALE RENDICONTAZIONE

Cristina Montagni

 

 

1° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale

Qual è lo stato del welfare aziendale in Italia e quali le potenzialità di crescita? Qual è il livello di conoscenza e di gradimento del welfare aziendale tra i lavoratori e quali prestazioni vorrebbero fossero garantite? Quale contributo può dare il welfare aziendale alla soluzione della crisi di sostenibilità del sistema di protezione sociale in Italia? Questi i quesiti a cui risponde il 1° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale in Italia presentato a Roma il 24 gennaio presso il Senato della Repubblica, realizzato in collaborazione con Credem, Edison e Michelin.

Il rapporto, presentato da Francesco Maietta, responsabile dell’area delle politiche sociali del Censis, stima in 21 miliardi di euro, il valore complessivo delle prestazioni e dei servizi. Un enorme potenziale, poco conosciuto che trova il favore dei lavoratori con stipendi più alti. “Oggi il decollo del welfare aziendale è più annunciato che reale, ma in futuro può dare un notevole contributo al benessere dei lavoratori. È indispensabile che venga promosso come pilastro aggiuntivo al welfare italiano e non percepito come un premio che avvantaggia i livelli occupazionali più alti”, spiega Maietta. In Italia – per Maietta – manca una cultura del welfare, e il welfare aziendale non può assumere la funzione di surrogato di aumenti salariali per gli occupati nelle fasce stipendiali più basse. L’attuale normativa, che premia fiscalmente il welfare aziendale, rischia di favorire i lavoratori con redditi alti e non quelli con maggiori fabbisogni sociali aumentando le disuguaglianze tra essi. Il rapporto descrive anche alcune contraddizioni, le cui soluzioni consentirebbero allo strumento di svolgere un ruolo primario per il benessere e la sicurezza sociale dei lavoratori rispondendo alle aspettative di sicurezza dei lavoratori e alle esigenze di buone performance delle aziende, contribuendo al rimedio della crisi di sostenibilità del sistema di welfare italiano.

Risultati del Rapporto

Dal rapporto Censis-Eudaimon emerge che solo il 17,9% dei lavoratori italiani sa cos’è il welfare aziendale, il 58,5% lo conosce in parte e il 23,6% non sa cos’è. Ne hanno una scarsa conoscenza i lavoratori con bassi livelli di istruzione, quelli con redditi bassi (44,6%), i genitori single (40,3%), gli occupati con mansioni esecutive e manuali (36,7%), le lavoratrici (30,1%), mentre chi conosce il welfare aziendale è favorevole per il 74,4% rispetto a chi non lo conosce per il 43,3%. Di fronte alla possibilità di trasformare la retribuzione in quote premiali di welfare, il 58,7% dei lavoratori si dichiara favorevole, il 23,5% è contrario, mentre il 17,8% non ha una opinione in merito. Ad essere favorevoli sono i dirigenti e i quadri (73,6%), i lavoratori con figli piccoli fino a 3 anni (68,2%), i laureati (63,5%), e i lavoratori con redditi medio-alti (62,2%). Gli operai (41,3%) e gli impiegati (36,5%) preferiscono più soldi in busta paga che soluzioni di welfare. Le prestazioni preferite dai lavoratori sono quelle relative alla sanità, 53,8% degli occupati, quelle relative alla previdenza integrativa il 33,3%, i buoni pasto e la mensa aziendale per il 31,5% degli intervistati. Le prestazioni di welfare, dalla sanità alla previdenza, sono più apprezzate rispetto all’integrazione del reddito, mentre la presenza di figli minori porta a scegliere prestazioni per l’infanzia e i servizi rivolti alla genitorialità, nella convinzione che il welfare aziendale possa colmare il gap del sistema di welfare pubblico. Il 24,6% delle famiglie con figli minori preferirebbe ottenere prestazioni di welfare come asili nido, rimborsi per tasse scolastiche, campus e centri vacanze. Per quanto riguarda il welfare aziendale, il 47,7% dei lavoratori si dichiara favorevole perché è convinto che migliori il clima in azienda, mentre il 16,8% ritiene possa aumentare la produttività dei lavoratori. L’effetto positivo sul clima aziendale è la ragione più richiamata dai lavoratori che si dicono favorevoli, ma ancora una volta è più forte il consenso tra dirigenti e occupati con alti redditi rispetto a operai e lavoratori con bassi redditi.

La visione dei sindacati, imprese e istituzioni

Alberto Perfumo, amministratore delegato di Eudaimon, società che sostiene le imprese nelle fasi di implementazione dei piani di welfare aziendale, ritiene che tre sono le domande a cui il welfare aziendale deve rispondere: reputazione, impegno civile ed efficienza considerandoli interconnessi tra loro. Il “welfare aziendale come strumento di efficienza è una opportunità che l’azienda deve cogliere ma non è un fattore stimolante per il lavoratore perché non si può basare sull’ottimizzazione delle retribuzioni e crea delle aspettative sulle persone”, conclude Perfumo. “Se il welfare aziendale proponesse le stesse logiche della retribuzione, non farebbe che ampliare le differenze tra gli individui: chi ha un basso reddito ha anche un welfare piccolo indipendentemente dai bisogni, cioè dal fatto che possa avere determinati carichi di cura o problemi di salute. Questo non deve avvenire perché il welfare aziendale deve integrare il welfare pubblico”. Ogni giorno sul mercato si affaccia un nuovo operatore e l’offerta cresce più della domanda, e i provider fanno business sui fornitori garantendo margini maggiori sulle prestazioni ricreative e i buoni acquisto, che non sono welfare, ma rientrano nelle agevolazioni, conclude Perfumo.

Pierangelo Albini, direttore dell’area lavoro e capitale umano di Confindustria, ritiene che dopo tanto caos nel welfare aziendale, con incentivi per ogni tipo di prestazione, è arrivato il momento di fare chiarezza. Le “imprese sono chiamate ad essere solidali e la politica deve offrire un disegno chiaro con un welfare pubblico che pensi alle necessità e ai bisogni soggettivi”.

I sindacati considerano il welfare aziendale un pilastro della sicurezza sociale, che non deve sostituire il welfare pubblico per un risparmio di costi o un’alternativa al reddito. Tiziana Bocchi, segretario confederale della Uil, sostiene che “serve un punto di equilibrio che lasci alla politica salariale lo spazio dovuto e faccia intervenire il welfare aziendale quando ci sono esigenze trasversali di lavoratrici e lavoratori, come il supporto alla genitorialità, e alla sempre più impellente non autosufficienza delle persone”.

Per Nicola Marangiu, coordinatore dell’area welfare della Cgil nazionale, è necessaria “una correzione alla normativa che omogeneizza servizi di natura molto differente, dall’assistenza sanitaria al fitness. Un’estensione generalizzata del welfare aziendale pone un problema di sostenibilità fiscale, con una riduzione di gettito che finirebbe per avere effetti sulla possibilità di finanziare il welfare pubblico”. Per Gianluigi Petteni, segretario confederale della Cisl, “la contrattazione deve coniugare le esigenze delle aziende con i bisogni e il benessere delle persone. Se migliora la produttività, si crea stabilità, occupazione e reddito da distribuire. Il welfare aziendale non ha futuro se lo si vede solo come uno strumento per tagliare i costi”.

Il sottosegretario al ministero del lavoro e delle politiche sociali, Luigi Bobba, sostiene che il welfare aziendale è un importante strumento per il welfare di comunità, anche se al momento è ancora poco diffuso. Il settore può rendere la società più inclusiva dell’attuale. “Stiamo passando da un welfare di natura pubblica a un welfare di comunità con una pluralità di attori: istituzioni nazionali e locali, welfare aziendale, terzo settore e famiglie, che con la spesa privata hanno modificato profondamente la composizione dei servizi e di cura”, conclude Bobba.

Cristina Montagni

Concorso per videomaker “Io, le donne, le vedo così”

Io le donne le vedo cosìIn occasione della Giornata Internazionale delle Donne, che si svolgerà l’8 marzo 2018, presso Sapienza Università di Roma, la Fondazione Roma Sapienza ha bandito un concorso per videomaker dal titolo “Io, le donne, le vedo così…“. Il bando è rivolto agli studenti Sapienza, alumni Sapienza e agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado, vuole promuovere il ruolo delle donne e mettere in luce le tematiche relative alla parità di genere attraverso un breve trailer della durata minima 1.30” – durata massima 2 min.

I trailer migliori saranno premiati con una targa di riconoscimento il giorno della manifestazione. Il concorso è riservato agli studenti della Sapienza; agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado iscritti al terzo, quarto o quinto anno, la cui partecipazione è ammessa sia come classe, sia come gruppi o singoli studenti; agli Alumni Sapienza iscritti all’albo online alumni.uniroma1.it.

L’iscrizione è gratuita e si effettua compilando il modello, reperibile all’indirizzo https://goo.gl/forms/c3SyCwpogHpprrLo1 che andrà compilato in ogni sua parte. Per poter accedere al modulo è necessario loggarsi con un indirizzo gmail.com e cliccare sul link presente nel bando.

Modalità di selezione

Allo scadere del bando, 28 febbraio 2018 – 23:30, la commissione giudicatrice, composta da rappresentanti del mondo accademico, da professionisti appartenenti al mondo del cinema, da esperti dell’argomento oggetto del bando, si riunirà per valutare l’ammissibilità dei concorrenti e dei prodotti presentati. In seguito la commissione procederà all’esame dei prodotti e all’ individuazione dei video vincenti sulla base dei seguenti requisiti: 1) congruità del progetto con il tema indicato; 2) originalità del progetto; 3) qualità della proposta artistica; 3) coinvolgimento del pubblico.

I trailer meritevoli saranno caricati online, sulle pagine social della Fondazione Roma Sapienza e NoiSapienza Associazione Alumni. I video dei vincitori saranno proiettati presso l’Aula Magna del Rettorato in occasione del convegno e della relativa premiazione che avrà luogo il giorno 8 marzo 2018

Info bando al link: alumni.uniroma1.it/?q=node/3812

Cristina Montagni

V Edizione del Premio Letterario Nazionale LOscrittoIO

Al via la V edizione del Premio Letterario Nazionale “loSCRITTOio”. Il bando indetto dalla Fondazione Roma Sapienza, valorizza le capacità editoriali degli studenti delle università italiane, contribuisce al rafforzamento della cultura attraverso la pubblicazione, la diffusione e la promozione degli elaborati.

La partecipazione al premio è gratuita e si rivolge agli studenti italiani e stranieri iscritti alle Università italiane associate alla CRUI – Conferenza dei Rettori delle Università Italiane.

Il premio letterario per l’anno 2018 si compone della sezione saggistica e il tema è:

Tra reale e virtuale: la società tecnologica di oggi”.

Si può partecipare con un saggio e/o articolo breve in lingua italiana, che non superi le 6000 battute, da trasmettere in formato pdf. La domanda di partecipazione al concorso, unitamente al saggio e/o articolo breve, dovrà essere compilata online, entro il 28 febbraio 2018 al link:

https://goo.gl/forms/yKhub5qMGCgffvgj1

Ai fini della partecipazione al concorso i candidati dovranno loggarsi tramite un account google. Il saggio dovrà essere caricato sul modulo online in formato pdf, e dovrà contenere nel frontespizio il titolo il nome e cognome del candidato.

La Commissione sarà composta da professori universitari ed esperti del settore che selezioneranno i migliori 5 elaborati pervenuti entro i termini indicati dal bando. Ai vincitori verrà consegnata una targa di riconoscimento della Fondazione Roma Sapienza e la premiazione avrà luogo entro giugno 2018.

La partecipazione al concorso sottintende l’autorizzazione alla pubblicazione e divulgazione da parte della Fondazione Roma Sapienza dei testi firmati dall’Autore.

Per tutte le informazioni utili per la partecipazione al concorso, inviare una e-mail a: loscrittoio.quartaedizione@gmail.com

Il presente bando di concorso per il conferimento per l’anno accademico 2017/2018 del premio loSCRITTOio, sarà acquisito alla raccolta interna della Fondazione e reso disponibile per via telematica sul sito http://www.fondazionesapienza.uniroma1.it.

Cristina Montagni

Il Ministero dello Sviluppo Economico, al via il Voucher PMI per la digitalizzazione

Dal 30 gennaio al 9 febbraio 2018 è possibile registrarsi sulla piattaforma del Ministero dello Sviluppo Economico e trasmettere la domanda per l’acquisizione del Voucher per la digitalizzazione.

Il voucher è destinato all’acquisto di hardware, software e servizi specialistici per digitalizzare i processi aziendali e favorire l’ammodernamento tecnologico che consentono di:

  • migliorare l’efficienza aziendale;
  • modernizzare l’organizzazione del lavoro mediante l’utilizzo di strumenti tecnologici e forme di flessibilità del lavoro, tra cui il telelavoro;
  • sviluppare soluzioni di e-commerce;
  • fruire della connettività a banda larga e ultra larga o del collegamento alla rete internet mediante tecnologia satellitare;
  • realizzare interventi di formazione qualificata del personale nel campo ICT (Information and Communications Technology).

Per l’accesso alla richiesta è necessario essere in possesso della Carta nazionale dei servizi, una casella di posta elettronica certificata (PEC) attiva e la registrazione nel Registro delle imprese. Entro 30 giorni, il Ministero adotterà un provvedimento di prenotazione del Voucher, su base regionale, contenente l’indicazione delle imprese e dell’importo dell’agevolazione prenotata.

L’agevolazione si riferisce alle micro, piccole e medie imprese e prevede la concessione di un importo non superiore a 10 mila euro. Ogni impresa può richiedere un solo voucher fino a 10 mila euro, nella misura massima del 50% del totale delle spese ammissibili. Le risorse finanziarie a disposizione sono pari a 100 milioni di euro. Nell’ambito della dotazione finanziaria complessiva è prevista una riserva destinata alle imprese che hanno conseguito il rating di legalità, che disciplina le modalità in base alle quali si tiene conto ai fini della concessione di finanziamenti da parte delle pubbliche amministrazioni e di accesso al credito bancario.

Per informazioni : info.voucherdigitalizzazione@mise.gov.it

Cristina Montagni

Premio Idea Innovativa, la nuova imprenditorialità al femminile-IIedizione

La Camera di Commercio di Roma, in collaborazione con il Comitato per la Promozione dell’Imprenditorialità Femminile, bandisce il “Premio Idea Innovativa, la nuova imprenditorialità al femminile”, rivolto alle imprese femminili operanti nel territorio di Roma e Provincia. 

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Il bando, giunto alla sua sesta edizione, premia le idee imprenditoriali più innovative e competitive ed è rivolto alle micro o piccole imprese femminili operanti sul territorio di Roma e provincia che presentino un progetto d’impresa in uno dei settori: commercio, industria, artigianato e agricoltura. Il premio consiste in un contributo economico fino a un importo massimo di 5mila euro per ogni singolo settore ed è costituito, per ciascuna impresa vincitrice, da un contributo pari al 50% delle spese riconosciute ammissibili che sarà assegnato all’impresa femminile il cui progetto si distingue per originalità dell’attività, innovazione nel processo produttivo, nel prodotto e/o servizio offerto, negli strumenti innovativi di commercializzazione e assistenza alla clientela. Le candidature, aperte fino al 13 gennaio 2018, sono destinate alle imprese individuali con titolare donna; società di persone in cui il numero di donne socie rappresenti almeno il 60% dei componenti la compagine sociale; società cooperative in cui il numero di donne socie rappresenti almeno il 60% dei componenti la compagine sociale; società di capitali in cui le donne detengano almeno i due terzi delle quote di capitale e costituiscano almeno i due terzi del totale dei componenti dell’organo amministrativo. Le imprese che vogliono partecipare all’iniziativa devono essere iscritte alla Camera di Commercio di Roma e avere i seguenti requisiti: denuncia di inizio attività; versamento del diritto annuale; assenza di protesti; non trovarsi in stato di liquidazione o scioglimento e non essere sottoposte a procedure concorsuali. 

Il bando integrale è consultabile sul sito della camera di commercio di Roma.

Per ulteriori informazioni: imprenditoria.femminile@rm.camcom.it

Scarica l’allegato: Mod domanda II edizione

Scarica l’allegato: Bando Premio Idea innovativa II edizione

Cristina Montagni

Video curriculum, sei consigli per candidarsi

Un numero crescente di aziende richiedono di candidarsi ad un posto di lavoro attraverso la forma del video curriculum, che ha vantaggi per entrambe le parti. Ecco alcuni consigli per un video curriculum perfetto.

La selezione del personale è una materia che cambia con il cambiare delle tecnologie, infatti se i colloqui face to face sono oggi obsoleti, i curriculum cartacei fanno storia. Per il selezionatore o “cacciatore di teste”, il video CV permette di valutare la capacità della comunicazione verbale e non verbale che non si può comprendere attraverso il CVITAE classico in formato europeo. È importante quindi sapere dove iniziare a girare un video CV, e capire i vantaggi da sfruttare per mettere in “tasca” il prossimo colloquio.

Il video CV è simile ad un colloquio

Di base valgono le regole del colloquio, quindi è necessario curare la propria immagine e l’abbigliamento. Per il luogo è preferibile girare il video in una stanza semplice e asettica, e avere un atteggiamento sicuro e affidabile. La risoluzione del video deve essere buona e l’audio comprensibile. Per la lunghezza del video sono consigliati al massimo 2 minuti, non di più.

Il video CVITAE non deve essere la ripetizione a voce del proprio curriculum tradizionale. È consigliabile essere naturali e spontanei, infatti si può parlare della propria formazione e delle proprie esperienze lavorative considerando tre punti fondamentali:

– Chi sono;

– Cosa so fare;

– Cosa voglio fare.

La semplicità è la cosa migliore, quindi è meglio evitare video con musiche di sottofondo perché comprometterebbero la chiarezza e la naturalezza del prodotto. Se si punta sull’originalità, è meglio personalizzare ogni video curriculum sulla base dell’azienda che dovrà riceverlo, aggiungendo una sezione finale spiegando perché si vuole lavorare proprio per loro. Al “cacciatore di teste” interessa capire quali sono le aspirazioni del candidato/a e perché dovrebbe scegliere proprio quella persona.

La tecnica da usare

Per l’inquadratura sarebbe meglio un piano americano o a mezzo busto. Gli occhi devono guardare in modo naturale la videocamera e il tono di voce non deve essere troppo alto, ma chiaro e sicuro che esprima fiducia. La videocamera deve essere posizionata all’altezza del viso, non troppo in alto o troppo in basso. Infine bisogna scegliere un formato video che possa essere letto da tutti i software disponibili sul commercio, senza scaricare ulteriori programmi di lettura.

È molto apprezzato dedicare alcuni secondi del video curriculum alla presentazione dei propri hobby. La descrizione dei propri hobby può essere d’aiuto o spunto di riflessione per svolgere il lavoro futuro in modo eccellente. E per concludere, pensare ad una frase d’effetto per distinguersi dagli altri.

Quali strumenti utilizzare per girare e editare? Lo smartphone o la webcam vanno bene, ma è il post produzione a necessitare di un software specifico. Tra le migliori app per registrare video, molto utile è Clips, gratuita solo per iOs, che permette non solo di girare, ma anche di modificare e editare sulla base di alcuni filtri. Molto famoso è anche iMovie, ricco di strumenti di montaggio. Per Android esiste Andromedia Video Editor, un po’ più tecnico ma intuitivo: permette di tagliare, editare, aggiungere effetti o musica. Inoltre, supporta i formati MP4, MOV, JPG, PNG, MP3, WAV ed esporta sia a risoluzione media (360p e 480p) che HD (720p), ottimo per un video curriculum ben confezionato.

Cristina Montagni

 

Il mobbing nel lavoro e nella vita familiare

L’informazione crea cultura e consapevolezza è il fine del seminario: “Il mobbing nel lavoro e nella vita familiare” promosso il 30 novembre a Roma dall’Associazione Codice Donna al MIA Home Design Interior. Il tema è stato affrontato dalle avvocate Vittoria Mezzina, esperta di diritto del lavoro, Teresa Manente, penalista ed esperta nella difesa dei diritti delle vittime di violenza di genere, dalla presidente dell’associazione Codice Donna, Simona Napolitani, avvocata esperta di diritto di famiglia, e dalla docente Gabriella Maugeri psicologia delle relazioni familiari. 

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Codice Donna dal 1998 offre consulenza legale alle donne, e ritiene che la divulgazione dei fenomeni sociali e familiari è utile affinché le vittime di comportamenti discriminanti possano riconoscerli e combatterli. Le professioniste hanno illustrato il tema su vari piani, all’interno dei luoghi di lavoro e della famiglia, commentando situazioni in cui per effetto della gerarchia all’interno del posto di lavoro, si innesca un rapporto di manipolazione, invasione, coazione, che mette in pericolo la vita della donna che lo subisce. La comunicazione, per Simona Napolitani, serve per far circolare un sapere e far uscire le donne da situazioni disagiate che lasciano ferite indelebili, per fare cultura sulla genitorialità o per chi si trova a svolgere un ruolo all’interno della famiglia.

davPer Vittoria Mezzina, il seminario è stato sollecitato dalle continue richieste di aiuto di donne dal lato legale e psicologico. Per interpretare il fenomeno, secondo l’esperta di diritto del lavoro, occorre partire dalla definizione di mobbing, che dall’inglese to mob, significa attaccare/assalire e descrive il comportamento di alcune specie animali che vengono “accerchiate” da un membro del gruppo per allontanarlo. Questi comportamenti subiti sul posto di lavoro, possono acquisire oggi una rilevanza giuridica, ha spiegato Mezzina. Nel nostro ordinamento non esiste una legge specifica anti mobbing ma una serie di definizioni elaborate dalla psicologia del lavoro, condivise dalla giurisprudenza e dalla cassazione. La spiegazione più ricorrente di mobbing è stata catalogata come un insieme di condotte vessatorie reiterate e durature, individuali e collettive, rivolte nei confronti di un lavoratore o lavoratrice ad opera di superiori gerarchici a sottoposti di pari livello che rivestono posizioni apicali. In altri casi si tratta di una strategia volta all’estromissione del lavoratore dal posto di lavoro, si pensi alle molestie sessuali che restano in assoluto silenzio, denunciando l’accaduto solo in sede penale. Il fenomeno ha molte sfaccettature, spesso difficili da dimostrare in un contenzioso e per comprenderne la gravità occorre rifarsi ad una serie di casistiche categorizzate da esperti di psicologia del lavoro e condivise dall’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro).

La letteratura delinea i fenomeni di mobbing come vessazioni, comportamenti offensivi di un superiore gerarchico volti a ledere l’immagine della persona attraverso forme di ridicolizzazioni con l’esercizio del potere disciplinare facendo notare che il lavoro svolto non è corretto, da qui l’isolamento e l’esclusione dal gruppo di lavoro. L’esclusione è la modalità più utilizzata da un superiore che decide di non attribuire mansioni o lasciare la persona in una condizione di totale inattività. L’inattività è la forma più grave di mobbing, che si configura in termini giuridici, oltre all’inadempimento contrattuale, anche al dimensionamento. Il mobbing oltre a concentrare tutte queste condotte, mira all’accanimento e alla vessazione per colpire il lavoratore o la lavoratrice che spesso non denuncia l’accaduto.

La segregazione oltre ad essere orizzontale e verticale è anche trasversale perché incide sulla vita familiare con la conseguente separazione/divorzio e rottura con i figli. Queste persone, secondo l’avvocata, più che di un legale hanno bisogno di un supporto psicologico, seguire percorsi mirati in centri anti mobbing per acquisire consapevolezza delle difficoltà e reagire raccogliendo tutti gli elementi per istituire un contenzioso e richiedere il risarcimento del danno. Il risarcimento del danno, sostiene Simona Napolitani, non restituisce, a chi ha subito una violazione, la propria integrità. La giurisprudenza offre questa possibilità per chi ha subito maltrattamenti (lesione dei diritti alla persona, della salute, e della libertà) ed è l’unico strumento approvato per riparare e non prevenire. La prevenzione e la comunicazione servono per creare consapevolezza, e stabiliscono le condizioni per riconoscere i fenomeni patologici nell’ambito del lavoro e della famiglia. “Occorre conoscere il limite di demarcazione tra il principio di autodeterminazione delle donne e il diritto di libertà altrui. La violenza sulle donne può essere fatta alzando muri, non c’è bisogno dell’acido, dei pugni, degli schiaffi o delle parolacce. Gli uomini possono distruggere una donna con il silenzio, con la viltà, con l’indifferenza. Fa paura l’autostima della donna, la percezione di sentirsi considerata, l’intelligenza e la sua sensibilità, tutte forme di violenza che mietono vittime”, commenta l’esperta di diritto del lavoro. È bene sottolineare che molte donne riescono a riallacciare situazioni sane e la giurisprudenza riconosce i principi del mobbing applicandoli alle relazioni familiari, conclude la Napolitani.

davGabriella Maugeri, docente e psicologia nelle relazioni familiari, ha sostenuto che la relazione tra mobbing e famiglia è duplice. Spillover è il legame in cui prevale una situazione di mobbing sul lavoro e le relative conseguenze in famiglia, con il coniuge e i figli. La costante svalutazione psicologica di un familiare messa in atto tramite comportamenti prepotenti, coercitivi e vessatori, è finalizzata a minare la stabilità psicologica ed emotiva della persona. Questi episodi, sottili e subdoli, diventano riconoscibili, sul posto di lavoro per la presenza di colleghi che documentano le azioni. Tuttavia, secondo la psicologa, se i colleghi si alleano, possono diventare responsabili del suicidio del lavoratore emarginato. Il lavoro psicologico è fondamentale, porta il soggetto a riflettere sugli aspetti collusivi che si strutturano nel tempo e due sono le condizioni che si rifanno ad una situazione di mobbing prima della separazione di coniugi: estromettere il coniuge dall’abitazione familiare o coinvolgere i figli per isolare la vittima. Queste dinamiche passano attraverso comportamenti attivi (attacchi, accuse, emarginazioni, tentativi di sminuire il ruolo dell’altro, provocazioni e pressioni) e comportamenti omissivi (esclusione, rifiuto al dialogo) che toccano la sfera della vita quotidiana (dal pasto alla sessualità). Molte di queste azioni restano celate per la vergogna, per timore di vendette e per la presenza dei figli che rappresentano un deterrente, conclude la Maugeri.

Aspetti che investono la persona a livello psicologico

  • Aspetto gerarchico – all’interno della famiglia tende a crearsi una gerarchia che vede l’uno in una posizione one up e l’altro in una posizione one down dove lo squilibrio di potere tende ad essere più ampio.
  • Lesione dell’immagine – squalifica e svalutazione (derisione, non considerazione) che avviene nel rapporto a due o in presenza di altre persone, spesso i figli.
  • Disconferma – da un punto di vista eziologico è una dinamica altamente patologica. La letteratura riporta casi in cui nei contesti familiari la disconferma è uno dei fattori che provoca gravi patologie. Rispetto ad altre modalità comunicative c’è l’interdizione dell’interlocutore, Tu non esisti! Se ciò avviene in modo reiterato provoca un break down, una rottura. La modalità è trascurare il coniuge, quello che prova, togliere valore ai comportamenti, ai sentimenti, non se ne riconosce l’esistenza. La persona viene messa in una condizione psichica di perenne disagio generando situazioni di angoscia, creando un vuoto privo di coordinate relazionali. Qui intervengono le patologie psicosomatiche che possono indurre la persona a gesti autolesionistici (cefalea, gastrite, disturbi alimentari e del sonno, disturbi nella sfera sessuale e di adattamento, patologie ansio-depressive, traumatici da stress e calo del tono dell’umore) oggi utilizzati in sede legale.

Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna, esperta nella difesa dei diritti della donna sulla violenza di genere, ha spiegato che queste situazioni dolorose sono fenomeni diffusi e in aumento. Il mobbing familiare, commenta la penalista, è un fenomeno che sta prendendo piede in situazioni in cui la donna è libera, economicamente autonoma e riveste alti ruoli sociali all’interno della famiglia. Il coniuge, in questi casi, adotta un esercizio di potere, e la disconferma viene spesso denunciata da donne che hanno raggiunto ruoli apicali. Da circa dieci anni è stato riconosciuto in cassazione il reato di maltrattamento psicologico, sino ad ora si configurava solo se era presente una violenza fisica. La Convenzione di Istanbul riconosce oggi oltre al maltrattamento psicologico anche la violenza economica. Le leggi ci sono, quello che manca è l’applicazione per il persistere di stereotipi radicati nella nostra cultura, conclude la Manente.

Cristina Montagni

Sesta edizione del premio Idea Innovativa rivolto all’imprenditoria femminile

La Camera di Commercio di Roma, in collaborazione con il Comitato per la Promozione dell’Imprenditorialità Femminile, bandisce la Sesta edizione del “Premio Idea innovativa, la nuova imprenditorialità al femminile” rivolto a micro, piccole e medie imprese femminili che operano a Roma e Provincia che intendono presentare un progetto imprenditoriale innovativo nei seguenti settori: agricoltura, artigianato, commercio e industria.

Dal 27 novembre e fino al 13 gennaio 2018 sarà possibile presentare la domanda di partecipazione alla sesta edizione del Premio e in particolare i destinatari dell’iniziativa sono:

  • imprese individuali con titolare donna;
  • società di persone in cui il numero di donne socie rappresenti almeno il 60% dei componenti la compagine sociale;
  • società cooperative in cui il numero di donne socie rappresenti almeno il 60% dei componenti la compagine sociale;
  • società di capitali in cui le donne detengano almeno i due terzi delle quote di capitale e costituiscano almeno i due terzi del totale dei componenti dell’organo amministrativo.

Le partecipanti all’iniziativa dovranno essere iscritte presso la Camera di Commercio di Roma e in possesso dei seguenti requisiti:

  • denuncia di inizio attività;
  • regolare versamento del diritto annuale;
  • assenza di protesti;
  • non trovarsi in stato di liquidazione o scioglimento e non essere sottoposte a procedure concorsuali.

Tutti i requisiti di cui sopra, devono essere posseduti, a pena di esclusione, alla data di presentazione della domanda di partecipazione.

Il Premio è costituito da un contributo in denaro fino ad un importo massimo di Euro 5.000,00.

Cristina Montagni

Per informazioni: imprenditoria.femminile@rm.camcom.it

In allegato:

DOMANDA

Bando Sesta edizione Premio Idea innovativa

Giornata contro la violenza sulle donne, iniziative dalla Farnesina alla Presidenza del Consiglio. Gli italiani e la percezione del fenomeno

Nella Giornata della violenza contro le donne, molte sono le iniziative e gli strumenti messi in campo per contrastare questo triste fenomeno. Un flash mob virtuale dal 25 novembre farà viaggiare per 16 giorni il colore arancione attraverso tutta la rete estera della Farnesina per rispondere all’appello dell’Onu ‘Orange the world’, la campagna dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne. “Un filo che si snoderà – spiega Angelino Alfano Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – dalla giornata mondiale contro la violenza di genere fino al 10 dicembre, giorno dedicato dalle Nazioni Unite ai diritti umani. Tutte le sedi consolari e diplomatiche italiane interverranno sui social per richiamare l’attenzione sull’iniziativa che quest’anno si mobilita sul tema “Leave no one behind: end violence against women and girls”.

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Sempre il 25 novembre il Governo ha stanziato 33 milioni l’anno per i prossimi tre anni nel nuovo Piano nazionale antiviolenza. L’annuncio è stato dato dalla sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità, Maria Elena Boschi. Si tratta di una guida per le aziende sanitarie e ospedaliere per il soccorso e l’assistenza socio-sanitaria alle donne vittime di violenza. Le linee del nuovo Piano nazionale antiviolenza, che avrà durata triennale, sono il frutto di un percorso di confronto e riflessione avviato dal mese di febbraio dal Dipartimento Pari Opportunità con le altre Amministrazioni centrali coinvolte, le Regioni e i Comuni, le associazioni impegnate sul tema della violenza e gli enti pubblici di ricerca. L’altra novità è il fondo per gli orfani di femminicidio, con due milioni e mezzo l’anno per il triennio 2018-2020. Lo prevede un emendamento alla manovra a firma della presidente della commissione d’inchiesta sul femminicidio Francesca Puglisi, come ha spiegato la relatrice al provvedimento, Magda Zanoni. Almeno il 70% del fondo, come si legge nel testo dell’emendamento, sarà destinato a interventi in favore dei minori

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La donna nell’imaginario degli italiani è stata anche analizzata da IPSOS che ha presentato, in questa occasione, una ricerca per indagare le opinioni degli italiani sugli stereotipi di genere.

Un bilancio drammatico si registra dal 2016

I dati denunciano la percezione del fenomeno per spronare tutti a “portare alla luce” situazioni a rischio.

  • 6 milioni e 788 mila donne vittime di violenza fisica o sessuale
  • 652 mila donne vittime di stupri (62,7% commesso da partner o ex partner)
  • 80% aggressioni verso le donne avviene dentro le mura domestiche
  • 149 vittime di femminicidio nel 2016

Nel 65,2% dei casi, i bambini assistono alla violenza sulle madri (violenza assistita) e gli orfani di femminicidio sono 1.700. 17 ML l’anno è il costo economico e sociale della violenza contro le donne. Un fatto sociale da affrontare in ottica multidimensionale, con un piano strutturato che prevede investimenti sulla prevenzione. Dai risultati emerge la persistenza di stereotipi di genere che spesso sono le stesse donne a rafforzarli. Il 33% delle italiane dichiara che tutte le donne sognano di sposarsi, percentuale non distante dagli uomini, 38%. La maternità viene considerata una esperienza che consente alla donna di realizzarsi completamente. L’indagine, elaborata su un campione di 1000 italiani tra i 18-65 anni (uomini 49% e donne 51%) è stata una occasione per individuare quali sono i principali stereotipi cui la donna è soggetta.

Dall’indagine statistica emergono le seguenti affermazioni:

  • La donna è capace di sacrificarsi per la famiglia molto più di un uomo (65%)
  • Per una donna è molto importante essere attraente (62%)
  • Tutte le donne sognano di sposarsi (37%)
  • In presenza di figli piccoli è sempre meglio che il marito lavori e la moglie resti a casa coi bambini (36%)
  • Per l’uomo più che per le donne è molto importante avere successo nel lavoro (35%)
  • La maternità è l’unica esperienza che consente ad una donna di realizzarsi completamente (32%)
  • È soprattutto l’uomo che deve mantenere la famiglia (28%)
  • Avere un’istruzione universitaria è più importante per un ragazzo che per una ragazza (17%)
  • È giusto che in casa sia l’uomo a comandare (13%).

L’indagine ha poi individuato quali comportamenti discriminatori sono accettabili sempre o in alcune circostanze:

  • Fare battute a sfondo sessuale (19%)
  • Fare avances fisiche esplicite (17%)
  • Obbligare la donna a lasciare il lavoro o a cercarne uno (10%)
  • Impedire ad una donna qualsiasi decisione sulla gestione dell’economia familiare (9%)
  • Controllare o impedire le amicizie di una donna con altre persone (8%)
  • Umiliare verbalmente (8%)
  • Rinchiudere una donna in casa o controllare le sue uscite o le sue telefonate (7%)
  • Minacciare o insultare (6%)
  • Sottrarre alla donna al suo stipendio (5%)

Per concludere anche il Presidente del Senato Pietro Grasso ha voluto lanciare un pensiero preciso insistendo sul tema delle denunce: “Dobbiamo riconoscere che siamo indietro anche sotto un profilo culturale e sociale: denunciare una violenza non è facile, c’è la drammatica tentazione di rimuovere interamente quanto accaduto, di non parlarne per colpa degli effetti pubblici e sociali di una denuncia, che spesso sono a carico più delle vittime che dei carnefici. Anche i più recenti casi di cronaca confermano infatti che davanti ad una denuncia non scatta un’unanime solidarietà: le parole di una donna, le sue azioni, vengono soppesate quasi a cercare una giustificazione della violenza subita o, peggio ancora, una colpa o addirittura una convenienza nel tacere o nel denunciare dopo tempo”.

Cristina Montagni

Premio Women Value Company 2018. Intesa Sanpaolo premia il contributo femminile in azienda

Restart l’edizione Premio Women Value Company, progetto nato dalla collaborazione di Intesa Sanpaolo e la Fondazione Marisa Bellisario, è dedicato alle piccole e medie imprese che investono sulla crescita e l’empowerment femminile che si distinguono per strategie innovative, politiche di inclusione e partecipazione che eliminano il gender gap e mettono le donne al centro di un percorso di crescita e sviluppo. Il messaggio è chiaro: la valorizzazione del talento femminile e della parità di genere è una leva strategica per imprese competitive.

A distanza di un anno, le donne confermano il loro ruolo strategico per lo sviluppo e il cambiamento economico e sociale del nostro Paese. Al riconoscimento concorrono 600 imprese, oltre 110 aziende finaliste, 5 incontri organizzati nelle principali città italiane per fare il punto sulle migliori pratiche per la parità di genere.

La Banca d’Italia stima in una recente pubblicazione che una crescita del 60% comporterebbe un aumento del 7% del PIL. Nonostante gli effetti potenzialmente positivi, le discriminazioni restano significative: percorsi di carriera più lenti, differenze retributive e mancata valorizzazione delle competenze.

Il Premio Women Value Company 2018 sarà assegnato a due imprese, una media e una piccola, in favore del lavoro svolto da donne che si sono distinte in:

  • servizi per conciliare famiglia e lavoro
  • iniziative a favore della serena gestione del tempo libero (benefit, voucher, asili nido interni, etc);
  • politiche flessibili di organizzazione del lavoro;
  • politiche retributive di merito non discriminatorie;
  • sviluppo e valorizzazione di competenze e carriere femminili

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Possono partecipare al concorso tutte le imprese, pubbliche e private, che registrano buone performance economico-finanziarie che si distinguono nella valorizzazione del lavoro femminile e di gestione del gender diversity. Il premio riconosce alle aziende candidate una targa consegnata nel giro di un roadshow che ha toccato le principali città italiane. La Commissione, presieduta dal Professore Antonio Catricalà e dalla Presidente della Fondazione Bellisario, Lella Golfo, proclamerà la Piccola e la Media Impresa vincitrice del premio “Women Value Company 2018 – Intesa Sanpaolo”. Le imprese riceveranno la Mela d’Oro nel corso della cerimonia di premiazione che si terrà a Roma a giugno insieme alle altre imprese finaliste che hanno superato la selezione in virtù delle loro pratiche per garantire a uomini e donne pari opportunità e riconoscimenti di carriera. 

Stefano Barrese, Responsabile Divisione Banca dei Territori Intesa Sanpaolo spiega che “il premio istituito con la Fondazione Bellisario parte dal convincimento che la presenza femminile nelle imprese rappresenti un’opportunità. Conosciamo la qualità delle donne nel lavoro: sono istruite, preparate, attente, collaborative. La strada per superare gli aspetti discriminatori è ancora lunga, ma da parte nostra l’impegno che riserviamo alla parità di genere, sia verso i colleghi che verso i clienti, è una regola che ci siamo dati da tempo e di cui apprezziamo l’efficacia. Per noi, come Banca, le donne rappresentano un mondo con cui confrontarsi, per far nascere rapporti commerciali proficui ma soprattutto nuovi stimoli e sfide.”

C’è tempo fino al 9 febbraio 2018 per candidarsi. Leggi il bando e compila il questionario online: clicca qui

Cristina Montagni

G7 Pari Opportunità. La Sottosegretaria Maria Elena Boschi chiude a Taormina l’anno di Presidenza italiana

Si conclude a Taormina la riunione G7 sulle Pari Opportunità, l’ultima delle 13 Ministeriali tenute durante l’anno di presidenza italiana del G7. Alla riunione del 15 e 16 novembre, presieduta dalla sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Maria Elena Boschi, hanno partecipato i capi delegazione di Canada, Giappone, Stati Uniti, Germania, Francia e Gran Bretagna e la commissaria europea per la giustizia, la tutela dei consumatori e l’uguaglianza di genere Vera Jourovà

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Temi della Roadmap del G7 Taormina

La 13esima ministeriale ha focalizzato l’attenzione su tre temi, alla base della Roadmap adottata lo scorso maggio dai leader del G7 per la promozione della parità di genere. La riprogettazione del mercato del lavoro e del sistema di welfare per liberare il potenziale femminile in ambito economico; il ripensamento di misure legislative volte ad aumentare la partecipazione femminile in posizioni di leadership e nei processi decisionali; la prevenzione e la lotta alla violenza di genere, incluso il fenomeno della tratta.

In concreto il documento finale riafferma l’importanza di assicurare pari opportunità alle donne, agli uomini e la loro piena promozione, protezione e realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle donne e delle bambine che sono universali ed essenziali per il loro empowerment e per l’avanzamento dei processi di pace, sicurezza e sviluppo sostenibile. La dichiarazione riconosce che le barriere strutturali all’empowerment delle donne durante tutta la vita possono essere composte da molteplici forme di discriminazione sia nella sfera pubblica che privata, dagli stereotipi di genere e da norme sociali, attitudini e comportamenti negativi.

La commissione ministeriale esprime inoltre forte preoccupazione per le condizioni di lavoro disparitarie tra donne e uomini, per le opportunità di avanzamento di carriera limitate per le donne e la crescente incidenza di forme occupazionali informali e atipiche. Per questi motivi si riconosce che la parità di genere non sarà raggiunta senza il pieno coinvolgimento e la collaborazione attiva della società civile e delle organizzazioni non governative. Si riafferma con forza l’impegno ad attuare le misure e le azioni concordate nella roadmap G7 per un ambiente economico sensibile alla dimensione di genere. In particolare i Ministri sottoscrivono i seguenti punti e si impegnano a:

  • aumentare la partecipazione delle donne e a promuovere le pari opportunità e processi di selezione imparziali per le posizioni di leadership a tutti i livelli decisionali in tutti gli aspetti della vita sociale, economica e politica;
  • prendere in considerazione l’adozione di misure sostenibili concrete atte a promuovere e ad agevolare l’imprenditoria femminile, e a riaffermare il suo contributo all’innovazione, alla creazione di posti di lavoro e alla crescita economica;
  • ridurre il divario tra donne e uomini nei tassi di partecipazione alla forza lavoro sostenendo la partecipazione femminile, migliorando la qualità occupazionale e promuovendo la parità di genere;
  • sensibilizzare l’opinione pubblica e valorizzare il lavoro di cura e domestico non retribuito e il suo importante contributo all’economia, e a promuovere l’equa condivisione tra donne e uomini delle responsabilità di cura;
  • sviluppare politiche e misure per l’equilibrio vita-lavoro e la parità salariale, combattere l’occupazione precaria, migliorare le condizioni di lavoro, e incoraggiare le aziende ad adottare forme di lavoro flessibili durante tutta la vita e misure favorevoli alla vita familiare sia per le donne che per gli uomini;
  • promuovere la partecipazione delle donne e delle bambine all’istruzione e alle carriere nei settori della scienza, tecnologia, ingegneria, matematica e medicina (STEMM), così come la partecipazione in tutti i settori in cui esse sono sottorappresentate, ivi compreso nei settori ad alta specializzazione e più remunerativi;
  • adottare e attuare misure adeguate atte a prevenire tutte le forme di violenza e molestie contro le donne e le bambine sia nella sfera pubblica che privata, ivi comprese le pratiche dannose, quali i matrimoni infantili, precoci e forzati e le mutilazioni genitali femminili, la violenza domestica e intra-familiare, la tratta degli esseri umani a scopo sessuale e lavorativo, e a proteggere e reintegrare le vittime, a effettuare efficacemente indagini sui reati e perseguire gli autori di tali violenze, anche attraverso l’adozione di strategie nazionali e/o piani d’azione nazionali sulla violenza contro le donne e le bambine, sostenuti da risorse umane e finanziarie.

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La dichiarazione delle istituzioni

La sottosegretaria Boschi, parlando degli interventi messi in campo contro la violenza di genere spiega che il Governo ha incrementato le risorse per il Piano Nazionale Antiviolenza con 33 milioni per il 2018 e il 2019, adottato Linee Guida strategiche contro la violenza per i prossimi 3 anni e lavorato in sincronia con gli enti locali per garantire a ogni donna il diritto ad essere protetta ma anche accompagnata nel percorso di uscita dal dramma della violenza. Ha sottolineato che in questo scorcio di legislatura vorrebbe portare a conclusione alcune iniziative. Fra queste, il Piano antiviolenza 2017-20, ora alla Conferenza Unificata; l’approvazione definitiva della legge sulla tracciabilità dei salari e quello, approvato in prima lettura al Senato, che evita la riparazione economica del reato di stalking. “Vogliamo ridurre il gap salariale e facilitare l’accesso delle donne al lavoro, alle carriere scientifiche e manageriali e aiutarle a conciliare famiglia e lavoro senza rinunciare alle proprie aspirazioni. La piaga della violenza di genere nei luoghi di lavoro dimostra quanto queste tematiche siano comuni a ogni donna in ogni parte del mondo, a tutti i livelli”. Abbiamo presentato le misure adottate nel nostro Paese dal governo dei mille giorni ad oggi per l’empowerment delle donne: fine delle dimissioni in bianco, lavoro agile nelle P.A., bonus nido, bonus mamme, estensione della maternità e molto altro. Ascoltare le esperienze degli altri Paesi aiuta a migliorarsi perché c’è ancora tanta strada da fare. L`Italia ha aperto la strada del confronto anche su questi temi nell’agenda G7: l’empowerment delle donne parte da qui, ha concluso la Boschi.

Insieme alla Boschi a Taormina c’erano Maryam Monsef, ministra per la condizione femminile (Canada); Marlene Schiappa, Segretaria di stato con delega alla parità tra donne e uomini (Francia); Kathryn C. Kaufman, consigliera del Presidente (Usa); Joanna Roper, inviata speciale per le parità di genere (Gran Bretagna); Katarina Barley, ministra federale per la famiglia, gli anziani, le donne e i giovani (Germania); Yuhei Yamashita, vice ministro parlamentare dell’Ufficio di Gabinetto (Giappone).
Cristina Montagni

Rapporto World Economic Forum 2017 sul “Gender Gap”

Classifica del World Economic Forum 2017 fotografa l’incolmabile trattamento tra uomo e donna. Italia 82esima, dopo la Grecia, Madagascar e Messico.

Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum ritiene che il talento è uno dei fattori essenziali per la crescita e la competitività. “Per costruire economie dinamiche e inclusive, dobbiamo assicurare che ognuno abbia pari opportunità. Quando le donne e le ragazze non sono integrate, la comunità globale perde competitività, idee e prospettive critiche per affrontare le sfide globali e sfruttare nuove opportunità”.

World Ecomic Forum

La parità di genere è il modo in cui le economie e le società prosperano. Il rapporto sulle disuguaglianze di genere 2017, introdotto per la prima volta nel 2006, analizza su base annuale i progressi compiuti da 144 paesi sulle parità di genere su diverse tematiche. Il WEF, presentato il 17 ottobre, si propone di valutare tale disparità e quantificare i progressi compiuti nel corso degli anni. Data la multidimensionalità del fenomeno, il Global Gender Gap Report utilizza un indice incentrato su quattro macro aree:

  • salute (aspettative di vita e rapporto tra sessi alla nascita),
  • istruzione (educazione elementare e superiore),
  • economia (leadership, partecipazione al mercato del lavoro e salari)
  • politica (rappresentanza)

Sebbene nessuna misura possa acquisire la situazione completa, dichiara il fondatore della WEF, l’indice globale – presentato nella relazione – cerca di misurare un aspetto importante sull’uguaglianza di genere, le lacune relative tra donne e uomini nei quattro settori chiave delineati in precedenza. L’indice non cerca quindi di definire le priorità per i paesi, ma fornisce un insieme di dati e un metodo chiaro per tenere traccia delle lacune sugli indicatori critici in modo che i paesi possano definire le priorità all’interno dei propri contesti economici, politici e culturali. L’indice evidenzia anche i potenziali modelli di ruolo che all’interno della loro regione o gruppi di reddito, sono leader nella distribuzione più equa delle risorse tra donne e uomini, indipendentemente dal livello complessivo delle risorse disponibili. Il divario tra uomini e donne, secondo il WEF, confina l’Italia all’82 esimo posto nella classifica su un benchmarks di 144 posizioni complessive. Siamo in coda alla Grecia 78esima, Madagascar 80esima e Messico 81esima posizione. In un anno l’Italia è retrocessa di ben 22 posizioni. 

posizioni Italia Gender Gap

Dall’analisi dei dati si evince un disequilibrio accertabile in molte dimensioni considerate. La parità nell’accesso all’educazione è aumentata e il tasso di alfabetizzazione delle donne in Italia è giunto al 96% con una aspettativa di “vita sana” che raggiunge il 73% per le donne rispetto al 71% per gli uomini. Nonostante l’indicatore positivo, sono proprio le opportunità economiche a destare maggiore preoccupazione.

Lo squilibrio nel mondo del lavoroLa partecipazione economica delle donne alla forza lavoro continua ad essere scarsa, il 54,3% rispetto al 73,7% degli uomini con un reddito stimato che si attesta al 26% rispetto al 51% dei colleghi uomini, generando un divario retributivo di oltre il 50%. Per quanto attiene al empowerment politico, anche qui la distanza è incolmabile. La percentuale delle donne inserite in parlamento non raggiunge la soglia del 30% contro il 70% degli uomini, e un gap che sfiora il 40%. Se contestualizziamo i dati secondo gli item descritti, non possiamo non descrivere alcuni indicatori che rappresentano la triste realtà in cui vivono quotidianamente le donne italiane. Le lavoratrici impiegate a tempo parziale costituiscono una quota rilevante. Un “esercito femminile” rappresentato dal 40% della popolazione totale contro il 16% dei maschi a cui si aggiunge un rapporto di lavoro non retribuito che interessa il 60% delle donne. Ogni giorno, le donne lavorano 512 minuti in più rispetto ai 453 minuti dei colleghi maschi, e la disoccupazione è più alta tra le donne (12,8% contro il 10,9%) così come le persone senza lavoro e quelle scoraggiate rappresentano il 40,3% contro il 16,2% degli uomini. La segregazione occupazionale – vale a dire la distribuzione non uniforme delle occupazioni tra donne e uomini – appare rilevante, infatti il salario medio annuale delle donne non raggiunge i 23.000 euro, contro i 44.000 degli uomini. Alla base del divario retributivo vi è soprattutto il permanere di una profonda matrice di stampo socio-culturale. Una cultura che giustifica ancora responsabilità distinte nella cura della casa e dei figli tra uomo e donna. Uno status culturale che costringe la donna in modo “sistematico” a scegliere tra famiglia e lavoro e non contempla la conciliazione come strumento necessario, urgente e soprattutto moderno in una società globalizzata. 

“Il fattore determinante più importante per la competitività di un Paese è il talento umano. Le donne costituiscono la metà del talento potenziale – ricorda Bekhouche, project manager del World Economic Forum. Se il governo ha un ruolo importante nel sostenere le politiche giuste (congedo di paternità, asili, etc.), sta anche alle aziende creare posti di lavoro con processi di reclutamento innovativi, nuovi percorsi per le carriere, politiche salariali trasparenti che permettano ai migliori talenti di svilupparsi”.

Cristina Montagni