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Osservatorio 4.Manager. Certificazione di genere modello virtuoso pensato per le imprese

Con 63,5 punti su 100, l’Italia si colloca al 14esimo posto fra i paesi UE per indice di uguaglianza di genere, questa è la classifica diffusa dalla European Institute for Gender Equality (EIGE). Per superare il gender gap nelle aziende un aiuto arriva dalla certificazione della parità di genere che avrebbe un impatto positivo sul PIL dal 9 all’11% e stimolerebbe le aziende a adottare sistemi di policy per attivare cambiamenti virtuosi urgenti e necessari.

La priorità per l’Italia è ridurre le disuguaglianze di genere. Attualmente il tasso di occupazione si attesta intorno al 50%, inferiore alla media europea che si associa ad una esigua crescita nelle carriere apicali; poche le donne ai vertici di organizzazioni, aziende, società quotate e non quotate come amministratori delegati o presidenti di società. Studi internazionali (OCSE, Fondo Monetario) hanno rilevato quanto il progresso economico dipenda dalla componente femminile, quindi, non si può non tenere conto del loro coinvolgimento nel mercato del lavoro. La parità di genere è un asset strategico (obiettivo 5 del PNRR) e costituisce la visione di una società più equa. Di questo e altro si è parlato al workshop Politiche di genere per imprese e manager. Azioni e strumenti svolto il 28 giugno a Roma nella sede di Confindustria, organizzato da 4.Manager e Federmanager. Focus del seminario la certificazione di genere per le imprese (parità contributiva legge 132/2021), valore della certificazione per le aziende e sostegno all’empowerment femminile partendo dalla conciliazione famiglia e lavoro. Per rispondere agli interrogativi l’Osservatorio Federmanager ha condotto uno studio analizzando i trend economici e di mercato con l’obiettivo di identificare le equità di genere in campo manageriale nel nostro Paese.

Risultati Osservatorio Federmanager sul gender gap e imprenditoria femminile in Italia

L’equità di genere non è solo un tema di diritti; dal G7 alla COP26 è emerso il concetto che non è possibile pensare ad una economia basata sulla sola presenza maschile. L’Osservatorio 4.Manager ha monitorato il numero di donne imprenditrici durante tutto l’anno con la conseguenza che oggi in Italia le posizioni manageriali femminili rappresentano il 28% del totale e si riducono al 19% se le attività sono regolate da un contratto da dirigente, con un incremento annuo dello 0,3% negli ultimi 10 anni. L’analisi elaborata su un campione di 6mila aziende manifatturiere italiane ha puntualizzato che il 14% sono a conduzione femminile e il 79% a conduzione maschile. Le imprese a guida femminile operano nel tessile per il 21% e si concentrano nel sud Italia per il 19%. Dall’Osservatorio emerge che le imprese femminili nel comparto manifatturiero hanno un basso tasso di innovazione ma una elevata propensione alla transizione sostenibile: solo il 12% delle imprese è innovativa contro l’88% delle maschili, mentre il 66% delle imprese femminili ha maggiore propensione alla transizione sostenibile contro il 34% delle maschili.

Proiezioni del Piano Strategico Nazionale 2021-2026

All’interno del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) il Governo ha introdotto un capitolo per contrastare le discriminazioni nei confronti delle donne, annunciando l’adozione di un Piano Strategico Nazionale 2021-2026, allineandosi così alla Commissione europea che si pone entro il 2026 l’incremento di 5 punti nella classifica stilata dall’EIGE. In questo scenario rientra la legge sulla parità retributiva (1° gennaio 2022) che stabilisce un Sistema Nazionale di Certificazione di Genere dove il PNRR mette a disposizione 10 milioni di euro per sollecitare le imprese ad intraprendere policy mirate per ridurre il divario nei settori più critici come opportunità di carriera, parità salariale, politiche di gestione delle differenze di genere e tutela alla maternità. Chi possiede la certificazione ha diritto ad uno sgravio dell’1% sui contributi fino a 50mila euro l’anno; strumento dunque innovativo che premia le aziende con la possibilità di ottenere finanziamenti pubblici e consente un migliore posizionamento nei bandi di gara per l’acquisizione di servizi e forniture. Questo sistema – osserva l’Osservatorio – è visto positivamente per le aziende avviate alla transizione sostenibile che ne riconoscono i benefici. Infatti, il 31% delle imprese utilizza piani di lavoro mirati; si tratta di interventi sulla genitorialità (15,7%), formazione (13,9%), parità nei ruoli apicali (13%)e parità salariale (8,3%). In sintesi, il 69% e il 57% delle grandi e piccole imprese avviate alla transizione già conoscono il Sistema di Certificazione della parità di genere. Fra gli elementi apprezzati della Certificazione spicca la reputazione aziendale 65%; clima aziendale 59%; riduzione del divario di genere nell’impresa 42%; benefici fiscali 22%; benefici alla partecipazione di gare d’appalto 11% e benefici all’accesso nel credito/capitali 7%.

Certificazione di Genere, strumento innovativo non un bollino rosa

Il 1° luglio 2022 è stato pubblicato il decreto della Ministra Bonetti che recepisce le “Linee guida sul sistema di gestione per la parità di genere che prevede l’adozione di indicatori chiave di prestazione (Key Performance Indicator) inerenti alle politiche di parità nelle organizzazioni” e i requisiti minimi per ottenere la certificazione alle imprese. Un passo verso la costituzione di un Sistema nazionale di certificazione che mira ad incentivare le imprese a adottare policy adeguate per ridurre il divario.

Elena Bonetti, Ministra delle Pari Opportunità e Famiglia

“Abbiamo scelto di investire nel lavoro femminile e accompagnare le imprese: la certificazione per la parità di genere, strumento innovativo, attiverà nuove pratiche di carattere aziendale ed offrirà opportunità alle donne. Non possiamo permetterci di lasciare in panchina le competenze e i talenti femminili: liberarli non è soltanto giusto ma necessario ed è la strada che il governo ha deciso di intraprendere per far crescere il Paese” ha commentato Elena Bonetti. Aggiunge che ai fini del coinvolgimento delle rappresentanze sindacali aziendali e delle consigliere e consiglieri territoriali e regionali di parità, il datore di lavoro ha l’onere di fornire un’informativa aziendale sulla parità di genere per consentire i controlli e le verifiche per il mantenimento dei parametri minimi e l’ottenimento della certificazione alle imprese. “La certificazione non è un bollino rosa” ha sottolineato la Ministra “ma uno strumento innovativo che produce effetti migliorativi nell’impresa, un meccanismo premiale per accedere ai fondi del PNRR”

Certificazione di Genere, modello virtuoso che premia competenze e talenti femminili

Stefano Cuzzilla, Presidente 4.Manager e Federmanager

“L’attuale crisi bellica ed energetica ha accentuato le disuguaglianze economiche e sociali escludendo le donne dal lavoro con ricadute negative su tutto il comparto produttivo delle aziende, quindi, una delle sfide del Paese sarà ridurre questo divario” ha commentato Stefano Cuzzilla. “Il divario retributivo e il miglioramento dei tempi di vita-lavoro” ha detto “sono temi non rinviabili, ma per realizzare ciò servono le competenze delle donne e un sistema organizzativo in grado di valorizzarle. La Certificazione di genere rappresenta la strada maestra per mettere in moto un meccanismo virtuoso nelle aziende, un modello di business nuovo con ricadute positive sulla disparità di genere”. Infine, ha aggiunto “le aziende con una governance mista sono più competitive, reagiscono meglio alle crisi e un migliore equilibrio di genere tende ad aumentare il Pil”.

Pina Picierno, Vicepresidente Parlamento Europeo

“Guerra, crisi energetica, stagnazione avranno impatti negativi se non si accelerano le riforme definite dal PNRR” ha commentato Pina Picierno. “La chiamata alla mobilitazione intorno a questi temi deve essere nazionale ed europea. Di recente la notizia dell’approvazione – dopo dieci anni di stallo – della direttiva europea “Women on boards” per garantire parità di genere tra i consigli di amministrazione delle società quotate in borsa, un passo in avanti per le donne nel mercato del lavoro”.

“La certificazione di genere” ha spiegato Catizone “è uno strumento virtuoso, pensato per innescare meccanismi dinamici nei processi aziendali che generano valore economico, favoriscono il superamento delle disparità creando una cultura aziendale e manageriale che armonizza il principio delle pari opportunità”.

Relatori: Elena Bonetti – Ministra delle Pari Opportunità; Stefano Cuzzilla – Presidente 4.Manager e Federmanager; Andrea Catizone – Avvocata e presentazione dello studio “Imprese e parità di genere”; Pina Picierno – Vicepresidente del Parlamento Europeo; Francesca Bagni Cipriani – Consigliera Nazionale di Parità; Giuseppe Torre – Responsabile scientifico Osservatorio 4.Manager; Giuseppe Rossi – Presidente Ente Italiano di Normazione e Fulvio D’Alvia – Direttore Generale 4.Manager.

Cristina Montagni

SMART HUMAN CITY. Analisi FIDAPA BPW ITALY per un futuro inclusivo ed economicamente sostenibile

Fidapa BPW Italy e la Consigliera di Parità della Città Metropolitana di Roma, Gianna Baldoni, l’8 giugno nella seicentesca dimora storica di Villa Altieri, hanno condiviso forti valori comuni al convegno “Pillole di coscienza collettiva: innovazione etica per l’abitare sostenibile”.

VILLA ALTIERI – ROMA

Un’occasione per pianificare i futuri effetti socio-economici in una città complessa come Roma, punto di riferimento per i cittadini che la abitano. A Roma, la Consigliera di Parità svolge infatti un ruolo cruciale per raggiungere la parità di genere con la promozione di buone prassi, formazione e informazione, guardando in particolare alle discriminazioni nei luoghi di lavoro con il controllo delle quote nelle amministrazioni locali.

La città un laboratorio di rigenerazione umana

Al seminario, curato da Rossella Poce, rappresentante FIDAPA BPW Italy, LEF Italia, sono intervenute studiose/i in vari campi dell’architettura, scienza, economia, sociologia e comunicazione per tracciare un nuovo sapere critico in grado di sostenere un sistema produttivo inclusivo ed economicamente sostenibile coinvolgendo le giovani donne negli studi scientifici. I relatori hanno ragionato sulla centralità della città – perno della vita delle persone – non solo come spazio in cui vivere, ma territorio intorno al quale costruire l’identità di un individuo. Identità che cresce all’interno di un laboratorio di rigenerazione umana dove interagiscono relazioni umane, parità di genere, benessere degli individui, scienza e innovazione. Dal confronto sono emersi spunti su come recuperare un sano principio etico e come la città si può trasformare in un contenitore di energie per giungere ad una vita sociale meno precaria grazie alla costruzione di nuove regole per vivere meglio.

Visioni e strategie per il benessere delle persone

La tendenza all’urbanizzazione delle popolazioni è in crescita anche in paesi meno sviluppati dove si concentra l’80% della popolazione mondiale. Nel 2018 un rapporto delle Nazioni Unite stimava che nel 2050 il 70% della popolazione mondiale avrebbe popolato le città: l’Italia ha raggiunto questo traguardo grazie alla forte correlazione tra popolazione urbana e PIL pro-capite. Lo scenario conduce quindi ad una visione diversa nella costruzione di una città sostenibile, orientata al benessere e alla qualità della vita delle persone. L’obiettivo per una città sana e solidale è attuare interventi orientati alla tutela ambientale, all’innovazione, alla sostenibilità economica, all’inclusione sociale e alla partecipazione attiva dei cittadini; giovani e donne. Occorre un approccio multidisciplinare ed un piano strategico per le città metropolitane che oltre a dotarsi di un networking tra politiche pubbliche e scienza, ha necessità di un uso più efficace dell’intelligenza artificiale per coniugare crescita economica, inclusione, equità e tutela ambientale. Affrontare le sfide globali significa investire in competenze per trasformare il futuro; e nel progettare le città è imprescindibile il lavoro delle donne che devono essere sostenute con strumenti di conciliazione vita-lavoro ed attrarre talenti femminili stimolando le carriere STEM a forte caratterizzazione scientifica e tecnologica.

Coscienza collettiva e sensibilità, skills per riscattare lo spazio pubblico

I cittadini sono gruppi di persone che esercitano i loro diritti attraverso la cittadinanza e nell’abitare un luogo appare chiaro il concetto di libertà e diritto. Coscienza collettiva, consapevolezza e sensibilità sono skills che servono per formare una cives. La sostenibilità perde dunque efficacia se non c’è la componente umana, elemento vitale insieme alle relazioni sociali per la crescita della città. Il concetto di città agile deve quindi includere la parola human e trasformarsi in smart human city in grado di relazionarsi con gli altri. Essa ha l’obiettivo di riscattare lo spazio pubblico, luogo nel quale riversare desideri e sogni in uno spazio aperto. Per concludere responsabilità e interdisciplinarità devono convivere affinché la città evolva nella convinzione che le “masse” muovendosi orientano umori, sentimenti e criticità.

Sostenibilità non è solo una questione di impatto

È possibile pensare alla città come una struttura conservativa fatta di energia e guidata da “animali sociali” che per sopravvivere si trasforma in habitat. La seconda e terza struttura conservativa è costituita dalla tecnologia e dall’umano; riferimento per le organizzazioni di tutti gli habitat e di tutte le città. Oggi, parlare di sostenibilità non è solo una questione di impatto, significa analizzare il fenomeno su tre parametri: habitat, tecnologia ed essere umano dove in futuro sarà necessario raggiungere un punto di equilibrio fra questi elementi.

Modello circolare unico cambiamento possibile

Ragionare su modelli di produzione di spesa significa concentrare l’attenzione su tre direttrici: regole di comando e controllo che provengono dalla società, incentivi alla spesa pubblica che definiscono modelli di produzione di spesa e promozione della responsabilità sociale provenienti dal basso. Occorre pertanto chiedersi qual è il compito dell’innovazione etica e come perseguire il benessere sociale, economico ed ambientale per raggiungere l’equità intergenerazionale. Ciò è possibile solo promuovendo un ‘economia circolare capace di sostenere modelli di spesa etici (standard di qualità, tipo di prodotto, prossimità al consumo, innovazione negli stili di vita, etc). Questa innovazione diventa etica solo se riesce ad incidere sulla sostenibilità impattando positivamente sul benessere degli individui. Tra le sfide dell’Agenda 20-30, la lotta al cambiamento climatico (Goal 13) è il settore che desta maggiore preoccupazione; occorre perciò analizzare i settori responsabili (agricoltura, mobilità, energia) ed affrontare l’innovazione etica applicando modelli di produzione di spesa delle famiglie per contrastare il cambiamento ambientale. I futuri sistemi di consumo dovranno ispirarsi al modello circolare e l’innovazione etica offrirà a famiglie e imprese processi di produzione e spesa responsabili.

Progetto “Una città per bambini e bambine” UCBB. Testimonianza della città a misura di bambino

Il progetto “Una città per bambini e bambine”, realizzato da un gruppo di professionisti a Settimo Torinese durante la pandemia, ha analizzato la città attraverso gli occhi dei giovani (14-17 anni) spesso esclusi dai processi decisionali. I ragazzi diventano riferimento per una città aperta alle esigenze di tutti. Diverse le motivazioni per realizzare l’indagine: approfondire l’evoluzione delle città, capire come nel tempo hanno perso la caratteristica di luoghi di incontro, sia in termini di autonomia di movimento che opportunità di crescita attraverso il gioco. In breve dalla testimonianza emerge con forza l’ascolto dei giovani; solo loro possono cambiare il paradigma e sviluppare all’interno della comunità una maggiore sensibilità coinvolgendo istituzioni e forze produttive di un territorio.

Cristina Montagni

Relatori al convegno:

Consigliera di Parità della Città Metropolitana di Roma Gianna Baldoni, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare Lucia Votano, Presidente IN/Arch Triveneto Lucia Krasovec-Lucas, Epistemiologo, Direttore scientifico LIS Università Federico II Alessandro Ceci, Presidente Fondazione Simone Cesaretti, Gian Paolo Cesaretti, Progetto “Una città per bambini e bambine” Aquilina Olleia.

Interventi istituzionali:

Presidente Nazionale FIDAPA BPW-Italy Fiammetta Perrone, Presidente del Distretto Centro di FIDAPA BPW Italy Anna Maria Turchetti, Presidente LEF Italia Maria Ludovica Bottarelli Leali, Commissione parità di genere OAR Ilaria Olivieri, Coordinatore Nazionale IN/Arch Beatrice Fumarola, Rappresentante FIDAPA BPW-Italy – LEF Italia Rossella Poce

BIO: Fidapa BPW Italy è un movimento di opinione indipendente, senza scopo di lucro, composto da 11mila socie in Italia e appartenente alla International Federation of Business and Professional Women. È costituito da donne senza distinzione di etnie, orientamenti politici e valorizza nella società le competenze delle donne con varie attività sociali e culturali per contrastare le disuguaglianze e le disparità di genere che sorgono durante le attività. Le associate, presenti in 300 sezioni, insieme alle rappresentanti dei vari distretti sono attive al Parlamento Europeo e in varie organizzazioni internazionali ponendosi a difesa delle donne per combattere ogni forma di discriminazione.

Medicina di genere e politiche sulla salute della donna

Ministero della Salute e Fondazione Atena Onlus in occasione della settima giornata nazionale sulla salute della donna, ha presentato al Centro Studi Americani di Roma il convegno “La salute della donna: politiche per il futuro”. Il seminario ha indicato un maggiore coinvolgimento nella sperimentazione e la necessità di investire in screening e diagnosi mettendo al centro le differenze di sesso e genere in ogni fase della salute a partire dalla prevenzione, diagnosi e cura. Ad aprire il tavolo, il direttore del Centro Studi Americani, Roberto Sgalla con la partecipazione del Ministro della Salute, Roberto Speranza e numerosi contributi di studiose ed esperte della sanità.

Efficienza del Servizio Sanitario Nazionale e attenzione alla salute della donna

Roberto Speranza, Ministro della Salute

“Siamo di fronte ad una grande sfida; far crescere il servizio sanitario con le risorse del PNRR – oltre 20 mld di euro – per cambiare l’approccio sanitario nel nostro paese ed intervenire nell’assistenza territoriale, digitalizzazione, etc”.  Così il Ministro della Salute è intervenuto al convegno di fine aprile confermando che per la prima volta – per effetto della crisi pandemica – l’Italia si è dotata di un Piano Operativo Nazionale sulla salute. In particolare, “l’attenzione sulla salute della donna deve essere una priorità sulla quale occorre investire nei prossimi anni riconoscendone la diversità”. Ha poi aggiunto che nella ricerca farmaceutica il tema è trattato marginalmente e occorre una maggiore pianificazione. Infine, ha sostenuto che serve più prevenzione per le donne in campo oncologico e sono al tavolo proposte provenienti da numerose comunità scientifiche.

Aggiornamento delle variabili per una nuova medicina di genere

La medicina di genere nata anni fa per considerare la condizione uomo/donna, oggi ha portato progressi con l’inserimento di indicatori che osservano gli stili di vita degli individui. Stabilire l’esistenza delle patologie non era automatico perché emergevano risposte diverse in base all’età o etnia. Più tardi si sono aggiunti parametri sociali, economici, culturali ed ambientali che condizionavano la salute dell’individuo. Questi fattori documentati scientificamente, impongono oggi la domanda se è ancora attuale parlare di medicina di genere, dice Anna Maria Moretti, o è giusto chiamarla in modo diverso considerando variabili come la religione, infrastrutture fruibili e organizzazione di accesso ai servizi.

Pericolosi ritorni a vecchie tradizioni e aiuto alle donne di altri paesi

In Italia è sempre esistita la prevenzione, ma ci sono donne che ancora hanno una bassa percezione al tema e quindi necessita una elevata sensibilizzazione. Mariella Enoc sostiene che si sta tornando alla pratica del parto non sicuro che genera condizioni rischiose sia per la madre che per il nascituro e coinvolge un numero consistente di donne provenienti da altri paesi. Enoc ricorda il progetto “Il parto sicuro” in Etiopia sottolineando che nei paesi arabi ed africani la prevenzione è inesistente e sono le donne ad essere colpite ed emarginate nella cura.

Progetto “Donne” inserito nella cattedra UNESCO

Annamaria Colao ha illustrato il progetto “Donne” inserito nella cattedra UNESCO, inaugurato a Napoli per presentare all’Organizzazione delle Nazioni Unite come la salute umana è un bene da proteggere. Il progetto racconta la docente, è un percorso in cui la donna, in modo gratuito, poteva usufruire di una serie di visite ed essere educata alla prevenzione per un determinato setting. Ogni gazebo era strutturato per fruire di visite specialistiche dove erano organizzati incontri orientati alla salute, alla violenza sulle donne, bullismo etc. La manifestazione sarà replicata dal 23 al 26 giugno a Napoli per sensibilizzare le donne alla prevenzione affinché diventi uno strumento educativo e spiegare le pratiche per mantenersi in buona salute, dalle bambine alle persone anziane. La docente infine conclude che in Italia manca un ospedale delle donne, cultura oramai consolidata nei paesi anglosassoni, e ha sostenuto l’utilità di portare all’interno di questo percorso la cultura medica e la cura di sé a 360 gradi.

Sanità connessa al territorio e più formazione  

Con la pandemia si è capito che la salute è un bene importante ed ha un forte impatto sul sistema sociale ed economico di un paese. I dati del servizio sanitario nazionale mostrano uno scenario in cui la popolazione sta invecchiando e non produrrà da un punto di vista economico. Oggi è opportuna un’attenta programmazione e con le risorse del PNRR vi è la condizione di definire cosa servirà in futuro. Questo cambio di visione fa sì che tra le priorità vi è quella di non ammalarsi, integrare la malattia con il sociale, elemento fondamentale per le donne che raramente possono contare sul care giver. È anche necessario fare formazione per una nuova sanità attraverso la digitalizzazione, un sistema che connetta la sanità a tutto il territorio nazionale. Tale processo secondo la Siliquini non è rinviabile insieme ad una attenta formazione di professionisti sanitari nell’utilizzo della telemedicina.

Un sistema quote per top manager della sanità

Durante la pandemia è emersa una mancanza di donne nei ruoli apicali. Nel sistema sanitario il 18% occupa il ruolo di direttore generale mentre nel mondo solo il 25% arriva a cariche di top management, ma ribadisce Paola Testori Coggi, l’obbiettivo è raggiungere il 40% entro il 2025. L’attuale fotografia restituisce uno scenario poco rassicurante, infatti, le donne medico sono il 44% e scendono al 32% se si parla di direttori di strutture sanitarie e il 17% se direttori in strutture complesse. Quanto ai posti di direttore generale, a fronte di un 26% di iscritte nelle liste idonee, solo il 18% sono scelte per occupare questo ruolo, un gap che evoca consolidati stereotipi culturali e vivi pregiudizi nel nostro paese. Ricerca, conoscenza, formazione, empowerment femminile delle professioniste della salute devono essere sostenute da una seria politica attiva, dice Sandra Zampa. Suggerisce di adottare un sistema di quote “rosa” equivalente alla norma già prevista per le società quotate in borsa che prevede la presenza femminile nei consigli di amministrazione, così anche le aziende sanitarie dovrebbero far uso di questo strumento per garantire parità di genere negli organi di amministrazione e controllo nella sanità. Infine, ha sottolineato la necessità di campagne di comunicazione e format sulla salute per evitare disuguaglianze, false informazioni e raggiungere tutte le donne in ogni strato della società.

Cristina Montagni

Contributi alla conferenza: Roberto Speranza, Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, coordinatrice Health&Science Bridge, Carla Vittoria Maira, presidente Fondazione Atena Donna, Anna Maria Moretti, presidente GISEG, Roberta Rossini, Direttrice S.C. Cardiologia Ospedale Santa Croce e Carle Cuneo, Roberta Siliquini, Professore Ordinario di Sanità Pubblica, Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche, Università di Torino, Annamaria Colao, Presidente Società italiana di Endocrinologia, Cattedra Unesco Educazione alla Salute e allo Sviluppo Sostenibile, Maria Pia Garavaglia, Presidente Fondazione Roche, Maria Peano, presidente Associazione Pre.zio.sa., Eleonora Porcu, vicepresidente della commissione III del Consiglio Superiore Sanità, Università di Bologna, Paola Testori Coggi, consigliere scientifico Istituto Affari Internazionali (IAI) e Special Advisor del Cluster Tecnologico Nazionale Scienze della Vita Alisei, Mariella Enoc, Presidente Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Sandra Zampa, Responsabile Salute Segreteria Nazionale PD, responsabile alle relazioni internazionali ed attività istituzionali nazionali del Ministero della Salute.

“Reddito di libertà”: la misura Inps in favore delle donne vittime di violenza

“Reddito di Libertà: dalla parte delle donne”, il convegno destinato alle donne vittime di violenza, voluto dal ministero delle Pari Opportunità e promosso dall’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), è la misura che va di pari passo all’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile per assicurare un futuro migliore per tutti.

Presentate le ultime misure Inps durante il convegno Reddito di Libertà per le donne vittime di violenza dove si è parlato delle iniziative – dal percorso legislativo al contributo economico, portate avanti in loro favore. Al convegno del 14 dicembre sono intervenuti Gabriella Di Michele, direttrice generale Inps, Maria Sciarrino, direttrice centrale Inclusione sociale e Invalidità civile Inps, Paola Paduano, dipartimento delle Pari Opportunità, Veronica Nicotra, segretaria generale ANCI e Renato Gasperi, coordinatore tecnico della Commissione Politiche Sociali della Regione Calabria.

Gabriella De Michele – Direttrice Generale Inps

Nell’introdurre i lavori, Gabriella Di Michele percorre le tappe legislative degli ultimi anni per arrivare alle attuali misure sulla decontribuzione, promozione e certificazione della parità di genere, previste dalla legge 162 del 2021 – a vantaggio delle aziende – ma pensate per agevolare l’assunzione e permanenza delle donne al lavoro. “La 162” commenta Di Michele “oltre ad intervenire sul codice delle pari opportunità, fotografa con cadenza biennale le opportunità di carriera, formazione, modalità d’ingresso e retribuzioni per verificare l’andamento occupazionale all’interno delle imprese”. Il datore di lavoro che non controlla la situazione può essere sanzionato con la conseguente perdita delle agevolazioni contributive; tuttavia, a questo atteggiamento sanzionatorio si inserisce una misura premiale, l’introduzione della certificazione di parità attribuita alle aziende per attestare le misure adottate dai datori di lavoro in grado di ridurre i gap di crescita (parità salariale per uguali mansioni, tutela della maternità). Le imprese “certificate” godranno di una decontribuzione dell’1% (50 mila euro l’anno) e questi strumenti di prevenzione, protezione ed assistenza alla parità hanno il fine di indurre gli imprenditori ad avere maggiore sensibilità nei confronti delle donne alle loro dipendenze così da generare consapevolezza del ruolo femminile.

Ruolo dei centri antiviolenza e del reddito di libertà

Paola Paduano – Dipartimento delle Pari Opportunità

La funzione dei centri antiviolenza e delle case rifugio è quella di vere sentinelle sul territorio nazionale che intervengono per l’uscita dal percorso di violenza, accompagnamento e reinserimento nel tessuto sociale, ha sottolineato Paola Paduano. L’excursus normativo tracciato dal capo del dipartimento delle Pari Opportunità parte dalle linee guida della Convenzione di Istanbul cui l’Italia ha aderito nel 2013, dove l’art.3 individua la violenza in tutte le sue forme ed inserisce la “violenza economica” una violazione dei diritti umani esortando gli Stati ad adottare misure per giungere ad una autonomia finanziaria e indipendenza delle donne. La violenza economica che limita lo sviluppo nella parità di genere e nell’empowerment femminile ha bisogno di essere sostenuta poiché è un fenomeno strutturale, e l’Italia per il gender equality index, è al 14 esimo posto in tema di parità. “Le Nazioni Unite” ha poi ricordato “hanno inserito il tema fra i 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile al 2030 ed il governo italiano per la prima volta si è dotato di una strategia nazionale che mira ad offrire stesse opportunità di sviluppo, formazione, lavoro e parità retributiva rispetto agli uomini”. Questi obiettivi si integrano con i principi ispiratori del piano nazionale antiviolenza presentato in Consiglio dei ministri il 18 novembre 2021. Aggiunge infine che “la misura del reddito di libertà prevista con il decreto 34/2020, ha immaginato un sostegno finanziario per le donne uscite dalla violenza impiegando 7 milioni di euro per restituire autonomia a loro e ai loro figli”.

Risposta dei Comuni ai servizi sui territori

Veronica Nicotra – Segretaria generale ANCI

La misura mostra il coraggio di varare interventi che in tempi normali non sarebbero stati introdotti per mancanza di adeguate risorse finanziarie ed il venire meno di una serie di vincoli europei, sottolinea Veronica Nicotra dell’associazione nazionale dei Comuni Italiani. I Comuni occupano un ruolo decisivo, sono il primo contatto per le donne vittime di violenza ed offrono un sostegno sociale, che al di là del contributo economico accolgono situazioni complesse che hanno bisogno di una presa in carico dove c’è la presenza di minori.

Renato Gasperi – Coordinatore Politiche Sociali Regione Calabria

La regione Calabria ha detto Gasperi ha partecipato alla predisposizione del provvedimento e le regioni si impegneranno con interventi sui territori in tema di prevenzione e protezione rispetto ad un fenomeno in crescita. “Alcune regioni” ha aggiunto “hanno aumentato il fondo ma occorrono più risorse per considerare le liste di attesa ed auspicare che esso diventi ordinario”. “Le regioni” conclude “porranno massima attenzione nella programmazione dei centri antiviolenza, soprattutto nel mettere a rete i servizi grazie ai fondi comunitari e del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) offrendo una reale risposta ai beneficiari”.

Dati sul reddito di libertà

Maria Sciarrino – Direttrice Inclusione e Invalidità civile Inps

“L’Inps” ha sottolineato Maria Sciarrino “con la circolare 166 del 8/11/2021 è intervenuto per rendere più agile l’accesso allo strumento e definire gli obiettivi che sono l’emancipazione e la tutela delle donne vittime di violenza in condizioni di povertà, percorsi di autonomia abitativa e personale, sostegno a percorsi scolastici dei figli e delle figlie minori”. Le destinatarie sono donne residenti sul territorio nazionale, cittadine italiane e comunitarie o extracomunitarie in possesso di regolare permesso di soggiorno, vittime di violenza senza figli o con figli minori. Una fase importante è la presa in carico dei centri antiviolenza e dei servizi sociali che legittimano il cammino di recupero verso l’autonomia. Gli importi destinati alle regioni – sulla base dei dati Istat al 1° gennaio 2020 – ammontavano complessivamente a 3 milioni di euro, e il modulo disposto dall’istituto si basa sull’autocertificazione, successivamente le dichiarazioni vengono rilasciate dal servizio sociale professionale ed il rappresentante del centro antiviolenza che garantisce il percorso di emancipazione ed autonomia intrapreso dalla donna. L’Istituto raccoglie telematicamente le domande dei Comuni per territorio e mette le persone in condizioni di accedere alla prestazione. In sintesi, si apre l’istruttoria in base ai requisiti previsti dalla norma – verifica del budget, titolarità dello strumento di pagamento – e si procede alla liquidazione che prevede un contributo di 400€ mensili concessi dall’Inps in un’unica soluzione per un massimo di 12 mesi. La norma prevede la compatibilità della misura con altri contributi statali (reddito di cittadinanza, sussidi economici al reddito, NASpi, etc) e si concilia con le misure erogate dalle regioni, dalle provincie autonome di Trento e Bolzano e dagli enti locali. La norma prevede infine che le regioni possano integrare i fondi attraverso la stipula di una convenzione ed è già stata prevista una bozza con il dipartimento delle Pari Opportunità in modo che dal 2022 ci sia un’ulteriore forma di collaborazione.

Report domande reddito di libertà

Reddito di Libertà – Report 13/12/2021, fonte INPS

Al 13 dicembre 2021 sono pervenute all’Inps un totale di 848 domande, di cui 72 da istruire, 36 in istruttoria, 256 non accolte che per problemi legati all’Iban possono essere riprocessate, accolte 484, pagate 449 per un budget totale di 2 milioni e 496 mila euro. La situazione sul territorio nazionale è diversificata: si passa da 188 domande della Lombardia alle 146 della Campania, 82 della Puglia, 43 dell’Umbria e 91 del Lazio. Questi dati conclude Sciarrino testimoniano la gravità della situazione e l’istituzione opera per un obbiettivo comune.

Cristina Montagni

Cultura e parità: Valeria Fedeli in Senato per combattere stereotipi e pregiudizi

A novembre a Roma presso il Senato della Repubblica si è svolta la conferenza stampa “Ricerca e formazione sugli stereotipi di genere in Italia: prevenire le discriminazioni, educare alla cultura paritaria” nell’ambito della presentazione del volume “Stereotipo e pregiudizio. La rappresentazione giuridica e mediatica della violenza di genere”.

La ricerca curata dalla prof.ssa Flaminia Saccà e finanziata dal dipartimento Pari opportunità in attuazione della Convenzione di Istanbul, è stata realizzata dall’università degli Studi della Tuscia in partnership con l’associazione Differenza Donna. All’incontro hanno partecipato oltre alla promotrice dell’evento la senatrice Valeria Fedeli e la prof.ssa Flaminia Saccà, l’assessore alla Cultura del Comune di Roma, prof. Miguel Gotor e la rettrice dell’università La Sapienza di Roma Antonella Polimeni.

Il volume nasce da un’attenta analisi dei dati per restituire un quadro dettagliato sugli stereotipi e sui pregiudizi da cui si origina la violenza di genere. L’indagine focalizza il tema della violenza sulle donne in due ambiti differenti: il linguaggio adottato dai giudici nelle sentenze e il linguaggio utilizzato nella stampa mostrando così come il discorso pubblico sia caratterizzato da una presenza strutturale di pregiudizi e stereotipi radicati sia nelle aule dei tribunali che nelle testate giornalistiche.

Flash incidenza delle risposte sulla violenza contro le donne

I reati presi in esame nella ricerca riguardano: violenza domestica, violenza sessuale, omicidio/femminicidio, tratta e riduzione in schiavitù di esseri umani e stalking. Da un quadro generale emerge che i maltrattamenti familiari rappresentano la metà dei reati di violenza contro le donne ma il pericolo si trova soprattutto all’interno della sfera domestico-familiare. Nel triennio 2017-2019 l’incidenza della violenza sulle donne per quanto attiene ai maltrattamenti familiari è passata dal 47% al 51% con un trend in crescita nel 2020 per effetto del lockdown dovuto dalla pandemia (fig.1-2-3).

Secondo la stampa il reato più diffuso è lo stalking con il 53,4%, segue l’omicidio/femminicidio con il 44,5%, mentre la violenza domestica registra una quota del 14%. Infine, i casi di stupro sarebbero meno del 10% tuttavia le denunce reali si attesterebbero a circa il doppio, 17.1% dei casi (fig.5). L’inchiesta della prof.ssa Saccà mostra come i giornali tendono a scegliere perlopiù fatti o eventi che fanno notizia, esempio lo stalking – reato meno grave fra quelli elencati – giacché suscita maggiore scalpore rispetto alla violenza consumata all’interno delle mura domestiche, ma rappresenta la reale persecuzione della condizione femminile. In sintesi, i media tendono a considerare il maltrattamento in famiglia quasi la norma, con il risultato che la violenza femminile è una narrazione senza colpevoli non mettendo a fuoco i fatti in cui la violenza “capita” e non è agita. Contro le donne – come si legge nello studio – viene posto un potente processo di omissione della realtà che da un lato favorisce i colpevoli dall’altra suscita sospetti sulle vittime esponendole ad una vittimizzazione secondaria e terziaria.

Rappresentazione giornalistica dell’uomo violento

La stampa tendenzialmente descrive l’uomo – autore del reato – un soggetto deviante, una persona violenta, aggressiva e pericolosa oppure un tossicodipendente o un pazzo. A questo identikit si aggiunge un immagine “semplice” e “mite” la cui violenza si scatena quando è in atto un evento che genera la perdita del controllo e, per la stampa, la violenza maschile viene indicata attraverso un frame di gelosia. Negli articoli il sentimento della gelosia viene accostato al disturbo psicologico e gli aggettivi usati per delineare questo status sono: morboso, malato, cieco, incontrollabile, eccessivo o patologico.

Sulle donne una narrazione deviata

Le donne non vengono considerate nemmeno quando sono maltrattate, stalkerate e stuprate. L’immagine femminile viene spesso descritta giovane, bella, moglie e madre riservandole un posto “accessorio” di secondo piano rispetto all’uomo, perciò senza personalità e propria autonomia. La rappresentazione della violenza femminile si snoda secondo due modalità: violenza vista come un fatto privato e come un problema culturale. Dal lato privato, il reato è consumato all’interno di un contesto chiuso, domestico o familiare che risiede nella sfera dei rapporti privati, dall’altra è considerato un atteggiamento oppressivo che investe trasversalmente uomini e donne di tutto il mondo.

Doppia valenza degli stereotipi e pregiudizi

Prof.ssa Flaminia Saccà-Ordinaria di Sociologia Univ. degli Studi della Tuscia

“Gli stereotipi” commenta Saccà “non si riconoscono, sono radicati in noi, e lo studio durato 3 anni ha cercato di metterli a fuoco attraverso un’analisi socio-linguistica su un repertorio di 16.715 articoli e 283 sentenze dove spicca la presenza non episodica di rappresentazioni della violenza in grado di generare una seconda vittimizzazione della parte offesa tendente a riprodurre un’immagine femminile stereotipata e discriminante”. L’analisi conferma che gli stereotipi funzionano, sono vivi nel tempo e restituiscono immagini distorte della realtà che si tramandano di generazione in generazione dovuti all’apprendimento di modelli che iniziano a zero anni e non finiscono mai. “Gli stereotipi” spiega la docente “possiedono una doppia valenza: da un lato sono bussole, dall’altra sacche di privilegio; quando si vuole “ammantare” una situazione di saggezza ereditata da un familiare, si stanno mantenendo dei privilegi e questi sono a favore di alcuni e a scapito di altri, in questo caso a scapito delle donne”. Occorre quindi combattere i privilegi con la formazione, là dove si formano professionisti/e che in futuro occuperanno ruoli nella giustizia, nella magistratura, tra le psicologhe, assistenti sociali, giornaliste e giornalisti. “Anche la stampa” commenta “descrive la violenza di genere in modo distorto: la donna viene raccontata come parzialmente colpevole di ciò che le capita e l’empatia nella narrazione viene manifestata per l’uomo e non per la donna vittima”. Infine, ha concluso Saccà “le leggi sono fondamentali ma è necessaria una cultura che le faccia vivere nella società affinché diventino patrimonio ed esperienza comune di tutte e tutti”.

Importanza del linguaggio e della formazione

Sen. Valeria Fedeli-Comm.ne parlamentare e vigilanza servizi radiotelevisivi

“La ricerca” ha commentato la senatrice Valeria Fedeli “offre ai decisori politici strumenti sui quali basare azioni di prevenzione in grado di contrastare la violenza di genere” inoltre pensa sia necessario mettere al centro l’importanza dei percorsi formativi, la funzione dell’istruzione, università e ricerca per eradicare dal punto di vista culturale la violenza femminile. “L’indagine” sostiene Gotor “mostra un’esasperata attenzione al linguaggio che riveste un ruolo primario nelle relazioni familiari, pubbliche ed interpersonali fra soggetti e un divario nella narrazione tra l’incidenza dei reati e lo spazio concesso dai giornali”. “Le leggi” dice Gotor “non bastano, serve una pedagogia, un progetto che intervenga sulla cultura perché la questione stereotipi e pregiudizi è viva ed è sovente prodotta all’interno del nucleo familiare”. “Dentro al linguaggio” prosegue “si nascondono filtri, modelli, ideologie che orientano l’interpretazione della realtà trasformando la donna vittima del proprio carnefice offrendo una rappresentazione colpevole narrata dalla stampa e dal sistema giudiziario dove anche una sentenza è portatrice di ideologie maschiliste”. La ricerca porta quindi alla luce un disallineamento tra le percentuali dei reati compiuti e lo spazio dedicato sui giornali come quello della violenza domestica.

Prof.ssa Antonella Polimeni Magnifica Rettrice
Univ. Sapienza di Roma

Azioni concrete dell’Università La Sapienza di Roma

Antonella Polimeni ha sostenuto la necessità di un cambio culturale ma questo deve passare per la formazione attraverso azioni quotidiane per contrastare il fenomeno. Per rispondere a questo bisogno La Sapienza ha organizzato un corso di interfacoltà di alta formazione contro la violenza di genere aperto a diplomati per conoscere e affrontare – dall’area medica a quella giuridica – il fenomeno. “Inoltre”, ha anticipato “l’anno prossimo sarà attivo un corso di laurea dedicato al Gender Studies, dove insieme all’apertura di uno sportello antiviolenza e al “reddito di libertà” garantirà un sostegno economico di 12 mesi alle vittime di violenza”.

Info progetto: https://www.progettostep.it/

Cristina Montagni

Women20. Roadmap su parità e lavoro, traguardo storico al Summit G20 di Roma

Women 20 (engagment group composto da donne rappresentanti dei venti paesi più industrializzati) ha accolto l’adozione della Dichiarazione dei leader del G20 di Roma approvata lo scorso 31 ottobre e gli sforzi della Presidenza italiana per raggiungere una visione globale su questioni di attualità per la ripresa post-pandemia.

Summit G20 Rome

Al Vertice di Roma – cui hanno partecipato esperti di tutto il mondo – sono stati affrontati temi urgenti riguardanti l’emancipazione sociale, economica e politica delle donne e consegnare il Comunicato del W20-2021 ai leader del G20. Linda Laura Sabbadini Chair del W20, ha spiegato le richieste del manifesto delle donne e gli obiettivi per raggiungere la parità di genere e il rilancio dell’economia di tutti i paesi più industrializzati.

Contenuti e sentiment della Roadmap

La Roadmap – traguardo storico raggiunto per la prima volta dal G20 – definisce la strada del miglioramento della qualità e della quantità dell’occupazione femminile, la lotta alle molestie sul lavoro, aumento del numero di donne nelle posizioni decisionali, riduzione del divario retributivo di genere, insieme agli indicatori per stimolare i membri del G20 a spingersi oltre gli obiettivi di Brisbane (ridurre il divario tra donne e uomini nella forza lavoro del 25 per cento entro il 2025). L’engagment group W20 ha espresso soddisfazione per l’adozione delle proposte centrate sull’emancipazione di tutte le donne e i giovani attraverso un’istruzione di qualità, in particolare nelle materie STEAM (associazione delle competenze del futuro alle scienze umane), nel green jobs e sul riconoscimento dell’importanza delle città come fattori primari dello sviluppo sostenibile.

Linda Laura Sabbadini, Chair W20

Obiettivi del Manifesto Women 20

Per raggiungere la parità di genere, Women 20 ha invitato il G20 a dare priorità alle sfide del cambiamento culturale con l’adozione di una Roadmap pluriennale sugli stereotipi di genere e l’inclusione a partire dalle scuole primarie con corsi obbligatori per aumentare la consapevolezza del pubblico; stabilire piani nazionali per contrastare la violenza sulle donne che dovrebbero includere programmi educativi sin dall’infanzia basati sulla creazione di una cultura del rispetto, formazione per gli operatori e sviluppo di servizi per aiutare le donne a uscire dalla violenza. Inoltre, viene chiesto di finanziare piani multidisciplinari sulla Medicina di Genere investendo in ricerche che prendano in considerazione le differenze biologiche in fattori di rischio essenziali, meccanismi ed esiti di malattie, farmaci, vaccini e così via; promuovere il gender procurement come strumento premiante per le aziende che realizzano una presenza rilevante delle donne in posizioni apicali. Infine, per quanto attiene alla tassazione globale, hanno incoraggiato i leader ad accordarsi sull’investimento di quote mirate all’imprenditoria femminile e al gender budgeting.

Cristina Montagni

Tolleranza zero sulla violenza e molestie nel lavoro. Italia seconda in Europa ratifica la Convenzione OIL N. 190

L’Italia il 29 ottobre 2021 ha ratificato la Convenzione OIL del 2019 N. 190 sulla violenza e le molestie nel mondo del lavoro diventando il nono paese al mondo e secondo in Europa a ratificare il trattato internazionale. Durante la cerimonia, svolta a Roma con la presenza del ministro del lavoro e politiche sociali, Andrea Orlando ha depositato il documento di ratifica al Direttore Generale dell’OIL, Guy Ryder. L’incontro sancisce la completa adesione dell’Italia ai dettami della Convenzione che è successiva all’approvazione della legge n.4 del 15 gennaio 2021.

La Convenzione n.190 rappresenta la prima norma internazionale che previene e contrasta la violenza e le molestie sul lavoro e unitamente alla Raccomandazione n.206 fornisce un quadro di intervento e opportunità per costruire in futuro un lavoro basato sulla dignità e garantire il diritto di tutte e tutti ad avere un lavoro libero da violenza e molestie. Riconosce a livello internazionale la violenza e le molestie legate al lavoro, includendo la violenza e le molestie basate sul genere. Quest’ampia definizione comprende un insieme di pratiche e comportamenti inaccettabili ed individua il danno fisico, psicologico, sessuale o economico con lo scopo di proteggere i lavoratori indipendentemente dal loro status contrattuale. Contempla coloro che stanno vivendo un’esperienza formativa, i tirocinanti, gli apprendisti, i volontari, nonché le persone che sono state licenziate o che sono in cerca di lavoro. Si applica a tutti i settori, privati e pubblici, nell’economia formale e informale, in aree urbane o rurali. Il concetto di “luogo di lavoro” è più ampio e si riferisce a tutti quei luoghi dove il lavoratore è retribuito (anche in pausa o nel momento in cui usa i servizi igienici), oppure i luoghi percorsi durante gli spostamenti, viaggi, eventi e formazione inerenti all’attività lavorativa e il percorso casa-lavoro. Questi comportamenti vengono veicolati anche tramite gli strumenti digitali, così anche le comunicazioni con l’uso della tecnologia sono ricomprese nel concetto di lavoro.

Andrea Orlando, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, e Guy Ryder, Direttore Generale dell’OIL

In sostanza la Convenzione chiede agli Stati membri di adottare, insieme alle organizzazioni imprenditoriali e sindacali, un approccio inclusivo, olistico e sensibile al genere per contrastare la violenza e le molestie, attraverso azioni di prevenzione, protezione e applicazione delle norme, oltre a interventi di assistenza, informazione e formazione. Riconosce il ruolo e le funzioni dei governi, datori di lavoro e lavoratori, le loro organizzazioni di rappresentanza, tenendo in considerazione la diversa natura e entità delle loro responsabilità.

Nel depositare la ratifica, il Ministro Orlando ha detto: “questa Convenzione rappresenta un passo in avanti per un mondo del lavoro sano e sicuro, inclusivo, libero da violenza e molestie per tutti coloro che in qualsiasi modo vi operano ed in particolare dei soggetti più vulnerabili. Ciò anche in una chiave di genere, per consentire a tutti di contribuire allo sviluppo delle nostre società”.

Il Direttore Generale dell’OIL ha poi dichiarato: “la ratifica del Governo italiano rappresenta un passo importante per rafforzare le misure adottate a livello nazionale in materia di prevenzione e contrasto della violenza e le molestie nel mondo del lavoro. La Convenzione OIL n. 190 e la Raccomandazione rappresentano strumenti fondamentali per raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, in particolare l’Obiettivo 5 sul raggiungimento dell’uguaglianza di genere e l’Obiettivo 8 per la promozione del lavoro dignitoso e della crescita economica. Questi strumenti rappresentano protezioni per i lavoratori e lavoratrici, soprattutto nel contesto della pandemia di COVID-19 che ha causato episodi di violenza e molestie sul lavoro in quasi tutti i paesi e svolge un ruolo cardine per plasmare una ripresa incentrata sulla persona che contrasti le ingiustizie e dia vita ad una nuova normalità, libera da violenza e molestie”.

Cristina Montagni

Migrazioni femminili un processo complesso influenzato da numerose variabili. Il CeSPI percorre le tappe di uno studio condotto sul caso Etiopia – Libano

Discriminate perché migranti, non riconosciute come lavoratrici, ogni anno milioni di donne emigrano per un progetto di vita migliore per sé e le proprie famiglie. Questo “esercito” di lavoratrici domestiche con scarse tutele, rappresenta uno dei gruppi sociali più vulnerabili malgrado le rimesse contribuiscano ai Pil dei paesi di origine.

Su queste premesse a metà giugno si è svolto in modalità virtuale il seminario: “Quale ruolo della cooperazione per l’empowerment delle donne domestiche migranti. Il caso Etiopia – Libano”. L’evento, organizzato dal CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale) ha focalizzato i profili del fenomeno con l’intento di contribuire alla stesura delle prossime linee guida della Cooperazione italiana su migrazioni e sviluppo.

Ostacoli e opportunità. Un viaggio tra le lavoratrici domestiche nell’indagine CeSPI

Anna Ferro, CeSPI

Anna Ferro nell’intervento presenta lo studio “Le migrazioni femminili nel mercato del lavoro globale. Il caso delle lavoratrici domestiche tra Etiopia e Libano” che si inserisce tra le attività del progetto “Securing Women Migration Cycle” finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Nell’illustrare l’analisi qualitativa, la ricercatrice percorre le fragilità del contesto migratorio, un mondo formato per il 48% da donne che rappresentano i tre quarti del lavoro domestico. Negli anni sono emersi diversi impatti fra i paesi di origine e destinazione per la crescita della domanda di lavoro portando con sé disuguaglianze di genere di origine etnica. Nello specifico si tratta del corridoio tra l’Etiopia e il Libano. Per l’Etiopia le direttrici sono varie, quella orientale verso la penisola arabica – Etiopia/Libano – ha visto negli anni una massiccia presenza di donne etiopi. “La mobilità sociale” spiega “da un lato permette alle famiglie di contare su maggiori risorse economiche, dall’altra è una fuga dalle restrizioni del paese e l’opportunità di seguire canali d’inserimento femminile”. La storia dell’emigrazione etiope nasce negli anni 90, dove esisteva un sistema di gestione centrale che nel tempo ha assunto una dimensione pubblico-privata, da qui il ruolo delle agenzie di reclutamento è diventato cruciale. All’inizio poteva essere un sistema regolato, successivamente con la crescita di canali irregolari – agenzie di broker sui territori – le agenzie hanno agito in modo opaco nei contesti di destinazione. La ricercatrice ricorda i tentativi del governo etiope per ridurre l’emigrazione con accordi bilaterali – mai firmati dal Libano ed Etiopia – per garantire sicurezza e rispetto dei diritti delle persone. Altro punto riguarda la fragilità del quadro normativo e l’assenza di ratifica della Convenzione ILO C189 – Domestic Workers Convention che consentirebbe il rispetto dei diritti delle lavoratrici sia in fase di reclutamento che inserimento al lavoro nel paese di destinazione. Nello studio alcune misure sono sottostimate, ma in Libano il salario di una lavoratrice domestica è circa 200 euro che aumenta a seconda di come si pone sul mercato. I dati sulle rimesse sono sottostimati ma emergono quote dai canali informali con una differenza di salario tra il Libano e l’Etiopia intorno ai 50 euro. Sul contesto libanese esiste una storia di mobilità tra Etiopia e Libano che vede le prime in ritardo nel mercato del lavoro rispetto alle filippine, nepalesi e altre nazionalità, creando una gerarchia legata agli status sociali. Nel ranking generale le filippine sono posizionate più in alto per la conoscenza dell’inglese rispetto alle africane. C’è poi la questione kafala dove le lavoratrici diventano proprietà esclusiva del datore di lavoro e il lavoro domestico non è inserito nel codice di lavoro libanese, quindi non hanno stessi diritti dei lavoratori. Dalle interviste emerge l’assenza d’informazione del contesto migratorio (lingua, cultura e tradizioni familiari). Se si guarda al paese di origine e rientro, le donne nel proprio paese vengono stigmatizzate per un possibile fallimento del progetto migratorio, di conseguenza trovano nella famiglia un luogo di cura e accoglienza. Inoltre, l’esperienza all’estero come domestica certifica le competenze acquisite ed emerge la volontà di riprendere un percorso scolastico o professionale. Scopo dello studio era anche analizzare la gestione delle rimesse dall’estero e dalle famiglie di origine. È raro che le rimesse vengano accantonate per un proprio progetto; al rientro le migranti non esprimono interesse ad investire in nuove attività, tutto si riduce a funzioni di sussistenza. Quello che spicca invece è l’interesse ad emigrare di nuovo, questa volta come broker o promotrici per una emigrazione informata. In conclusione, la questione riguarda il miglioramento del ciclo migratorio nella sua globalità, un sistema giuridico che tuteli i diritti delle lavoratrici siglando accordi bilaterali sul sistema di reclutamento, che lasciato ai canali informali, sconfina nello sfruttamento. Il coordinamento tra i due paesi è essenziale; strutture pubbliche e private, no-profit, società civile e organismi internazionali possono trovare una visione comune attraverso forme alternative che siano appetibili per le migranti. In conclusione, la sensibilizzazione e la formazione sono indispensabili per inquadrare le persone all’interno dei canali formali per una migrazione consapevole.

Migrazioni regolari, sicure e dignitose a tutela diritti dei gruppi vulnerabili

Andrea Stocchiero, CeSPI

Empowerment femminile, ascesa sociale e mobilità migratoria sono i punti nodali per le donne migranti. “Sulla percezione dell’emergenza” commenta Stocchiero “la cooperazione allo sviluppo rischia d’essere riduzionista se guarda a progetti sulla sensibilizzazione che risulterebbero poco efficaci a livello sociale”. “Uno studio della banca mondiale” spiega “ha dimostrato come questi progetti potrebbero avere un impatto incerto, quindi è necessario ripensarli. “L’esempio dell’emigrazione dall’Etiopia al Libano” aggiunge “mostra che le donne per esigenza di empowerment, concepiscono l’emigrazione un investimento a breve termine. Rispetto a quanto sta investendo la cooperazione, l’emigrazione circolare è utile per capire dove si spende meno”. In chiusura aggiunge “la Vice ministra Sereni ha espresso la volontà di riportare l’Italia nell’alveo della comunità internazionale per la firma del Global Compact Summit 2021 e rendere le migrazioni regolari, sicure e dignitose tutelando i diritti dei gruppi vulnerabili come le donne migranti e le lavoratrici domestiche”.   

Informazione e formazione come riduzione del rischio per una mobilità consapevole

Attilio Ascani, CVM

È indispensabile considerare la centralità delle donne che con i loro saperi e conoscenza mettono in “piedi” tattiche di riduzione del rischio, gestione oculata della mobilità e un progetto futuro per sé e per la famiglia, afferma Attilio Ascani. “Quanto al gender gap” conferma “l’agenzia di cooperazione Italia ha prodotto nuove linee guida con l’intento di destinare il 10% delle risorse per l’uguaglianza di genere”. Dal lato migratorio, negli ultimi anni l’agenzia ha acceso un faro su come gestire azioni per una migrazione sostenibile, ordinata, sicura e regolare. Tra gli studi il CeSPI analizza le strategie di protezione sociale per i migranti nei paesi a medio o basso reddito e spiega come sostenere le donne nei paesi di accoglienza, dove per tensioni interne spesso sono escluse. L’esigenza è fare buona informazione per evitare migrazioni irregolari, altre soluzioni riguardano la pre-qualificazione dei migranti per facilitare la ricerca di un lavoro nei paesi di accoglienza e la reintegrazione. In questa direzione si sta lavorando affinché si giunga ad un accordo con il Ministero degli interni e con le sedi della cooperazione operative nei paesi di origine. Un’altra riflessione riguarda le rimesse dei migranti che concorrono al sostegno pubblico per oltre 384 milioni di euro. Sono le etiopi in Libano che rimettono maggiori risorse e commenta Ascani “è doveroso riflettere sul ruolo della cooperazione, che al di là di aiuti e protezione, vi è la necessità di accompagnare un sistema di regole e tutela dei diritti che spingono verso adesioni agli standard internazionali”.

L’impegno ILO per garantire retribuzioni dignitose alle lavoratrici domestiche

Cornaci Silvia, ILO

“A dieci anni dalla ratifica della Convenzione ILO” commenta Cornaci Silvia “l’organizzazione ha pubblicato un report sul lavoro domestico confermando che 75,6 milioni di persone nel mondo (76% donne) svolgono funzioni domestiche e l’81% sono impiegate in modo informale. Dall’indagine condotta sul Libano e Etiopia, è emerso che in Libano – come quasi tutto il Medio Oriente – vige il sistema kafala dove permane uno sfruttamento formalizzato”. “Sul versante normativo il Libano non ha ratificato né la legge C189 né la legge sull’emigrazione e a livello nazionale le migranti sono escluse dal sistema lavorativo; non vengono riconosciute né godono di protezione sociale e assistenziale (salario minimo, ferie etc)”. “Negli anni” continua “ILO ha attivato un coordinamento con Amnesty International, Caritas e organizzazioni in Libano per rendere valido un contratto standard e garantire una base di diritti per i lavoratori (orari certi, turni di riposo, ferie, libertà di movimento, etc)”. Altro nodo è l’organizzazione. In passato ILO si è impegnato sulla programmazione del lavoro delle migranti, progetti ad hoc per alcuni gruppi etnici (caso del Nepal) con la volontà di trasmettere alle donne consapevolezza sui diritti. In questo senso il ruolo dei sindacati è centrale per definire strategie con altre organizzazioni operanti in loco. Per la formazione, training e skills delle migranti, si è riflettuto sull’opportunità di una certificazione che dichiari le competenze delle lavoratrici per assicurare una retribuzione dignitosa. “Occorre sottolineare che in Libano le lavoratrici sono retribuite in base alla nazionalità, dove c’è una “corsa al ribasso”; le migranti di etnia africana sono retribuite meno rispetto ad altre nazionalità”. Le filippine raggiungono salari più alti rispetto alle etiopi, ciò dipende dalle lobby dei vari governi. ILO sta incoraggiando il dialogo fra i paesi africani e Libano, per favorire un coordinamento a livello continentale, come avviene per l’Asia che possiede una piattaforma condivisa con i paesi del Middle Est. “Infine”, conclude Cornaci “stakeholder nazionali, società civili e governi, possono fare “massa critica” per garantire i diritti delle lavoratrici migranti. Quanto all’accesso al credito occorre offrire alle donne l’opportunità di ottenere un prestito per aprire un’attività e dare lavoro ad altre donne etiopi”. L’accesso al credito sarebbe un’ancora di salvezza, un riscatto sociale per fare scelte decisive; rientrare nel paese di origine, sostenere sé stesse, la famiglia e altri lavoratori.

Strategie delle associazioni a supporto delle lavoratrici domestiche in Etiopia

Silvia Cirillo, università degli studi di Urbino Carlo Bo

In Etiopia sono presenti 33 associazioni di lavoratrici domestiche con più di 5 mila membri che si riuniscono per condividere esperienze, elaborare strategie, facilitare tavoli di dialogo e costruire reti di supporto fra associazioni locali, sindacato, enti nazionali ed internazionali. A dirlo è Silvia Cirillo in un ampio studio condotto sul “Lavoro domestico in Etiopia” dove oltre a descrivere le storie personali delle lavoratrici (sfruttamento, abusi, abbandono) sottolinea le tattiche di resistenza e sostegno sulla sfera emotiva, pratica e materiale. Queste realtà hanno ottenuto l’affiliazione della federazione internazionale delle lavoratrici domestiche e promuovono azioni di lobby a livello locale e nazionale per il riconoscimento del lavoro in Libano. Sono anche in prima linea per la ratifica della Convenzione OIL-C189 sul lavoro dignitoso per lavoratrici e lavoratori domestici.  

Sindacati, associazioni e cooperative di lavoro. IDWF a tutela dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo

Wendy Galarza, Filcams CGIL

Wendy Galarza, spiega che l’obiettivo dell’IDWF è costruire un’organizzazione globale di lavoratori domestici per proteggerne i diritti. Composta da 81 affiliati e attiva in 63 paesi con più di 590 mila lavoratori, è strutturata in sindacati e non, associazioni, reti e cooperative di lavoro. La federazione unitamente ad ILO ha chiesto un pacchetto di norme a tutela dei diritti dei lavoratori di tutto il mondo passando per l’Italia. “Con ILO” ha spiegato “è stato affrontato il nodo delle rimesse, voce importante in termini di Pil che coinvolge soprattutto donne e se ben impiegato consentirebbe loro di lavorare senza occuparsi della cura dei figli e della famiglia. “Il rimpatrio sicuro nel paese di origine” aggiunge “può essere realtà e non utopia. La cooperazione può fare molto sulla formazione e offrire una visione d’insieme sulle modalità di rientro in patria”. Inoltre, il sistema Kafala è lampante nel settore agricolo, esiste uno pseudo caporalato del lavoro domestico, fatto di piccole micro-criminalità. “La nostra missione” aggiunge “è condurre una massiccia informazione sul territorio spiegando alle lavoratrici che esiste un sindacato, un contratto a cui fare riferimento, diritti fondamentali e leggi da rispettare”. Per quanto riguarda i corridoi migratori, secondo l’Osservatorio Domina sul lavoro domestico, nel 2020 i lavoratori provenienti dell’Est Europa erano il 41%, quelli dell’Asia-Filippine 8%, America del Sud 7% e Asia Orientale 5%. Un terzo dei lavoratori domestici risiede in Lombardia e Lazio, in queste regioni sono presenti il 41% di colf con una percentuale di sesso femminile intorno all’89%, destinata a crescere per l’invecchiamento della popolazione e un conseguente aumento delle badanti. Quanto ai flussi migratori, la componente femminile africana è rilevante a cui si accompagnano forti discriminazioni sociali. Il peso delle rimesse delle lavoratrici domestiche nel 2019, secondo il rapporto Domina, ha sfondato il “tetto” del miliardo di euro (2mila euro pro-capite per lavoratrice). “Su queste somme occorre chiedere tutele, garanzie e sicurezza delle “cittadine” perché generano ricchezza nei paesi di origine” commenta Galarza. “L’obbiettivo dell’IDWF” conclude “è bypassare queste criticità per dare vita ad una comunità virtuale, una famiglia allargata e far sì che le lavoratrici rivendichino i propri diritti. Infine, sono in cantiere progetti per le famiglie transnazionali e gli orfani bianchi, due questioni spesso dimenticate”.

OIM e l’empowerment femminile verso i target 4 e 5 dell’agenda dello sviluppo sostenibile

Paola Alvarez, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM)

“Le questioni di genere incidono sulle motivazioni migratorie. Dove, in quale condizione, a quale rete si affidano, quali opportunità, a quali risorse si può fare leva, come si costruiscono i rapporti con le nuove comunità e quali legami permangono con le comunità di origine” specifica Paola Alvarez. Lo studio mostra la difficoltà di coinvolgere i datori di lavoro e le lavoratrici perché il lavoro domestico è denigrato, relegato al genere e non valorizzato, soprattutto si svolge all’interno della sfera privata delle famiglie. Le migranti, impiegate in questo segmento sono invisibili, difficili da raggiungere, a rischio maltrattamenti e sfruttamento. Per queste situazioni, l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) si impegna a promuovere politiche tese all’uguaglianza, all’empowerment femminile in linea con i target 4 e 5 dell’agenda dello sviluppo sostenibile per valorizzare il lavoro domestico non remunerato. Lo studio agisce su più livelli e l’OIM riconosce che le strategie devono essere a livello individuale, familiare, sociale e strutturale. Per ottenere queste informazioni, la raccolta dati è fondamentale e l’OIM possiede sistemi di analisi quali-quantitative raccolti sul campo (dati primari) per conoscere i flussi migratori. Inoltre, è dotato di un centro globale di analisi, un sistema interno di gestione e una banca dati mondiale che raccoglie informazioni sulle vittime di tratta. Altri dati raccolgono l’assistenza alle famiglie, i servizi disponibili, la fiducia e la reputazione degli intermediari regolari che rivestono un ruolo dominante sulle informazioni. Quanto alle rimesse, l’OIM valuta il reclutamento etico, la partecipazione e integrazione dei migranti nella società. Nello specifico le rimesse non sono distribuite in maniera equa all’interno delle famiglie per questioni di genere. Infine, è importante inserire nell’agenda dello sviluppo sostenibile politiche sull’emigrazione coinvolgendo ministeri e istituzioni per garantire i diritti fondamentali e le libertà individuali dei migranti.

Al webinar erano presenti Alessandro Salimei, Celim Milano, Daniele Frigeri, Anna Ferro e Andrea Stocchiero, CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale), Aurora Massa, università degli studi di Napoli L’Orientale, Silvia Cirillo, dottoranda dell’università degli studi di Urbino Carlo Bo, Attilio Ascani, CVM (Comunità Volontari per il Mondo), Emilio Ciarlo, Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), Wendy Galarza, Filcams CGIL, Paola Alvarez, Project Development Officer per il Mediterraneo, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e Giuliana Del Papa, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Cristina Montagni