Home » Donne e parità

Category Archives: Donne e parità

Donne 4.0: la sfida vincente delle donne nell’era delle reti e dello smart working

Donne 4.0 Confassociazioni

Si è tenuta lo scorso 18 luglio presso la Camera di Commercio di Roma, nella sala del Tempio di Adriano, la Conferenza annuale di Confassociazioni dedicata ad un asset strategico del mercato del lavoro: “Donne 4.0” nell’era delle reti e dello smart working. I lavori, coordinati da Angelo Deiana e Federica De Pasquale, rispettivamente presidente e vice presidente alle Pari Opportunità di Confassociazioni, hanno visto la presenza di numerosi esponenti del mondo della politica, dell’economia e delle Istituzioni. Fra i partecipanti Veronica De Romanis, docente di economia della Stanford University, Noemi Di Segni, presidente UCEI, Unione Comunità Ebraiche Italiane, Irmgard Maria Fellener, vice ambasciatore di Germania, Stefano Parisi, leader Energie per l’Italia, Maria Pia Camusi, direttore Rete Imprese Italia, Monica Parrella, ufficio di Parità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Tiziano Treu, presidente CNEL e Maurizio Sacconi, presidente Associazione Amici di Marco Biagi.

La rivoluzione delle donne e i futuri fattori competitivi

“Bisogna raggiungere una leadership culturale in tutti i settori possibili. Leadership culturali per trovare un senso durevole in un futuro in cui dovremmo essere quello che non siamo mai stati: azionisti e non obbligazionisti del Paese”. Ne è convinto Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni, affermando che la rivoluzione non sarà la tecnologia, ma le donne, vero motore per la ricostruzione etica del mondo produttivo del Paese Italia. “Dal 70 ad oggi”, ha precisato, “2 posti su tre sono stati creati per le donne, ma sarà nell’era 4.0, che daranno prova di molteplici fattori competitivi vincenti”. Nei prossimi 10 anni, ha sostenuto Deiana, l’Istat ha calcolato che tra i 5 e i 7 posti di lavoro, saranno sostituiti da macchine. L’80% delle attività professionali o rutinarie, ha aggiunto, verranno rimpiazzate dall’intelligenza artificiale, solo il 20% delle funzioni “sofisticate” saranno prodotte da due fattori: competenze verticali (problem solving complesso) e soft skills (quello che le macchine non sanno fare). Le donne, definite multitasking, dimostrano una naturale capacità di fare rete e generare modelli interdipendenti (lavoro, famiglia, affetti, cura dei parenti, etc.). Con la crescita dello smart working, si apre un mondo legato alle politiche di conciliazione e di compensazione sui tempi di vita e di lavoro. “Un provvedimento su cui è necessario lavorare” ha spiegato Deiana “è mettere la maternità a carico della fiscalità generale. Finché esisterà il deterrente per cui sarà più conveniente assumere un uomo piuttosto che una donna, avremo due conseguenze: meno Pil e meno tasso di natalità. Con un tasso di occupazione femminile “congelato” al 48,8% si potrebbero utilizzare i finanziamenti stabiliti dai datori di lavoro, lo 0,30% per la formazione di fondi interprofessionali”. Secondo stime del centro studi della Confederazione, sarebbero sufficienti tra gli 8 e i 10 miliardi di euro l’anno, ma con un’occupazione al 60% si guadagnerebbe un punto percentuale di Pil l’anno, circa 17 miliardi di euro. “Un investimento che nel breve periodo avrebbe ricadute positive in termini occupazionali, demografici e previdenziali e nel lungo proteggerebbe dalla povertà le future generazioni di pensionate” ha concluso Deiana. 

Per approfondimenti consulta anche la Position Paper Conferenza Annuale di Confassociazioni

Opportunità delle donne per creare un futuro sostenibile

Secondo Riccardo Alemanno, per migliorare la qualità della vita delle donne occorre che il lavoro autonomo e dipendente, abbia margini di miglioramento. “Per chi fa impresa, soprattutto se è donna” ha ribadito “l’onere è sradicare una mentalità maschilista, riportarla sulla sfera del lavoro e offrire pari opportunità a coloro che hanno voglia di lavorare ed intraprendere”. Per Federica De Pasquale, la conferenza ha rappresentato una vera rivoluzione per chi segue il mondo delle pari opportunità da oltre 20 anni. “L’evento” ha concluso “conferma la capacità di analizzare il mondo lavorativo delle donne oltrepassando il concetto di leadership al femminile o di difesa delle quote rosa”. Le pari opportunità non rappresentano solo una questione di legittimità, ma di puro pragmatismo. “In un’era in cui la demografia è in caduta libera” ha commentato la Fellner “l’economia ha bisogno di mantenere la capacità d’innovare e creare un futuro sostenibile. Il futuro delle economie globali non dipende dal potere, ma dal grado d’istruzione e dalla capacità di pensare fuori dagli stereotipi”. La formazione delle donne italiane è elevata, ha concluso l’ambasciatrice, il 63% possiede un diploma contro l’80% degli uomini, il 21,5% consegue una laurea contro il 15,8% dei colleghi uomini.

La condizione italiana ed europea sui tassi di occupazione femminile 

L’economista Veronica De Romanis, ha commentato che le donne per decidere devono contare nei processi decisionali. Nelle istituzioni sono sottorappresentate, e nel contratto di governo addirittura eliminate, se ne parla solo in termini di mamme o pensionate, non esiste mai la relazione donne-lavoro. Secondo l’Eurostat, l’Italia è ultima in termini di crescita 1,3%, contro 1,9% della Grecia, il 2,2% del Portogallo, il 2,8% della Spagna e del 5,4% dell’Irlanda. Nella classifica europea per tassi di occupazione siamo penultimi, 10 punti in meno nell’area euro, un gap che aumenta di 14 punti per l’occupazione femminile. In sintesi, poche donne lavorano rispetto ai partners europei e in più con offerte di lavoro di bassa qualità. In aggiunta, l’Eurostat con la pubblicazione degli ultimi dati sul part-time involontario, ha annunciato che l’Italia compare al secondo posto dopo la Spagna, ciò potrebbe incidere sulle pensioni future, materializzando un esercito di anziane povere. Anche l’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), a fronte di un tasso di occupazione femminile invariato fino al 2040, stimerebbe minori entrate pari a 42 miliardi di euro. “Tra il 2014 e il 2017, le risorse pubbliche sono state male allocate” ha spiegato la De Romanis “zero spending review, taglio di investimenti per oltre 5mld di euro, flessibilità per oltre 42mld di euro inutilizzati per fare riforme”. E le riforme che occorrerebbe effettuare”, secondo il parere dell’economista, “dovrebbero riguardare la formazione nella scuola e nell’università, investimenti in politiche attive e politiche a sostegno della famiglia”, sottolineando che la spesa pubblica in Italia è collocata sotto il 2% contro il 3,5% della Francia. Gli interventi a costo zero, che ha suggerito la docente, riguarderebbero l’introduzione in maniera forzata delle quote rosa nei Cda, l’inserimento delle aliquote agevolate per sollecitare il lavoro femminile e l’istituzione di un tetto per incentivare le donne ad entrare nelle istituzioni.

Un futuro incerto con scarse prospettive di crescita nell’economia 4.0

Secondo Stefano Parisi il tema del lavoro femminile è correlato alla produttività. L’Italia dimostra di essere un paese immobile, incapace di costruire un modello in grado di fornire adeguati servizi rispetto gli attuali. “Per mettere in moto l’economia” ha sostenuto “è necessario che la donna sia competitiva sul mercato del lavoro con una formazione più tecnica”. Per Sacconi, il lavoro dipendente e autonomo necessita di garanzie e tutele perché porta con sé fragilità impossibili da governare autonomamente. Lo smart working si misurerà per obiettivi ed ogni lavoratore e lavoratrice dovranno aumentare le proprie abilità per restare costantemente occupabili. “Di fronte a percorsi di lavoro discontinui” ha dichiarato “il sistema previdenziale contributivo non è realizzabile, tuttavia sia le tutele alla maternità che la cura delle persone con disabilità, dovrebbero essere a carico della fiscalità generale. Maria Pia Camusi ha ricordato che le donne imprenditrici rappresentano il 54% sul totale degli imprenditori, al pari delle professioni intellettuali e non ordinistiche. Secondo il politecnico di Milano, l’8% degli occupati lavora nella smart working, mentre per l’Istat gli occupati nel digitale si attestano al 3% con una caduta delle imprenditrici al 19%. “Quindi nell’economia 4.0” ha sostenuto la Camusi “sono poche le donne impiegate nella robotica e nella progettazione, nelle figure chiave si trovano in una posizione di nicchia e ciò che gli viene offerto è limitato alle soft skills, ruoli confinati alle pubbliche relazioni, alla mediazione e all’organizzazione”. “In sintesi” ha spiegato la Camusi “è necessario incidere sull’educazione, da un lato indirizzando le bambine delle scuole primarie allo studio delle materie scientifiche (STEM), poi insistendo sulla formazione continua quando la donna è imprenditrice”. Per la Parrella, le donne nonostante le competenze nei settori scientifici e tecnologici, non trovano sbocchi lavorativi/professionali per gli stereotipi di genere che derivano dall’infanzia e per un contesto sfavorevole nella scuola che le vede meno portate per le materie scientifiche. In Italia la percentuale di impiegate nelle ICT (Information and comunication technology) è bassa, circa il 13,8%. “Il dipartimento delle pari opportunità” ha spiegato “tra il 2017 e 2018, ha stanziato risorse per 318 campi estivi gratuiti in tutta Italia per le scuole elementari e medie rivolti alle materie scientifiche e tecnologiche a cui hanno collaborato importanti università italiane”. Per la Bagni Cipriani, la discriminazione principale che le donne subiscono sul posto di lavoro è legata alla scelta della maternità. Il 24,4% delle neomamme italiane viene licenziata dopo il primo figlio e la prima causa di dimissioni (2017 circa 30mila donne) non è la mancanza di asili nido, ma l’assenza di servizi a supporto della maternità. “Le donne all’inizio della carriera fanno scelte lavorative residuali” ha sostenuto la Cipriani “consapevoli di occupare posti con scarse prospettive di carriera”. Per controllare tali distorsioni, ha concluso la consigliera, il Ministero del Lavoro dovrebbe applicare la norma europea già in vigore dal 2016 e recepita in Italia nel 2017, che prevede sanzioni per contrastare la segregazione professionale e settoriale di genere.

Cristina Montagni

DONNE 4.0. Position Paper Conferenza Annuale di Confassociazioni

Donne 4.0 Position paper Confassociazioni“Troppi di noi dimenticano il crescente potere globale delle donne, quello generato dalla loro intelligenza, dalla capacità di pensare strategicamente che consiste nella capacità di assicurare la sopravvivenza della specie attraverso la maternità. E questo è il punto. Una delle leve strategiche per il rilancio del nostro paese può essere favorire l’essere mamma non solo rendendo possibili asili nido totalmente gratuiti, ma anche mettendo la maternità totalmente a carico della fiscalità generale”. Lo afferma Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni, all’indomani della conferenza Donne 4.0 tenutasi il 18 luglio presso la Camera di Commercio di Roma.

Il potere delle Donne 4.0

Troppi di noi dimenticano il crescente potere globale delle donne, quello generato dalla loro intelligenza, dal loro sistema multitasking e soprattutto dalla loro unicità, che consiste nella capacità di assicurare la sopravvivenza della specie, attraverso la maternità. Stiamo parlando di un potere che è quello di pensare da sempre strategicamente a rete. Per le donne è naturale collegarsi sistematicamente a più punti di connessione e gestire dati, informazioni in una logica di piattaforma in cui possono raggiungere facilmente due obiettivi di chi vuole vivere e prosperare nell’era delle reti:

a) semplificare il mondo, riducendo la complessità e i rischi; 

b) assicurare la sostenibilità, riducendo lo spreco di energia generato dall’entropia.

Sottovalutare il ruolo di cambiamento del mondo femminile nell’era delle reti rischia di minare l’equilibrio del sistema socio-economico, di welfare e di equità inter-generazionale. Un parametro di equità da non dimenticare perché gran parte del sistema economico, sociale e pensionistico si regge su una distribuzione delle classi di età e di genere che premia la fase produttiva della vita e rende marginali le altre parti della curva, quella che riguarda i giovani non ancora entrati nel mondo del lavoro e gli anziani. Un ipotetico equilibrio intergenerazionale che sembra non reggere più.

Potere, demografia e ricchezza

I dati dicono che le persone, vivendo più a lungo ed avendo maggiore ricchezza, tendono a fare meno figli. In Europa assistiamo a un’implosione demografica. In alcune nazioni come l’Italia l’indice di natalità è sceso a 1,37 figli per famiglia, al di sotto del livello di sostituzione pari a 2,1. In passato, contadini e artigiani cercavano di avere il maggior numero possibile di figli che, oltre a rappresentare forza lavoro, si sarebbero presi cura di loro durante la vecchiaia. Era l’epoca che possiamo definire la Welfare Family. 

Tuttavia, quando contadini e artigiani si sono trasformati in impiegati piccolo-borghesi e in ceto medio, con uno stile di vita più agiato e una pensione sicura, l’equazione si è rovesciata.

Le alternative sono solo due. La prima è fare figli, incentivando massicciamente la maternità. Una missione quasi impossibile in un Paese ricco come il nostro, la terza ricchezza privata del mondo nonostante la crisi e la scarsissima crescita del PIL. Anche perché, in un mercato del lavoro non equo come il nostro, l’occupazione femminile è alternativa alla vocazione alla maternità. La domanda di chi assume è chiara: perché dovrei assumere una donna che potrebbe fare un figlio se poi devo pagare almeno 1/3 dei costi di questa maternità?

Bisognerebbe pensare ad una decontribuzione strategica per il lavoro femminile e a forti misure di work-life balance, come asili nido totalmente gratuiti. In ogni caso, per incentivare il lavoro femminile e le nascite, la prima cosa da fare sarebbe mettere la maternità totalmente a carico della fiscalità generale. Il Centro Studi di Confassociazioni stima che basterebbero tra un minimo di 8 e un massimo di 10 miliardi di euro all’anno.

Donne 4.0 Position Paper ConfassociazioniSe l’occupazione femminile in Italia fosse al 60%, avremmo un punto in più di PIL all’anno. Un investimento importante che avrebbe conseguenze in termini occupazionali, demografici e previdenziali utili nel breve alla ricchezza del Paese e, nel lungo periodo, a salvare dalla povertà le future generazioni di pensionati.

La rivoluzione silenziosa che sta cambiando il futuro

È difficile prevedere gli orizzonti che verranno. Il numero attuale delle donne che occupano seggi in Parlamento è molto superiore a quello di 10 anni fa. I capi di Stato donna sono in aumento, come il numero delle donne che occupano alte cariche di Governo o posti di responsabilità nelle università e nelle aziende. In molti Paesi, il numero delle universitarie supera di gran lunga quello dei colleghi maschi. La vera trasformazione radicale è stata determinata dalle decine di milioni di donne che, a livello globale, hanno trovato lavoro nel corso degli ultimi decenni. Il problema è che ci vorranno ancora parecchi anni per arrivare a una parità, reale e concreta. Perché solo migliorando l’accesso delle donne al mercato del lavoro aumenteremo la crescita: in Italia, la correlazione fra stagnazione e bassa partecipazione delle donne al lavoro è significativa.

Presente inaccettabile, futuro roseo

Donne 4.0 position paper Confassociazioni

Siamo in presenza di una mutazione straordinaria, ma non ancora definitiva perché le statistiche mettono in luce una realtà comunque inammissibile. Le ingiustizie e le discriminazioni continuano a essere la norma. Insomma, nonostante i progressi, è tuttora enorme la sperequazione con gli uomini in termini di salari, opportunità, accesso all’istruzione, alla salute e, nei Paesi più poveri, al cibo. 

La parità tra uomini e donne sembra ancora lontana. Lo dicono i numeri: l’occupazione femminile nel nostro Paese è a quota 48,8% (un dato basso rispetto al 65% di quella maschile e all’80% delle donne occupate in Svezia), il 24% delle neomamme viene licenziata dopo il primo figlio, e tra gli amministratori delegati di aziende solo il 3% è rappresentato da esponenti del mondo femminile. 

Insomma, quello della piena occupazione delle donne rimane un traguardo da raggiungere e i cambiamenti avvengono con tempi rallentati rispetto all’urgenza di rimettere in moto l’economia. Come abbiamo già detto, basterebbero poco più di 11 punti percentuali aggiuntivi di occupazione femminile (da 48,8% a 60%) per dare una scossa determinante al PIL. 

Donne 4.0 Position Paper Confassociazioni

Molti rapporti sulle carriere delle donne indicano che, pur esistendo ancora un forte “gender gap”, le donne sono più preparate, si laureano prima, sono più innovative e, soprattutto, sono portatrici di un mix di competenze non solo tecniche, ma anche relazionali, che offrono vantaggi competitivi importanti nell’economia delle reti. In sistemi incerti come l’attuale, ci sarà una massiccia compressione dei rischi in ambiti strategici come la medicina, la finanza e il traffico (dove i processi di risk management sono fondamentali) a seguito della sempre più frequente scalata delle gerarchie societarie da parte delle donne. Perché le donne, come dimostrano i dati, gestiscono i rischi meglio degli uomini. Lo dimostrano le ricerche annuali di Catalyst, una delle più importanti società internazionali di consulenza. Tali studi indicano come la maggior presenza delle donne nei CdA determini una maggiore capacità di produrre ROE (return on equity = redditività) a parità o con diminuzione dei rischi assunti.La questione “parità di genere” è una delle condizioni essenziali per uno sviluppo sostenibile delle nostre economie. È per questo che, al di là del “tetto di cristallo” e delle gravi differenze retributive ancora esistenti, è in atto una straordinaria “rivoluzione silenziosa”. Una rivoluzione, quella del nuovo potere delle donne, che ci porterà diritti nel futuro. 

Esempi concreti di diversity management: business angels e smart working

Un esempio di occupazione e imprenditoria femminile è quello dei business angel. Un mercato a forte presenza maschile, come d’altra parte tutto il sistema bancario e finanziario. Eppure, il fenomeno nuovo e crescente è la presenza sempre più consistente di donne. Le anali raccontano che le donne capiscono meglio gli “unicorni”, le startup destinate a diventare le star del mercato perché hanno una capacità significativa di valutare l’equilibrio tra rischio-rendimento di ogni investimento. E poi non possiamo dimenticare che lo smart working “concilia” e libera tempo per tutti ma soprattutto in favore delle donne. In questo caso, la tecnologia non prende il posto dei lavoratori, ma cambia il modo di lavorare. Lo smart working è il nuovo mattoncino elementare del capitalismo e delle donne 4.0. Significa lavoro intelligente, lavoro agile: ognuno di noi può lavorare ovunque, in qualsiasi momento e da tutti i dispositivi. Un modo diverso di concepire il lavoro, che non è più legato ad uno spazio fisico e ad orari prestabiliti. Una sola conseguenza: l’ufficio è dove siamo noi. Ma rappresenta una sfida per i modelli organizzativi. La persona che lavora in remoto è motivata perché risparmia del tempo e riesce a svolgere le funzioni domestiche. È per questo che lo smart working può avere un notevole impatto sulle politiche di conciliazione, sull’operatività e la produttività delle “quote rosa” in azienda; i tempi di rientro dalla maternità, ad esempio, possono essere abbreviati grazie alla modalità di “lavoro agile” e anche il tasso di assenteismo legato ai primi mesi di vita dei figli è ridotto dalla possibilità di lavorare “intellettualmente” da casa. 

Le donne al potere: dall’industria pesante al mondo pensante

Un tema, quello del contributo delle donne al capitalismo intellettuale 4.0, su cui ci sono importanti riscontri anche a livello internazionale.  Il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato uno studio dal quale emerge che far lavorare di più le donne (redistribuendole meglio) conviene a tutti: non alle donne soltanto, ma alle economie nel loro insieme. Per dirla con una battuta: dall’industria pesante al mondo pensante, nel quale sarà necessario puntare sia sulle competenze verticali, ma anche sulla capacità di essere soggetti risolutori/riduttori della complessità e degli imprevisti, attraverso le soft skills.

L’era delle Donne 4.0 

Il lavoro che innova diventa più importante del lavoro che replica ed esegue. Questo vale per le donne e per gli uomini. È questa la sfida del nostro tempo: formare persone competenti nel senso più ampio del termine, pronte ad essere protagoniste del proprio futuro, come individui dotati di autonomia di giudizio e coscienza critica che produce e alimenta la conoscenza collettiva, in un processo di formazione continua e crescita personale, che attraversi tutto l’intero corso della vita umana. 

Cristina Montagni

Terzo Piano d’Azione Nazionale dell’Italia: Donne, Pace e Sicurezza

L’Italia sin dall’adozione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1325(2000), ha sostenuto l’Agenda delle Nazioni Unite 2016 – 2019 su “Donne, Pace e Sicurezza”. Il nostro Paese, nell’attuale contesto internazionale, conferma gli sforzi in linea con i risultati delle Conferenze internazionali di settore a partire dalla Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne tenutasi a Pechino nel 1995. Attribuire importanza al ruolo delle donne per trasformare la società, costituisce il cuore della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, confermando la centralità sulla prevenzione di tutte le forme di discriminazione e violenza contro le donne. Resta inteso che gender equality e women’s empowerment sono essenziali, a livello internazionale e nazionale per prevenire ogni forma di violenza (violenza domestica, violenza sessuale, arma di guerra nel contesto delle atrocità di massa).

Il Piano Nazionale Straordinario sulla Violenza Sessuale e di Genere adottato nel luglio 2015, implementato sulla Lotta alla Tratta nel 2016, mira a migliorare la qualità dell’impegno italiano per sostenere le popolazioni colpite in tutte le fasi delle operazioni di pace (prevenzione del conflitto e mediazione; peace-keeping; peace-making; peace-building; relief e recovery).  

Ai fini dell’attuazione dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza, l’Italia afferma il suo impegno attraverso un approccio multistakeholder, integrato e olistico, con il coinvolgimento delle Organizzazioni della società civile, del mondo accademico, delle ONG, del settore privato e delle organizzazioni sindacali.

Gli sforzi italiani per attuare le risoluzioni in materia di Donne, Pace e Sicurezza devono ricondursi alla più ampia promozione e protezione della parità e dei diritti umani delle donne e delle minori, nella cornice degli obblighi dell’Italia derivanti dagli strumenti giuridici internazionali di settore assunti nell’Agenda di Sviluppo Sostenibile 2030, soprattutto negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 5 e 16.

Dichiarazione di Impegni 

Il terzo Piano d’Azione Nazionale mira a sostenere il corso delle azioni indicate nella Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1325(2000) e nelle successive Risoluzioni. Nello specifico il Piano d’Azione Nazionale (PAN) assicura che la prospettiva di genere sia inserita in tutte le aree politiche che sostengono il concetto di pace e sarà adottata in tutte le misure pratiche volte alla promozione e protezione della pace.

Il Piano avrà una durata di tre anni e sarà costantemente monitorato a livello parlamentare attraverso incontri periodici.

Parte operativa e cornice attuativa 

Obiettivo n. 1  Rafforzare il ruolo delle donne nei processi di pace ed in tutti i processi decisionali 

Obiettivo n. 2  Continuare a promuovere la prospettiva di genere nelle operazioni di pace 

Obiettivo n. 3  Continuare ad assicurare una formazione specifica sui vari aspetti trasversali della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1325 (2000), in particolare per il personale che partecipa alle operazioni di pace

Obiettivo n. 4  Valorizzare la presenza delle donne nelle forze armate e nelle forze di polizia nazionali, rafforzando il loro ruolo nei processi decisionali relativi alle missioni di pace

Obiettivo n. 5  Proteggere i diritti umani delle donne e delle minori in aree di conflitto e post-conflitto

Obiettivo n. 6  Accrescere le sinergie con la società civile, per implementare la Risoluzione 1325(2000) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

Obiettivo n. 7  Comunicazione strategica e result-oriented advocacy  

7.1 Impegnarsi nella comunicazione strategica

7.2 Rafforzare la partecipazione italiana nei forum, le conferenze ed i meccanismi di settore, per sostenere ulteriormente l’attuazione dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza

Monitoraggio e Valutazione

Le azioni e gli indicatori inclusi nel Piano d’Azione Nazionale saranno usati dalle amministrazioni per valutare gli sviluppi e la performance nella sua esecuzione. L’Italia pubblicherà un report annuale che sarà preparato dal Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU), in consultazione con la società civile, con il Parlamento, ivi compreso il gruppo interparlamentare per le donne, i diritti delle donne e la parità di genere (All-Party Women’s Caucus), istituito nell’ottobre 2015.

Il Gruppo di lavoro aperto, guidato dal Comitato Interministeriale per i diritti Umani, sarà responsabile dell’attuazione del Piano, inclusi la relativa applicazione ed il monitoraggio.

Gli sforzi italiani per attuare le Risoluzioni sono collegati alla promozione e protezione dell’uguaglianza e dei diritti umani delle donne e delle minori, compresa la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo, la convenzione del consiglio d’Europa sull’azione contro la tratta degli esseri umani (Convenzione di Varsavia) e la convenzione del consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), così come la più recente agenda di Sviluppo Sostenibile 2030.

Cristina Montagni

Intervista alla Sindaca di Roma Virginia Raggi

Ho incontrato la Sindaca Virginia Raggi per approfondire alcuni temi legati al futuro dell’imprenditoria femminile, quali sfide e strumenti per favorire percorsi di carriera femminili anche in un’ottica di sostenibilità ambientale e sociale

Le imprese femminili possono essere protagoniste del sistema produttivo nel territorio romano?

I dati ci mostrano come l’imprenditorialità femminile, nel nostro territorio, sia in crescita. Di recente, in occasione dell’8 marzo, ho partecipato alla premiazione di alcune imprenditrici innovative alla Camera di Commercio di Roma che, in quell’occasione, ha comunicato i dati 2017 sull’imprenditoria femminile. Ed i numeri sono molto incoraggianti: tra Roma e provincia abbiamo superato le centomila imprese guidate da donne. È un dato importante, che fa di Roma la prima provincia italiana per numero di attività imprenditoriali femminili. Solo nella Capitale, il 20,4% delle imprese è guidato da donne. E se guardiamo agli anni appena trascorsi, vediamo che il dato è in aumento.

Quali strumenti riterrebbe utili per accrescere la piccola impresa femminile orientata all’innovazione?

Sicuramente bisogna puntare sull’orientamento, sulla formazione e sull’autoimprenditorialità, ma in chiave innovativa. In tal senso, Roma è una delle città italiane a più alta densità di startup e incubatori certificati. Fondamentale facilitare l’accesso al credito, che resta uno dei maggiori ostacoli per la vita media di un’impresa, favorendo i contatti tra imprenditoria e investitori.

 Secondo lei in che modo si potrebbero coinvolgere le imprenditrici del territorio nella diffusione di tematiche sociali e ambientali, per avere un tessuto imprenditoriale più etico dal punto di vista della sostenibilità ambientale e sociale?

Mi sembra che questi temi siano già frequentati dalle imprenditrici, ed anche dalle imprenditrici tecnologiche. Quello dell’Innovation Technology è un ambito che ben si presta allo sviluppo di attività etiche, sia perché consente di operare nel sociale sia perché permette di sviluppare idee nel rispetto dell’ambiente. Penso, ad esempio, all’esperienza di ImpReading con cui l’imprenditrice Elena Imperiali, partendo da una propria esperienza, ha creato un software che aiuta ragazzi disgrafici e dislessici nell’uso del Pc.

L’Italia è al top in Ue per numero di imprenditrici. Ma le imprenditrici devono fare i conti con un welfare che non le aiuta a conciliare il lavoro con la cura della famiglia. Quali interventi suggerirebbe alle istituzioni per colmare questo gap?

Il nodo più duro da sciogliere per una lavoratrice è riuscire a conciliare il lavoro con la maternità. Ritenere che avere dei figli sia penalizzante è inaccettabile. Le istituzioni devono agire principalmente su questo fronte, rendendo la genitorialità sostenibile.

Come potrebbero le imprese favorire percorsi di carriera femminili più rapidi?

Credo che le donne non necessitino di corsie preferenziali. Sappiamo bene che esiste una disparità di genere: nei trattamenti salariali, nell’attribuzione di ruoli dirigenziali, nel riconoscimento delle capacità lavorative. Dobbiamo puntare ai diritti, perno costante e irrinunciabile della nostra azione politica, ma senza creare ‘recinti per i panda’. Le donne hanno le qualità per affermarsi da sole, dobbiamo fare in modo che abbiano le stesse opportunità degli uomini. 

Le condizioni economiche delle donne e la loro dipendenza finanziaria potrebbero in qualche modo secondo lei incidere sulla possibilità di trovarsi in situazioni di violenza?

La violenza non ha giustificazioni né alibi. È evidente che il tema è estremamente delicato e va affrontato sistematicamente su più livelli. Riguardo alle condizioni economiche certamente la reale parità di genere passa anche da una parità delle retribuzioni, che ancora non c’è: facciamo una lotta comune, uomini e donne.

Sul tema degli abusi, ci siamo impegnati in prima linea con un potenziamento della rete dei Centri anti-violenza: solo dal 12 marzo ne abbiamo aperti tre, perseguendo l’obiettivo complessivo di aprirne uno in ogni municipio. Il percorso di recupero psicologico delle vittime è fondamentale, la violenza va combattuta in ogni ambiente.

Crede sia possibile ripensare la Capitale come una sorta di grande “laboratorio di progettazione” per attività di promozione dell’imprenditoria femminile e dell’occupazione in genere?

La nostra città ha enormi potenzialità e offre moltissime possibilità: è un polo culturale e scientifico di primaria importanza. Conta molti incubatori e acceleratori per startup. Ospita una ventina di atenei, tra pubblici e privati. Certo, occorre rafforzare ed ampliare le sinergie esistenti. Mettere in comunicazione istituzioni e mondo accademico per creare servizi di assistenza alle start up che attirino talenti e idee.

Nel territorio di Roma sono previsti percorsi di formazione specifici per avviare una start up innovativa femminile?

Proprio in questi giorni si è svolta (6-14 aprile) la Rome start up week 2018, un grande evento europeo che, con il Patrocinio di Roma Capitale, ha previsto numerosi incontri con esperti italiani ed esteri dove si è parlato di innovazione, investimenti ed imprenditorialità. Nel territorio romano sono attivi numerosi incubatori ed acceleratori che l’associazione Roma Startup ha mappato sul suo sito, mostrando una realtà ricca di proposte aperte alle imprenditrici.

Quali programmi sta portando avanti l’Amministrazione per permettere il raggiungimento della parità di genere in campo lavorativo?

Con l’adesione a progetti di flessibilità lavorativa, Roma vuole cogliere una grande opportunità di trasformazione e di evoluzione per una moderna organizzazione e per il benessere della città. Indirizzare e sostenere nuovi processi e modalità di lavoro vuol dire diffondere la cultura della conciliazione di stili di vita, rivolti al benessere complessivo della persona.

È in questa ottica che Roma Capitale ha partecipato, all’interno di una rete che comprende anche la Città Metropolitana, ad un bando del Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri per l’attivazione di percorsi di lavoro “agile” all’interno dell’Amministrazione.

Roma Capitale beneficerà di consulenza e supporto all’implementazione di forme di lavoro agile che consentano alle dipendenti e ai dipendenti la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. L’avvio delle attività è prevista a partire da maggio 2018.

Alla conferenza Women4Climate in Messico sono state invitate sindache e donne d’affari di tutto mondo impegnate nella lotta ai cambiamenti climatici. 10 giovani donne sono state inserite nell’amministrazione della loro capitale per aver presentato progetti sui temi del clima. Un programma simile può essere attuato anche nella nostra Capitale visto che ne è già stato realizzato uno a Parigi e un altro verrà realizzato prossimamente a Montreal e Vancouver?

Roma ha deciso di impegnarsi in prima linea nella lotta ai cambiamenti climatici e il Convegno C40 Women4Climate a Città del Messico ha rappresentato una grande opportunità di confronto per le grandi capitali mondiali. In quell’occasione ci siamo già resi disponibili per il programma di “mentoring” e probabilmente già dall’anno prossimo lo realizzeremo.

Cristina Montagni

Al MIUR il documento per la parità di genere nelle università e negli enti di ricerca

La valorizzazione delle competenze femminili riguarda il tessuto produttivo dell’intero Paese. L’11 maggio al Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) sono state presentate le dieci raccomandazioni finali del documento “Indicazioni per azioni positive sui temi di genere nell’Università e nella Ricerca”.

Il dossier elaborato dal gruppo di lavoro “Genere e Ricerca”, è stato discusso dal Dipartimento della ricerca per la formazione superiore, dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e dalla Conferenza dei Presidenti degli Enti pubblici di ricerca.

Le 10 raccomandazioni

Il pacchetto di suggerimenti parte dalla considerazione dell’esistenza di una discriminazione di genere nel mondo professionale e del lavoro che può essere di tipo orizzontale (la distribuzione delle donne e degli uomini all’interno delle varie discipline), verticale (la distribuzione rispetto alla gerarchia dei ruoli) e territoriale, perché la presenza femminile in diversi ambiti lavorativi o una maggiore presenza di donne in ruoli apicali varia rispetto alla nazione o alla regione.

La relazione sollecita le università e gli enti di ricerca, vigilati dal Miur, a dotarsi del bilancio di genere per monitorare i progressi verso gli obiettivi di parità, ad incentivare la creazione di variabili disaggregate per sesso nell’ambito della ricerca e dell’istruzione per gli studi scientifici includendo il genere come contenuto trasversale. Per incentivare la parità – come riportato dalla relazione – sarà necessario creare liste di esperte ed esperti su tematiche che formino valutatori incaricati nella selezione di progetti di ricerca, regolamentare a livello statutario misure per riequilibrare le componenti maschili e femminili in organismi, commissioni e comitati. Inoltre, il gruppo di lavoro afferma l’introduzione delle specificità di genere nei raggruppamenti universitari per l’attuazione del Piano Lauree Scientifiche 2017-2018 nell’ottica dell’orientamento delle studentesse verso le discipline STEM.

La ministra Fedeli: la diseguaglianza fa perdere talenti e saperi

“A fronte di questa situazione” ha osservato la Ministra Valeria Fedeliil documento sottolinea la persistenza di forme di discriminazione e fattori esterni alle istituzioni di ricerca, come la difficile conciliazione vita/lavoro e la diseguaglianza che determina la perdita di talenti, di saperi e di valore nella ricerca e nell’insegnamento universitario”. Per superare questo gap e raggiungere l’obiettivo della parità di genere – ha aggiunto – occorre agire sulla presenza di entrambi i sessi nei gruppi di ricerca e nei vari livelli decisionali e sulla presenza della dimensione di genere nei contenuti della ricerca. La parità di genere – ha proseguito la Ministra – è un diritto fondamentale, un principio sancito dalla Costituzione, un obiettivo centrale dell’Agenda 2030 e rappresenta una condizione necessaria per il conseguimento degli obiettivi UE in materia di crescita, occupazione e coesione sociale. “Per raggiungerla nell’ambito dell’università e della ricerca” ha sostenuto “è indispensabile intervenire su due livelli. Il primo è superare gli stereotipi di genere nell’istruzione, nella formazione e nella cultura, che inducono donne e uomini a seguire percorsi educativi e formativi diversi, spesso portando le donne a posti di lavoro meno valutati e remunerati. Il secondo riguarda la necessità di promuovere le carriere delle donne nel mondo accademico e nella ricerca, forti anche della consapevolezza che la partecipazione femminile in ambiti dove le donne sono sottorappresentate, come quelli scientifici e tecnologici, può contribuire ad aumentare l’innovazione, la qualità e la competitività della ricerca scientifica e industriale”.

“Il documento rappresenta uno sforzo in questa direzione che amplia e integra quello rivolto al mondo della scuola nel perseguimento della parità tra donne e uomini. La valorizzazione delle competenze femminili è una questione che interessa l’intero sistema paese e il suo tessuto produttivo” – ha concluso la Ministra “che deve potersi avvantaggiare dell’avanzamento della conoscenza, dell’arricchimento intellettuale, del guadagno economico-culturale che ci attendiamo dal perseguimento della parità in tutti gli ambiti”.

Cristina Montagni

Donne, media e tecnologie: quale futuro nell’era digitale?

I media possono influenzare l’opinione pubblica, strutturare l’informazione, le ICT permeano ogni livello e area della società, hanno un potenziale considerevole per promuovere l’empowerment femminile. In Europa, solo il 9% degli sviluppatori, il 19% dei capi nei settori della comunicazione e il 20% dei laureati in informatica e nuove tecnologie, sono donne. Nel servizio pubblico dell’Unione europea la rappresentanza delle donne risulta bassa, sia nelle posizioni strategiche e operative di alto livello (36%) che nei consigli di amministrazione (33%). In generale, nei mezzi di comunicazione solo il 37% delle notizie è riportato da donne, una situazione che non è migliorata negli ultimi dieci anni; le donne sono per lo più invitate a fornire un’opinione popolare (41%) o un’esperienza personale (38%) e raramente sono citate in qualità di esperti (soltanto nel 17% delle notizie).

Donne nei media

In occasione della Giornata Internazionale della donna, l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia ha scelto di portare all’attenzione del pubblico queste tematiche con un dibattito dal titolo “Donne, media e tecnologie -quale futuro nell’era digitale?”. L’incontro organizzato lo scorso 9 marzo dall’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, insieme al Sakharov Prize Network del Parlamento europeo e in collaborazione con l’Associazione Donne e Tecnologie, ha visto come protagoniste dell’evento: Asma Kaouech, Sakharov Fellow, attivista e blogger tunisina, Fanni Raghman Anni Association; Valentina Parasecolo, giornalista RAI e blogger; Micaela Romanini, associata Donne&Tecnologie, vicedirettrice della Fondazione Vigamus (Video Game Museum).

Le protagoniste del dibattito

Alessia Gizzi, giornalista RAI TG3 PIXEL ha introdotto il tema dell’era digitale e della rappresentanza femminile nei media con una frase davvero significativa: “La donna non va rispettata, non è una specie protetta, la donna è un essere umano pari all’uomo, ha gli stessi ruoli e soprattutto lo stesso spazio di movimento”.

Il responsabile dell’ufficio di collegamento in Italia del Parlamento europeo, Pier Paolo Meneghini pone l’attenzione sull’importanza delle testimonianze, dello storytelling, e rivolge un augurio alle nuove generazioni sperando in un futuro che possa dare spazio e voce alle donne anche in ambiti manageriali.

Asma Kaouech, 25 anni e avvocato, fondatrice dell’Ong “Fanni Raghman Anni”, che significa “Artista nonostante me”, è stata testimone di come la tecnologia abbia fatto da trampolino di lancio per la rivoluzione tunisina del 2011. L’attivista parla della sua esperienza toccante e parte dalla visione di una società di eguali senza discriminazioni. Si racconta partendo da quella che è la sua grande ispirazione: la rivoluzione tunisina. Spiega con voce commossa la situazione della donna nei Paesi arabi e mette in evidenza quanto sia difficile sradicare alcune ideologie dalle menti dei gruppi tradizionalisti. Lei, come tanti altri, ha cominciato la rivoluzione con Facebook, unico media digitale accessibile dalla popolazione tunisina perché piattaforme come Youtube sono vietate dal regime Ben Ali.

Grazie ai nuovi media, in questo caso ai social media, Asma e gli attivisti tunisini sono riusciti a coinvolgere la popolazione nella lotta per le pari libertà e opportunità, perché le donne tunisine – ma in generale i tunisini – di ogni età e gruppo di appartenenza, sono in primis “human beings”. Attualmente Asma utilizza approcci alternativi basati sull’arte e sulla cultura per difendere e sostenere i diritti umani principalmente nelle regioni sfavorite. L’organizzazione “Fanni Raghman Anni”, da lei diretta, sta lavorando nel campo della prevenzione e del contrasto all’estremismo violento in Tunisia, aumentando la resilienza dei giovani, delle donne e delle comunità locali utilizzando il concetto di patrimonio culturale. Asma spiega quanto sia importante l’educazione familiare, quanto i genitori possano fare la differenza nell’educazione dei propri figli e soprattutto delle proprie figlie, perché ci sono altre cose oltre al matrimonio. Esistono le idee, le opportunità di viaggiare, avere un buon lavoro e conoscere nuove persone. A chiusura del dibattito su tecnologia e futuro, Asma ha posto il problema tunisino nella difficoltà di accesso ai laptop o agli smartphone da parte delle donne a causa dei costi elevati e come nel settore della comunicazione le donne sono considerate “complementi d’arredo”. Ma avverte, “il futuro dipende da noi. Non possiamo arrenderci. Non abbiamo scelta”. 

La giornalista Valentina Parasecolo, co-fondatrice de ilbureau.com, consulente web per Rai Cultura e autrice per il programma Community di Rai Italia, spiega la sua esperienza personale nel mondo del lavoro e dei media con grande entusiasmo. Concentra la narrazione sulla figura della donna soprattutto nel mondo del lavoro e sulla difficile conciliabilità legata all’essere di sesso femminile. Incita le giovani a non rinunciare alla propria identità e alla maternità per il lavoro e invita i giovani a non arrendersi mai, a fare ricerche ed essere sempre aggiornati perché le opportunità ci sono, basta sapere dove “pescare”!

Micaela Romanini, Vice Direttrice di Fondazione VIGAMUS, Event Director di Gamerome, nel suo intervento presenta l’associazione Women&Tech nata nel 2009 da un’idea di Gianna Martinengo. La Martinengo si occupa principalmente di valorizzare il ruolo delle professioniste nel settore dei media e della tecnologia mettendo insieme tantissime donne provenienti dal settore STEAM. La Romanini evidenzia l’assenza completa della figura femminile nei ruoli manageriali nei settori con i quali ha collaborato. Invita quindi le ragazze a non scoraggiarsi perché nel settore del videogioco non bisogna essere un “nerd” ma si può aspirare ad una carriera diversa da quella del game designer o del programmatore.

Cristina Montagni

8 Marzo: “Le donne protagoniste del cambiamento, della risoluzione pacifica dei conflitti, della lotta contro la povertà”

donne 8 marzo

“Le donne protagoniste del cambiamento, della risoluzione pacifica dei conflitti, della lotta contro la povertà”. Questo il messaggio che il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, ha voluto inviare oggi, in occasione dell’8 marzo, e al quale ha unito “gli auguri a tutte le donne della Farnesina, in servizio a Roma e all’estero”. “Nel giorno in cui, attraverso la celebrazione della donna, vogliamo promuovere la cultura del rispetto”, Alfano ha ribadito la sua “personale convinzione che le donne possano fare la differenza nella gestione delle sfide alla pace e alla sicurezza internazionale. Abbiamo però bisogno di più donne che siano protagoniste in attività di mediazione. Oggi purtroppo sono ancora troppo poche”, ha osservato. “La Farnesina, anche tramite la propria rete diplomatico-consolare e le attività di cooperazione allo sviluppo”, ha ricordato il ministro Alfano, “promuove e sostiene azioni, anche a livello locale, per favorire la partecipazione politica delle donne e incentivare il loro ruolo nell’economia e nella lotta alla povertà, nella convinzione che lo sviluppo civile, politico, economico, sociale e culturale di ciascun Paese non possa realizzarsi senza la piena partecipazione e il contributo fondamentale delle donne”. “L’8 marzo”, ha aggiunto il ministro, “è anche l’occasione per ricordare che l’Italia durante la presidenza di turno del G7 l’anno scorso, ha promosso il primo Vertice delle Pari Opportunità e l’adozione di una “Roadmap for a gender-responsive economic empowerment”, un piano di azione trasversale per l’uguaglianza di genere, la riduzione della violenza contro donne e bambine e la più ampia partecipazione femminile nei processi decisionali. Sempre nel 2017 inoltre la Farnesina ha lanciato il Mediterranean Women Mediators Network, per rafforzare il ruolo delle donne nelle attività di mediazione nella regione”. Alla luce del sempre maggiore coinvolgimento delle donne in situazioni belliche o post-belliche, anche la Farnesina sottolinea oggi, in una nota, il loro apporto decisivo nel processo di risoluzione pacifica dei conflitti e riafferma l’impegno dell’Italia nella prevenzione e la lotta a tutte le forme di discriminazione e di violenza contro le donne. Il MAECI ribadisce inoltre il proprio appoggio alle campagne internazionali per l’eliminazione di tutte le pratiche dannose, a partire delle mutilazioni genitali femminili e dai matrimoni precoci e forzati, oltre a quelle per la prevenzione e la lotta alle violenze sessuali in situazioni di conflitto e di emergenza.

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, è stato allestito presso il Ministero degli Affari Esteri un punto informativo dove dottoresse e dottori del Poliambulatorio ASL Roma 1 presso il MAECI hanno offerto orientamento in tema di prevenzione oncologica femminile. Il Segretario Generale Ambasciatore Elisabetta Belloni ha inaugurato il desk ed ha sottolineato la concretezza dell’iniziativa rivolta a tutte le donne del Ministero. Con l’occasione è stata realizzata una nota informativa dedicata ai percorsi gratuiti di screening offerti dal sistema sanitario regionale. L’iniziativa è stata realizzata dal Comitato Unico di Garanzia e dall’Ufficio Affari sociali del MAECI con il sostegno dell’associazione delle donne diplomatiche.

Cristina Montagni

Il mobbing nel lavoro e nella vita familiare

L’informazione crea cultura e consapevolezza è il fine del seminario: “Il mobbing nel lavoro e nella vita familiare” promosso il 30 novembre a Roma dall’Associazione Codice Donna al MIA Home Design Interior. Il tema è stato affrontato dalle avvocate Vittoria Mezzina, esperta di diritto del lavoro, Teresa Manente, penalista ed esperta nella difesa dei diritti delle vittime di violenza di genere, dalla presidente dell’associazione Codice Donna, Simona Napolitani, avvocata esperta di diritto di famiglia, e dalla docente Gabriella Maugeri psicologia delle relazioni familiari. 

dav

Codice Donna dal 1998 offre consulenza legale alle donne, e ritiene che la divulgazione dei fenomeni sociali e familiari è utile affinché le vittime di comportamenti discriminanti possano riconoscerli e combatterli. Le professioniste hanno illustrato il tema su vari piani, all’interno dei luoghi di lavoro e della famiglia, commentando situazioni in cui per effetto della gerarchia all’interno del posto di lavoro, si innesca un rapporto di manipolazione, invasione, coazione, che mette in pericolo la vita della donna che lo subisce. La comunicazione, per Simona Napolitani, serve per far circolare un sapere e far uscire le donne da situazioni disagiate che lasciano ferite indelebili, per fare cultura sulla genitorialità o per chi si trova a svolgere un ruolo all’interno della famiglia.

davPer Vittoria Mezzina, il seminario è stato sollecitato dalle continue richieste di aiuto di donne dal lato legale e psicologico. Per interpretare il fenomeno, secondo l’esperta di diritto del lavoro, occorre partire dalla definizione di mobbing, che dall’inglese to mob, significa attaccare/assalire e descrive il comportamento di alcune specie animali che vengono “accerchiate” da un membro del gruppo per allontanarlo. Questi comportamenti subiti sul posto di lavoro, possono acquisire oggi una rilevanza giuridica, ha spiegato Mezzina. Nel nostro ordinamento non esiste una legge specifica anti mobbing ma una serie di definizioni elaborate dalla psicologia del lavoro, condivise dalla giurisprudenza e dalla cassazione. La spiegazione più ricorrente di mobbing è stata catalogata come un insieme di condotte vessatorie reiterate e durature, individuali e collettive, rivolte nei confronti di un lavoratore o lavoratrice ad opera di superiori gerarchici a sottoposti di pari livello che rivestono posizioni apicali. In altri casi si tratta di una strategia volta all’estromissione del lavoratore dal posto di lavoro, si pensi alle molestie sessuali che restano in assoluto silenzio, denunciando l’accaduto solo in sede penale. Il fenomeno ha molte sfaccettature, spesso difficili da dimostrare in un contenzioso e per comprenderne la gravità occorre rifarsi ad una serie di casistiche categorizzate da esperti di psicologia del lavoro e condivise dall’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro).

La letteratura delinea i fenomeni di mobbing come vessazioni, comportamenti offensivi di un superiore gerarchico volti a ledere l’immagine della persona attraverso forme di ridicolizzazioni con l’esercizio del potere disciplinare facendo notare che il lavoro svolto non è corretto, da qui l’isolamento e l’esclusione dal gruppo di lavoro. L’esclusione è la modalità più utilizzata da un superiore che decide di non attribuire mansioni o lasciare la persona in una condizione di totale inattività. L’inattività è la forma più grave di mobbing, che si configura in termini giuridici, oltre all’inadempimento contrattuale, anche al dimensionamento. Il mobbing oltre a concentrare tutte queste condotte, mira all’accanimento e alla vessazione per colpire il lavoratore o la lavoratrice che spesso non denuncia l’accaduto.

La segregazione oltre ad essere orizzontale e verticale è anche trasversale perché incide sulla vita familiare con la conseguente separazione/divorzio e rottura con i figli. Queste persone, secondo l’avvocata, più che di un legale hanno bisogno di un supporto psicologico, seguire percorsi mirati in centri anti mobbing per acquisire consapevolezza delle difficoltà e reagire raccogliendo tutti gli elementi per istituire un contenzioso e richiedere il risarcimento del danno. Il risarcimento del danno, sostiene Simona Napolitani, non restituisce, a chi ha subito una violazione, la propria integrità. La giurisprudenza offre questa possibilità per chi ha subito maltrattamenti (lesione dei diritti alla persona, della salute, e della libertà) ed è l’unico strumento approvato per riparare e non prevenire. La prevenzione e la comunicazione servono per creare consapevolezza, e stabiliscono le condizioni per riconoscere i fenomeni patologici nell’ambito del lavoro e della famiglia. “Occorre conoscere il limite di demarcazione tra il principio di autodeterminazione delle donne e il diritto di libertà altrui. La violenza sulle donne può essere fatta alzando muri, non c’è bisogno dell’acido, dei pugni, degli schiaffi o delle parolacce. Gli uomini possono distruggere una donna con il silenzio, con la viltà, con l’indifferenza. Fa paura l’autostima della donna, la percezione di sentirsi considerata, l’intelligenza e la sua sensibilità, tutte forme di violenza che mietono vittime”, commenta l’esperta di diritto del lavoro. È bene sottolineare che molte donne riescono a riallacciare situazioni sane e la giurisprudenza riconosce i principi del mobbing applicandoli alle relazioni familiari, conclude la Napolitani.

davGabriella Maugeri, docente e psicologia nelle relazioni familiari, ha sostenuto che la relazione tra mobbing e famiglia è duplice. Spillover è il legame in cui prevale una situazione di mobbing sul lavoro e le relative conseguenze in famiglia, con il coniuge e i figli. La costante svalutazione psicologica di un familiare messa in atto tramite comportamenti prepotenti, coercitivi e vessatori, è finalizzata a minare la stabilità psicologica ed emotiva della persona. Questi episodi, sottili e subdoli, diventano riconoscibili, sul posto di lavoro per la presenza di colleghi che documentano le azioni. Tuttavia, secondo la psicologa, se i colleghi si alleano, possono diventare responsabili del suicidio del lavoratore emarginato. Il lavoro psicologico è fondamentale, porta il soggetto a riflettere sugli aspetti collusivi che si strutturano nel tempo e due sono le condizioni che si rifanno ad una situazione di mobbing prima della separazione di coniugi: estromettere il coniuge dall’abitazione familiare o coinvolgere i figli per isolare la vittima. Queste dinamiche passano attraverso comportamenti attivi (attacchi, accuse, emarginazioni, tentativi di sminuire il ruolo dell’altro, provocazioni e pressioni) e comportamenti omissivi (esclusione, rifiuto al dialogo) che toccano la sfera della vita quotidiana (dal pasto alla sessualità). Molte di queste azioni restano celate per la vergogna, per timore di vendette e per la presenza dei figli che rappresentano un deterrente, conclude la Maugeri.

Aspetti che investono la persona a livello psicologico

  • Aspetto gerarchico – all’interno della famiglia tende a crearsi una gerarchia che vede l’uno in una posizione one up e l’altro in una posizione one down dove lo squilibrio di potere tende ad essere più ampio.
  • Lesione dell’immagine – squalifica e svalutazione (derisione, non considerazione) che avviene nel rapporto a due o in presenza di altre persone, spesso i figli.
  • Disconferma – da un punto di vista eziologico è una dinamica altamente patologica. La letteratura riporta casi in cui nei contesti familiari la disconferma è uno dei fattori che provoca gravi patologie. Rispetto ad altre modalità comunicative c’è l’interdizione dell’interlocutore, Tu non esisti! Se ciò avviene in modo reiterato provoca un break down, una rottura. La modalità è trascurare il coniuge, quello che prova, togliere valore ai comportamenti, ai sentimenti, non se ne riconosce l’esistenza. La persona viene messa in una condizione psichica di perenne disagio generando situazioni di angoscia, creando un vuoto privo di coordinate relazionali. Qui intervengono le patologie psicosomatiche che possono indurre la persona a gesti autolesionistici (cefalea, gastrite, disturbi alimentari e del sonno, disturbi nella sfera sessuale e di adattamento, patologie ansio-depressive, traumatici da stress e calo del tono dell’umore) oggi utilizzati in sede legale.

Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna, esperta nella difesa dei diritti della donna sulla violenza di genere, ha spiegato che queste situazioni dolorose sono fenomeni diffusi e in aumento. Il mobbing familiare, commenta la penalista, è un fenomeno che sta prendendo piede in situazioni in cui la donna è libera, economicamente autonoma e riveste alti ruoli sociali all’interno della famiglia. Il coniuge, in questi casi, adotta un esercizio di potere, e la disconferma viene spesso denunciata da donne che hanno raggiunto ruoli apicali. Da circa dieci anni è stato riconosciuto in cassazione il reato di maltrattamento psicologico, sino ad ora si configurava solo se era presente una violenza fisica. La Convenzione di Istanbul riconosce oggi oltre al maltrattamento psicologico anche la violenza economica. Le leggi ci sono, quello che manca è l’applicazione per il persistere di stereotipi radicati nella nostra cultura, conclude la Manente.

Cristina Montagni

Premio Women Value Company 2018. Intesa Sanpaolo premia il contributo femminile in azienda

Restart l’edizione Premio Women Value Company, progetto nato dalla collaborazione di Intesa Sanpaolo e la Fondazione Marisa Bellisario, è dedicato alle piccole e medie imprese che investono sulla crescita e l’empowerment femminile che si distinguono per strategie innovative, politiche di inclusione e partecipazione che eliminano il gender gap e mettono le donne al centro di un percorso di crescita e sviluppo. Il messaggio è chiaro: la valorizzazione del talento femminile e della parità di genere è una leva strategica per imprese competitive.

A distanza di un anno, le donne confermano il loro ruolo strategico per lo sviluppo e il cambiamento economico e sociale del nostro Paese. Al riconoscimento concorrono 600 imprese, oltre 110 aziende finaliste, 5 incontri organizzati nelle principali città italiane per fare il punto sulle migliori pratiche per la parità di genere.

La Banca d’Italia stima in una recente pubblicazione che una crescita del 60% comporterebbe un aumento del 7% del PIL. Nonostante gli effetti potenzialmente positivi, le discriminazioni restano significative: percorsi di carriera più lenti, differenze retributive e mancata valorizzazione delle competenze.

Il Premio Women Value Company 2018 sarà assegnato a due imprese, una media e una piccola, in favore del lavoro svolto da donne che si sono distinte in:

  • servizi per conciliare famiglia e lavoro
  • iniziative a favore della serena gestione del tempo libero (benefit, voucher, asili nido interni, etc);
  • politiche flessibili di organizzazione del lavoro;
  • politiche retributive di merito non discriminatorie;
  • sviluppo e valorizzazione di competenze e carriere femminili

Image of a succesful casual business woman using laptop during

Possono partecipare al concorso tutte le imprese, pubbliche e private, che registrano buone performance economico-finanziarie che si distinguono nella valorizzazione del lavoro femminile e di gestione del gender diversity. Il premio riconosce alle aziende candidate una targa consegnata nel giro di un roadshow che ha toccato le principali città italiane. La Commissione, presieduta dal Professore Antonio Catricalà e dalla Presidente della Fondazione Bellisario, Lella Golfo, proclamerà la Piccola e la Media Impresa vincitrice del premio “Women Value Company 2018 – Intesa Sanpaolo”. Le imprese riceveranno la Mela d’Oro nel corso della cerimonia di premiazione che si terrà a Roma a giugno insieme alle altre imprese finaliste che hanno superato la selezione in virtù delle loro pratiche per garantire a uomini e donne pari opportunità e riconoscimenti di carriera. 

Stefano Barrese, Responsabile Divisione Banca dei Territori Intesa Sanpaolo spiega che “il premio istituito con la Fondazione Bellisario parte dal convincimento che la presenza femminile nelle imprese rappresenti un’opportunità. Conosciamo la qualità delle donne nel lavoro: sono istruite, preparate, attente, collaborative. La strada per superare gli aspetti discriminatori è ancora lunga, ma da parte nostra l’impegno che riserviamo alla parità di genere, sia verso i colleghi che verso i clienti, è una regola che ci siamo dati da tempo e di cui apprezziamo l’efficacia. Per noi, come Banca, le donne rappresentano un mondo con cui confrontarsi, per far nascere rapporti commerciali proficui ma soprattutto nuovi stimoli e sfide.”

C’è tempo fino al 9 febbraio 2018 per candidarsi. Leggi il bando e compila il questionario online: clicca qui

Cristina Montagni

G7 Pari Opportunità. La Sottosegretaria Maria Elena Boschi chiude a Taormina l’anno di Presidenza italiana

Si conclude a Taormina la riunione G7 sulle Pari Opportunità, l’ultima delle 13 Ministeriali tenute durante l’anno di presidenza italiana del G7. Alla riunione del 15 e 16 novembre, presieduta dalla sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Maria Elena Boschi, hanno partecipato i capi delegazione di Canada, Giappone, Stati Uniti, Germania, Francia e Gran Bretagna e la commissaria europea per la giustizia, la tutela dei consumatori e l’uguaglianza di genere Vera Jourovà

Imagoeconomica_1010836-1024x685

Temi della Roadmap del G7 Taormina

La 13esima ministeriale ha focalizzato l’attenzione su tre temi, alla base della Roadmap adottata lo scorso maggio dai leader del G7 per la promozione della parità di genere. La riprogettazione del mercato del lavoro e del sistema di welfare per liberare il potenziale femminile in ambito economico; il ripensamento di misure legislative volte ad aumentare la partecipazione femminile in posizioni di leadership e nei processi decisionali; la prevenzione e la lotta alla violenza di genere, incluso il fenomeno della tratta.

In concreto il documento finale riafferma l’importanza di assicurare pari opportunità alle donne, agli uomini e la loro piena promozione, protezione e realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle donne e delle bambine che sono universali ed essenziali per il loro empowerment e per l’avanzamento dei processi di pace, sicurezza e sviluppo sostenibile. La dichiarazione riconosce che le barriere strutturali all’empowerment delle donne durante tutta la vita possono essere composte da molteplici forme di discriminazione sia nella sfera pubblica che privata, dagli stereotipi di genere e da norme sociali, attitudini e comportamenti negativi.

La commissione ministeriale esprime inoltre forte preoccupazione per le condizioni di lavoro disparitarie tra donne e uomini, per le opportunità di avanzamento di carriera limitate per le donne e la crescente incidenza di forme occupazionali informali e atipiche. Per questi motivi si riconosce che la parità di genere non sarà raggiunta senza il pieno coinvolgimento e la collaborazione attiva della società civile e delle organizzazioni non governative. Si riafferma con forza l’impegno ad attuare le misure e le azioni concordate nella roadmap G7 per un ambiente economico sensibile alla dimensione di genere. In particolare i Ministri sottoscrivono i seguenti punti e si impegnano a:

  • aumentare la partecipazione delle donne e a promuovere le pari opportunità e processi di selezione imparziali per le posizioni di leadership a tutti i livelli decisionali in tutti gli aspetti della vita sociale, economica e politica;
  • prendere in considerazione l’adozione di misure sostenibili concrete atte a promuovere e ad agevolare l’imprenditoria femminile, e a riaffermare il suo contributo all’innovazione, alla creazione di posti di lavoro e alla crescita economica;
  • ridurre il divario tra donne e uomini nei tassi di partecipazione alla forza lavoro sostenendo la partecipazione femminile, migliorando la qualità occupazionale e promuovendo la parità di genere;
  • sensibilizzare l’opinione pubblica e valorizzare il lavoro di cura e domestico non retribuito e il suo importante contributo all’economia, e a promuovere l’equa condivisione tra donne e uomini delle responsabilità di cura;
  • sviluppare politiche e misure per l’equilibrio vita-lavoro e la parità salariale, combattere l’occupazione precaria, migliorare le condizioni di lavoro, e incoraggiare le aziende ad adottare forme di lavoro flessibili durante tutta la vita e misure favorevoli alla vita familiare sia per le donne che per gli uomini;
  • promuovere la partecipazione delle donne e delle bambine all’istruzione e alle carriere nei settori della scienza, tecnologia, ingegneria, matematica e medicina (STEMM), così come la partecipazione in tutti i settori in cui esse sono sottorappresentate, ivi compreso nei settori ad alta specializzazione e più remunerativi;
  • adottare e attuare misure adeguate atte a prevenire tutte le forme di violenza e molestie contro le donne e le bambine sia nella sfera pubblica che privata, ivi comprese le pratiche dannose, quali i matrimoni infantili, precoci e forzati e le mutilazioni genitali femminili, la violenza domestica e intra-familiare, la tratta degli esseri umani a scopo sessuale e lavorativo, e a proteggere e reintegrare le vittime, a effettuare efficacemente indagini sui reati e perseguire gli autori di tali violenze, anche attraverso l’adozione di strategie nazionali e/o piani d’azione nazionali sulla violenza contro le donne e le bambine, sostenuti da risorse umane e finanziarie.

Imagoeconomica_1010832-1024x682

La dichiarazione delle istituzioni

La sottosegretaria Boschi, parlando degli interventi messi in campo contro la violenza di genere spiega che il Governo ha incrementato le risorse per il Piano Nazionale Antiviolenza con 33 milioni per il 2018 e il 2019, adottato Linee Guida strategiche contro la violenza per i prossimi 3 anni e lavorato in sincronia con gli enti locali per garantire a ogni donna il diritto ad essere protetta ma anche accompagnata nel percorso di uscita dal dramma della violenza. Ha sottolineato che in questo scorcio di legislatura vorrebbe portare a conclusione alcune iniziative. Fra queste, il Piano antiviolenza 2017-20, ora alla Conferenza Unificata; l’approvazione definitiva della legge sulla tracciabilità dei salari e quello, approvato in prima lettura al Senato, che evita la riparazione economica del reato di stalking. “Vogliamo ridurre il gap salariale e facilitare l’accesso delle donne al lavoro, alle carriere scientifiche e manageriali e aiutarle a conciliare famiglia e lavoro senza rinunciare alle proprie aspirazioni. La piaga della violenza di genere nei luoghi di lavoro dimostra quanto queste tematiche siano comuni a ogni donna in ogni parte del mondo, a tutti i livelli”. Abbiamo presentato le misure adottate nel nostro Paese dal governo dei mille giorni ad oggi per l’empowerment delle donne: fine delle dimissioni in bianco, lavoro agile nelle P.A., bonus nido, bonus mamme, estensione della maternità e molto altro. Ascoltare le esperienze degli altri Paesi aiuta a migliorarsi perché c’è ancora tanta strada da fare. L`Italia ha aperto la strada del confronto anche su questi temi nell’agenda G7: l’empowerment delle donne parte da qui, ha concluso la Boschi.

Insieme alla Boschi a Taormina c’erano Maryam Monsef, ministra per la condizione femminile (Canada); Marlene Schiappa, Segretaria di stato con delega alla parità tra donne e uomini (Francia); Kathryn C. Kaufman, consigliera del Presidente (Usa); Joanna Roper, inviata speciale per le parità di genere (Gran Bretagna); Katarina Barley, ministra federale per la famiglia, gli anziani, le donne e i giovani (Germania); Yuhei Yamashita, vice ministro parlamentare dell’Ufficio di Gabinetto (Giappone).
Cristina Montagni

Rapporto World Economic Forum 2017 sul “Gender Gap”

Classifica del World Economic Forum 2017 fotografa l’incolmabile trattamento tra uomo e donna. Italia 82esima, dopo la Grecia, Madagascar e Messico.

Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum ritiene che il talento è uno dei fattori essenziali per la crescita e la competitività. “Per costruire economie dinamiche e inclusive, dobbiamo assicurare che ognuno abbia pari opportunità. Quando le donne e le ragazze non sono integrate, la comunità globale perde competitività, idee e prospettive critiche per affrontare le sfide globali e sfruttare nuove opportunità”.

World Ecomic Forum

La parità di genere è il modo in cui le economie e le società prosperano. Il rapporto sulle disuguaglianze di genere 2017, introdotto per la prima volta nel 2006, analizza su base annuale i progressi compiuti da 144 paesi sulle parità di genere su diverse tematiche. Il WEF, presentato il 17 ottobre, si propone di valutare tale disparità e quantificare i progressi compiuti nel corso degli anni. Data la multidimensionalità del fenomeno, il Global Gender Gap Report utilizza un indice incentrato su quattro macro aree:

  • salute (aspettative di vita e rapporto tra sessi alla nascita),
  • istruzione (educazione elementare e superiore),
  • economia (leadership, partecipazione al mercato del lavoro e salari)
  • politica (rappresentanza)

Sebbene nessuna misura possa acquisire la situazione completa, dichiara il fondatore della WEF, l’indice globale – presentato nella relazione – cerca di misurare un aspetto importante sull’uguaglianza di genere, le lacune relative tra donne e uomini nei quattro settori chiave delineati in precedenza. L’indice non cerca quindi di definire le priorità per i paesi, ma fornisce un insieme di dati e un metodo chiaro per tenere traccia delle lacune sugli indicatori critici in modo che i paesi possano definire le priorità all’interno dei propri contesti economici, politici e culturali. L’indice evidenzia anche i potenziali modelli di ruolo che all’interno della loro regione o gruppi di reddito, sono leader nella distribuzione più equa delle risorse tra donne e uomini, indipendentemente dal livello complessivo delle risorse disponibili. Il divario tra uomini e donne, secondo il WEF, confina l’Italia all’82 esimo posto nella classifica su un benchmarks di 144 posizioni complessive. Siamo in coda alla Grecia 78esima, Madagascar 80esima e Messico 81esima posizione. In un anno l’Italia è retrocessa di ben 22 posizioni. 

posizioni Italia Gender Gap

Dall’analisi dei dati si evince un disequilibrio accertabile in molte dimensioni considerate. La parità nell’accesso all’educazione è aumentata e il tasso di alfabetizzazione delle donne in Italia è giunto al 96% con una aspettativa di “vita sana” che raggiunge il 73% per le donne rispetto al 71% per gli uomini. Nonostante l’indicatore positivo, sono proprio le opportunità economiche a destare maggiore preoccupazione.

Lo squilibrio nel mondo del lavoroLa partecipazione economica delle donne alla forza lavoro continua ad essere scarsa, il 54,3% rispetto al 73,7% degli uomini con un reddito stimato che si attesta al 26% rispetto al 51% dei colleghi uomini, generando un divario retributivo di oltre il 50%. Per quanto attiene al empowerment politico, anche qui la distanza è incolmabile. La percentuale delle donne inserite in parlamento non raggiunge la soglia del 30% contro il 70% degli uomini, e un gap che sfiora il 40%. Se contestualizziamo i dati secondo gli item descritti, non possiamo non descrivere alcuni indicatori che rappresentano la triste realtà in cui vivono quotidianamente le donne italiane. Le lavoratrici impiegate a tempo parziale costituiscono una quota rilevante. Un “esercito femminile” rappresentato dal 40% della popolazione totale contro il 16% dei maschi a cui si aggiunge un rapporto di lavoro non retribuito che interessa il 60% delle donne. Ogni giorno, le donne lavorano 512 minuti in più rispetto ai 453 minuti dei colleghi maschi, e la disoccupazione è più alta tra le donne (12,8% contro il 10,9%) così come le persone senza lavoro e quelle scoraggiate rappresentano il 40,3% contro il 16,2% degli uomini. La segregazione occupazionale – vale a dire la distribuzione non uniforme delle occupazioni tra donne e uomini – appare rilevante, infatti il salario medio annuale delle donne non raggiunge i 23.000 euro, contro i 44.000 degli uomini. Alla base del divario retributivo vi è soprattutto il permanere di una profonda matrice di stampo socio-culturale. Una cultura che giustifica ancora responsabilità distinte nella cura della casa e dei figli tra uomo e donna. Uno status culturale che costringe la donna in modo “sistematico” a scegliere tra famiglia e lavoro e non contempla la conciliazione come strumento necessario, urgente e soprattutto moderno in una società globalizzata. 

“Il fattore determinante più importante per la competitività di un Paese è il talento umano. Le donne costituiscono la metà del talento potenziale – ricorda Bekhouche, project manager del World Economic Forum. Se il governo ha un ruolo importante nel sostenere le politiche giuste (congedo di paternità, asili, etc.), sta anche alle aziende creare posti di lavoro con processi di reclutamento innovativi, nuovi percorsi per le carriere, politiche salariali trasparenti che permettano ai migliori talenti di svilupparsi”.

Cristina Montagni

 

Rapporto OCSE 2017- Maggiore partecipazione delle donne nel lavoro

L’ultimo rapporto OECD National Skills Strategy Diagnostic Report – Italy”, presentato il 5 ottobre al Ministero dell’Economia e delle Finanze, incoraggia l’Italia ad essere maggiormente attiva sulle politiche femminili con una più ampia partecipazione al mercato del lavoro. Angel Gurría, Segretario Generale dell’OCSE e Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia e delle Finanze, commentando i dati, richiamano le aziende a investire maggiori risorse in formazione di alta qualità

L’Italia secondo il Rapporto OCSE 2017 si attesta al quartultimo posto per percentuale di donne occupate. Un dato preoccupante visto che molte donne non sono alla ricerca di un posto di lavoro, ciò fa sì che il nostro paese registri il terzo tasso di inattività più alto tra paesi membri dell’OCSE. Il dato spiega che le donne sono spesso viste come “assistenti familiari”, e svolgono la maggior parte del lavoro domestico non retribuito, hanno accesso limitato a asili nido e a posti di lavoro flessibili che potrebbero aiutarle a gestire il lavoro familiare. Il tasso di fertilità in Italia è tra i più bassi dell’OCSE e l’età media in cui una donna ha il primo figlio è alta e molte sono le donne senza figli. Altri indicatori nascondono la bassa partecipazione al mondo del lavoro da parte delle donne, ad esempio la scelta di specializzazioni universitarie non richieste sul mercato del lavoro che rendono difficile trovare un’occupazione dopo la laurea.

L’Italia ha intrapreso diverse riforme per favorire l’integrazione delle donne e dei giovani sul mercato del lavoro. Il governo sta intensificando anche gli sforzi per aumentare la disponibilità delle strutture per l’infanzia e per aiutare le famiglie a coprire i costi di assistenza all’infanzia introducendo esenzioni fiscali per le imprese che assumono donne in situazioni svantaggiate. Un altro elemento positivo che emerge dal Rapporto, è lo sforzo per contrastare le pratiche discriminatorie sul posto di lavoro (ad es. dimissioni in bianco) stabilendo procedure online per le dimissioni volontarie. Per quanto riguarda i giovani, una delle principali politiche attuate in Italia per affrontare la sfida dei giovani NEET – ragazzi che non vanno a scuola, non lavorano e non partecipano a corsi di formazione professionale – è rappresentata da Garanzia Giovani. Una iniziativa voluta dall’Unione Europea, che prende in carico giovani di età tra i 15-29 anni che entro quattro mesi dalla fine degli studi o dalla perdita di un impiego, offre una serie di attività per agevolare la transizione tra istruzione e il mondo del lavoro. Ma mentre queste politiche vanno nella giusta direzione, secondo l’OCSE, resta molto da fare e potrebbero essere necessari interventi complementari per colmare le lacune esistenti nell’insieme di queste riforme.

Secondo gli stakeholder, un problema che suscita preoccupazione in Italia, è la struttura e l’uso del sistema dei permessi retribuiti relativi ai figli, in quanto sono sempre le donne che ne fanno maggiore richiesta. I lunghi periodi di congedo alla maternità possono causare un impoverimento delle competenze e un sostanziale allontanamento da parte delle donne dal proprio posto di lavoro. La recente estensione del congedo paternità da 1 a 2 giorni rappresenta un passo in avanti, ma i diritti al congedo di paternità sono ancora troppo limitati. La mancanza di asili nido a costi accessibili può rappresentare una grande difficoltà per i genitori che vogliono conciliare lavoro e vita familiare. La flessibilità dell’orario lavorativo in Italia è ancora limitata e non aiuta i genitori a conciliare gli impegni di lavoro e gli impegni familiari. Le imprese, poi, non sono consapevoli degli squilibri di genere che riguardano il personale e non sono in grado di identificare i settori dove le donne non sono rappresentate in modo adeguato e modificare di conseguenza le pratiche di selezione del personale.

Interventi suggeriti:

Incoraggiare i padri a richiedere più permessi retribuiti per i figli con l’estensione della durata dei congedi di paternità.

Incoraggiare la diffusione di orari di lavoro flessibili sul posto di lavoro per aiutare i genitori a conciliare gli impegni del lavoro e della famiglia. Rafforzare gli incentivi finanziari e non-finanziari alle imprese per fornire opzioni di lavoro flessibile ai propri dipendenti.

Assicurare la disponibilità e l’accessibilità a costi contenuti delle strutture per la prima infanzia e di assistenza per gli anziani. Continuare ad allargare l’offerta di strutture per alleviare il peso dell’assistenza per le famiglie, ed in particolar modo per le donne.

Rivedere il sistema fiscale per migliorare gli incentivi finanziari all’inserimento lavorativo di entrambi i coniugi, ciò garantirebbe un’omogeneità degli incentivi al lavoro per entrambi i genitori.

Aumentare la consapevolezza degli stereotipi di genere e promuovere un cambiamento culturale al fine di realizzare pari opportunità di lavoro e una condivisione del lavoro domestico non retribuito per uomini e donne. Assicurarsi che le competenze trasferite dal sistema scolastico, siano in linea con l’offerta richiesta dal mercato del lavoro.

Progettare un intervento di politica globale per aumentare la domanda di lavoratori altamente qualificati in modo da sfruttare l’offerta di competenze e creare incentivi per incrementarla ulteriormente.

Cristina Montagni

Intervista alla Ministra Valeria Fedeli

La Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli da marzo 2013 a dicembre 2016 è stata Vice Presidente Vicaria del Senato. Nel suo impegno politico, sindacale e istituzionale, ha sempre combattuto per i diritti e le libertà di tutti, per l’uguaglianza e il superamento di ogni forma di discriminazione.

La Ministra è stata intervistata per approfondire i temi legati agli stereotipi di genere, alla formazione scuola-lavoro che investirà il futuro di ragazzi e ragazze nelle scuole e nelle università in Italia.

Di recente ha avviato un tavolo di lavoro per promuovere una riflessione che conduca a un cambio di linguaggio nei contenuti dei libri di testo e alla valorizzazione del contributo delle donne in tutte le discipline nonché al superamento degli stereotipi sessisti. Come intende affrontare questi temi e con quali strumenti?

Tra le prime iniziative che ho promosso nelle settimane iniziali del mio incarico al Miur, ce ne sono due significative rispetto alla promozione del ruolo fondamentale delle donne nella nostra società: il bando per le scuole per organizzare attività attraverso le quali conoscere più a fondo la produzione di Grazia Deledda – unica donna italiana ad avere ricevuto il premio Nobel per la Letteratura – e il convegno “Donne e linguaggio dell’amministrazione. Riflessioni e proposte per un nuovo stile del linguaggio amministrativo” tenuto al Miur l’8 marzo alla presenza di Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca. Sono due eventi simbolo. Le pari opportunità passano anche per il linguaggio, per la conoscenza, per il sapere. È per questo che tengo particolarmente al fatto che mi si chiami “Ministra”. È per questo che spingo per la conoscenza dello straordinario apporto delle donne allo sviluppo delle società in cui viviamo. Dobbiamo portare le nostre studentesse e i nostri studenti ad aprire gli occhi, a riflettere sui temi dell’uguaglianza, a riconoscere gli sforzi di chi ha lottato e lotta per l’autonomia e la libertà della donna. Come giustamente ricordava nella domanda, a breve avvieremo un tavolo di lavoro, in collaborazione con l’Associazione Editori Italiani, per dare seguito a quanto già sperimentato dal progetto Po.Li.Te (Pari Opportunità nei Libri di Testo). Solo attraverso la conoscenza e lo studio possiamo combattere e superare stereotipi sessisti e costruire società libere da condizionamenti che impoveriscono la collettività nel suo insieme.

Sin dai primi giorni del suo mandato come Ministro dell’Istruzione, ha manifestato un forte coinvolgimento nella lotta al femminicidio. Come pensa di affrontare il tema del contrasto alla violenza sulle donne all’interno delle scuole e dell’Università?

Innanzitutto facendo chiarezza sulla questione. La violenza sulle donne non è un’emergenza sociale, è un fenomeno strutturale, trasversale in tutti i ceti sociali, in tutte le età della vita, che riguarda tutta la società, uomini compresi. Il sistema educativo deve essere un luogo attivo di prevenzione, emersione e contrasto delle violenze. Con la “Buona Scuola” abbiamo gettato le basi per condurre questa lotta: abbiamo messo al centro dell’offerta formativa di ogni istituto l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, in linea con la Convenzione di Istanbul del 2013 e con la nostra Costituzione, coinvolgendo in questo processo non solo le nuove generazioni ma anche docenti e genitori. Per le insegnanti e gli insegnanti abbiamo varato il Piano per la formazione, finanziato con 325 milioni per il triennio 2016-2019 inserendo tra le priorità la prevenzione del disagio, che si concretizza anche nello sviluppo di una cultura delle pari opportunità, del rispetto dell’altro, e l’educazione alla cittadinanza. A gennaio, nell’ambito del Piano in 10 azioni del MIUR per una scuola aperta, inclusiva e innovativa – finanziato con gli 840 milioni del PON per la Scuola – abbiamo stanziato risorse ad hoc per lo sviluppo e il potenziamento di competenze di cittadinanza globale, che includono il rispetto delle diversità e la cittadinanza attiva. Senza contare l’impegno di lunga data del Miur nel contrasto al bullismo e al cyberbullismo e il coinvolgimento in un gruppo di lavoro dell’Osservatorio nazionale sulla violenza contro le donne, che sta elaborando un nuovo Piano nazionale antiviolenza. Abbiamo anche lanciato un avviso pubblico rivolto ad associazioni ed enti per monitorare e promuovere iniziative sulla parità e la prevenzione della violenza. Ciò che è fondamentale per riuscire nell’intento è rinsaldare il patto tra scuola, famiglia e società. Faremo la nostra parte per costruire una società di pari diritti, in cui non ci sia spazio per la violenza e la discriminazione.

Quali sono le iniziative messe in campo dal MIUR per combattere gli stereotipi che vorrebbero le ragazze meno portate per le materie scientifiche?

Abilità, competenze, discipline non hanno sesso. Non ci sono materie o ambiti di studio e di lavoro che sono preclusi alle donne perché donne. Chi dice il contrario sta soltanto rispolverando antichi – e nocivi – stereotipi. Dobbiamo smontare queste false credenze. Dobbiamo spiegare alle ragazze che non c’è nulla che non possano fare, impegnandosi con costanza e passione. La storia è piena di donne che, lottando contro gli stereotipi, hanno fatto grandi le società in cui operavano grazie ai loro talenti. Abbiamo citato Grazia Deledda, penso a Rita Levi Montalcini. La scuola può fare tantissimo. Come Ministero siamo al lavoro su più fronti: abbiamo promosso il ‘Mese delle STEM’ per avvicinare le ragazze al sapere scientifico e, di concerto con il Dipartimento per le pari opportunità di Palazzo Chigi, stiamo portando avanti un programma di azioni specifiche. Nel Piano nazionale scuola digitale, previsto dalla Buona Scuola, ci sono misure come ‘Girls in Tech’ che rispondono a questa esigenza di orientamento. Abbiamo un sito, noisiamopari, che diventerà sempre di più un punto di riferimento per questioni che riguardano l’uguaglianza. Siamo al lavoro per un grande piano nazionale di Educazione al rispetto, insieme al mondo dell’associazionismo e alle famiglie.

La digitalizzazione è la quarta rivoluzione industriale. Può spiegare alle lettrici chi sono i soggetti che possono accompagnare questa nuova “cultura dell’innovazione”?

La comunità educante deve essere in grado di accompagnare le nuove generazioni nella comprensione dei meccanismi di questa “cultura dell’innovazione”. Indubbiamente le ragazze e i ragazzi di oggi, che sono nativi digitali, hanno una certa padronanza dei mezzi tecnologici e della Rete. È anche vero, però, che spesso li usano in maniera inconsapevole. Le insegnanti e gli insegnanti, che hanno il compito di guidare le studentesse e gli studenti nel processo di formazione e crescita, devono essere capaci di trasformarli da fruitori passivi in utilizzatori responsabili. La digitalizzazione è una sfida che offre inedite occasioni di sviluppo. Dobbiamo fare in modo che le ragazze e i ragazzi abbiano gli strumenti per muoversi nel futuro, governando i cambiamenti e addirittura anticipandoli. Il Piano per la formazione dei docenti mira proprio a consolidare queste competenze e innovare le metodologie didattiche. Ruolo importante è svolto poi, dalle animatrici e dagli animatori digitali, ai quali spetta il compito di guidare l’attuazione del Piano Nazionale Scuola Digitale e di promuovere l’innovazione nei loro istituti.

Secondo Lei l’attuale livello di conoscenza degli strumenti digitali è sufficiente per raggiungere una formazione completa che porti ad occupare i posti a disposizione in questo settore, altamente richiesti dalle aziende?

Il digitale ha originato mutamenti nelle nostre vite, nella società, nel mondo del lavoro, nei servizi alle persone. È per questo motivo che, oltre ad aver predisposto il Piano nazionale scuola digitale che stanzia oltre un miliardo di euro per l’innovazione nelle nostre scuole, abbiamo lanciato all’inizio di quest’anno il Piano in dieci azioni che mette a disposizione degli istituti 840 milioni di euro cui facevo riferimento prima, per rafforzare e sviluppare le competenze digitali delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi anche in orario extrascolastico. Vogliamo fornire alle nuove generazioni un bagaglio di competenze e abilità al quale attingere per fronteggiare le sfide del presente e orientarsi nelle scelte del domani, soprattutto lavorative e professionali. Stiamo dando loro una forte e solida base a livello formativo. Stiamo costruendo condizioni di uguaglianza e pari opportunità. A loro spetta il compito di continuare ad avere sete di conoscenza e di aggiornamento, anche fuori dal percorso di studi, per rinnovare il proprio sapere e trovare la strada professionale più adatta alle loro inclinazioni e ai loro sogni.

Quali misure andrebbero adottate per garantire una formazione mirata all’inserimento lavorativo? Il progetto Scuola-Lavoro è sufficiente?

L’Alternanza scuola-lavoro, che attraverso la legge 107 del 2015 abbiamo reso obbligatoria per le studentesse e gli studenti delle scuole superiori, è un’importante innovazione didattica e uno strumento di orientamento fondamentale. Le giovani e i giovani hanno la possibilità di entrare in contatto con un mondo estraneo alla loro esperienza di vita ma con il quale dovranno ben presto fare i conti, possono mettere al banco di prova le loro competenze e le loro conoscenze, possono cominciare a prendere le misure dei loro sogni e capire come agire per realizzarli. La Buona Scuola ha introdotto altre misure importanti in tal senso: penso all’opzionalità del curriculum, penso al Piano Nazionale Scuola Digitale di cui parlavamo prima. Penso ancora a quanto possa essere importante l’autonomia scolastica: istituti che definiscono le proprie priorità formative in base alle esigenze delle giovani e dei giovani e dei territori e che interagiscono con la comunità di riferimento, allargando l’orizzonte di esperienze e possibilità delle ragazze e dei ragazzi. Penso, infine, ai decreti attuativi della Buona Scuola, approvati nel mese di aprile, e ai bandi PON dedicati alla promozione dell’imprenditorialità e all’orientamento. Per la prima volta la scuola italiana educa, istruisce, forma le nuove generazioni e, al contempo, abbatte i muri che la tenevano distante dalla società, costruendo ponti con l’esterno per far sì che le studentesse e gli studenti possano avere un quadro d’insieme del domani e un solido bagaglio di competenze grazie ai quali diventare cittadine e cittadini responsabili di un mondo in crescita sostenibile.

L’Italia per quanto concerne l’innovazione didattica è al passo con quanto richiesto dall’Agenda dello sviluppo sostenibile 2020-2030 dell’Onu?

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Onu è un punto di riferimento per la nostra azione ministeriale. Lo è per due obiettivi – il quarto e il quinto – in particolar modo: “fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, opportunità di apprendimento per tutti” e “raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze”. Ma lo è in generale, considerando che gli obiettivi dell’Agenda sono strettamente interconnessi l’uno con l’altro. Stiamo mettendo in campo azioni e investimenti per raggiungere nel minor tempo e nel migliore dei modi possibili questi risultati. Quello che vogliamo per le nostre ragazze e i nostri ragazzi è un futuro di crescita sana, libera e sostenibile. Stiamo gettando i semi di questo futuro già nel loro presente, attraverso il nostro sistema di istruzione e formazione. Non verremo meno a questo impegno e anzi lavoreremo con maggiore determinazione per centrare l’obiettivo. Lo facciamo per le giovani e per i giovani. Lo facciamo per il nostro Paese.

Cristina Montagni

 

Roadmap e Summit G7 di Taormina. Politiche e strategie sulla Parità di Genere entro 2030

A conclusione del Vertice di Taormina, i leader del G7 firmano la roadmap sulle politiche da intraprendere sulla parità di genere entro il 2030. Il piano punta sul lavoro femminile, sull’imprenditoria, sull’empowerment economico e la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro. 

Vediamo le principali risoluzioni dell’accordo:

firma documneto congiunto G7 Taormina

Impegno del G7 e misure concrete entro il 2022 

Entro il 2022 si dovrà facilitare l’ingresso delle donne imprenditrici nel tessuto sociale, offrire incentivi all’accesso al credito attraverso la garanzia di fondi soprattutto nella fase di start-up. Saranno individuate campagne di sensibilizzazione per informare le donne sulle risorse disponibili per la creazione di reti e la promozione dell’imprenditorialità femminile. L’impegno dell’UE è aumentare la formazione, il mentoring, le opportunità di networking sostenendo politiche di cooperazione allo sviluppo in diversi settori produttivi.

Lavoro dignitoso per le donne

Nei criteri di crescita si auspica l’aumento del 25% della partecipazione femminile al lavoro entro il 2025, oltre al miglioramento della qualità dell’occupazione femminile riconoscendone il ruolo positivo nel mercato occupazionale equiparando reddito e pensioni agli uomini. Il G7 si impegna a promuovere l’impiego delle donne nei management aziendali soprattutto nell’economia informale in cui sono sottorappresentate. Si impegna a riconoscere la cura e il lavoro domestico non retribuito quale contributo all’economia globale che grava sulle donne e sulle ragazze. La delegazione sollecita l’aggiornamento delle banche dati delle statistiche nazionali ISTAT, delle Nazioni Unite, OCSE, FMI, BM, OIL e della Commissione Europea. L’ISTAT sarà l’unico ente preposto per coordinare le statistiche in base alle caratteristiche definite secondo le nuove regole definite dal G7. Per armonizzare le banche dati degli Enti nazionali, si adotterà un metodo condiviso tra i dati degli Enti nazionali e quelli dell’OECD. Le banche dati dovranno stimare le attività delle famiglie tenendo conto degli impieghi non retribuiti a livello nazionale e internazionale con l’ausilio di sportelli per quantificare il lavoro a tempo determinato con indagini ad hoc, già a disposizione dai sistemi confederali CISL. L’ILO dovrà inoltre proseguire il programma di lavoro pilota (LFS) con l’obiettivo di scrivere le linee guida e sostenere il G7 per all’attuazione della risoluzione 19 ICLS sulle statistiche di lavoro entro il 2018. 

Investimenti in infrastrutture sociali

Si riconosce alle infrastrutture sociali – reti, luoghi, progetti e servizi – un ruolo cruciale per aumentare lo standard di vita e di qualità delle comunità. Saranno stimolate le strutture didattiche, le aree ricreative, i programmi culturali per facilitare i contratti di lavoro per le donne impiegate in ambito informale. Il G7 aumenterà le dotazioni finanziarie nelle infrastrutture in servizi sociali con la promozione di partenariati pubblico-privati. I Ministeri del lavoro si impegneranno per l’integrazione tra i sessi nei processi di pianificazione, monitoraggio e budgeting nelle infrastrutture sociali. 

Investimenti in salute, benessere e alimentazione

Salute, benessere e alimentazione sono indicatori necessari per promuovere l’empowerment per le donne considerate come agenti di cambiamento. Per accompagnare questi cambiamenti si dovranno sostenere l’adozione di buone pratiche sanitarie e nutrizionali, migliorare la partecipazione economica delle donne, l’alfabetizzazione dei giovani, promuovere la carta dei diritti degli adolescenti e delle donne in materia di salute, implementare l’accesso ai servizi sull’assistenza sanitaria e politiche mirate alla salute e al benessere.

Analisi di genere e di contrasto alla povertà

L’uguaglianza di genere è il principale strumento anti-povertà che si concretizza attraverso mirate politiche economiche, sociali e ambientali. Tutte le statistiche dei paesi evidenziano strette connessioni tra sesso, povertà, l’empowerment e diseguaglianza. A questo proposito ecco alcune delle riflessioni in grado di contrastare questi fenomeni.

Esclusione sociale

Esperti nazionali, regionali e internazionali ritengono che per contrastare la povertà, occorre disporre di una politica comune e avviare analisi multidimensionali in riferimento al sesso e alla povertà che per effetto della crisi hanno investito l’occupazione femminile in un contesto globale. Si incoraggiano partenariati internazionali per rafforzare le indagini statistiche e disporre di analisi innovative disaggregando le informazioni in base al sesso e età e capire quali sono le barriere che impediscono ai gruppi di accedere ai servizi di base per la salute. 

Gli strumenti di contrasto

  1. Incentivare le strategie anti-povertà con aspetti economici e sociali; 
  2. Sostenere politiche sull’occupazione attraverso sistemi di detassazione alla famiglia, sull’assistenza sanitaria e assistenza agli anziani; 
  3. Sviluppare politiche abitative idonee per uscire dalla povertà e dalla disuguaglianza considerando con attenzione i fenomeni della disabilità, razza, etnia, religione e composizione familiare che influenzano lo status sociale di donne; 
  4. Riconoscere alle donne – impiegate nell’occupazione precaria – politiche sul congedo retribuito, modalità di lavoro flessibili, custodia dei bambini e cura a lungo termine; 
  5. Per combattere l’occupazione precaria, gli stati membri incoraggiano privati, aziende statali e datori di lavoro ad adottare strumenti di conciliazione tra lavoro e cura delle responsabilità per le donne e per gli uomini, riducendo il gap retributivo; 
  6. Incoraggiare le aziende a sostenere accordi di lavoro flessibili per le famiglie; 
  7. Incentivare sul posto di lavoro misure di sostegno al credito;
  8. Disegnare una mappa dei settori in cui il divario tra i sessi è più rilevante; 
  9. Promuovere maggiore partecipazione delle ragazze nella scienza, tecnologia, ingegneria, matematica e medicina (STEMM), riconoscendo che l’area digitale e le competenze tecnologiche sono quelle in cui le donne e le ragazze sono sotto-rappresentate. Queste competenze saranno il requisito fondamentale per accedere a molti posti di lavoro ad alto rendimento economico;
  10. Rafforzare la collaborazione tra università e ricerca, istituti e settore privato. 

Eliminare la violenza contro le donne e le ragazze

I leader G7 si impegnano a promuovere misure per contrastare la violenza contro le donne e le ragazze nel settore pubblico e privato. La violenza contro le donne è una violazione, un abuso dei diritti umani che producono costi diretti e indiretti rilevanti per tutta la società. I governi daranno una risposta forte per contrastare ogni forma di molestia – incluse le pratiche dannose contro i bambini, il matrimonio precoce e forzato, la mutilazione genitale femminile, la violenza domestica, la tratta di esseri umani nello sfruttamento sessuale e lavorativo – contro le donne e le ragazze, compresi i migranti e i rifugiati in una cultura di reciproco rispetto. Per combattere questi atti si adotterà una strategia nazionale attraverso un incremento delle risorse finanziarie promuovendo per gli educatori la formazione alla parità di genere con norme sugli stereotipi contro le ragazze nelle scuole a tutti i livelli di istruzione entro il 2022. Sarà compito degli Stati monitorare l’attuazione di leggi e politiche legate alla violenza contro le donne analizzando dati rilevanti sui tipi di violenza perpetrati nei confronti di donne e ragazze. Saranno raccolti e pubblicati con regolarità i dati disaggregati per sesso e età in modo da monitorare il fenomeno, esplorando le cause e identificando i gruppi vulnerabili e le nuove forme di violenza. Si investirà in campagne d’informazione volte a coinvolgere i ragazzi, come attori di cambiamento, per aumentare la consapevolezza degli effetti negativi mostrando immagini degradanti delle donne e atti violenti perpetrati contro le donne o incitamento alla violenza nei media. Si prevede inoltre un aumento di fondi per lo sviluppo in programmi sulla cooperazione e su tutte le forme di violenza entro il 2022 per la raggiungere la piena attuazione della risoluzione 1325 delle Nazioni Unite.

Cristina Montagni

Internet e lavoro, il gender gap è ancora una forte realtà

“La donna è il motore della società nella battaglia quotidiana. Ogni giorno è alle prese con il problema di dover coniugare i molteplici impegni familiari e di lavoro. Pertanto, diventa più che mai strategico il ruolo della mobilità e della sicurezza in città, asset fondamentali di una smart city”.

Non usa mezzi termini Simona Vicari, sottosegretario ai Trasporti e alle Infrastrutture, intervenuta al convegno dal titolo “Digital Women”, organizzato dall’associazione Italian Digital Revolution presso la Biblioteca della Camera dei deputati, insieme a rappresentanti del mondo delle istituzioni, della ricerca e dell’imprenditoria.

mde

Quando si parla di smart city al femminile – spiega la Vicari – si parla di inclusione sociale che non può prescindere da una progettualità women based, che veda le donne promotrici e utilizzatrici dei servizi digitali. Ma c’è ancora molto lavoro da fare per ridurre il digital gap tra uomini e donne e tra donne del Nord e del Sud. Fondamentale è puntare sulla formazione digitale per avere cittadine consapevoli che possano sfruttare al meglio le nuove opportunità al fine di migliorare la qualità della propria vita. È dimostrato che la crescita del web offre alle donne molte opportunità di lavoro, inoltre la rete può rappresentare un’alleata al servizio del genere femminile in un processo di piena realizzazione delle pari opportunità. A beneficio anche della pubblica amministrazione l’irruzione sulla scena di nuove professionalità sposta in avanti il cuore del problema, rappresentato dal gender gap imperante anche nel settore delle competenze digitali. Ci sono sempre più donne preparate ed esperte in materia digitale, ma sono ancora poche quelle che ricoprono ruoli manageriali in istituzioni e in aziende tecnologiche. Si calcola che circa il 70% delle imprese, meno del 25% delle donne ha incarichi tecnico-scientifici, alle quali viene riconosciuta maggiore capacità in termini di problem solving, di decision marking e di multitasking. Per Milly Tucci, responsabile dell’Osservatorio donne digitali dell’AIDR, fare il punto sull’uso di internet per migliorare la PA con le donne protagoniste del cambiamento in una fase ‘disruption’. L’impegno futuro è quello di sconfiggere la resistenza culturale, ancora molto sentita, e di acquisire maggiori competenze con la scelta, da parte delle più giovani, di indirizzi di studio STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). Un recente rapporto compilato da S&P Global Market Intelligence e pubblicato dal Financial Times, indica che il numero delle donne con l’incarico di amministratore delegato nelle 350 più grandi società europee quotate in Borsa è raddoppiato negli ultimi sette anni, ma rappresentano soltanto il 4 per cento del totale: in sostanza, erano 7 nel 2009, sono circa 15 oggi. Prosegue anche la marcia di avvicinamento all’eguaglianza tra i sessi nelle stanze dei bottoni, come dimostrano gli Stati Uniti, dove, dal 2009 al 2016, le donne Ceo sono passate da 18 a 27. 

mde

Dati incoraggianti – sostiene Rosangela Cesareo, blogger e socia dell’AIDR– sottolineano il ruolo che la donna ha assunto nella nostra società, tra mille discriminazioni e difficoltà. Il digitale in Italia è ormai di colore rosa perché sono tantissime le donne che occupano ruoli di primo piano in questo settore e rappresentano delle vere e proprie eccellenze. Guardiamo ad esempio alle cosiddette ‘mamme digitali’: un fenomeno straordinario, testato tra l’altro dai numerosi studi eseguiti sull’argomento, che dimostra come le mamme italiane siano le più digitalizzate al mondo.

Cristina Montagni

Donne da “WOW”, 12 donne, 12 storie, 12 minuti: il “Talk” in rosa per fare squadra e migliorarsi

“HITalk WoW

Una giornata per il “Self Empowerment” di chi ce l’ha fatta

Dodici donne, dodici eccellenze italiane, riassunte in dodici minuti, questo il talk presentato il 5 marzo a Roma, nella Sala della Protomoteca del Campidoglio. Il format “HITalk WoW! Woman is noW ripercorre storie di successo, Amore, Forza e Genialità. Ciascuna delle partecipanti al HITalk- High Idea Talk, ha condiviso il proprio vissuto con l’obiettivo di promuovere il ‘self-empowerment’. “Quante volte una donna ti ha fatto esclamare wow? Mai come in questo momento storico c’è bisogno di ricordare quanto grande sia il valore dell’essere donna, quel contributo che, ciascuna nel proprio campo, nella propria quotidianità, riesce a dare”. È il “self–empowerment” la filosofia di “HITalk WoW”, ha aggiunto Akiko Gonda che, insieme a Marie Gabrielle De Weck, sono le ideatrici del format HITalk Wow, il “talk delle donne”.

L’evento, Donne da “WOW”, promosso da LVenture Group in partnership con l’acceleratore di startup LUISS ENLABS è stato aperto dal Consigliere Carola Penna, Presidente della XII Commissione per le Relazioni Internazionali, la Moda e il Turismo del Comune di Roma e patrocinato dall’Assessorato allo Sviluppo Economico, Turismo e Lavoro del Comune di Roma. Al Talk erano presenti, Giorgia Abeltino (Responsabile delle relazioni istituzionali Google), Monica D’Ascenzo (giornalista), Stefania Fadda (Psicologa/Cabss onlus), Elena Dominique Midolo (CEO Clio Makeup), Giusi Nicolini (Sindaco di Lampedusa), Annalisa Pizzetti (Medico), Barbara Riccardi (Insegnante, Ambasciatrice del Global Teacher Prize), Linda Laura Sabbadini (Statistica), Paola Santini (Ricercatrice astrofisica), Ludovica Serafini (Designer), Loredana Taddei (Responsabile Politiche di Genere CGIL), Carlotta Ventura (CCO Ferrovie dello Stato) e Riccarda Zezza (Consulente manageriale, Maternity as a Master).

10 skills you need in 2020

Riccarda Zezza, Imprenditrice sociale, animatrice di “Maternity as a Master” fondatrice della piattaforma digitale, “Maam” spiega che nel corso della maternità, le donne hanno la possibilità di confrontarsi attraverso un network italiano per condividere esperienze e aumentare l’intelligenza emotiva dei padri.

MAAM

Per Carlotta Ventura, manager e CCO di Ferrovie dello Stato, la tecnologia può riequilibrare il gap tra i sessi. Nella presentazione “perché il salmone è rosa”, la Ventura dice: “Consapevoli della fatica a risalire la corrente, le donne devono imparare ad attrezzarsi affinché le giovani generazioni possano raggiungere i traguardi con maggiore facilità”, citando le storie positive di TIM Girls Hackathon e FS women in motion.

Barbara Riccardi, ambasciatrice del Global Prize Teacher, insegnante di professione, allena i ragazzi al pensiero critico. La Riccardi sottolinea che Il valore della donna è nell’essere il genio scaltro tra testa e cuore, con amore e passione. La capacità di venirsi incontro per cercare nuove alleanze scuola-famiglia, genera processi di crescita tra il corpo docente e i ragazzi.

La giornalista finanziaria di professione, Monica D’Ascenzo racconta che sul campo di basket ha imparato delle lezioni fondamentali per il suo lavoro. Per lanciare una startup non è sufficiente fare squadra, è necessario farlo nelle migliori piazze. È dall’incontro tra la passione per il basket e la curiosità di esplorare nuove attività che fonda il blog “Alley Oop” di cui lei stessa ne è ideatrice e curatrice. Linda Laura Sabatini, eccellenza nel campo della statistica sociale ed ex Direttore del Dipartimento per le Statistiche Sociali e ambientali dell’Istat, è da sempre impegnata per rendere visibile ciò che è invisibile, dando voce agli ultimi, integrando la visione economica, sociale e ambientale.  Conferma che l’Italia sta pagando un prezzo elevato non soltanto economico per una bassa occupazione femminile. L’impiego del 60% delle donne, genererebbe un incremento del Pil del 7%. La realtà dimostra che il nostro Paese registra un tasso al di sotto del 50%, lontano dalla media europea e fanalino di coda della classifica insieme a Malta. “Così ci perdono non soltanto le donne, ma tutto il Paese, che non valorizza le sue risorse migliori e non investe su una crescita inclusiva e sostenibile”. Le istituzioni possono fare molto e devono impegnarsi per risalire la china, ma anche il mondo dell’impresa può offrire sostegno concreto per raggiungere questi obiettivi, che per ora rimangono una vera utopia. Nell’attesa dello “shock” tocca alle donne “fare squadra”, condividere le esperienze, elargire consigli e idee a chi ci sta provando o vuole migliorare nel futuro.

I valori della Bellezza

Noi donne dobbiamo avere l’ambizione di non fermarci alla parità e alle rivendicazioni”, è il messaggio lanciato da Loredana Taddei, Responsabile Politiche di Genere CGIL. Per raggiungere questo traguardo, bisogna lottare per cambiare la società e renderla migliore, portando avanti la battaglia per i diritti, per l’autoderminazione e per l’effettiva libertà. La sindacalista ha ricordato l’indicazione della Cgil ad organizzare assemblee per l’8 marzo, in tutti i luoghi di lavoro, per rimettere al centro il lavoro della donna, del contrasto alla violenza maschile sulle donne, e restituire significato all’8 marzo.  Per Giorgia Abeltino, Responsabile delle relazioni istituzionali di Google, il valore di ogni donna è essere donna. Ciascuna di noi dovrebbe chiedersi cosa significa essere donna, celebrare l’essenza e proteggere il valore che porta con sé. Per Elena Dominique Midolo, CEO di ClioMakeUP, la parola d’ordine è “condividere”. La donna ha, da sempre, un rapporto privilegiato con il creare e generare. Madre e maestra, nei secoli, la donna ha formato le generazioni future. Deve quindi impegnarsi in questa vocazione in una epoca di avanzata tecnologia.

Quando ha iniziato la sua professione, non sapeva dove stava andando, ha seguito il suo istinto, quello di dare voce e udito a una categoria di persone senza vista e udito. Stefania Fadda, psicologa, racconta l’impegno costante di spendere il suo tempo per aiutare i bambini sordo ciechi, con Cabss onlus. Paola Santini, giovane astrofisica, spiega che fin da bambina era attratta dal cielo, ma non pensava che poi sarebbe diventata la sua professione. Un mestiere che ama e che la porta ad essere costantemente in contatto con persone altrettanto motivate. Purtroppo enormi sono le difficoltà in cui versa la ricerca in Italia ma solo la passione per la scienza permette di accettarle. “Esiste solo il valore delle persone, nessun pregiudizio, e il sesso non ha importanza”, ha dichiarato la designer e architetto Ludovica Serafini. Quella che persegue Annalisa Pizzetti, medico estetico, è arte e bellezza, nella professione. “Venticinque anni fa, quando la dermatologia guardava esclusivamente alle malattie della pelle, l’istinto, la curiosità e la passione mi hanno spinta ad occuparmi della sua bellezza e sperimentare le prime tecniche per mantenerla e migliorarla. Oggi che il perseguimento della bellezza è diventato un fenomeno sociale, vorrei che non si perdesse di vista la sua vera autenticità”.

Leggi l’articolo sulla rivista nazionale di impresa, formazione ed imprenditoria in “DONNA IN AFFARI

Cristina Montagni

HeForShe, Lui per Lei

Campagna di sensibilizzazione HeForShe, insieme verso la parità di genere

“HeForShe: insieme verso la parità di genere” è il convegno organizzato il 13 dicembre al Senato della Repubblica che giunge alla sua seconda edizione. L’appuntamento si inserisce all’interno dell’omonima campagna di sensibilizzazione lanciata nel 2014 dalle Nazioni Unite UNWOMEN per coinvolgere gli uomini nell’impegno globale per raggiungere l’uguaglianza di genere. Un progetto largamente condiviso dalle Università Italiane, dalla Ministra Valeria Fedeli insieme alla Presidente di UN Women Italia per portare HeforShe anche nel nostro Paese.
Alla campagna HeForShe aderiscono quasi un milione di uomini e si contano figure come il Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon, il Segretario Generale dello NATO Jens Stoltenberg, Capi di Stato e di Governo tra cui Barak Obama, atleti del livello di Usain Bolt, attori come Tom Hanks etc. In Italia il Presidente del Senato Pietro Grasso, rappresentanti del mondo della cultura, dello spettacolo e dello sport e diciannove Rettori di Università italiane con la presenza di Carrefour, Ferrovie dello Stato, Federmeccanica, Deutsche Bank, Legacoop, Sodexo, Vodafone, Telecom Italia, Facebook, Enel, Barclay’s Italia, Pubblicità Progresso.

Il Presidente del Senato Pietro Grasso, in apertura nel suo discorso ha detto che la battaglia sulla parità di genere non può essere condotta dalle sole donne, ma deve rappresentare un obiettivo comune, una consapevolezza trasversale che incide sul piano normativo e comportamentale. La parità dei generi è una meta di civiltà, frutto di una progressiva maturazione delle coscienze che vada oltre le regole, che superi cioè il concetto di quote di genere previsto dall’attuale normativa.
Le iniziative nate intorno alla campagna offrono spazi proficui per rinnovare l’impegno a mobilitare l’opinione pubblica – ha precisato Grasso – ma tutto dipenderà dalla capacità di diffondere questa cultura e trasmetterla alle nuove generazioni: “molto è stato fatto, si pensi alla ratifica della convenzione di Istanbul, molto resta ancora da fare”. Ogni donna di ogni parte del mondo deve vedere riconosciuti i propri diritti: diritto di vivere libera dalla violenza, diritto all’istruzione, alla partecipazione del processo decisionale, alla pari retribuzione.

Leggi l’articolo completo sulla rivista nazionale di impresa, formazione ed imprenditoria in “DONNA IN AFFARI

Cristina Montagni

 mde

Violenza sulle donne un fenomeno strutturale: Un “Prodotto Sociale”

La Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne è stata scelta per onorare le tre sorelle Mirabal, (Patria, Minerva e Maria Teresa) vittime di Stato uccise da alcuni sicari del dittatore della Repubblica Dominicana il 25 novembre 1960. La data del 1980 divenne il simbolo del loro sacrificio. Molti paesi in seguito si unirono nella commemorazione di questo giorno, attribuendogli un valore di denuncia del maltrattamento fisico e psicologico verso le donne e le bambine. Il 17 dicembre 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni unite, con la risoluzione 54/134, sceglie la data del 25 novembre per celebrare la lotta contro la violenza sulle donne, in omaggio alle sorelle Mirabal.

I dati sulla violenza di genere sono oramai cronaca di tutti i giorni e secondo le recenti stime in Italia raggiungono 7 milioni le donne che subiscono nel corso della loro vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale che in Europa rappresentano il 33% della popolazione femminile totale. E’ necessario fare una riflessione sulla prevenzione e sul contrasto di quella che il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon ha definito “una violazione dei diritti umani, un’epidemia per la sanità pubblica e un serio ostacolo allo sviluppo sostenibile”. L’Italia, con la ratifica della Convenzione di Istanbul, ha uno strumento sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Un testo che traccia delle linee guida dalla definizione di “violenza nei confronti delle donne”. La violenza di genere è una “violazione dei diritti umani” e l’impegno è di ridurre i “danni o le sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica” delle donne. La Convenzione va poi oltre perché afferma che “il raggiungimento dell’uguaglianza di genere è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne”. Ratificando la Convenzione, l’Italia accetta la sfida del cambiamento che passa attraverso l’impegno delle istituzioni.

QUALI AREE DI INTERVENTO L’ITALIA ADOTTA ATTRAVERSO LE AZIONI DEL GOVERNO E DEL PARLAMENTO

La prima area d’intervento si concreta con la legge contro il femminicidio (119 del 2013) che è un’azione di prevenzione a sostegno di chi subisce violenza. La legge 14 del 2013 riguarda il finanziamento al Piano contro la violenza sessuale e di genere e l’estensione a tutto il territorio nazionale del Codice Rosa prevista dalla legge di bilancio 2016. Un altro intervento s’inserisce nel cosiddetto “Welfare alla persona“: strumenti a sostegno del lavoro attraverso una migliore gestione dei servizi alle famiglie e al reddito delle donne. In questa direzione vanno le misure inserite nella legge di bilancio 2016, nello Jobs Act e nella legge 190 del 2014. Un segmento da non trascurare è inoltre quello culturale. Lavorare sul riconoscimento, sul rispetto, sul valore delle differenze adottando misure e interventi che riguardano la scuola, l’informazione, i media, i linguaggi. Da questo punto di vista è fondamentale l’educazione di genere: non a caso, la norma prevista nella Buona scuola (legge 107 del 2015) inserisce nel piano di offerta formativa di ogni scuola l’educazione alla parità tra i sessi e la prevenzione della violenza. Lavorare sulla rappresentanza di genere per renderla equilibrata e paritaria, serve a permettere al Parlamento e alle istituzioni locali di rappresentare meglio la realtà.

STEREOTIPI E PREGIUDIZI

Si considerano stereotipi e pregiudizi, quei rapporti tra i sessi in cui le donne sono considerate proprietà degli uomini, percorsi educativi pensati al maschile, visioni distorte nella rappresentazione del ruolo di donne e uomini, informazione nei media, assenza di equilibrio nella rappresentanza di genere nelle Istituzioni, nelle carriere accessibili solo agli uomini, nella disparità salariale e nell’insufficienza di servizi per garantire la maternità come una scelta consapevole. La violenza non è però solo maschile. Violenza è anche quella che le Istituzioni, il sistema economico e sociale infliggono nei confronti delle donne. La proposta di scrivere un vademecum che raccolga definizioni, pratiche e metodologie contro la violenza di genere che le donne hanno subito fino ad ora. Una violenza che ha diverse faccettature, aggredendo tutti i campi dell’esistente: dal lavoro, alla salute sessuale e riproduttiva, passando per la formazione e la narrazione mediatica che da sempre utilizza strumentalmente i corpi delle donne.

LE ISTITUZIONI IN ITALIA

Le istituzioni in Italia non sembrano essere capaci di affrontare le sfide poste a contrasto alla prevenzione della violenza di genere. Ad oggi non c’è un’indicazione istituzionale precisa che interpreti la violenza di genere come un problema strutturale. Quello che si osserva è che non esiste un lavoro sinergico con i servizi territoriali e le istituzioni che nel tempo si sono posizionate in maniera neutra rispetto alla violenza di genere. Sarebbe necessario porsi in una posizione di ascolto verso ciò che le donne denunciano da anni. Il Ministero alle Pari Opportunità è ancora senza dicastero e ciò denota quanto venga presa in considerazione la pari opportunità tra i generi. A fronte di numerose carenze sul piano legislativo e su quello attuativo, che il ministero per le pari opportunità sia un delegato, fa capire quale sia la priorità dell’esecutivo di fronte al problema del femminicidio, della violenza di genere e della sua prevenzione. I centri antiviolenza seguono le donne perché negli anni si sono individuati degli interlocutori standard che portano gli uomini ad agire violenza sulle donne a compiere sempre gli stessi atti. In tale spirale si legge quanto la violenza sulle donne sia strutturale: un “prodotto sociale”. 

Cristina Montagni

Strumenti e sfide contro la povertà

EMPOWERMENT FEMMINILE E GENDER TEAM IMPEGNO DELLA FIDAPA/BPW INTERNATIONAL

Nel 1992 le Nazioni Unite proclamano la Giornata Mondiale contro la povertà che rappresenta una violazione dei diritti fondamentali degli individui e va sdradicata. L’11 novembre la BPW Italy-FIDAPA a Palazzo Valentini presenta il convegno dal titolo: “Impegno Internazionale e Strumenti contro la Povertà”.

mdeLa giornata propone una disamina delle realtà internazionali, nazionali e locali in materia di contrasto alla povertà e alle nuove povertà. L’apertura dei lavori è affidata alla Presidente Nazionale della BPW Italy-FIDAPA, Pia Petrucci. La Petrucci sostiene che uomini e donne non sono poveri allo stesso modo e il fenomeno non prescindere dall’analisi di genere. In Italia sono un milione e 582 mila le famiglie in condizione di povertà assoluta. A dirlo è l’ISTAT che a luglio 2016 ha pubblicato l’ultimo Rapporto sulla Povertà. pro-camIl dato è destinato a crescere e si conferma il peggiore dal 2005. La tendenza si estende anche tra le famiglie residenti nell’area Centro Metropolitana. L’incidenza è passata dal 5,3% del 2014 al 7,2% del 2015. Un fenomeno che colpisce in modo trasversale famiglie composte di 4 componenti formate da coppie con due figli. E’ necessario comprendere la delicatezza del tema che abbraccia il concetto della discriminazione e dell’emarginazione femminile in particolare. Le ingiustizie che le donne vivono sulla loro “pelle”, sono ingiustizie che hanno origine dalla fase della recessione economica e sociale che negli ultimi anni induce a parlare di una vera crisi sistemica. Una crisi sistemica dove le donne soffrono più degli uomini, per il lavoro che manca, per il lavoro perso dopo la nascita di un primo figlio e un secondo figlio. In un quadro complesso e con poche risorse a disposizione, garantire e tutelare i diritti delle donne sono una sfida difficile ma rappresenta uno stimolo per lavorare con maggiore tenacia e sinergia.mde

La BPW International fa parte della Business Professional Women International presso la FAO e negli anni ha esteso i suoi orizzonti, le competenze, aumentato i diritti e le opportunità. Trasmette informazioni in tutto il mondo e gode dello stato consultivo presso il Consiglio Economico delle Nazioni Unite, UNESCO, ILO, FAO, IFAD e Consiglio d’Europa. Fiorella Nibali–Presidente del Distretto Centro BPW-Italy/Fidapa, dichiara che nella lotta alla povertà è necessario porsi degli obiettivi. La povertà non è solo privazione dei beni, è umiliazione, è perdita di dignità, è emarginazione. La Federazione s’impegna in un lavoro di disseminazione perseguendo i principi dell’empowerment che non riguardano solo il genere femminile, ma la creazione di team nazionali multidisciplinari per valorizzare le capacità delle donne. Le donne, con le loro azioni, promuovono i processi di pace e favoriscono i cambiamenti sociali.

mde

A livello internazionale la BPW ha creato una piattaforma informatica nata negli anni 70-80 per affiancare la disseminazione dei programmi della FAO nell’ambito dell’impegno assunto verso l’ONU. La FAO da anni cerca di affermare il principio secondo cui non vi è sicurezza alimentare senza l’impegno delle donne rurali. S’impegna ad ascoltare i rappresentanti delle società civili, le organizzazioni femminili per raggiungere l’uguaglianza di genere, sconfiggere la malnutrizione, creare i processi di appoggio alla produzione, all’accesso al credito o al ritorno ai finanziamenti. Nel 2015 dopo EXPO, la BPW International ha sottoscritto la CARTA di MILANO insieme all’azione coordinata di gruppi di lavoro portatori d’interessi del mondo civile e sostenuto dalle agenzie del sistema ONU. I nove obiettivi dello sviluppo sostenibile dell’AGENDA 2030 si basano su quattro pilastri fondamentali: Economia, Società, Ambiente e Pace. Gli obiettivi riguardano la riduzione della povertà, l’uguaglianza di genere e la partnership. Nelle aree urbane, dove gli individui hanno bassi livelli d’istruzione, fornire alle donne strumenti idonei per elevare la propria condizione sociale ed economica, generano nel breve e medio periodo un moltiplicatore per tutta la famiglia. I figli sono nutriti meglio, hanno la possibilità di andare a scuola, migliorano in generale l’attività produttiva e le prospettive future di tutta la comunità. Silvia Sperandini specializzata nell’empowerment femminile e nella lotta alla povertà e nel Gender Team dell’IFAD, afferma che l’agenzia offre prestiti a tassi agevolati ma anche donazioni destinate ad attività in ambito rurale. Le disuguaglianze vanno a impattare sul reddito della famiglia. Il prezzo non lo paga solo la donna, sono soprattutto i figli e la crescita del nucleo familiare. Il Gender Team dell’IFAD porta avanti progetti innovativi e inclusivi in favore delle donne. La specificità dei progetti è generare incremento nella produzione da un punto di vista tecnico, migliorare l’accesso al mercato, ai servizi, promuovere le pari opportunità e la partecipazione di tutti, inclusi i giovani. Il Gender Team riveste un ruolo prioritario nel targetting social inclusion . Nelle aree rurali la donna assume un ruolo centrale, un motore economico che produce input positivi anche nelle aree adiacenti. Al contrario la disuguaglianza distrugge le potenzialità di sviluppo per la negazione all’accesso delle risorse e al credito. L’IFAD sostiene progetti a tassi agevolati in favore delle donne, esercita un’opera di lobbying tra i governi che adottano politiche socio-culturali diverse dai loro, com’è impegnata nel rendere più equa la distribuzione dei carichi di lavoro per permettere alla donna di dedicarsi con impegno alle attività economiche e imprenditoriali.

pro-cam

Secondo gli ultimi dati della Banca Mondiale oggi esistono circa 900 milioni di poveri. Queste popolazioni sono concentrate in prevalenza nei PVS soprattutto nelle aree dell’Africa Sub-Sahariana, Asia Meridionale, Africa Occidentale e appartengono alla fascia dei piccoli produttori e produttrici a conduzione familiare. Le donne e gli uomini sono i maggiori investitori in agricoltura, tanto che secondo gli obiettivi dell’AGENDA 2030 i target da raggiungere sono raddoppiare la produttività e i redditi delle famiglie. Anna Amati-Capo della task Force Nazionale sull’imprenditoria e membro del Consiglio Direttivo dell’Italia Startup, afferma che prima di parlare di disuguaglianze e gender gap, bisogna cambiare la filosofia:  “Non è importante dare da mangiare tutti i giorni alle persone, ma dare gli strumenti per procurarsi il cibo tutti i giorni”. In Italia assistiamo a un lento e graduale impoverimento soprattutto nelle aree periferiche di Roma come in tanti clusters nel mondo. Lo strumento che FIDAPA/BPW Italy ha pensato, è sensibilizzare le persone, soprattutto le donne, a uscire dal tunnel della povertà con la trasmissione di una “cassetta degli attrezzi”, tools che possano essere implementati nel tempo: offrire strumenti e capacità alle donne per potercela fare da sole.

mde

L’associazione propone di incrementare le conoscenze delle donne, diminuire il gap tecnologico, avvicinarle ai temi dello sviluppo economico che sono alla base del benessere e dello sviluppo collettivo. Di recente ha lanciato la competizione Creativity Camp. Una competizione aperta a tutte le donne, senza limiti di età né territorio con scadenza 28 febbraio 2017. La Creativity Camp è un percorso che permette da una parte alle aspiranti imprenditrici di acquisire una mentalità e un insieme di strumenti efficaci per rendere concreta una idea, dall’altra alle donne imprenditrici di acquisire delle capacità per sviluppare nuove strategie e connessioni per la crescita del loro business. Gli obiettivi sono sostenere lo sviluppo continuo dell’imprenditorialità femminile, attraverso una competizione che vada a premiare storie e idee di successo quali esempi per altre donne imprenditrici. Stimolare le imprenditrici esistenti nel valorizzare il proprio business grazie alla forza del networking e le connessioni della FIDAPA BPW Italy. Alle vincitrici nazionali sarà riconosciuto un percorso di accompagnamento di 80 ore erogato da socie esperte FIDAPA. Il Bando di concorso Creativity Camp e la documentazione nel link . mde

Le conclusioni della conferenza sono affidate a Luciana Delfini, docente di Governance dell’ambiente all’Università degli Studi di Tor Vergata e Delegata alla FAO presso ILO per l’International Federation on Women in Legal Career. Le Organizzazioni non Governative con vocazione femminile, nascono per contribuire ad avere una società più equa. Nell’ultimo rapporto Women Business Low, la FAO denuncia che non esiste uguaglianza a livello legale tra uomini e donne. Su 173 economie esaminate, 153 pongono barriere legali alle donne sull’occupazione, alla tutela dei diritti, all’accesso del credito, alle terre e all’eredità. Nel ranking dell’imprenditoria femminile si attestano agli ultimi posti pur essendo le maggiori portatrici di reddito nell’economia familiare. Solo con l’ausilio dello strumento legislativo è possibile conoscere le disparità di genere e abbattere le barriere di accesso in entrata alle donne. Pia Petrucci, Presidente Nazionale BPW-Italy/FIDAPA richiama al valore della partnership con le organizzazioni per raggiungere obiettivi comuni. Con la sottoscrizione della CARTA DI MILANO si afferma l’impegno di mettere al centro il valore della donna come empowerment, portatrice e trasmissione di valori alla famiglia, ruolo cruciale per una rinascita economica e culturale. L’emancipazione non diventa inclusione se mancano le condizioni, se manca un lavoro che consenta alla donna di poter esercitare il proprio diritto di essere cittadina. La povertà è un elemento di esclusione. Includere significa rendere possibile l’esercizio della cittadinanza e della propria dignità

Leggi l’articolo completo sulla testata giornalistica nazionale “Donna In Affari”. Giornale online incentrato sui temi del lavoro, della formazione e dell’imprenditoria femminile. 

Cristina Montagni

2016 Giornata Europea per la Parità Retributiva

Nell’Unione europea uomini e donne sono uguali: “questo è uno dei valori fondamentali ma nel 2016 rappresenta ancora un miraggio sul mercato dell’occupazione“. Uomini e donne continuano a non avere stesse pari opportunità nel lavoro.

Il 3 novembre 2016 è stata celebrata la Giornata Europea per la parità retributiva. Il Vicepresidente Timmermans, la Commissaria Thyssen e la Commissaria Jourová hanno dichiarato che i datori di lavoro europei devono impegnarsi a rimuovere gli ostacoli che per le donne si riassume a due stipendi l’anno meno degli uomini. Nell’Unione europea uomini e donne sono uguali: “questo è uno dei valori fondamentali ma nel 2016 rappresenta ancora un miraggio sul mercato dell’occupazione“. Uomini e donne continuano a non avere stesse pari opportunità nel lavoro. Il “soffitto di cristallo” esiste nonostante vi siano più laureate di laureati. Le donne rappresentano, secondo Eurostat, solo il 5% dei dirigenti d’azienda in Europa oltre che le donne sono impegnate generalmente in settori produttivi con retribuzioni più basse. Queste differenze pesano nella retribuzione oraria delle donne: il 16,7% in meno rispetto a quella dei loro colleghi. Il gap retributivo di genere diminuisce a un ritmo così lento che solo nel 2086 si raggiungeranno le pari retribuzioni. Di fronte a questa realtà, la Commissione Europea sta lavorando per colmare il divario: conciliare meglio lavoro e vita privata per realizzare la piena occupazione senza rinunciare a una migliore vita familiare. Nel 2017 la Commissione presenterà una proposta per rafforzare una maggiore parità nell’uso e nella scelta dei regimi di congedo parentale, modalità di lavoro flessibili e strutture per l’infanzia a prezzi più accessibili. Gli uomini al pari delle donne, devono potersi occupare delle famiglie e le imprese devono promuovere le donne qualificate di cui l’Europa ha bisogno.

In occasione della Giornata Europea per la Parità Retributiva, la Commissione Europea s’impegna a offrire alle donne e agli uomini le stesse opportunità sul mercato del lavoro, la stessa retribuzione per lo stesso lavoro che è un valore fondamentale dell’Europa. Essere competitivi significa permettere al talento femminile di esprimersi nell’interesse di tutti. Le cause del divario sono complesse e correlate. Il gap retributivo-differenza nella retribuzione oraria lorda tra uomini e donne-è trasversale e abbraccia vari settori dell’economia. Il divario in Italia si colloca a valori del 6.1% mentre nell’UE è del 16.7% e ruota su tre variabili:

  1. retribuzione oraria inferiore;
  2. meno ore di lavoro retribuito;
  3. minore tasso di occupazione per interruzioni di carriera dovuto alla cura dei figli o dei familiari.

FATTORI DI GAP RETRIBUTIVO DI GENERE

Le responsabilità familiari non sono condivise in maniera equa e le donne subiscono interruzioni di carriera più frequenti e spesso non rientrano a lavorare a tempo pieno. Guadagnano in media il 16% in meno all’ora rispetto agli uomini; su base annua il divario raggiunge il 31%, considerando che il part-time è molto più diffuso tra le donne. Le posizioni lavorative di rilievo e supervisione sono ruoli in prevalenza maschili. Ricevono più promozioni in tutti i settori, di conseguenza sono pagati di più. Questa tendenza raggiunge l’apice a livelli più alti della gerarchia lavorativa: meno del 4% dei dirigenti è una donna. I lavoratori uomini dedicano in media 9 ore a settimana ad attività non retribuite come la cura dei figli, familiari o lavori di casa, mentre le lavoratrici dedicano a tali attività 26 ore, circa 4 ore il giorno. Sul mercato del lavoro, tale differenza si traduce nel fatto che 1 donna su 3 riduce le ore di lavoro retribuite per chiedere un part-time, mentre solo 1 uomo su 10 fa lo stesso.

Le donne trascorrono più tempo fuori dal mercato del lavoro rispetto agli uomini. Queste interruzioni di carriera influenzano non solo la retribuzione oraria, ma hanno un forte impatto sui guadagni futuri e sulla pensione.

Segregazione nell’istruzione e nel mercato del lavoro: questo significa che in alcuni settori e occupazioni, le donne sono sovra-rappresentate, mentre in altri sono sovra-rappresentati gli uomini. In diversi paesi, alcune occupazioni sono in prevalenza svolte dalle donne, ad esempio l’insegnante o l’addetta alle vendite. Tali posizioni offrono salari inferiori rispetto a occupazioni svolte da uomini a parità di esperienza e qualifica.

La discriminazione retributiva, sebbene vietata, continua a contribuire al divario retributivo di genere di conseguenza tra gli anziani vi sono più donne in stato di povertà rispetto agli uomini.

Cristina Montagni 

WorkHer, la Piattaforma Online dedicata all’imprenditoria femminile

WorkHer: “Il Lavoro incontra le donne”, questo il titolo del seminario del 19 ottobre organizzato in una delle sedi romane di Intesa SanPaolo. La Sharing opportunity, una vetrina aperta al mondo del lavoro e l’incontro tra mercato e talenti. Uno spazio accogliente, un laboratorio d’idee e scambio d’interventi formativi face-to-face tra le partecipanti e gli esperti in ambito di business, negoziazioni, bandi e finanziamenti. L’incontro open, rivolto al mondo femminile, risponde all’esigenza di soddisfare un bisogno, dalla startupper, alla libera professionista, fino all’imprenditrice e lavoratrice dipendente per migliorare la vita lavorativa. La mattina ha prodotto occasioni utili e concWorkshop 19 progetto donna Banca intesa 2016 (1).jpgrete per dare energia e vita a nuovi progetti all’insegna della filosofia della condivisione. L’interazione tra le ospiti ha permesso lo svolgimento di vari temi: ottenere i giusti finanziamenti per realizzare una idea di business, fino al corretto utilizzo dei social network per promuovere la propria attività. WorkHer, la Piattaforma Online dedicata all’imprenditoria femminile, lanciata nel 2015 con i suoi progetti di mentorship, networking e formazione, conta 2.500workhers” iscritte in tutta Italia, 30 mentor nel network, una rete di professioniste, manager, associazioni imprenditoriali e di categoria s’ispira a un principio: aiutare il mondo femminile a raggiungere la piena occupazione in Italia. La missione della piattaforma digitale, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, è supportare le donne che vogliono entrare, rientrare o affermarsi nel mondo del lavoro, e mettere in luce le abilità su cui investire attraverso la formazione. WorkHer, per gestire le necessità del mondo femminile, ha realizzato un sondaggio che ha prodotto i seguenti risultati: ottenere un equo stipendio, lavorare su idee e progetti che possono migliorare la vita delle donne, ottenere maggiore flessibilità negli orari di lavoro. Quattro gli elementi emersi: maggiore inclusione, equilibrio vita-lavoro, stabilità lavorativa, maggiore empatia. Un modello di lavoro evoluto che fa riflettere le aziende sulla necessità di rivedere le attuali politiche di gender. Per massimizzare l’utilità dell’incontro, il modulo è stato diviso in due tavoli tecnici e mediati da esperti di diversi settori che hanno affrontato vari temi. Come proporsi a un colloquio di lavoro, presentarsi a un recruiter per rispondere correttamente alle domande di un colloquio, curato da Barbara Musella, Professional Certified Coach, ICF, Trainer e Facilitator. L’uso efficace del Public Speaking attraverso la comunicazione strategica e la gestione della propria immagine online con l’uso corretto del personal branding. Sono stati anche introdotti cenni sulle tecniche di comunicazione non verbale (CNV), utilizzo della piattaforma WordPress, Web writing, l’arte dello scrivere on line e sfruttare il Social Network attraverso la tecnica CEO. Il secondo tavolo presieduto da Ilaria Doria, gestore di Imprese di Intesa Sanpaolo, ha evidenziato quali sono le principali difficoltà a partecipare ai bandi per ottenere i finanziamenti e sviluppare una buona idea con un business plan sostenibile. La Doria ha approfondito anche le azioni che legano la vita delle imprenditrici e le lavoratrici autonome presentando la “Polizza Business Gemma”, un prodotto dedicato a donne che inseguono le proprie passioni e vanno per la loro strada. Il protocollo d’intesa sottoscritto nel 2014 da ABI, Presidenza del Consiglio dei Ministri–Dipartimento per le Pari Opportunità, Ministero dello Sviluppo Economico, Confindustria, Rete Imprese Italia, Alleanza delle Cooperative Italiane e Confapi, è rivolto allo sviluppo e crescita delle imprese a partecipazione femminile e delle lavoratrici autonome. Business Gemma prevede infatti un’ampia gamma di coperture assicurative e assistenziali, pensate per sostenere la donna imprenditrice e la libera professionista al fine di ridurre gli effetti negativi di eventi riguardanti la vita privata o difficoltà personali che potrebbero intralciare l’attività economica e professionale. Maternità, salute, tutela legale in caso di separazione, divorzio e stalking, assistenza medica e altre tutele sono studiate per far fronte a situazioni familiari impreviste ed evitare di trascurare l’attività imprenditoriale o professionale.

Per informazioni visita Worker.it e Business Gemma.

Cristina Montagni
Secondo il Rapporto 2014 della World Economic Forum, nel nostro Paese, la presenza femminile nel lavoro, è considerata tra le più basse d’Europa e non supera il 60%. In questo contesto si posiziona agli ultimi posti nella classifica per la partecipazione socio-economica delle donne. WorkHer oggi vanta oltre al sostegno di Intesa Sanpaolo, anche la presenza di Monster, Assolombarda, Women for Expo, Professional Women Association, Acta e la media partnership del blog La27esimaOra.

ILO: donne e parità. Si ma tra 100 anni

Il 4 ottobre 2016 durante l’evento della Phyrtual innovation week, organizzato dalla Fondazione Mondo Digitale e dall’Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO), presenta gli ultimi dati sulla partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro. Un tasso di attività che si attesta intorno al 50% contro il 77% degli uomini e una precarietà che sfiora il 46%. Secondo la ricerca, la probabilità che nelle imprese ci sia una donna alla testa dell’azienda è molto bassa. Sul fronte dei guadagni, la parità è certamente lontana: per lo stesso impiego le donne guadagnano mediamente il 77% in meno rispetto agli uomini. Senza contare poi che le donne occupano ben ventisei ore a settimana nella cura delle faccende domestiche e altre attività non retribuite all’interno del nucleo familiare. Per il World Economic Forum, ci vorranno oltre 100 anni per raggiungere la piena parità di genere sul lavoro. A questo proposito, la Fondazione Mondo Digitale ha lanciato il progetto Women in Technology (Wit). Un progetto biennale in collaborazione con la Costa Crociere Foundation. Centocinquanta studentesse di tre regioni italiane – Calabria, Campania e Sicilia – riceveranno un finanziamento imprenditoriale nel settore dell’high technology, per favorire il loro ingresso nel mondo del lavoro nei tre territori italiani dove la condizione femminile è molto penalizzata. Solo nel nostro Paese – secondo il direttore generale della fondazione Mondo digitale, Mirta Michilli – se ci fosse una vera parità di genere sul fronte del lavoro, il Pil crescerebbe del 15%. Oggi c’è scarsa informazione sulle opportunità di lavoro perché continuano a mancare dei modelli positivi in favore delle donne. In più le donne, che a livello nazionale fanno una scelta verso facoltà scientifiche, sono pochissime. Gli interventi come quelli della Fondazione Mondo Digitale vanno in questa direzione, aiutare le ragazze a capire che le tecnologie non sono da nerd ma da geek, da appassionati.

Cristina Montagni

Rapporto Nazioni Unite 2016: Disuguaglianza di genere ed emancipazione femminile in Africa

SE LO SVILUPPO NON E’ GENERATO, E’ PERICOLOSO 

UNDPConferenza delle Nazioni Unite.
La disuguaglianza di genere costa all’area sub-sahariana circa il 6% del PIL della regione, mettendo a repentaglio gli sforzi che il continente sopporta in termini di sviluppo umano e crescita economica. Questa è la denuncia riportata nel secondo Rapporto delle Nazioni Unite: “Advancing Gender Equality and Women’s Empowerment in Africa”, (UNDP). 

Helen Clark-Segretario Generale delle Nazioni Unite-dichiara che il raggiungimento della parità di genere e dell’empowerment delle donne è un imperativo per lo sviluppo, l’unica strada da intraprendere. Il rapporto UNDP analizza i diversi driver politici, economici e sociali che ostacolano all’avanzamento delle donne africane e propone azioni concrete per colmare il gender gap. Strumenti in grado di affrontare la contraddizione tra le disposizioni e le prassi nelle leggi di genere, abbattimento delle norme dannose per le donne, trasformazione dei contesti istituzionali/discriminatori, garantire maggiore partecipazione economica, sociale e politica delle donne.

Costi della disuguaglianza di genere

Ostacoli strutturali come la diseguale distribuzione delle risorse, potere e ricchezza, in combinazione con le istituzioni sociali e le norme che sostengono la disuguaglianza stanno tenendo lontane le donne africane dallo sviluppo sociale, economico e culturale. Il rapporto stima che ogni aumento di un punto percentuale nella disuguaglianza di genere, riduce l’indice di sviluppo umano del paese dello 0,75%. L’Indice di Sviluppo Umano (HDI) è una misura sintetica del rendimento medio dello sviluppo umano: vita lunga e sana, essere informati ed un buon livello di vita dignitosa. Il divario di genere è pesante nelle iscrizioni alla scuola primaria e nella partecipazione a tutte le attività di lavoro; bassa partecipazione femminile alla forza lavoro, alto tasso di mortalità materna. Il rapporto inoltre afferma che il 61% delle donne africane combatte quotidianamente l’esclusione economica, un lavoro sottopagato e sottovalutato. Il 66% dei posti di lavoro delle donne africane sono nel settore informale, mentre tra il 7 ed il 30% del tessuto imprenditoriale ha come manager una donna. Le attuali norme sociali sono un ostacolo al progresso delle donne africane. Limitare l’accesso all’istruzione, al lavoro dignitoso equamente retribuito, crea una profonda spaccatura nel tessuto societario che si traduce in bassi tassi di crescita economica per la difficoltà di accesso alle risorse economo-finanziarie. Il dato sconcertante è che oltre 17 milioni di donne e ragazze sono ancora “portatrici di acqua” con conseguenti rischi per la salute: danni ai muscoli e malattie legate all’acqua. Numerose ed altre motivazioni come la violenza sessuale, l’alta mortalità materna riducono enormemente la possibilità di aprire proprio conto bancario o avere accesso al micro-credito. Per queste ragioni il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo, secondo l’Agenda 2063, rimarrebbe una mera utopia. Colmare il gap di genere non sarebbe solo guidare l’Africa verso una crescita economica a due cifre, ma contribuirebbe in maniera significativa al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo.

Percorsi di parità di genere e l’empowerment delle donne

Affrontare la disuguaglianza di genere richiede una visione a 360 gradi da parte dei governi e dalla società intera, tenendo conto del benessere delle donne e delle opportunità economiche per una vita produttiva. Il rapporto propone diversi percorsi strategici per l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne:

  • pianificare e definire delle priorità di bilancio per l’uguaglianza di genere, rinunciando ad una visione politica ed economica di breve periodo per tracciare una roadmap di sviluppo inclusiva e stimolante.
  • affrontare il tema della revisione delle norme sociali.

Il rapporto raccomanda sei azioni per accelerare il processo di raggiungimento della parità e l’empowerment delle donne, in base agli obiettivi dell’Agenda 2063: 

  • adozione di approcci multi-settoriali nella promozione della parità di genere e l’empowerment delle donne. 
  • capacità dei governi di incoraggiare il coinvolgimento delle donne nei processi decisionali.
  • adozione di nuove riforme legislative.
  • garantire che le istituzioni nazionali siano in grado di delineare un quadro sociale forte e proattivo, in grado di sviluppare politiche in linea con le esigenze della società.
  • dare valore ai dati per migliorare il processo decisionale valutando l’impatto sia a livello locale che regionale. 
  • impegnarsi nella cooperazione regionale per l’attuazione di politiche ed iniziative di genere in tutti i settori produttivi.

Il raggiungimento della parità di genere e l’empowerment delle donne può essere raggiunto attraverso le alleanze dei diversi policy makers: governo, società civile, settore privato e cooperazione allo sviluppo. In questa prospettiva il Rapporto sollecita di istituire una banca d’investimento delle donne africane, pensare ad una “Certificazione per la parità di genere” e promuovere standard di parità nei luoghi di lavoro. 

Cristina Montagni

Pregiudizi e sospetti, visioni distorte della femminilità

Troppe volte le donne vivono nella “condizione della scartata”. Lo ha detto Papa Francesco nel corso della catechesi durante l’udienza generale in piazza San Pietro tenutasi il 31 di agosto presso la Città del Vaticano. Riflettendo sull’episodio raccontato dai Vangeli della donna affetta da perdite di sangue, il Pontefice ha ricordato che questa era in una condizione di emarginazione per la cultura e la legge: una “scartata” dalla società e dalla religione del tempo. “Questo caso fa riflettere su come la donna sia spesso percepita e rappresentata. Tutti siamo messi in guardia, anche le comunità cristiane, da visioni della femminilità inficiate da pregiudizi e sospetti lesivi della sua intangibile dignità. In tal senso sono proprio i Vangeli a ripristinare la verità e a ricondurre ad un punto di vista liberatorio”. Eppure Gesù, al quale la donna si è rivolto per trovare salvezza, “ha ammirato la fede di questa donna che tutti evitavano e ha trasformato la sua speranza in salvezza. Non sappiamo il suo nome, ma le poche righe con cui i Vangeli descrivono il suo incontro con Gesù delineano un itinerario di fede capace di ristabilire la verità e la grandezza della dignità di ogni persona. Nell’incontro con Cristo si apre per tutti, uomini e donne di ogni luogo e di ogni tempo, la via della liberazione e della salvezza“.

Cristina Montagni
Udienza del 31 agosto, dedicata alla dignità della donna e di tutti coloro che vengono “scartati” a causa dei pregiudizi.