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“Un Domani Possibile”, bando per includere i minori stranieri soli in Italia

Un domani possibile” è l’ottavo bando dell’associazione Con i Bambiniche rinnova il suo impegno a favorire l’inclusione dei minori e dei giovani migranti arrivati soli nel nostro Paese. Il bando, realizzato in collaborazione con “Never Alone – Per un domani possibile”, si inserisce nell’ambito del European Programme for Integration and Migration ed è promosso da importanti fondazioni filantropiche e bancarie: Cariplo, Compagnia di San Paolo, Con il Sud, Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo ed altre che sostengono iniziative simili.
La dotazione finanziaria messa a disposizione per il bando ammonta a 5 milioni di euro.

 

Bando Con i Bambini

Obiettivi del progetto

L’organizzazione sociale Con i Bambini nell’ambito del fondo per il contrasto della povertà educativa e minorile, con il bando “Un domani possibile”, vuole contribuire ad intervenire in merito alle opportunità educative e inclusione per i giovani migranti. Tutti i migranti tra i 17 ed i 21 anni, entrati in Italia da minorenni e senza genitori, potranno usufruire di un percorso d’inserimento lavorativo di medio-lungo periodo, abitazioni dignitose e una solida rete di integrazione sociale nel nostro paese. La povertà educativa influisce sulla possibilità di realizzare un percorso che permetta ai giovani, al compimento del diciottesimo anno, di rimanere legalmente nel nostro paese.

Chi può partecipare al bando “Un domani possibile”

Al bando sono ammessi partenariati formati da almeno 4 enti:

  • un’organizzazione di Terzo settore con ruolo di soggetto responsabile;
  • un ente del Terzo settore con esperienza negli ambiti previsti dal bando;
  • un soggetto autorizzato allo svolgimento di attività di intermediazione al lavoro;
  • un partner pubblico il cui ruolo risulti funzionale al raggiungimento degli obiettivi previsti. In aggiunta agli enti elencati, potranno costituirsi in partenariato organizzazioni non profit, istituzioni, enti di formazione e della ricerca, imprese. Le proposte dovranno prendere in esame interventi in almeno due delle tre aree geografiche previste (Nord, Centro, Sud e Isole).

Valutazione e scadenza dei progetti

I progetti possono essere presentati online, tramite piattaforma Chàiros, entro il 9 ottobre 2020. Le proposte saranno sottoposte ad una fase di progettazione esecutiva, e come per i precedenti bandi è prevista una valutazione d’impatto dei progetti finanziati attraverso una successiva selezione in modo da procedere ad una valutazione complessiva dell’efficacia delle azioni realizzate.

Bambini-poveriCriticità e stima dei giovani migranti in Italia  

Si parla di circa 60 mila minori stranieri arrivati in Italia da soli che hanno raggiunto la maggiore età negli ultimi 5 anni, circa 8.000 lo scorso anno. Secondo le recenti stimi del Ministero del lavoro e delle politiche sociali, al 31 dicembre 2019 erano in Italia 6 mila minori stranieri non accompagnati, distribuiti in prevalenza in Sicilia (19,2%), Lombardia (13,6%), Friuli-Venezia Giulia (11%) ed Emilia-Romagna (10%). I dati in base all’età mostrano che il 62% ha 17 anni, mentre i sedicenni rappresentano il 26%, seguiti dai quindicenni (7%) e da chi ha meno di 15 anni (5%). I minori stranieri non accompagnati in Italia sono caratterizzati per avere un’età sempre più elevata e hanno poco tempo per acquisire un’autonomia di vita che gli consenta di continuare il percorso d’inclusione sociale avviato dai minorenni. In generale, questi ragazzi hanno una maggiore fragilità psicologica, dovuta non solo al trauma del percorso migratorio, ma soprattutto alla precarietà e all’incertezza del futuro. In base alla recente normativa (132/2018), la situazione è diventata più complessa. Al compimento dei 18 anni vengono agevolati solo i ragazzi che erano già accolti nelle strutture come la SPRAR da minorenni e che hanno ottenuto l’autorizzazione fino al ventunesimo anno. Altrettanto complesso è diventato l’avvio ai percorsi d’inserimento lavorativo per le difficoltà connesse all’iscrizione anagrafica. L’abolizione della protezione per motivi umanitari ha comportato una notevole riduzione delle richieste di protezione internazionale da parte dei minori non accompagnati. Per restare sul territorio nazionale dopo il raggiungimento della maggiore età, diventa quindi cruciale non solo il possesso di un passaporto, ma anche l’inserimento lavorativo e/o di studio nel medio-lungo periodo, la disponibilità di una abitazione e la possibilità di contare su relazioni umane solide ed affidabili. Sui complicati percorsi d’inclusione incidono poi il livello basso di istruzione di questi giovani, la difficoltà di accesso a opportunità educative adeguate alle loro condizioni, la scarsità di offerte culturali in grado di rafforzarne identità, aspirazioni e senso di fiducia verso il futuro.

un domani possile -bambini poveri

IN ALLEGATO IL BANDO E FORMULARIO

Bando “Un domani possibile”

Bando Un domani possibile_FORMULARIO_facsimile

Cristina Montagni

 

Intervista a David Lazzari, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi

David Lazzari - Pres. Ordine Nazionale Psicologi
Il presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (Cnop) in questa mia intervista commenta quanto la crisi generata dal Covid-19 può considerarsi una “emergenza psicologica” che ha messo a dura prova gli italiani, costretti in casa da settimane, con gravi ripercussioni da un punto di vista psicologico.

I decessi da Covid-19 in Italia hanno toccato la soglia 34.800. La popolazione anziana risulta la più colpita da questo virus, una cicatrice che potrebbe segnare la generazione tra i 30 e i 50 anni per il dolore e la perdita di un caro a cui si aggiunge l’ansia del futuro. Non crede che in futuro si potrebbe prospettare uno scenario angoscioso per un aumento dell’indice dei suicidi?

Il disagio psicologico è cresciuto molto in queste settimane e ci attendiamo un lungo strascico di problemi da fronteggiare. Temo che registreremo una crescita del numero dei suicidi, alcuni correlati al covid-19 si sono già verificati. Si sono registrati tra gli infermieri in prima linea negli ospedali, altri casi ci sono stati tra i cittadini costretti in casa e in particolare tra gli imprenditori. Purtroppo, il benessere psicofisico degli italiani è crollato. I suicidi rappresentano le manifestazioni più eclatanti e dolorose di questo malessere diffuso.

Nel corso di un’emergenza, è normale sentirsi tristi, confusi, spaventati o arrabbiati? Quali consigli darebbe per affrontare con serenità questi malesseri e in quanto tempo potrebbero essere superati?

Nel corso di un’emergenza sanitaria come questa è normale registrare un incremento delle problematiche psicologiche. Paura del contagio, stravolgimento delle abitudini, preoccupazioni per le prospettive sociali ed economiche sono tutti fattori che determinano una pressione. Poi c’è chi regge meglio lo stress e chi, magari già con una serie di problematiche, va incontro a un disagio maggiore. Chi stava male prima, infatti, ora nella stragrande maggioranza dei casi sta peggio.

Per una sana gestione psicologica dell’epidemia è verosimile tracciare un vademecum per dominare la paura e trasformarla in risorsa?

Come Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi abbiamo fatto una vasta azione di divulgazione e sensibilizzazione. Abbiamo anche elaborato e messo a disposizione un vademecum sul nostro sito psy.it. La ‘paura’ è un sentimento complesso e ambivalente che ha anche un risvolto per certi versi positivo quando ci spinge ad atteggiamenti prudenti e responsabili verso un rischio concreto o ipotetico. Altra cosa è vivere una situazione di malessere o rimanere ‘paralizzati’ di fronte al terrore di qualcosa.

Durante l’emergenza sanitaria le donne sono più esposte al pericolo della violenza domestica. Quali sono i servizi messi a disposizione sul territorio dai vostri professionisti per tutelare l’universo femminile a rischio per l’impossibilità di chiedere un aiuto esterno?

Le donne e i giovani ritengono più degli altri che serva uno psicologo per superare questa fase. A questo proposito, va sottolineato con forza che nessuno è solo davanti al disagio psicologico. Chiedere aiuto è sempre possibile – e io aggiungo necessario – per non sottovalutare i problemi e vederli peggiorare nel tempo. Il distanziamento sociale non blocca l’attività di sostegno. Gli studi sono rimasti aperti. Inoltre, ci sono migliaia di psicologi liberi professionisti che si sono messi a disposizione per attività a distanza. Basta utilizzare il sito psy.it per trovare uno psicologo e avviare un percorso di sostegno.

Un’indagine dell’università dell’Aquila e Tor Vergata di Roma, ha rivelato che l’isolamento, la paura del contagio, la perdita del lavoro, sta producendo sulla psiche stress psicologici e depressione tra le donne e nelle fasce più giovani della popolazione. Quali sono gli strumenti per combattere tali disagi?

Bisogna ascoltarsi per capire il nostro livello di benessere. Si deve essere disponibili a ricevere aiuto da un professionista qualora se ne senta la necessità senza nascondere i problemi. Si deve aiutare chi è vicino a noi. Insomma, non ci si deve chiudere in sé stessi.

I bambini, rispetto agli adulti, rispondono in modo diverso allo stress? Quali suggerimenti potremmo dare ai genitori per prevenire stati di panico e paura?

Non riescono a razionalizzare la situazione come un adulto e tendono a tenersi dentro i problemi. Da parte dei genitori ci vuole una costante attenzione e una grande vicinanza per far sentire l’amore di cui hanno bisogno. Per i più piccoli è fondamentale sentirsi centrali e considerati.

Al Covid-19 si possono collegare episodi di stigmatizzazione sociale e discriminazione, soprattutto nei confronti di coloro che sono stati contagiati e dei loro familiari. Secondo lei è necessario intervenire in modo mirato per promuovere l’integrazione delle persone colpite dal virus?

Questo è un serio problema che va affrontato in primo luogo con l’educazione. Chi si è ammalato non lo ha fatto per imperizia o negligenza ma per le caratteristiche di un virus molto pericoloso e contagioso.

La pandemia si è diffusa in molti paesi e in diversi contesti. Esiste un solo e unico approccio per far fronte ai bisogni psicosociali e di salute mentale della popolazione?

Ogni singolo individuo ha bisogno di un sostegno e di un percorso su misura. Non si possono generalizzare i casi su base sociale o geografica.

Pensa sia necessario tutelare la salute ed il benessere mentale degli operatori sanitari al termine dell’emergenza sanitaria?

Paura del contagio, turni durissimi, strumentazioni insufficienti, procedure snervanti, riposi inadeguati, preoccupazione di portare il virus a casa in famiglia sono tutti fattori di forte stress. Per questo, è fondamentale fin da ora, in queste settimane di lotta durissima nelle corsie degli ospedali, sostenere gli operatori sanitari. Le indagini condotte a livello internazionale indicano un’incidenza altissima di problematiche psicologiche in questi soggetti. Garantire un supporto adeguato è il minimo che si possa fare in segno di riconoscenza per quanto stanno facendo.

Esistono servizi coordinati dalle associazioni di psichiatri e psicologi a cui le persone possono rivolgersi 24 ore su 24 con strumenti che accorciano le distanze?

Gli Psicologi hanno introdotto una straordinaria mobilitazione. Penso al numero verde dedicato del Ministero della Salute. Inoltre, come detto, oltre 10mila psicologi sono raggiungibili e consultabili a distanza, sul sito psy.it, grazie alla nostra iniziativa #psicologionline. Ci sono poi moltissime realtà territoriali che hanno realizzato attività di supporto. Infine, ci sono gli psicologi che operano all’interno del Servizio Sanitario Nazionale anche se il loro numero purtroppo è irrisorio, cronicamente insufficiente rispetto ai problemi da affrontare, ancor più ora che siamo alle prese con questa emergenza.

Conclusa la fase 1, la fase 2 si profila più difficile da percorre perché sarà necessario ri-adattarci a gestire la quotidianità con estrema cautela. L’ordine degli psicologi ha predisposto progetti di accompagnamento e presa in carico in via continuativa dei soggetti interessati?

Il 62% degli italiani pensa che avrà bisogno di un supporto psicologico per affrontare la normalità. Ci sarà molto da fare e gli psicologi faranno la loro parte. C’è stata una mobilitazione straordinaria di tutta la categoria a livello territoriale per garantire un sostegno capillare e puntuale.

Dott. David Lazzari
David Lazzari, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Regione Umbria e del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi, ex presidente della Società Italiana Psico Neuro Endocrino Immunologia, è specialista in psicosomatica ed in psicologia della salute e responsabile del servizio di psicologia dell’ospedale di Terni. Da anni si occupa di problemi legati allo stress ed è autore di numerose pubblicazioni scientifiche sul rapporto tra benessere psicologico e salute generale.
Cristina Montagni 

Donne in Campo. Il decreto del ministero delle politiche agricole alimentari e forestali a sostegno del lavoro femminile in agricoltura

TERESA BELLANOVA ministro delle politiche agricole alimentari e forestali

Con il decreto “Donne in Campo”, varato a giugno dalla Conferenza Stato Regioni è stata approvata una misura per valorizzare e potenziare il ruolo delle donne in agricoltura. Nel settore si concentra un alta percentuale di occupazione femminile e l’attuazione del Decreto Donne in Campo, entra di fatto in legge di bilancio 2020.

La manovra definisce criteri e modalità per la concessione di mutui agevolati a tasso zero per sostenere iniziative finalizzate allo sviluppo o al consolidamento di aziende agricole condotte da imprenditrici, attraverso investimenti nel settore agricolo e in quello dedito alla trasformazione e commercializzazione dei prodotti relativi. “Siamo pronte a questa nuova sfida che ci vede chiamate in causa dal bonus “donna in campo” previsto nella legge di bilancio 2020-2022”, ha annunciato la ministra per le politiche agricole, alimentari e forestali, Teresa Bellanova. Così come ha espresso soddisfazione per lo sviluppo del settore, Pina Terenzi, presidente nazionale di Donne in Campo, associazione al femminile di Cia-Agricoltori Italiani.

Bonus al femminile

La misura inserita in decreto prevede un fondo rotativo da 15 milioni per garantire mutui a tasso zero, fino ad un massimo di 300 mila euro, alle imprenditrici agricole o a quelle che vorranno diventarle. Un’opportunità reale che considera oltre 200 mila aziende agricole al femminile, attive in Italia, tra settore vitivinicolo, zootecnico e ortofrutticolo. Quel 40% di forza lavoro rappresentato dalle donne in agricoltura, potrà secondo la presidente di Donne in Campo-Cia, ottenere un sostegno per investire nella trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli, in ricerca e innovazione con una spinta verso il ricambio generazionale. I mutui concessi andranno da un minimo di 5 a un massimo di 15 anni, comprensivi del periodo di preammortamento. Tra le misure adottate è stata definita la possibilità di accettare fideiussioni anche da parte di enti assicurativi e non solo bancari. Il soggetto che curerà l’attuazione del fondo sarà Ismea.

donne in campo

Le donne del settore

Le donne elaborano una visione di genere dell’agricoltura italiana. Sono innovatrici e capaci di coniugare crescita produttiva a tutela della biodiversità e tradizione. La multifunzionalità si conferma un’alleata nell’imprenditorialità al femminile che crede nel valore culturale e sociale del cibo, nella tutela del suolo e del paesaggio. Non solo. Donne in campo è una misura a sostegno dell’imprenditoria giovanile che reclama l’importanza di una agricoltura plurale, consapevoli di come le donne e le nuove generazioni costituiscano una importante leva di cambiamento e innovazione su cui il Paese possa contare.

Donne impiegate in agricoltura

Le statistiche ci dicono che sono più di 200 mila le imprenditrici agricole in Italia, circa il 28% del totale. Di queste aziende una parte considerevole è nelle mani di giovani donne under 35. Ad esempio, in alcuni settori come l’ortofrutta, l’occupazione femminile raggiunge il 70%. Il futuro dell’agricoltura parla la lingua delle donne e soprattutto si rivolge alle nuove generazioni dove gran parte della nuova agricoltura multifunzionale ruota intorno al lavoro, alla capacità e alla creatività femminili.

Cristina Montagni

Diritto e parità di retribuzione alle donne. L’Italia bocciata dal Comitato europeo dei diritti sociali insieme ad altri 14 paesi

divario retributivo di genere
Durante l’ultima conferenza di Strasburgo del 29 giugno, il Comitato europeo dei diritti sociali (CEDS), ha riscontrato violazioni del diritto alla parità di retribuzione e del diritto alle pari opportunità sul luogo di lavoro in 14 dei 15 paesi che hanno accettato di applicare la procedura dei reclami collettivi della Carta sociale europea.

L’Italia è tra i paesi ai quali si contesta la violazione oltre al Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Finlandia, Francia, Grecia, Irlanda, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Repubblica ceca e Slovenia. Solo la Svezia è stata riconosciuta conforme alle disposizioni della Carta. “Il divario retributivo di genere è inaccettabile” ha dichiarato la Segretaria generale Marija Pejčinović Burić” e continua ad essere uno dei principali ostacoli al conseguimento di una reale uguaglianza nelle società moderne”. “I governi europei devono intensificare gli sforzi per garantire le pari opportunità sul posto di lavoro. Per questo un numero maggiore di paesi dovrebbe utilizzare la Carta sociale europea del Consiglio d’Europa in quanto mezzo per raggiungere l’obiettivo”, ha concluso la Segretaria generale Marija Pejčinović Burić.

divario retributivo di genere

I reclami presentati al CEDS – organismo che monitora l’applicazione della Carta – sono stati introdotti dalla ONG internazionale University Women Europe (UWE). Il CEDS, pur avendo concluso che la legislazione dei 15 paesi interessati risulta soddisfacente per assicurare il riconoscimento del diritto alla parità di retribuzione per uno stesso lavoro, ha riscontrato delle violazioni (ad eccezione della Svezia), dovute agli insufficienti progressi registrati nella riduzione del divario retributivo di genere, in alcuni casi motivate dalla mancata trasparenza salariale nel mercato del lavorodall’assenza di vie di ricorso efficaci e dall’insufficienza dei poteri e mezzi conferiti agli organismi nazionali per la promozione della parità di genere. Soprattutto si sottolinea che malgrado gli accordi sull’applicazione di sistemi di quote e l’adozione di altre misure, le donne continuano ad essere sottorappresentate nelle posizioni decisionali all’interno delle aziende private. Nonostante ciò il CEDS ha constatato che il divario retributivo di genere si è ridotto in alcuni paesi, ma i progressi compiuti sono ancora timidi e insufficienti.

La Carta Sociale Europea

CEDS ha individuato nella Carta europea il diritto alla parità di retribuzione, che deve essere garantita per legge e seguire alcuni obblighi che spettano agli Stati contraenti.

Nello specifico deve:

  • riconoscere nella loro legislazione il diritto alla parità di retribuzione per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore;
  • garantire l’accesso a vie di ricorso efficaci per le vittime di discriminazione salariale;
  • assicurare trasparenza salariale e rendere possibile un confronto delle retribuzioni;
  • mantenere attivi organismi efficaci per la promozione della parità e istituzioni competenti per garantire nella pratica la parità di retribuzione.

Di cosa si occupa il CEDS 

Il CEDS verifica il rispetto degli impegni assunti dagli Stati per garantire l’applicazione dei diritti riconosciuti dalla Carta sociale europea attraverso due meccanismi: i reclami collettivi, che possono essere presentati da associazioni sindacali e datoriali, da altre organizzazioni non governative e i rapporti nazionali periodici sottoposti dai Governi delle Parti contraenti.

L’organismo ritiene che il divario retributivo di genere non è il risultato di una vera e propria discriminazione, ma deriva dalle differenze nelle “caratteristiche medie” delle donne e degli uomini nel mercato del lavoro. Queste differenze – precisa il comitato europeo – sono dovute da diversi fattori, quali la segregazione orizzontale, quando un sesso si trova concentrato in determinate attività economiche (segregazione settoriale di genere) o in determinate occupazioni (segregazione professionale di genere), come pure la segregazione verticale (donne che occupano le posizioni dirigenziali e decisionali meglio retribuite all’interno delle aziende). Gli Stati dovrebbero quindi valutare l’impatto delle misure politiche adottate per affrontare la segregazione di genere nel mercato del lavoro e migliorare la partecipazione delle donne ad una scelta più vasta di posti di lavoro e di professioni. Per quanto riguarda la segregazione verticale, le decisioni adottate dal CEDS sottolineano gli obblighi dello Stato di affrontare questo fenomeno nel mercato del lavoro, grazie alla promozione di una maggiore presenza femminile negli incarichi decisionali all’interno delle imprese private. Tale obbligo può comportare l’introduzione di misure vincolanti per garantire la parità di accesso ai consigli di amministrazione delle imprese, applicando un sistema di quote o fissando obiettivi nel settore pubblico e in quello privato, destinati a promuovere la parità. È anche possibile adottare un approccio flessibile, che incoraggi il cambiamento, se è in grado di permettere il conseguimento di progressi misurabili. Le misure volte a favorire le pari opportunità per le donne e gli uomini nel mercato del lavoro, devono includere la promozione di un’equa rappresentanza di entrambi i sessi in posizioni decisionali sia nel settore pubblico che in quello privato.

Risultati dell’indagine CEDS

Il CEDS ha rilevato che la percentuale di donne che siedono nei consigli di amministrazione delle più importanti società quotate in borsa nei paesi in cui vigono disposizioni legislative vincolanti, è passata da una media del 9,8% nel 2010 al 37,5% nel 2018. Nei paesi che hanno intrapreso interventi positivi per promuovere l’equilibrio di genere, senza adottare misure vincolanti, le percentuali sono state del 12,8% nel 2010 e del 25,6% nel 2018, mentre nei paesi in cui non è stato sperimentato nessun intervento la situazione è rimasta invariata, con una media del 12,8% di donne presenti nei consigli di amministrazione nel 2010, che è passata al 14,3% nel 2018. Alla luce della ricerca, il CEDS ha ricordato che è fondamentale tenere presente la Risoluzione dell’APCE 1715 (2010), che raccomanda che la percentuale di donne nei consigli di amministrazione delle società sia almeno del 40%.

Cristina Montagni

Italia settima al mondo per migliori Università

ranking università.jpg

Il 10 giugno è stata prodotta l’analisi del QS World University Rankings che si basa su una ricerca che include le opinioni di oltre 100 mila docenti, accademici e ricercatori e di 51.649 manager e direttori delle risorse umane. Dalla prestigiosa pubblicazione emerge che le università italiane si posizionano nel ranking tra i migliori atenei del mondo e l’Italia si conferma un centro di assoluta eccellenza per gli studi avanzati e la qualità della didattica.

qswur-stat-itaLa 17^ edizione del QS World University Rankings che elenca le mille migliori università del globo, include 36 università italiane, due in più rispetto alla passata edizione. I nostri atenei migliorano il piazzamento e l’Italia è il settimo Paese più rappresentato al mondo nella classifica e il terzo in Europa, dopo Regno Unito e Germania. In più, gli atenei italiani migliorano il punteggio, come il Politecnico di Milano (137mo in classifica) che, salendo di dodici posizioni, si conferma per il sesto anno consecutivo la prima università italiana. Anche l’antica università di Bologna guadagna diciassette posizioni, saltando al 160mo posto, mentre la Sapienza di Roma guadagna trentadue posizioni, conquistando il 171mo posto. Una performance importante anche quella del Politecnico di Torino che avanza di quaranta posizioni e si classifica al 308mo posto. Globalmente, tredici atenei italiani salgono in classifica e quattro rappresentano delle new entry: la prima è l’università Vita-Salute San Raffaele, a seguire la Libera università di Bolzano, l’università della Calabria e l’università Politecnica delle Marche. In particolare, quella di Bologna è l’ateneo più apprezzato dalla comunità accademica internazionale, seguito dalla Sapienza. Il Politecnico di Milano è poi apprezzato dai recruiter internazionali mentre la Bicocca di Milano è la prima in Italia e 115esima al mondo per Citations per Faculty, indicatore che misura l’influenza della ricerca prodotta, seguita dall’università degli studi di Napoli Federico II. La Libera università di Bolzano ha, invece, il primato italiano per la proporzione di docenti internazionali e il Politecnico di Milano per la quota di studenti internazionali.

Cristina Montagni

App Immuni. Dal 2 giugno disponibile sugli store Apple e Google

 

infografia Immuni
Dal 2 giugno è possibile scaricare in tutta Italia l’App IMMUNI, disponibile gratuitamente negli store di Apple e Google per il tracciamento dei contatti (contact tracing).

 

Il supporto tecnologico si affianca alle iniziative messe in campo dal Governo per limitare la diffusione del virus Covid-19. L’applicazione è stata sviluppata nel rispetto della normativa italiana ed europea sulla tutela della privacy, e nasce dalla collaborazione tra presidenza del Consiglio dei ministri, ministro della salute e ministro per l’innovazione tecnologica.

L’applicazione non è scaricabile via e-mail o SMS e tutte le informazioni sul funzionamento del sistema sono disponibili sul sito immuni.italia.it. Grazie all’uso della tecnologia Bluetooth Low Energy, il sistema non raccoglie dati sull’identità o la posizione dell’utente. Immuni riesce a determinare che un contatto fra due utenti è avvenuto, ma non chi siano i due utenti o dove si siano incontrati.

Come funziona

Gli utenti che decidono di scaricare l’applicazione contribuiscono a tutelare sé stessi e le persone che incontrano. L’applicazione permetterà di risalire ai contatti che possono aver esposto una persona al rischio contagio e i servizi sanitari regionali attivare gradualmente gli avvisi sull’app. Nello specifico, l’utente entrato in contatto con persone risultate positive al tampone, verrà avvisato grazie ad una notifica che arriva direttamente sul cellulare dell’interessato e ciò consentirà di rivolgersi in tempi brevi al medico di medicina generale per avere le indicazioni sui passi da compiere.

IMMUNI app

Quando le strutture sanitarie e le Asl riscontrano un nuovo caso positivo, dietro consenso del soggetto stesso gli operatori sanitari inseriscono un codice nel sistema. A questo punto il sistema invia la notifica agli utenti con i quali il caso positivo è stato a stretto contatto.

Come configurarla

L’app richiede informazioni che riguardano soltanto la regione e la provincia dove si vive. L’app non raccoglie alcun dato che consentirebbe di risalire all’identità dell’utente, bensì codici alfanumerici. Non chiede e non è in grado di ottenere il nome, cognome, data di nascita, indirizzo, numero di telefono o indirizzo e-mail. L’impiego volontario dell’applicazione ha lo scopo di aumentare la sicurezza nella fase di ripresa delle attività.

La fase sperimentale

Dopo una prima fase sperimentare che partirà l’8 giugno nelle Regioni Abruzzo, Liguria, Marche e Puglia, Immuni sarà operativa su tutto il territorio nazionale.

Cristina Montagni

Terzo rapporto Inail. Oltre 43mila le infezioni Covid di origine professionale

Infortuni Inail
Il terzo rapporto Inail (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro) pubblicato il 15 maggio, dimostra che i contagi da coronavirus di origine professionale tra fine febbraio e 15 maggio sono più di 43mila, 6 mila in più rispetto ai 37mila rispetto alla rilevazione del 4 maggio.
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I casi mortali sono stati 171 (+42) e la metà riguarda il personale sanitario e socio-assistenziale, tecnici della salute, dove tra le categorie più colpite spiccano i medici al primo posto. Le statistiche riportate hanno lo scopo di dare una conoscenza quantitativa e qualitativa del fenomeno in termini di denunce pervenute all’Istituto alla data del 15 maggio 2020 e saranno replicate con successivi aggiornamenti.

Denunce dei lavoratori suddivisi per genere ed età 

L’analisi statistica evidenzia che l’età media dei lavoratori che hanno contratto il virus, per entrambi i sessi, è di 47 anni, ma sale a 59 anni (58 per le donne e 59 per gli uomini) per i casi mortali. Nove decessi su 10, sono concentrati nelle fasce di età 50-64 anni (70,8%) e over 64 anni (19,3%). Il 71,7% dei lavoratori contagiati sono donne e il 28,3% uomini, ma il rapporto tra i generi si inverte nei casi mortali tanto che i decessi della popolazione maschile si attesta all’82,5% sul totale della rilevazione.

Casi per Genere - Infortuni Inail

Infortuni Covid Rapporto Inail

Distribuzione territoriale delle denunce nel settore della sanità e assistenza sociale

L’analisi territoriale conferma il primato negativo del Nord-Ovest, con oltre la metà delle denunce complessive (55,2%) e il 57,9% dei casi mortali. Tra le regioni, invece, più di un’infezione di origine professionale su tre (34,9%) e il 43,9% dei decessi sono avvenuti in Lombardia. Rispetto alle attività produttive, il settore della sanità e assistenza sociale, che raccoglie ospedali, case di cura e case di riposo, si registra il 72,8% delle denunce (e il 32,3% dei casi mortali), seguito da un 9,2% dell’amministrazione pubblica che comprende le attività degli organi legislativi ed esecutivi centrali e locali.

Rapporto Inail Covid Terzo Rapporto

L’analisi per professione dell’infortunato evidenzia come la metà dei decessi riguardi personale sanitario e socio-assistenziale. In dettaglio, le categorie dei tecnici della salute (il 70% sono infermieri) e dei medici sono quelle più colpite dai decessi, con il 15,5% dei casi codificati per entrambe, seguite da quelle degli operatori socio-sanitari (10,7%), dagli impiegati amministrativi con l’8,3% e degli operatori socio-assistenziali (6,0%).

Terzo rapporto infortuni Covid Inail

Cristina Montagni

Emergenza conciliazione per 3 milioni di mamme. L’affanno della fase 2

Più del 30% delle occupate lavoratrici con almeno un figlio piccolo (meno di 15 anni) avranno difficoltà a tornare al lavoro. Questa è la preoccupante fotografia che emerge per 3 milioni di mamme italiane scattata dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro.

L’opera di Bansky contro il Covid-19Mamma al tempo del Covid -19

In un momento in cui la fase di rientro al lavoro si avvia verso il completamento, si acuiscono i disagi connessi alla doppia gestione “lavoro e famiglia”. Tre milioni di donne con almeno un figlio (con meno di 15 anni), il 30% delle occupate totali (9 mln 872 mila), che rappresentano il segmento più debole nei mesi futuri, sarà fortemente penalizzato dall’emergenza Covid-19.

Semplicemente tra turnazioni degli studenti, alternanza casa-scuola e formazione a distanza, le mamme italiane dovranno gestire una quotidianità estremamente complessa. Molte di loro potranno trovarsi di fronte al duplice dilemma se continuare a lavorare oppure no. Questo scenario emerge nel nuovo report presentato dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro “Mamme e lavoro al tempo dell’emergenza Covid-19”. Dallo studio infatti emerge che in questi due mesi di sospensioni e lockdown, le donne con figli hanno lavorato molto di più dei papà. Un fattore che si collega al differente livello di occupazione tra uomini e donne nei settori industriali e nei servizi essenziali, laddove la presenza femminile risulta più bassa nei primi e più alta nei secondi.

Alcuni risultati del report

Infografia Consulenti del Lavoro

 

Su 100 occupate con un figlio con meno di 15 anni, 74 hanno lavorato senza interruzioni (contro 66 uomini nella stessa condizione), il 12,5% ha ripreso il lavoro dallo scorso 4 maggio, mentre il 13,5% dovrebbe ritornare alla propria attività entro la fine del mese. Ma ciò non è affatto scontato perché potrebbero non riuscire più a gestire la conciliazione tra lavoro e impegni familiari. Lo smart working – vero boom lavorativo in questo periodo straordinario (mia intervista su Telelavoro al Prof Domenico De Masi) – potrebbe essere di aiuto, ma qui emerge un paradosso. Le figure professionali che hanno più accesso al lavoro agile sono quelle più qualificate e più retribuite, cioè coloro che potrebbero permettersi supporti e aiuti. Mentre quelle meno qualificate sarebbero costrette a recarsi in sede per lavorare e parallelamente accudire in prima persona i figli con meno di 15 anni: parliamo di 1mln 426 mila lavoratrici (il 49% delle mamme lavoratrici), di queste 710 mila percepiscono uno stipendio che non arriva a 1.000 euro al mese. Tutti gli interventi finalizzati a sostenere la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro delle mamme lavoratrici, bonus baby-sitting o congedi parentali straordinari, possono essere uno strumento utile in una prima fase d’emergenza, ma risulta difficile da strutturare nel lungo periodo, soprattutto in termini di costi. Alla fine della fase 1, a fronte di una richiesta ampia di congedi straordinari (al 28 aprile risultavano erogate 242 mila prestazioni secondo l’ultima rilevazione Inps) le domande di bonus baby-sitting sono state contenute (pari a 94 mila), anche a causa delle difficoltà di reperire in tempi brevi una persona adatta ad accudire i figli.

“È utile prorogare gli strumenti di sostegno emergenziali già previsti per le famiglie” ha detto Rosario De Luca, presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro “ma al contempo bisogna pensare ad interventi strutturali per rafforzare i servizi di assistenza per la cura dei figli. Solo così riusciremo a superare il gap italiano delle donne a lavoro che rischia di lasciare a casa molte lavoratrici mamme”. “A causa dell’emergenza sanitaria, ha concluso il presidente della fondazione “la conciliazione è fondamentale per permettere la piena partecipazione delle donne nel mondo del lavoro e in tutti i settori produttivi”. 

Mamme e lavoro al tempo del Covid

Cristina Montagni

L’ormone-sentinella? Il testosterone previene e cura il Covid-19 nel maschio

Uno studio dell’università Campus Bio-Medico di Roma e Sapienza università di Roma, pubblicato di recente nella rivista scientifica Metabolism, misurare l’ormone maschile può offrire utili informazioni per la prevenzione e il trattamento dell’infezione da coronavirus, sia nel caso lo si trovi ridotto sia nel caso in cui funzioni troppo.

Coronavirus

L’indagine ha dimostrato che il Covid-19 colpisce più gli uomini delle donne infatti si evidenzia che circa il 60% delle persone colpite dal virus è di sesso maschile e la risposta risiede in un particolare tipo di ormone: il testosterone.

Evidenze scientifiche dello studio

Paolo Pozzilli, professore di endocrinologia all’università Campus Bio-Medico di Roma ha spiegato che nell’ipotesi di lavoro è stato affrontato il problema del testosterone, l’ormone maschile per eccellenza, che può essere più basso o più alto con un ampio range di variazione nella popolazione maschile. “In particolare” dice Pozzilli “sappiamo che i livelli di testosterone diminuiscono con l’età: per cui i soggetti anziani, quelli più colpiti dal Coronavirus, sono anche quelli con un più basso livello di testosterone”.  Dall’analisi si evince anche che bassi livelli di testosterone possono causare una riduzione dell’attività dei muscoli respiratori, della loro forza complessiva e della capacità di esercizio, mentre la normale circolazione di questo ormone maschile mostra un effetto migliorativo della respirazione. Con testosterone basso nel sangue si osserva un aumento dei processi infiammatori che sono associati con un aggravamento della prognosi dell’infezione da Covid-19. “D’altro canto, un eccesso di attività androgenica potrebbe essere nociva” ha dichiarato Andrea Lenzi professore di endocrinologia della Sapienza “in quei soggetti in cui il testosterone funziona troppo, dove esiste cioè una differente capacità del suo recettore di trasmettere il proprio segnale. Proprio perché una delle proteine che serve al virus per entrare nelle cellule, denominata TMPRSS2, è molto sensibile agli androgeni, oggi vi è grande attenzione per l’azione dell’ormone maschile nei meccanismi d’ingresso del virus. Infatti, questa proteina, regolata dal testosterone e per questo già studiata nella patologia neoplastica della prostata, potrebbe in futuro diventare un possibile target terapeutico nei maschi affetti da infezione Covid-19”.

Cristina Montagni

70° anniversario della Dichiarazione Schuman – Festa dell’Europa

SchumanIl 9 maggio, il Parlamento europeo celebra il 70° anniversario della Dichiarazione Schuman con un programma trasmesso direttamente dall’Emiciclo di Bruxelles. 70 anni fa, Robert Schuman pronunciò la dichiarazione che gettò le basi dell’Unione europea. Ogni anno, il 9 maggio, ripensiamo ai valori fondanti del progetto europeo: pace e unità in Europa.

A causa delle attuali circostanze, l’evento annuale delle istituzioni europee si è trasformato in una giornata porte aperte virtuale. Sono stati organizzati una serie di eventi e mostre online intorno al tema della solidarietà e dell’azione dell’UE per affrontare la pandemia e le sue conseguenze economiche.
Tra i momenti salienti della giornata, ci sarà l’incontro tra il Presidente Sassoli e le organizzazioni che operano per la solidarietà in Europa. In un dibattito titolato “Il coraggio di agire: La lezione di Schuman a 70 anni di distanza”, il Presidente darà la parola ad una serie di organizzazioni che lavorano in prima linea per affrontare le conseguenze della crisi. Più tardi in mattinata, i due Vicepresidenti per la comunicazione, Othmar Karas e Katerina Barley, parteciperanno a un dibattito in diretta, aperto alle domande del pubblico, e saranno trasmesse le dichiarazioni video della maggior parte dei Presidenti dei gruppi politici. Diversi Presidenti di commissione risponderanno a domande sulla reazione dell’UE alla pandemia.

Robert Schuman

 

Jean Monnet, l’autore della dichiarazione Schuman, ha affermato che le persone non cambiano se non per necessità e che vedono la necessità soltanto in tempi di crisi. Ogni crisi rappresenta un’opportunità per compiere un passo in avanti. Analogamente, la crisi attuale accresce l’urgenza per l’Unione europea di avviare un processo volto a renderla più efficace, più democratica e più vicina ai cittadini.

 

L’evento sarà tradotto simultaneamente in 8 lingue.

Programma completo

Segui l’evento del Parlamento su Facebook per tutta la giornata

Da non perdere una mostra online con oggetti provenienti dall’archivio del Parlamento.

Servizio di ricerca del PE – Dichiarazione Schuman: 70 anni dopo (EN)

Dichiarazione Schuman 9 maggio 1950

https://www.eprs.europarl.europa.eu/politicalhouses/it

Cristina Montagni