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DONNE 4.0. Position Paper Conferenza Annuale di Confassociazioni

Donne 4.0 Position paper Confassociazioni“Troppi di noi dimenticano il crescente potere globale delle donne, quello generato dalla loro intelligenza, dalla capacità di pensare strategicamente che consiste nella capacità di assicurare la sopravvivenza della specie attraverso la maternità. E questo è il punto. Una delle leve strategiche per il rilancio del nostro paese può essere favorire l’essere mamma non solo rendendo possibili asili nido totalmente gratuiti, ma anche mettendo la maternità totalmente a carico della fiscalità generale”. Lo afferma Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni, all’indomani della conferenza Donne 4.0 tenutasi il 18 luglio presso la Camera di Commercio di Roma.

Il potere delle Donne 4.0

Troppi di noi dimenticano il crescente potere globale delle donne, quello generato dalla loro intelligenza, dal loro sistema multitasking e soprattutto dalla loro unicità, che consiste nella capacità di assicurare la sopravvivenza della specie, attraverso la maternità. Stiamo parlando di un potere che è quello di pensare da sempre strategicamente a rete. Per le donne è naturale collegarsi sistematicamente a più punti di connessione e gestire dati, informazioni in una logica di piattaforma in cui possono raggiungere facilmente due obiettivi di chi vuole vivere e prosperare nell’era delle reti:

a) semplificare il mondo, riducendo la complessità e i rischi; 

b) assicurare la sostenibilità, riducendo lo spreco di energia generato dall’entropia.

Sottovalutare il ruolo di cambiamento del mondo femminile nell’era delle reti rischia di minare l’equilibrio del sistema socio-economico, di welfare e di equità inter-generazionale. Un parametro di equità da non dimenticare perché gran parte del sistema economico, sociale e pensionistico si regge su una distribuzione delle classi di età e di genere che premia la fase produttiva della vita e rende marginali le altre parti della curva, quella che riguarda i giovani non ancora entrati nel mondo del lavoro e gli anziani. Un ipotetico equilibrio intergenerazionale che sembra non reggere più.

Potere, demografia e ricchezza

I dati dicono che le persone, vivendo più a lungo ed avendo maggiore ricchezza, tendono a fare meno figli. In Europa assistiamo a un’implosione demografica. In alcune nazioni come l’Italia l’indice di natalità è sceso a 1,37 figli per famiglia, al di sotto del livello di sostituzione pari a 2,1. In passato, contadini e artigiani cercavano di avere il maggior numero possibile di figli che, oltre a rappresentare forza lavoro, si sarebbero presi cura di loro durante la vecchiaia. Era l’epoca che possiamo definire la Welfare Family. 

Tuttavia, quando contadini e artigiani si sono trasformati in impiegati piccolo-borghesi e in ceto medio, con uno stile di vita più agiato e una pensione sicura, l’equazione si è rovesciata.

Le alternative sono solo due. La prima è fare figli, incentivando massicciamente la maternità. Una missione quasi impossibile in un Paese ricco come il nostro, la terza ricchezza privata del mondo nonostante la crisi e la scarsissima crescita del PIL. Anche perché, in un mercato del lavoro non equo come il nostro, l’occupazione femminile è alternativa alla vocazione alla maternità. La domanda di chi assume è chiara: perché dovrei assumere una donna che potrebbe fare un figlio se poi devo pagare almeno 1/3 dei costi di questa maternità?

Bisognerebbe pensare ad una decontribuzione strategica per il lavoro femminile e a forti misure di work-life balance, come asili nido totalmente gratuiti. In ogni caso, per incentivare il lavoro femminile e le nascite, la prima cosa da fare sarebbe mettere la maternità totalmente a carico della fiscalità generale. Il Centro Studi di Confassociazioni stima che basterebbero tra un minimo di 8 e un massimo di 10 miliardi di euro all’anno.

Donne 4.0 Position Paper ConfassociazioniSe l’occupazione femminile in Italia fosse al 60%, avremmo un punto in più di PIL all’anno. Un investimento importante che avrebbe conseguenze in termini occupazionali, demografici e previdenziali utili nel breve alla ricchezza del Paese e, nel lungo periodo, a salvare dalla povertà le future generazioni di pensionati.

La rivoluzione silenziosa che sta cambiando il futuro

È difficile prevedere gli orizzonti che verranno. Il numero attuale delle donne che occupano seggi in Parlamento è molto superiore a quello di 10 anni fa. I capi di Stato donna sono in aumento, come il numero delle donne che occupano alte cariche di Governo o posti di responsabilità nelle università e nelle aziende. In molti Paesi, il numero delle universitarie supera di gran lunga quello dei colleghi maschi. La vera trasformazione radicale è stata determinata dalle decine di milioni di donne che, a livello globale, hanno trovato lavoro nel corso degli ultimi decenni. Il problema è che ci vorranno ancora parecchi anni per arrivare a una parità, reale e concreta. Perché solo migliorando l’accesso delle donne al mercato del lavoro aumenteremo la crescita: in Italia, la correlazione fra stagnazione e bassa partecipazione delle donne al lavoro è significativa.

Presente inaccettabile, futuro roseo

Donne 4.0 position paper Confassociazioni

Siamo in presenza di una mutazione straordinaria, ma non ancora definitiva perché le statistiche mettono in luce una realtà comunque inammissibile. Le ingiustizie e le discriminazioni continuano a essere la norma. Insomma, nonostante i progressi, è tuttora enorme la sperequazione con gli uomini in termini di salari, opportunità, accesso all’istruzione, alla salute e, nei Paesi più poveri, al cibo. 

La parità tra uomini e donne sembra ancora lontana. Lo dicono i numeri: l’occupazione femminile nel nostro Paese è a quota 48,8% (un dato basso rispetto al 65% di quella maschile e all’80% delle donne occupate in Svezia), il 24% delle neomamme viene licenziata dopo il primo figlio, e tra gli amministratori delegati di aziende solo il 3% è rappresentato da esponenti del mondo femminile. 

Insomma, quello della piena occupazione delle donne rimane un traguardo da raggiungere e i cambiamenti avvengono con tempi rallentati rispetto all’urgenza di rimettere in moto l’economia. Come abbiamo già detto, basterebbero poco più di 11 punti percentuali aggiuntivi di occupazione femminile (da 48,8% a 60%) per dare una scossa determinante al PIL. 

Donne 4.0 Position Paper Confassociazioni

Molti rapporti sulle carriere delle donne indicano che, pur esistendo ancora un forte “gender gap”, le donne sono più preparate, si laureano prima, sono più innovative e, soprattutto, sono portatrici di un mix di competenze non solo tecniche, ma anche relazionali, che offrono vantaggi competitivi importanti nell’economia delle reti. In sistemi incerti come l’attuale, ci sarà una massiccia compressione dei rischi in ambiti strategici come la medicina, la finanza e il traffico (dove i processi di risk management sono fondamentali) a seguito della sempre più frequente scalata delle gerarchie societarie da parte delle donne. Perché le donne, come dimostrano i dati, gestiscono i rischi meglio degli uomini. Lo dimostrano le ricerche annuali di Catalyst, una delle più importanti società internazionali di consulenza. Tali studi indicano come la maggior presenza delle donne nei CdA determini una maggiore capacità di produrre ROE (return on equity = redditività) a parità o con diminuzione dei rischi assunti.La questione “parità di genere” è una delle condizioni essenziali per uno sviluppo sostenibile delle nostre economie. È per questo che, al di là del “tetto di cristallo” e delle gravi differenze retributive ancora esistenti, è in atto una straordinaria “rivoluzione silenziosa”. Una rivoluzione, quella del nuovo potere delle donne, che ci porterà diritti nel futuro. 

Esempi concreti di diversity management: business angels e smart working

Un esempio di occupazione e imprenditoria femminile è quello dei business angel. Un mercato a forte presenza maschile, come d’altra parte tutto il sistema bancario e finanziario. Eppure, il fenomeno nuovo e crescente è la presenza sempre più consistente di donne. Le anali raccontano che le donne capiscono meglio gli “unicorni”, le startup destinate a diventare le star del mercato perché hanno una capacità significativa di valutare l’equilibrio tra rischio-rendimento di ogni investimento. E poi non possiamo dimenticare che lo smart working “concilia” e libera tempo per tutti ma soprattutto in favore delle donne. In questo caso, la tecnologia non prende il posto dei lavoratori, ma cambia il modo di lavorare. Lo smart working è il nuovo mattoncino elementare del capitalismo e delle donne 4.0. Significa lavoro intelligente, lavoro agile: ognuno di noi può lavorare ovunque, in qualsiasi momento e da tutti i dispositivi. Un modo diverso di concepire il lavoro, che non è più legato ad uno spazio fisico e ad orari prestabiliti. Una sola conseguenza: l’ufficio è dove siamo noi. Ma rappresenta una sfida per i modelli organizzativi. La persona che lavora in remoto è motivata perché risparmia del tempo e riesce a svolgere le funzioni domestiche. È per questo che lo smart working può avere un notevole impatto sulle politiche di conciliazione, sull’operatività e la produttività delle “quote rosa” in azienda; i tempi di rientro dalla maternità, ad esempio, possono essere abbreviati grazie alla modalità di “lavoro agile” e anche il tasso di assenteismo legato ai primi mesi di vita dei figli è ridotto dalla possibilità di lavorare “intellettualmente” da casa. 

Le donne al potere: dall’industria pesante al mondo pensante

Un tema, quello del contributo delle donne al capitalismo intellettuale 4.0, su cui ci sono importanti riscontri anche a livello internazionale.  Il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato uno studio dal quale emerge che far lavorare di più le donne (redistribuendole meglio) conviene a tutti: non alle donne soltanto, ma alle economie nel loro insieme. Per dirla con una battuta: dall’industria pesante al mondo pensante, nel quale sarà necessario puntare sia sulle competenze verticali, ma anche sulla capacità di essere soggetti risolutori/riduttori della complessità e degli imprevisti, attraverso le soft skills.

L’era delle Donne 4.0 

Il lavoro che innova diventa più importante del lavoro che replica ed esegue. Questo vale per le donne e per gli uomini. È questa la sfida del nostro tempo: formare persone competenti nel senso più ampio del termine, pronte ad essere protagoniste del proprio futuro, come individui dotati di autonomia di giudizio e coscienza critica che produce e alimenta la conoscenza collettiva, in un processo di formazione continua e crescita personale, che attraversi tutto l’intero corso della vita umana. 

Cristina Montagni

Il mercato del lavoro e le donne

Il mercato del lavoro e le donne

Tra gli incontri proposti a giugno dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali durante il Forum PA 2018, sono stati discussi temi legati alle donne nel mondo del lavoro e diversi focus su alcuni aspetti critici.  La conferenza svolta alla Convention Center della “Nuvola di Fuksas”, ha ospitato Francesca Bagni Cipriani, Consigliera Nazionale di Parità, Serenella Molendini, Consigliera Nazionale di Parità Supplente del Ministero del Lavoro e Danilo Papa, Direttore centrale della Direzione Vigilanza dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro.

Gli argomenti del dibattito hanno riguardato:

1) la conciliazione vita-lavoro come fattore di crescita della presenza femminile nel mercato del lavoro,

2) la maternità, esaminata nell’ottica del fenomeno delle dimissioni volontarie delle lavoratrici/tori madri e padri nei primi tre anni di vita del bambino,

3) approfondimenti sulle tematiche della salute e sicurezza sul lavoro in chiave di genere.

Il mercato del lavoro e le donneIn apertura del workshop è emerso – secondo le indagini dell’Ispettorato del lavoro – che il fenomeno delle dimissioni volontarie delle lavoratrici durante i primi anni di vita del bambino sono sempre le stesse. Chi decide di dimettersi sono persone che affrontano per la prima volta la maternità in età compresa tra i 30 e i 35 anni in mancanza di un sostegno pubblico nella gestione della maternità. Altri dati testimoniano che una parte di queste persone si trovano già in una situazione lavorativa part time, anche se la variabile della flessibilità oraria e conciliazione vita-lavoro non sembra essere efficace.

Quanto alle tematiche legate alla salute e sicurezza sul lavoro si è discusso sulla necessità di porre attenzione a particolari fattori di rischio legati al sesso, alla differenza biologica e fisiologica che definisce uomini e donne, il genere, come costruzione sociale dei ruoli, dei comportamenti e delle attività che una data società considera doverosi per uomini e donne. Inoltre, sarebbe necessario riflettere sulle differenze tra sesso e genere per poter calibrare sistemi di gestione della sicurezza che tenga conto di queste diversità, nel rispetto delle regole e delle uguaglianze. Con l’entrata in vigore del D.lgs. 81/2008, il genere, l’età, la provenienza geografica e la tipologia contrattuale, diventa una dimensione rilevante da prendere in considerazione. Le discriminazioni sul lavoro sono un fattore di rischio e possono essere causa di stress o situazione di disagio per la salute e la sicurezza delle lavoratrici.

L’adozione di strumenti di conciliazione e work life balance possono avere ripercussioni positive nella prevenzione di infortuni o malattie professionali da stress, oltre che prevenire e contrastare fenomeni di violenza di genere nel contesto lavorativo.

Tra gli aspetti emersi durante il confronto sul tema conciliazione vita – lavoro, è stato analizzato il contesto di riferimento causato dalla crisi economica globale, dall’aggravamento delle disuguaglianze, dalla rivoluzione della struttura familiare, dall’aumento della povertà e della disoccupazione, dai lavori precari e mal retribuiti per le donne, fino all’andamento demografico e decremento delle nascite.

Il mercato del lavoro e le donne

A tale proposito, i relatori hanno ricordato che il 13 settembre scorso il Parlamento Europeo ha approvato la risoluzione “Creazione di condizioni del mercato del lavoro favorevoli all’equilibrio tra vita privata e vita professionale” che ha l’obiettivo di dare nuovo impulso alle opportunità di conciliazione tra vita e lavoro per i cittadini europei. L’azione più importante, al centro dell’equilibrio famiglia-lavoro, rimane la garanzia di adeguati regimi di congedo parentale sia per le madri che per i padri. L’altra area di miglioramento risiede nella necessità di offrire a lavoratori e lavoratrici una varietà di forme di lavoro adeguate tali da consentire a ciascun individuo di avere il tempo sufficiente per dedicarsi alle proprie passioni, alla formazione e alla cura. Perché ciò avvenga è fondamentale superare la visione tradizionale dei ruoli assegnati all’uomo e alla donna, promuovere una opinione positiva rispetto al lavoro femminile in presenza di figli in età prescolare.

Cristina Montagni

L’altra dimensione del management che non concilia lavoro e famiglia

Cambiare la cultura aziendale per agevolare le donne nel mondo del lavoro facilitandone la carriera fino alle posizioni apicali, sono le politiche necessarie per sviluppare un ecosistema sociale ed economico sostenibile, competitivo ed equo. L’analisi “l’altra dimensione del management”, realizzata dall’istituto G&G Associated di Roma e da Federmanager, presentata in Vaticano a maggio, ha dettagliato i temi in cui mondo del management e mondo della Chiesa hanno espresso un messaggio comune per giungere ad una maggiore parità tra uomini e donne nei luoghi di lavoro, in famiglia e nella società.

Fotografia dell’indagine Federmanager

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La condizione dei manager in Italia e all’estero è stata fotografata su un campione di oltre 1.000 dirigenti e quadri apicali, uomini e donne e su 200 donne manager in Usa e Germania.  Dalla ricerca emerge che un manager under 50 su due non riesce a conciliare il lavoro con la famiglia nonostante quest’ultima sia considerata più importante della realizzazione professionale.

L’armonizzazione è più riuscita tra gli over 50 che nel 66% dei casi riesce a far fronte ad entrambi gli impegni. In media solo il 63% dei manager italiani bilancia famiglia e lavoro, un dato esiguo rispetto agli Stati Uniti (87%) e la Germania (75%). Ad influenzare negativamente il “work family life balance” è la mancanza di tempo da dedicare alla famiglia; le donne manager italiane investono nel lavoro più di 9 ore al giorno contro le 8,2 delle statunitensi e le 7,1 delle tedesche.

“Una migliore integrazione tra tempo dedicato al lavoro e tempo per la famiglia è un obiettivo che la Federazione persegue da tempo” ha commentato Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager. “Significa farsi carico degli effetti dell’organizzazione adottata in azienda, recuperare la portata antropologica del rapporto madre-figlio” afferma Gabriella Gambino sottosegretario per la Vita del Dicastero per i Laici. “La qualità e la quantità del tempo trascorso in famiglia condizionano la serenità della donna e la performance nel mondo del lavoro. L’impresa, ha spiegato la Gambino, dovrebbe pensare che la maternità non è uno ostacolo, ma una risorsa che sviluppa soft skills e competenze rilevanti nel mondo del lavoro”.

politiche di intervento in ItaliaTra le politiche di intervento in favore dell’integrazione tra vita professionale e vita privata, anche in termini di riduzione delle differenze di genere, al primo posto c’è la flessibilità lavorativa, top of mind per l’81% del campione. A seguire, il welfare aziendale a supporto delle donne e gli interventi di conciliazione concessi in forma paritaria per entrambi i sessi (68% delle preferenze). Se per le donne manager la flessibilità lavorativa è la prima esigenza, il compito è favorire la diffusione di strumenti operativi nelle aziende che, a partire dai piani di welfare, diano una chiara risposta in termini di assistenza parentale, supporto alla genitorialità e copertura sanitaria per tutti i componenti della famiglia. “Il welfare aziendale” per Cuzzilla “va sostenuto attraverso politiche pubbliche che favoriscano il carico per le aziende che può essere la “chiave” per abbattere il diverso trattamento tra i generi che ostacola l’inclusione delle donne nel mondo del lavoro”. L’indagine Federmanager indaga la differenza tra il grado di conoscenza delle politiche di intervento e la reale attuazione in azienda. La flessibilità lavorativa viene attuata nel 52% dei casi; il welfare aziendale a supporto delle donne precipita dal 68% di attesa al 23% di attuazione; gli interventi di conciliazione per uomini e donne passano dal 68% al 26%; i sistemi di meritocrazia e trasparenza trovano terreno solo nel 34% dei casi, contro un’attesa del 61%. Anche in questo campo si conferma la scarsa propensione del nostro Paese a trasformare le buone intenzioni in realtà. L’utilizzo delle tecnologie è una grande opportunità per conquistare una maggiore efficienza organizzativa nei luoghi in cui si abita e si crescono i figli.

Politiche d’intervento in USA, Germania e Italia

attuazione nei diversi paesi

Le politiche d’intervento prese in considerazione dall’indagine Federmanager risultano più attuate in USA e in Germania. Ad esempio, si riconosce la presenza di un sistema educativo con pari opportunità per ragazze e ragazzi (citato nel 40% dei casi dalle donne Usa, nel 39% dalle donne tedesche, e solo nel 5% dalle italiane). Sono presenti sistemi di misurazione dei risultati che riconoscono gli effetti positivi connessi alla presenza di leadership femminili (35% USA, 31% Germania, 4% Italia) o ancora misure per la sicurezza sul lavoro e per la prevenzione sulla violenza di genere (rispettivamente 47%, 32% contro il 21% dell’Italia). Le pari opportunità – continua Gabriella Gambino – hanno bisogno di radicarsi in un’alleanza uomo-donna, che sia capace di rispettare le specificità e le peculiarità della differenza. Per il Presidente dei manager “riorientare il sistema scolastico in termini di pari opportunità non è un obiettivo banale, anzi è una necessità. Occorre che le ragazze siano inserite al pari dei ragazzi nei processi formativi dove si acquisiscono le competenze che daranno lavoro”. Oltre alla formazione – ha sostenuto Cuzzilla – ci sono delle priorità che una società moderna deve considerare: inclusione finanziaria e digitale delle donne, rafforzamento delle tutele legali a garanzia di parità tra i generi, e un diverso atteggiamento nei confronti del lavoro non retribuito, il cui carico va redistribuito tra i sessi. “Se lavoriamo in questa direzione” ha concluso il manager Cuzzilla “riusciremo non solo a fare dell’Italia un Paese civile, ma anche un Paese competitivo che cresce grazie al contributo di valore che le donne sanno generare”.

Cristina Montagni

Al MIUR il documento per la parità di genere nelle università e negli enti di ricerca

La valorizzazione delle competenze femminili riguarda il tessuto produttivo dell’intero Paese. L’11 maggio al Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) sono state presentate le dieci raccomandazioni finali del documento “Indicazioni per azioni positive sui temi di genere nell’Università e nella Ricerca”.

Il dossier elaborato dal gruppo di lavoro “Genere e Ricerca”, è stato discusso dal Dipartimento della ricerca per la formazione superiore, dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e dalla Conferenza dei Presidenti degli Enti pubblici di ricerca.

Le 10 raccomandazioni

Il pacchetto di suggerimenti parte dalla considerazione dell’esistenza di una discriminazione di genere nel mondo professionale e del lavoro che può essere di tipo orizzontale (la distribuzione delle donne e degli uomini all’interno delle varie discipline), verticale (la distribuzione rispetto alla gerarchia dei ruoli) e territoriale, perché la presenza femminile in diversi ambiti lavorativi o una maggiore presenza di donne in ruoli apicali varia rispetto alla nazione o alla regione.

La relazione sollecita le università e gli enti di ricerca, vigilati dal Miur, a dotarsi del bilancio di genere per monitorare i progressi verso gli obiettivi di parità, ad incentivare la creazione di variabili disaggregate per sesso nell’ambito della ricerca e dell’istruzione per gli studi scientifici includendo il genere come contenuto trasversale. Per incentivare la parità – come riportato dalla relazione – sarà necessario creare liste di esperte ed esperti su tematiche che formino valutatori incaricati nella selezione di progetti di ricerca, regolamentare a livello statutario misure per riequilibrare le componenti maschili e femminili in organismi, commissioni e comitati. Inoltre, il gruppo di lavoro afferma l’introduzione delle specificità di genere nei raggruppamenti universitari per l’attuazione del Piano Lauree Scientifiche 2017-2018 nell’ottica dell’orientamento delle studentesse verso le discipline STEM.

La ministra Fedeli: la diseguaglianza fa perdere talenti e saperi

“A fronte di questa situazione” ha osservato la Ministra Valeria Fedeliil documento sottolinea la persistenza di forme di discriminazione e fattori esterni alle istituzioni di ricerca, come la difficile conciliazione vita/lavoro e la diseguaglianza che determina la perdita di talenti, di saperi e di valore nella ricerca e nell’insegnamento universitario”. Per superare questo gap e raggiungere l’obiettivo della parità di genere – ha aggiunto – occorre agire sulla presenza di entrambi i sessi nei gruppi di ricerca e nei vari livelli decisionali e sulla presenza della dimensione di genere nei contenuti della ricerca. La parità di genere – ha proseguito la Ministra – è un diritto fondamentale, un principio sancito dalla Costituzione, un obiettivo centrale dell’Agenda 2030 e rappresenta una condizione necessaria per il conseguimento degli obiettivi UE in materia di crescita, occupazione e coesione sociale. “Per raggiungerla nell’ambito dell’università e della ricerca” ha sostenuto “è indispensabile intervenire su due livelli. Il primo è superare gli stereotipi di genere nell’istruzione, nella formazione e nella cultura, che inducono donne e uomini a seguire percorsi educativi e formativi diversi, spesso portando le donne a posti di lavoro meno valutati e remunerati. Il secondo riguarda la necessità di promuovere le carriere delle donne nel mondo accademico e nella ricerca, forti anche della consapevolezza che la partecipazione femminile in ambiti dove le donne sono sottorappresentate, come quelli scientifici e tecnologici, può contribuire ad aumentare l’innovazione, la qualità e la competitività della ricerca scientifica e industriale”.

“Il documento rappresenta uno sforzo in questa direzione che amplia e integra quello rivolto al mondo della scuola nel perseguimento della parità tra donne e uomini. La valorizzazione delle competenze femminili è una questione che interessa l’intero sistema paese e il suo tessuto produttivo” – ha concluso la Ministra “che deve potersi avvantaggiare dell’avanzamento della conoscenza, dell’arricchimento intellettuale, del guadagno economico-culturale che ci attendiamo dal perseguimento della parità in tutti gli ambiti”.

Cristina Montagni

Donne, media e tecnologie: quale futuro nell’era digitale?

I media possono influenzare l’opinione pubblica, strutturare l’informazione, le ICT permeano ogni livello e area della società, hanno un potenziale considerevole per promuovere l’empowerment femminile. In Europa, solo il 9% degli sviluppatori, il 19% dei capi nei settori della comunicazione e il 20% dei laureati in informatica e nuove tecnologie, sono donne. Nel servizio pubblico dell’Unione europea la rappresentanza delle donne risulta bassa, sia nelle posizioni strategiche e operative di alto livello (36%) che nei consigli di amministrazione (33%). In generale, nei mezzi di comunicazione solo il 37% delle notizie è riportato da donne, una situazione che non è migliorata negli ultimi dieci anni; le donne sono per lo più invitate a fornire un’opinione popolare (41%) o un’esperienza personale (38%) e raramente sono citate in qualità di esperti (soltanto nel 17% delle notizie).

Donne nei media

In occasione della Giornata Internazionale della donna, l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia ha scelto di portare all’attenzione del pubblico queste tematiche con un dibattito dal titolo “Donne, media e tecnologie -quale futuro nell’era digitale?”. L’incontro organizzato lo scorso 9 marzo dall’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, insieme al Sakharov Prize Network del Parlamento europeo e in collaborazione con l’Associazione Donne e Tecnologie, ha visto come protagoniste dell’evento: Asma Kaouech, Sakharov Fellow, attivista e blogger tunisina, Fanni Raghman Anni Association; Valentina Parasecolo, giornalista RAI e blogger; Micaela Romanini, associata Donne&Tecnologie, vicedirettrice della Fondazione Vigamus (Video Game Museum).

Le protagoniste del dibattito

Alessia Gizzi, giornalista RAI TG3 PIXEL ha introdotto il tema dell’era digitale e della rappresentanza femminile nei media con una frase davvero significativa: “La donna non va rispettata, non è una specie protetta, la donna è un essere umano pari all’uomo, ha gli stessi ruoli e soprattutto lo stesso spazio di movimento”.

Il responsabile dell’ufficio di collegamento in Italia del Parlamento europeo, Pier Paolo Meneghini pone l’attenzione sull’importanza delle testimonianze, dello storytelling, e rivolge un augurio alle nuove generazioni sperando in un futuro che possa dare spazio e voce alle donne anche in ambiti manageriali.

Asma Kaouech, 25 anni e avvocato, fondatrice dell’Ong “Fanni Raghman Anni”, che significa “Artista nonostante me”, è stata testimone di come la tecnologia abbia fatto da trampolino di lancio per la rivoluzione tunisina del 2011. L’attivista parla della sua esperienza toccante e parte dalla visione di una società di eguali senza discriminazioni. Si racconta partendo da quella che è la sua grande ispirazione: la rivoluzione tunisina. Spiega con voce commossa la situazione della donna nei Paesi arabi e mette in evidenza quanto sia difficile sradicare alcune ideologie dalle menti dei gruppi tradizionalisti. Lei, come tanti altri, ha cominciato la rivoluzione con Facebook, unico media digitale accessibile dalla popolazione tunisina perché piattaforme come Youtube sono vietate dal regime Ben Ali.

Grazie ai nuovi media, in questo caso ai social media, Asma e gli attivisti tunisini sono riusciti a coinvolgere la popolazione nella lotta per le pari libertà e opportunità, perché le donne tunisine – ma in generale i tunisini – di ogni età e gruppo di appartenenza, sono in primis “human beings”. Attualmente Asma utilizza approcci alternativi basati sull’arte e sulla cultura per difendere e sostenere i diritti umani principalmente nelle regioni sfavorite. L’organizzazione “Fanni Raghman Anni”, da lei diretta, sta lavorando nel campo della prevenzione e del contrasto all’estremismo violento in Tunisia, aumentando la resilienza dei giovani, delle donne e delle comunità locali utilizzando il concetto di patrimonio culturale. Asma spiega quanto sia importante l’educazione familiare, quanto i genitori possano fare la differenza nell’educazione dei propri figli e soprattutto delle proprie figlie, perché ci sono altre cose oltre al matrimonio. Esistono le idee, le opportunità di viaggiare, avere un buon lavoro e conoscere nuove persone. A chiusura del dibattito su tecnologia e futuro, Asma ha posto il problema tunisino nella difficoltà di accesso ai laptop o agli smartphone da parte delle donne a causa dei costi elevati e come nel settore della comunicazione le donne sono considerate “complementi d’arredo”. Ma avverte, “il futuro dipende da noi. Non possiamo arrenderci. Non abbiamo scelta”. 

La giornalista Valentina Parasecolo, co-fondatrice de ilbureau.com, consulente web per Rai Cultura e autrice per il programma Community di Rai Italia, spiega la sua esperienza personale nel mondo del lavoro e dei media con grande entusiasmo. Concentra la narrazione sulla figura della donna soprattutto nel mondo del lavoro e sulla difficile conciliabilità legata all’essere di sesso femminile. Incita le giovani a non rinunciare alla propria identità e alla maternità per il lavoro e invita i giovani a non arrendersi mai, a fare ricerche ed essere sempre aggiornati perché le opportunità ci sono, basta sapere dove “pescare”!

Micaela Romanini, Vice Direttrice di Fondazione VIGAMUS, Event Director di Gamerome, nel suo intervento presenta l’associazione Women&Tech nata nel 2009 da un’idea di Gianna Martinengo. La Martinengo si occupa principalmente di valorizzare il ruolo delle professioniste nel settore dei media e della tecnologia mettendo insieme tantissime donne provenienti dal settore STEAM. La Romanini evidenzia l’assenza completa della figura femminile nei ruoli manageriali nei settori con i quali ha collaborato. Invita quindi le ragazze a non scoraggiarsi perché nel settore del videogioco non bisogna essere un “nerd” ma si può aspirare ad una carriera diversa da quella del game designer o del programmatore.

Cristina Montagni

Premio “M’Illumino d’impresa” – Le imprese femminili sfondano il tetto 100mila

Per il sesto anno consecutivo torna il premio “M’illumino d’impresa – Premio Idea Innovativa” dedicato all’imprenditoria femminile. La manifestazione organizzata lo scorso 8 marzo al Tempio di Adriano dalla Camera di Commercio di Roma e dal Comitato per la promozione dell’imprenditoria femminile, ha consegnato il premio alla centomillesima impresa femminile iscritta al Registro imprese della CCIAA a cui è intervenuta la Sindaca di Roma, Virginia Raggi. Alla cerimonia sono intervenute Elena Imperiali, amministratrice di ImpReading Software, Chiara Russo, cofondatrice di Codemotion e molte imprenditrici laziali che in questi anni hanno trovato il coraggio di “mettersi in gioco” per aprire un’attività.

La premiazione “M’Illumino d’impresa”

Le quattro idee vincitrici della sesta edizione del bando “Premio Idea Innovativa” sono state:

Settore Industria: Lhyra srl dell’architetto del paesaggio Venere Rosa Russo, ha fornito agli imprenditori un supporto per costruire all’estero, soprattutto in Sud Africa.

Settore Agricoltura: L’azienda di Sonia Chiancone ha considerato la terra una risorsa alla quale aggrapparsi in momenti di crisi attraverso il progetto del «biolaghetto». Un modello orientato alle famiglie che intendono vivere con i figli il territorio nel rispetto della biodiversità.

Settore Artigianato: La PF di Patrizia Forroia, con il suo salone di bellezza ha messo al centro i bisogni del cliente attraverso un servizio di consulenza mirato e personalizzato.

Settore Commercio: L’Azienda Asia Promotion di Silvia Ronzoni, ha fornito la sua professionalità come mediatore di servizi per attività culturali, artistiche e di business sul continente asiatico.

Aver superato a Roma le 100mila imprese femminili – per Tagliavanti – è un risultato che testimonia la tenacia delle donne nel “mettersi in gioco” nonostante anni non facili per lo sviluppo di un progetto imprenditoriale. Il loro ruolo cresce all’interno della nostra economia, ma non è ancora espresso appieno il potenziale, permane infatti un gap di genere ancora troppo ampio. È nei momenti di crisi che le donne si dimostrano una risorsa preziosa per rimettere in moto l’economia. Il lavoro autonomo cresce nei momenti di maggior necessità: i mariti perdono il lavoro, i figli sono disoccupati, il lavoro dipendente viene a mancare. Da questo disagio le donne traggono la forza per costruire un’alternativa al sostentamento, mostrando positività e determinazione, ha concluso Tagliavanti.

“Donna e impresa è un binomio di successo”, sostiene la Sindaca Virginia Raggi intervenendo all’evento. “Le storie ascoltate hanno alla base un grande progetto e le istituzioni devono stare al fianco di questo importante fermento offrendo tutto il supporto necessario. Non dobbiamo dimenticare che la parità di genere passa da una parità delle retribuzioni che ancora non c’è. L’impresa femminile aiuta le stesse donne all’autoaffermazione e alla crescita di sé in un percorso verso la conquista della parità dei diritti, una battaglia ancora da vincere che procede di pari passo con un’altra battaglia, quella contro la violenza sulle donne”, ha sostenuto la Raggi. 

Il costante supporto alle imprese femminili sul territorio – per Alberta Parissi, Presidente del Comitato per la Promozione dell’Imprenditoria Femminile della CCIAA di Roma – è stata la nostra priorità in questi anni di lavoro svolto con tutte le componenti del Comitato. Le donne, ha sostenuto, non desistono mai e diventano soggetti chiave nello sviluppo economico del nostro territorio. Sono concentrate soprattutto in settori specifici, quello dell’assistenza sociale, del turismo e del food, dimostrando maggiori capacità relazionali nell’affrontare i problemi che si pongono dinanzi di volta in volta. 

I dati sulle imprese femminili a Roma e provincia

Donne e impresa secondo gli ultimi dati forniti dalla Camera di Commercio sono in costante ascesa. Le imprese femminili a Roma e provincia, al 31 dicembre 2017, hanno superato quota centomila, pari al 20,4% sul totale delle imprese romane. Oggi le imprese “rosa” della Capitale rappresentano il 7,5% sul totale femminile nazionale, unica provincia italiana ad avere oltre 100mila imprese femminili. C’è chi ha puntato sull’industria, chi sull’agricoltura e chi sull’artigianato. Nel 2017 le imprese femminili di Roma sono aumentate di 1.829 unità, pari a un tasso di crescita del +1,9%, valore doppio rispetto alla variazione delle imprese femminili italiane (+0,7%). Un valore superiore anche rispetto a quello della variazione totale sul numero delle imprese romane (+1,2%). A Roma il settore con il più alto numero di imprese femminili è quello del “Commercio” con 28.854 unità pari al 32,9% sul totale delle imprese “rosa”. Segue il settore delle “Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione” con 9.962 imprese pari all’11,4% del totale. Il ramo con maggiore concentrazione di donne imprenditrici è quello dedicato all’”assistenza sociale” dove oltre la metà delle imprese sono femminili (52,2%). Al secondo posto il comparto dei “servizi alla persona” (44,8%), seguito da quello della “confezione di articoli di abbigliamento” (42,4%). Nel Lazio, al 31 dicembre 2017, le imprese femminili registrate sono 143.258, pari al 22% sul totale delle imprese regionali che rappresentano il 10,8% sul totale femminile nazionale.

Cristina Montagni

Soprattutto Donna! Valore e Tutela del Caregiver Familiare

Si scrive caregiver – “chi si prende cura” – si legge donne. Un ruolo svolto da loro per il 92% e per il 31% sono sole. Manager delle cure familiari assistono un parente ammalato o disabile, parlano con il medico di famiglia, il pediatra, il cardiologo, l’oncologo e così via. Una realtà che coinvolge 9 italiane su 10, ma 1 su 5 non ce la fa. Un esercito femminile, che per conciliare famiglia e lavoro, trascura sé stessa e la propria salute, e in alcuni casi rimane sola nella gestione della malattia, anche se grave. L’allarmante fotografia è stata analizzata il 7 marzo a Roma al Tempio di Adriano in occasione dell’evento di Farmindustria, in collaborazione con Onda, insieme alla presentazione dell’indagine condotta da Ipsos per Farmindustria. Al convegno sono intervenuti Massimo Scaccabarozzi, Presidente Farmindustria, Enrica Giorgetti, Direttore Generale Farmindustria, Emilia Grazia De Biasi, Presidente Commissione Igiene e Sanità Senato della Repubblica, Chiara Ferrari, Group Director Ipsos, e Beatrice Lorenzin, Ministro della Salute.

Indagine Ipsos sul ruolo della donna come protagonista e influencer nel caregiving

Il caregiving familiare in Italia è lasciato nelle mani delle donne che cercano di bilanciare l’impegno con le necessità, i propri interessi e le proprie aspirazioni. Le donne ricoprono un ruolo sociale che produce elevati risparmi economici per le casse dello Stato. Hanno bisogno, come emerge dall’indagine Ipsos, di un welfare che le aiuti a prendersi cura della famiglia e di sé stesse. Una funzione svolta in via sussidiaria dalle industrie. 

Dallo studio Ipsos/Farmindustria, su un campione di 800 donne adulte in Italia, soltanto il 14% delle italiane di 18 anni ed oltre, il coinvolgimento come caregiver è nullo. Per il restante 86%, con diversi gradi di impegno, l’equilibrismo tra molteplici ruoli e compiti è un esercizio quotidiano. In particolare, le necessità familiari che ruotano attorno alla sfera della salute, sono di competenza delle donne per la presenza al momento della prevenzione (66%), sul percorso terapeutico (65%), e interlocutrici privilegiate del medico nella fase della diagnosi (58%), e della terapia (59%). Questa incombenza è più sentita quando si tratta della salute dei bambini, allorché la donna delega al partner solo in una ristrettissima minoranza di casi la cura (6%) e l’interlocuzione con il pediatra (5%). Aumenta il grado di autonomia quando è la donna ad aver bisogno di cure: nel 46% dei casi per problemi lievi di salute e nel 29% per gli eventi più gravi, la donna fa da sé. Fa tanto più da sé, quanto più è abituata ad assumersi molteplici responsabilità (68% delle donne con alto tasso di coinvolgimento nel caregiving). Il 28% delle donne intervistate, ha almeno un soggetto bisognoso di accudimento, perché portatore di una fragilità. In prevalenza si tratta di persone anziane, più o meno autosufficienti (20% sul totale) ma in un caso su dieci si tratta di un malato grave o un soggetto disabile. Nelle famiglie in cui la donna si occupa di un malato – 9% dei casi – quasi sempre è una persona anziana (madri, padri, coniugi), mentre rari sono i figli malati ad essere accuditi. Anche in questo caso, la delega è nulla: un terzo delle donne fa da sé, circa la metà può contare su un aiuto in famiglia mentre soltanto nel 14% dei casi, si appoggia ad un aiuto esterno. Questo incide sulla soddisfazione personale (51% insoddisfatte, tra coloro che si occupano di un malato grave). L’elevato coinvolgimento, e lo sforzo che il caregiving richiede loro, fa sì che la percezione delle donne rispetto alle politiche di welfare in Italia, risulti arretrato se confrontato con il resto dell’Europa (69% delle intervistate). Appare chiaro alle donne italiane che la crisi ha generato un cambiamento sui bisogni della popolazione (72%) e che i decisori politici non hanno saputo interpretare il sistema di welfare (70%), soprattutto ai bisogni delle fasce di popolazione più deboli (69%). Le italiane sono consapevoli che l’attuale sistema non è sostenibile (46%) e la capacità di perequazione sociale è limitata (32%). Metà delle intervistate (48%), ritiene che il mondo dell’impresa potrebbe sostenere parte dell’onere di protezione. Tra le lavoratrici (circa il 40% delle intervistate) una lavoratrice su 4 (26%) non conosce il meccanismo, mentre il 23% dispone in azienda di una misura di sostegno, ma solo il 7% ne fa uso e lo giudica una buona misura per la gestione nel work-life balance (equilibrio tra vita personale e professionale).

Le soluzioni dell’industria farmaceutica 

Nelle imprese del farmaco il welfare aziendale è sviluppato più di altri settori. Il 100% delle donne ha a disposizione previdenza e sanità integrativa – grazie al contratto collettivo e alle facilitazioni offerte dalle stesse aziende – e ha il 70% servizi di assistenza, nel 32% dei casi specificamente per i familiari anziani o non autosufficienti.  Oltre il 90% delle lavoratrici può utilizzare servizi per “dilatare” il tempo che sembra non bastare mai quali trasporti, mensa, carrello della spesa o altri fringe benefit. Senza dimenticare agevolazioni come il part-time o lo smart working.

“Le donne oggi sono sempre più “superdonne”, ha commentato Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria. Per questo vogliamo lanciare un’alleanza terapeutica che definiamo della tripla A (Appropriatezza-Aderenza-Alleanza). L’industria farmaceutica – ha commentato – è consapevole del ruolo della donna perché da anni è “rosa”. La quota femminile è del 42% sul totale, con punte di oltre il 50% nella R&S (ricerca e sviluppo) e un dirigente su tre è donna, mentre negli altri settori la quota è di uno su dieci. Vogliamo insistere sul fattore “D”, come donna. E trovare soluzioni concrete che possano essere di supporto alle donne”, ha concluso Scaccabarozzi.

Il punto di vista delle Istituzioni

“Il caregiver deve diventare una figura riconosciuta” – ha dichiarato la presidente della commissione Sanità al Senato, Emilia De Biasi. “Non c’è ancora una società pronta ad accogliere una donna madre ed è qui che la politica deve intervenire”. Con la legge di Bilancio 2018, spiega la vice presidente della commissione Sanità al Senato, Maria Rizzotti, è stato istituito un fondo ad hoc per il sostegno del ruolo di cura e assistenza del caregiver familiare. Ha anche precisato che nella prossima legislatura si dovranno capire quante risorse saranno disponibili per il caregiving e vigilare per evitare sprechi finanziari. 

Per il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin serve una politica al passo con i tempi. “Il governo si deve adattare alla nuova popolazione, pensando alla gestione degli anziani, alla trasformazione del lavoro, perché è impensabile che a 65 anni un cittadino farà lo stesso mestiere che a 25. Questo nuovo welfare richiederà più risorse e per questo è importante che il 60% delle donne lavori per contribuire al Pil e raggiungere il livello europeo. Oggi le donne si ammalano di più perché si trascurano, quindi vanno tutelate con servizi adeguati. Quando sarà loro concesso di essere madri e lavoratrici, allora l’Italia potrà cominciare a crescere in termini di natalità”.

Cristina Montagni

8 Marzo: “Le donne protagoniste del cambiamento, della risoluzione pacifica dei conflitti, della lotta contro la povertà”

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“Le donne protagoniste del cambiamento, della risoluzione pacifica dei conflitti, della lotta contro la povertà”. Questo il messaggio che il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, ha voluto inviare oggi, in occasione dell’8 marzo, e al quale ha unito “gli auguri a tutte le donne della Farnesina, in servizio a Roma e all’estero”. “Nel giorno in cui, attraverso la celebrazione della donna, vogliamo promuovere la cultura del rispetto”, Alfano ha ribadito la sua “personale convinzione che le donne possano fare la differenza nella gestione delle sfide alla pace e alla sicurezza internazionale. Abbiamo però bisogno di più donne che siano protagoniste in attività di mediazione. Oggi purtroppo sono ancora troppo poche”, ha osservato. “La Farnesina, anche tramite la propria rete diplomatico-consolare e le attività di cooperazione allo sviluppo”, ha ricordato il ministro Alfano, “promuove e sostiene azioni, anche a livello locale, per favorire la partecipazione politica delle donne e incentivare il loro ruolo nell’economia e nella lotta alla povertà, nella convinzione che lo sviluppo civile, politico, economico, sociale e culturale di ciascun Paese non possa realizzarsi senza la piena partecipazione e il contributo fondamentale delle donne”. “L’8 marzo”, ha aggiunto il ministro, “è anche l’occasione per ricordare che l’Italia durante la presidenza di turno del G7 l’anno scorso, ha promosso il primo Vertice delle Pari Opportunità e l’adozione di una “Roadmap for a gender-responsive economic empowerment”, un piano di azione trasversale per l’uguaglianza di genere, la riduzione della violenza contro donne e bambine e la più ampia partecipazione femminile nei processi decisionali. Sempre nel 2017 inoltre la Farnesina ha lanciato il Mediterranean Women Mediators Network, per rafforzare il ruolo delle donne nelle attività di mediazione nella regione”. Alla luce del sempre maggiore coinvolgimento delle donne in situazioni belliche o post-belliche, anche la Farnesina sottolinea oggi, in una nota, il loro apporto decisivo nel processo di risoluzione pacifica dei conflitti e riafferma l’impegno dell’Italia nella prevenzione e la lotta a tutte le forme di discriminazione e di violenza contro le donne. Il MAECI ribadisce inoltre il proprio appoggio alle campagne internazionali per l’eliminazione di tutte le pratiche dannose, a partire delle mutilazioni genitali femminili e dai matrimoni precoci e forzati, oltre a quelle per la prevenzione e la lotta alle violenze sessuali in situazioni di conflitto e di emergenza.

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, è stato allestito presso il Ministero degli Affari Esteri un punto informativo dove dottoresse e dottori del Poliambulatorio ASL Roma 1 presso il MAECI hanno offerto orientamento in tema di prevenzione oncologica femminile. Il Segretario Generale Ambasciatore Elisabetta Belloni ha inaugurato il desk ed ha sottolineato la concretezza dell’iniziativa rivolta a tutte le donne del Ministero. Con l’occasione è stata realizzata una nota informativa dedicata ai percorsi gratuiti di screening offerti dal sistema sanitario regionale. L’iniziativa è stata realizzata dal Comitato Unico di Garanzia e dall’Ufficio Affari sociali del MAECI con il sostegno dell’associazione delle donne diplomatiche.

Cristina Montagni

G7 Pari Opportunità. La Sottosegretaria Maria Elena Boschi chiude a Taormina l’anno di Presidenza italiana

Si conclude a Taormina la riunione G7 sulle Pari Opportunità, l’ultima delle 13 Ministeriali tenute durante l’anno di presidenza italiana del G7. Alla riunione del 15 e 16 novembre, presieduta dalla sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Maria Elena Boschi, hanno partecipato i capi delegazione di Canada, Giappone, Stati Uniti, Germania, Francia e Gran Bretagna e la commissaria europea per la giustizia, la tutela dei consumatori e l’uguaglianza di genere Vera Jourovà

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Temi della Roadmap del G7 Taormina

La 13esima ministeriale ha focalizzato l’attenzione su tre temi, alla base della Roadmap adottata lo scorso maggio dai leader del G7 per la promozione della parità di genere. La riprogettazione del mercato del lavoro e del sistema di welfare per liberare il potenziale femminile in ambito economico; il ripensamento di misure legislative volte ad aumentare la partecipazione femminile in posizioni di leadership e nei processi decisionali; la prevenzione e la lotta alla violenza di genere, incluso il fenomeno della tratta.

In concreto il documento finale riafferma l’importanza di assicurare pari opportunità alle donne, agli uomini e la loro piena promozione, protezione e realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle donne e delle bambine che sono universali ed essenziali per il loro empowerment e per l’avanzamento dei processi di pace, sicurezza e sviluppo sostenibile. La dichiarazione riconosce che le barriere strutturali all’empowerment delle donne durante tutta la vita possono essere composte da molteplici forme di discriminazione sia nella sfera pubblica che privata, dagli stereotipi di genere e da norme sociali, attitudini e comportamenti negativi.

La commissione ministeriale esprime inoltre forte preoccupazione per le condizioni di lavoro disparitarie tra donne e uomini, per le opportunità di avanzamento di carriera limitate per le donne e la crescente incidenza di forme occupazionali informali e atipiche. Per questi motivi si riconosce che la parità di genere non sarà raggiunta senza il pieno coinvolgimento e la collaborazione attiva della società civile e delle organizzazioni non governative. Si riafferma con forza l’impegno ad attuare le misure e le azioni concordate nella roadmap G7 per un ambiente economico sensibile alla dimensione di genere. In particolare i Ministri sottoscrivono i seguenti punti e si impegnano a:

  • aumentare la partecipazione delle donne e a promuovere le pari opportunità e processi di selezione imparziali per le posizioni di leadership a tutti i livelli decisionali in tutti gli aspetti della vita sociale, economica e politica;
  • prendere in considerazione l’adozione di misure sostenibili concrete atte a promuovere e ad agevolare l’imprenditoria femminile, e a riaffermare il suo contributo all’innovazione, alla creazione di posti di lavoro e alla crescita economica;
  • ridurre il divario tra donne e uomini nei tassi di partecipazione alla forza lavoro sostenendo la partecipazione femminile, migliorando la qualità occupazionale e promuovendo la parità di genere;
  • sensibilizzare l’opinione pubblica e valorizzare il lavoro di cura e domestico non retribuito e il suo importante contributo all’economia, e a promuovere l’equa condivisione tra donne e uomini delle responsabilità di cura;
  • sviluppare politiche e misure per l’equilibrio vita-lavoro e la parità salariale, combattere l’occupazione precaria, migliorare le condizioni di lavoro, e incoraggiare le aziende ad adottare forme di lavoro flessibili durante tutta la vita e misure favorevoli alla vita familiare sia per le donne che per gli uomini;
  • promuovere la partecipazione delle donne e delle bambine all’istruzione e alle carriere nei settori della scienza, tecnologia, ingegneria, matematica e medicina (STEMM), così come la partecipazione in tutti i settori in cui esse sono sottorappresentate, ivi compreso nei settori ad alta specializzazione e più remunerativi;
  • adottare e attuare misure adeguate atte a prevenire tutte le forme di violenza e molestie contro le donne e le bambine sia nella sfera pubblica che privata, ivi comprese le pratiche dannose, quali i matrimoni infantili, precoci e forzati e le mutilazioni genitali femminili, la violenza domestica e intra-familiare, la tratta degli esseri umani a scopo sessuale e lavorativo, e a proteggere e reintegrare le vittime, a effettuare efficacemente indagini sui reati e perseguire gli autori di tali violenze, anche attraverso l’adozione di strategie nazionali e/o piani d’azione nazionali sulla violenza contro le donne e le bambine, sostenuti da risorse umane e finanziarie.

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La dichiarazione delle istituzioni

La sottosegretaria Boschi, parlando degli interventi messi in campo contro la violenza di genere spiega che il Governo ha incrementato le risorse per il Piano Nazionale Antiviolenza con 33 milioni per il 2018 e il 2019, adottato Linee Guida strategiche contro la violenza per i prossimi 3 anni e lavorato in sincronia con gli enti locali per garantire a ogni donna il diritto ad essere protetta ma anche accompagnata nel percorso di uscita dal dramma della violenza. Ha sottolineato che in questo scorcio di legislatura vorrebbe portare a conclusione alcune iniziative. Fra queste, il Piano antiviolenza 2017-20, ora alla Conferenza Unificata; l’approvazione definitiva della legge sulla tracciabilità dei salari e quello, approvato in prima lettura al Senato, che evita la riparazione economica del reato di stalking. “Vogliamo ridurre il gap salariale e facilitare l’accesso delle donne al lavoro, alle carriere scientifiche e manageriali e aiutarle a conciliare famiglia e lavoro senza rinunciare alle proprie aspirazioni. La piaga della violenza di genere nei luoghi di lavoro dimostra quanto queste tematiche siano comuni a ogni donna in ogni parte del mondo, a tutti i livelli”. Abbiamo presentato le misure adottate nel nostro Paese dal governo dei mille giorni ad oggi per l’empowerment delle donne: fine delle dimissioni in bianco, lavoro agile nelle P.A., bonus nido, bonus mamme, estensione della maternità e molto altro. Ascoltare le esperienze degli altri Paesi aiuta a migliorarsi perché c’è ancora tanta strada da fare. L`Italia ha aperto la strada del confronto anche su questi temi nell’agenda G7: l’empowerment delle donne parte da qui, ha concluso la Boschi.

Insieme alla Boschi a Taormina c’erano Maryam Monsef, ministra per la condizione femminile (Canada); Marlene Schiappa, Segretaria di stato con delega alla parità tra donne e uomini (Francia); Kathryn C. Kaufman, consigliera del Presidente (Usa); Joanna Roper, inviata speciale per le parità di genere (Gran Bretagna); Katarina Barley, ministra federale per la famiglia, gli anziani, le donne e i giovani (Germania); Yuhei Yamashita, vice ministro parlamentare dell’Ufficio di Gabinetto (Giappone).
Cristina Montagni

Rapporto World Economic Forum 2017 sul “Gender Gap”

Classifica del World Economic Forum 2017 fotografa l’incolmabile trattamento tra uomo e donna. Italia 82esima, dopo la Grecia, Madagascar e Messico.

Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum ritiene che il talento è uno dei fattori essenziali per la crescita e la competitività. “Per costruire economie dinamiche e inclusive, dobbiamo assicurare che ognuno abbia pari opportunità. Quando le donne e le ragazze non sono integrate, la comunità globale perde competitività, idee e prospettive critiche per affrontare le sfide globali e sfruttare nuove opportunità”.

World Ecomic Forum

La parità di genere è il modo in cui le economie e le società prosperano. Il rapporto sulle disuguaglianze di genere 2017, introdotto per la prima volta nel 2006, analizza su base annuale i progressi compiuti da 144 paesi sulle parità di genere su diverse tematiche. Il WEF, presentato il 17 ottobre, si propone di valutare tale disparità e quantificare i progressi compiuti nel corso degli anni. Data la multidimensionalità del fenomeno, il Global Gender Gap Report utilizza un indice incentrato su quattro macro aree:

  • salute (aspettative di vita e rapporto tra sessi alla nascita),
  • istruzione (educazione elementare e superiore),
  • economia (leadership, partecipazione al mercato del lavoro e salari)
  • politica (rappresentanza)

Sebbene nessuna misura possa acquisire la situazione completa, dichiara il fondatore della WEF, l’indice globale – presentato nella relazione – cerca di misurare un aspetto importante sull’uguaglianza di genere, le lacune relative tra donne e uomini nei quattro settori chiave delineati in precedenza. L’indice non cerca quindi di definire le priorità per i paesi, ma fornisce un insieme di dati e un metodo chiaro per tenere traccia delle lacune sugli indicatori critici in modo che i paesi possano definire le priorità all’interno dei propri contesti economici, politici e culturali. L’indice evidenzia anche i potenziali modelli di ruolo che all’interno della loro regione o gruppi di reddito, sono leader nella distribuzione più equa delle risorse tra donne e uomini, indipendentemente dal livello complessivo delle risorse disponibili. Il divario tra uomini e donne, secondo il WEF, confina l’Italia all’82 esimo posto nella classifica su un benchmarks di 144 posizioni complessive. Siamo in coda alla Grecia 78esima, Madagascar 80esima e Messico 81esima posizione. In un anno l’Italia è retrocessa di ben 22 posizioni. 

posizioni Italia Gender Gap

Dall’analisi dei dati si evince un disequilibrio accertabile in molte dimensioni considerate. La parità nell’accesso all’educazione è aumentata e il tasso di alfabetizzazione delle donne in Italia è giunto al 96% con una aspettativa di “vita sana” che raggiunge il 73% per le donne rispetto al 71% per gli uomini. Nonostante l’indicatore positivo, sono proprio le opportunità economiche a destare maggiore preoccupazione.

Lo squilibrio nel mondo del lavoroLa partecipazione economica delle donne alla forza lavoro continua ad essere scarsa, il 54,3% rispetto al 73,7% degli uomini con un reddito stimato che si attesta al 26% rispetto al 51% dei colleghi uomini, generando un divario retributivo di oltre il 50%. Per quanto attiene al empowerment politico, anche qui la distanza è incolmabile. La percentuale delle donne inserite in parlamento non raggiunge la soglia del 30% contro il 70% degli uomini, e un gap che sfiora il 40%. Se contestualizziamo i dati secondo gli item descritti, non possiamo non descrivere alcuni indicatori che rappresentano la triste realtà in cui vivono quotidianamente le donne italiane. Le lavoratrici impiegate a tempo parziale costituiscono una quota rilevante. Un “esercito femminile” rappresentato dal 40% della popolazione totale contro il 16% dei maschi a cui si aggiunge un rapporto di lavoro non retribuito che interessa il 60% delle donne. Ogni giorno, le donne lavorano 512 minuti in più rispetto ai 453 minuti dei colleghi maschi, e la disoccupazione è più alta tra le donne (12,8% contro il 10,9%) così come le persone senza lavoro e quelle scoraggiate rappresentano il 40,3% contro il 16,2% degli uomini. La segregazione occupazionale – vale a dire la distribuzione non uniforme delle occupazioni tra donne e uomini – appare rilevante, infatti il salario medio annuale delle donne non raggiunge i 23.000 euro, contro i 44.000 degli uomini. Alla base del divario retributivo vi è soprattutto il permanere di una profonda matrice di stampo socio-culturale. Una cultura che giustifica ancora responsabilità distinte nella cura della casa e dei figli tra uomo e donna. Uno status culturale che costringe la donna in modo “sistematico” a scegliere tra famiglia e lavoro e non contempla la conciliazione come strumento necessario, urgente e soprattutto moderno in una società globalizzata. 

“Il fattore determinante più importante per la competitività di un Paese è il talento umano. Le donne costituiscono la metà del talento potenziale – ricorda Bekhouche, project manager del World Economic Forum. Se il governo ha un ruolo importante nel sostenere le politiche giuste (congedo di paternità, asili, etc.), sta anche alle aziende creare posti di lavoro con processi di reclutamento innovativi, nuovi percorsi per le carriere, politiche salariali trasparenti che permettano ai migliori talenti di svilupparsi”.

Cristina Montagni

 

Rapporto OCSE 2017- Maggiore partecipazione delle donne nel lavoro

L’ultimo rapporto OECD National Skills Strategy Diagnostic Report – Italy”, presentato il 5 ottobre al Ministero dell’Economia e delle Finanze, incoraggia l’Italia ad essere maggiormente attiva sulle politiche femminili con una più ampia partecipazione al mercato del lavoro. Angel Gurría, Segretario Generale dell’OCSE e Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia e delle Finanze, commentando i dati, richiamano le aziende a investire maggiori risorse in formazione di alta qualità

L’Italia secondo il Rapporto OCSE 2017 si attesta al quartultimo posto per percentuale di donne occupate. Un dato preoccupante visto che molte donne non sono alla ricerca di un posto di lavoro, ciò fa sì che il nostro paese registri il terzo tasso di inattività più alto tra paesi membri dell’OCSE. Il dato spiega che le donne sono spesso viste come “assistenti familiari”, e svolgono la maggior parte del lavoro domestico non retribuito, hanno accesso limitato a asili nido e a posti di lavoro flessibili che potrebbero aiutarle a gestire il lavoro familiare. Il tasso di fertilità in Italia è tra i più bassi dell’OCSE e l’età media in cui una donna ha il primo figlio è alta e molte sono le donne senza figli. Altri indicatori nascondono la bassa partecipazione al mondo del lavoro da parte delle donne, ad esempio la scelta di specializzazioni universitarie non richieste sul mercato del lavoro che rendono difficile trovare un’occupazione dopo la laurea.

L’Italia ha intrapreso diverse riforme per favorire l’integrazione delle donne e dei giovani sul mercato del lavoro. Il governo sta intensificando anche gli sforzi per aumentare la disponibilità delle strutture per l’infanzia e per aiutare le famiglie a coprire i costi di assistenza all’infanzia introducendo esenzioni fiscali per le imprese che assumono donne in situazioni svantaggiate. Un altro elemento positivo che emerge dal Rapporto, è lo sforzo per contrastare le pratiche discriminatorie sul posto di lavoro (ad es. dimissioni in bianco) stabilendo procedure online per le dimissioni volontarie. Per quanto riguarda i giovani, una delle principali politiche attuate in Italia per affrontare la sfida dei giovani NEET – ragazzi che non vanno a scuola, non lavorano e non partecipano a corsi di formazione professionale – è rappresentata da Garanzia Giovani. Una iniziativa voluta dall’Unione Europea, che prende in carico giovani di età tra i 15-29 anni che entro quattro mesi dalla fine degli studi o dalla perdita di un impiego, offre una serie di attività per agevolare la transizione tra istruzione e il mondo del lavoro. Ma mentre queste politiche vanno nella giusta direzione, secondo l’OCSE, resta molto da fare e potrebbero essere necessari interventi complementari per colmare le lacune esistenti nell’insieme di queste riforme.

Secondo gli stakeholder, un problema che suscita preoccupazione in Italia, è la struttura e l’uso del sistema dei permessi retribuiti relativi ai figli, in quanto sono sempre le donne che ne fanno maggiore richiesta. I lunghi periodi di congedo alla maternità possono causare un impoverimento delle competenze e un sostanziale allontanamento da parte delle donne dal proprio posto di lavoro. La recente estensione del congedo paternità da 1 a 2 giorni rappresenta un passo in avanti, ma i diritti al congedo di paternità sono ancora troppo limitati. La mancanza di asili nido a costi accessibili può rappresentare una grande difficoltà per i genitori che vogliono conciliare lavoro e vita familiare. La flessibilità dell’orario lavorativo in Italia è ancora limitata e non aiuta i genitori a conciliare gli impegni di lavoro e gli impegni familiari. Le imprese, poi, non sono consapevoli degli squilibri di genere che riguardano il personale e non sono in grado di identificare i settori dove le donne non sono rappresentate in modo adeguato e modificare di conseguenza le pratiche di selezione del personale.

Interventi suggeriti:

Incoraggiare i padri a richiedere più permessi retribuiti per i figli con l’estensione della durata dei congedi di paternità.

Incoraggiare la diffusione di orari di lavoro flessibili sul posto di lavoro per aiutare i genitori a conciliare gli impegni del lavoro e della famiglia. Rafforzare gli incentivi finanziari e non-finanziari alle imprese per fornire opzioni di lavoro flessibile ai propri dipendenti.

Assicurare la disponibilità e l’accessibilità a costi contenuti delle strutture per la prima infanzia e di assistenza per gli anziani. Continuare ad allargare l’offerta di strutture per alleviare il peso dell’assistenza per le famiglie, ed in particolar modo per le donne.

Rivedere il sistema fiscale per migliorare gli incentivi finanziari all’inserimento lavorativo di entrambi i coniugi, ciò garantirebbe un’omogeneità degli incentivi al lavoro per entrambi i genitori.

Aumentare la consapevolezza degli stereotipi di genere e promuovere un cambiamento culturale al fine di realizzare pari opportunità di lavoro e una condivisione del lavoro domestico non retribuito per uomini e donne. Assicurarsi che le competenze trasferite dal sistema scolastico, siano in linea con l’offerta richiesta dal mercato del lavoro.

Progettare un intervento di politica globale per aumentare la domanda di lavoratori altamente qualificati in modo da sfruttare l’offerta di competenze e creare incentivi per incrementarla ulteriormente.

Cristina Montagni

2016 Giornata Europea per la Parità Retributiva

Nell’Unione europea uomini e donne sono uguali: “questo è uno dei valori fondamentali ma nel 2016 rappresenta ancora un miraggio sul mercato dell’occupazione“. Uomini e donne continuano a non avere stesse pari opportunità nel lavoro.

Il 3 novembre 2016 è stata celebrata la Giornata Europea per la parità retributiva. Il Vicepresidente Timmermans, la Commissaria Thyssen e la Commissaria Jourová hanno dichiarato che i datori di lavoro europei devono impegnarsi a rimuovere gli ostacoli che per le donne si riassume a due stipendi l’anno meno degli uomini. Nell’Unione europea uomini e donne sono uguali: “questo è uno dei valori fondamentali ma nel 2016 rappresenta ancora un miraggio sul mercato dell’occupazione“. Uomini e donne continuano a non avere stesse pari opportunità nel lavoro. Il “soffitto di cristallo” esiste nonostante vi siano più laureate di laureati. Le donne rappresentano, secondo Eurostat, solo il 5% dei dirigenti d’azienda in Europa oltre che le donne sono impegnate generalmente in settori produttivi con retribuzioni più basse. Queste differenze pesano nella retribuzione oraria delle donne: il 16,7% in meno rispetto a quella dei loro colleghi. Il gap retributivo di genere diminuisce a un ritmo così lento che solo nel 2086 si raggiungeranno le pari retribuzioni. Di fronte a questa realtà, la Commissione Europea sta lavorando per colmare il divario: conciliare meglio lavoro e vita privata per realizzare la piena occupazione senza rinunciare a una migliore vita familiare. Nel 2017 la Commissione presenterà una proposta per rafforzare una maggiore parità nell’uso e nella scelta dei regimi di congedo parentale, modalità di lavoro flessibili e strutture per l’infanzia a prezzi più accessibili. Gli uomini al pari delle donne, devono potersi occupare delle famiglie e le imprese devono promuovere le donne qualificate di cui l’Europa ha bisogno.

In occasione della Giornata Europea per la Parità Retributiva, la Commissione Europea s’impegna a offrire alle donne e agli uomini le stesse opportunità sul mercato del lavoro, la stessa retribuzione per lo stesso lavoro che è un valore fondamentale dell’Europa. Essere competitivi significa permettere al talento femminile di esprimersi nell’interesse di tutti. Le cause del divario sono complesse e correlate. Il gap retributivo-differenza nella retribuzione oraria lorda tra uomini e donne-è trasversale e abbraccia vari settori dell’economia. Il divario in Italia si colloca a valori del 6.1% mentre nell’UE è del 16.7% e ruota su tre variabili:

  1. retribuzione oraria inferiore;
  2. meno ore di lavoro retribuito;
  3. minore tasso di occupazione per interruzioni di carriera dovuto alla cura dei figli o dei familiari.

FATTORI DI GAP RETRIBUTIVO DI GENERE

Le responsabilità familiari non sono condivise in maniera equa e le donne subiscono interruzioni di carriera più frequenti e spesso non rientrano a lavorare a tempo pieno. Guadagnano in media il 16% in meno all’ora rispetto agli uomini; su base annua il divario raggiunge il 31%, considerando che il part-time è molto più diffuso tra le donne. Le posizioni lavorative di rilievo e supervisione sono ruoli in prevalenza maschili. Ricevono più promozioni in tutti i settori, di conseguenza sono pagati di più. Questa tendenza raggiunge l’apice a livelli più alti della gerarchia lavorativa: meno del 4% dei dirigenti è una donna. I lavoratori uomini dedicano in media 9 ore a settimana ad attività non retribuite come la cura dei figli, familiari o lavori di casa, mentre le lavoratrici dedicano a tali attività 26 ore, circa 4 ore il giorno. Sul mercato del lavoro, tale differenza si traduce nel fatto che 1 donna su 3 riduce le ore di lavoro retribuite per chiedere un part-time, mentre solo 1 uomo su 10 fa lo stesso.

Le donne trascorrono più tempo fuori dal mercato del lavoro rispetto agli uomini. Queste interruzioni di carriera influenzano non solo la retribuzione oraria, ma hanno un forte impatto sui guadagni futuri e sulla pensione.

Segregazione nell’istruzione e nel mercato del lavoro: questo significa che in alcuni settori e occupazioni, le donne sono sovra-rappresentate, mentre in altri sono sovra-rappresentati gli uomini. In diversi paesi, alcune occupazioni sono in prevalenza svolte dalle donne, ad esempio l’insegnante o l’addetta alle vendite. Tali posizioni offrono salari inferiori rispetto a occupazioni svolte da uomini a parità di esperienza e qualifica.

La discriminazione retributiva, sebbene vietata, continua a contribuire al divario retributivo di genere di conseguenza tra gli anziani vi sono più donne in stato di povertà rispetto agli uomini.

Cristina Montagni 

WorkHer, la Piattaforma Online dedicata all’imprenditoria femminile

WorkHer: “Il Lavoro incontra le donne”, questo il titolo del seminario del 19 ottobre organizzato in una delle sedi romane di Intesa SanPaolo. La Sharing opportunity, una vetrina aperta al mondo del lavoro e l’incontro tra mercato e talenti. Uno spazio accogliente, un laboratorio d’idee e scambio d’interventi formativi face-to-face tra le partecipanti e gli esperti in ambito di business, negoziazioni, bandi e finanziamenti. L’incontro open, rivolto al mondo femminile, risponde all’esigenza di soddisfare un bisogno, dalla startupper, alla libera professionista, fino all’imprenditrice e lavoratrice dipendente per migliorare la vita lavorativa. La mattina ha prodotto occasioni utili e concWorkshop 19 progetto donna Banca intesa 2016 (1).jpgrete per dare energia e vita a nuovi progetti all’insegna della filosofia della condivisione. L’interazione tra le ospiti ha permesso lo svolgimento di vari temi: ottenere i giusti finanziamenti per realizzare una idea di business, fino al corretto utilizzo dei social network per promuovere la propria attività. WorkHer, la Piattaforma Online dedicata all’imprenditoria femminile, lanciata nel 2015 con i suoi progetti di mentorship, networking e formazione, conta 2.500workhers” iscritte in tutta Italia, 30 mentor nel network, una rete di professioniste, manager, associazioni imprenditoriali e di categoria s’ispira a un principio: aiutare il mondo femminile a raggiungere la piena occupazione in Italia. La missione della piattaforma digitale, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, è supportare le donne che vogliono entrare, rientrare o affermarsi nel mondo del lavoro, e mettere in luce le abilità su cui investire attraverso la formazione. WorkHer, per gestire le necessità del mondo femminile, ha realizzato un sondaggio che ha prodotto i seguenti risultati: ottenere un equo stipendio, lavorare su idee e progetti che possono migliorare la vita delle donne, ottenere maggiore flessibilità negli orari di lavoro. Quattro gli elementi emersi: maggiore inclusione, equilibrio vita-lavoro, stabilità lavorativa, maggiore empatia. Un modello di lavoro evoluto che fa riflettere le aziende sulla necessità di rivedere le attuali politiche di gender. Per massimizzare l’utilità dell’incontro, il modulo è stato diviso in due tavoli tecnici e mediati da esperti di diversi settori che hanno affrontato vari temi. Come proporsi a un colloquio di lavoro, presentarsi a un recruiter per rispondere correttamente alle domande di un colloquio, curato da Barbara Musella, Professional Certified Coach, ICF, Trainer e Facilitator. L’uso efficace del Public Speaking attraverso la comunicazione strategica e la gestione della propria immagine online con l’uso corretto del personal branding. Sono stati anche introdotti cenni sulle tecniche di comunicazione non verbale (CNV), utilizzo della piattaforma WordPress, Web writing, l’arte dello scrivere on line e sfruttare il Social Network attraverso la tecnica CEO. Il secondo tavolo presieduto da Ilaria Doria, gestore di Imprese di Intesa Sanpaolo, ha evidenziato quali sono le principali difficoltà a partecipare ai bandi per ottenere i finanziamenti e sviluppare una buona idea con un business plan sostenibile. La Doria ha approfondito anche le azioni che legano la vita delle imprenditrici e le lavoratrici autonome presentando la “Polizza Business Gemma”, un prodotto dedicato a donne che inseguono le proprie passioni e vanno per la loro strada. Il protocollo d’intesa sottoscritto nel 2014 da ABI, Presidenza del Consiglio dei Ministri–Dipartimento per le Pari Opportunità, Ministero dello Sviluppo Economico, Confindustria, Rete Imprese Italia, Alleanza delle Cooperative Italiane e Confapi, è rivolto allo sviluppo e crescita delle imprese a partecipazione femminile e delle lavoratrici autonome. Business Gemma prevede infatti un’ampia gamma di coperture assicurative e assistenziali, pensate per sostenere la donna imprenditrice e la libera professionista al fine di ridurre gli effetti negativi di eventi riguardanti la vita privata o difficoltà personali che potrebbero intralciare l’attività economica e professionale. Maternità, salute, tutela legale in caso di separazione, divorzio e stalking, assistenza medica e altre tutele sono studiate per far fronte a situazioni familiari impreviste ed evitare di trascurare l’attività imprenditoriale o professionale.

Per informazioni visita Worker.it e Business Gemma.

Cristina Montagni
Secondo il Rapporto 2014 della World Economic Forum, nel nostro Paese, la presenza femminile nel lavoro, è considerata tra le più basse d’Europa e non supera il 60%. In questo contesto si posiziona agli ultimi posti nella classifica per la partecipazione socio-economica delle donne. WorkHer oggi vanta oltre al sostegno di Intesa Sanpaolo, anche la presenza di Monster, Assolombarda, Women for Expo, Professional Women Association, Acta e la media partnership del blog La27esimaOra.

ILO: donne e parità. Si ma tra 100 anni

Il 4 ottobre 2016 durante l’evento della Phyrtual innovation week, organizzato dalla Fondazione Mondo Digitale e dall’Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO), presenta gli ultimi dati sulla partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro. Un tasso di attività che si attesta intorno al 50% contro il 77% degli uomini e una precarietà che sfiora il 46%. Secondo la ricerca, la probabilità che nelle imprese ci sia una donna alla testa dell’azienda è molto bassa. Sul fronte dei guadagni, la parità è certamente lontana: per lo stesso impiego le donne guadagnano mediamente il 77% in meno rispetto agli uomini. Senza contare poi che le donne occupano ben ventisei ore a settimana nella cura delle faccende domestiche e altre attività non retribuite all’interno del nucleo familiare. Per il World Economic Forum, ci vorranno oltre 100 anni per raggiungere la piena parità di genere sul lavoro. A questo proposito, la Fondazione Mondo Digitale ha lanciato il progetto Women in Technology (Wit). Un progetto biennale in collaborazione con la Costa Crociere Foundation. Centocinquanta studentesse di tre regioni italiane – Calabria, Campania e Sicilia – riceveranno un finanziamento imprenditoriale nel settore dell’high technology, per favorire il loro ingresso nel mondo del lavoro nei tre territori italiani dove la condizione femminile è molto penalizzata. Solo nel nostro Paese – secondo il direttore generale della fondazione Mondo digitale, Mirta Michilli – se ci fosse una vera parità di genere sul fronte del lavoro, il Pil crescerebbe del 15%. Oggi c’è scarsa informazione sulle opportunità di lavoro perché continuano a mancare dei modelli positivi in favore delle donne. In più le donne, che a livello nazionale fanno una scelta verso facoltà scientifiche, sono pochissime. Gli interventi come quelli della Fondazione Mondo Digitale vanno in questa direzione, aiutare le ragazze a capire che le tecnologie non sono da nerd ma da geek, da appassionati.

Cristina Montagni

Svantaggi sociali del “TELE-DUMPING”

Uno svantaggio del telelavoro consiste nel fatto che spesso i datori di lavoro fanno pressione sui lavoratori affinché abbandonino lo status di dipendenti per divenire lavoratori autonomi, vulnerabili, quindi, da un punto di vista di protezione sociale. Nel processo di mondializzazione economica, il telelavoro è destinato ad un florido avvenire, tanto risponde bene alle esigenze di una accresciuta flessibilità sia dello spazio che dei costi poiché costituisce un buon mezzo per contenere i costi salariali impiegando lavoratori, a bassi livelli salariali, sia su scala nazionale che internazionale. Il telelavoro, tuttavia, rischia di accrescere il dualismo tra i paesi che hanno accesso alla tecnologia e quelli che non la possiedono potenziando il gap nell’utilizzo delle conoscenze tecnologico – informatiche. Nel secondo caso, sono le donne a risentirne per prime poiché hanno meno accesso degli uomini alla educazione e ad una formazione tecnico-scientifica adeguata agli standard oggi richiesti.

Cristina Montagni

Status Women’s Work 2015

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L’Italia si caratterizza per una partecipazione molto bassa della forza lavoro femminile. Questa realtà incide in maniera rilevante tra le donne nel sud Italia. In un certo senso, l’ampio settore informale compensa tale situazione, ma non completamente. Il tasso di partecipazione delle donne alla forza lavoro è uno tra i più bassi dell’OCSE: 54,4% a fronte di una media OCSE del 62.6% nel 2013. Le tradizioni sociali costituiscono uno tra i fattori determinanti secondo le quali la responsabilità della cura dei figli e dei membri più anziani della famiglia deve essere sostenuta dalla donna. In Italia poi l’offerta di servizi di assistenza all’infanzia è molto scarsa. Solo il 24% dei bambini italiani fino ai tre anni di età è iscritto in strutture formali di assistenza all’infanzia, a fronte di una media OCSE del 33%, e circa l’8% delle donne lascia il lavoro per prendersi cura della famiglia e dei figli. Il tasso di natalità è uno dei più bassi in Europa, per cui l’offerta di servizi di assistenza all’infanzia dovrebbe avere un minore impatto sull’occupazione femminile che altrove, ma il ruolo tradizionale della donna nell’assistenza dei genitori anziani è probabilmente altrettanto importante. Il Governo si sta impegnando, attraverso manovre economiche ad hoc per incoraggiare la partecipazione delle donne all’occupazione aumentando l’offerta di servizi per l’infanzia introducendo un credito d’imposta per le famiglie a reddito medio-basso con figli.

Cristina Montagni

Premio Nazionale Donna e Lavoro Startup 2016

E’ giunto alla sua sesta edizione il Premio nazionale Donna e Lavoro Startup, organizzato da Eurointerim Spa Agenzia. L’evento presentato a Roma, ha come obiettivo quello di dare visibilità e sostenere i migliori Progetti di Impresa al femminile, perché le idee possano crescere nel sistema produttivo italiano.
Scopo del Premio è incentivare la nascita e lo sviluppo di nuove idee e/o imprese per l’introduzione nel mondo del lavoro. Aiutare i giovani imprenditori e le loro idee di business innovative, verso l’autonomia. Questo è ciò che ci si aspetta dalle giovani imprenditrici. Il fine è dare rilievo ed importanza a progetti di impresa al femminile per sostenere lo sviluppo delle donne sin dalla nascita di questo nuovo sistema imprenditoriale.

Partecipazione

Il Premio non pone limiti d’età, è aperto a tutti coloro che intendano realizzare un progetto di impresa o startup a tema Donna e Lavoro. Possono presentare un progetto sia soggetti privati intenzionati alla costituzione di un’impresa, sia imprese già costituite. I documenti dovranno essere spediti via mail a concorso@eurointerim.it entro venerdì 30 settembre 2016. La premiazione avrà luogo venerdì 16 dicembre 2016 in una location che ancora non definita. La migliore idea verrà premiata da Eurointerim Spa con euro 2.000. Il secondo e il terzo classificato verranno premiati rispettivamente con euro 1.500 e 1.000. Eurointerim sosterrà direttamente l’idea, tramite accompagnamento e avvio della Startup: finanziamenti diretti, facilitazioni nell’accesso al credito, consulenze specialistiche e una serie di servizi di accelerazione (spazio di lavoro arredato gratuito, presenza sul sito Eurointerim, eventi ad hoc, etc).

Cristina Montagni