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Draghi incassa la fiducia ora al via il piano per un’Italia migliore

Il Presidente del Consiglio Mario Draghi ottenuta la fiducia in Parlamento, dovrà mettere in atto il programma di rilancio dell’Italia presentato il 17 febbraio alle Camere. In un discorso di 50 minuti, scandisce gli interventi che porteranno alla rinascita del Paese.

Prof. Mario Draghi – Presidente del Consiglio

Speranza, futuro, ripresa e resilienza, le priorità del suo mandato per ricostruire un Italia lacerata dalla pandemia e dalla recessione economica come mai dal dopoguerra. Il Governo poggerà su solide radici seguendo gli assi dell’innovazione, digitalizzazione, competitività, cultura, transizione ecologica, infrastrutture per la mobilità sostenibile, formazione e ricerca, equità sociale e di genere, salute e filiera produttiva. Centrale sarà la politica estera, europeismo, atlantismo e multilateralismo fondata sul ruolo insostituibile delle Nazioni Unite senza dimenticare i diritti umani.

Responsabilità nazionale, europeismo, vita dei cittadini

Il suo pensiero va alla responsabilità nazionale e al dovere di combattere la pandemia per salvaguardare la vita dei cittadini. “Una trincea” dice “dove combattiamo tutti insieme: il virus è nemico di tutti, ed è nel commosso ricordo di chi non c’è più che cresce il nostro impegno” ha dichiarato. Poi aggiunge “whatever it takes” per promuovere il capitale umano, formazione, scuola, università e cultura. Dare risposte ai giovani costretti ad emigrare per lavoro e realizzare un’effettiva parità di genere. “Il Governo” ha ribadito Draghi “nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea e come protagonista dell’Alleanza atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali a difesa d’irrinunciabili principi e valori”. “Sostenere il Governo” ha specificato “significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro e la prospettiva di un’Unione europea più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune, in grado di sostenere i Paesi nei periodi di recessione.

Infine, conclude “senza l’Italia non c’è l’Europa, ma fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine”.

Povertà, disuguaglianza e disoccupazione selettiva

Draghi ha ricordato che da quando è esplosa l’epidemia l’aspettativa di vita è diminuita: fino a quattro o cinque anni nelle zone di maggior contagio e di un anno e mezzo o due per tutta la popolazione italiana. “Il virus” ha detto “ha comportato gravissime conseguenze nel tessuto economico e sociale del nostro Paese con rilevanti impatti sull’occupazione, specialmente nei giovani e nelle donne: un fenomeno destinato ad aggravarsi quando finirà il divieto di licenziamento”. In aggiunta si è acuita la povertà e i dati Caritas mostrano che l’incidenza di nuovi poveri sono passati dal 31 al 45 per cento. Una persona su due oggi si rivolge alla Caritas e lo fa per la prima volta. Ma tra i nuovi poveri aumenta il peso delle famiglie con minori, donne, giovani, che rappresentano la maggioranza rispetto allo scorso anno. La cassa integrazione da aprile a dicembre 2020 supera i quattro milioni e gli occupati nel 2020 sono diminuiti di 444 mila unità. Un calo concentrato sui contratti a termine, sui lavoratori autonomi e soprattutto su giovani e donne. Questa ha sottolineato “è una disoccupazione selettiva” che potrebbe travolgere anche lavoratori con contratti a tempo indeterminato.

Scuola da riformare  

Il Covid ha provocato ferite sul piano sanitario, economico, culturale ed educativo. Ragazze e ragazzi hanno avuto un servizio scolastico frammentato che ha creato disagi e provocato diseguaglianze soprattutto nel digital divide. “Per la scuola, occorre tornare a un orario scolastico normale e recuperare le ore di didattica in presenza soprattutto nelle Regioni del Mezzogiorno. È necessario investire in una transizione culturale e ridisegnare un percorso educativo che combini la necessaria adesione agli standard qualitativi richiesti, attingendo al panorama europeo, con l’inserimento di nuove materie, coniugando le competenze scientifiche con quelle delle aree umanistiche del multilinguismo. Investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni con particolare attenzione agli istituti tecnici nell’area digitale e ambientale”. La globalizzazione, la trasformazione digitale e la transizione ecologica stanno cambiando il mercato del lavoro e richiedono adeguamenti anche nella formazione universitaria. Occorre investire di più nella ricerca, riconosciuta a livello internazionale per l’impatto che produce nuova conoscenza e su nuovi modelli in tutti i campi scientifici.

Piano vaccinale e riforma della sanità

La prima sfida di Draghi sarà ottenere dosi sufficienti di vaccino per distribuirlo rapidamente alla popolazione. “Abbiamo bisogno di mobilitare tutte le energie, ricorrendo alla Protezione civile, alle Forze armate e ai volontari. Quanto alla distribuzione deve essere disponibile in tutte le strutture pubbliche e private, imparando da Paesi che si sono mossi più rapidamente di noi, disponendo di quantità di vaccini adeguate. Sulla scorta dei mesi scorsi sarà necessario attuare una riforma della sanità italiana, ridisegnando quella territoriale, realizzando una rete di servizi di base: case della comunità, ospedali di comunità, consultori, centri di salute mentale, centri di prossimità contro la povertà sanitaria. Draghi parla anche di livelli essenziali di assistenza e aggiunge che la casa è il principale luogo di cura grazie alla telemedicina e l’assistenza domiciliare integrata.

Ambiente e clima

L’ambiente va protetto conciliando il progresso con il benessere sociale per giungere ad un approccio nuovo: digitalizzazione, agricoltura, salute, energia, aerospazio, cloud computing, scuole ed educazione, protezione dei territori, biodiversità, riscaldamento globale ed effetto serra. In Italia alcuni modelli di crescita dovranno cambiare. Il turismo che prima del Covid rappresentava il 14 per cento del totale delle attività economiche, va aiutato ad uscire dal disastro creato dalla pandemia. La risposta della politica economica al cambiamento climatico dovrà essere una combinazione di politiche strutturali che facilitino l’innovazione, politiche finanziarie agili che facilitino l’accesso delle imprese a crescere, politiche monetarie e fiscali espansive che agevolino gli investimenti e creino domanda per nuove attività sostenibili.

Lavoro

Il Governo, afferma Draghi, dovrà proteggere tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore aiutare tutte le attività economiche, alcune dovranno necessariamente trasformarsi. 7 milioni di lavoratori hanno fruito di strumenti di integrazione salariale e a pagare il prezzo più alto sono stati proprio i giovani, le donne e i lavoratori autonomi. “È a loro che bisogna pensare” commenta “quando si affronta una strategia di sostegno alle imprese e al lavoro, sul credito e sul capitale. Centrali saranno le politiche attive sul lavoro, ma affinché siano operative è necessario rafforzare gli strumenti esistenti; assegno di riallocazione, politiche di formazione dei lavoratori occupati e disoccupati”.

Parità di genere

Per rilanciare il Paese non si può prescindere dal coinvolgimento delle donne. Il divario di genere nell’occupazione rimane in Italia tra i più alti in Europa: circa 18 punti su una media europea di 10. L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo. “Una vera parità di genere” dice Draghi “non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge, richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi”. Il Governo intende lavorare in questo senso, puntando ad un riequilibrio del gap salariale e a un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro. “Garantire parità di condizioni” specifica Draghi “significa assicurare eguale accesso alla formazione e competenze digitali, tecnologiche e ambientali che permettano di fare più carriera. Infine, dice che l’aumento dell’occupazione femminile è un obiettivo imprescindibile nel Mezzogiorno.

Programma nazionale di ripresa e resilienza

“Per riuscire a spendere i fondi del Programma nazionale di ripresa e resilienza nel Mezzogiorno occorre irrobustire le amministrazioni meridionali, anche guardando all’esperienza passata che spesso ha deluso le speranze”. Quanto alle infrastrutture occorre investire sulla preparazione tecnica, legale ed economica dei funzionari pubblici per permettere alle amministrazioni di poter pianificare, progettare e accelerare gli investimenti in tempi e costi certi in linea con quanto indicato nel Programma spingendo all’utilizzo dell’intelligenza artificiale e tecnologie digitali.

Next generation EU

La strategia per i progetti del Next generation EU deve essere sinergica, in grado di incidere su più settori in maniera coordinata. Avremo a disposizione circa 210 miliardi in sei anni e queste risorse dovranno essere spese per migliorare la crescita della nostra economia.

Altri obiettivi di Draghi

Nelle prossime settimane il Governo rafforzerà le strategie del programma, in particolare riguardo agli obiettivi sulla produzione di energia da fonti rinnovabili, l’inquinamento dell’aria e delle acque, la rete ferroviaria veloce, le reti di distribuzione dell’energia per i veicoli a propulsione elettrica, la produzione e distribuzione di idrogeno, la digitalizzazione, la banda larga e le reti di comunicazione 5G. Compito dello Stato sarà utilizzare le leve della spesa per ricerca e sviluppo, istruzione, formazione, regolamentazione, incentivazione e tassazione. Sulla base di questa visione, il Programma indicherà gli obiettivi per il prossimo decennio con una tappa intermedia per l’anno finale del Next generation Eu, il 2026. Quindi nei progetti sarà necessario dire dove vogliamo arrivare nel 2026 e a cosa puntiamo tra 2030 e il 2050, anno in cui l’Unione europea intende arrivare a zero emissioni di CO2 e gas clima-alteranti. Infine, sarà cruciale il ruolo del terzo settore e del contributo dei privati al Programma nazionale. Quanto alla riforma del fisco, Draghi dice che sarebbe opportuno seguire l’esempio della Danimarca. Una revisione dell’Irpef, per ridurre il carico fiscale, preservare la progressività e contrastare l’evasione fiscale. Poi parla di riforma della pubblica amministrazione che nonostante abbia dimostrato capacità di adattamento e resilienza, ha fatto emergere fragilità che devono essere affrontate. Sul fronte della giustizia, la Commissione esorta ad aumentare l’efficienza del sistema giudiziario civile garantendo un funzionamento più efficiente dei tribunali, favorendo lo smaltimento dell’arretrato e una migliore gestione dei carichi di lavoro.

Prof. Mario Draghi

Politica estera

Negli ultimi anni c’è stata una spinta alla costruzione in Europa di reti di rapporti bilaterali e plurilaterali privilegiati. La pandemia ha accelerato lo scambio con i partner con i quali la nostra economia è più integrata. L’Italia dovrà rafforzare il rapporto strategico con Francia e Germania, ma occorrerà pure consolidare la collaborazione con Stati con i quali siamo accomunati da una sensibilità mediterranea e dalla condivisione di problematiche come quella ambientale e migratoria (Spagna, Grecia, Malta e Cipro). Cruciale sarà la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati. Infine, con la nuova presidenza Biden si prospetta un cambiamento di metodo più cooperativo nei confronti dell’Europa e degli alleati tradizionali.

Presidenza dell’Italia al G20

Da dicembre scorso e per tutto il 2021 l’Italia presidierà per la prima volta il G20. Il programma ruoterà intorno a tre pilastri: People, Planet, Prosperity. In questo lasso di tempo l’Italia avrà la responsabilità di guidare il gruppo verso l’uscita dalla pandemia e rilanciare una crescita verde e sostenibile a beneficio di tutti. “Si tratterà per noi, di ricostruire e ricostruire meglio” ha commentato Draghi. “Insieme al Regno Unito, continua “punteremo sulla sostenibilità e la transizione verde nella prospettiva della prossima Conferenza sul cambiamento climatico, coinvolgendo attivamente le giovani generazioni attraverso l’evento Youth4Climate”.

Cristina Montagni

“Amare Dal Ridere”. Il metodo Smile Style per ritrovare la felicità

Amare Dal Ridere di Stefania Soldati

Per tutte le persone che amano ritrovare la via della felicità e raggiungere il benessere emozionale, il 10 dicembre è uscito il libro di Stefania Soldati “Amare Dal Ridere” edito da Bruno Editore.

In tempi record l’opera ha ottenuto numerosi riconoscimenti: bollino come Bestseller ASSOLUTO, primo nella categoria Self-help, salute e benessere e nella sezione Psicologia e Famiglia. Nel volume l’autrice descrive in modo efficace il metodo per raggiungere il piacere e la gioia attraverso “la modalità sorriso”. Ma per farlo occorre allenarsi e vivere al massimo le proprie emozioni: dallo stupore, alla meraviglia, alla gioia, alle risate, alla gratitudine e soprattutto all’amore assoluto, gratuito e incondizionato. La poliedrica scrittrice analizza in dettaglio le fasi della salute emozionale e come ritrovare la felicità con il Metodo Smile Style. Il libro – a carattere formativo – oltre a descrivere il vissuto personale è costruito su esperienze dirette in un percorso proprio e in divenire. Un manuale di stile, bellezza ed eleganza, ma soprattutto di amore senza condizioni dove è possibile trovare esercizi di fitness felice in cui viene svelata la chiave per raggiungere gli obiettivi e l’equilibrio interiore, planando con leggerezza sulle situazioni.

“Solo così si sconfigge la tristezza, il rancore, la rabbia e i risentimenti, con un atteggiamento positivo in grado di fare la differenza nella vita di tutti i giorni”

Già dalle prime pagine, il libro incoraggia ad abbracciare un percorso interiore esplorativo – ricco di spunti – in cui la scrittrice svela gli ingredienti per entrare con semplicità ad un positive mood dai superpoteri per poi rivelare i segreti per tenere alto l’umore e vivere quotidianamente una vita felice e appagata. È lei che indica il cammino del cambiamento verso un “noi” flessibile e resiliente fino a svelare la via per aprire il proprio cuore senza paura alla meraviglia delle cose inaspettate.

“E’ possibile raggiungere il successo, riscoprire la bellezza della semplicità e lo stupore di chi guarda il mondo con gli occhi di un bambino”

–Stefania Soldati

“Amare dal Ridere” ci “costringe” a ribaltare la prospettiva della vita interpellando prima il cuore con la forza della gratitudine anticipata. “Il sorriso” afferma la scrittrice “è la chiave che alimenta i buoni sentimenti e rende l’anima dolce sino a diventare parte del proprio DNA. Sorridere è aprirsi, essere disponibili, generosi e positivi”.

“Nel mio libro è presente non solo la parte di me stessa più vera, solare e combattiva, ma anche le mie numerose cadute” afferma Stefania Soldati, autrice del libro. “Solo quando ho deciso di rialzarmi ho capito che dentro a quelle sventure si nascondevano delle occasioni di crescita che mai avrei potuto sperimentare diversamente. Per scardinare quelle stesse paure che circondavano la mia vita, ho fatto ricorso alla forza delle risate e del buonumore. Il risultato? Una carica di energia e fiducia così potente da rendermi assolutamente impavida e invincibile”

Attualmente il libro è donato in formato gratuito come eBook ed è disponibile su piattaforma Amazon a questo indirizzo: https://amzn.to/3l812Zb

Bio dell’autrice

Stefania Soldati è musicista e musicologa. Pianista, ricercatrice storico-musicale, scrittrice, giornalista, regista. Si occupa da sempre di cultura e spettacolo, sia a livello di produzione che di comunicazione. Da qui prende origine la sua passione per la formazione. Life coach esperta in PNL, crescita personale e scienze olistiche, ama spaziare dall’arte alla fisica quantistica, all’insegna del benessere dell’anima e della felicità interiore. Sostenitrice del pensiero positivo, si impegna particolarmente a diffondere i benefici della risata terapeutica.

Cristina Montagni

Due paesi su tre donne e bambini esclusi da una vita dignitosa. WeWorld 2020 analizza 172 Paesi nel mondo compresa l’Italia

In 110 Paesi del mondo su 172 donne e bambini sono ad esclusione sociale. La pandemia da Covid-19 ha ridotto drasticamente i diritti fondamentali di donne e bambini nel mondo generando un impatto negativo sull’accesso all’istruzione in tutti i Paesi.

Questi alcuni dei temi affrontati in occasione del convegno svolto il 18 novembre a Milano da WeWorld dove è stato presentato il rapporto WeWorld Index 2020. Al dibattito hanno preso parte Marco Chiesara, presidente di WeWorld, Mathieu Brossard, responsabile educazione dell’ufficio di ricerca Unicef-Innocenti, Tiziana Clerico, coordinatore in Libia del settore protezione UNHCR, Refaat Sabbah, presidente della Global Campaign for Education di Ramallah ed Emanuela Del Re, vice ministra agli Affari Esteri e cooperazione internazionale di Roma.

Risultati della decima edizione del rapporto WeWorld

Il rapporto annuale WeWorld ha valutato il livello di inclusione di donne e bambini in 172 Paesi nel mondo utilizzando 34 indicatori con lo scopo di difendere i diritti di donne e bambini in 27 paesi compresa l’Italia. La decima edizione descrive il mondo ai tempi del Covid-19 con l’aggiunta di 3 nuovi indicatori che misurano l’impatto sulla salute, educazione ed economia. Dal rapporto emerge che 2 paesi su 3 non riesce a garantire una vita dignitosa alle fasce più deboli e, in questo contesto, prolifica violenza, minor accesso all’istruzione, scarso accesso alle cure mediche e mancanza di un ambiente sano in cui crescere. Stando ai dati 2020, sono aumentati del 5% i paesi con bassi livelli di inclusione, ciò significa che se il ritmo rimane costante entro il 2030 si potrebbero aggiungere altri 26 paesi non in grado di assicurare l’inclusione per donne e bambini. “Nel lungo periodo l’impatto della pandemia sarà più forte nei paesi con economie a basso reddito che rischiano di ampliare le condizioni già instabili per l’inclusione di donne e bambini”, ha detto Marco Chiesara, presidente di WeWorld. Ha aggiunto che l’impatto del Covid – come moltiplicatore di disuguaglianze – è presente in molti settori, basti pensare che con l’introduzione dello smart working e la didattica a distanza, solo il 55% delle famiglie ha avuto accesso ad una connessione internet. A questo occorre aggiungere altri 11 milioni di bambine che dopo la crisi Covid non rientreranno più a scuola, mettendole a rischio di gravidanza precoce, abusi e matrimonio forzato. Il rapporto stima inoltre che a fine 2020 si aggiungeranno altri 117 milioni di bambini che vivranno in condizioni di povertà estrema, senza contare che UN Women ha denunciato che 243 milioni di donne nel mondo sono state vittime di violenza fisica e/o sessuale negli ultimi mesi.

L’Italia per WeWord

In Italia circa il 70% dei giovani con cui WeWorld lavora nelle periferie non ha né pc/tablet né una connessione internet a casa. Per garantire supporto a questi giovani, l’organizzazione ha utilizzato altre forme di supporto digitale (WhatsApp, telefonate), attivato una linea telefonica di supporto per bambini e famiglie e continuato a coinvolgere tutti gli educatori (insegnanti, genitori, etc.). A tale proposito dobbiamo dire che la posizione italiana è peggiorata dal primo anno di pubblicazione del WeWorld Index, regredendo di 11 posizioni, in particolare per quanto riguarda la condizione dei bambini il cui capitale economico e educativo si è deteriorato a causa della pandemia. Inoltre, la condizione delle donne ha dato segni preoccupanti per quanto riguarda occupazione e reddito.

Educazione in Italia e rischi di disoccupazione femminile

Nel nostro paese la spesa per l’educazione è tra le più basse in Europa. Secondo WeWorld siamo al 92esimo posto su 137 paesi e si colloca alla 52 esima posizione su 149 paesi per tassi d’iscrizione alla primaria anche per la carenza di asili nido. La mancata inclusione dei bambini si riflette sulle donne e sulla possibilità di rimanere sul mercato del lavoro. Secondo gli ultimi dati Istat, circa il 20% delle madri interrompe il lavoro per sostenere i figli e con l’arrivo della didattica a distanza si corre il rischio di andare incontro ad un inasprimento delle condizioni di disuguaglianza preesistenti: in Italia il 23,9% delle famiglie non ha internet e il 12,3% dei bambini tra i 6 e i 17 anni non ha computer o tablet a casa. L’Italia registra poi tassi di disoccupazione elevati (136ª posizione su 176 paesi) mentre performance migliori si registrano per la salute (il tasso di mortalità infantile si attesta al 3 per 1000, 12ª su 176 paesi). Le diseguaglianze aumentano se si passa anche alla dimensione economica, qui il nostro paese è posizionato alla 131ª posizione su 175 per tassi di disoccupazione femminile ed è al 91º posto su 145 per differenziali di reddito rispetto agli uomini. Ciò si traduce in un divario salariale, dove l’Italia si colloca al 76esimo posto su 153 Paesi.

Del Re. Con pandemia necessarie azioni globali per proteggere donne e bambini

La vice ministra degli esteri, Emanuela del Re ha ribadito che la mancanza di accesso all’istruzione colpisce di più le ragazze adolescenti, ma in generale la pandemia ha contribuito ad avere un effetto devastante sulle donne – non solo nei paesi in via di sviluppo – per il grave incremento dei casi di violenza domestica. La Del Re ha assicurato che la Cooperazione italiana è impegnata ad incrementare gli sforzi per prevenire e proteggere le donne e le ragazze da tutte le forme di discriminazione e violenza e proteggere i diritti delle donne, dei bambini e dei gruppi vulnerabili, contribuendo a garantire la loro sicurezza, salute fisica e mentale, benessere, sicurezza economica e uguaglianza. “Il contesto attuale presenta sfide pressanti”, ha concluso la Del Re. “Sono necessarie azioni a livello globale per proteggere questi gruppi, impedire che la crisi sanitaria si trasformi in una crisi dell’istruzione e di genere, e costruire un modello di sviluppo sostenibile, consentendo ai bambini, ai giovani e alle donne di affrontare il mondo di domani nelle loro migliori condizioni”.

Cristina Montagni

Intervista esclusiva alla Deputata Gilda Sportiello. Aborto farmacologico con la pillola RU486

pillola RU486
Il Magazine Women for Women Italy ha intervistato la Deputata Gilda Sportiello, capogruppo M5S nella Commissione Affari Sociali alla Camera, che ha presentato come prima firmataria l’interpellanza parlamentare al ministro della Salute per consentire il ricovero ambulatoriale in day hospital in tutta Italia e promuovere percorsi domiciliari sotto controllo sanitario.

 

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Ultimamente ha fatto discutere la decisione dell’Umbria di eliminare la possibilità per le donne di ricorrere all’aborto farmacologico in day hospital, cioè il ricovero di durata inferiore a un giorno con l’obbligo di tre giorni per ricorrere all’interruzione di gravidanza con metodo farmacologico. Come commenta questa posizione?

In Umbria la negazione del diritto di poter ricorrere all’aborto farmacologico è ancor più grave perché rappresenta di fatto un passo indietro inspiegabile, ma fermarci a al singolo episodio sarebbe sbagliato: in Italia, purtroppo, il ricorso all’aborto farmacologico non è pienamente garantito in tutte le Regioni e soprattutto sono troppo poche quelle in cui è previsto l’aborto farmacologico in day hospital. Ci sono restrizioni e limitazioni che ostacolano il libero ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica. Bisogna rivedere quindi le linee nazionali, perché la richiesta di ospedalizzazione e le restrizioni che ancora esistono non sono giustificabili da un punto di vista medico-scientifico.

Visto il clima che si respira in Italia, è giusto somministrare l’RU486 in ospedale con la libertà della donna di tornare a casa fra l’assunzione del mifepristone (cessazione della vitalità dell’embrione) e successivamente del misoprostolo (farmaco che induce all’aborto)?

La Toscana, ad esempio, ha fatto un passo innovativo per estendere questo diritto: sarà la prima Regione d’Italia in cui la pillola RU486 potrà essere somministrata anche fuori dall’ospedale, negli ambulatori preposti. La delibera, che la giunta di Enrico Rossi ha approvato lunedì 29 giugno, è la conseguenza di una risoluzione approvata il 12 maggio scorso dal consiglio regionale che aveva l’obiettivo di “garantire la piena applicazione della legge 194”, ma soprattutto di un parere del consiglio sanitario regionale che risale al marzo 2014.

Cosa prevede la legge 194 riguardo all’aborto farmacologico?

Interruzione volontaria di gravidanza attraverso il metodo farmacologico è una procedura medica, distinta in più fasi, che si basa sull’assunzione di almeno due principi attivi diversi, il mifepristone (meglio conosciuto col nome di RU486) e una prostaglandina, a distanza di 48 ore l’uno dall’altro. Il mifepristone, interessando i recettori del progesterone, necessari per il mantenimento della gravidanza, causa la cessazione della vitalità dell’embrione; l’assunzione del secondo farmaco, della categoria delle prostaglandine, provoca invece il distacco dell’embrione dall’utero. In Italia è possibile ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza con il metodo farmacologico dietro richiesta della persona interessata, in regime di ricovero ordinario, nel rispetto della legge 194 del 1978. La ragione di una tale limitazione però non trova riscontro scientifico e tanto meno può essere considerata come tutelativa del diritto alla salute delle donne, anzi sembra andare proprio in direzione opposta. Teniamo conto, tra l’altro, che sono molti di più i Paesi dove, al contrario, da anni viene praticata la somministrazione del farmaco anche a domicilio o in regime ambulatoriale.

La pillola del giorno dopo è assimilabile alla RU486?

Assolutamente no, anzi troppo spesso nell’opinione pubblica sono confuse tra loro. La pillola del giorno dopo, così come quella dei cinque giorni dopo, può essere considerata un vero e proprio farmaco da pronto soccorso, è un contraccettivo d’emergenza. Non ha effetto abortivo. Al contrario, la RU486 permette invece l’aborto.

Secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2017 il ricorso al mifepristone e del misoprostolo è stato adoperato per il 18% dei casi nel nostro Paese. Perché in Francia e Svezia, questo metodo è più diffuso rispetto all’Italia?

Il problema è la reale possibilità di scelta che viene offerta alle donne. Il problema è che attualmente non viene garantito su tutto il territorio nazionale di poter scegliere di abortire in totale sicurezza, rispettando il pieno diritto all’autodeterminazione, senza ricorrere all’ospedalizzazione o all’intervento chirurgico. Sappiamo bene che troppo spesso purtroppo l’iter chirurgico è la sola opzione offerta, una grave limitazione della libera scelta individuale. In altri Paesi, come quelli da lei citati, il farmaco non solo è in uso da diversi anni, ma è diffusa la somministrazione ambulatoriale e domiciliare, quindi è pienamente accessibile.

Le decisioni in tema di aborto farmacologico cambiano di regione in regione. È una decisione discrezionale rispetto ai ginecologi coinvolti?

Le Regioni possono decidere modalità diversificate di applicazione della legge. Chiaramente il problema che coinvolge molti ginecologi è invece quello dell’obiezione di coscienza, che conta ancora percentuali troppo alte all’interno di strutture pubbliche. In alcune Regioni si supera l’80% di obiettori di coscienza e non si può non considerare una così grave limitazione.

Ci sono vantaggi nell’usare un farmaco che comporta tre giorni di ricovero contro mezza giornata?

Nessun vantaggio.  E lo dimostra non solo la scienza, ma anche la diretta esperienza dei Paesi che da anni garantiscono alle donne che vogliano interrompere volontariamente la propria gravidanza, di ricorrere all’aborto farmacologico a domicilio o in regime ambulatoriale.

Secondo lei è necessario modificare le linee guida ministeriali e l’attuale normativa italiana che rende impossibile l’uso della RU486 dopo la settima settimana aumentando la difficoltà di poter accedere a tale tecnica in tempi stretti?

Si, è necessario. A differenza di altri Paesi europei dove l’aborto con metodo farmacologico è previsto fino al 63° giorno, nel nostro Paese è fissato al 49°. Perché questa discriminazione? Tra l’altro, come sottolineato in una interrogazione che ho presentato durante la mia attività in commissione Affari sociali, c’è una incongruenza tra quanto previsto dal foglietto illustrativo del Mifegyne, che prevede l’assunzione fino al 63° giorno, e le linee guida sull’IVG del Ministero che confermano come criterio di ammissione al trattamento della RU486 la tempistica dei 49 giorni.

In Italia le donne che vogliono ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza incontrano ostacoli?

Si, davvero troppi. Penso non solo ai moltissimi medici, anestesisti, personale anche non sanitario che si dichiarano obiettori all’interno degli ospedali pubblici e che di fatto limitano gravemente il diritto delle donne all’autodeterminazione; penso anche a scelte come quella di non rendere pienamente accessibile l’aborto farmacologico senza ospedalizzazione, ma penso soprattutto alla cultura dominante che ancora ostacola il percorso di chi vuole abortire. Credere che una donna che sceglie di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza debba essere colpevolizzata, credere che debba essere necessariamente un percorso accompagnato da dolore, perché una donna che abortisce è perdonata solo se ha sofferto, è traumatizzata, ha vissuto una tragedia: questa è una narrazione tossica che deve essere combattuta, smontata. Una donna che sceglie di abortire non fa altro che esercitare il suo sacrosanto diritto all’autodeterminazione, lo fa perché ha scelto di farlo, non c’è altro.

In Svezia l’aborto farmacologico è stato approvato nel 1992, in Germania è legale dal 2008, nel Regno Unito, con l’emergenza COVID, è stato adottato l’aborto farmacologico in day hospital. Secondo lei il nostro paese rischia di tornare indietro di oltre 40 anni?

Le spinte di un ritorno al passato, all’oscurantismo, a chi dietro una generica difesa della vita vuole di fatto negare dei diritti, sono forti. Ma il fronte che combatte queste pericolosissime spinte è altrettanto forte e radicato. Gli antiabortisti e tutti quelli che pensano di concedere, in una logica assolutamente paternalistica, una possibilità alle donne se ne facciano una ragione: l’aborto è un nostro diritto, non un tabù, non una colpa, non una concessione. Sui nostri corpi e sulle nostre vite decidiamo e scegliamo noi. Lo Stato deve solo garantire pienamente il nostro diritto all’autodeterminazione.

Cristina Montagni

 

App Immuni. Dal 2 giugno disponibile sugli store Apple e Google

 

infografia Immuni
Dal 2 giugno è possibile scaricare in tutta Italia l’App IMMUNI, disponibile gratuitamente negli store di Apple e Google per il tracciamento dei contatti (contact tracing).

 

Il supporto tecnologico si affianca alle iniziative messe in campo dal Governo per limitare la diffusione del virus Covid-19. L’applicazione è stata sviluppata nel rispetto della normativa italiana ed europea sulla tutela della privacy, e nasce dalla collaborazione tra presidenza del Consiglio dei ministri, ministro della salute e ministro per l’innovazione tecnologica.

L’applicazione non è scaricabile via e-mail o SMS e tutte le informazioni sul funzionamento del sistema sono disponibili sul sito immuni.italia.it. Grazie all’uso della tecnologia Bluetooth Low Energy, il sistema non raccoglie dati sull’identità o la posizione dell’utente. Immuni riesce a determinare che un contatto fra due utenti è avvenuto, ma non chi siano i due utenti o dove si siano incontrati.

Come funziona

Gli utenti che decidono di scaricare l’applicazione contribuiscono a tutelare sé stessi e le persone che incontrano. L’applicazione permetterà di risalire ai contatti che possono aver esposto una persona al rischio contagio e i servizi sanitari regionali attivare gradualmente gli avvisi sull’app. Nello specifico, l’utente entrato in contatto con persone risultate positive al tampone, verrà avvisato grazie ad una notifica che arriva direttamente sul cellulare dell’interessato e ciò consentirà di rivolgersi in tempi brevi al medico di medicina generale per avere le indicazioni sui passi da compiere.

IMMUNI app

Quando le strutture sanitarie e le Asl riscontrano un nuovo caso positivo, dietro consenso del soggetto stesso gli operatori sanitari inseriscono un codice nel sistema. A questo punto il sistema invia la notifica agli utenti con i quali il caso positivo è stato a stretto contatto.

Come configurarla

L’app richiede informazioni che riguardano soltanto la regione e la provincia dove si vive. L’app non raccoglie alcun dato che consentirebbe di risalire all’identità dell’utente, bensì codici alfanumerici. Non chiede e non è in grado di ottenere il nome, cognome, data di nascita, indirizzo, numero di telefono o indirizzo e-mail. L’impiego volontario dell’applicazione ha lo scopo di aumentare la sicurezza nella fase di ripresa delle attività.

La fase sperimentale

Dopo una prima fase sperimentare che partirà l’8 giugno nelle Regioni Abruzzo, Liguria, Marche e Puglia, Immuni sarà operativa su tutto il territorio nazionale.

Cristina Montagni

Ricominciare da cinquanta

La menopausa è un momento fisiologico della vita della donna che coincide con il termine della fertilità, spesso vissuta come problematica. Secondo il Ministero della Salute, in passato coincideva con il declino psico-fisico della vita di relazione della donna. Oggi l’aspettativa di vita (tra i 45 e 55 anni di età) si è allungata e le donne sono attive e impegnate sul fronte lavorativo per molti anni a seguire. Le donne si trovano a vivere un periodo fisiologico segnato da una situazione ormonale le cui conseguenze possono impattare sulla qualità della vita e sulla condizione di salute. Nonostante l’informazione sui temi della salute e di quella riproduttiva in particolare, la menopausa rimane un periodo delicato sotto il profilo psicologico, spesso affrontato in modo diversificato e talvolta sbagliato. Per capire cosa sanno le donne e come vivono la menopausa, il Censis ha presentato i risultati di un’indagine condotta con il contributo della MSD (Azienda Farmaceutica Leader nella Produzione di Farmaci) su un campione rappresentativo di 1.028 donne italiane dai 45 ai 65 anni. 

Atteggiamento nei confronti della prevenzione

menopausaLe donne intervistate mostrano attenzione alle pratiche preventive e a quelle riproduttive. La prevenzione secondaria, come la visita ginecologica, il Pap-test e lo screening senologico sono praticate da quasi la totalità delle donne, anche se una percentuale minima non ha mai fatto una visita ginecologica (3,8%), il Pap-test (8,5%) e lo screening senologico (13,5%). Il 96,2% delle donne si sottopone alla visita ginecologica, ma sono emerse delle differenze nella frequenza: il 43,4% l’effettua una volta l’anno, il 29,1% una volta ogni due anni e il 23,7% ogni due anni. Si tratta di frequenze che tendono a ridursi al crescere dell’età, soprattutto nella fascia 60-65 anni.

L’informazione sulla menopausa

L’82,8% delle intervistate si ritengono informate, il 77,0% di esse hanno dichiarato di sapere che la menopausa non è una malattia ma un momento fisiologico, solo il 47,1% definisce la menopausa la cessazione delle mestruazioni e il 44,8% delle intervistate ha affermato che coincide con il termine della fertilità. Globalmente il 66,1% ha definito la menopausa come fine dell’età fertile della donna. Il 73,6% delle donne ha indicato che la menopausa può non comportare disturbi per la salute, ma dipende dalla condizione di ognuna. Infatti, il 18,6% pensa che possa comportare disturbi, mentre solo il 7,8% ha dichiarato che la menopausa non crea alcun disturbo. Quasi una donna su tre ha indicato disturbi in dolori articolari e muscolari e la diminuzione del desiderio sessuale, mentre il 29,8% la depressione. La principale fonte di informazione, per quanto riguarda la menopausa e i temi della salute in generale, è rappresentata da un professionista della sanità. Il ginecologo è la fonte principale per la menopausa per il 63,7% delle donne e il medico di medicina generale per la salute nel 65,7% dei casi.

piramide alimentare

La condizione della donna in menopausa

Le donne che si trovano in menopausa, 74,6% del campione, per rendere chiara la propria condizione, hanno dichiarato di avere fatto la visita ginecologica (66,2%), gli esami del sangue (47,9%), lo screening al seno (42,6%) e altri esami diagnostici come la MOC (24,2%), mentre il 20,1% non ha fatto alcuna visita perché afferma che i sintomi sono evidenti. Il quadro peggiora al cambiare della condizione, cioè tra le intervistate non ancora in menopausa (23,9% del campione). Aumenta infatti la quota di chi non intende fare né visite né controlli per appurare la condizione di menopausa (38,7%). Inoltre, è minore la percentuale delle donne che intendono fare la visita ginecologica (53,6%), gli esami del sangue (18,3%), lo screening al seno (20,2%) e altri esami diagnostici (10,0%) non trovandosi ancora in menopausa.

Conoscenza e utilizzo delle terapie per la menopausa  

La terapia ormonale sostitutiva (TOS), associata a uno stile di vita sano, è utilizzata per il trattamento dei disturbi menopausali, ma poco più della metà del campione di donne ha indicato di conoscerla (51,9%). Al momento dell’intervista solo il 7,6% ha dichiarato di utilizzare la TOS, mentre il 6,5% ha indicato di assumere farmaci da banco, omeopatici e/o fitoterapici come i fitoestrogeni. Il 9,0% ha affermato di non essere a conoscenza dell’esistenza di farmaci per la menopausa, mentre il 68,1%, è convinta che non sia necessario trattare la menopausa con i farmaci. Il 67,2% delle donne che hanno assunto farmaci ha dichiarato che seguendo una terapia per la menopausa i disturbi fisici si sono ridotti, in particolare il 64,6% delle donne in terapia consiglierebbe a un’amica i farmaci che sta prendendo. La maggioranza delle donne in menopausa (87,3%), non assume farmaci per la menopausa per diversi motivi: il 48,6% non pensa che si debbano usare farmaci perché si tratta di una fase fisiologica e il 33,9%, pur avendoli assunti, pensa di non averne bisogno.

la medicina nella menopausaI servizi sanitari

Al di là del rapporto con il ginecologo di fiducia, tra le donne attualmente in menopausa (74,6%), la metà afferma di non usufruire dei servizi sanitari pubblici (50,4%). Le quote più elevate di coloro che usano il SSN (servizio sanitario nazionale) si ritrovano tra le donne che hanno dichiarato di usufruire di visite dagli specialisti pubblici (23,0%) e presso il consultorio (22,0%), mentre usa la diagnostica pubblica l’11,3%. Una quota ridotta di donne, pari al 5,4%, dichiara di avvalersi dei farmaci a carico del SSN.

donne e menopausaL’immagine sociale della menopausa

La menopausa è un argomento di cui il 78,0% delle donne afferma di parlare senza alcun problema, ma alcune hanno affermato di parlarne solo con altre donne già in menopausa (l’8,6%), solo con le amiche (il 7,0%) o con il partner (l’1,3); mentre il 5,1% non ne parla con nessuno perché l’argomento le imbarazza. Nell’immaginario collettivo la menopausa è vista negativamente proprio per l’impatto sulla dimensione della sessualità. Il 42,5% del campione ritiene ininfluente la menopausa sull’attività sessuale, mentre il 43,8% ritiene che la menopausa provoca cambiamenti fisiologici tali da ridurre il desiderio femminile e il 33,3% fa riferimento a motivazioni psicologiche per spiegare la diminuzione del desiderio sessuale. Il 66,2% delle donne afferma che con la menopausa il corpo subisce cambiamenti estetici negativi (capelli, pelle, peso) che peggiorano l’immagine di sé e il 64,7% sostiene che i disturbi della menopausa vengono sottovalutati socialmente. La menopausa è considerata una condizione positiva dal 39,4% delle intervistate perché elimina il problema delle gravidanze indesiderate, ma il 26,8% segnala una perdita di interesse per la sessualità.

L’impatto esistenziale

Il 61,2% delle donne reputa buona la propria vita sessuale, con una differenza rilevante tra le donne non ancora in menopausa (77,3%) e quelle in menopausa (56,3%), mentre il 13,2% la ritiene insoddisfacente e il 6,6% la giudica pessima. Tra le donne intervistate c’è anche chi (16,8%) ha rinunciato ad avere una vita sessuale soddisfacente, principalmente tra le donne in menopausa (20,3%) e una quota minima del 2,2% che non ha mai avuto una vita sessuale. Passando dalla condizione di chi non è ancora in menopausa a quella di chi lo è si riduce la quota di intervistate che si giudicano molto e abbastanza felici (dal 71,8% tra chi non è ancora in menopausa al 62,4% tra chi è in menopausa).

Cristina Montagni

Soprattutto Donna! Valore e Tutela del Caregiver Familiare

Si scrive caregiver – “chi si prende cura” – si legge donne. Un ruolo svolto da loro per il 92% e per il 31% sono sole. Manager delle cure familiari assistono un parente ammalato o disabile, parlano con il medico di famiglia, il pediatra, il cardiologo, l’oncologo e così via. Una realtà che coinvolge 9 italiane su 10, ma 1 su 5 non ce la fa. Un esercito femminile, che per conciliare famiglia e lavoro, trascura sé stessa e la propria salute, e in alcuni casi rimane sola nella gestione della malattia, anche se grave. L’allarmante fotografia è stata analizzata il 7 marzo a Roma al Tempio di Adriano in occasione dell’evento di Farmindustria, in collaborazione con Onda, insieme alla presentazione dell’indagine condotta da Ipsos per Farmindustria. Al convegno sono intervenuti Massimo Scaccabarozzi, Presidente Farmindustria, Enrica Giorgetti, Direttore Generale Farmindustria, Emilia Grazia De Biasi, Presidente Commissione Igiene e Sanità Senato della Repubblica, Chiara Ferrari, Group Director Ipsos, e Beatrice Lorenzin, Ministro della Salute.

Indagine Ipsos sul ruolo della donna come protagonista e influencer nel caregiving

Il caregiving familiare in Italia è lasciato nelle mani delle donne che cercano di bilanciare l’impegno con le necessità, i propri interessi e le proprie aspirazioni. Le donne ricoprono un ruolo sociale che produce elevati risparmi economici per le casse dello Stato. Hanno bisogno, come emerge dall’indagine Ipsos, di un welfare che le aiuti a prendersi cura della famiglia e di sé stesse. Una funzione svolta in via sussidiaria dalle industrie. 

Dallo studio Ipsos/Farmindustria, su un campione di 800 donne adulte in Italia, soltanto il 14% delle italiane di 18 anni ed oltre, il coinvolgimento come caregiver è nullo. Per il restante 86%, con diversi gradi di impegno, l’equilibrismo tra molteplici ruoli e compiti è un esercizio quotidiano. In particolare, le necessità familiari che ruotano attorno alla sfera della salute, sono di competenza delle donne per la presenza al momento della prevenzione (66%), sul percorso terapeutico (65%), e interlocutrici privilegiate del medico nella fase della diagnosi (58%), e della terapia (59%). Questa incombenza è più sentita quando si tratta della salute dei bambini, allorché la donna delega al partner solo in una ristrettissima minoranza di casi la cura (6%) e l’interlocuzione con il pediatra (5%). Aumenta il grado di autonomia quando è la donna ad aver bisogno di cure: nel 46% dei casi per problemi lievi di salute e nel 29% per gli eventi più gravi, la donna fa da sé. Fa tanto più da sé, quanto più è abituata ad assumersi molteplici responsabilità (68% delle donne con alto tasso di coinvolgimento nel caregiving). Il 28% delle donne intervistate, ha almeno un soggetto bisognoso di accudimento, perché portatore di una fragilità. In prevalenza si tratta di persone anziane, più o meno autosufficienti (20% sul totale) ma in un caso su dieci si tratta di un malato grave o un soggetto disabile. Nelle famiglie in cui la donna si occupa di un malato – 9% dei casi – quasi sempre è una persona anziana (madri, padri, coniugi), mentre rari sono i figli malati ad essere accuditi. Anche in questo caso, la delega è nulla: un terzo delle donne fa da sé, circa la metà può contare su un aiuto in famiglia mentre soltanto nel 14% dei casi, si appoggia ad un aiuto esterno. Questo incide sulla soddisfazione personale (51% insoddisfatte, tra coloro che si occupano di un malato grave). L’elevato coinvolgimento, e lo sforzo che il caregiving richiede loro, fa sì che la percezione delle donne rispetto alle politiche di welfare in Italia, risulti arretrato se confrontato con il resto dell’Europa (69% delle intervistate). Appare chiaro alle donne italiane che la crisi ha generato un cambiamento sui bisogni della popolazione (72%) e che i decisori politici non hanno saputo interpretare il sistema di welfare (70%), soprattutto ai bisogni delle fasce di popolazione più deboli (69%). Le italiane sono consapevoli che l’attuale sistema non è sostenibile (46%) e la capacità di perequazione sociale è limitata (32%). Metà delle intervistate (48%), ritiene che il mondo dell’impresa potrebbe sostenere parte dell’onere di protezione. Tra le lavoratrici (circa il 40% delle intervistate) una lavoratrice su 4 (26%) non conosce il meccanismo, mentre il 23% dispone in azienda di una misura di sostegno, ma solo il 7% ne fa uso e lo giudica una buona misura per la gestione nel work-life balance (equilibrio tra vita personale e professionale).

Le soluzioni dell’industria farmaceutica 

Nelle imprese del farmaco il welfare aziendale è sviluppato più di altri settori. Il 100% delle donne ha a disposizione previdenza e sanità integrativa – grazie al contratto collettivo e alle facilitazioni offerte dalle stesse aziende – e ha il 70% servizi di assistenza, nel 32% dei casi specificamente per i familiari anziani o non autosufficienti.  Oltre il 90% delle lavoratrici può utilizzare servizi per “dilatare” il tempo che sembra non bastare mai quali trasporti, mensa, carrello della spesa o altri fringe benefit. Senza dimenticare agevolazioni come il part-time o lo smart working.

“Le donne oggi sono sempre più “superdonne”, ha commentato Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria. Per questo vogliamo lanciare un’alleanza terapeutica che definiamo della tripla A (Appropriatezza-Aderenza-Alleanza). L’industria farmaceutica – ha commentato – è consapevole del ruolo della donna perché da anni è “rosa”. La quota femminile è del 42% sul totale, con punte di oltre il 50% nella R&S (ricerca e sviluppo) e un dirigente su tre è donna, mentre negli altri settori la quota è di uno su dieci. Vogliamo insistere sul fattore “D”, come donna. E trovare soluzioni concrete che possano essere di supporto alle donne”, ha concluso Scaccabarozzi.

Il punto di vista delle Istituzioni

“Il caregiver deve diventare una figura riconosciuta” – ha dichiarato la presidente della commissione Sanità al Senato, Emilia De Biasi. “Non c’è ancora una società pronta ad accogliere una donna madre ed è qui che la politica deve intervenire”. Con la legge di Bilancio 2018, spiega la vice presidente della commissione Sanità al Senato, Maria Rizzotti, è stato istituito un fondo ad hoc per il sostegno del ruolo di cura e assistenza del caregiver familiare. Ha anche precisato che nella prossima legislatura si dovranno capire quante risorse saranno disponibili per il caregiving e vigilare per evitare sprechi finanziari. 

Per il Ministro della Salute Beatrice Lorenzin serve una politica al passo con i tempi. “Il governo si deve adattare alla nuova popolazione, pensando alla gestione degli anziani, alla trasformazione del lavoro, perché è impensabile che a 65 anni un cittadino farà lo stesso mestiere che a 25. Questo nuovo welfare richiederà più risorse e per questo è importante che il 60% delle donne lavori per contribuire al Pil e raggiungere il livello europeo. Oggi le donne si ammalano di più perché si trascurano, quindi vanno tutelate con servizi adeguati. Quando sarà loro concesso di essere madri e lavoratrici, allora l’Italia potrà cominciare a crescere in termini di natalità”.

Cristina Montagni