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Proposta di legge per contrastare la disparità salariale. Intervista alla parlamentare Tiziana Ciprini

Nel 2018 come prima firmataria parlamentare del Movimento 5Stelle la deputata Tiziana Ciprini ha presentato la proposta di legge C.522 per denunciare il regresso nella parità di genere, favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e superare il divario retributivo. Durante l’incontro ho affrontato alcuni temi urgenti che non possono essere più rimandati e che di fatto penalizzano la donna lavoratrice.

Ciprini

Quali sono le finalità del provvedimento di legge C.522?

La proposta di legge si muove secondo due direttrici: la prima prevede una serie di misure per contrastare ex ante e a monte il gap retributivo di genere, attraverso misure premiali per le aziende che rimuovono le discriminazioni nonché norme per il contrasto alla scarsa trasparenza delle retribuzioni che finisce per contribuire alla discriminazione retributiva a danno delle donne (secondo Eurobarometro fra i cittadini europei 1/3 non conosce il salario dei propri colleghi e quasi 2/3 sono favorevoli alla divulgazione interna dei salari medi per sesso e tipologia professionale da parte del proprio datore di lavoro); la seconda prevede una serie di misure per favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per realizzare pienamente la conciliazione tra i tempi vita/lavoro, anche al fine di ridurre l’effetto “penalizzante” delle cure familiari che spesso gravano sulla donna lavoratrice.

Secondo il Global Gender Gap Report 2020, l’Italia è scesa dal 70° al 76° posto mondiale nella classifica dei Paesi che attuano la parità salariale. Una donna italiana guadagna in media circa 17.900 euro l’anno rispetto ai 31.600 maschili e a fronte di molte più ore lavorate, perché viene pagata proporzionalmente meno e fa molto più lavoro non retribuito di un uomo (lavori domestici, cura dei figli, ecc.). Ma è evidente che il problema delle differenze di genere è un problema “globale”.

In Europa, da tempo, il gender gap è nel mirino delle istituzioni UE: il Regolamento (CE) n. 1922/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio ha istituito l’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere, col compito di aiutare le istituzioni europee e gli Stati membri a integrare il principio di uguaglianza nelle loro politiche e a lottare contro la discriminazione fondata sul sesso. Sempre nel 2006 viene emanata la Direttiva 2006/54/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 5 luglio 2006, che stabilisce l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.

Il problema del gap retributivo di genere non solo rappresenta una delle maggiori iniquità sociali ma molti studi evidenziano che la crescita del tasso di occupazione femminile può rappresentare un forte stimolo alla crescita del PIL. Inoltre, dalla ricerca previsionale «Lavoro 2025 – il futuro dell’occupazione e della disoccupazione», condotta dal sociologo del lavoro Domenico De Masi, è emerso che quello della donna sarà un ruolo chiave in un mondo del lavoro che cambia, sempre più legato a un’economia dei beni relazionali e ai lavori creativi. Le donne potranno apportare il loro valore aggiunto se riusciranno a valorizzare le proprie differenze, le proprie caratteristiche fondamentali, come la determinazione nel perseguire il bene comune, la motivazione a cambiare le cose, l’attitudine ai valori sociali e un atteggiamento più prudente rispetto ai rischi.

È possibile attuare misure all’interno dell’azienda per contrastare ex ante e a monte il gap retributivo di genere? Ci sono strumenti specifici per rimuovere queste discriminazioni?

Attualmente il decreto legislativo 198/2006, il Codice delle pari opportunità tra uomo e donna, all’articolo 46 prescrive alle aziende con più di 100 dipendenti di redigere un rapporto biennale sui vari aspetti inerenti alle pari opportunità sul luogo di lavoro, inclusa la retribuzione. Ma oggi non esiste un modo per sapere quali aziende abbiano redatto il rapporto e quali no, quali siano state sanzionate, né i dipendenti delle aziende hanno modo di accedervi per verificare eventuali discriminazioni.

Con la mia proposta di legge, che si ispira ad altre normative in vigore nei paesi europei, prevedo l’introduzione dell’attività di reporting sulla situazione salariale del personale maschile e femminile anche per le imprese sotto i cento dipendenti, e l’adozione di un piano di azioni per la parità salariale con la possibilità per le imprese di ottenere una sorta di «certificazione di pari opportunità di lavoro». Infatti, secondo uno studio condotto dall’Harvard Business Review, il primo studio empirico sull’impatto della trasparenza salariale obbligatoria, è emerso che già la trasparente comunicazione delle disparità retributive di genere riduce di fatto il divario stesso e spinge le aziende a rimuovere “volontariamente” le disparità rilevate.

Sicuramente l’attuale rapporto biennale sulla parità va ripensato perché obsoleto e complesso. Inoltre, va evitata ogni finalità ispettiva e punitiva nell’attività di reporting, per far sì che anche le piccole e medie imprese (che costituiscono la maggior parte del nostro tessuto produttivo) possano percepire la novella legislativa come opportunità e non come ulteriore aggravio burocratico. A mio avviso un’impostazione promozionale della legge è fondamentale per la buona riuscita della stessa.

CipriniSecondo lei quale strada è percorribile per realizzare la conciliazione tra i tempi di vita e lavoro?

È importante agire su più leve. Innanzitutto, potenziare la “rete” delle politiche pubbliche di sostegno alla famiglia (con interventi per lo sviluppo del sistema territoriale dei servizi socio-educativi per realizzare, ad esempio, asili nido pubblici accessibili a tutti) e poi valorizzare anche la misure di welfare aziendale in tema di organizzazione dei tempi di lavoro e familiare (es. asili aziendali). La leva pubblica però è prioritaria per agire in un’ottica universalistica ed evitare di polarizzare troppo i beneficiari dei servizi (ad es. lavoratori di serie a che hanno gli asili aziendali e lavoratori di serie b che non li hanno). Ricordo che la recente legge di bilancio per il 2020 (n.190/2019) ha già previsto l’istituzione del “Fondo assegno universale e servizi alla famiglia”. Le risorse del Fondo sono indirizzate all’attuazione di interventi in materia di sostegno e valorizzazione della famiglia nonché al riordino e alla sistematizzazione delle politiche di sostegno alle famiglie con figli. È altrettanto importante rafforzare le misure che portano alla condivisione della responsabilità di cura della famiglia e dei figli in capo ad entrambi i genitori affinché la cura dei figli non “pesi” solo ed esclusivamente sulla madre lavoratrice, la quale spesso è costretta a lasciare il lavoro dopo la nascita del figlio. In tal senso va molto bene la norma introdotta in legge di Bilancio per il 2020 che proroga per il 2020 il congedo obbligatorio per il padre lavoratore dipendente, elevandone la durata a sette giorni per l’anno 2020.

La proposta di legge introduce la nozione di discriminazione diretta e indiretta. A quali fattispecie si riferisce e quali sono gli status di svantaggio che condizionano lo sviluppo della carriera di una donna rispetto agli altri lavoratori?

Nella PdL si prevede l’introduzione nel Codice delle Pari Opportunità, tra le discriminazioni indirette, anche gli atti di natura organizzativa e oraria che possono mettere in condizione di svantaggio la lavoratrice o ne limitino, nei fatti, lo sviluppo di carriera. Un sotto-inquadramento della lavoratrice, a parità di lavoro effettivamente svolto, un mancato avanzamento di livello possono condurre a discriminazioni salariali «occulte». Determinate politiche salariali e di organizzazione dei tempi di lavoro, che permettano di conciliare le esigenze lavorative con quelle familiari, contribuiscono alle diseguaglianze di retribuzione nelle aziende. Si pensi alla “prassi” di fissare riunioni “importanti” nel tardo pomeriggio che non permettono alla donna lavoratrice di parteciparvi ovvero modalità di organizzazione dei tempi di lavoro che possono portare ad un mancato avanzamento di livello o comunque ad una limitazione dello sviluppo di carriera per la donna impegnata anche nella cura dei figli e della famiglia. In tal senso anche l’attribuzione a determinati soggetti di fringe benefits complementari alla retribuzione principale può essere utilizzata con l’effetto di discriminare sotto il profilo retributivo e limitare la carriera lavorativa della donna.

Nelle imprese private e nella pubblica amministrazione sono previsti piani di azione e strumenti obbligatori per superare il divario retributivo di genere e in che misura?

Le imprese e le amministrazioni pubbliche, con cadenza annuale e su richiesta, svolgono un programma di audit interno (come prevede anche la legislazione spagnola e austriaca) e comunicano ai propri lavoratori, alle rappresentanze sindacali e agli organismi di parità previsti dal codice una serie di informazioni e di dati in forma chiara e trasparente sulla composizione e sulla struttura dei redditi, sulle mansioni, sui meccanismi e sulle modalità di erogazione dei bonus, dei trattamenti accessori e di altre erogazioni previste a favore dei dipendenti, nonché le differenze tra i salari di partenza degli uomini e delle donne. Le imprese sono chiamate ad attuare un piano di azioni, condiviso dai lavoratori e dalle organizzazioni sindacali, che ne valutano i contenuti, volto a colmare il divario retributivo e le disparità di trattamento. Si tratta di contrastare la scarsa trasparenza delle retribuzioni, che finisce per contribuire alla discriminazione retributiva a danno delle donne, nella misura in cui rende meno evidente e quindi aggredibile il fenomeno. Tale sistema è accompagnato da misure premiali di tipo fiscale a favore delle imprese che adottano efficaci piani di azione.

Aziende che hanno posto in atto i piani di azione viene riconosciuta una certificazione particolare? Quali vantaggi ci sono per le imprese e come si concretizzano?

Le imprese che hanno attuato il piano di azioni possono ottenere la certificazione di «Impresa per le pari opportunità nel lavoro», una sorta di bollino rosa. La certificazione è rilasciata dal Comitato nazionale per l’attuazione dei principi di parità di trattamento ed uguaglianza di opportunità tra lavoratori e lavoratrici. Tale sistema è accompagnato da misure premiali di tipo fiscale a favore delle imprese che adottano efficaci piani di azione, come detrazioni d’imposta per le spese documentate per l’acquisto di beni strumentali e dispositivi tecnologici.

CipriniIn che consiste l’introduzione del curriculum anonimo?

All’art 3 della mia proposta di legge propongo di introdurre in Italia la sperimentazione del curriculum vitae anonimo, ovvero un curriculum cieco che ometta informazioni personali come il nome e cognome, sesso, età, fotografia, e qualsiasi altra informazione che potrebbe dare luogo a qualsiasi pregiudizio discriminatorio in un processo di reclutamento e selezione del personale. Lo scopo è quello di far valere nel mercato del lavoro italiano le competenze e le skills, attraverso la sola espressione del profilo professionale del candidato, della sua formazione, esperienze lavorative, conoscenze, capacità e attitudini professionali, a garanzia di un’effettiva parità nei processi di selezione e assunzione. La discriminazione sul lavoro non solo è ingiusta, ma anche dannosa: se un’azienda non assume i talenti migliori per qualche pregiudizio sul loro aspetto, orientamento sessuale, religione o genere, avvantaggia i concorrenti. Quante donne si sono trovate di fronte a futuribili datori di lavoro più interessati ad approfondire i loro obiettivi riproduttivi e familiari rispetto alle loro competenze? Quanti uomini e quante donne, over 40 e over 50, si sono visti rifiutare un posto di lavoro perché “troppo vecchi”, nonostante avessero competenze adeguate al posto da ricoprire? Quanti giovani e meno giovani si sono visti scavalcare dai “figli di”? Quanti giovani e meno giovani, donne e uomini, si sono visti discriminare nell’accesso a un posto di lavoro per una qualche caratteristica personale? Illuminante è uno studio condotto dagli economisti Patacchini, Boeri e Peri. Secondo quanto riportato dal Sole24Ore del 10 dicembre 2019, in un esperimento condotto a Milano e Roma, gli studiosi hanno trovato che se un candidato a un posto di lavoro suggeriva preferenze omosessuali nel proprio curriculum – per esempio attraverso periodi di tirocinio in associazioni come “Arcilesbica Roma” oppure “Centro di Iniziativa Gay-Arcigay” – aveva circa il 30% di probabilità in meno di essere richiamato per un colloquio. Questo valeva in effetti soltanto per i candidati maschi omosessuali, mentre non sono risultati svantaggi particolari di questo genere per le donne omosessuali. Gli autori sono arrivati a questo risultato inviando a potenziali datori di lavoro migliaia di curriculum appositamente progettati, in cui erano presenti certe caratteristiche relative a età, titolo di studio, orientamento sessuale e aspetto fisico, in modo da poter stabilire in seguito se qualcuno di questi elementi rendeva più o meno probabile un colloquio successivo. La sperimentazione del curriculum anonimo è già stata intrapresa in altri Paesi in Europa, ad esempio da Spagna, Regno Unito, Francia, Germania, Olanda e Svezia. In Germania l’Agenzia federale antidiscriminazione ha lanciato un progetto pilota per promuovere e diffondere nel settore pubblico e privato la procedura di reclutamento anonima. In Francia la disciplina del “curriculum anonimo” è prevista per le imprese con più di 50 dipendenti a garanzia delle pari opportunità.

Come viene disciplinato l’istituto del congedo parentale e del diritto alla conservazione del posto di lavoro. Si prevedono parametri o percentuali retributive per il calcolo dell’indennità del congedo?

L’articolo 4 prevede l’innalzamento dell’indennità del congedo parentale dal 30 per cento all’80 per cento della retribuzione.

Cosa prevede l’istituto delle ferie solidali. Tutti i lavoratori ne possono usufruire?

La PdL introduce le ferie solidali, finalizzate a migliorare la gestione dell’orario di lavoro e la compatibilità tra gli impegni di lavoro e le esigenze di cura di familiari con patologie gravi. In realtà esistono già dei casi ed esempi virtuosi di “ferie solidali” attivate dai lavoratori alcune aziende. Allo scopo di favorire il ricorso a forme di flessibilità dell’orario, funzionali alle esigenze di cura personale o familiare dei lavoratori, i lavoratori dipendenti possono cedere, in tutto o in parte, le ferie e i riposi compensativi previsti dalla disciplina della banca delle ore del contratto collettivo di lavoro ad altri lavoratori in presenza di patologie gravi proprie, dei figli, del coniuge, del convivente di fatto o della persona legata da un’unione civile, qualora tali lavoratori si siano avvalsi di tutti i permessi loro spettanti ai sensi della legge 5 febbraio 1992, n. 104. Lo svolgimento della prestazione lavorativa è disciplinato da accordi decentrati di secondo livello, nei quali sono definite le modalità di esecuzione della prestazione lavorativa e dell’organizzazione dei tempi della medesima. Gli accordi possono essere applicati nei rapporti di lavoro a tempo indeterminato e a tempo determinato.

La norma prevede bonus o detrazioni fiscali a sostegno della famiglia per la nascita e la crescita dei figli?

Sono previsti sgravi contributivi triennali per le imprese che non licenziano le dipendenti diventate mamme nel corso della loro carriera professionale e un premio retributivo da 150 mensili per 3 anni dalla fine della maternità per quelle donne che decidono di non lasciare il posto di lavoro dopo la nascita o l’adozione del figlio. Si prevede inoltre l’innalzamento delle indennità di maternità dall’80 al 100 per cento.

Le categorie con bassi redditi, terza età, famiglie che hanno a carico persone anziane e ammalate che necessitano di assistenza domiciliare, sono previste agevolazioni fiscali? Se sì a quali fasce di reddito si applicano?

All’art 6 Si prevedono agevolazioni per l’acquisto di prodotti di prima necessità per l’infanzia e la terza età. In particolare, si riduce al 4 per cento l’IVA per l’acquisto di prodotti neonatali e per l’infanzia nonché per l’acquisto di prodotti, dispositivi e protesi per il miglioramento delle condizioni di vita e per il benessere della terza età. È innalzato anche l’importo detraibile per l’assunzione di collaboratrici domestiche e di badanti.

È possibile disciplinare l’erogazione dei servizi socio-assistenziali per la prima infanzia all’interno dell’azienda?

Si prevedono agevolazioni per la creazione di asili nido aziendali con una detrazione del 36% per opere e progetti messi in atto da aziende con almeno 15 dipendenti.

Per consentire alle donne di accedere anticipatamente al trattamento pensionistico, quali condizioni servono per valorizzare ai fini contributivi i periodi di maternità e assistenza?

Si prevedono contributi figurativi dei periodi di maternità e assistenza o cura di familiari vengano considerati doppi ai fini pensionistici: 1 mese di congedo è pari a 2 mesi di contribuzione figurativa e a 2 mesi anagrafici utile per il pensionamento. L’intervento è volto a ridurre il periodo di lavoro effettivo (per anzianità e per contributi) che grava sulle donne.

La legge di bilancio 2020 ha esteso alle lavoratrici che hanno maturato i requisiti per la pensione la possibilità di ricorrere al regime opzione donna. Quali sono i requisiti e a quali lavoratrici si applica?

Il comma 476 dell’art. 1 della legge n. 190 del 2019 (legge di bilancio per il 2020) reca disposizioni concernenti l’istituto sperimentale per il pensionamento anticipato delle donne (cd. opzione donna), estendendone la possibilità di fruizione alle lavoratrici che abbiano maturato determinati requisiti entro il 31 dicembre 2019, in luogo del 31 dicembre 2018, come previsto dalla precedente normativa.

Nel dettaglio – modificando l’articolo 16, comma 1, del D.L. 4/2019 – si prevede che il diritto al trattamento pensionistico anticipato secondo le regole di calcolo del sistema contributivo venga riconosciuto, nei confronti delle lavoratrici che abbiano maturato, entro il 31 dicembre 2019 (in luogo del 31 dicembre 2018) un’anzianità contributiva pari o superiore a 35 anni ed un’età anagrafica pari o superiore a 58 anni (per le lavoratrici dipendenti) e a 59 anni (per le lavoratrici autonome). La cosiddetta opzione donna è una misura sperimentale introdotta dall’art. 1, c. 9, della L. 243/2004 che prevede la possibilità per le lavoratrici che hanno maturato 35 anni di contributi e 57 anni di età, per le lavoratrici dipendenti, o 58 anni, per le lavoratrici autonome (requisito anagrafico da adeguarsi periodicamente all’aumento della speranza di vita), di accedere anticipatamente al trattamento pensionistico, a condizione che optino per il sistema di calcolo contributivo integrale. Tale opzione, per anni poco utilizzata, è stata esercitata invece in maniera più consistente dopo la riforma pensionistica realizzata dal D.L. 201/2011 (cd. Riforma Fornero), che ha notevolmente incrementato i requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso al trattamento pensionistico, consentendo alle lavoratrici di anticipare di parecchi anni l’uscita dal lavoro, sia pur con una riduzione dell’importo della pensione.

In che consiste il contributo unificato in riferimento alle controversie in materia di violazione dei divieti di discriminazione?

L’art. 11 della PdL in discussione esenta dal pagamento del contributo unificato (i vecchi “bolli” e altre spese sul processo) i processi per le controversie in materia di violazione dei divieti di discriminazione di cui al codice delle pari opportunità tra uomo e donna (D.Lgs. 11/04/2006, n. 19811 aprile 2006, n. 198). La disposizione introduce quindi nel TU spese di giustizia (d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115) – due nuove ipotesi di esenzione dall’obbligo di pagamento del contributo unificato dei processi:

  • per le controversie promosse dai soggetti che si ritengono oggetto di un comportamento discriminatorio nei rapporti di lavoro;
  • per le controversie nelle ipotesi di discriminazione collettiva nei rapporti di lavoro promosse dalle consigliere o dai consiglieri di parità locali o nazionale.

È una misura importante per “agevolare” il contrasto alle discriminazioni nei rapporti di lavoro. L’articolo 36 del decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198 (Codice delle pari opportunità tra uomo e donna) prevede che chi intende agire in giudizio per opporsi ad ogni comportamento discriminatorio posto in essere possa ricorrere, avanti al Tribunale, in funzione del Giudice del Lavoro, sia direttamente che delegando il Consigliere di parità, per la tutela dei propri diritti. Le azioni individuali possono esser precedute dalle procedure di conciliazione previste dai contratti collettivi, oppure ex art. 410 c.p.c. (con facoltà di assistenza, in quest’ultimo caso, dei Consiglieri di parità). L’art. 36, comma 2, prevede che “le consigliere o i consiglieri di parità provinciali e regionali competenti per territorio hanno facoltà di ricorrere innanzi al tribunale in funzione di giudice del lavoro o, per i rapporti sottoposti alla sua giurisdizione, al tribunale amministrativo regionale territorialmente competenti, su delega della persona che vi ha interesse, ovvero di intervenire nei giudizi promossi dalla medesima”. La norma introduce un’ipotesi di sostituzione processuale, che presuppone la delega della persona interessata e stabilisce poi la possibilità, per il Consigliere di parità, di intervenire nei giudizi promossi in via autonoma dalla medesima persona. L’art. 37 riguarda invece le ipotesi di discriminazioni collettive e stabilisce che i Consiglieri di parità regionali e, nei casi di rilevanza nazionale, il Consigliere di parità nazionale, qualora “rilevino l’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori diretti o indiretti di carattere collettivo…anche quando non siano individuabili in modo immediato e diretto le lavoratrici o i lavoratori lesi dalle discriminazioni”, possono, dopo l’eventuale esperimento di un tentativo di conciliazione (comma 1), proporre ricorso al Giudice del lavoro o al Tribunale Amministrativo Regionale (comma 2), eventualmente anche in via d’urgenza (comma 4).

Cristina Montagni

INTERVISTA ALLA SEGRETARIA GENERALE CISL ANNAMARIA FURLAN

Intervista alla Segretaria Generale della Cisl Annamaria Furlan per affrontare temi di interesse per il mondo del lavoro femminile.
La questione femminile per la Segretaria Generale Cisl Annamaria Furlan non è solo difendere il valore sociale del lavoro, ma riflettere sulla contrattazione di genere, sul divario retributivo e la difficoltà a mantenere il lavoro in presenza di una famiglia spesso considerata ostacolo all’ingresso e alla progressione della carriera.

Segrataria Generale Cisl Furlan

Segretaria Furlan, lei è ai vertici di una delle principali organizzazioni sindacali d’Italia e conosce le difficoltà nella conciliazione tra vita familiare e professionale. Vede progressi sulla condizione delle donne in Italia nelle pari opportunità di retribuzione e carriera?

Abbiamo fatto indubbiamente dei progressi, ma manca ancora nel nostro paese una politica strutturale per favorire la conciliazione tra lavoro e famiglia. La partecipazione della donna nei contesti produttivi è pesantemente penalizzata da fattori ambientali e culturali. Le regole sono uguali per tutti, ma non tutti beneficiano delle stesse condizioni di partenza. La bassa occupazione femminile, oltre che per le note ragioni di crescita zero del nostro Paese, è prevalentemente legata agli impegni familiari e alla scarsa disponibilità di servizi, basti pensare che una donna su quattro lascia ‘volontariamente’ il lavoro alla nascita del primo figlio, con riflessi molto negativi anche sulla povertà delle famiglie. Il problema centrale resta, soprattutto, non solo al Sud, quello di creare le condizioni di ingresso, di permanenza e di competizione “alla pari” nel mercato del lavoro.

Il 30 gennaio è stato siglato l’accordo tra cooperative e sindacati per favorire lo sviluppo di una cultura contraria ad ogni forma di discriminazione. Quali novità introduce l’accordo ai fini dei diritti della persona?

L’intesa ci impegna ad introdurre nei singoli contratti nazionali di lavoro nuove disposizioni per prevenire e tutelare forme di discriminazione, molestia o violenza di genere nei luoghi di lavoro, favorendo momenti collettivi di sensibilizzazione e formazione sul tema ai diversi livelli (nazionale, regionale/territoriale o aziendale). Prevede inoltre iniziative di informazione e di formazione per tutte le figure coinvolte, con lo scopo di prevenire l’insorgere di comportamenti molesti e violenti nei luoghi di lavoro attraverso la diffusione di una maggiore consapevolezza e capacità di discernimento del fenomeno e dei comportamenti a rischio.

Per contrastare le fragilità lavorative e retributive delle donne quali sistemi di protezione possono essere introdotti per arginare il fenomeno del lavoro povero e discontinuo?

La carriera lavorativa delle donne è la più discontinua e precaria nel mercato del lavoro. Le donne sono le prime a dover scegliere il part – time per conciliare il lavoro con la maternità, la cura della famiglia, l’assistenza ai parenti non autosufficienti. Tutto questo ha delle conseguenze sul salario, sulle condizioni di vita e sulla futura pensione. Mancano sgravi contributivi o incentivi di carattere strutturale finalizzato all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, con una particolare attenzione alle donne migranti, che soffrono spesso una discriminazione multipla e alle donne vittime di violenza e di tratta. Sono scarsi gli investimenti sui servizi educativi, socio assistenziali e socio sanitari, soprattutto nel mezzogiorno. Inoltre, come sta avvenendo adesso in base ad alcune disposizioni legislative ampliare il congedo obbligatorio per i padri favorirebbe la conciliazione e la condivisione dei ruoli di cura tra uomini e donne.

Di fronte ai cambiamenti tecnologici sui sistemi di produzione, la contrattazione può definire strumenti diversi partendo dalla differenza di genere?

Certo. La contrattazione nazionale ed aziendale rappresenta lo strumento primario in grado di promuovere la parità e le pari opportunità nei diversi contesti produttivi. Si possono prevenire e contrastare quelle forme di discriminazione che favoriscono ed alimentano segregazione e segmentazione lavorativa di genere. Ci sono già tanti accordi molto innovativi in tantissimi settori produttivi ed aziende per una migliore conciliazione tra lavoro e famiglia sul piano degli orari, del welfare integrativo, della assistenza per le donne madri.  Ma bisogna fare di più. Per questo vogliamo incentrare l’attenzione sul ruolo della contrattazione di genere come protagonista del cambiamento. Il gender pay gap rimane un tema cruciale per il sindacato nella lotta contro le discriminazioni legate al genere. La parità di retribuzione sarebbe il più grande stimolo all’economia europea e solleverebbe milioni di donne dalla povertà. Eliminerebbe di fatto un’altra disparità, direttamente collegata alla prima, il gap pensionistico che vede nel nostro Paese le donne percepire un assegno di pensione inferiore di circa il 30% rispetto a quello degli uomini.

Annamaria Furlan CislPer quanto riguarda la sicurezza nei luoghi di lavoro, esistono malattie “di genere” legate alle condizioni lavorative che colpiscono in modo diverso uomini e donne?

Abbiamo fatto indubbiamente dei progressi sul piano della prevenzione e tutela grazie al recepimento negli anni Novanta della direttiva europea nelle diverse legislazioni nazionali. Tra queste, l’estensione della tutela della salute e sicurezza sul lavoro non solo ai “prestatori di lavoro”, ma anche alle “prestatrici di lavoro”, intesa per tutto l’arco della vita lavorativa e non solo per lo specifico tempo della gravidanza e maternità. Ma bisogna fare ancora tanto perché ci sono tante malattie professionali a carico delle lavoratrici, condizioni di danno, sofferenza ed esposizione a rischio infortuni sempre maggiori. Penso per esempio alla rilevanza degli infortuni in itinere per le lavoratrici: oltre la metà dei casi mortali nel tragitto di andata e ritorno tra la casa e il luogo di lavoro. Penso all’aumento delle denunce di malattie dell’apparato osteo-muscolare o del sistema nervoso che rappresentano il 90,1% del totale delle patologie professionali delle donne. Le inadeguate condizioni di lavoro incidono spesso sulla salute delle lavoratrici e questo determina costi maggiori da sostenere per la propria salute, così come anche una possibile minore retribuzione determinata da perdita di ore lavorate per assenza per malattia.

Coinvolgere le donne nei processi decisionali d’impresa può portare benefici all’azienda?

È un’altra battaglia sindacale che la Cisl porta avanti dalla sua nascita. La partecipazione dei lavoratori è lo strumento per alzare non solo la qualità e la produttività delle aziende, ma anche per aumentare i salari, ridurre gli orari, migliorare le condizioni generali delle donne lavoratrici. Le aziende che funzionano meglio sono proprio quelle che hanno puntato sulla corresponsabilizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici nelle scelte e nelle decisioni. Anche il sindacato, da parte sua, riconosce in sé stesso la presenza determinante della componente femminile, sia nel numero di lavoratrici iscritte, sia nella presenza negli organismi di dirigenza sindacale e nei tavoli di contrattazione.

Secondo lei i vertici delle aziende sono sensibili all’organizzazione del lavoro in modo da garantire pari opportunità nella conciliazione dei tempi di vita e di lavoro?

Anche se si sono fatti passi avanti, la maternità purtroppo viene considerata ancora come un ostacolo all’ingresso ed alla progressione di carriera. Occorre intervenire sugli ostacoli che fanno della maternità non un valore sociale ma un bivio tra gli affetti e la carriera. Non è un caso se in fatto di natalità il nostro Paese è tra gli ultimi posti in Europa. Una donna su 3 lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio. Sono ancora poche le madri con un bambino che lavorano rispetto al resto dell’Europa (57,8 % contro 63,4 %) e, soprattutto, se paragonate agli uomini (86 %). Quando poi i bambini crescono i numeri crollano al 35,5 % (la media UE è del 45,6 %). In molti casi la rinuncia alla maternità va collegata direttamente anche all’inadeguatezza di servizi a sostegno della genitorialità. In Italia solo il 18% dei bambini trova posto negli asili nido pubblici, mancano politiche finalizzate alla conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, allo smart working, alla flessibilità negli orari. Non è solo un problema di leggi da far rispettare. Dobbiamo fare di più con la contrattazione, nazionale, aziendale e nei territori, ponendo le condizioni per una valorizzazione ed una specificità del lavoro femminile. Il problema famiglia/lavoro deve essere affrontato nella consapevolezza che si tratta di un investimento per lo sviluppo del nostro Paese e non di un costo per la società. Solo così potremo disegnare nuovi orizzonti di crescita e celebrare il ruolo straordinario delle donne in una società sempre più multietnica e multiculturale.

Negli ultimi 30 anni in Italia la differenza nei tassi di occupazione tra uomini e donne non hanno avuto esiti positivi. Solo il 48% delle donne lavora, meno di una donna su due. Perché è difficile per le donne accedere al mondo del lavoro? Quali strumenti si dovrebbero adottare per invertire questa tendenza?

Bisognerebbe intervenire almeno su cinque ambiti d’azione: ripristinare i finanziamenti per incentivare la contrattazione aziendale per la conciliazione, che aveva prodotto risultati interessanti nel 2016 e 2017; consolidamento degli incentivi finanziari per aziende e lavoratrici. Rafforzare i congedi e la flessibilità dell’organizzazione e degli orari lavorativi; aumentare la disponibilità dei servizi all’infanzia e valorizzazione del lavoro di cura. Non occorre solo promuovere una maggiore occupazione femminile, ma è necessario garantire anche la permanenza delle donne nel mondo del lavoro. Sono le donne a pagare il prezzo più alto della precarietà, del lavoro nero, dello sfruttamento, con conseguenze pesanti per tutta la collettività, anche in termini di natalità. Per questo continuiamo a sostenere, in materia previdenziale, che va riconosciuto alle donne almeno un anno di contributi per ogni figlio. In questo quadro l’iniziativa sociale e sindacale attraverso la contrattazione nazionale e decentrata deve contribuire a consolidare e rafforzare la lotta alle discriminazioni, sfruttamento e violenza, valorizzando le politiche di genere e costruendo strumenti negoziali per conciliare vita e lavoro. Legislazione, contrattazione e cultura sono tre dimensioni connesse per una buona battaglia verso un cambiamento che riguarda tutti per una società più giusta, equa e partecipata.

Solo il 27% delle donne ricopre posizioni manageriali, un dato fermo nell’ultimo quarto di secolo. Quali interventi si potrebbero adottare affinché le donne non siano più relegate ad occupare mansioni che richiedono competenze inferiori?

Dobbiamo garantire a tutte le donne in tutti i contesti le stesse opportunità di carriera, reali politiche attive di formazione professionale, di valorizzazione e di crescita. Tante sono le donne che in tante aziende o anche nel settore del pubblico impiego fanno fatica ad emergere, a sviluppare il loro talento e le proprie competenze. Bisogna superare tanti ostacoli culturali e sociali, soprattutto a chi come le donne deve, in molti momenti della vita, conciliare il lavoro con la cura delle persone. È lo sforzo che la Cisl e tutto il sindacato fanno ogni giorno.

Cristina Montagni

Diritti della persona contro le discriminazioni. Siglato accordo Alleanza delle Cooperative e Sindacati

Il manifesto sottoscritto all’assemblea annuale dell’Alleanza delle Cooperative ha impegnato i firmatari ad introdurre nei contratti nazionali disposizioni volte a prevenire e tutelare ogni forma di discriminazione, elaborando codici di condotta o linee guida per favorire momenti di sensibilizzazione e formazione a vari livelli (nazionale, regionale/territoriale o aziendale).

Il 30 gennaio è stato siglato un accordo tra cooperative (Confcooperative, Legacoop e Agci) e sindacati (Cgil, Cisl e Uil) per favorire all’interno del sistema cooperativo lo sviluppo di una cultura organizzativa contraria ad ogni forma di discriminazione, molestia e violenza di genere nei luoghi di lavoro. Il manifesto sottoscritto all’assemblea annuale dell’Alleanza delle Cooperative ha impegnato i firmatari ad introdurre nei contratti nazionali disposizioni volte a prevenire e tutelare ogni forma di discriminazione, elaborando codici di condotta o linee guida per favorire momenti di sensibilizzazione e formazione a vari livelli (nazionale, regionale/territoriale o aziendale). I temi sulla cooperazione, mondo sindacale, rappresentanza, appalti, contratti e crescita economica sono stati affrontati da Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, da Giovanni Schiavone, copresidente dell’Alleanza e Mauro Lusetti, presidente dell’Alleanza e Legacoop. Alla tavola rotonda sono intervenuti i sindacati con Maurizio Landini, segretario generale Cgil, Annamaria Furlan, segretario generale Cisl e Carmelo Barbagallo, segretario generale della Uil. Per le istituzioni erano presenti il ministro alle infrastrutture e trasporti, Paola De Micheli e Stefano Buffagni, viceministro al ministero dello sviluppo economico.  

Lavori e prospettive dell’Alleanza delle Cooperative

“Il lavoro rappresenta uno strumento di riscatto, dignità e identità della persona. In un quadro dove perdura una diffusa precarietà per retribuzioni insufficienti e violazioni dei diritti di chi lavora per la mancata applicazione dei contratti collettivi, le cooperative svolgono un ruolo di coesione nel Paese” ha dichiarato Schiavone. “Le cooperative che aderiscono all’Alleanza” ha spiegato “sono 39 mila e 500, oltre 13 milioni di soci e 1 milione di persone occupate, con un fatturato di 140 miliardi di euro (8% del Pil della produzione nazionale)”. “Questi dati” ha aggiunto “testimoniano un’esperienza che produce un forte impatto sociale sul piano della parità di genere (58% degli occupati sono donne), dell’inclusione sociale (15% degli occupati sono immigrati) e dell’inclusione per i 70 mila occupati svantaggiati sul lavoro. Valori che dimostrano quanto l’Alleanza e il volontariato siano partecipi ai bisogni delle persone più deboli offrendo servizi in grado di sopperire all’assenza dello Stato”.

Il “buon lavoro” in cooperativa

Mauro Lusetti ha centrato l’intervento sul buon lavoro e sull’instabilità del nostro Paese, spiegando che emerge una buona vitalità dei corpi intermedi che negli anni hanno ripensato sé stessi riaprendo i temi della sostenibilità economica con le istituzioni. “Un banco di prova” ha commentato “è stata l’approvazione della legge di bilancio per affrontare i nodi della riforma fiscale e dei workers buy out (recupero delle aziende in crisi da parte dei dipendenti d’impresa). Quindi buon lavoro significa offrire la sicurezza di salari adeguati, attenzione ai lavori emergenti e alle esigenze dei più giovani”. “Le cooperative” ha aggiunto “contrastano con forza una politica fiscale che incentivi in maniera impropria le partite IVA perché spesso dietro a questo strumento si cela lo sfruttamento del lavoro”. “Con i sindacati” ha spiegato “siamo in sintonia per cercare di ridare valore al lavoro sul terreno dei rinnovi contrattuali e sul tema dei diritti della persona a partire dalla qualità del lavoro”.

Il lavoro e la persona: elementi fondanti della struttura sociale di un paese

La Furlan parte dall’accordo siglato e aggiunge che occorre pensare al luogo di lavoro come un modello sociale di rispetto della persona. “Lavoro, persona e cooperazione” ha commentato “sono fattori che hanno valenza costituzionale, significa che l’Italia fonda su questi pilastri il proprio modello di democrazia e di comunità. Il sistema è entrato in crisi quando è entrato in crisi il valore del lavoro visto come elemento unificante di responsabilità, realizzazione e rispetto della dignità della persona. Aver sostituito l’economia finanziaria all’economia reale – quella fondata sul lavoro – ha disperso i concetti costitutivi di un Paese”. Le parti sociali per Annamaria Furlan devono porsi come “sentinelle” per tutelare la democrazia partecipativa e rimettere in moto un processo culturale, prima che organizzativo. “Da tempo” ha sottolineato “il termine cittadino è stato sostituito con il termine consumatore. I consumi devono rimanere un dato a sé, non essere lo specchio di come vivono le persone (giovani, famiglie, pensionati, disoccupati). Occorre fare un salto di qualità, e l’Alleanza può sostenere nel rapporto fra le parti sociali, la centralità dei valori costituzionali: lavoro, persona e cooperazione come modello non solo d’impresa, ma esempio di come si vive in una comunità”. “Si tratta di promuovere la crescita, il buon lavoro” ha aggiunto “e partendo dal lavoro povero affrontare i contratti pirata, insistendo sulla buona contrattazione”. Ha poi ribadito la necessità di una legge che fissi una paga oraria – il lavoro povero e discontinuo coincide spesso con il part-time involontario (5 o 10 ore la settimana) – riflettere quanto la contrattazione di secondo livello può rispondere ai bisogni del lavoratore tenendo al centro la dignità della persona. Ha suggerito l’urgenza di avviare azioni di discontinuità rispetto al passato. Affrontare ad esempio il lavoro qualificato di tanti giovani costretti ad emigrare alla ricerca di una occupazione, rivedere il sistema previdenziale (pensione di garanzia giovani, riconoscimento sociale della maternità e pericolosità dei lavori), considerare un fisco amico del lavoro, rimodulare l’IVA che pesa sul carrello della spesa degli italiani, combattere l’evasione fiscale, sbloccare le infrastrutture che danno lavoro a 500 mila persone e assumere 370 mila precari nella pubblica amministrazione. Infine, il Governo dovrebbe studiare una “fiscalità di vantaggio”, che rafforzi la volontà dei lavoratori di essere azionisti della propria impresa.  

Landini ha spiegato che l’Italia è difronte ad un cambiamento tecnologico sui sistemi di produzione che esigono una trasformazione culturale partendo dalla differenza di genere, quindi bisogni diversi nella contrattazione. La debolezza dell’Italia ha aggiunto nasce dal blocco degli investimenti pubblici, da una mancanza di strategie a partire da una riforma del sistema fiscale, senza dimenticare che appalti al massimo ribasso, sub appalti, finte cooperative e contratti pirata si sono eccessivamente allargati. Ha spiegato che questo è l’anno del rinnovo dei contratti pubblici e privati che interessano 12 milioni di lavoratori, e i sindacati hanno chiesto al governo di sperimentare un sistema di tassazione diversa per aumentare gli stipendi dei lavoratori. Per quanto riguarda la riforma delle pensioni, il segretario della Cgil ha riferito che tra i punti in discussione al Governo c’è la questione della pensione di garanzia giovani per riaffermare la centralità di un lavoro con diritti. Infine, per eliminare i contratti pirata, ha spiegato sarà fondamentale riaffermare con forza di legge “erga omnes”, i contratti collettivi di lavoro.

Politiche per la crescita, infrastrutture, appalti

Paola de Micheli, affronta il problema degli appalti affermando che “prima di parlare di fondi bloccati è necessario sottolineare la necessità della certezza delle regole e mettere mano al regolamento unico sugli appalti. C’è poi il tema della congruità dello sblocca cantieri per migliorare le condizioni di lavoro e contrattuali. I fondi ci sono, ma spesso vengono bloccati per scelte politiche”. Il viceministro allo sviluppo economico Buffagni ha sostenuto che le gare al ribasso hanno causato una serie di buchi che occorre appianare facendo in modo che chi vince la gara di appalto porti a termine l’opera. “E per questo” ha concluso Buffagni “è necessario creare un cuscinetto di reddito che salvaguardi la filiera per favorire la nascita di nuovi workers buy out”.

Cristina Montagni

DONNE E MEDIA: LA SOTTILE LINEA ROSSA DELLA DISCRIMINAZIONE DI GENERE

Per 15 milioni di italiani le donne sono poco valorizzate nel mondo dell’informazione ma soprattutto si rinnova un’inadeguata discriminazione nelle pari opportunità. In sintesi, questa è l’istantanea che emerge dal sondaggio effettuato dall’Agenzia Dire a Tecnè su “Donne e media: la sottile linea rossa della discriminazione di genere”, condotta su un campione di 2 mila italiani tra i 18 anni in su, suddiviso per genere, età, area geografica e titolo di studio.

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La ricerca realizzata tra il 28 novembre e il 2 dicembre 2019, sostenuta dalla vicepresidente del Senato Anna Rossomando e dall’onorevole Sandra Zampa, è stata presentata il 5 dicembre al Senato in occasione dell’evento dedicato al primo anno di DireDonne, canale dell’Agenzia Dire dedicato al pensiero di genere e alle pari opportunità, da Laura Cannavò, NewsMediaset; Marina Cosi, GIULIA; Gianni Riotta, La Stampa; Simona Sala, Tg1 Rai e Ilaria Sotis, Gr-Radio1 Rai e dal direttore dell’agenzia Dire, Nico Perrone.

Cura della casa e dei figli

Dal sondaggio Tecnè emerge che le donne lavorano di più degli uomini sia dal lato professionale che in rapporto al tempo dedicato alla cura della casa e dei figli. Per l’81,9% degli intervistati è la madre ad assolvere alla funzione di cura del nucleo familiare (contro il 6,8% del padre). L’impegno femminile tendenzialmente cresce all’aumentare dell’età, da un 73,3% delle 18-34enni passa al 90,6% delle ultrasessantacinquenni. Il divario distributivo viene confermato soprattutto sulla base della ripartizione del tempo dedicato al lavoro familiare nelle coppie con figli ed entrambi i genitori occupati full time. Dal campione emerge che il 65% delle donne (un intervistato su cinque) dedica in media 6 ore e 15 minuti al giorno nella cura familiare. In conclusione, il 19,2% degli intervistati uomini pensa che le donne dovrebbero dedicarsi alla casa e prendersi cura della famiglia. Questa convinzione oltre ad essere condivisa al Nord per il 20%, al Centro con il 17% e nel mezzogiorno con il 20%, cresce all’aumentare dell’età (28,5% degli ultrasessantacinquenni) ma diminuisce rispetto a chi possiede titoli di studio più elevati (8,6%). 

Il mondo del lavoro a parità di ruolo

Da un punto di vista di gender gap, il 54,6% delle donne, a parità di ruolo lavorativo, sostiene di percepire una retribuzione più bassa degli uomini (23,5%). Mentre sono gli uomini a dichiarare nel 69,9% dei casi di guadagnare più o meno come le colleghe donne. Il divario retributivo si fa “sentire” rispetto ai titoli di studio posseduti. Dal campione emerge che le professioniste laureate arrivano a percepire uno stipendio il 34% più basso rispetto ai maschi, mentre il 56% degli intervistati dichiara che la retribuzione è pressappoco identica a quella dei colleghi uomini.

Donne, Media e politica

Alla domanda se le donne siano coinvolte nei dibattiti in Tv o sui giornali che riguardano temi politici ed economici, nel complesso il 65,9% del campione ritiene che siano abbastanza rappresentate. Se analizziamo però i dati per genere vediamo che sono gli uomini con il 71,4% delle risposte a pensare che siano ben rappresentate, mentre questa quota perde oltre 10 punti se le risposte arrivano dal mondo femminile (60,9%). All’item se viene offerto uguale spazio e ruolo degli uomini nei dibattiti televisivi, il 76% del campione maschile risponde di avere pari opportunità contro il 53% dell’universo femminile. Quanto alla valorizzazione del lavoro svolto dalle donne nel settore dell’informazione, la popolazione maschile ritiene che giornaliste, conduttrici e professioniste dell’informazione ricoprano gli stessi ruoli dei colleghi e non vengano valorizzate solo per il 15,8% dei casi contro il 46,4% della componente femminile. Il 51,8% degli italiani ritiene infatti che non cambierebbe molto se le donne ricoprissero ruoli di rilievo nel settore dell’informazione. Quanto alla capacità di interpretare i fatti reali, nel complesso il 68% degli intervistati crede che le donne abbiano maggiore capacità di pensare e leggere la realtà rispetto agli uomini. A pensarla così sono le donne con il 75,7% delle risposte, rispetto al 59,6% degli uomini. Infine, il 69,4% del campione maschile ritiene che le donne non siano penalizzate se impegnate in politica, addirittura 4 italiani su 10 crede che molte cose andrebbero meglio se ci fossero più donne nei ruoli apicali della politica.

Il sottosegretario all’editoria Andrea Martella, commentando i dati del sondaggio Tecné ha spiegato che “c’è ancora molto da fare perché le donne abbiano ruoli importanti nel mondo dell’informazione e che oltre alle quote è necessaria una svolta culturale così che i 40 anni previsti per superare il gap di genere possano diventare meno”. Per Anna Rossomando è necessario dare più voce alle donne e spiega che “il ruolo femminile non viene valorizzato o riconosciuto perché non è rappresentato. Questa battaglia deve esser fatta attraverso l’informazione perché sono valori che non riguardano solo l’universo femminile, ma l’intera democrazia”. “Il progetto DireDonne” ha concluso Sandra Zampa “è nato per valorizzare le competenze femminili e usare queste specificità può significare provare a cambiare le cose che non vanno”.

Cristina Montagni

Gender diversity e leadership nell’era digitale

Di gender diversity e leadership se ne parla spesso per studiare i comportamenti legati al mondo del lavoro femminile e capire quanto le discriminazioni di genere incidono sul tessuto economico e sociale di un paese. Competenze e formazione rivestono un ruolo centrale, da qui la necessità di guidare le donne nei percorsi di carriera affinché le opportunità dell’innovazione tecnologica siano equamente distribuite tra i generi e definire un contesto favorevole che le accompagni nell’era digitale.

Un ruolo determinante è svolto dai corpi intermedi che hanno il compito di aiutare le imprese italiane e favorire i processi d’innovazione nei settori del commercio e dei servizi. Di questi temi si è parlato a fine ottobre nell’indagine “Gender diversity e leadership ai tempi della digitalizzazione” presentata in anteprima a Roma dall’Istituto di formazione Quadrifor che ha analizzato i trend delle donne che lavorano nella digital trasformation. Per “mappare” l’identikit della donna manager, l’istituto ha rilevato le necessità di riorganizzare il lavoro nei processi aziendali, le aspettative delle manager nei confronti dell’aggiornamento professionale, le competenze che servono per incidere sull’attività delle imprese insieme agli aspetti legati al mondo della conciliazione vita-lavoro e le difficoltà di emergere a parità di titoli di studio. I dati integrati con le rilevazioni Istat, Eurostat e World Bank, si basano su un panel di 67mila quadri e 14mila imprese relative alle partecipazioni delle middle manager del terziario e ai corsi di formazione Quadrifor. I risultati presentati dalla presidente e dal direttore dell’istituto, Rosetta Raso e Roberto Savini Zangrandi, sono stati analizzati da Pierluigi Richini, responsabile della formazione a cui si sono aggiunte le osservazioni di professioniste del mondo accademico, media e azienda, per sottolineare il valore delle donne in posizioni apicali, alla luce del cambiamento del mondo del lavoro provocato dalla digitalizzazione dell’economia.

Più istruite e più formate – identikit delle donne manager

Nel 2018 le donne manager tra i 36 e i 45 anni erano più giovani degli uomini del 35% rispetto al 30% della media maschile, ma la prospettiva cambia tra i 55 anni ed oltre, dove la controparte maschile tocca la quota del 25% rispetto al 18% della popolazione femminile. Se si confrontano i dati rispetto ai percorsi di formazione per genere nei paesi UE, le italiane tra i 25-64 anni risultano più scolarizzate degli uomini (9% contro il 7%), ad eccezione delle tedesche e greche che raggiungono pari livelli fra uomini e donne, 8% e 4%. Tassi elevati d’istruzione si riscontrano se si osserva la distribuzione per titoli di studio. Infatti, il 59% delle italiane possiede una laurea o un master rispetto al 51% dei colleghi maschi. Nonostante siano più istruite continuano ad incontrare maggiori difficoltà degli uomini nell’accesso al mondo del lavoro.

Distribuzione geografica e principali settori d’impiego

La ripartizione geografica non rileva ampie differenze fra donne e uomini quadro, ad eccezione del 3% di donne in Lombardia e un 4% di uomini nel nord est dell’Italia. In generale si conferma una forte presenza femminile nelle aziende del terziario del nord ovest (64% in Lombardia) ma una scarsa concentrazione di manager nel sud e isole rispetto alle altre aree del territorio nazionale. Per quanto riguarda i principali settori d’impiego, una quota rilevante di donne il 14%, è inquadrata nelle risorse umane (servizi alle imprese, amministrazione, formazione e relazioni sindacali) rispetto al 6% degli uomini, il 28% è addetta alle funzioni di finanza e controllo di gestione d’impresa contro il 18% dei colleghi uomini ed il 24% è addetta alla comunicazione e marketing rispetto al 15% della componente maschile. In sintesi, 7 donne manager su 10, circa il 71%, hanno una diretta responsabilità su un team di collaboratori che operano in sede e/o in remoto mentre la quota dei colleghi uomini è di poco superiore, circa il 74%.

Percezione della soddisfazione delle donne vs uomini

Tra gli elementi di soddisfazione lavorativa, le donne danno maggiore rilevanza ai fattori qualitativi del proprio ruolo, mentre gli uomini pongono più attenzione al riconoscimento del loro impegno e alla capacità competitiva. Non è un caso che sulle percezioni di ruolo maschile/femminile, il 37% delle donne (27% uomini) ritiene motivazionale la possibilità di utilizzare conoscenze e competenze di natura interdisciplinare/trasversale e la possibilità di apprendere cose nuove (36% e 33%) siano fattori irrinunciabili rispetto alla controparte maschile (29% e 31%). Gli uomini sono più legati al riconoscimento della loro capacità competitiva come opportunità di avanzamento di carriera (10% vs 7%), al riconoscimento legato al raggiungimento degli obiettivi (16% vs 13%), avere una buona retribuzione (20% vs 14%), una maggiore flessibilità sul lavoro (21% vs 17%) e ottenere una posizione influente all’interno dell’organizzazione aziendale (8% contro 7%). In buona sostanza dalla ricerca emerge che le donne tendono a considerare aspetti legati alla possibilità di carriera un’accezione negativa a causa del diffuso senso di sfiducia verso le opportunità di avanzamento offerte dalle aziende e dal mercato del lavoro in generale.

 

Competenze professionali di genere

Per quanto riguarda le competenze professionali, gli uomini riscontrano un atteggiamento positivo da parte dell’azienda rispetto ai corsi frequentati durante l’orario di lavoro (59% rispetto al 54% delle intervistate) e che il 31% delle donne percepisce forti differenze rispetto agli uomini nelle opportunità di accesso alla formazione offerte dall’azienda. Oltre la metà di esse (53%) lo riconduce ad una cultura aziendale discriminatoria che favorisce la crescita professionale degli uomini e la difficoltà per le donne di conciliare i tempi di formazione con i tempi di vita personale e familiare. Questo atteggiamento culturale genera una situazione oggettiva di svantaggio per le donne che dichiarano per il 22% d’incontrare pesanti resistenze nel concordare obiettivi e contenuti della formazione con i propri superiori, da qui la necessità di realizzare attività formative fuori sede o al di fuori dell’orario di lavoro imposto dalle aziende.

Preferenze e atteggiamenti delle manager verso la digital trasformation

In base alla ricerca le donne sono più orientate al miglioramento della consapevolezza di sé e dei propri punti di forza (40% rispetto al 36% degli uomini), mentre la componente maschile predilige i temi dell’innovazione (34% sul 28% della popolazione femminile). Le manager scelgono i campi del marketing-commerciale (12% contro 8% degli uomini) e strategie degli scenari (17% su 15% dei colleghi maschi). Rispetto alle attività della digital trasformation, le donne sono propense all’utilizzo di tecniche legate all’analisi dei dati per prendere decisioni (29% su 21% degli uomini), alla valorizzazione dei talenti dei nativi digitali, mentre gli uomini sono orientati alle innovazioni della digitalizzazione (27% uomini su 23% donne), all’acquisizione di strumenti per la gestione di team virtuali (16% uomini su 13% donne) e alla promozione della cultura della digital economy (9% contro il 6% della controparte femminile). Il report quindi mette in luce un sostanziale ripiegamento sui temi centrali della digital trasformation che confina le speranze delle manager in un ambito lavorativo poco ambizioso, che scoraggia le culture organizzative inclusive, aperte e plurali senza valorizzare le attività della formazione continua che dovrebbero costituire gli standard minimi di competenze di genere.

Pareri delle professioniste del mondo accademico, dei media e delle aziende

Tiziana Catarci, direttrice del dipartimento di ingegneria informatica della “Sapienza” università di Roma, ha sottolineato che il mondo del lavoro va verso l’ICT che in Italia pesa solo per il 14-15%, mentre in Europa incide per il 20-25%. “Nonostante molte ragazze scelgano percorsi di studio scientifici” ha detto “è un dato che la maggior parte degli stereotipi vengano proprio dalle famiglie, società e media senza contare che in Italia il contesto storico-culturale le spinge verso le discipline umanistiche”. Chiara Lupi, direttrice editoriale edizioni Este, ha sottolineato che là dove le competenze scientifiche ci sono, il circolo vizioso di un’offerta retributiva non è al passo con gli altri paesi, da qui le “teste” migliori tendono ad emigrare. Esistono eccezioni, in cui aziende virtuose creano al loro interno Academy dove formare i propri dipendenti o avviare cooperazioni con istituti tecnici, dimostrando di lavorare con responsabilità sociale sul territorio in cui operano. Manuela Vacca Maggiolini, HR Director AbbVie Italia, ha spiegato che per le multinazionali mettere in atto le buone pratiche sulla gender diversity è più semplice perché l’attenzione a questi temi è sentita dai vertici della produzione.

Cristina Montagni

 

Miss Chef® Expo Universale 2019

Miss Chef® 2019L’8 giugno a Roma si è svolta a Cinecittà World, l’ottava edizione del tour italiano e internazionale del premio Miss Chef® 2019, realizzato nell’ambito dell’Expo Universale 2019 in collaborazione con l’associazione World Intercultural Institute e Unicef Italia.

La competizione internazionale, sostenuta dall’ambasciata della Repubblica Dominicana in Italia, ha riunito le migliori chef donne italiane ed estere che con maestria si sono confrontate sui menù della tradizione culinaria nostrana valorizzando le eccellenze “Made in Italy” apprezzate nel mondo. I risultati finali del Premio Miss Chef 2019 verranno presentati ad agosto a Matera, con un convegno tematico e uno show-cooking con degustazione nell’ambito del festival Malta meets Matera-Matera meets Malta. A valutare le migliori 4 ricette della tradizione culinaria italiana, indiana, libica e domenicana, sono state due giurie: una tecnica e l’altra istituzionale composta da esperti in campo eno-gastronomico, chef professionisti, attori, registi e rappresentanti del mondo istituzionale e socio-culturale di rilievo internazionale, nazionale e locale. A presiedere la giuria tecnica il famoso attore e chef Andy Luotto che ha definito la competizione “un ottimo connubio di bellezza e bontà che unisce intelligentemente il valore antico del cibo e delle donne”. L’ideatrice Mariangela Petruzzelli, direttrice artistica e producer del format, ha precisato “che il premio non è solo una gara, ma la prima competizione in “rosa” dall’alto valore sociale e culturale che vuole esaltare il lavoro delle donne a livello internazionale anche contro le violenze di genere e l’emarginazione”. Un contenitore multiculturale che oltre a valorizzare l’alta cucina italiana sfruttando i prodotti tipici di ciascun territorio, ha incontrato diverse realtà̀ sociali, economiche e artigianali del comparto agro industriale italiano. Un premio quindi che onora l’intraprendenza delle donne chef, con ricette, tradizioni, diversità̀ e innovazione contribuendo a promuovere i prodotti di eccellenza della buona tavola e della dieta mediterranea. La manifestazione internazionale oltre alla tappa romana, toccherà la Campania, Matera-Capitale Europea della Cultura 2019 in agosto, Umbria, Calabria e Piemonte per arrivare a New York e Malta il prossimo autunno. Nella tappa maltese e materana verrà coinvolta anche la vincitrice del titolo Miss Chef® Expo Universale 2019.

Miss Chef® 2019

Le vincitrici Miss Chef® 2019 

Ad essere incoronata con la fascia e il cappello di Miss Chef® Expo Universale 2019, la chef Janet Bautista Gomez della Repubblica Dominicana che vive a Salerno ed è presidente dell’associazione culturale Italo-dominicano “Paifa”. Janet ha vinto il cappello con un primo piatto tradizionale dominicano: “Moro de guandule con coco” a base di riso, latte di cocco, carne di maiale, uovo, cipolla e platano fritto. Seconda classificata la chef italiana Elena Ciotta in rappresentanza del ristorante Baaria di Roma che ha concorso con un primo piatto a base di pesce e tagliatelle con gallinella all’acqua pazza. 

A pari merito terza e quarta in classifica, Mariem Alghezawi della comunità Libia-Italia, ha preparato un cous cous alle patate e Bianca Dilru dello Sri-Lanka con un fritto misto alle spezie sostituendo la partecipante indiana Nandita Singh che ha abbandonato la competizione.     

Cristina Montagni

Premio “La Donna dell’Anno” 2019

Donna dell'Anno 2019

Tre donne simbolo della resilienza al Premio internazionale “La Donna dell’Anno” 2019. Le finaliste Cacilda Massango, Aminetou Ely e Francesca Faedi alla conferenza “Resilienza, virtù femminili. Una nuova energia per andare avanti di fronte alla tempesta del cambiamento” presso il Senato della Repubblica, hanno testimoniato con le loro storie che è possibile trasformarsi per rinascere nonostante i difficili momenti vissuti. I premi assegnati alle finaliste, avranno lo scopo di finanziare i progetti nei loro ambiti di attività.

Giunto alla XXI edizione, il premio promosso dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta con il patrocinio del Senato della Repubblica, del dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri e dalla Cooperazione Internazionale, in collaborazione con Soroptimist International Club Valle d’Aosta, è stato introdotto dalla senatrice Tiziana Nisini e dal consigliere dell’ufficio di presidenza della Valle d’Aosta, Claudio Restano.

Premi delle finaliste “resilienti”

Aminetou Ely Premio Donna Dell'Anno 2019

La Donna dell’Anno 2019 è Aminetou Ely, 62 anni, Mauritana costretta a sposarsi a 13 anni, torturata, arrestata ed esiliata, ha raccontato le radici profonde che l’hanno portata alla militanza in una società profondamente feudale. Nonostante le condizioni sociali in cui ha vissuto nel suo Paese, ha sempre combattuto per i diritti delle donne, contro le violenze domestiche e sessuali, la mutilazione genitale, il lavoro domestico delle minorenni, il razzismo, l’esclusione, la tratta, il matrimonio precoce e la povertà. In Mauritania ha fondato l’associazione Donne Capi Famiglia (AFCF) che oltre ad assistere legalmente le donne vittime di violenza, si impegna per l’alfabetizzazione delle ragazze finanziando piccoli progetti per integrarle nel mondo del lavoro. Ma Ely si batte anche per l’accesso delle donne nei luoghi decisionali del suo paese, infatti oggi le donne ministre sono 10. Il 20% delle parlamentari è donna ed il 35% delle amministratrici nei comuni è donna. Il premio promosso dal Consiglio regionale e dal Soroptmist club del valore di 20 mila euro, sarà utilizzato in difesa dei diritti umani delle donne mauritane. In particolare, con questo premio Ely vuole aprire una fabbrica di scarpe per far imparare un lavoro alle vittime di stupro che nella società musulmana sono vietate.

Premio Popolarità

Donna Dell'Anno 2019Il Premio popolarità, con l’82% delle preferenze, è stato aggiudicato a Cacilda Massango, 41 anni, mozambicana, che dopo essersi scoperta sieropositiva e madre di una bambina malata, è diventata attivista del programma “Eu Dream”, un movimento in difesa del diritto alla salute e all’accesso gratuito alle cure per i malati di Aids. Con la sua intraprendenza è riuscita a sostenere centinaia di donne sieropositive aiutandole a ritrovare un ruolo centrale nella famiglia e nella società, promuovendo il diritto alle cure per i bambini, spesso dimenticati. Dopo aver ripreso gli studi, laureandosi in filosofia, si è impegnata a diffondere la cultura e la crescita della donna in un contesto difficile come quello della società mozambicana dove forte è lo stigma e la discriminazione verso la malattia. Oggi sono tante le ragazze che la imitano riprendendo gli studi e acquisendo competenze scientifiche anche ad alto livello. Il premio del valore di 15 mila euro sarà utilizzato per finanziare attività di sensibilizzazione e prevenzione relative a HIV e AIDS e per valorizzare la donna nella società mozambicana.

Premio Soroptimist 2019

Il premio Soroptimist 2019 di 3mila euro è andato a Elisabetta Iannelli, avvocato e vicepresidente di AIMaC (Associazione Italiana Malati di Cancro parenti e amici). Colpita da un cancro al seno a 25 anni, lotta da anni per cambiare la qualità della vita dei malati oncologici e delle loro famiglie. Dopo la diagnosi di tumore e diverse terapie sperimentali subendo tre interventi chirurgici, chemio, radio e terapie mirate, si è sposata ed è diventata avvocato civilista il cui unico obbiettivo è stato quello della tutela dei diritti del malato. Con il suo contributo, è riuscita a far approvare una norma sul part-time per i malati oncologici in tutti i settori del pubblico impiego che prevede la possibilità di assentarsi dal lavoro nei giorni di ricovero per chemioterapia senza perdere la retribuzione e senza rinunciare ai giorni di malattia. È tra i fondatori della Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (FAVO), ed ha inoltre collaborato alla stesura della norma che riduce a 15 giorni i tempi di accertamento d’invalidità civile e di disabilità per i malati di cancro.

Terza finalista

Francesca Faedi, 42 anni, astrofisica marchigiana si è sempre dedicata all’esplorazione spaziale e allo studio di pianeti extrasolari (gli esopianeti) rivoluzionando la ricerca scientifica. Grazie al suo contributo ha scoperto pianeti di dimensioni minori, oggi svolge la sua attività come volontaria nella formazione che consiste nella divulgazione scientifica all’estero e in Italia. La Faedi è impegnata nelle scuole per sensibilizzare le giovani donne allo studio di materie scientifiche per far sì che accedano a percorsi scientifici. L’astrofisica ha sostenuto che lo studio delle STEM tra le ragazze oltre ad essere un potente agente di cambiamento, riequilibra la distribuzione del potere nelle società. A lei è stato consegnato il premio di 10 mila euro per continuare la sua opera come divulgatrice scientifica.

Cristina Montagni

Congresso Mondiale delle Famiglie 2019

[Un attacco ai diritti civili, alle conquiste fatte da donne e uomini che credono nei valori della libertà come primo fondamento per una società senza discriminazioni. Tutti dovremmo preoccuparci, il mondo politico e la società civile per evitare che avanzi un tentativo di divisione nelle società tutte] (n.d.r).

Dal 29 al 31 marzo a Verona si terrà il Congresso Mondiale delle Famiglie. L’evento di portata internazionale ha l’obiettivo di unire e far collaborare leader, organizzazioni e famiglie per ribadire e affermare che la famiglia naturale è l’unica e sola unità stabile e fondamentale per la società. Al congresso parteciperà un gruppo di relatori statunitensi fortemente conservatore del WCF (World Congress of Families) il cui fondatore afferma che la crisi demografica occidentale è causata dalla rivoluzione sessuale e femminista.

Profilo dei relatori

congresso-mondiale-delle-famiglieVediamo chi sono i relatori al convegno, le loro valutazioni sulla famiglia, sul divorzio, sui diritti delle donne e della comunità.

Dimitrij Smirnov esponente importante della Chiesa ortodossa russa sull’aborto ha affermato: “aspettarsi qualsiasi tipo di vita felice dopo l’infanticidio è semplicemente ridicolo. Una persona non può trovare la felicità se è l’assassino dei suoi figli. Se vogliamo essere salvati, questi cannibali devono essere spazzati via dalla faccia della terra”. Per Smirnov l’uomo e la donna non sono uguali e ha aggiunto che la propaganda ha “spinto la donna fuori casa instillando in lei pensieri nocivi”.

L’attivista nigeriana Theresa Okafor che si oppone alle rivendicazioni della comunità omosessuale è una sostenitrice convinta della legge che ha vietato i matrimoni gay. E’ a favore di qualsiasi norma che lotti contro le derive delle unioni omosessuali e condanna la contraccezione e i rapporti sessuali protetti, perché dice “l’aspetto di unione e procreazione del sesso non deve cambiare altrimenti porterà a promiscuità e omosessualità”.

Brian Brown, presidente dell’organizzazione internazionale della famiglia, in America da anni lotta contro i diritti degli omosessuali e sta raccogliendo le firme per combattere i piani degli estremisti. Di recente ha affermato: “Quando si abbattono i pilastri della società come il matrimonio e poi si definiscono “bigotte” posizioni bibliche sulla famiglia, ci saranno conseguenze e una di queste potrebbe essere la normalizzazione della pedofilia”. Per Brown ogni bambino dovrebbe avere genitori normali: una madre e un padre.

Alexey Komov esponente dell’associazione internazionale pro-vita di CitizenGo, ha affermato che l’aborto è la prima causa di femminicidio. Komov, uno dei promotori della legge russa contro la “campagna omosessuale”, ha affermato che lo stile di vita omosessuale non è salutare perché ci sono diverse statistiche che mostrano che il tasso di mortalità tra le persone omosessuali è 20 volte più elevato.

A completare questo quadro inquietante, per l’Italia si uniranno gli interventi dei Ministri Salvini e Fontana, oltre a Zaia e Sboarina senza contare che al convegno parteciperà anche Pillon, promotore del contestatissimo DDL in tema di separazione e affidamento dei figli. Lo scorso anno ha dichiarato “non ci sono le condizioni per cambiare la legge 194 sull’aborto, ma anche noi ci arriveremo, come è successo in Argentina”. “L’Argentina” ha aggiunto Pillon “è uno dei paesi nei quali abortire legalmente è impossibile e anche quando è consentito (nei casi di gravidanza conseguente a stupro) la pratica viene ostacolata.

Di fronte a questo panel, cittadini e associazioni che da anni si battono per i diritti civili sono già sul piede di guerra e si stanno organizzando per mettere in campo una serie di iniziative proprio a Verona in occasione del Congresso Mondiale WCF.

Tematiche del Congresso

 I temi affrontati durante il congresso saranno:

  1. La bellezza del matrimonio
  2. I diritti dei bambini
  3. Ecologia umana integrale
  4. La donna nella storia
  5. Crescita e crisi demografica
  6. Salute e dignità della donna
  7. Tutela giuridica della Vita e della Famiglia
  8. Politiche aziendali per la famiglia e la natalità
Cristina Montagni

Donne 4.0: la sfida vincente delle donne nell’era delle reti e dello smart working

Donne 4.0 Confassociazioni

Si è tenuta lo scorso 18 luglio presso la Camera di Commercio di Roma, nella sala del Tempio di Adriano, la Conferenza annuale di Confassociazioni dedicata ad un asset strategico del mercato del lavoro: “Donne 4.0” nell’era delle reti e dello smart working. I lavori, coordinati da Angelo Deiana e Federica De Pasquale, rispettivamente presidente e vice presidente alle Pari Opportunità di Confassociazioni, hanno visto la presenza di numerosi esponenti del mondo della politica, dell’economia e delle Istituzioni. Fra i partecipanti Veronica De Romanis, docente di economia della Stanford University, Noemi Di Segni, presidente UCEI, Unione Comunità Ebraiche Italiane, Irmgard Maria Fellener, vice ambasciatore di Germania, Stefano Parisi, leader Energie per l’Italia, Maria Pia Camusi, direttore Rete Imprese Italia, Monica Parrella, ufficio di Parità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Tiziano Treu, presidente CNEL e Maurizio Sacconi, presidente Associazione Amici di Marco Biagi.

La rivoluzione delle donne e i futuri fattori competitivi

“Bisogna raggiungere una leadership culturale in tutti i settori possibili. Leadership culturali per trovare un senso durevole in un futuro in cui dovremmo essere quello che non siamo mai stati: azionisti e non obbligazionisti del Paese”. Ne è convinto Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni, affermando che la rivoluzione non sarà la tecnologia, ma le donne, vero motore per la ricostruzione etica del mondo produttivo del Paese Italia. “Dal 70 ad oggi”, ha precisato, “2 posti su tre sono stati creati per le donne, ma sarà nell’era 4.0, che daranno prova di molteplici fattori competitivi vincenti”. Nei prossimi 10 anni, ha sostenuto Deiana, l’Istat ha calcolato che tra i 5 e i 7 posti di lavoro, saranno sostituiti da macchine. L’80% delle attività professionali o rutinarie, ha aggiunto, verranno rimpiazzate dall’intelligenza artificiale, solo il 20% delle funzioni “sofisticate” saranno prodotte da due fattori: competenze verticali (problem solving complesso) e soft skills (quello che le macchine non sanno fare). Le donne, definite multitasking, dimostrano una naturale capacità di fare rete e generare modelli interdipendenti (lavoro, famiglia, affetti, cura dei parenti, etc.). Con la crescita dello smart working, si apre un mondo legato alle politiche di conciliazione e di compensazione sui tempi di vita e di lavoro. “Un provvedimento su cui è necessario lavorare” ha spiegato Deiana “è mettere la maternità a carico della fiscalità generale. Finché esisterà il deterrente per cui sarà più conveniente assumere un uomo piuttosto che una donna, avremo due conseguenze: meno Pil e meno tasso di natalità. Con un tasso di occupazione femminile “congelato” al 48,8% si potrebbero utilizzare i finanziamenti stabiliti dai datori di lavoro, lo 0,30% per la formazione di fondi interprofessionali”. Secondo stime del centro studi della Confederazione, sarebbero sufficienti tra gli 8 e i 10 miliardi di euro l’anno, ma con un’occupazione al 60% si guadagnerebbe un punto percentuale di Pil l’anno, circa 17 miliardi di euro. “Un investimento che nel breve periodo avrebbe ricadute positive in termini occupazionali, demografici e previdenziali e nel lungo proteggerebbe dalla povertà le future generazioni di pensionate” ha concluso Deiana. 

Per approfondimenti consulta anche la Position Paper Conferenza Annuale di Confassociazioni

Opportunità delle donne per creare un futuro sostenibile

Secondo Riccardo Alemanno, per migliorare la qualità della vita delle donne occorre che il lavoro autonomo e dipendente, abbia margini di miglioramento. “Per chi fa impresa, soprattutto se è donna” ha ribadito “l’onere è sradicare una mentalità maschilista, riportarla sulla sfera del lavoro e offrire pari opportunità a coloro che hanno voglia di lavorare ed intraprendere”. Per Federica De Pasquale, la conferenza ha rappresentato una vera rivoluzione per chi segue il mondo delle pari opportunità da oltre 20 anni. “L’evento” ha concluso “conferma la capacità di analizzare il mondo lavorativo delle donne oltrepassando il concetto di leadership al femminile o di difesa delle quote rosa”. Le pari opportunità non rappresentano solo una questione di legittimità, ma di puro pragmatismo. “In un’era in cui la demografia è in caduta libera” ha commentato la Fellner “l’economia ha bisogno di mantenere la capacità d’innovare e creare un futuro sostenibile. Il futuro delle economie globali non dipende dal potere, ma dal grado d’istruzione e dalla capacità di pensare fuori dagli stereotipi”. La formazione delle donne italiane è elevata, ha concluso l’ambasciatrice, il 63% possiede un diploma contro l’80% degli uomini, il 21,5% consegue una laurea contro il 15,8% dei colleghi uomini.

La condizione italiana ed europea sui tassi di occupazione femminile 

L’economista Veronica De Romanis, ha commentato che le donne per decidere devono contare nei processi decisionali. Nelle istituzioni sono sottorappresentate, e nel contratto di governo addirittura eliminate, se ne parla solo in termini di mamme o pensionate, non esiste mai la relazione donne-lavoro. Secondo l’Eurostat, l’Italia è ultima in termini di crescita 1,3%, contro 1,9% della Grecia, il 2,2% del Portogallo, il 2,8% della Spagna e del 5,4% dell’Irlanda. Nella classifica europea per tassi di occupazione siamo penultimi, 10 punti in meno nell’area euro, un gap che aumenta di 14 punti per l’occupazione femminile. In sintesi, poche donne lavorano rispetto ai partners europei e in più con offerte di lavoro di bassa qualità. In aggiunta, l’Eurostat con la pubblicazione degli ultimi dati sul part-time involontario, ha annunciato che l’Italia compare al secondo posto dopo la Spagna, ciò potrebbe incidere sulle pensioni future, materializzando un esercito di anziane povere. Anche l’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), a fronte di un tasso di occupazione femminile invariato fino al 2040, stimerebbe minori entrate pari a 42 miliardi di euro. “Tra il 2014 e il 2017, le risorse pubbliche sono state male allocate” ha spiegato la De Romanis “zero spending review, taglio di investimenti per oltre 5mld di euro, flessibilità per oltre 42mld di euro inutilizzati per fare riforme”. E le riforme che occorrerebbe effettuare”, secondo il parere dell’economista, “dovrebbero riguardare la formazione nella scuola e nell’università, investimenti in politiche attive e politiche a sostegno della famiglia”, sottolineando che la spesa pubblica in Italia è collocata sotto il 2% contro il 3,5% della Francia. Gli interventi a costo zero, che ha suggerito la docente, riguarderebbero l’introduzione in maniera forzata delle quote rosa nei Cda, l’inserimento delle aliquote agevolate per sollecitare il lavoro femminile e l’istituzione di un tetto per incentivare le donne ad entrare nelle istituzioni.

Un futuro incerto con scarse prospettive di crescita nell’economia 4.0

Secondo Stefano Parisi il tema del lavoro femminile è correlato alla produttività. L’Italia dimostra di essere un paese immobile, incapace di costruire un modello in grado di fornire adeguati servizi rispetto gli attuali. “Per mettere in moto l’economia” ha sostenuto “è necessario che la donna sia competitiva sul mercato del lavoro con una formazione più tecnica”. Per Sacconi, il lavoro dipendente e autonomo necessita di garanzie e tutele perché porta con sé fragilità impossibili da governare autonomamente. Lo smart working si misurerà per obiettivi ed ogni lavoratore e lavoratrice dovranno aumentare le proprie abilità per restare costantemente occupabili. “Di fronte a percorsi di lavoro discontinui” ha dichiarato “il sistema previdenziale contributivo non è realizzabile, tuttavia sia le tutele alla maternità che la cura delle persone con disabilità, dovrebbero essere a carico della fiscalità generale. Maria Pia Camusi ha ricordato che le donne imprenditrici rappresentano il 54% sul totale degli imprenditori, al pari delle professioni intellettuali e non ordinistiche. Secondo il politecnico di Milano, l’8% degli occupati lavora nella smart working, mentre per l’Istat gli occupati nel digitale si attestano al 3% con una caduta delle imprenditrici al 19%. “Quindi nell’economia 4.0” ha sostenuto la Camusi “sono poche le donne impiegate nella robotica e nella progettazione, nelle figure chiave si trovano in una posizione di nicchia e ciò che gli viene offerto è limitato alle soft skills, ruoli confinati alle pubbliche relazioni, alla mediazione e all’organizzazione”. “In sintesi” ha spiegato la Camusi “è necessario incidere sull’educazione, da un lato indirizzando le bambine delle scuole primarie allo studio delle materie scientifiche (STEM), poi insistendo sulla formazione continua quando la donna è imprenditrice”. Per la Parrella, le donne nonostante le competenze nei settori scientifici e tecnologici, non trovano sbocchi lavorativi/professionali per gli stereotipi di genere che derivano dall’infanzia e per un contesto sfavorevole nella scuola che le vede meno portate per le materie scientifiche. In Italia la percentuale di impiegate nelle ICT (Information and comunication technology) è bassa, circa il 13,8%. “Il dipartimento delle pari opportunità” ha spiegato “tra il 2017 e 2018, ha stanziato risorse per 318 campi estivi gratuiti in tutta Italia per le scuole elementari e medie rivolti alle materie scientifiche e tecnologiche a cui hanno collaborato importanti università italiane”. Per la Bagni Cipriani, la discriminazione principale che le donne subiscono sul posto di lavoro è legata alla scelta della maternità. Il 24,4% delle neomamme italiane viene licenziata dopo il primo figlio e la prima causa di dimissioni (2017 circa 30mila donne) non è la mancanza di asili nido, ma l’assenza di servizi a supporto della maternità. “Le donne all’inizio della carriera fanno scelte lavorative residuali” ha sostenuto la Cipriani “consapevoli di occupare posti con scarse prospettive di carriera”. Per controllare tali distorsioni, ha concluso la consigliera, il Ministero del Lavoro dovrebbe applicare la norma europea già in vigore dal 2016 e recepita in Italia nel 2017, che prevede sanzioni per contrastare la segregazione professionale e settoriale di genere.

Cristina Montagni

DONNE 4.0. Position Paper Conferenza Annuale di Confassociazioni

Donne 4.0 Position paper Confassociazioni“Troppi di noi dimenticano il crescente potere globale delle donne, quello generato dalla loro intelligenza, dalla capacità di pensare strategicamente che consiste nella capacità di assicurare la sopravvivenza della specie attraverso la maternità. E questo è il punto. Una delle leve strategiche per il rilancio del nostro paese può essere favorire l’essere mamma non solo rendendo possibili asili nido totalmente gratuiti, ma anche mettendo la maternità totalmente a carico della fiscalità generale”. Lo afferma Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni, all’indomani della conferenza Donne 4.0 tenutasi il 18 luglio presso la Camera di Commercio di Roma.

Il potere delle Donne 4.0

Troppi di noi dimenticano il crescente potere globale delle donne, quello generato dalla loro intelligenza, dal loro sistema multitasking e soprattutto dalla loro unicità, che consiste nella capacità di assicurare la sopravvivenza della specie, attraverso la maternità. Stiamo parlando di un potere che è quello di pensare da sempre strategicamente a rete. Per le donne è naturale collegarsi sistematicamente a più punti di connessione e gestire dati, informazioni in una logica di piattaforma in cui possono raggiungere facilmente due obiettivi di chi vuole vivere e prosperare nell’era delle reti:

a) semplificare il mondo, riducendo la complessità e i rischi; 

b) assicurare la sostenibilità, riducendo lo spreco di energia generato dall’entropia.

Sottovalutare il ruolo di cambiamento del mondo femminile nell’era delle reti rischia di minare l’equilibrio del sistema socio-economico, di welfare e di equità inter-generazionale. Un parametro di equità da non dimenticare perché gran parte del sistema economico, sociale e pensionistico si regge su una distribuzione delle classi di età e di genere che premia la fase produttiva della vita e rende marginali le altre parti della curva, quella che riguarda i giovani non ancora entrati nel mondo del lavoro e gli anziani. Un ipotetico equilibrio intergenerazionale che sembra non reggere più.

Potere, demografia e ricchezza

I dati dicono che le persone, vivendo più a lungo ed avendo maggiore ricchezza, tendono a fare meno figli. In Europa assistiamo a un’implosione demografica. In alcune nazioni come l’Italia l’indice di natalità è sceso a 1,37 figli per famiglia, al di sotto del livello di sostituzione pari a 2,1. In passato, contadini e artigiani cercavano di avere il maggior numero possibile di figli che, oltre a rappresentare forza lavoro, si sarebbero presi cura di loro durante la vecchiaia. Era l’epoca che possiamo definire la Welfare Family. 

Tuttavia, quando contadini e artigiani si sono trasformati in impiegati piccolo-borghesi e in ceto medio, con uno stile di vita più agiato e una pensione sicura, l’equazione si è rovesciata.

Le alternative sono solo due. La prima è fare figli, incentivando massicciamente la maternità. Una missione quasi impossibile in un Paese ricco come il nostro, la terza ricchezza privata del mondo nonostante la crisi e la scarsissima crescita del PIL. Anche perché, in un mercato del lavoro non equo come il nostro, l’occupazione femminile è alternativa alla vocazione alla maternità. La domanda di chi assume è chiara: perché dovrei assumere una donna che potrebbe fare un figlio se poi devo pagare almeno 1/3 dei costi di questa maternità?

Bisognerebbe pensare ad una decontribuzione strategica per il lavoro femminile e a forti misure di work-life balance, come asili nido totalmente gratuiti. In ogni caso, per incentivare il lavoro femminile e le nascite, la prima cosa da fare sarebbe mettere la maternità totalmente a carico della fiscalità generale. Il Centro Studi di Confassociazioni stima che basterebbero tra un minimo di 8 e un massimo di 10 miliardi di euro all’anno.

Donne 4.0 Position Paper ConfassociazioniSe l’occupazione femminile in Italia fosse al 60%, avremmo un punto in più di PIL all’anno. Un investimento importante che avrebbe conseguenze in termini occupazionali, demografici e previdenziali utili nel breve alla ricchezza del Paese e, nel lungo periodo, a salvare dalla povertà le future generazioni di pensionati.

La rivoluzione silenziosa che sta cambiando il futuro

È difficile prevedere gli orizzonti che verranno. Il numero attuale delle donne che occupano seggi in Parlamento è molto superiore a quello di 10 anni fa. I capi di Stato donna sono in aumento, come il numero delle donne che occupano alte cariche di Governo o posti di responsabilità nelle università e nelle aziende. In molti Paesi, il numero delle universitarie supera di gran lunga quello dei colleghi maschi. La vera trasformazione radicale è stata determinata dalle decine di milioni di donne che, a livello globale, hanno trovato lavoro nel corso degli ultimi decenni. Il problema è che ci vorranno ancora parecchi anni per arrivare a una parità, reale e concreta. Perché solo migliorando l’accesso delle donne al mercato del lavoro aumenteremo la crescita: in Italia, la correlazione fra stagnazione e bassa partecipazione delle donne al lavoro è significativa.

Presente inaccettabile, futuro roseo

Donne 4.0 position paper Confassociazioni

Siamo in presenza di una mutazione straordinaria, ma non ancora definitiva perché le statistiche mettono in luce una realtà comunque inammissibile. Le ingiustizie e le discriminazioni continuano a essere la norma. Insomma, nonostante i progressi, è tuttora enorme la sperequazione con gli uomini in termini di salari, opportunità, accesso all’istruzione, alla salute e, nei Paesi più poveri, al cibo. 

La parità tra uomini e donne sembra ancora lontana. Lo dicono i numeri: l’occupazione femminile nel nostro Paese è a quota 48,8% (un dato basso rispetto al 65% di quella maschile e all’80% delle donne occupate in Svezia), il 24% delle neomamme viene licenziata dopo il primo figlio, e tra gli amministratori delegati di aziende solo il 3% è rappresentato da esponenti del mondo femminile. 

Insomma, quello della piena occupazione delle donne rimane un traguardo da raggiungere e i cambiamenti avvengono con tempi rallentati rispetto all’urgenza di rimettere in moto l’economia. Come abbiamo già detto, basterebbero poco più di 11 punti percentuali aggiuntivi di occupazione femminile (da 48,8% a 60%) per dare una scossa determinante al PIL. 

Donne 4.0 Position Paper Confassociazioni

Molti rapporti sulle carriere delle donne indicano che, pur esistendo ancora un forte “gender gap”, le donne sono più preparate, si laureano prima, sono più innovative e, soprattutto, sono portatrici di un mix di competenze non solo tecniche, ma anche relazionali, che offrono vantaggi competitivi importanti nell’economia delle reti. In sistemi incerti come l’attuale, ci sarà una massiccia compressione dei rischi in ambiti strategici come la medicina, la finanza e il traffico (dove i processi di risk management sono fondamentali) a seguito della sempre più frequente scalata delle gerarchie societarie da parte delle donne. Perché le donne, come dimostrano i dati, gestiscono i rischi meglio degli uomini. Lo dimostrano le ricerche annuali di Catalyst, una delle più importanti società internazionali di consulenza. Tali studi indicano come la maggior presenza delle donne nei CdA determini una maggiore capacità di produrre ROE (return on equity = redditività) a parità o con diminuzione dei rischi assunti.La questione “parità di genere” è una delle condizioni essenziali per uno sviluppo sostenibile delle nostre economie. È per questo che, al di là del “tetto di cristallo” e delle gravi differenze retributive ancora esistenti, è in atto una straordinaria “rivoluzione silenziosa”. Una rivoluzione, quella del nuovo potere delle donne, che ci porterà diritti nel futuro. 

Esempi concreti di diversity management: business angels e smart working

Un esempio di occupazione e imprenditoria femminile è quello dei business angel. Un mercato a forte presenza maschile, come d’altra parte tutto il sistema bancario e finanziario. Eppure, il fenomeno nuovo e crescente è la presenza sempre più consistente di donne. Le anali raccontano che le donne capiscono meglio gli “unicorni”, le startup destinate a diventare le star del mercato perché hanno una capacità significativa di valutare l’equilibrio tra rischio-rendimento di ogni investimento. E poi non possiamo dimenticare che lo smart working “concilia” e libera tempo per tutti ma soprattutto in favore delle donne. In questo caso, la tecnologia non prende il posto dei lavoratori, ma cambia il modo di lavorare. Lo smart working è il nuovo mattoncino elementare del capitalismo e delle donne 4.0. Significa lavoro intelligente, lavoro agile: ognuno di noi può lavorare ovunque, in qualsiasi momento e da tutti i dispositivi. Un modo diverso di concepire il lavoro, che non è più legato ad uno spazio fisico e ad orari prestabiliti. Una sola conseguenza: l’ufficio è dove siamo noi. Ma rappresenta una sfida per i modelli organizzativi. La persona che lavora in remoto è motivata perché risparmia del tempo e riesce a svolgere le funzioni domestiche. È per questo che lo smart working può avere un notevole impatto sulle politiche di conciliazione, sull’operatività e la produttività delle “quote rosa” in azienda; i tempi di rientro dalla maternità, ad esempio, possono essere abbreviati grazie alla modalità di “lavoro agile” e anche il tasso di assenteismo legato ai primi mesi di vita dei figli è ridotto dalla possibilità di lavorare “intellettualmente” da casa. 

Le donne al potere: dall’industria pesante al mondo pensante

Un tema, quello del contributo delle donne al capitalismo intellettuale 4.0, su cui ci sono importanti riscontri anche a livello internazionale.  Il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato uno studio dal quale emerge che far lavorare di più le donne (redistribuendole meglio) conviene a tutti: non alle donne soltanto, ma alle economie nel loro insieme. Per dirla con una battuta: dall’industria pesante al mondo pensante, nel quale sarà necessario puntare sia sulle competenze verticali, ma anche sulla capacità di essere soggetti risolutori/riduttori della complessità e degli imprevisti, attraverso le soft skills.

L’era delle Donne 4.0 

Il lavoro che innova diventa più importante del lavoro che replica ed esegue. Questo vale per le donne e per gli uomini. È questa la sfida del nostro tempo: formare persone competenti nel senso più ampio del termine, pronte ad essere protagoniste del proprio futuro, come individui dotati di autonomia di giudizio e coscienza critica che produce e alimenta la conoscenza collettiva, in un processo di formazione continua e crescita personale, che attraversi tutto l’intero corso della vita umana. 

Cristina Montagni

Terzo Piano d’Azione Nazionale dell’Italia: Donne, Pace e Sicurezza

L’Italia sin dall’adozione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1325(2000), ha sostenuto l’Agenda delle Nazioni Unite 2016 – 2019 su “Donne, Pace e Sicurezza”. Il nostro Paese, nell’attuale contesto internazionale, conferma gli sforzi in linea con i risultati delle Conferenze internazionali di settore a partire dalla Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne tenutasi a Pechino nel 1995. Attribuire importanza al ruolo delle donne per trasformare la società, costituisce il cuore della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, confermando la centralità sulla prevenzione di tutte le forme di discriminazione e violenza contro le donne. Resta inteso che gender equality e women’s empowerment sono essenziali, a livello internazionale e nazionale per prevenire ogni forma di violenza (violenza domestica, violenza sessuale, arma di guerra nel contesto delle atrocità di massa).

Il Piano Nazionale Straordinario sulla Violenza Sessuale e di Genere adottato nel luglio 2015, implementato sulla Lotta alla Tratta nel 2016, mira a migliorare la qualità dell’impegno italiano per sostenere le popolazioni colpite in tutte le fasi delle operazioni di pace (prevenzione del conflitto e mediazione; peace-keeping; peace-making; peace-building; relief e recovery).  

Ai fini dell’attuazione dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza, l’Italia afferma il suo impegno attraverso un approccio multistakeholder, integrato e olistico, con il coinvolgimento delle Organizzazioni della società civile, del mondo accademico, delle ONG, del settore privato e delle organizzazioni sindacali.

Gli sforzi italiani per attuare le risoluzioni in materia di Donne, Pace e Sicurezza devono ricondursi alla più ampia promozione e protezione della parità e dei diritti umani delle donne e delle minori, nella cornice degli obblighi dell’Italia derivanti dagli strumenti giuridici internazionali di settore assunti nell’Agenda di Sviluppo Sostenibile 2030, soprattutto negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 5 e 16.

Dichiarazione di Impegni 

Il terzo Piano d’Azione Nazionale mira a sostenere il corso delle azioni indicate nella Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1325(2000) e nelle successive Risoluzioni. Nello specifico il Piano d’Azione Nazionale (PAN) assicura che la prospettiva di genere sia inserita in tutte le aree politiche che sostengono il concetto di pace e sarà adottata in tutte le misure pratiche volte alla promozione e protezione della pace.

Il Piano avrà una durata di tre anni e sarà costantemente monitorato a livello parlamentare attraverso incontri periodici.

Parte operativa e cornice attuativa 

Obiettivo n. 1  Rafforzare il ruolo delle donne nei processi di pace ed in tutti i processi decisionali 

Obiettivo n. 2  Continuare a promuovere la prospettiva di genere nelle operazioni di pace 

Obiettivo n. 3  Continuare ad assicurare una formazione specifica sui vari aspetti trasversali della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1325 (2000), in particolare per il personale che partecipa alle operazioni di pace

Obiettivo n. 4  Valorizzare la presenza delle donne nelle forze armate e nelle forze di polizia nazionali, rafforzando il loro ruolo nei processi decisionali relativi alle missioni di pace

Obiettivo n. 5  Proteggere i diritti umani delle donne e delle minori in aree di conflitto e post-conflitto

Obiettivo n. 6  Accrescere le sinergie con la società civile, per implementare la Risoluzione 1325(2000) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Obiettivo n. 7  Comunicazione strategica e result-oriented advocacy  

7.1 Impegnarsi nella comunicazione strategica

7.2 Rafforzare la partecipazione italiana nei forum, le conferenze ed i meccanismi di settore, per sostenere ulteriormente l’attuazione dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza

Monitoraggio e Valutazione

Le azioni e gli indicatori inclusi nel Piano d’Azione Nazionale saranno usati dalle amministrazioni per valutare gli sviluppi e la performance nella sua esecuzione. L’Italia pubblicherà un report annuale che sarà preparato dal Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU), in consultazione con la società civile, con il Parlamento, ivi compreso il gruppo interparlamentare per le donne, i diritti delle donne e la parità di genere (All-Party Women’s Caucus), istituito nell’ottobre 2015.

Il Gruppo di lavoro aperto, guidato dal Comitato Interministeriale per i diritti Umani, sarà responsabile dell’attuazione del Piano, inclusi la relativa applicazione ed il monitoraggio.

Gli sforzi italiani per attuare le Risoluzioni sono collegati alla promozione e protezione dell’uguaglianza e dei diritti umani delle donne e delle minori, compresa la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo, la convenzione del consiglio d’Europa sull’azione contro la tratta degli esseri umani (Convenzione di Varsavia) e la convenzione del consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), così come la più recente agenda di Sviluppo Sostenibile 2030.

Cristina Montagni

Intervista alla Sindaca di Roma Virginia Raggi

Ho incontrato la Sindaca Virginia Raggi per approfondire alcuni temi legati al futuro dell’imprenditoria femminile, quali sfide e strumenti per favorire percorsi di carriera femminili anche in un’ottica di sostenibilità ambientale e sociale

Le imprese femminili possono essere protagoniste del sistema produttivo nel territorio romano?

I dati ci mostrano come l’imprenditorialità femminile, nel nostro territorio, sia in crescita. Di recente, in occasione dell’8 marzo, ho partecipato alla premiazione di alcune imprenditrici innovative alla Camera di Commercio di Roma che, in quell’occasione, ha comunicato i dati 2017 sull’imprenditoria femminile. Ed i numeri sono molto incoraggianti: tra Roma e provincia abbiamo superato le centomila imprese guidate da donne. È un dato importante, che fa di Roma la prima provincia italiana per numero di attività imprenditoriali femminili. Solo nella Capitale, il 20,4% delle imprese è guidato da donne. E se guardiamo agli anni appena trascorsi, vediamo che il dato è in aumento.

Quali strumenti riterrebbe utili per accrescere la piccola impresa femminile orientata all’innovazione?

Sicuramente bisogna puntare sull’orientamento, sulla formazione e sull’autoimprenditorialità, ma in chiave innovativa. In tal senso, Roma è una delle città italiane a più alta densità di startup e incubatori certificati. Fondamentale facilitare l’accesso al credito, che resta uno dei maggiori ostacoli per la vita media di un’impresa, favorendo i contatti tra imprenditoria e investitori.

 Secondo lei in che modo si potrebbero coinvolgere le imprenditrici del territorio nella diffusione di tematiche sociali e ambientali, per avere un tessuto imprenditoriale più etico dal punto di vista della sostenibilità ambientale e sociale?

Mi sembra che questi temi siano già frequentati dalle imprenditrici, ed anche dalle imprenditrici tecnologiche. Quello dell’Innovation Technology è un ambito che ben si presta allo sviluppo di attività etiche, sia perché consente di operare nel sociale sia perché permette di sviluppare idee nel rispetto dell’ambiente. Penso, ad esempio, all’esperienza di ImpReading con cui l’imprenditrice Elena Imperiali, partendo da una propria esperienza, ha creato un software che aiuta ragazzi disgrafici e dislessici nell’uso del Pc.

L’Italia è al top in Ue per numero di imprenditrici. Ma le imprenditrici devono fare i conti con un welfare che non le aiuta a conciliare il lavoro con la cura della famiglia. Quali interventi suggerirebbe alle istituzioni per colmare questo gap?

Il nodo più duro da sciogliere per una lavoratrice è riuscire a conciliare il lavoro con la maternità. Ritenere che avere dei figli sia penalizzante è inaccettabile. Le istituzioni devono agire principalmente su questo fronte, rendendo la genitorialità sostenibile.

Come potrebbero le imprese favorire percorsi di carriera femminili più rapidi?

Credo che le donne non necessitino di corsie preferenziali. Sappiamo bene che esiste una disparità di genere: nei trattamenti salariali, nell’attribuzione di ruoli dirigenziali, nel riconoscimento delle capacità lavorative. Dobbiamo puntare ai diritti, perno costante e irrinunciabile della nostra azione politica, ma senza creare ‘recinti per i panda’. Le donne hanno le qualità per affermarsi da sole, dobbiamo fare in modo che abbiano le stesse opportunità degli uomini. 

Le condizioni economiche delle donne e la loro dipendenza finanziaria potrebbero in qualche modo secondo lei incidere sulla possibilità di trovarsi in situazioni di violenza?

La violenza non ha giustificazioni né alibi. È evidente che il tema è estremamente delicato e va affrontato sistematicamente su più livelli. Riguardo alle condizioni economiche certamente la reale parità di genere passa anche da una parità delle retribuzioni, che ancora non c’è: facciamo una lotta comune, uomini e donne.

Sul tema degli abusi, ci siamo impegnati in prima linea con un potenziamento della rete dei Centri anti-violenza: solo dal 12 marzo ne abbiamo aperti tre, perseguendo l’obiettivo complessivo di aprirne uno in ogni municipio. Il percorso di recupero psicologico delle vittime è fondamentale, la violenza va combattuta in ogni ambiente.

Crede sia possibile ripensare la Capitale come una sorta di grande “laboratorio di progettazione” per attività di promozione dell’imprenditoria femminile e dell’occupazione in genere?

La nostra città ha enormi potenzialità e offre moltissime possibilità: è un polo culturale e scientifico di primaria importanza. Conta molti incubatori e acceleratori per startup. Ospita una ventina di atenei, tra pubblici e privati. Certo, occorre rafforzare ed ampliare le sinergie esistenti. Mettere in comunicazione istituzioni e mondo accademico per creare servizi di assistenza alle start up che attirino talenti e idee.

Nel territorio di Roma sono previsti percorsi di formazione specifici per avviare una start up innovativa femminile?

Proprio in questi giorni si è svolta (6-14 aprile) la Rome start up week 2018, un grande evento europeo che, con il Patrocinio di Roma Capitale, ha previsto numerosi incontri con esperti italiani ed esteri dove si è parlato di innovazione, investimenti ed imprenditorialità. Nel territorio romano sono attivi numerosi incubatori ed acceleratori che l’associazione Roma Startup ha mappato sul suo sito, mostrando una realtà ricca di proposte aperte alle imprenditrici.

Quali programmi sta portando avanti l’Amministrazione per permettere il raggiungimento della parità di genere in campo lavorativo?

Con l’adesione a progetti di flessibilità lavorativa, Roma vuole cogliere una grande opportunità di trasformazione e di evoluzione per una moderna organizzazione e per il benessere della città. Indirizzare e sostenere nuovi processi e modalità di lavoro vuol dire diffondere la cultura della conciliazione di stili di vita, rivolti al benessere complessivo della persona.

È in questa ottica che Roma Capitale ha partecipato, all’interno di una rete che comprende anche la Città Metropolitana, ad un bando del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri per l’attivazione di percorsi di lavoro “agile” all’interno dell’Amministrazione.

Roma Capitale beneficerà di consulenza e supporto all’implementazione di forme di lavoro agile che consentano alle dipendenti e ai dipendenti la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. L’avvio delle attività è prevista a partire da maggio 2018.

Alla conferenza Women4Climate in Messico sono state invitate sindache e donne d’affari di tutto mondo impegnate nella lotta ai cambiamenti climatici. 10 giovani donne sono state inserite nell’amministrazione della loro capitale per aver presentato progetti sui temi del clima. Un programma simile può essere attuato anche nella nostra Capitale visto che ne è già stato realizzato uno a Parigi e un altro verrà realizzato prossimamente a Montreal e Vancouver?

Roma ha deciso di impegnarsi in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici e il Convegno C40 Women4Climate a Città del Messico ha rappresentato una grande opportunità di confronto per le grandi capitali mondiali. In quell’occasione ci siamo già resi disponibili per il programma di “mentoring” e probabilmente già dall’anno prossimo lo realizzeremo.

Cristina Montagni

Al MIUR il documento per la parità di genere nelle università e negli enti di ricerca

La valorizzazione delle competenze femminili riguarda il tessuto produttivo dell’intero Paese. L’11 maggio al Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) sono state presentate le dieci raccomandazioni finali del documento “Indicazioni per azioni positive sui temi di genere nell’Università e nella Ricerca”.

Il dossier elaborato dal gruppo di lavoro “Genere e Ricerca”, è stato discusso dal Dipartimento della ricerca per la formazione superiore, dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e dalla Conferenza dei Presidenti degli Enti pubblici di ricerca.

Le 10 raccomandazioni

Il pacchetto di suggerimenti parte dalla considerazione dell’esistenza di una discriminazione di genere nel mondo professionale e del lavoro che può essere di tipo orizzontale (la distribuzione delle donne e degli uomini all’interno delle varie discipline), verticale (la distribuzione rispetto alla gerarchia dei ruoli) e territoriale, perché la presenza femminile in diversi ambiti lavorativi o una maggiore presenza di donne in ruoli apicali varia rispetto alla nazione o alla regione.

La relazione sollecita le università e gli enti di ricerca, vigilati dal Miur, a dotarsi del bilancio di genere per monitorare i progressi verso gli obiettivi di parità, ad incentivare la creazione di variabili disaggregate per sesso nell’ambito della ricerca e dell’istruzione per gli studi scientifici includendo il genere come contenuto trasversale. Per incentivare la parità – come riportato dalla relazione – sarà necessario creare liste di esperte ed esperti su tematiche che formino valutatori incaricati nella selezione di progetti di ricerca, regolamentare a livello statutario misure per riequilibrare le componenti maschili e femminili in organismi, commissioni e comitati. Inoltre, il gruppo di lavoro afferma l’introduzione delle specificità di genere nei raggruppamenti universitari per l’attuazione del Piano Lauree Scientifiche 2017-2018 nell’ottica dell’orientamento delle studentesse verso le discipline STEM.

La ministra Fedeli: la diseguaglianza fa perdere talenti e saperi

“A fronte di questa situazione” ha osservato la Ministra Valeria Fedeliil documento sottolinea la persistenza di forme di discriminazione e fattori esterni alle istituzioni di ricerca, come la difficile conciliazione vita/lavoro e la diseguaglianza che determina la perdita di talenti, di saperi e di valore nella ricerca e nell’insegnamento universitario”. Per superare questo gap e raggiungere l’obiettivo della parità di genere – ha aggiunto – occorre agire sulla presenza di entrambi i sessi nei gruppi di ricerca e nei vari livelli decisionali e sulla presenza della dimensione di genere nei contenuti della ricerca. La parità di genere – ha proseguito la Ministra – è un diritto fondamentale, un principio sancito dalla Costituzione, un obiettivo centrale dell’Agenda 2030 e rappresenta una condizione necessaria per il conseguimento degli obiettivi UE in materia di crescita, occupazione e coesione sociale. “Per raggiungerla nell’ambito dell’università e della ricerca” ha sostenuto “è indispensabile intervenire su due livelli. Il primo è superare gli stereotipi di genere nell’istruzione, nella formazione e nella cultura, che inducono donne e uomini a seguire percorsi educativi e formativi diversi, spesso portando le donne a posti di lavoro meno valutati e remunerati. Il secondo riguarda la necessità di promuovere le carriere delle donne nel mondo accademico e nella ricerca, forti anche della consapevolezza che la partecipazione femminile in ambiti dove le donne sono sottorappresentate, come quelli scientifici e tecnologici, può contribuire ad aumentare l’innovazione, la qualità e la competitività della ricerca scientifica e industriale”.

“Il documento rappresenta uno sforzo in questa direzione che amplia e integra quello rivolto al mondo della scuola nel perseguimento della parità tra donne e uomini. La valorizzazione delle competenze femminili è una questione che interessa l’intero sistema paese e il suo tessuto produttivo” – ha concluso la Ministra “che deve potersi avvantaggiare dell’avanzamento della conoscenza, dell’arricchimento intellettuale, del guadagno economico-culturale che ci attendiamo dal perseguimento della parità in tutti gli ambiti”.

Cristina Montagni

Donne, media e tecnologie: quale futuro nell’era digitale?

I media possono influenzare l’opinione pubblica, strutturare l’informazione, le ICT permeano ogni livello e area della società, hanno un potenziale considerevole per promuovere l’empowerment femminile. In Europa, solo il 9% degli sviluppatori, il 19% dei capi nei settori della comunicazione e il 20% dei laureati in informatica e nuove tecnologie, sono donne. Nel servizio pubblico dell’Unione europea la rappresentanza delle donne risulta bassa, sia nelle posizioni strategiche e operative di alto livello (36%) che nei consigli di amministrazione (33%). In generale, nei mezzi di comunicazione solo il 37% delle notizie è riportato da donne, una situazione che non è migliorata negli ultimi dieci anni; le donne sono per lo più invitate a fornire un’opinione popolare (41%) o un’esperienza personale (38%) e raramente sono citate in qualità di esperti (soltanto nel 17% delle notizie).

Donne nei media

In occasione della Giornata Internazionale della donna, l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia ha scelto di portare all’attenzione del pubblico queste tematiche con un dibattito dal titolo “Donne, media e tecnologie -quale futuro nell’era digitale?”. L’incontro organizzato lo scorso 9 marzo dall’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, insieme al Sakharov Prize Network del Parlamento europeo e in collaborazione con l’Associazione Donne e Tecnologie, ha visto come protagoniste dell’evento: Asma Kaouech, Sakharov Fellow, attivista e blogger tunisina, Fanni Raghman Anni Association; Valentina Parasecolo, giornalista RAI e blogger; Micaela Romanini, associata Donne&Tecnologie, vicedirettrice della Fondazione Vigamus (Video Game Museum).

Le protagoniste del dibattito

Alessia Gizzi, giornalista RAI TG3 PIXEL ha introdotto il tema dell’era digitale e della rappresentanza femminile nei media con una frase davvero significativa: “La donna non va rispettata, non è una specie protetta, la donna è un essere umano pari all’uomo, ha gli stessi ruoli e soprattutto lo stesso spazio di movimento”.

Il responsabile dell’ufficio di collegamento in Italia del Parlamento europeo, Pier Paolo Meneghini pone l’attenzione sull’importanza delle testimonianze, dello storytelling, e rivolge un augurio alle nuove generazioni sperando in un futuro che possa dare spazio e voce alle donne anche in ambiti manageriali.

Asma Kaouech, 25 anni e avvocato, fondatrice dell’Ong “Fanni Raghman Anni”, che significa “Artista nonostante me”, è stata testimone di come la tecnologia abbia fatto da trampolino di lancio per la rivoluzione tunisina del 2011. L’attivista parla della sua esperienza toccante e parte dalla visione di una società di eguali senza discriminazioni. Si racconta partendo da quella che è la sua grande ispirazione: la rivoluzione tunisina. Spiega con voce commossa la situazione della donna nei Paesi arabi e mette in evidenza quanto sia difficile sradicare alcune ideologie dalle menti dei gruppi tradizionalisti. Lei, come tanti altri, ha cominciato la rivoluzione con Facebook, unico media digitale accessibile dalla popolazione tunisina perché piattaforme come Youtube sono vietate dal regime Ben Ali.

Grazie ai nuovi media, in questo caso ai social media, Asma e gli attivisti tunisini sono riusciti a coinvolgere la popolazione nella lotta per le pari libertà e opportunità, perché le donne tunisine – ma in generale i tunisini – di ogni età e gruppo di appartenenza, sono in primis “human beings”. Attualmente Asma utilizza approcci alternativi basati sull’arte e sulla cultura per difendere e sostenere i diritti umani principalmente nelle regioni sfavorite. L’organizzazione “Fanni Raghman Anni”, da lei diretta, sta lavorando nel campo della prevenzione e del contrasto all’estremismo violento in Tunisia, aumentando la resilienza dei giovani, delle donne e delle comunità locali utilizzando il concetto di patrimonio culturale. Asma spiega quanto sia importante l’educazione familiare, quanto i genitori possano fare la differenza nell’educazione dei propri figli e soprattutto delle proprie figlie, perché ci sono altre cose oltre al matrimonio. Esistono le idee, le opportunità di viaggiare, avere un buon lavoro e conoscere nuove persone. A chiusura del dibattito su tecnologia e futuro, Asma ha posto il problema tunisino nella difficoltà di accesso ai laptop o agli smartphone da parte delle donne a causa dei costi elevati e come nel settore della comunicazione le donne sono considerate “complementi d’arredo”. Ma avverte, “il futuro dipende da noi. Non possiamo arrenderci. Non abbiamo scelta”. 

La giornalista Valentina Parasecolo, co-fondatrice de ilbureau.com, consulente web per Rai Cultura e autrice per il programma Community di Rai Italia, spiega la sua esperienza personale nel mondo del lavoro e dei media con grande entusiasmo. Concentra la narrazione sulla figura della donna soprattutto nel mondo del lavoro e sulla difficile conciliabilità legata all’essere di sesso femminile. Incita le giovani a non rinunciare alla propria identità e alla maternità per il lavoro e invita i giovani a non arrendersi mai, a fare ricerche ed essere sempre aggiornati perché le opportunità ci sono, basta sapere dove “pescare”!

Micaela Romanini, Vice Direttrice di Fondazione VIGAMUS, Event Director di Gamerome, nel suo intervento presenta l’associazione Women&Tech nata nel 2009 da un’idea di Gianna Martinengo. La Martinengo si occupa principalmente di valorizzare il ruolo delle professioniste nel settore dei media e della tecnologia mettendo insieme tantissime donne provenienti dal settore STEAM. La Romanini evidenzia l’assenza completa della figura femminile nei ruoli manageriali nei settori con i quali ha collaborato. Invita quindi le ragazze a non scoraggiarsi perché nel settore del videogioco non bisogna essere un “nerd” ma si può aspirare ad una carriera diversa da quella del game designer o del programmatore.

Cristina Montagni

8 Marzo: “Le donne protagoniste del cambiamento, della risoluzione pacifica dei conflitti, della lotta contro la povertà”

donne 8 marzo

“Le donne protagoniste del cambiamento, della risoluzione pacifica dei conflitti, della lotta contro la povertà”. Questo il messaggio che il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, ha voluto inviare oggi, in occasione dell’8 marzo, e al quale ha unito “gli auguri a tutte le donne della Farnesina, in servizio a Roma e all’estero”. “Nel giorno in cui, attraverso la celebrazione della donna, vogliamo promuovere la cultura del rispetto”, Alfano ha ribadito la sua “personale convinzione che le donne possano fare la differenza nella gestione delle sfide alla pace e alla sicurezza internazionale. Abbiamo però bisogno di più donne che siano protagoniste in attività di mediazione. Oggi purtroppo sono ancora troppo poche”, ha osservato. “La Farnesina, anche tramite la propria rete diplomatico-consolare e le attività di cooperazione allo sviluppo”, ha ricordato il ministro Alfano, “promuove e sostiene azioni, anche a livello locale, per favorire la partecipazione politica delle donne e incentivare il loro ruolo nell’economia e nella lotta alla povertà, nella convinzione che lo sviluppo civile, politico, economico, sociale e culturale di ciascun Paese non possa realizzarsi senza la piena partecipazione e il contributo fondamentale delle donne”. “L’8 marzo”, ha aggiunto il ministro, “è anche l’occasione per ricordare che l’Italia durante la presidenza di turno del G7 l’anno scorso, ha promosso il primo Vertice delle Pari Opportunità e l’adozione di una “Roadmap for a gender-responsive economic empowerment”, un piano di azione trasversale per l’uguaglianza di genere, la riduzione della violenza contro donne e bambine e la più ampia partecipazione femminile nei processi decisionali. Sempre nel 2017 inoltre la Farnesina ha lanciato il Mediterranean Women Mediators Network, per rafforzare il ruolo delle donne nelle attività di mediazione nella regione”. Alla luce del sempre maggiore coinvolgimento delle donne in situazioni belliche o post-belliche, anche la Farnesina sottolinea oggi, in una nota, il loro apporto decisivo nel processo di risoluzione pacifica dei conflitti e riafferma l’impegno dell’Italia nella prevenzione e la lotta a tutte le forme di discriminazione e di violenza contro le donne. Il MAECI ribadisce inoltre il proprio appoggio alle campagne internazionali per l’eliminazione di tutte le pratiche dannose, a partire delle mutilazioni genitali femminili e dai matrimoni precoci e forzati, oltre a quelle per la prevenzione e la lotta alle violenze sessuali in situazioni di conflitto e di emergenza.

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, è stato allestito presso il Ministero degli Affari Esteri un punto informativo dove dottoresse e dottori del Poliambulatorio ASL Roma 1 presso il MAECI hanno offerto orientamento in tema di prevenzione oncologica femminile. Il Segretario Generale Ambasciatore Elisabetta Belloni ha inaugurato il desk ed ha sottolineato la concretezza dell’iniziativa rivolta a tutte le donne del Ministero. Con l’occasione è stata realizzata una nota informativa dedicata ai percorsi gratuiti di screening offerti dal sistema sanitario regionale. L’iniziativa è stata realizzata dal Comitato Unico di Garanzia e dall’Ufficio Affari sociali del MAECI con il sostegno dell’associazione delle donne diplomatiche.

Cristina Montagni