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SMART HUMAN CITY. Analisi FIDAPA BPW ITALY per un futuro inclusivo ed economicamente sostenibile

Fidapa BPW Italy e la Consigliera di Parità della Città Metropolitana di Roma, Gianna Baldoni, l’8 giugno nella seicentesca dimora storica di Villa Altieri, hanno condiviso forti valori comuni al convegno “Pillole di coscienza collettiva: innovazione etica per l’abitare sostenibile”.

VILLA ALTIERI – ROMA

Un’occasione per pianificare i futuri effetti socio-economici in una città complessa come Roma, punto di riferimento per i cittadini che la abitano. A Roma, la Consigliera di Parità svolge infatti un ruolo cruciale per raggiungere la parità di genere con la promozione di buone prassi, formazione e informazione, guardando in particolare alle discriminazioni nei luoghi di lavoro con il controllo delle quote nelle amministrazioni locali.

La città un laboratorio di rigenerazione umana

Al seminario, curato da Rossella Poce, rappresentante FIDAPA BPW Italy, LEF Italia, sono intervenute studiose/i in vari campi dell’architettura, scienza, economia, sociologia e comunicazione per tracciare un nuovo sapere critico in grado di sostenere un sistema produttivo inclusivo ed economicamente sostenibile coinvolgendo le giovani donne negli studi scientifici. I relatori hanno ragionato sulla centralità della città – perno della vita delle persone – non solo come spazio in cui vivere, ma territorio intorno al quale costruire l’identità di un individuo. Identità che cresce all’interno di un laboratorio di rigenerazione umana dove interagiscono relazioni umane, parità di genere, benessere degli individui, scienza e innovazione. Dal confronto sono emersi spunti su come recuperare un sano principio etico e come la città si può trasformare in un contenitore di energie per giungere ad una vita sociale meno precaria grazie alla costruzione di nuove regole per vivere meglio.

Visioni e strategie per il benessere delle persone

La tendenza all’urbanizzazione delle popolazioni è in crescita anche in paesi meno sviluppati dove si concentra l’80% della popolazione mondiale. Nel 2018 un rapporto delle Nazioni Unite stimava che nel 2050 il 70% della popolazione mondiale avrebbe popolato le città: l’Italia ha raggiunto questo traguardo grazie alla forte correlazione tra popolazione urbana e PIL pro-capite. Lo scenario conduce quindi ad una visione diversa nella costruzione di una città sostenibile, orientata al benessere e alla qualità della vita delle persone. L’obiettivo per una città sana e solidale è attuare interventi orientati alla tutela ambientale, all’innovazione, alla sostenibilità economica, all’inclusione sociale e alla partecipazione attiva dei cittadini; giovani e donne. Occorre un approccio multidisciplinare ed un piano strategico per le città metropolitane che oltre a dotarsi di un networking tra politiche pubbliche e scienza, ha necessità di un uso più efficace dell’intelligenza artificiale per coniugare crescita economica, inclusione, equità e tutela ambientale. Affrontare le sfide globali significa investire in competenze per trasformare il futuro; e nel progettare le città è imprescindibile il lavoro delle donne che devono essere sostenute con strumenti di conciliazione vita-lavoro ed attrarre talenti femminili stimolando le carriere STEM a forte caratterizzazione scientifica e tecnologica.

Coscienza collettiva e sensibilità, skills per riscattare lo spazio pubblico

I cittadini sono gruppi di persone che esercitano i loro diritti attraverso la cittadinanza e nell’abitare un luogo appare chiaro il concetto di libertà e diritto. Coscienza collettiva, consapevolezza e sensibilità sono skills che servono per formare una cives. La sostenibilità perde dunque efficacia se non c’è la componente umana, elemento vitale insieme alle relazioni sociali per la crescita della città. Il concetto di città agile deve quindi includere la parola human e trasformarsi in smart human city in grado di relazionarsi con gli altri. Essa ha l’obiettivo di riscattare lo spazio pubblico, luogo nel quale riversare desideri e sogni in uno spazio aperto. Per concludere responsabilità e interdisciplinarità devono convivere affinché la città evolva nella convinzione che le “masse” muovendosi orientano umori, sentimenti e criticità.

Sostenibilità non è solo una questione di impatto

È possibile pensare alla città come una struttura conservativa fatta di energia e guidata da “animali sociali” che per sopravvivere si trasforma in habitat. La seconda e terza struttura conservativa è costituita dalla tecnologia e dall’umano; riferimento per le organizzazioni di tutti gli habitat e di tutte le città. Oggi, parlare di sostenibilità non è solo una questione di impatto, significa analizzare il fenomeno su tre parametri: habitat, tecnologia ed essere umano dove in futuro sarà necessario raggiungere un punto di equilibrio fra questi elementi.

Modello circolare unico cambiamento possibile

Ragionare su modelli di produzione di spesa significa concentrare l’attenzione su tre direttrici: regole di comando e controllo che provengono dalla società, incentivi alla spesa pubblica che definiscono modelli di produzione di spesa e promozione della responsabilità sociale provenienti dal basso. Occorre pertanto chiedersi qual è il compito dell’innovazione etica e come perseguire il benessere sociale, economico ed ambientale per raggiungere l’equità intergenerazionale. Ciò è possibile solo promuovendo un ‘economia circolare capace di sostenere modelli di spesa etici (standard di qualità, tipo di prodotto, prossimità al consumo, innovazione negli stili di vita, etc). Questa innovazione diventa etica solo se riesce ad incidere sulla sostenibilità impattando positivamente sul benessere degli individui. Tra le sfide dell’Agenda 20-30, la lotta al cambiamento climatico (Goal 13) è il settore che desta maggiore preoccupazione; occorre perciò analizzare i settori responsabili (agricoltura, mobilità, energia) ed affrontare l’innovazione etica applicando modelli di produzione di spesa delle famiglie per contrastare il cambiamento ambientale. I futuri sistemi di consumo dovranno ispirarsi al modello circolare e l’innovazione etica offrirà a famiglie e imprese processi di produzione e spesa responsabili.

Progetto “Una città per bambini e bambine” UCBB. Testimonianza della città a misura di bambino

Il progetto “Una città per bambini e bambine”, realizzato da un gruppo di professionisti a Settimo Torinese durante la pandemia, ha analizzato la città attraverso gli occhi dei giovani (14-17 anni) spesso esclusi dai processi decisionali. I ragazzi diventano riferimento per una città aperta alle esigenze di tutti. Diverse le motivazioni per realizzare l’indagine: approfondire l’evoluzione delle città, capire come nel tempo hanno perso la caratteristica di luoghi di incontro, sia in termini di autonomia di movimento che opportunità di crescita attraverso il gioco. In breve dalla testimonianza emerge con forza l’ascolto dei giovani; solo loro possono cambiare il paradigma e sviluppare all’interno della comunità una maggiore sensibilità coinvolgendo istituzioni e forze produttive di un territorio.

Cristina Montagni

Relatori al convegno:

Consigliera di Parità della Città Metropolitana di Roma Gianna Baldoni, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare Lucia Votano, Presidente IN/Arch Triveneto Lucia Krasovec-Lucas, Epistemiologo, Direttore scientifico LIS Università Federico II Alessandro Ceci, Presidente Fondazione Simone Cesaretti, Gian Paolo Cesaretti, Progetto “Una città per bambini e bambine” Aquilina Olleia.

Interventi istituzionali:

Presidente Nazionale FIDAPA BPW-Italy Fiammetta Perrone, Presidente del Distretto Centro di FIDAPA BPW Italy Anna Maria Turchetti, Presidente LEF Italia Maria Ludovica Bottarelli Leali, Commissione parità di genere OAR Ilaria Olivieri, Coordinatore Nazionale IN/Arch Beatrice Fumarola, Rappresentante FIDAPA BPW-Italy – LEF Italia Rossella Poce

BIO: Fidapa BPW Italy è un movimento di opinione indipendente, senza scopo di lucro, composto da 11mila socie in Italia e appartenente alla International Federation of Business and Professional Women. È costituito da donne senza distinzione di etnie, orientamenti politici e valorizza nella società le competenze delle donne con varie attività sociali e culturali per contrastare le disuguaglianze e le disparità di genere che sorgono durante le attività. Le associate, presenti in 300 sezioni, insieme alle rappresentanti dei vari distretti sono attive al Parlamento Europeo e in varie organizzazioni internazionali ponendosi a difesa delle donne per combattere ogni forma di discriminazione.

Medicina di genere e politiche sulla salute della donna

Ministero della Salute e Fondazione Atena Onlus in occasione della settima giornata nazionale sulla salute della donna, ha presentato al Centro Studi Americani di Roma il convegno “La salute della donna: politiche per il futuro”. Il seminario ha indicato un maggiore coinvolgimento nella sperimentazione e la necessità di investire in screening e diagnosi mettendo al centro le differenze di sesso e genere in ogni fase della salute a partire dalla prevenzione, diagnosi e cura. Ad aprire il tavolo, il direttore del Centro Studi Americani, Roberto Sgalla con la partecipazione del Ministro della Salute, Roberto Speranza e numerosi contributi di studiose ed esperte della sanità.

Efficienza del Servizio Sanitario Nazionale e attenzione alla salute della donna

Roberto Speranza, Ministro della Salute

“Siamo di fronte ad una grande sfida; far crescere il servizio sanitario con le risorse del PNRR – oltre 20 mld di euro – per cambiare l’approccio sanitario nel nostro paese ed intervenire nell’assistenza territoriale, digitalizzazione, etc”.  Così il Ministro della Salute è intervenuto al convegno di fine aprile confermando che per la prima volta – per effetto della crisi pandemica – l’Italia si è dotata di un Piano Operativo Nazionale sulla salute. In particolare, “l’attenzione sulla salute della donna deve essere una priorità sulla quale occorre investire nei prossimi anni riconoscendone la diversità”. Ha poi aggiunto che nella ricerca farmaceutica il tema è trattato marginalmente e occorre una maggiore pianificazione. Infine, ha sostenuto che serve più prevenzione per le donne in campo oncologico e sono al tavolo proposte provenienti da numerose comunità scientifiche.

Aggiornamento delle variabili per una nuova medicina di genere

La medicina di genere nata anni fa per considerare la condizione uomo/donna, oggi ha portato progressi con l’inserimento di indicatori che osservano gli stili di vita degli individui. Stabilire l’esistenza delle patologie non era automatico perché emergevano risposte diverse in base all’età o etnia. Più tardi si sono aggiunti parametri sociali, economici, culturali ed ambientali che condizionavano la salute dell’individuo. Questi fattori documentati scientificamente, impongono oggi la domanda se è ancora attuale parlare di medicina di genere, dice Anna Maria Moretti, o è giusto chiamarla in modo diverso considerando variabili come la religione, infrastrutture fruibili e organizzazione di accesso ai servizi.

Pericolosi ritorni a vecchie tradizioni e aiuto alle donne di altri paesi

In Italia è sempre esistita la prevenzione, ma ci sono donne che ancora hanno una bassa percezione al tema e quindi necessita una elevata sensibilizzazione. Mariella Enoc sostiene che si sta tornando alla pratica del parto non sicuro che genera condizioni rischiose sia per la madre che per il nascituro e coinvolge un numero consistente di donne provenienti da altri paesi. Enoc ricorda il progetto “Il parto sicuro” in Etiopia sottolineando che nei paesi arabi ed africani la prevenzione è inesistente e sono le donne ad essere colpite ed emarginate nella cura.

Progetto “Donne” inserito nella cattedra UNESCO

Annamaria Colao ha illustrato il progetto “Donne” inserito nella cattedra UNESCO, inaugurato a Napoli per presentare all’Organizzazione delle Nazioni Unite come la salute umana è un bene da proteggere. Il progetto racconta la docente, è un percorso in cui la donna, in modo gratuito, poteva usufruire di una serie di visite ed essere educata alla prevenzione per un determinato setting. Ogni gazebo era strutturato per fruire di visite specialistiche dove erano organizzati incontri orientati alla salute, alla violenza sulle donne, bullismo etc. La manifestazione sarà replicata dal 23 al 26 giugno a Napoli per sensibilizzare le donne alla prevenzione affinché diventi uno strumento educativo e spiegare le pratiche per mantenersi in buona salute, dalle bambine alle persone anziane. La docente infine conclude che in Italia manca un ospedale delle donne, cultura oramai consolidata nei paesi anglosassoni, e ha sostenuto l’utilità di portare all’interno di questo percorso la cultura medica e la cura di sé a 360 gradi.

Sanità connessa al territorio e più formazione  

Con la pandemia si è capito che la salute è un bene importante ed ha un forte impatto sul sistema sociale ed economico di un paese. I dati del servizio sanitario nazionale mostrano uno scenario in cui la popolazione sta invecchiando e non produrrà da un punto di vista economico. Oggi è opportuna un’attenta programmazione e con le risorse del PNRR vi è la condizione di definire cosa servirà in futuro. Questo cambio di visione fa sì che tra le priorità vi è quella di non ammalarsi, integrare la malattia con il sociale, elemento fondamentale per le donne che raramente possono contare sul care giver. È anche necessario fare formazione per una nuova sanità attraverso la digitalizzazione, un sistema che connetta la sanità a tutto il territorio nazionale. Tale processo secondo la Siliquini non è rinviabile insieme ad una attenta formazione di professionisti sanitari nell’utilizzo della telemedicina.

Un sistema quote per top manager della sanità

Durante la pandemia è emersa una mancanza di donne nei ruoli apicali. Nel sistema sanitario il 18% occupa il ruolo di direttore generale mentre nel mondo solo il 25% arriva a cariche di top management, ma ribadisce Paola Testori Coggi, l’obbiettivo è raggiungere il 40% entro il 2025. L’attuale fotografia restituisce uno scenario poco rassicurante, infatti, le donne medico sono il 44% e scendono al 32% se si parla di direttori di strutture sanitarie e il 17% se direttori in strutture complesse. Quanto ai posti di direttore generale, a fronte di un 26% di iscritte nelle liste idonee, solo il 18% sono scelte per occupare questo ruolo, un gap che evoca consolidati stereotipi culturali e vivi pregiudizi nel nostro paese. Ricerca, conoscenza, formazione, empowerment femminile delle professioniste della salute devono essere sostenute da una seria politica attiva, dice Sandra Zampa. Suggerisce di adottare un sistema di quote “rosa” equivalente alla norma già prevista per le società quotate in borsa che prevede la presenza femminile nei consigli di amministrazione, così anche le aziende sanitarie dovrebbero far uso di questo strumento per garantire parità di genere negli organi di amministrazione e controllo nella sanità. Infine, ha sottolineato la necessità di campagne di comunicazione e format sulla salute per evitare disuguaglianze, false informazioni e raggiungere tutte le donne in ogni strato della società.

Cristina Montagni

Contributi alla conferenza: Roberto Speranza, Ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, coordinatrice Health&Science Bridge, Carla Vittoria Maira, presidente Fondazione Atena Donna, Anna Maria Moretti, presidente GISEG, Roberta Rossini, Direttrice S.C. Cardiologia Ospedale Santa Croce e Carle Cuneo, Roberta Siliquini, Professore Ordinario di Sanità Pubblica, Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica e Pediatriche, Università di Torino, Annamaria Colao, Presidente Società italiana di Endocrinologia, Cattedra Unesco Educazione alla Salute e allo Sviluppo Sostenibile, Maria Pia Garavaglia, Presidente Fondazione Roche, Maria Peano, presidente Associazione Pre.zio.sa., Eleonora Porcu, vicepresidente della commissione III del Consiglio Superiore Sanità, Università di Bologna, Paola Testori Coggi, consigliere scientifico Istituto Affari Internazionali (IAI) e Special Advisor del Cluster Tecnologico Nazionale Scienze della Vita Alisei, Mariella Enoc, Presidente Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Sandra Zampa, Responsabile Salute Segreteria Nazionale PD, responsabile alle relazioni internazionali ed attività istituzionali nazionali del Ministero della Salute.

Prevenzione, informazione e diagnosi precoce contro il Papilloma Virus. Intervista esclusiva alla Presidente di IncontraDonna Onlus Prof.ssa Adriana Bonifacino

L’infezione da HPV è un problema serio, interessa entrambi i sessi ma è nelle donne che provoca maggiori danni poiché causa il carcinoma della cervice uterina, primo tumore che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto come riconducibile ad un’infezione e costituisce uno degli obiettivi da sconfiggere entro il 2030. Il 4 marzo, in occasione dell’International Hpv Awareness Day, il Censis nel presentare la ricerca sulla percezione del rischio di tumore da Hpv nel nostro Paese, ha sottolineato che ogni anno in Italia si registrano oltre 3 mila casi di tumore causati dal Papillomavirus e solo nel 2020 ha provocato il decesso di oltre mille donne.

Women For Women Italy ha incontrato la Prof.ssa Adriana Bonifacino, Presidente di IncontraDonna Onlus, responsabile dell’Unità di Diagnosi e Terapia in Senologia presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant’Andrea-Università Sapienza di Roma e docente della Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza. A lei abbiamo chiesto quali sono gli strumenti per vincere la battaglia contro l’infezione da Papilloma virus e da malattie associate.

L’Hpv provoca il cancro fra le persone giovani e a quali lesioni si associa?

Prof.ssa Adriana Bonifacino, Presidente IncontraDonna Onlus

La vaccinazione per l’HPV (Papilloma Virus) e le infezioni ad esso associate e le 6 patologie oncologiche ad esso correlate, per femmine e maschi, sono un tema di grande attualità. Peraltro, le campagne di sensibilizzazione che si stanno svolgendo in tutto il mondo, e ora particolarmente in Europa, vorrebbero poter debellare completamente il Papilloma attraverso la vaccinazione. Pertanto, sono necessarie ancora opere di formazione e informazione dirette alla popolazione intera; i maggiori a dover essere informati sono i genitori degli 11-12enni. Molti di loro sono ancora fortemente resistenti ad una vaccinazione che riguarda patologie sessualmente trasmissibili, non rendendosi conto che una volta che il virus è passato, questo potrà rimanere silente per moltissimi anni per affacciarsi anche in età adulta. Certamente l’informazione deve raggiungere, in ogni caso, la popolazione intera perché molti sono gli avanzamenti e le scoperte di questi anni; possiamo dare maggiore protezione persino alle donne che hanno già avuto il carcinoma del collo dell’utero per abbattere il numero di possibili recidive della malattia. La problematica dei carcinomi legati all’HPV non è detto che sia una problematica dell’età giovane. Da adolescenti/giovani si fa il vaccino per non ammalarsi nell’arco della vita. Certamente, alcuni tumori del collo dell’utero si riscontrano anche in età giovane, ma più i bambini verranno vaccinati e meno avremo problemi di cancro da adulti. Nella pratica, più parliamo di salute e mettiamo in atto le buone pratiche validate anche dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), e meno ci ammaleremo di cancro nel futuro. Peraltro, un tumore del collo della cervice (collo dell’utero) in giovane età, anche suscettibile di ottimi trattamenti terapeutici moderatamente invasivi, va sempre comunicato al ginecologo di fiducia, soprattutto se si è intenzionati ad intraprendere un percorso di gravidanza.

Qual è l’età preferibile per l’offerta attiva della vaccinazione anti-HPV?

L’età di vaccinazione è tra i 9 e gli 11/12 anni; è importante che sia scelta la fascia di età nella quale non si sono ancora avuti contatti sessuali (Attenzione! Parliamo infatti di contatto e non di rapporto: il condom, ad esempio, non protegge dall’HPV e i contatti tra superfici dove vi sono mucose più sensibili al virus sono molteplici sul nostro corpo!). In Italia la chiamata è a 11 anni da parte delle ASL, e chiaramente la vaccinazione è gratuita per femmine e maschi.

Scuola, famiglia e in generale l’Italia informa abbastanza sulle azioni da intraprendere a livello preventivo? Persistono ostacoli, tabù sociali/culturali che impediscono la prevenzione?

L’informazione non è mai sufficiente e deve necessariamente essere regolata da enti istituzionali, governativi, regionali e anche da associazioni, ma che siano in linea con quanto previsto dal SSN e dai diversi decreti Regione per Regione. L’offerta della vaccinazione in età pediatrica è ormai omogenea, uniforme su tutto il territorio nazionale; per quanto riguarda la vaccinazione in età adulta e in donne che abbiamo già avuto un carcinoma del collo dell’utero, esistono ancora delle difformità tra Regioni. Questo fenomeno al solito crea disparità e discriminazioni che, anche come associazioni di pazienti, vorremmo vedere abbattute quanto prima. E per questo esercitiamo una funzione di lobby nella sua accezione positiva di collaborazione e stimolo sulle istituzioni. La scuola è sicuramente un punto fermo per la divulgazione di messaggi corretti e per la sensibilizzazione al tema trattato. Ci sono Regioni (Abruzzo, Basilicata, e diverse altre) dove le classi intere, successivamente ad un processo formazione, vengono accompagnate presso la ASL territoriale per la vaccinazione dei bambini. Queste sono le buone pratiche che vorremmo vedere diffuse a tutto il territorio. Purtroppo, l’epoca del Covid ha ulteriormente aggravato il tasso di adesione alle vaccinazioni in Italia e anche per l’HPV la flessione non è poca cosa. Direi, anzi, che il dato è preoccupante se lo pensiamo proiettato alla potenzialità di malattia oncologica a distanza di anni. Anche il fatto che si tratti di un virus a trasmissione sessuale non fa che peggiorare il tipo di informazione che può raggiungere le famiglie. Soprattutto, ancora non è così percepita la necessità di vaccinazione dei maschi (che sono peraltro il cosiddetto serbatoio di HPV tutta la vita) e si fa fatica a pensare ai propri figli adolescenti a poter essere coinvolti da una malattia che preveda un contatto sessuale. Se non ci liberiamo di questi tabù e non pensiamo seriamente che stiamo portando a casa un vantaggio e un risultato per la loro salute futura, avremo una crescita esponenziale di casi di tumore legati a questo virus.

Infine, vorrei sottolineare la necessità del Pap Test e dell’HPV DNA test di proseguire secondo i modelli organizzativi regionali e di conseguenza territoriali.

Nella pratica, associare alla vaccinazione che rimane l’essenza fondamentale della prevenzione primaria per giungere ad un HPV zero (#stopHPV anche in Italia), alla prevenzione secondaria mediante test (Pap Test e HPV DNA test) che possano identificare precocemente l’eventuale presentarsi della patologia.

Adriana Bonifacino è responsabile dell’Unità di Diagnosi e Terapia in Senologia presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant’Andrea – Università Sapienza di Roma e docente della Facoltà di Medicina e Psicologia della Sapienza. Ha insegnato in diverse università in Cina e Giappone. Dal 2008 è Presidente dell’associazione IncontraDonna, impegnata nella lotta contro il tumore del seno. Ha ideato la campagna nazionale di sensibilizzazione e prevenzione “Frecciarosa” in partnership con il Ministero della Salute, le Ferrovie dello Stato Italiane, AIOM e Farmindustria. Ha fatto parte del gruppo di lavoro del Ministero della Salute per la stesura delle linee guida dei Centri di Senologia e per le linee di indirizzo della Nutrizione in Oncologia. È stata delegata europea di Europa Donna. Nel 2011 le è stato assegnato il Premio Roma Capitale delle Donne.

IncontraDonna Onlus è un’associazione non profit rivolta alle donne e agli uomini che desiderano informarsi in modo corretto e conoscere adeguatamente una patologia di grande rilevanza sociale: il tumore del seno. Per conoscere meglio tutte le attività dell’associazione, in allegato maggiori indicazioni:

Cristina Montagni

Io-collettivo, la voce dei corpi intermedi

I corpi intermedi per il rapporto con cittadini, imprese e pubblica amministrazione, sono comunità fortemente coese che proiettano il loro futuro verso la riduzione dei rischi sociali, costruzione di un io collettivo puntando sull’ambiente, cultura e realizzazione dei singoli e del popolo.

Questi alcuni temi trattati a fine febbraio a Roma al Cnel durante la presentazione “Una società di persone. I corpi intermedi nella democrazia di oggi e di domani” a cura di Franco Bassanini, Tiziano Treu e Giorgio Vittadini congiuntamente al Rapporto Censis “Destinazione Cosenza. La valorizzazione del territorio della provincia di Cosenza attraverso l’analisi delle vocazioni produttive e degli orientamenti della domanda interna ed esterna”.

Franco Bassanini (Presidente Fondazione Astrid)

Ruolo dei corpi intermedi nella società

“Le realtà dei corpi intermedi sono indispensabili per la diffusione e il radicamento del tessuto produttivo nella società italiana” ha detto Franco Bassanini. “La società sarebbe più povera senza essi perché manifestano le potenzialità delle persone, non operano in modo isolato ma sono “pezzi” di comunità che sviluppano una propria personalità”. “Oggi” ha sostenuto Bassanini “siamo difronte ad un sistema democratico costituito da forti regole costituzionali dove emerge una crisi di fiducia da parte della popolazione; quindi, il rilancio della democrazia deve passare per la rivitalizzazione delle comunità intermedie, il riconoscimento del loro ruolo che non si sovrappone ai partiti ma risponde ad una riforma del sistema politico”. Queste comunità, portatrici di valori ed interessi comuni, hanno il pregio di incidere sulle azioni e programmi dei partiti, operare scelte non legate ad episodi emotivi e non forzate da leader carismatici che spingono al consenso con messaggi non motivati. Il loro rilancio – giacché espressione di convergenze economiche, culturali, sociali, religiose ed etiche – costituisce un valore per riconquistare legittimazione e riconoscimento del sistema democratico.

Tiziano Treu (Presidente CNEL)

Dal Welfare State al Welfare Community

I corpi intermedi durante l’emergenza sanitaria oltre ad aver tutelato la coesione sociale hanno risvegliato i valori dell’integrazione con il sostegno a persone deboli, bisognose e fragili. Queste comunità secondo Treu hanno sostenuto lo Stato con azioni d’intervento e sono state capaci di imprimere un assetto diverso al welfare e al sistema di protezione sociale. “Il Welfare State sta virando verso il Welfare Community con attività di promozione sociale non solo nelle strutture statali ma anche nelle strutture associative sussidiarie” ha aggiunto Treu. “Tali azioni” aggiunge “hanno suggerito una strada nuova portando alla luce bisogni che devono essere raccolti per (ri)definire un welfare in grado di affrontare una nuova era storica. C’è poi la questione economica. Dalla pandemia occorre uscire attingendo alle risorse del Next Generation EU per costruire un paradigma economico-sostenibile, rispettoso dell’ambiente e socialmente equo. “In tale scenario” conclude il presidente del Cnel “sarà indispensabile coinvolgere i corpi intermedi, così come viene richiamato anche nel regolamento della Commissione Europea per costruire un modello nuovo di sviluppo”.  

Giuseppe Tripoli (Segretario generale Unioncamere)

Non solo Stato, Regioni ed Enti Locali

Nel PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) convivono due anime: l’esigenza di compiere le trasformazioni dettate dal piano (63 riforme, 134 investimenti, 527 Goals al 2026) e mettere in atto un processo trasformatore richiesto all’interno della società e nella vita del nostro Paese. Così Tripodi afferma che non basta puntare sulla macchina amministrativa dello Stato, Regioni ed Enti locali, ma è necessario coinvolgere il Terzo Settore, associazioni e sindacati per realizzare la transizione ecologica, tecnologica e sostenibile.

Giorgio De Rita (Segretario generale Centro Studi Investimenti Sociali- CENSIS)

Rapporto Censis: destinazione Cosenza

Il segretario generale del Censis Giorgio De Rita, nell’illustrare il Rapporto osserva che oggi assistiamo ad un impoverimento dei corpi intermedi e della coesione sociale. “È difficile pensare a progetti in termini economici senza pensare di avere un’altra “gamba” sul piano sociale”. Un elemento di forza delle realtà territoriali è la capacità di fare network attivando programmi di sviluppo e rafforzando un’identità complessiva. Con questo spirito il Rapporto ha analizzato il territorio della provincia di Cosenza, le specificità e gli elementi peculiari in termini di fragilità e forza.

Analisi delle fragilità e punti di forza

Tra le fragilità – dice De Rita – ci sono quelle demografiche. L’inverno demografico nel nostro Paese ha toccato elevati tassi di denatalità (al di sotto di 1 figlio per donna in età fertile) e la città di Cosenza ha un indice di ricambio generazionale più basso rispetto alla regione Calabria (75%), segnale che espone il territorio ad un progressivo invecchiamento. Altre complessità riguardano le infrastrutture (tecnologia, accessibilità ai servizi, viabilità, etc) e un indice alle export poco sopra l’1%, così come altri settori all’esportazione che sfiorano il 4% contro il 14% dell’intero territorio calabro. Vi è poi una scarsa attrattività del turismo straniero nonostante strutture adeguate. Il territorio, perciò, fa i conti con le debolezze strutturali tipiche dell’Italia del mezzogiorno che si aggravano nel cosentino.

Prospettive di crescita ma la “strada è fare insieme”

I fattori positivi del territorio sono il settore ortofrutticolo e l’agricoltura, dove esiste un sistema in grado di competere a livello nazionale ed internazionale. Infatti, il comparto ortofrutticolo pone Cosenza la decima provincia italiana per capacità produttiva in termini di export dopo Trento e Bolzano. Altro comparto rilevante riguarda il Food and Wine, qui il tasso di crescita della provincia cosentina è doppio rispetto la media regionale con prospettive positive nell’agroalimentare. C’è anche la dimensione culturale e turistica; lo sviluppo crescente del settore culturale nella provincia calabra è fra i più elevati del mezzogiorno per la presenza di musei, imprese creative e culturali. Quindi a parte le fragilità, il territorio cosentino negli ultimi anni ha accelerato la vena culturale e creativa. Altra fragilità riguarda l’esodo dei giovani; circa il 45% dei residenti hanno dichiarato che è indispensabile bloccare l’emorragia dei giovani verso altre provincie della Calabria o regioni d’Italia, viceversa il territorio non potrà sfruttare queste risorse dove sui giovani vengono riposte aspettative di crescita dell’intero territorio. Infine, c’è la questione ambientale. I cosentini sostengono che la loro ricchezza risiede nella bio-diversità e nella qualità ambientale difficilmente riscontrabile in altri paesi. Questi fattori mettono in “moto” un modello nuovo di sviluppo con la presenza dei corpi intermedi; quindi, “la strada è “fare insieme” attraverso un network d’impresa, piattaforme produttive o comunità intermedie. Non esistono alternative” afferma De Rita “e questo input proviene anche dal PNRR che sarà un’opportunità per un nuovo modello di crescita”. Da questa consapevolezza emerge la necessità di puntare su programmi di comunicazione, attrazione degli investimenti, capacità di trattenere i giovani nel territorio, incidere sulle risorse ambientali, vero patrimonio da conservare. I corpi intermedi sono una risorsa per raggiungere gli obiettivi ma serve anche un’incisiva narrazione ed un attento marketing territoriale. “Il Rapporto Censis” conclude De Rita “rappresenta un primo passo per raccontare come la provincia di Cosenza sa affrontare le fragilità e come mettere a valore le proprie specificità positive”.

Evento organizzato dalla Camera di Commercio di Cosenza e Centro Studi Investimenti Sociali con interventi di Erminia Giorno (segretario generale della Camera di Commercio di Cosenza), Klaus Algieri (presidente della Camera di Commercio di Cosenza), Franco Bassanini (presidente della Fondazione Astrid), Tiziano Treu (presidente del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), Giorgio Vittadini (presidente della Fondazione per la Sussidiarietà), Giuseppe Tripoli (segretario generale di Unioncamere), Giorgio De Rita (segretario generale del Centro Studi Investimenti Sociali).

Cristina Montagni

Eurobarometro “Il futuro dell’Europa” tra sfide, valori e speranze

Il 91% dei giovani fra i 15 e i 24 anni ritiene che la lotta ai cambiamenti climatici sia necessaria per migliorare la qualità della vita, sentimento condiviso dall’87% delle persone. Il 67% degli europei esprime un giudizio positivo sull’Unione e l’81% degli intervistati è felice di vivere nell’Unione; in particolare il 68% del campione pensa che l’UE sia un luogo di stabilità.

Questi alcuni dati che emergono dal sondaggio speciale Eurobarometro 517 “Il futuro dell’Europa” pubblicato il 25 gennaio dal Parlamento europeo e la Commissione che fornisce opinioni e atteggiamenti nei confronti della Conferenza sul futuro dell’Europa e le principali sfide cui l’Unione è chiamata a rispondere in futuro. L’analisi condotta nei 27 Stati membri dell’Unioneda settembre a ottobre 2021 – è stata elaborata sulla base di un campione costituito da 27mila interviste condotte di persona e online causa pandemia.

Alcuni risultati sui valori e futuro dell’Europa

L’Eurobarometro mette in evidenza le opinioni dei giovani sulle sfide che l’Unione europea dovrà affrontare insieme all’impegno che stanno svolgendo nella Conferenza sul futuro dell’Europa. Il risultato del sondaggio dice che quasi un europeo su due (49%) sostiene che i cambiamenti climatici sono la sfida principale per il futuro dell’Unione, con un’importante sostegno agli obiettivi ambientali del Green Deal europeo. L’88% dei cittadini ritiene prioritario aumentare la quota di energie rinnovabili nella nostra economia, e l’80% concorda che l’Europa dovrebbe essere il primo continente al mondo a impatto zero entro il 2050 promuovendo gli incentivi ai veicoli a basse e a zero emissioni. Tra le sfide più indicate c’è la salute al 34%, la migrazione e gli sfollamenti forzati al 30%, un tenore di vita comparabile al 31%, una politica sanitaria comune al 22%, le disuguaglianze sociali con il 36%, la disoccupazione al 32% e le questioni migratorie al 31%. Gli europei sono anche attenti ai valori della democrazia, giustizia sociale e occupazione (40%), i diritti umani e lo Stato di diritto con il 27%, seguito dalla potenza economica, industriale e commerciale 25%. Tra i valori che incarnano il sentimento dell’Unione emerge al primo posto la pace per il 49%, la libertà di opinione con il 47%, l’uguaglianza sociale e solidarietà 45%, la tolleranza e l’apertura verso gli altri con il 44%.

Gli italiani tra speranze e attese future

In media il 47% dei cittadini italiani pensa sia un bene far parte dell’UE; ne è convinta una quota di popolazione fra i 25-39 e 40-54 anni rispettivamente per il 57% e il 48%. L’87% ritiene sia importante ascoltare la voce dei cittadini e le decisioni che riguardano il futuro dell’Europa, ma credono che ci sia molto da fare per rafforzare e proteggere la democrazia nell’UE (85% e 87%). Un italiano su due (51%) sarebbe incoraggiato a partecipare alla Conferenza sul Futuro dell’Europa solo se avesse la certezza di un reale impatto e fossero rappresentate tutte le parti della società (32%). Le questioni sentite dai cittadini italiani riguardano il cambiamento climatico ed ambientale (39%), esigenza di un’economia forte, maggiore giustizia sociale e occupazione (42%), infine uno sguardo particolare va alla salute che incide per il 46% delle risposte. Tra le domande poste c’era anche quella che riguardava l’importanza di una società più partecipativa o egocentrica. L’84% dei concittadini italiani ha risposto che entro il 2030 dovrebbe esserci maggiore attenzione alla solidarietà, mentre solo il 12% crede nell’individualismo. Infine, il 49% degli intervistati preferirebbe una società rivolta all’ordine e alle libertà individuali (46%).

Cristina Montagni

Roberta Metsola Presidente del Parlamento Europeo

Roberta Metsola succede a David Sassoli alla presidenza del Parlamento Europeo. L’emiciclo ha accolto a larga maggioranza l’elezione dell’eurodeputata maltese di centrodestra, conservatrice ma aperta al sociale. Tra i dossier chiave: la questione immigrazione, clima e transizione ecologica.

Roberta Metsola

Presidente del Parlamento Europeo

Roberta Metsola, 43 anni è stata eletta Presidente del Parlamento europeo fino al 2024 con una maggioranza di 458 voti su 616 voti, fra tre candidati presenti. L’eurodeputata – membro del partito popolare europeo – di formazione avvocata, succede a David Sassoli e guiderà il Parlamento nella seconda metà dell’attuale legislatura, fino alla costituzione del nuovo Parlamento dopo le elezioni europee del 2024. Nata a Malta nel 1979, Metsola è deputata europea dal 2013 ed è stata Presidente ad interim dopo la scomparsa del Presidente Sassoli, l’11 gennaio scorso. È la terza donna, più giovane in assoluto, dopo Simone Veil (1979-1982) e Nicole Fontaine (1999-2002), a ricoprire la carica di Presidente del Parlamento europeo.

Roberta Metsola

Tra gli aspetti che caratterizzano la visione politica della neo Presidente, ricordiamo l’attenzione dedicata alle donne sottolineando che “i diritti delle donne non sono sufficientemente garantiti, la lotta per un’eguaglianza reale deve andare oltre le apparenze e io sarei orgogliosa di essere il Presidente che conduce questa battaglia ed onorare l’eredità di tutti coloro che hanno ricoperto questa funzione in passato”. Quanto alle sue posizioni sull’aborto ha spiegato che come parlamentare, ha mantenuto l’autonomia assunta dal suo Paese e ha precisato che, come Presidente, le linee “saranno quelle del Parlamento europeo che ora rappresento. Le promuoverò all’interno e all’esterno di questa Camera”.

Nel rivolgersi ai deputati ha sostenuto: “la prima cosa che vorrei fare come Presidente è pensare all’eredità di David Sassoli difendendo sempre l’Europa, i nostri valori comuni di democrazia, dignità, giustizia, solidarietà, uguaglianza, Stato di diritto e diritti fondamentali”. Ha poi aggiunto “voglio che la gente recuperi il senso di fiducia e entusiasmo per il nostro progetto. Dobbiamo lottare contro la narrativa anti europeista che si diffonde così facilmente e così rapidamente. La disinformazione e la cattiva informazione, amplificate durante la pandemia, alimentano il facile cinismo e le soluzioni a buon mercato di nazionalismo, autoritarismo, protezionismo, isolazionismo”. “Queste sono false illusioni che non offrono soluzioni. L’Europa è esattamente il contrario. Rappresenta tutti noi che ci difendiamo l’un l’altro, che avvicinano i nostri popoli. Si tratta di difendere i principi dei nostri padri e madri fondatori, che ci hanno portato dalle ceneri della guerra e dell’olocausto alla pace, alla speranza e alla prosperità. Ventidue anni fa, Nicole Fontaine è stata eletta, 20 anni dopo Simone Veil. Non passeranno altri due decenni prima che la prossima donna sia qui” ha infine concluso.

Cristina Montagni

Assegno unico e universale per figli a carico

È stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legislativo 230/2021 che dà il via dal 1° gennaio 2022 all’assegno unico e universale per i figli a carico, provvedimento atteso in quanto unifica, sostituisce e razionalizza una serie di misure a sostegno delle famiglie e nasce per stimolare la natalità, sostenere la genitorialità e promuovere l’occupazione femminile. L’Assegno unico è un beneficio che riguarda oltre 7 milioni di famiglie per circa 11 milioni di minori e, ad oggi, sono state presentate 266.309 domande che riguardano 427.010 figli.

Dal 1° gennaio 2022 le famiglie possono richiedere all’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale l’assegno unico universale per i figli a carico fino al compimento di 21 anni e senza limiti di età per i figli disabili. L’importo modulare varia in base alla condizione economica del nucleo familiare, età, numero dei figli ed eventuali disabilità. Da marzo 2022 cesseranno gli altri strumenti a sostegno della natalità – ad eccezione dell’assegno unico che non assorbe e né limita gli importi del bonus asilo nido – che verranno sostituiti dall’attuale misura e riguardano:

  • premio alla nascita o all’adozione (bonus mamma domani);
  • assegno ai nuclei familiari con almeno tre figli minori;
  • assegni familiari ai nuclei familiari con figli e orfani;
  • assegno di natalità (Bonus bebè),
  • detrazioni fiscali per figli fino a 21 anni.
Pasquale Tridico, presidente Inps
Pasquale Tridico, presidente Inps

“L’avvio dell’assegno unico – ha dichiarato il presidente dell’Inps Pasquale Tridico – oltre a rappresentare un’innovazione a favore delle famiglie e della natalità, si realizza con successo grazie al piano di trasformazione digitale adottato dall’Istituto in questi anni e grazie alla collaborazione con tutti gli attori professionali e istituzionali. Un lavoro corale a beneficio dei cittadini e al servizio delle riforme per la crescita”

Destinatari dell’assegno unico e universale

L’assegno interessa tutte le categorie di lavoratori dipendenti pubblici e privati, autonomi, pensionati, disoccupati, inoccupati ecc. La misura dura 1 anno (da marzo a febbraio dell’anno successivo) e può essere richiesta compilando la domanda on line predisposta sul sito INPS mediante credenziali SPID, carta di identità elettronica, carta dei servizi, attraverso un centro di assistenza fiscale (Caf) o chiamando il contact center dell’Istituto di Previdenza. L’importo viene riconosciuto al richiedente a patto che sia in possesso dei requisiti di cittadinanza, residenza e soggiorno. Ai nuclei familiari percettori di Reddito di Cittadinanza, l’assegno è corrisposto senza presentare domanda.

Neutralità fiscale

L’erogazione economica non concorre alla formazione del reddito ai fini IRPEF ed è compatibile con altre misure economiche a favore dei figli a carico erogate dalle regioni, province autonome di Trento e di Bolzano e dagli enti locali. È conciliabile con il Reddito di Cittadinanza ma non rientra tra i trattamenti assistenziali per determinare il reddito familiare.

Calcolo dell’importo

L’importo viene calcolato secondo lo status economico del nucleo familiare, ISEE in corso di validità, o ISEE superiore ai 40mila euro, in tal caso saranno riconosciuti importi minimi previsti dalla norma. In particolare, è prevista una quota variabile che va da un massimo di 175 euro per ciascun figlio minore con ISEE fino a 15mila euro, a un minimo di 50 euro per ciascun figlio minore in assenza di ISEE o ISEE pari o superiore a 40mila euro. Gli importi possono aumentare nell’ipotesi di nuclei familiari numerosi, madri di età inferiore a 21 anni, genitori titolari di reddito da lavoro, figli con disabilità.

Simulazione di calcolo

Sul sito www.inps.it è pubblicato il simulatore che fornisce una stima sull’importo dell’assegno sulla base dei dati forniti in modo anonimo dall’utente.

Link al simulatore dell’assegno mensile: https://servizi2.inps.it/servizi/AssegnoUnicoFigli/Simulatore#

Cristina Montagni

Cultura e parità: Valeria Fedeli in Senato per combattere stereotipi e pregiudizi

A novembre a Roma presso il Senato della Repubblica si è svolta la conferenza stampa “Ricerca e formazione sugli stereotipi di genere in Italia: prevenire le discriminazioni, educare alla cultura paritaria” nell’ambito della presentazione del volume “Stereotipo e pregiudizio. La rappresentazione giuridica e mediatica della violenza di genere”.

La ricerca curata dalla prof.ssa Flaminia Saccà e finanziata dal dipartimento Pari opportunità in attuazione della Convenzione di Istanbul, è stata realizzata dall’università degli Studi della Tuscia in partnership con l’associazione Differenza Donna. All’incontro hanno partecipato oltre alla promotrice dell’evento la senatrice Valeria Fedeli e la prof.ssa Flaminia Saccà, l’assessore alla Cultura del Comune di Roma, prof. Miguel Gotor e la rettrice dell’università La Sapienza di Roma Antonella Polimeni.

Il volume nasce da un’attenta analisi dei dati per restituire un quadro dettagliato sugli stereotipi e sui pregiudizi da cui si origina la violenza di genere. L’indagine focalizza il tema della violenza sulle donne in due ambiti differenti: il linguaggio adottato dai giudici nelle sentenze e il linguaggio utilizzato nella stampa mostrando così come il discorso pubblico sia caratterizzato da una presenza strutturale di pregiudizi e stereotipi radicati sia nelle aule dei tribunali che nelle testate giornalistiche.

Flash incidenza delle risposte sulla violenza contro le donne

I reati presi in esame nella ricerca riguardano: violenza domestica, violenza sessuale, omicidio/femminicidio, tratta e riduzione in schiavitù di esseri umani e stalking. Da un quadro generale emerge che i maltrattamenti familiari rappresentano la metà dei reati di violenza contro le donne ma il pericolo si trova soprattutto all’interno della sfera domestico-familiare. Nel triennio 2017-2019 l’incidenza della violenza sulle donne per quanto attiene ai maltrattamenti familiari è passata dal 47% al 51% con un trend in crescita nel 2020 per effetto del lockdown dovuto dalla pandemia (fig.1-2-3).

Secondo la stampa il reato più diffuso è lo stalking con il 53,4%, segue l’omicidio/femminicidio con il 44,5%, mentre la violenza domestica registra una quota del 14%. Infine, i casi di stupro sarebbero meno del 10% tuttavia le denunce reali si attesterebbero a circa il doppio, 17.1% dei casi (fig.5). L’inchiesta della prof.ssa Saccà mostra come i giornali tendono a scegliere perlopiù fatti o eventi che fanno notizia, esempio lo stalking – reato meno grave fra quelli elencati – giacché suscita maggiore scalpore rispetto alla violenza consumata all’interno delle mura domestiche, ma rappresenta la reale persecuzione della condizione femminile. In sintesi, i media tendono a considerare il maltrattamento in famiglia quasi la norma, con il risultato che la violenza femminile è una narrazione senza colpevoli non mettendo a fuoco i fatti in cui la violenza “capita” e non è agita. Contro le donne – come si legge nello studio – viene posto un potente processo di omissione della realtà che da un lato favorisce i colpevoli dall’altra suscita sospetti sulle vittime esponendole ad una vittimizzazione secondaria e terziaria.

Rappresentazione giornalistica dell’uomo violento

La stampa tendenzialmente descrive l’uomo – autore del reato – un soggetto deviante, una persona violenta, aggressiva e pericolosa oppure un tossicodipendente o un pazzo. A questo identikit si aggiunge un immagine “semplice” e “mite” la cui violenza si scatena quando è in atto un evento che genera la perdita del controllo e, per la stampa, la violenza maschile viene indicata attraverso un frame di gelosia. Negli articoli il sentimento della gelosia viene accostato al disturbo psicologico e gli aggettivi usati per delineare questo status sono: morboso, malato, cieco, incontrollabile, eccessivo o patologico.

Sulle donne una narrazione deviata

Le donne non vengono considerate nemmeno quando sono maltrattate, stalkerate e stuprate. L’immagine femminile viene spesso descritta giovane, bella, moglie e madre riservandole un posto “accessorio” di secondo piano rispetto all’uomo, perciò senza personalità e propria autonomia. La rappresentazione della violenza femminile si snoda secondo due modalità: violenza vista come un fatto privato e come un problema culturale. Dal lato privato, il reato è consumato all’interno di un contesto chiuso, domestico o familiare che risiede nella sfera dei rapporti privati, dall’altra è considerato un atteggiamento oppressivo che investe trasversalmente uomini e donne di tutto il mondo.

Doppia valenza degli stereotipi e pregiudizi

Prof.ssa Flaminia Saccà-Ordinaria di Sociologia Univ. degli Studi della Tuscia

“Gli stereotipi” commenta Saccà “non si riconoscono, sono radicati in noi, e lo studio durato 3 anni ha cercato di metterli a fuoco attraverso un’analisi socio-linguistica su un repertorio di 16.715 articoli e 283 sentenze dove spicca la presenza non episodica di rappresentazioni della violenza in grado di generare una seconda vittimizzazione della parte offesa tendente a riprodurre un’immagine femminile stereotipata e discriminante”. L’analisi conferma che gli stereotipi funzionano, sono vivi nel tempo e restituiscono immagini distorte della realtà che si tramandano di generazione in generazione dovuti all’apprendimento di modelli che iniziano a zero anni e non finiscono mai. “Gli stereotipi” spiega la docente “possiedono una doppia valenza: da un lato sono bussole, dall’altra sacche di privilegio; quando si vuole “ammantare” una situazione di saggezza ereditata da un familiare, si stanno mantenendo dei privilegi e questi sono a favore di alcuni e a scapito di altri, in questo caso a scapito delle donne”. Occorre quindi combattere i privilegi con la formazione, là dove si formano professionisti/e che in futuro occuperanno ruoli nella giustizia, nella magistratura, tra le psicologhe, assistenti sociali, giornaliste e giornalisti. “Anche la stampa” commenta “descrive la violenza di genere in modo distorto: la donna viene raccontata come parzialmente colpevole di ciò che le capita e l’empatia nella narrazione viene manifestata per l’uomo e non per la donna vittima”. Infine, ha concluso Saccà “le leggi sono fondamentali ma è necessaria una cultura che le faccia vivere nella società affinché diventino patrimonio ed esperienza comune di tutte e tutti”.

Importanza del linguaggio e della formazione

Sen. Valeria Fedeli-Comm.ne parlamentare e vigilanza servizi radiotelevisivi

“La ricerca” ha commentato la senatrice Valeria Fedeli “offre ai decisori politici strumenti sui quali basare azioni di prevenzione in grado di contrastare la violenza di genere” inoltre pensa sia necessario mettere al centro l’importanza dei percorsi formativi, la funzione dell’istruzione, università e ricerca per eradicare dal punto di vista culturale la violenza femminile. “L’indagine” sostiene Gotor “mostra un’esasperata attenzione al linguaggio che riveste un ruolo primario nelle relazioni familiari, pubbliche ed interpersonali fra soggetti e un divario nella narrazione tra l’incidenza dei reati e lo spazio concesso dai giornali”. “Le leggi” dice Gotor “non bastano, serve una pedagogia, un progetto che intervenga sulla cultura perché la questione stereotipi e pregiudizi è viva ed è sovente prodotta all’interno del nucleo familiare”. “Dentro al linguaggio” prosegue “si nascondono filtri, modelli, ideologie che orientano l’interpretazione della realtà trasformando la donna vittima del proprio carnefice offrendo una rappresentazione colpevole narrata dalla stampa e dal sistema giudiziario dove anche una sentenza è portatrice di ideologie maschiliste”. La ricerca porta quindi alla luce un disallineamento tra le percentuali dei reati compiuti e lo spazio dedicato sui giornali come quello della violenza domestica.

Prof.ssa Antonella Polimeni Magnifica Rettrice
Univ. Sapienza di Roma

Azioni concrete dell’Università La Sapienza di Roma

Antonella Polimeni ha sostenuto la necessità di un cambio culturale ma questo deve passare per la formazione attraverso azioni quotidiane per contrastare il fenomeno. Per rispondere a questo bisogno La Sapienza ha organizzato un corso di interfacoltà di alta formazione contro la violenza di genere aperto a diplomati per conoscere e affrontare – dall’area medica a quella giuridica – il fenomeno. “Inoltre”, ha anticipato “l’anno prossimo sarà attivo un corso di laurea dedicato al Gender Studies, dove insieme all’apertura di uno sportello antiviolenza e al “reddito di libertà” garantirà un sostegno economico di 12 mesi alle vittime di violenza”.

Info progetto: https://www.progettostep.it/

Cristina Montagni