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Migrazioni femminili un processo complesso influenzato da numerose variabili. Il CeSPI percorre le tappe di uno studio condotto sul caso Etiopia – Libano

Discriminate perché migranti, non riconosciute come lavoratrici, ogni anno milioni di donne emigrano per un progetto di vita migliore per sé e le proprie famiglie. Questo “esercito” di lavoratrici domestiche con scarse tutele, rappresenta uno dei gruppi sociali più vulnerabili malgrado le rimesse contribuiscano ai Pil dei paesi di origine.

Su queste premesse a metà giugno si è svolto in modalità virtuale il seminario: “Quale ruolo della cooperazione per l’empowerment delle donne domestiche migranti. Il caso Etiopia – Libano”. L’evento, organizzato dal CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale) ha focalizzato i profili del fenomeno con l’intento di contribuire alla stesura delle prossime linee guida della Cooperazione italiana su migrazioni e sviluppo.

Ostacoli e opportunità. Un viaggio tra le lavoratrici domestiche nell’indagine CeSPI

Anna Ferro, CeSPI

Anna Ferro nell’intervento presenta lo studio “Le migrazioni femminili nel mercato del lavoro globale. Il caso delle lavoratrici domestiche tra Etiopia e Libano” che si inserisce tra le attività del progetto “Securing Women Migration Cycle” finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Nell’illustrare l’analisi qualitativa, la ricercatrice percorre le fragilità del contesto migratorio, un mondo formato per il 48% da donne che rappresentano i tre quarti del lavoro domestico. Negli anni sono emersi diversi impatti fra i paesi di origine e destinazione per la crescita della domanda di lavoro portando con sé disuguaglianze di genere di origine etnica. Nello specifico si tratta del corridoio tra l’Etiopia e il Libano. Per l’Etiopia le direttrici sono varie, quella orientale verso la penisola arabica – Etiopia/Libano – ha visto negli anni una massiccia presenza di donne etiopi. “La mobilità sociale” spiega “da un lato permette alle famiglie di contare su maggiori risorse economiche, dall’altra è una fuga dalle restrizioni del paese e l’opportunità di seguire canali d’inserimento femminile”. La storia dell’emigrazione etiope nasce negli anni 90, dove esisteva un sistema di gestione centrale che nel tempo ha assunto una dimensione pubblico-privata, da qui il ruolo delle agenzie di reclutamento è diventato cruciale. All’inizio poteva essere un sistema regolato, successivamente con la crescita di canali irregolari – agenzie di broker sui territori – le agenzie hanno agito in modo opaco nei contesti di destinazione. La ricercatrice ricorda i tentativi del governo etiope per ridurre l’emigrazione con accordi bilaterali – mai firmati dal Libano ed Etiopia – per garantire sicurezza e rispetto dei diritti delle persone. Altro punto riguarda la fragilità del quadro normativo e l’assenza di ratifica della Convenzione ILO C189 – Domestic Workers Convention che consentirebbe il rispetto dei diritti delle lavoratrici sia in fase di reclutamento che inserimento al lavoro nel paese di destinazione. Nello studio alcune misure sono sottostimate, ma in Libano il salario di una lavoratrice domestica è circa 200 euro che aumenta a seconda di come si pone sul mercato. I dati sulle rimesse sono sottostimati ma emergono quote dai canali informali con una differenza di salario tra il Libano e l’Etiopia intorno ai 50 euro. Sul contesto libanese esiste una storia di mobilità tra Etiopia e Libano che vede le prime in ritardo nel mercato del lavoro rispetto alle filippine, nepalesi e altre nazionalità, creando una gerarchia legata agli status sociali. Nel ranking generale le filippine sono posizionate più in alto per la conoscenza dell’inglese rispetto alle africane. C’è poi la questione kafala dove le lavoratrici diventano proprietà esclusiva del datore di lavoro e il lavoro domestico non è inserito nel codice di lavoro libanese, quindi non hanno stessi diritti dei lavoratori. Dalle interviste emerge l’assenza d’informazione del contesto migratorio (lingua, cultura e tradizioni familiari). Se si guarda al paese di origine e rientro, le donne nel proprio paese vengono stigmatizzate per un possibile fallimento del progetto migratorio, di conseguenza trovano nella famiglia un luogo di cura e accoglienza. Inoltre, l’esperienza all’estero come domestica certifica le competenze acquisite ed emerge la volontà di riprendere un percorso scolastico o professionale. Scopo dello studio era anche analizzare la gestione delle rimesse dall’estero e dalle famiglie di origine. È raro che le rimesse vengano accantonate per un proprio progetto; al rientro le migranti non esprimono interesse ad investire in nuove attività, tutto si riduce a funzioni di sussistenza. Quello che spicca invece è l’interesse ad emigrare di nuovo, questa volta come broker o promotrici per una emigrazione informata. In conclusione, la questione riguarda il miglioramento del ciclo migratorio nella sua globalità, un sistema giuridico che tuteli i diritti delle lavoratrici siglando accordi bilaterali sul sistema di reclutamento, che lasciato ai canali informali, sconfina nello sfruttamento. Il coordinamento tra i due paesi è essenziale; strutture pubbliche e private, no-profit, società civile e organismi internazionali possono trovare una visione comune attraverso forme alternative che siano appetibili per le migranti. In conclusione, la sensibilizzazione e la formazione sono indispensabili per inquadrare le persone all’interno dei canali formali per una migrazione consapevole.

Migrazioni regolari, sicure e dignitose a tutela diritti dei gruppi vulnerabili

Andrea Stocchiero, CeSPI

Empowerment femminile, ascesa sociale e mobilità migratoria sono i punti nodali per le donne migranti. “Sulla percezione dell’emergenza” commenta Stocchiero “la cooperazione allo sviluppo rischia d’essere riduzionista se guarda a progetti sulla sensibilizzazione che risulterebbero poco efficaci a livello sociale”. “Uno studio della banca mondiale” spiega “ha dimostrato come questi progetti potrebbero avere un impatto incerto, quindi è necessario ripensarli. “L’esempio dell’emigrazione dall’Etiopia al Libano” aggiunge “mostra che le donne per esigenza di empowerment, concepiscono l’emigrazione un investimento a breve termine. Rispetto a quanto sta investendo la cooperazione, l’emigrazione circolare è utile per capire dove si spende meno”. In chiusura aggiunge “la Vice ministra Sereni ha espresso la volontà di riportare l’Italia nell’alveo della comunità internazionale per la firma del Global Compact Summit 2021 e rendere le migrazioni regolari, sicure e dignitose tutelando i diritti dei gruppi vulnerabili come le donne migranti e le lavoratrici domestiche”.   

Informazione e formazione come riduzione del rischio per una mobilità consapevole

Attilio Ascani, CVM

È indispensabile considerare la centralità delle donne che con i loro saperi e conoscenza mettono in “piedi” tattiche di riduzione del rischio, gestione oculata della mobilità e un progetto futuro per sé e per la famiglia, afferma Attilio Ascani. “Quanto al gender gap” conferma “l’agenzia di cooperazione Italia ha prodotto nuove linee guida con l’intento di destinare il 10% delle risorse per l’uguaglianza di genere”. Dal lato migratorio, negli ultimi anni l’agenzia ha acceso un faro su come gestire azioni per una migrazione sostenibile, ordinata, sicura e regolare. Tra gli studi il CeSPI analizza le strategie di protezione sociale per i migranti nei paesi a medio o basso reddito e spiega come sostenere le donne nei paesi di accoglienza, dove per tensioni interne spesso sono escluse. L’esigenza è fare buona informazione per evitare migrazioni irregolari, altre soluzioni riguardano la pre-qualificazione dei migranti per facilitare la ricerca di un lavoro nei paesi di accoglienza e la reintegrazione. In questa direzione si sta lavorando affinché si giunga ad un accordo con il Ministero degli interni e con le sedi della cooperazione operative nei paesi di origine. Un’altra riflessione riguarda le rimesse dei migranti che concorrono al sostegno pubblico per oltre 384 milioni di euro. Sono le etiopi in Libano che rimettono maggiori risorse e commenta Ascani “è doveroso riflettere sul ruolo della cooperazione, che al di là di aiuti e protezione, vi è la necessità di accompagnare un sistema di regole e tutela dei diritti che spingono verso adesioni agli standard internazionali”.

L’impegno ILO per garantire retribuzioni dignitose alle lavoratrici domestiche

Cornaci Silvia, ILO

“A dieci anni dalla ratifica della Convenzione ILO” commenta Cornaci Silvia “l’organizzazione ha pubblicato un report sul lavoro domestico confermando che 75,6 milioni di persone nel mondo (76% donne) svolgono funzioni domestiche e l’81% sono impiegate in modo informale. Dall’indagine condotta sul Libano e Etiopia, è emerso che in Libano – come quasi tutto il Medio Oriente – vige il sistema kafala dove permane uno sfruttamento formalizzato”. “Sul versante normativo il Libano non ha ratificato né la legge C189 né la legge sull’emigrazione e a livello nazionale le migranti sono escluse dal sistema lavorativo; non vengono riconosciute né godono di protezione sociale e assistenziale (salario minimo, ferie etc)”. “Negli anni” continua “ILO ha attivato un coordinamento con Amnesty International, Caritas e organizzazioni in Libano per rendere valido un contratto standard e garantire una base di diritti per i lavoratori (orari certi, turni di riposo, ferie, libertà di movimento, etc)”. Altro nodo è l’organizzazione. In passato ILO si è impegnato sulla programmazione del lavoro delle migranti, progetti ad hoc per alcuni gruppi etnici (caso del Nepal) con la volontà di trasmettere alle donne consapevolezza sui diritti. In questo senso il ruolo dei sindacati è centrale per definire strategie con altre organizzazioni operanti in loco. Per la formazione, training e skills delle migranti, si è riflettuto sull’opportunità di una certificazione che dichiari le competenze delle lavoratrici per assicurare una retribuzione dignitosa. “Occorre sottolineare che in Libano le lavoratrici sono retribuite in base alla nazionalità, dove c’è una “corsa al ribasso”; le migranti di etnia africana sono retribuite meno rispetto ad altre nazionalità”. Le filippine raggiungono salari più alti rispetto alle etiopi, ciò dipende dalle lobby dei vari governi. ILO sta incoraggiando il dialogo fra i paesi africani e Libano, per favorire un coordinamento a livello continentale, come avviene per l’Asia che possiede una piattaforma condivisa con i paesi del Middle Est. “Infine”, conclude Cornaci “stakeholder nazionali, società civili e governi, possono fare “massa critica” per garantire i diritti delle lavoratrici migranti. Quanto all’accesso al credito occorre offrire alle donne l’opportunità di ottenere un prestito per aprire un’attività e dare lavoro ad altre donne etiopi”. L’accesso al credito sarebbe un’ancora di salvezza, un riscatto sociale per fare scelte decisive; rientrare nel paese di origine, sostenere sé stesse, la famiglia e altri lavoratori.

Strategie delle associazioni a supporto delle lavoratrici domestiche in Etiopia

Silvia Cirillo, università degli studi di Urbino Carlo Bo

In Etiopia sono presenti 33 associazioni di lavoratrici domestiche con più di 5 mila membri che si riuniscono per condividere esperienze, elaborare strategie, facilitare tavoli di dialogo e costruire reti di supporto fra associazioni locali, sindacato, enti nazionali ed internazionali. A dirlo è Silvia Cirillo in un ampio studio condotto sul “Lavoro domestico in Etiopia” dove oltre a descrivere le storie personali delle lavoratrici (sfruttamento, abusi, abbandono) sottolinea le tattiche di resistenza e sostegno sulla sfera emotiva, pratica e materiale. Queste realtà hanno ottenuto l’affiliazione della federazione internazionale delle lavoratrici domestiche e promuovono azioni di lobby a livello locale e nazionale per il riconoscimento del lavoro in Libano. Sono anche in prima linea per la ratifica della Convenzione OIL-C189 sul lavoro dignitoso per lavoratrici e lavoratori domestici.  

Sindacati, associazioni e cooperative di lavoro. IDWF a tutela dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo

Wendy Galarza, Filcams CGIL

Wendy Galarza, spiega che l’obiettivo dell’IDWF è costruire un’organizzazione globale di lavoratori domestici per proteggerne i diritti. Composta da 81 affiliati e attiva in 63 paesi con più di 590 mila lavoratori, è strutturata in sindacati e non, associazioni, reti e cooperative di lavoro. La federazione unitamente ad ILO ha chiesto un pacchetto di norme a tutela dei diritti dei lavoratori di tutto il mondo passando per l’Italia. “Con ILO” ha spiegato “è stato affrontato il nodo delle rimesse, voce importante in termini di Pil che coinvolge soprattutto donne e se ben impiegato consentirebbe loro di lavorare senza occuparsi della cura dei figli e della famiglia. “Il rimpatrio sicuro nel paese di origine” aggiunge “può essere realtà e non utopia. La cooperazione può fare molto sulla formazione e offrire una visione d’insieme sulle modalità di rientro in patria”. Inoltre, il sistema Kafala è lampante nel settore agricolo, esiste uno pseudo caporalato del lavoro domestico, fatto di piccole micro-criminalità. “La nostra missione” aggiunge “è condurre una massiccia informazione sul territorio spiegando alle lavoratrici che esiste un sindacato, un contratto a cui fare riferimento, diritti fondamentali e leggi da rispettare”. Per quanto riguarda i corridoi migratori, secondo l’Osservatorio Domina sul lavoro domestico, nel 2020 i lavoratori provenienti dell’Est Europa erano il 41%, quelli dell’Asia-Filippine 8%, America del Sud 7% e Asia Orientale 5%. Un terzo dei lavoratori domestici risiede in Lombardia e Lazio, in queste regioni sono presenti il 41% di colf con una percentuale di sesso femminile intorno all’89%, destinata a crescere per l’invecchiamento della popolazione e un conseguente aumento delle badanti. Quanto ai flussi migratori, la componente femminile africana è rilevante a cui si accompagnano forti discriminazioni sociali. Il peso delle rimesse delle lavoratrici domestiche nel 2019, secondo il rapporto Domina, ha sfondato il “tetto” del miliardo di euro (2mila euro pro-capite per lavoratrice). “Su queste somme occorre chiedere tutele, garanzie e sicurezza delle “cittadine” perché generano ricchezza nei paesi di origine” commenta Galarza. “L’obbiettivo dell’IDWF” conclude “è bypassare queste criticità per dare vita ad una comunità virtuale, una famiglia allargata e far sì che le lavoratrici rivendichino i propri diritti. Infine, sono in cantiere progetti per le famiglie transnazionali e gli orfani bianchi, due questioni spesso dimenticate”.

OIM e l’empowerment femminile verso i target 4 e 5 dell’agenda dello sviluppo sostenibile

Paola Alvarez, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM)

“Le questioni di genere incidono sulle motivazioni migratorie. Dove, in quale condizione, a quale rete si affidano, quali opportunità, a quali risorse si può fare leva, come si costruiscono i rapporti con le nuove comunità e quali legami permangono con le comunità di origine” specifica Paola Alvarez. Lo studio mostra la difficoltà di coinvolgere i datori di lavoro e le lavoratrici perché il lavoro domestico è denigrato, relegato al genere e non valorizzato, soprattutto si svolge all’interno della sfera privata delle famiglie. Le migranti, impiegate in questo segmento sono invisibili, difficili da raggiungere, a rischio maltrattamenti e sfruttamento. Per queste situazioni, l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) si impegna a promuovere politiche tese all’uguaglianza, all’empowerment femminile in linea con i target 4 e 5 dell’agenda dello sviluppo sostenibile per valorizzare il lavoro domestico non remunerato. Lo studio agisce su più livelli e l’OIM riconosce che le strategie devono essere a livello individuale, familiare, sociale e strutturale. Per ottenere queste informazioni, la raccolta dati è fondamentale e l’OIM possiede sistemi di analisi quali-quantitative raccolti sul campo (dati primari) per conoscere i flussi migratori. Inoltre, è dotato di un centro globale di analisi, un sistema interno di gestione e una banca dati mondiale che raccoglie informazioni sulle vittime di tratta. Altri dati raccolgono l’assistenza alle famiglie, i servizi disponibili, la fiducia e la reputazione degli intermediari regolari che rivestono un ruolo dominante sulle informazioni. Quanto alle rimesse, l’OIM valuta il reclutamento etico, la partecipazione e integrazione dei migranti nella società. Nello specifico le rimesse non sono distribuite in maniera equa all’interno delle famiglie per questioni di genere. Infine, è importante inserire nell’agenda dello sviluppo sostenibile politiche sull’emigrazione coinvolgendo ministeri e istituzioni per garantire i diritti fondamentali e le libertà individuali dei migranti.

Al webinar erano presenti Alessandro Salimei, Celim Milano, Daniele Frigeri, Anna Ferro e Andrea Stocchiero, CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale), Aurora Massa, università degli studi di Napoli L’Orientale, Silvia Cirillo, dottoranda dell’università degli studi di Urbino Carlo Bo, Attilio Ascani, CVM (Comunità Volontari per il Mondo), Emilio Ciarlo, Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), Wendy Galarza, Filcams CGIL, Paola Alvarez, Project Development Officer per il Mediterraneo, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e Giuliana Del Papa, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Cristina Montagni

Diritto alla parità retributiva per uno stesso lavoro tra uomini e donne. Un principio che necessità trasparenza salariale

L’XI Commissione Lavoro della Camera dei deputati il 15 giugno ha esaminato la proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio per rafforzare il principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore attraverso la trasparenza delle retribuzioni e meccanismi esecutivi. All’audizione sono intervenuti giuristi ed accademici che hanno commentato alcune criticità da un punto di vista della norma e della sua applicazione.

La Commissione europea – nell’ambito della Strategia per la parità di genere 2020-2025 – ha presentato una proposta volta a garantire la trasparenza salariale e la stessa retribuzione per identici lavori. L’Italia secondo il Global Gender Gap Index 2020 è passata nel ranking mondiale dal 70° al 76° posto rispetto a paesi che attuano la parità salariale. La proposta verrà discussa dal Parlamento Europeo e poi andrà all’esame dei singoli stati membri prima del recepimento.

Donata Gottardi, professoressa di Diritto del lavoro dell’università di Verona
Donata Gottardi, professoressa di Diritto del lavoro dell’università di Verona

Proposte per garantire il principio di parità retributiva

Donata Gottardi spiega che la proposta comunitaria era attesa da 15 anni, tuttavia va migliorata poiché bisogna evitare di parlare di una direttiva “trasparenza”. La direttiva – commenta Gottardi – si focalizza sulla trasparenza ma è necessario utilizzare un termine più preciso per non generare equivoci. Nello specifico, per garantire il principio di parità retributiva, occorre rafforzare i meccanismi integrativi presentati nella bozza di regolamentazione. La trasparenza – sostiene l’accademica – è solo una condizione preliminare che non deve essere il solo e unico punto di forza. Sulla questione della verifica e rispetto della parità retributiva, fissata a 250 dipendenti, Gottardi dice che è troppo elevata, e ritiene giusto pensare ad un monitoraggio annuale all’interno del sistema produttivo aziendale. È pure critica sul ruolo delle parti sociali. Da un lato il ruolo delle parti sociali è valorizzato perché si considerano gli accordi interconfederali, dall’altro non è riconosciuta l’attività sindacale; solo genericamente si parla di rappresentanza dei lavoratori, mentre si profila un eccesso di unilateralità da parte del datore di lavoro (oneri riconosciuti ed altri interventi). Questa unilateralità “pesa” da un punto di vista del ricorso giacché vengono vanificate le possibilità di ricorsi collettivi mentre si consolidano quelle delle singole parti che lo richiedono. Altra criticità riguarda il linguaggio. Nel documento comunitario si coglie netta la distinzione tra lavoratori di sesso maschile e femminile ed emergono criteri neutri. Su questo punto emergono perplessità giacché si profila una sorta di discriminazione indiretta. Usare questo aggettivo per la giurista è il peggior modo di utilizzare la direttiva e propone di sostituire il termine “neutri” per evitare di creare confusione perché i criteri di equità vanno applicati a lavoratrici e lavoratori per raggiungere corretti inquadramenti professionali. “Parlare di trasparenza è giusto” ma aggiunge “non può bastare perché la parità retributiva è più articolata e dalla direttiva non si colgono gli aspetti”. Per quanto attiene all’informazione sulla retribuzione, la docente sostiene che nella proposta comunitaria emerge un dato retributivo aggregato dove non verrebbero alla luce singole situazioni. Questa, secondo la giurista, sarebbe la parte più debole per la difficoltà di verificare il rapporto di lavoro del personale impiegato.

Buona informazione e cambiamento culturale per cogliere i segnali dati dal nostro tempo

Alberto Guariso, avvocato

La direttiva comunitaria per Alberto Guariso nasce in un clima di consapevolezza in relazione al periodo pandemico che stiamo vivendo. Questa situazione può portare buoni risultati se viene accompagnata da un’adeguata informazione sulla dimensione collettiva degli interessi di cui si parla. Dalla direttiva emerge un ostacolo, quello della disuguaglianza che frena il potenziale produttivo. “Fare buona informazione” spiega Guariso “significa passare attraverso un cambiamento culturale ed una sensibilizzazione in grado di cogliere nuovi aspetti dati dal nostro tempo. L’Istat, commenta Guariso, ha evidenziato che il 30% del divario retributivo dipende dalla sovra-rappresentazione delle donne in settori a basso salario. In una realtà dove vi è ridotta mobilità tra i settori nel mercato del lavoro, scarsa formazione etc, la direttiva può incidere sul 30% di cui parla il documento. Quanto alle discriminazioni, la proposta mostra elementi utili come il capitolo sulla prescrizione e sull’onere della prova. La proposta prende atto che l’inserimento delle donne nei settori deboli del mercato occupazionale dipendono dalla collocazione delle donne straniere. Per esse il fattore nazionalità si cumula con il differenziale salariale di genere. Infatti, sempre secondo i dati Istat, il differenziale salariale italiani/stranieri è pari al 25% che se cumulato ai valori riferiti a donne e uomini, emergono percentuali preoccupanti. Per quanto riguarda la trasparenza non è chiaro come si vuole procedere, ma un punto nodale dove occorre impegnarsi riguarda l’avanzamento di carriera che nella direttiva scompare totalmente. Ultimo elemento interessa la legittimazione attiva dei lavoratori che costituisce uno strumento a tutela del lavoro e deve valere sia per uno che per l’intera collettività dei lavoratori.

Responsabilità delle imprese e trasparenza nell’informazione

Francesca Guarnieri, avvocata

Per Francesca Guarnieri l’intervento del legislatore è importante perché introduce modifiche al codice delle pari opportunità e della parità retributiva. Nonostante il quadro delle disposizioni sembra completo ed efficace, l’attuazione del principio in Italia continua ad incontrare ostacoli che crea un divario salariale di genere accentuato dalla pandemia e non può essere accettato. La direttiva ha il merito di portare alla luce un’antica questione; da un lato si rifà alle responsabilità dirette delle imprese nella trasparenza e informazione, dall’altra intensifica gli strumenti processuali per incentivare la rivendicazione del diritto alla pari retribuzione. Nel sistema italiano la discriminazione retributiva non è definita nei CCNL e soprattutto la differenza riguarda quasi sempre bonus ed indennità difficili da percepire come violazione del diritto alla parità salariale. Quanto alla trasparenza retributiva, la proposta europea è puntuale perché dispone che le informazioni debbano essere fornite direttamente alle lavoratrici e non trasmesse a figure istituzionali che non vengono condivise con le lavoratrici, con le organizzazioni sindacali e con i difensori. Queste informazioni sono riportate in un report annuale, disaggregate per genere ed altre statistiche sono fornite dalle aziende con più di 250 dipendenti con la possibilità di procedere alla verifica qualora risulti che il gender pay gap è superiore al 5%. In sintesi, i dati consentono di percepire la discriminazione e forniscono la prova o gli indizi che determinano l’inversione dell’onere. Quanto agli strumenti processuali – prescrizione dell’onere della prova – la relatrice segnala l’importanza dell’art 19 che esclude la possibilità per il giudice di condannare alle spese di lite la lavoratrice ricorrente. In conclusione – dice Guarnieri – questi strumenti sono opportuni perché da un lato si interviene sull’onere della prova, con obbligo d’informazione ai lavoratori, dall’altra si introducono elementi correttivi nell’ipotesi discriminatoria.

Arturo Maresca, professore di Diritto del lavoro all’università degli studi di Roma “La Sapienza”

Arturo Maresca concorda che la direttiva europea si focalizza sulla trasparenza, mezzo per raggiungere la parità di trattamento. Quello che appare poco produttivo riguarda l’apparato delle previsioni attese che sono al di sotto di quelle previste dall’ordinamento italiano. La differenza retributiva che penalizza le donne non riguarda le retribuzioni contrattuali ma le retribuzioni di fatto che sussistono all’interno delle aziende.

L’informazione strumento per facilitare i tentativi di mediazione e conciliazione

Luca Passanante, professore di Diritto processuale civile dell’università degli studi di Brescia

Per quanto riguarda gli aspetti del processo civile e la tutela dei diritti, Luca Passanante rileva che nella proposta europea manca l’indicazione dei criteri per individuare le disparità retributive tra lavoratori e lavoratrici. Sarebbe opportuno fissare tali criteri e disporre di consulenti tecnici con adeguata formazione in questo settore. Altro aspetto concerne la tutela dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori che coinvolge sia l’azione di classe che quella collettiva. Nella direttiva comunitaria si prevede che associazioni, organismi della parità e rappresentanti dei lavoratori, possano agire a sostegno di uno o una pluralità di lavoratori. Il giurista sottolinea che occorre distinguere l’azione collettiva da quella di classe. Altra criticità riguarda l’accesso alle informazioni in relazione alla tutela dei diritti soggettivi delle lavoratrici e lavoratori. Le informazioni – dice Passanante – non possono essere sostituite dall’inversione degli oneri della prova poiché rappresentano il presupposto affinché la decisione finale sia giusta, frutto dell’applicazione della norma di legge in base a fatti certi. Le informazioni, spiega l’accademico, sono importanti per attivare tentativi di mediazione e conciliazione e devono essere considerate come condizione di procedibilità. Ultimo elemento riguarda lo standard minimo della prova che nella direttiva appare impreciso e dovrebbe essere rivisto analizzando studi più recenti in materia.

Francesca Bagni Cipriani, consigliera nazionale di parità

Le Consigliere di parità per conoscere i percorsi femminili e maschili all’interno dell’azienda

Il fatto che l’Europa scenda in campo per raggiungere la parità di salario è importante, afferma Francesca Bagni Cipriani. Tutta la direttiva si focalizza sulla verifica e sull’individuazione dei fenomeni discriminatori sul lavoro e come correggerli. Nel nostro paese esistono fattori culturali che creano disparità salariali tra lavoratrici e lavoratori ma esistono strumenti di controllo e le consigliere di parità possono intervenire in base ad alcuni adempimenti sia nel pubblico che nel privato. Dalle relazioni della rete delle consigliere possono emergere i percorsi femminili e maschili all’interno dell’azienda, capire i piani di azioni positive, verificare le assunzioni e come intervenire su queste condizioni. Bagni Cipriani spiega che le relazioni biennali sono sempre esistite nella nostra legislazione, successivamente è nata la piattaforma informatica che dà la possibilità di fornire dati sulle condizioni di lavoro all’interno delle aziende private. Bagni Cipriani segnala che nella direttiva europea si fa riferimento ai dati per aziende con 250 dipendenti, mentre in Italia il tetto era a 50 dipendenti; da qui potrebbero sorgere problemi di natura tecnica. La seconda criticità – segnala la Consigliera – è che le liste aziendali “censite” al di sopra dei 100 dipendenti sono gestite dall’Inps e l’istituto non ritiene utile comunicare queste informazioni e la direttiva non specifica come risolvere la questione. In sintesi, la proposta comunitaria è utile perché tende a rafforzare anche la normativa italiana.

Federdistribuzione applaude al certificato premiale per le aziende virtuose

Elisa Medagliani, responsabile del lavoro e sulle politiche attive di Federdistribuzione

Per quanto riguarda l’occupazione femminile sulla parità retributiva, l’Italia ha un forte deficit strutturale commenta Elisa Medagliani. Durante il periodo pandemico la perdita di posti di lavoro delle lavoratrici è stato doppio in termini percentuali rispetto a quelli della media europea. Difficoltà fra conciliazione vita-lavoro, livelli bassi d’istruzione e statistiche sul gender pay gap rilevano una percentuale del 17% nel settore privato rispetto al 15% della media UE. Più confortante è il quadro femminile in riferimento alla parità retributiva nel settore Federdistribuzione. Il comparto per quanto riguarda l’occupazione femminile ha una presenza pari al 60% con un trend costante negli ultimi 10 anni e l’azienda guarda con interesse alla proposta europea. Quanto allo strumento della trasparenza retributiva, Medagliani cita l’art 5 che dispone che i datori di lavoro in fase pre-assuntiva hanno l’obbligo di indicare ai futuri candidati i livelli e la fascia retributiva da corrispondere. Altro elemento dell’art 5 è che il datore di lavoro ha il divieto di chiedere ai potenziali lavoratori informazioni sul livello retributivo relativo al pregresso rapporto di lavoro. Federdistribuzione chiede di eliminare questo divieto che sarebbe controproducente. L’art 8 prevede l’obbligo da parte dei datori di lavoro, per una azienda con 250 dipendenti, di fornire informazioni sulle retribuzioni tra uomini e donne. Medagliani rileva che esiste già una norma simile nell’ordinamento italiano valida per i datori di lavoro con più di 100 dipendenti e che il rapporto sullo stato di occupazione maschile e femminile viene trasmesso ogni due anni. Questo report secondo Medagliani rappresenta un adempimento oneroso per le aziende, poiché esse già lo trasmettono all’Inps attraverso il sistema informatico. Federdistribuzione commenta positivamente l’art 8 della direttiva affinché venga stabilito che gli stati membri possano inserire le informazioni retributive sulla base dei dati dei datori di lavoro alle autorità fiscali o di sicurezza sociale. Infine, l’art 9 della proposta comunitaria dispone che qualora emerga una disparità retributiva del 5%, i datori di lavoro sono tenuti alla valutazione in collaborazione con i rappresentanti dei lavoratori. Mentre una procedura simile è già prevista nel codice per le pari opportunità, Federdistribuzione chiede in fase di recepimento della direttiva, l’obbligo di premiare le aziende più virtuose e rispettose della percentuale retributiva. Già nel codice di pari opportunità è inserita questa premialità che avvantaggia l’azienda di uno sgravio contributivo dell’1% per tutto il periodo di validità della certificazione. Questa misura premiale dovrebbe essere incardinata all’interno del nostro ordinamento per garantire il rispetto della normativa, conclude la responsabile del lavoro Elisa Medagliani.

Ai lavori hanno preso parte Donata Gottardi, professoressa di Diritto del lavoro dell’università di Verona, Alberto Guariso, avvocato, Francesca Guarnieri, avvocata, Arturo Maresca, professore di Diritto del lavoro all’università degli studi di Roma “La Sapienza” e Luca Passanante, professore di Diritto processuale civile dell’università degli studi di Brescia. Erano presenti Francesca Bagni Cipriani, consigliera nazionale di parità, Elisa Medagliani, responsabile del lavoro e sulle politiche attive di Federdistribuzione e Filippo Pignatti Morano della direzione del lavoro e delle relazioni sindacali.  

Cristina Montagni

Semaforo verde del Parlamento UE al certificato digitale COVID

Il Parlamento Europeo il 9 giugno ha approvato il certificato COVID digitale per facilitare gli spostamenti all’interno dell’Unione e contribuire alla ripresa economica. Il testo ora dovrà essere adottato dal Consiglio e pubblicato in Gazzetta Ufficiale, per l’applicazione immediata dal 1° luglio 2021.

Il certificato verrà rilasciato gratuitamente dalle autorità nazionali e sarà disponibile in formato digitale o cartaceo con un codice QR. Il documento attesterà che la persona è stata vaccinata contro il coronavirus o ha effettuato un test con esito negativo o che è guarita dall’infezione. Il sistema entrerà in vigore il 1° luglio 2021 e durerà 12 mesi. Il certificato però non costituirà una condizione preliminare per la libera circolazione e non sarà considerato un documento di viaggio. I Paesi dell’Unione sono incoraggiati a garantire che i test siano a prezzi accessibili e disponibili su larga scala. Inoltre – su richiesta del Parlamento – la Commissione si è impegnata a mettere a disposizione 100 milioni di euro per consentire agli Stati membri di acquistare test per il rilascio dei certificati digitali COVID dell’UE.

Vaccini

Tutti i Paesi dell’UE devono accettare i certificati di vaccinazione rilasciati dagli altri Stati membri per i vaccini autorizzati dall’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Spetterà poi agli Stati membri decidere se accettare i certificati per i vaccini autorizzati secondo le procedure nazionali o per i vaccini elencati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l’uso d’emergenza.

A tale riguardo il presidente della commissione per le libertà civili Juan Fernando López Aguilar (S&D, ES) ha dichiarato: “Oggi il Parlamento ha dato il via al ripristino della libera circolazione mentre continuiamo a combattere questa pandemia. Il certificato COVID digitale dell’UE funzionerà dal 1° luglio e garantirà viaggi sicuri e coordinati quest’estate. Gli Stati dell’UE sono incoraggiati ad astenersi dall’imporre restrizioni, a meno che non siano strettamente necessarie e proporzionate, ed è rassicurante che alcuni stiano già rilasciando il certificato”

Cristina Montagni

Salute emotiva e psicologica a rischio giovani e donne. Indagine pilota delle associazioni Gasp e ARCLazio

Il tempo complesso e confuso del coronavirus è un mondo che sta cambiando le persone e la collettività. Le associazioni a promozione Sociale Gasp e ARCLazio al fine di programmare interventi a sostegno dei singoli, giovani, adulti e famiglie hanno svolto sul territorio di Bracciano e comuni limitrofi, un’indagine socio-psicologica pilota per analizzare gli effetti sulla qualità della vita prima e dopo pandemia.

L’analisi condotta tra marzo e aprile 2021, traccia un bilancio sugli effetti correlati alla pandemia e nello specifico durante i periodi di lockdown. Per cogliere i bisogni delle comunità è stato somministrato un questionario in forma anonima, utilizzando la piattaforma Googleworks.

Metodo e campione statistico

L’indagine per sesso ed età è stata elaborata su un campione di 75 individui: 38 maschi, 36 femmine e 1 individuo di genere binario (identità non corrispondente né al genere maschile né al genere femminile) considerando la popolazione fra i 16 ed i 71 anni. Fatte 100 le classi rappresentate, alle interviste anonime hanno risposto il 21% di adolescenti (16-20 anni), il 31% di giovani adulti (21-30 anni), il 33% di adulti (31-50 anni) e il 15% degli adulti tra i 51 e i 71 anni. Scopo dello studio era individuare il disturbo emotivo-psicologico, il malessere vissuto a seguito delle limitazioni e i cambiamenti di vita quotidiana inferti dalla pandemia. Per lo studio sono stati presi in esame i pesi percentuali considerando 3 tre scale di valore: 0-4 (influenza minore), 5-7 (influenza media), 8-10 (influenza maggiore).

Indagine pilota e risultati sul territorio di Bracciano

Dall’indagine emerge che isolamento e limitazioni della libertà hanno contribuito ad aumentare il malessere e le difficoltà nell’ambito familiare soprattutto riguardo alla comunicazione e alla relazione tra gli stessi membri. Questo stato d’animo è condiviso dall’82% dei giovani 21-30 anni, mentre il 62% degli intervistati (16 – 20 anni) hanno risposto all’impatto psicologico con valori massimi compresi tra 5 e 10. Le sofferenze dovute alle limitazioni e/o impedimenti nelle relazioni sociali sono state avvertite dal 91% dei giovani 21 – 30 anni, mentre il vissuto per la mancanza di contatto fisico ha coinvolto il 94% degli adolescenti 16 – 20 anni e dal 70% dei giovani adulti 21 – 30 anni. L’analisi sottolinea che chi ha vissuto di più la condizione relativa al malessere affettivo si è concentrata per il 65% nella fascia 21 – 30 anni, a seguire gli adolescenti 16 – 20 anni con il 63%. Inoltre, le sofferenze relative alla mancanza di condivisione sociale hanno descritto un’impennata dell’88% tra gli adolescenti 16-20 anni e dell’83% tra i 21- 30 anni. Infine, ansia, depressione, nervosismo, solitudine, scarsa concentrazione, insonnia, angoscia e paura sono i sentimenti emotivi più vissuti e le età più coinvolte dal campione hanno rivelato una concentrazione fra i 16 ai 20 anni e fra i 21 a 30 anni.

Disaggregando le frequenze per genere, la componente femminile ha dichiarato evidenti reazioni psicosomatiche e tale condizione ha coinvolto la fascia 16 – 20 anni; il 63% afferma di soffrire di isolamento, il 75% stanchezza, il 50% ansia e nervosismo tra gli individui 21 – 30 anni, l’82% vive l’ansia, il 73% nervosismo ed isolamento, il 64% depressione e solitudine. In aggiunta la componente femminile tra i 31 – 50 anni ha dichiarato nel 62% dei casi di provare ansia, soffrire di isolamento (46%) e nervosismo (31%). Infine, per la fascia di età (51-71 anni) sono emersi condizioni di insonnia (63%), ansia e stanchezza (50%), nervosismo (38%) e depressione (25%). Rispetto alle condizioni precedenti, queste situazioni hanno indotto il 50% delle donne (21-30 e 31-50 anni) ad assumere farmaci, mentre chi è ricorso al sostegno psicologico sono state soprattutto donne (50%) nella fascia di età 21-30 anni.

Conclusioni dell’indagine

Dai risultati dello studio è emerso che sul territorio laziale di Bracciano la fascia più fragile si concentra nei giovani adulti 21 – 30 anni che insieme alla componente femminile abbraccia tutte le età del campione. In conclusione, la maggior parte degli studi hanno sostenuto che il vissuto di ognuno, angoscia della solitudine, separazioni, malattia e perdita dell’identità sociale hanno contribuito ad accrescere i disturbi alimentari, le violenze domestiche sulle donne e minori, senza contare i rischi correlati all’aumento futuro delle dipendenze patologiche, incremento dei suicidi dovuti ad una diagnosi di positività al coronavirus o difficoltà dovute alla perdita del lavoro. Inoltre, la difficile condizione di vita imposta dalla pandemia sta facendo emergere disturbi post-traumatici da stress (PTSD) negli adolescenti, nei giovani e nel genere femminile come descritto nella ricerca descritta.

Il futuro – chiusa la parentesi coronavirus – impone a tutti noi una rielaborazione della perdita di socialità e degli affetti facendo riemergere le personali e sociali risorse che l’essere umano possiede per un’innata predisposizione. In questa esperienza di isolamento e distanziamento sociale, la solidarietà non basta, sono necessarie le competenze e le responsabilità delle Istituzioni che insieme alle associazioni presenti nel territorio possono intervenire efficacemente nell’infondere una fiducia interpersonale e collettiva nei contesti sociali di appartenenza.

Maria Zampiron

Psicologa-Psicoterapeuta

Ordine degli Psicologi della Regione Lazio

Giornata Mondiale dell’Ambiente 2021. Per l’Italia Confagricoltura lancia il libro bianco del verde

Ogni anno il 5 giugno si celebra la Giornata Mondiale dell’Ambiente, il più grande evento annuale che oltre a coinvolgere le popolazioni del mondo, promuove attività ambientali positive e suggerisce azioni a tutela del nostro pianeta. Nasce nel 1974 e negli anni l’evento è cresciuto fino a diventare una piattaforma globale per sensibilizzare sul tema ambientale in oltre 100 Paesi nel mondo.

Quest’anno l’evento sarà ospitato in Pakistan e avrà come focus il “Ripristino dell’Ecosistema” nell’ambito della campagna “Reimagine. Recreate. Restore”. È bene sottolineare che tale anniversario servirà anche per il lancio ufficiale del Decennio delle Nazioni Unite per il Ripristino dell’Ecosistema 2021-2030. Gli hashtag ufficiali per seguire gli eventi della Giornata sono #GenerationRestoration e #WorldEnvironmentDay. Tutte le celebrazioni nei vari Paesi del mondo si svolgeranno con eventi virtuali e fisici.

Ricreare le condizioni ideali per il ripristino dell’ecosistema

In tutto il mondo si solleva un “grido di battaglia globale” che sollecita azioni urgenti per far rivivere i nostri ecosistemi danneggiati. Gli esseri umani – si legge in una nota delle Nazioni Unite – stanno distruggendo le fondamenta della propria sopravvivenza ad un ritmo inarrestabile. Più di 4,7 milioni di ettari di foreste (un’area più grande della Danimarca) vengono distrutti ogni anno e la perdita dell’ecosistema sta privando il mondo di pozzi di assorbimento del carbonio come foreste e torbiere. Le emissioni globali di CO2 sono aumentate per tre anni consecutivi e il pianeta sta andando verso un cambiamento climatico potenzialmente catastrofico. Riducendo l’habitat naturale per la fauna selvatica, abbiamo creato le condizioni ideali per il diffondersi degli agenti patogeni, compresi i coronavirus, come dimostrato dal COVID-19.

L’Italia verso un equilibrato rapporto uomo-natura. Presto il Libro bianco del verde

L’Italia in occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente, ha “acceso i riflettori” sull’importanza di un rapporto uomo e natura, messo in luce dalla pandemia. “Il Green New Deal e la strategia sulla biodiversità – sottolinea il presidente di Confagricoltura Massimiliano Giansanti – rilanciano il ruolo degli agricoltori e degli operatori del settore primario e del verde pubblico e privato, che rappresenta un ruolo centrale per il raggiungimento di questi obiettivi”.

“L’Italia” dice Giansanti “è tra i paesi europei più ricchi di biodiversità con elevati livelli di specie esclusive del nostro territorio. Quanto alle aree protette siamo in linea con gli obiettivi europei del 30%. In particolare, la Rete Natura 2000 e il Sistema delle aree protette italiane sono tra i più estesi d’Europa, con 9 milioni di ettari, pari a circa il 30% dell’intera superficie nazionale”. Inoltre, negli ultimi 50 anni la superficie forestale del territorio si è più che raddoppiata, passando da 5 a circa 12 milioni di ettari (il 65% è gestito da privati) e ciò pone in luce l’importanza delle attività selvicolturali. “Confagricoltura insieme ad Assoverde” conclude il presidente “ha intrapreso un percorso unico che va verso un “Libro bianco del verde”. Il progetto – in collaborazione con i principali operatori del settore pubblico e privato – rappresenta un Neorinascimento della Cura e della Gestione del Verde in linea con gli obiettivi europei e italiani sulla transizione ecologica, sulla rigenerazione urbana, sulla creazione di nuove aree verdi e sulla corretta cura e manutenzione di quelle esistenti”.

Cristina Montagni

Stati Generali della Natalità, Papa Francesco e il Premier Draghi riflettono sull’“inverno demografico”

“Questa è l’epoca delle grandi riflessioni collettive, si è perso l’ottimismo nei primi dieci anni di questo secolo ed è giunto il momento di rivedere la nostra vita sociale, ammettere le fragilità, essere sinceri ed ascoltare le voci che erano prima marginali”. Da qui parte la riflessione del Presidente del Consiglio Mario Draghi alla I edizione degli Stati Generali della natalità, convegno dedicato al futuro della demografia in Italia per rilanciare il Paese a partire da nuove nascite.

Il meeting – svolto in presenza il 14 maggio al foyer dell’Auditorium della Conciliazione a Roma con la partecipazione di Papa Francesco – è stato sostenuto da associazioni familiari, imprese, media e istituzioni per iniziare una nuova narrazione sulla questione natalità come indicato dal presidente del Forum, Gianluigi De Palo. Alla conferenza sono intervenuti la ministra per la Famiglia, Elena Bonetti, il ministro dell’Istruzione, Patrizio Bianchi, il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti e la sindaca di Roma Virginia Raggi.

Mario Draghi – Ph: Cristian Gennari

Il premier Draghi nell’intervento si è soffermato sui danni causati al pianeta, al nostro “inverno demografico” che con la pandemia ha determinato ripercussioni sull’equilibrio delle generazioni, sul welfare italiano e sull’allargamento delle disuguaglianze; tutti elementi che hanno inciso profondamente sulla nostra esistenza. “Avere il desiderio di costruire una famiglia orienta in maniera irreversibile la vita di ciascuno di noi e questa dimensione etica – fondante in tutte le società – è spesso negata o respinta in favore dell’affermazione individuale”. “Oggi” dice Draghi “è indispensabile abbattere queste barriere ideologiche e l’importanza di avere figli è un prodotto del miglioramento della condizione della donna, e non antitetico alla sua emancipazione”.

Lo Stato deve accompagnare questa consapevolezza ed investire nel miglioramento della condizione femminile e mettere la società – donne e uomini – in grado di formare una famiglia (in Italia il tasso di natalità è all’1,24 figli per donna). Nel nostro Paese sostiene Draghi esistono ragioni oggettive per la scarsa natalità che sono di natura economica ma se rapportate ad altre società più equilibrate, la natalità non va meglio anzi è in calo. Le motivazioni vanno ricercate nella mancanza di sicurezza e stabilità, un lavoro certo, una casa e un sistema di welfare e servizi per l’infanzia dove l’Italia è carente. Inoltre, i giovani fanno fatica a trovare lavoro ma qualora riescano a superare questo scoglio spesso sono costretti a rassegnarsi ad una perenne precarietà, da qui sfuma il sogno di acquistare una casa. La crisi sanitaria ha messo a dura prova la natalità e il declino è aumentato; nel 2020 sono nati solo 404 mila bambini, il 30% in meno rispetto a dieci anni fa, e sempre nel 2020 la differenza tra nascite e morti ha toccato il record negativo di 340 mila persone in meno.

Papa Francesco apre gli Stati Generali della Natalità (SGDN)
Ph: Cristian Gennari

“Un’Italia senza figli” ha affermato Draghi “è un’Italia che non ha posto per il futuro è un Italia che lentamente finisce di esistere” e conferma che l’attuale Governo si sta impegnando per aiutare economicamente le coppie e le giovani donne. Sarà disposto un sostegno economico alle famiglie con figli attraverso l’assegno unico universale e da luglio entrerà in vigore per i lavoratori autonomi e i disoccupati che oggi non hanno accesso agli assegni familiari, infine, nel 2022 la misura sarà estesa agli altri lavoratori. In complesso le risorse messe a bilancio saranno oltre 21 miliardi di euro che si consolideranno negli anni a venire. In una recente dichiarazione ha elencato le misure a favore di giovani, donne e famiglie presenti nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Le misure si riferiscono alla realizzazione di asili nido, scuole per l’infanzia, estensione del tempo pieno e il potenziamento delle infrastrutture scolastiche, investimenti nelle politiche attive sul lavoro, nelle competenze scientifiche e nell’apprendistato. Il PNRR prevede però una clausola per incentivare le imprese ad assumere più donne e giovani, condizione per partecipare agli investimenti previsti nel Piano. Infine, con il decreto “Imprese, lavoro, professioni” che sarà presentato nei prossimi giorni, lo Stato garantirà ai giovani gran parte del finanziamento per l’acquisto della prima casa con l’abbattimento degli oneri fiscali. Conclude il suo intervento dicendo che è “necessario aiutare i giovani a recuperare fiducia e determinazione per tornare a credere nel futuro, investendo in loro il nostro presente”.

Cristina Montagni

“Scienziati e Studenti” contro il junk food per evitare l’insorgenza di patologie cardiovascolari

Il Consiglio Nazionale delle Ricerche – CNR e Siprec esportano in Europa un nuovo modo di informare gli studenti sulla sana alimentazione e su un corretto stile di vita da seguire per non incorrere in patologie cardiache.

L’elevata diffusione del junk food o cibo spazzatura sta progressivamente allontanando molti giovani dall’assunzione di prodotti tipici della tradizione gastronomica italiana. La Dieta mediterranea, considerata un modello nutrizionale e ricca di effetti benefici per l’organismo, rischia di essere sostituita da alimenti “spacciati” come salutari ma nascondono un alto contenuto calorico e un basso apporto nutrizionale. L’incontrollata assunzione di questi cibi, detti junk food, predispone ad alti fattori di rischio cardiovascolari a partire dall’obesità già in età adolescenziale. L’Italia detiene il triste primato in Europa con la conseguente insorgenza in età adulta di patologie legate al diabete, infarto, ictus e alcuni tipi di tumore.

Da qui parte il progetto/esperimento di divulgazione scientifica “Scienziati e Studenti” che ha come finalità avvicinare i giovani ai temi della sana alimentazione e della prevenzione. Lo studio condotto in partnership con l’Unità di prevenzione e protezione del CNR di Roma e la Società italiana per la prevenzione cardiovascolare (Siprec) è stato esportato in Europa con il coinvolgimento della Slovenian Heart Foundation (SloHF) e dell’European Heart Network (Ehn) di Bruxelles. Da questo studio è scaturito il progetto “Doctors, teachers, students, film-makers, and journalists allied in cardiovascular prevention”, reso noto nella rivista Annals of Public Health and Research.

La ricerca avviata tra settembre 2019 e giugno 2020 ha coinvolto gli alunni di scuole medie superiori di tre città italiane (Bari, Genova e Roma) e due Slovene (Lubiana e Maribor) ed è iniziata con incontri tra esperti della nutrizione e prevenzione cardiovascolare di Siprec e SloHF e insegnanti di scienze e educazione fisica delle scuole superiori italiane e slovene, spiega Roberto Volpe, medico ricercatore dell’Unità di prevenzione e protezione del Cnr.

Finalità del progetto scientifico “Scienziati e Studenti”

L’intento formativo era fornire ai ragazzi le linee guida da adottare per avere un corretto stile di vita e sane abitudini alimentari. Successivamente per misurare l’impatto degli incontri sui giovani è stato somministrato un questionario distribuito prima e dopo il ciclo dei seminari. “I ragazzi italiani” ha sottolineato Volpe “hanno avuto un miglioramento di circa il 58% tra la prima e la seconda prova e gli studenti sloveni hanno mostrato un buon punteggio all’inizio del primo seminario ed un miglioramento del 15% sul test finale”. Nella seconda fase della ricerca un regista ha spiegato agli studenti come girare un cortometraggio di quattro minuti per divulgare la corretta alimentazione, e ciò ha permesso di raggiungere attraverso i social media (YouTube, Facebook) un numero maggiore di adolescenti ben oltre i confini nazionali, attuando una capillare divulgazione ed un apprendimento tra pari. I video migliori sono stati poi scelti da una giuria di esperti nella prevenzione della Siprec per l’Italia e della SloHF per la Slovenia e da giornalisti e registi cinematografici che hanno partecipato a manifestazioni e concorsi a livello nazionale.

Cristina Montagni

Lettera dei presidenti dei paesi UE per la giornata dell’Europa

In vista della Festa dell’Europa del 9 maggio, ricevo ed inoltro la lettera integrale che i presidenti dei Paesi Europei hanno rivolto ai cittadini di tutto il continente. Buona lettura a chi vorrà.

“In occasione della Giornata dell’Europa vorremmo estendere i nostri più sentiti auguri a tutti i cittadini europei.

Questa Giornata dell’Europa è speciale. Per il secondo anno di fila, è celebrata in circostanze complesse a causa della pandemia di Covid-19. Siamo vicini a tutti coloro che ne hanno sofferto. La Giornata dell’Europa di quest’anno è speciale anche perché segna l’avvio della Conferenza sul Futuro dell’Europa. Facciamo appello a tutti i cittadini dell’UE affinché colgano questa occasione unica per plasmare il nostro comune futuro.

Questo dialogo sul futuro dell’Europa si svolge in circostanze molto differenti da quelle degli anni passati. Potrebbe sembrare che nella situazione attuale non ci sia tempo sufficiente per una discussione approfondita sul futuro dell’Europa. Al contrario, la pandemia di Covid-19 ci ha ricordato ciò che è veramente importante nelle nostre vite: la nostra salute, il nostro rapporto con la natura, le nostre relazioni con gli altri esseri umani, la reciproca solidarietà e la collaborazione. Essa ha sollevato degli interrogativi sul modo in cui viviamo le nostre vite. Ha mostrato i punti di forza dell’integrazione europea, così come le sue debolezze. Di tutto ciò è necessario parlare.

Robert Schuman, avvocato e ministro degli Esteri francese tra il 1948 e il 1952 è considerato uno dei padri fondatori dell'unità europea
Robert Schuman, avvocato e ministro degli Esteri francese tra il 1948 e il 1952 è considerato uno dei padri fondatori dell’unità europea

Le sfide che ci si pongono come europei sono molteplici: dall’affrontare la crisi climatica e dalla creazione di economie verdi, in un contesto che rende necessario bilanciare la crescente competizione tra gli attori globali, alla trasformazione digitale delle nostre società. Avremo bisogno di sviluppare nuovi metodi e nuove soluzioni. Come democrazie la nostra forza consiste nel coinvolgere le molte voci presenti nelle nostre società per identificare il percorso migliore da intraprendere. Quante più persone parteciperanno a una discussione ampia e aperta, tanto meglio sarà per la nostra Unione.

Il progetto europeo non ha precedenti nella storia. Sono passati 70 anni dalla firma del Trattato istitutivo della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio e 64 dalla nascita a Roma della Comunità Europea. A quel tempo i leader europei trovarono soluzioni per unire un’Europa devastata dalla guerra. Trent’anni fa l’Est e l’Ovest dell’Europa hanno iniziato a connettersi più strettamente. Paesi molto diversi si sono uniti per formare l’Unione Europea. Ciascun Paese ha le proprie esperienze storiche e sente il peso del proprio passato, con il quale fare i conti da solo e nel rapporto con altri Paesi.

Il progetto europeo è un progetto di pace e riconciliazione. Lo è stato fin dalla sua concezione, e rimane tale oggi. Sosteniamo una comune visione strategica per l’Europa, un’Europa nella sua interezza, libera, unita e in pace. Tutti i principi fondamentali dell’integrazione europea restano assolutamente rilevanti al giorno d’oggi: libertà, uguaglianza, rispetto dei diritti umani, Stato di diritto e libertà di espressione, solidarietà, democrazia e lealtà tra gli Stati membri. Come possiamo assicurare collettivamente che questi principi fondanti dell’integrazione europea restino rilevanti per il futuro?

Nonostante l’Unione Europea a volte sembri mal equipaggiata per far fronte alle molte sfide emerse nell’ultimo decennio – dalla crisi economica e finanziaria alle sfide nel perseguire un sistema migratorio europeo giusto ed equo sino all’attuale pandemia – siamo ben consapevoli che sarebbe molto più difficile per ciascuno di noi se fossimo da soli. Come possiamo rafforzare al meglio cooperazione e solidarietà europee e garantirci un’uscita da questa crisi sanitaria che ci renda più resilienti in vista di sfide future?

Abbiamo bisogno di un’Unione Europea forte ed efficace, un’Unione Europea che sia leader globale nella transizione verso uno sviluppo sostenibile, climaticamente neutrale e trainato dal digitale. Occorre un’Unione Europea nella quale ci possiamo tutti identificare, certi di aver fatto tutto il possibile a beneficio delle generazioni future. Insieme possiamo raggiungere quest’obiettivo. La Conferenza sul Futuro dell’Europa sarà un’opportunità per parlare apertamente di Unione Europea e per ascoltare i nostri concittadini, soprattutto i più giovani. Essa crea uno spazio di dialogo, dibattito e discussione su quel che ci aspettiamo dall’UE domani e su come possiamo contribuirvi oggi. Dobbiamo pensare al nostro futuro comune; per questo vi invitiamo a unirvi alla discussione e a trovare insieme il percorso da seguire.”

Borut Pahor

Presidente della Repubblica di Slovenia

Alexander Van der Bellen

Presidente Federale della Repubblica d’Austria

Rumen Radev

Presidente della Repubblica di Bulgaria

Zoran Milanović

Presidente della Repubblica di Croazia

Nicos Anastasiades

Presidente della Repubblica di Cipro

Miloš Zeman

Presidente della Repubblica Ceca

Kersti Kaljulaid

Presidente della Repubblica di Estonia

Sauli Niinistö

Presidente della Repubblica di Finlandia

Emmanuel Macron

Presidente della Repubblica Francese

Frank-Walter Steinmeier

Presidente della Repubblica Federale di Germania

Katerina Sakelloropoulou

Presidente della Repubblica Ellenica

János Áder

Presidente della Repubblica d’Ungheria

Michael D. Higgins

Presidente d’Irlanda

Sergio Mattarella

Presidente della Repubblica Italiana

Elgis Levits

Presidente della Repubblica di Lettonia

Gitanas Nausėda

Presidente della Repubblica di Lituania

George Vella

Presidente della Repubblica di Malta

Andrzej Duda

Presidente della Repubblica di Polonia

Marcelo Rebelo de Sousa

Presidente della Repubblica Portoghese

Klaus Iohannis

Presidente di Romania

Zuzana Čaputová Presidente della Repubblica Slovacca

La redazione Women For Women Italy