Home » Posts tagged 'Lavoro'

Tag Archives: Lavoro

Proposta di legge per contrastare la disparità salariale. Intervista alla parlamentare Tiziana Ciprini

Nel 2018 come prima firmataria parlamentare del Movimento 5Stelle la deputata Tiziana Ciprini ha presentato la proposta di legge C.522 per denunciare il regresso nella parità di genere, favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e superare il divario retributivo. Durante l’incontro ho affrontato alcuni temi urgenti che non possono essere più rimandati e che di fatto penalizzano la donna lavoratrice.

Ciprini

Quali sono le finalità del provvedimento di legge C.522?

La proposta di legge si muove secondo due direttrici: la prima prevede una serie di misure per contrastare ex ante e a monte il gap retributivo di genere, attraverso misure premiali per le aziende che rimuovono le discriminazioni nonché norme per il contrasto alla scarsa trasparenza delle retribuzioni che finisce per contribuire alla discriminazione retributiva a danno delle donne (secondo Eurobarometro fra i cittadini europei 1/3 non conosce il salario dei propri colleghi e quasi 2/3 sono favorevoli alla divulgazione interna dei salari medi per sesso e tipologia professionale da parte del proprio datore di lavoro); la seconda prevede una serie di misure per favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro e per realizzare pienamente la conciliazione tra i tempi vita/lavoro, anche al fine di ridurre l’effetto “penalizzante” delle cure familiari che spesso gravano sulla donna lavoratrice.

Secondo il Global Gender Gap Report 2020, l’Italia è scesa dal 70° al 76° posto mondiale nella classifica dei Paesi che attuano la parità salariale. Una donna italiana guadagna in media circa 17.900 euro l’anno rispetto ai 31.600 maschili e a fronte di molte più ore lavorate, perché viene pagata proporzionalmente meno e fa molto più lavoro non retribuito di un uomo (lavori domestici, cura dei figli, ecc.). Ma è evidente che il problema delle differenze di genere è un problema “globale”.

In Europa, da tempo, il gender gap è nel mirino delle istituzioni UE: il Regolamento (CE) n. 1922/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio ha istituito l’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere, col compito di aiutare le istituzioni europee e gli Stati membri a integrare il principio di uguaglianza nelle loro politiche e a lottare contro la discriminazione fondata sul sesso. Sempre nel 2006 viene emanata la Direttiva 2006/54/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 5 luglio 2006, che stabilisce l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego.

Il problema del gap retributivo di genere non solo rappresenta una delle maggiori iniquità sociali ma molti studi evidenziano che la crescita del tasso di occupazione femminile può rappresentare un forte stimolo alla crescita del PIL. Inoltre, dalla ricerca previsionale «Lavoro 2025 – il futuro dell’occupazione e della disoccupazione», condotta dal sociologo del lavoro Domenico De Masi, è emerso che quello della donna sarà un ruolo chiave in un mondo del lavoro che cambia, sempre più legato a un’economia dei beni relazionali e ai lavori creativi. Le donne potranno apportare il loro valore aggiunto se riusciranno a valorizzare le proprie differenze, le proprie caratteristiche fondamentali, come la determinazione nel perseguire il bene comune, la motivazione a cambiare le cose, l’attitudine ai valori sociali e un atteggiamento più prudente rispetto ai rischi.

È possibile attuare misure all’interno dell’azienda per contrastare ex ante e a monte il gap retributivo di genere? Ci sono strumenti specifici per rimuovere queste discriminazioni?

Attualmente il decreto legislativo 198/2006, il Codice delle pari opportunità tra uomo e donna, all’articolo 46 prescrive alle aziende con più di 100 dipendenti di redigere un rapporto biennale sui vari aspetti inerenti alle pari opportunità sul luogo di lavoro, inclusa la retribuzione. Ma oggi non esiste un modo per sapere quali aziende abbiano redatto il rapporto e quali no, quali siano state sanzionate, né i dipendenti delle aziende hanno modo di accedervi per verificare eventuali discriminazioni.

Con la mia proposta di legge, che si ispira ad altre normative in vigore nei paesi europei, prevedo l’introduzione dell’attività di reporting sulla situazione salariale del personale maschile e femminile anche per le imprese sotto i cento dipendenti, e l’adozione di un piano di azioni per la parità salariale con la possibilità per le imprese di ottenere una sorta di «certificazione di pari opportunità di lavoro». Infatti, secondo uno studio condotto dall’Harvard Business Review, il primo studio empirico sull’impatto della trasparenza salariale obbligatoria, è emerso che già la trasparente comunicazione delle disparità retributive di genere riduce di fatto il divario stesso e spinge le aziende a rimuovere “volontariamente” le disparità rilevate.

Sicuramente l’attuale rapporto biennale sulla parità va ripensato perché obsoleto e complesso. Inoltre, va evitata ogni finalità ispettiva e punitiva nell’attività di reporting, per far sì che anche le piccole e medie imprese (che costituiscono la maggior parte del nostro tessuto produttivo) possano percepire la novella legislativa come opportunità e non come ulteriore aggravio burocratico. A mio avviso un’impostazione promozionale della legge è fondamentale per la buona riuscita della stessa.

CipriniSecondo lei quale strada è percorribile per realizzare la conciliazione tra i tempi di vita e lavoro?

È importante agire su più leve. Innanzitutto, potenziare la “rete” delle politiche pubbliche di sostegno alla famiglia (con interventi per lo sviluppo del sistema territoriale dei servizi socio-educativi per realizzare, ad esempio, asili nido pubblici accessibili a tutti) e poi valorizzare anche la misure di welfare aziendale in tema di organizzazione dei tempi di lavoro e familiare (es. asili aziendali). La leva pubblica però è prioritaria per agire in un’ottica universalistica ed evitare di polarizzare troppo i beneficiari dei servizi (ad es. lavoratori di serie a che hanno gli asili aziendali e lavoratori di serie b che non li hanno). Ricordo che la recente legge di bilancio per il 2020 (n.190/2019) ha già previsto l’istituzione del “Fondo assegno universale e servizi alla famiglia”. Le risorse del Fondo sono indirizzate all’attuazione di interventi in materia di sostegno e valorizzazione della famiglia nonché al riordino e alla sistematizzazione delle politiche di sostegno alle famiglie con figli. È altrettanto importante rafforzare le misure che portano alla condivisione della responsabilità di cura della famiglia e dei figli in capo ad entrambi i genitori affinché la cura dei figli non “pesi” solo ed esclusivamente sulla madre lavoratrice, la quale spesso è costretta a lasciare il lavoro dopo la nascita del figlio. In tal senso va molto bene la norma introdotta in legge di Bilancio per il 2020 che proroga per il 2020 il congedo obbligatorio per il padre lavoratore dipendente, elevandone la durata a sette giorni per l’anno 2020.

La proposta di legge introduce la nozione di discriminazione diretta e indiretta. A quali fattispecie si riferisce e quali sono gli status di svantaggio che condizionano lo sviluppo della carriera di una donna rispetto agli altri lavoratori?

Nella PdL si prevede l’introduzione nel Codice delle Pari Opportunità, tra le discriminazioni indirette, anche gli atti di natura organizzativa e oraria che possono mettere in condizione di svantaggio la lavoratrice o ne limitino, nei fatti, lo sviluppo di carriera. Un sotto-inquadramento della lavoratrice, a parità di lavoro effettivamente svolto, un mancato avanzamento di livello possono condurre a discriminazioni salariali «occulte». Determinate politiche salariali e di organizzazione dei tempi di lavoro, che permettano di conciliare le esigenze lavorative con quelle familiari, contribuiscono alle diseguaglianze di retribuzione nelle aziende. Si pensi alla “prassi” di fissare riunioni “importanti” nel tardo pomeriggio che non permettono alla donna lavoratrice di parteciparvi ovvero modalità di organizzazione dei tempi di lavoro che possono portare ad un mancato avanzamento di livello o comunque ad una limitazione dello sviluppo di carriera per la donna impegnata anche nella cura dei figli e della famiglia. In tal senso anche l’attribuzione a determinati soggetti di fringe benefits complementari alla retribuzione principale può essere utilizzata con l’effetto di discriminare sotto il profilo retributivo e limitare la carriera lavorativa della donna.

Nelle imprese private e nella pubblica amministrazione sono previsti piani di azione e strumenti obbligatori per superare il divario retributivo di genere e in che misura?

Le imprese e le amministrazioni pubbliche, con cadenza annuale e su richiesta, svolgono un programma di audit interno (come prevede anche la legislazione spagnola e austriaca) e comunicano ai propri lavoratori, alle rappresentanze sindacali e agli organismi di parità previsti dal codice una serie di informazioni e di dati in forma chiara e trasparente sulla composizione e sulla struttura dei redditi, sulle mansioni, sui meccanismi e sulle modalità di erogazione dei bonus, dei trattamenti accessori e di altre erogazioni previste a favore dei dipendenti, nonché le differenze tra i salari di partenza degli uomini e delle donne. Le imprese sono chiamate ad attuare un piano di azioni, condiviso dai lavoratori e dalle organizzazioni sindacali, che ne valutano i contenuti, volto a colmare il divario retributivo e le disparità di trattamento. Si tratta di contrastare la scarsa trasparenza delle retribuzioni, che finisce per contribuire alla discriminazione retributiva a danno delle donne, nella misura in cui rende meno evidente e quindi aggredibile il fenomeno. Tale sistema è accompagnato da misure premiali di tipo fiscale a favore delle imprese che adottano efficaci piani di azione.

Aziende che hanno posto in atto i piani di azione viene riconosciuta una certificazione particolare? Quali vantaggi ci sono per le imprese e come si concretizzano?

Le imprese che hanno attuato il piano di azioni possono ottenere la certificazione di «Impresa per le pari opportunità nel lavoro», una sorta di bollino rosa. La certificazione è rilasciata dal Comitato nazionale per l’attuazione dei principi di parità di trattamento ed uguaglianza di opportunità tra lavoratori e lavoratrici. Tale sistema è accompagnato da misure premiali di tipo fiscale a favore delle imprese che adottano efficaci piani di azione, come detrazioni d’imposta per le spese documentate per l’acquisto di beni strumentali e dispositivi tecnologici.

CipriniIn che consiste l’introduzione del curriculum anonimo?

All’art 3 della mia proposta di legge propongo di introdurre in Italia la sperimentazione del curriculum vitae anonimo, ovvero un curriculum cieco che ometta informazioni personali come il nome e cognome, sesso, età, fotografia, e qualsiasi altra informazione che potrebbe dare luogo a qualsiasi pregiudizio discriminatorio in un processo di reclutamento e selezione del personale. Lo scopo è quello di far valere nel mercato del lavoro italiano le competenze e le skills, attraverso la sola espressione del profilo professionale del candidato, della sua formazione, esperienze lavorative, conoscenze, capacità e attitudini professionali, a garanzia di un’effettiva parità nei processi di selezione e assunzione. La discriminazione sul lavoro non solo è ingiusta, ma anche dannosa: se un’azienda non assume i talenti migliori per qualche pregiudizio sul loro aspetto, orientamento sessuale, religione o genere, avvantaggia i concorrenti. Quante donne si sono trovate di fronte a futuribili datori di lavoro più interessati ad approfondire i loro obiettivi riproduttivi e familiari rispetto alle loro competenze? Quanti uomini e quante donne, over 40 e over 50, si sono visti rifiutare un posto di lavoro perché “troppo vecchi”, nonostante avessero competenze adeguate al posto da ricoprire? Quanti giovani e meno giovani si sono visti scavalcare dai “figli di”? Quanti giovani e meno giovani, donne e uomini, si sono visti discriminare nell’accesso a un posto di lavoro per una qualche caratteristica personale? Illuminante è uno studio condotto dagli economisti Patacchini, Boeri e Peri. Secondo quanto riportato dal Sole24Ore del 10 dicembre 2019, in un esperimento condotto a Milano e Roma, gli studiosi hanno trovato che se un candidato a un posto di lavoro suggeriva preferenze omosessuali nel proprio curriculum – per esempio attraverso periodi di tirocinio in associazioni come “Arcilesbica Roma” oppure “Centro di Iniziativa Gay-Arcigay” – aveva circa il 30% di probabilità in meno di essere richiamato per un colloquio. Questo valeva in effetti soltanto per i candidati maschi omosessuali, mentre non sono risultati svantaggi particolari di questo genere per le donne omosessuali. Gli autori sono arrivati a questo risultato inviando a potenziali datori di lavoro migliaia di curriculum appositamente progettati, in cui erano presenti certe caratteristiche relative a età, titolo di studio, orientamento sessuale e aspetto fisico, in modo da poter stabilire in seguito se qualcuno di questi elementi rendeva più o meno probabile un colloquio successivo. La sperimentazione del curriculum anonimo è già stata intrapresa in altri Paesi in Europa, ad esempio da Spagna, Regno Unito, Francia, Germania, Olanda e Svezia. In Germania l’Agenzia federale antidiscriminazione ha lanciato un progetto pilota per promuovere e diffondere nel settore pubblico e privato la procedura di reclutamento anonima. In Francia la disciplina del “curriculum anonimo” è prevista per le imprese con più di 50 dipendenti a garanzia delle pari opportunità.

Come viene disciplinato l’istituto del congedo parentale e del diritto alla conservazione del posto di lavoro. Si prevedono parametri o percentuali retributive per il calcolo dell’indennità del congedo?

L’articolo 4 prevede l’innalzamento dell’indennità del congedo parentale dal 30 per cento all’80 per cento della retribuzione.

Cosa prevede l’istituto delle ferie solidali. Tutti i lavoratori ne possono usufruire?

La PdL introduce le ferie solidali, finalizzate a migliorare la gestione dell’orario di lavoro e la compatibilità tra gli impegni di lavoro e le esigenze di cura di familiari con patologie gravi. In realtà esistono già dei casi ed esempi virtuosi di “ferie solidali” attivate dai lavoratori alcune aziende. Allo scopo di favorire il ricorso a forme di flessibilità dell’orario, funzionali alle esigenze di cura personale o familiare dei lavoratori, i lavoratori dipendenti possono cedere, in tutto o in parte, le ferie e i riposi compensativi previsti dalla disciplina della banca delle ore del contratto collettivo di lavoro ad altri lavoratori in presenza di patologie gravi proprie, dei figli, del coniuge, del convivente di fatto o della persona legata da un’unione civile, qualora tali lavoratori si siano avvalsi di tutti i permessi loro spettanti ai sensi della legge 5 febbraio 1992, n. 104. Lo svolgimento della prestazione lavorativa è disciplinato da accordi decentrati di secondo livello, nei quali sono definite le modalità di esecuzione della prestazione lavorativa e dell’organizzazione dei tempi della medesima. Gli accordi possono essere applicati nei rapporti di lavoro a tempo indeterminato e a tempo determinato.

La norma prevede bonus o detrazioni fiscali a sostegno della famiglia per la nascita e la crescita dei figli?

Sono previsti sgravi contributivi triennali per le imprese che non licenziano le dipendenti diventate mamme nel corso della loro carriera professionale e un premio retributivo da 150 mensili per 3 anni dalla fine della maternità per quelle donne che decidono di non lasciare il posto di lavoro dopo la nascita o l’adozione del figlio. Si prevede inoltre l’innalzamento delle indennità di maternità dall’80 al 100 per cento.

Le categorie con bassi redditi, terza età, famiglie che hanno a carico persone anziane e ammalate che necessitano di assistenza domiciliare, sono previste agevolazioni fiscali? Se sì a quali fasce di reddito si applicano?

All’art 6 Si prevedono agevolazioni per l’acquisto di prodotti di prima necessità per l’infanzia e la terza età. In particolare, si riduce al 4 per cento l’IVA per l’acquisto di prodotti neonatali e per l’infanzia nonché per l’acquisto di prodotti, dispositivi e protesi per il miglioramento delle condizioni di vita e per il benessere della terza età. È innalzato anche l’importo detraibile per l’assunzione di collaboratrici domestiche e di badanti.

È possibile disciplinare l’erogazione dei servizi socio-assistenziali per la prima infanzia all’interno dell’azienda?

Si prevedono agevolazioni per la creazione di asili nido aziendali con una detrazione del 36% per opere e progetti messi in atto da aziende con almeno 15 dipendenti.

Per consentire alle donne di accedere anticipatamente al trattamento pensionistico, quali condizioni servono per valorizzare ai fini contributivi i periodi di maternità e assistenza?

Si prevedono contributi figurativi dei periodi di maternità e assistenza o cura di familiari vengano considerati doppi ai fini pensionistici: 1 mese di congedo è pari a 2 mesi di contribuzione figurativa e a 2 mesi anagrafici utile per il pensionamento. L’intervento è volto a ridurre il periodo di lavoro effettivo (per anzianità e per contributi) che grava sulle donne.

La legge di bilancio 2020 ha esteso alle lavoratrici che hanno maturato i requisiti per la pensione la possibilità di ricorrere al regime opzione donna. Quali sono i requisiti e a quali lavoratrici si applica?

Il comma 476 dell’art. 1 della legge n. 190 del 2019 (legge di bilancio per il 2020) reca disposizioni concernenti l’istituto sperimentale per il pensionamento anticipato delle donne (cd. opzione donna), estendendone la possibilità di fruizione alle lavoratrici che abbiano maturato determinati requisiti entro il 31 dicembre 2019, in luogo del 31 dicembre 2018, come previsto dalla precedente normativa.

Nel dettaglio – modificando l’articolo 16, comma 1, del D.L. 4/2019 – si prevede che il diritto al trattamento pensionistico anticipato secondo le regole di calcolo del sistema contributivo venga riconosciuto, nei confronti delle lavoratrici che abbiano maturato, entro il 31 dicembre 2019 (in luogo del 31 dicembre 2018) un’anzianità contributiva pari o superiore a 35 anni ed un’età anagrafica pari o superiore a 58 anni (per le lavoratrici dipendenti) e a 59 anni (per le lavoratrici autonome). La cosiddetta opzione donna è una misura sperimentale introdotta dall’art. 1, c. 9, della L. 243/2004 che prevede la possibilità per le lavoratrici che hanno maturato 35 anni di contributi e 57 anni di età, per le lavoratrici dipendenti, o 58 anni, per le lavoratrici autonome (requisito anagrafico da adeguarsi periodicamente all’aumento della speranza di vita), di accedere anticipatamente al trattamento pensionistico, a condizione che optino per il sistema di calcolo contributivo integrale. Tale opzione, per anni poco utilizzata, è stata esercitata invece in maniera più consistente dopo la riforma pensionistica realizzata dal D.L. 201/2011 (cd. Riforma Fornero), che ha notevolmente incrementato i requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso al trattamento pensionistico, consentendo alle lavoratrici di anticipare di parecchi anni l’uscita dal lavoro, sia pur con una riduzione dell’importo della pensione.

In che consiste il contributo unificato in riferimento alle controversie in materia di violazione dei divieti di discriminazione?

L’art. 11 della PdL in discussione esenta dal pagamento del contributo unificato (i vecchi “bolli” e altre spese sul processo) i processi per le controversie in materia di violazione dei divieti di discriminazione di cui al codice delle pari opportunità tra uomo e donna (D.Lgs. 11/04/2006, n. 19811 aprile 2006, n. 198). La disposizione introduce quindi nel TU spese di giustizia (d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115) – due nuove ipotesi di esenzione dall’obbligo di pagamento del contributo unificato dei processi:

  • per le controversie promosse dai soggetti che si ritengono oggetto di un comportamento discriminatorio nei rapporti di lavoro;
  • per le controversie nelle ipotesi di discriminazione collettiva nei rapporti di lavoro promosse dalle consigliere o dai consiglieri di parità locali o nazionale.

È una misura importante per “agevolare” il contrasto alle discriminazioni nei rapporti di lavoro. L’articolo 36 del decreto legislativo 11 aprile 2006, n. 198 (Codice delle pari opportunità tra uomo e donna) prevede che chi intende agire in giudizio per opporsi ad ogni comportamento discriminatorio posto in essere possa ricorrere, avanti al Tribunale, in funzione del Giudice del Lavoro, sia direttamente che delegando il Consigliere di parità, per la tutela dei propri diritti. Le azioni individuali possono esser precedute dalle procedure di conciliazione previste dai contratti collettivi, oppure ex art. 410 c.p.c. (con facoltà di assistenza, in quest’ultimo caso, dei Consiglieri di parità). L’art. 36, comma 2, prevede che “le consigliere o i consiglieri di parità provinciali e regionali competenti per territorio hanno facoltà di ricorrere innanzi al tribunale in funzione di giudice del lavoro o, per i rapporti sottoposti alla sua giurisdizione, al tribunale amministrativo regionale territorialmente competenti, su delega della persona che vi ha interesse, ovvero di intervenire nei giudizi promossi dalla medesima”. La norma introduce un’ipotesi di sostituzione processuale, che presuppone la delega della persona interessata e stabilisce poi la possibilità, per il Consigliere di parità, di intervenire nei giudizi promossi in via autonoma dalla medesima persona. L’art. 37 riguarda invece le ipotesi di discriminazioni collettive e stabilisce che i Consiglieri di parità regionali e, nei casi di rilevanza nazionale, il Consigliere di parità nazionale, qualora “rilevino l’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori diretti o indiretti di carattere collettivo…anche quando non siano individuabili in modo immediato e diretto le lavoratrici o i lavoratori lesi dalle discriminazioni”, possono, dopo l’eventuale esperimento di un tentativo di conciliazione (comma 1), proporre ricorso al Giudice del lavoro o al Tribunale Amministrativo Regionale (comma 2), eventualmente anche in via d’urgenza (comma 4).

Cristina Montagni

Al via la Terza Edizione del Festival dell’”ECONOMIA COME L’IMPRESA DI CRESCERE”

Dall’8 al 10 novembre “ECONOMIA COME” torna a Roma con una tre giorni dedicata interamente all’economia, alla globalizzazione e all’innovazione.

economia come III edizione 2019

Visto il successo delle due precedenti edizioni, “Economia Come” quest’anno si presenta con un format di 21 appuntamenti tutti in programma all’Auditorium Parco della Musica. La manifestazione curata dalla Fondazione Musica per Roma e dalla Camera di Commercio di Roma vede la partecipazione della Regione Lazio, Unioncamere Lazio e la LUISS – Università Internazionale degli Studi Sociali “Guido Carli”.

Il ricco palinsesto, presentato lo scorso 30 ottobre nell’Aula di consiglio della camera di commercio di Roma, prevede la partecipazione di economisti di fama internazionale, imprenditori, politici e studiosi. Inoltre, l’obiettivo di questa terza edizione è “sfondare” il tetto delle 15mila presenze ottenute dalle due precedenti edizioni.

Anche quest’anno il Festival si rivolgerà al grande pubblico, con semplicità trattando temi economici, affrontando le questioni legate alla globalizzazione, all’innovazione e ai nuovi scenari di modelli di business e di organizzazione del lavoro. Il programma include momenti intensi di dibattito politico, tavole rotonde e confronti con studiosi italiani e internazionali, il tutto organizzato in diversi format per garantire al pubblico un’esperienza interessante ed educativa.

I protagonisti eccellenti del Festival

Il Festival ospiterà per la prima volta nella sua storia un Premio Nobel. Infatti, ospite d’eccezione sarà Joseph E. Stiglitz, vincitore del premio per l’Economia nel 2001, il quale interverrà nella prima giornata condividendo suggestioni e visioni alternative al neoliberismo, a partire dalla convinzione che sia necessario un maggiore equilibrio tra mercato, stato e società civile. A seguire ci saranno alcuni appuntamenti dedicati ad approfondimenti sull’Italia, tra i quali l’intervento di Enrico Giovannini, portavoce dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile e Chiara Mio, professoressa al Dipartimento di Management dell’Università di Venezia Cà Foscari sullo “Sviluppo sostenibile: a che punto è l’Italia”.

Si discuterà poi del “Futuro del lavoro nell’era dei robot” con Daniel Susskind, economista ed esperto dell’impatto della tecnologia e dell’intelligenza artificiale sul lavoro e sulla società. Carlo Cottarelli, direttore dell’osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica, discuterà dell’importanza di saper distinguere tra la verità e le esagerazioni che vengono create per indirizzare l’opinione pubblica. Vito Mancuso, noto teologo, parlerà di una parte del segmento di Economia COME “Visioni” con “La ricchezza del bene”, e non mancherà anche un incontro dedicato alle pari opportunità in Italia, con l’intervento di Marcella Corsi, professoressa dell’Università di Roma La Sapienza e direttrice della International Review of Sociology e Marta Fana, autrice e ricercatrice.

A seguire ci saranno tavole rotonde con Ferruccio de Bortoli, giornalista e amministratore delegato di RCS Libri, Giuseppe De Rita, presidente del Censis, Pasquale Tridico, presidente dell’INPS e Maurizio Landini, segretario generale della CGIL. Tra i massimi esperti internazionali sul tema della disuguaglianza, saranno presenti, Branko Milanović, e Saskia Sassen, docente alla Columbia University e alla London School of Economics.

Appuntamenti dei format

I 21 appuntamenti della tre-giorni di Economia COME saranno così suddivisi:

  • “Focus”, per concentrarsi sul futuro dell’Italia;

  • “Frontiere” per l’analisi e la descrizione dei nuovi mercati;
  • “Storie”, che raccontano le esperienze di grandi personaggi;
  • “Dialoghi” e confronti su argomenti di attualità;
  • “Visioni” in stile lectio che permetteranno agli studiosi di discipline non economiche di stabilire un ponte con questioni cruciali per il mondo dell’impresa;
  • “Grandi Interviste”, durante le quali i protagonisti della vita politica e pubblica del Paese racconteranno il presente con grandi firme del giornalismo italiano e non.

L’intero programma del Festival è consultabile sul sito dell’Auditorium al seguente link:

ECONOMIA COME 

Cristina Montagni

 

Reddito di Inclusione e sostegno inclusivo attivo

Il Presidente dell’Inps Tito Boeri, il 28 marzo presso la sede Inps in Palazzo Wedekind, ha presentato i dati sulle domande del Reddito di inclusione e il numero attuale dei beneficiari aggiornati al 23 marzo 2018, dopo quasi tre mesi dalla sua applicazione. Alla tavola rotonda hanno partecipato il Presidente del Consiglio Gentiloni, il Ministro del Lavoro Poletti ed il Portavoce dell’Alleanza contro la Povertà Rossini.  

Che cos’è il reddito di Inclusione

Il Reddito di Inclusione (ReI), è una misura strutturale unica a livello nazionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale che sostituisce il sostegno per l’inclusione attiva (SIA). Il decreto approvato riordina le prestazioni assistenziali e rafforza il coordinamento degli interventi in materia di servizi sociali, per garantire livelli essenziali delle prestazioni in tutto il territorio nazionale. La Legge di Bilancio 2018 ha esteso la platea dei beneficiari del ReI, rendendo meno stringenti i requisiti del nucleo familiare necessari per accedere alla misura.

Requisiti del Reddito di inclusione

Il ReI viene riconosciuto ai nuclei familiari che rispondono a determinati requisiti relativi alla situazione economica. Il nucleo familiare dovrà avere un valore dell’ISEE non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro. Sono ammessi al ReI i nuclei con figli minori o disabili, donne in stato di gravidanza o disoccupati con età pari o superiore a 55 anni. Fermo restando il possesso dei requisiti economici, il ReI è compatibile con lo svolgimento di un’attività lavorativa, ma non è compatibile con la fruizione, da parte di qualsiasi componente del nucleo familiare con la NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego) o di altro ammortizzatore sociale per la disoccupazione involontaria.

Il ReI è articolato in due componenti

  1. Un beneficio economico erogato su dodici mensilità, con un importo che va da circa 190 euro mensili per una persona sola, fino a circa 500 euro per un nucleo con 5 o più componenti.
  2. Una componente di servizi alla persona che tiene conto della situazione lavorativa e del profilo di occupabilità, dell’educazione, istruzione e formazione, della condizione abitativa e delle reti familiari della persona che servirà a dar vita a un “progetto personalizzato” volto al superamento della condizione di povertà.

Per accedere alle prestazioni, si utilizza la dichiarazione ISEE per migliorare la fedeltà delle dichiarazioni. La durata del ReI è di 18 mesi e per poterlo richiedere è necessario attendere almeno 6 mesi dall’ultima erogazione.

Progetto personalizzato di attivazione sociale e lavorativa

Il Progetto viene predisposto dai servizi sociali del Comune, che operano in rete con i servizi per l’impiego, i servizi sanitari e le scuole, e con soggetti privati attivi nell’ambito degli interventi di contrasto alla povertà, con riferimento agli enti non profit.

Il Progetto riguarda l’intero nucleo familiare e prevede impegni che vengono individuati da operatori sociali sulla base di una valutazione delle problematiche e dei bisogni. La valutazione considera le condizioni personali e sociali; la situazione economica, lavorativa e il profilo di occupabilità; l’educazione, l’istruzione, la formazione; la condizione abitativa, le reti familiari e sociali.

Se in fase di valutazione emerge che la situazione di povertà è connessa alla mancanza di lavoro, il Progetto personalizzato è sostituito dal Patto di servizio o dal Programma di ricerca intensiva di occupazione. Solo per il 2018, il beneficio economico verrà concesso per un periodo massimo di 6 mesi, anche in assenza della sottoscrizione del progetto.

Identificazione degli standard minimi d’accesso ai servizi

  • Il primo standard minimo d’accesso ai servizi riguarda un punto ogni 40.000 cittadini che può variare a seconda se si tratti di una città metropolitana o un piccolo Comune.
  • Il secondo standard minimo si riferisce al servizio sociale professionale, in cui sarà disponibile un assistente sociale ogni 5.000 abitanti. In aggiunta a questi livelli minimi, saranno attivate altre attività di integrazione, in particolare quelle riferite alla sanità e all’assistenza al lavoro, anche queste omogenee per tutti i territori e Comuni, ed infine il potenziamento dei centri per l’impiego che prevedono programmi di sostegno al lavoro per le persone in cerca di una occupazione.

Carta ReI

Il beneficio economico viene versato mensilmente su una carta di pagamento elettronica (Carta REI) completamente gratuita, che funziona come una normale carta di pagamento elettronica alimentata direttamente dallo Stato.

Dati dell’Osservatorio INPS sul ReI

Nei primi tre mesi del 2018 le misure di contrasto alla povertà varate dal Governo hanno raggiunto 870mila persone contro le 500mila famiglie del luglio 2017. Al Reddito di inclusione in vigore dal 1° gennaio 2018 al posto del SIA (sostegno di inclusione attiva), secondo l’Osservatorio Inps, hanno beneficiato 251mila famiglie, l’equivalente di 870mila persone, il 50% della platea raggiunta dallo strumento obiettivo che dal 1° luglio sarà composta da 2,5milioni di persone. Il sostegno maggiore è andato al Sud, che su 10 nuclei familiari, 7 risiedono nel mezzogiorno. “La dotazione del ReI nelle aree del Nord – ha commentato Boeri – è superiore agli 800 euro e in generale in Italia non scende al di sotto dei 600 euro”. “Quello che si può dare con questa misura, secondo Boeri, corrisponde ad un terzo dei beneficiari e nella migliore delle ipotesi un quarto di ciò che sarebbe necessario per riportare queste persone al di sopra della soglia di povertà”.

La manovra nel complesso si attesta tra i 35 e i 38miliardi di euro. “E’ un risultato importante, ha sostenuto il presidente dell’INPS, se si confrontano le misure adottate a livello internazionale che si attestano intorno ad una forbice tra il 40 e 80% della platea di riferimento”. “Non esistono schemi di contrasto alla povertà che raggiungano il 100% dei potenziali beneficiari e anche in paesi che adottano strumenti simili, non si va oltre il 50%”.

Distribuzione territoriale dei beneficiari ed incidenza del ReI

Per l’Osservatorio Inps sul reddito di inclusione, la concentrazione dei beneficiari risiede nel Sud, l’Istat conferma che 5 poveri su 10 si trovano in condizione di povertà assoluta e in alcune aree del mezzogiorno la concentrazione sale a 7 beneficiari su 10. Il ReI, poiché è una variabile correlata alla disoccupazione – e la disoccupazione converge alla povertà – i beneficiari coincidono con una elevata quota di disoccupati. Fa eccezione la Puglia, Friuli Venezia Giulia ed Emilia Romagna dove già sono stati adottati strumenti integrativi a sostegno del ReI. Il Reddito di inclusione ampliando la copertura degli strumenti già esistenti (SIA), allarga la platea verso le famiglie monocomponenti (famiglie disoccupate con più di 55 anni) e tende a crescere in proporzione al numero dei componenti del nucleo familiare (da 3 in su), mentre il SIA incideva soprattutto su nuclei familiari composti da 4 componenti in su. Sul livello medio delle prestazioni, il ReI è più generoso del SIA, ha un importo medio di circa 300 euro mensili contro i 245 euro del SIA. L’andamento del SIA era crescente per nuclei familiari fino a 4 componenti, ma calava per l’intervento di altre misure di sostegno, assegni corrisposti dai Comuni che non venivano computati ai fini SIA. Il rapporto tra l’importo ReI e l’importo teorico cui le persone avrebbero diritto, consiste in altri trasferimenti che le famiglie ricevono attraverso i sostegni pubblici. “L’attuale strumento, ha commentato Boeri, considera anche i nuclei familiari con presenza di disabili che rappresentano un quinto dei beneficiari, ciò ha permesso di affrontare un’altra criticità del nostro Paese, cioè l’aiuto alle famiglie povere con disabili a carico”.

“Lo strumento si regge su una macchina complessa, ha sostenuto Boeri, grazie all’intervento di Comuni, strutture territoriali, intermediari specializzati, Regioni, e costituisce un primo contatto delle persone bisognose di aiuto, non solo per i trasferimenti monetari, ma per l’aiuto nella ricerca di occupazione e più in generale nel reinserimento sociale. Le strutture una volta raccolte le informazioni, le trasmettono all’INPS che decide sulla concessione e da mandato all’ente erogatore di pagare le prestazioni. L’Istituto di previdenza farà una verifica patrimoniale dei soggetti beneficiari, che da luglio sarà obbligatoria per l’accesso al ReI, e una serie di attività di controllo sulle categorie dei beneficiari per valutare il diritto di chi ha inoltrato la domanda, verifiche sulla residenza, cittadinanza, e monitoraggio del progetto personalizzato.

“E’ un fatto positivo che in Italia si parli di misure di contrasto alla povertà. Il nostro Paese è arrivato a dotarsi di uno strumento di base nazionale come il ReI con 70 anni di ritardo rispetto ad altri paesi. Questo strumento ha commentato Boeri, oggi c’è”. “E’ un reddito minimo ai primi passi, ancora sotto finanziato, ma la platea di riferimento da luglio salirà a 700mila famiglie pari a 2,5 milioni di persone, che rispetto ai numeri sulla povertà assoluta divulgati dall’ISTAT (4,7milioni di persone e 1,6milioni di famiglie), dimostra che esiste ancora una distanza da colmare. Dando più risorse al ReI potremo raggiungere platee più vaste. È necessario, ha concluso Boeri, porci l’obiettivo di trovare maggiori risorse e dotarci di una infrastruttura capace di reggere una sfida complessa per il nostro Paese”.

Il punto delle Istituzioni

Lo sforzo messo in campo è di portata unica e coinvolge una platea larghissima di attori. “Da una parte, ha sostenuto il Ministro del Lavoro Poletti, cresce il lavoro della presa in carico per i progetti individuali, dall’altra c’è la costruzione di una rete nazionale di servizi integrati di accompagnamento a sostegno del reddito a fronte delle problematicità che la povertà evidenzia”. “Si può affermare che entro il 2020 saranno a disposizione 3miliardi di risorse essenziali per tutti i cittadini italiani. La scorsa settimana la rete nazionale per l’inclusione alla protezione sociale ha approvato un Piano per i servizi a sostegno della lotta alla povertà. La rete, strumento previsto dalla legge, coinvolge Governo, Regioni, Comuni, e il partenariato sociale (Terzo settore) per costruire la rete di servizi integrata a sostegno dei più deboli”. Dal 2018 sono disponibili 300milioni di euro che diventeranno 470miloni nel 2020, e a regime, considerando anche i fondi comunitari, diventeranno 720milioni di euro l’anno a potenziamento della rete dei servizi. L’erogazione dei servizi essenziali, ha commentato Poletti, è a carattere universalistico e non differenziato in base ai territori ma ci sarà uno standard minimo che dovrà essere raggiunto da ogni singolo soggetto. “Gli obiettivi individuati, ha concluso Poletti, sono quelli di un numero congruo di punti di accesso quali servizi, sedi, e luoghi cui il cittadino entra in contatto per questo intervento.

Il Presidente del Consiglio Gentiloni, ha dichiarato che la congiuntura economica favorevole, pur nella fase delicata di transizione politica, consente di guardare con fiducia al futuro per la riduzione delle diseguaglianze. “L’evidenza che emerge dai dati, consente di poter affermare che il ReI funziona e funzionerà meglio dal 1° luglio, con l’allargamento della platea e le misure integrative inserite nel bilancio 2018. È uno strumento nazionale, strutturale e non passivo che va difeso e potenziato sul fronte delle politiche attive. L’alleanza contro la povertà ha un ruolo indispensabile, e dimostra l’importanza dei corpi intermedi, degli organismi sociali e sindacali”, ha concluso Gentiloni.

Raffaele Tangorra, direttore generale per la lotta alla povertà e per la programmazione sociale del Ministero, ha ricordato l’impegno del Dicastero verso i più fragili, i senza dimora. Si è trattato del contrasto alla povertà estrema, del miglioramento delle condizioni di vita di persone che “prima erano invisibili nelle statistiche ufficiali, proprio perché senza dimora”. Il Ministero a proposito di questo, ha realizzato una strategia complessiva e strutturata chiamata “Housingfirst” (prima di tutto la casa). Un obiettivo che è possibile raggiungere, ha terminato Tangorra, con il fondo di 20 milioni di euro l’anno dal 2018, destinati ai senza fissa dimora.

Alleanza contro la povertà

Il portavoce dell’Alleanza contro la Povertà Roberto Rossini, che poco meno di un anno fa ha siglato un Memorandum di intesa con il Governo, ha espresso soddisfazione per le evidenze che emergono dai primi dati diffusi dall’Osservatorio dell’INPS, per il carattere universale di sostegno, e il Rei è una misura flessibile, ragionevole e completa. “Il nuovo Governo dovrà estendere la copertura del ReI per il potenziamento dei servizi pubblici territoriali per renderlo efficace. Lo strumento c’è, e gli stanziamenti illustrati dal Ministro Poletti, vanno nella giusta direzione. Quindi andare avanti senza remore per far sì che la misura sia efficace su tutto il territorio nazionale”, ha concluso Rossini.

Cristina Montagni