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Women Business Leader WEGATE Piattaforma UE online

Donne e impresa in Ue

Le donne rappresentano il 52% della popolazione europea e tra le lavoratrici autonome raggiungono il 34,4%. I principali ostacoli che impediscono alle donne di avviare una attività propria sono l’accesso al credito, accesso alle informazioni, alla formazione, insieme alle difficoltà legate alla conciliazione tra vita e lavoro. La Commissione Europea ha individuato le donne come target sul piano Horizon 2020, che propone azioni concrete per far emergere il potenziale imprenditoriale europeo e incoraggiare la cultura dell’innovazione in Europa. Il piano sottolinea la necessità di sostenere l’imprenditorialità femminile, insieme ad iniziative promosse in favore di giovani, disoccupati e migranti. Per sostenere il talento e la crescita delle imprenditrici in Europa, l’Unione Europea ha lanciato WEgate che offre: 

  • possibilità di networking,
  • opportunità di formazione,
  • buone pratiche,
  • storie di successo,
  • informazioni per avviare e sviluppare un’impresa,
  • organizzazione di eventi.

 

kroll_gender_equality_homepageLe donne che intendono avviare un’impresa possono fare riferimento alla piattaforma per trovare il supporto e le informazioni necessarie, dalla ricerca dei fondi a sostegno degli investimenti alle opportunità di internazionalizzazione.

Interessante è il lancio del premio Women Innovators Prize edizione 2017.  La call incoraggia le donne a sfruttare le opportunità offerte dai loro progetti di ricerca e innovazione. Per informazioni è possibile consultare il link: Horizon 2020 – premio Ue donne innovatrici 2017

Cristina Montagni
Studi correlati
News release on the study by Peterson Institute for International Economics
EU policies on gender equalityGender equality in Justice
Promoting gender equality in research and innovation (Horizon 2020)

ILO: donne e parità. Si ma tra 100 anni

Il 4 ottobre 2016 durante l’evento della Phyrtual innovation week, organizzato dalla Fondazione Mondo Digitale e dall’Organizzazione Internazionale del lavoro (ILO), presenta gli ultimi dati sulla partecipazione attiva delle donne al mercato del lavoro. Un tasso di attività che si attesta intorno al 50% contro il 77% degli uomini e una precarietà che sfiora il 46%. Secondo la ricerca, la probabilità che nelle imprese ci sia una donna alla testa dell’azienda è molto bassa. Sul fronte dei guadagni, la parità è certamente lontana: per lo stesso impiego le donne guadagnano mediamente il 77% in meno rispetto agli uomini. Senza contare poi che le donne occupano ben ventisei ore a settimana nella cura delle faccende domestiche e altre attività non retribuite all’interno del nucleo familiare. Per il World Economic Forum, ci vorranno oltre 100 anni per raggiungere la piena parità di genere sul lavoro. A questo proposito, la Fondazione Mondo Digitale ha lanciato il progetto Women in Technology (Wit). Un progetto biennale in collaborazione con la Costa Crociere Foundation. Centocinquanta studentesse di tre regioni italiane – Calabria, Campania e Sicilia – riceveranno un finanziamento imprenditoriale nel settore dell’high technology, per favorire il loro ingresso nel mondo del lavoro nei tre territori italiani dove la condizione femminile è molto penalizzata. Solo nel nostro Paese – secondo il direttore generale della fondazione Mondo digitale, Mirta Michilli – se ci fosse una vera parità di genere sul fronte del lavoro, il Pil crescerebbe del 15%. Oggi c’è scarsa informazione sulle opportunità di lavoro perché continuano a mancare dei modelli positivi in favore delle donne. In più le donne, che a livello nazionale fanno una scelta verso facoltà scientifiche, sono pochissime. Gli interventi come quelli della Fondazione Mondo Digitale vanno in questa direzione, aiutare le ragazze a capire che le tecnologie non sono da nerd ma da geek, da appassionati.

Cristina Montagni

Rapporto Nazioni Unite 2016: Disuguaglianza di genere ed emancipazione femminile in Africa

SE LO SVILUPPO NON E’ GENERATO, E’ PERICOLOSO 

UNDPConferenza delle Nazioni Unite.
La disuguaglianza di genere costa all’area sub-sahariana circa il 6% del PIL della regione, mettendo a repentaglio gli sforzi che il continente sopporta in termini di sviluppo umano e crescita economica. Questa è la denuncia riportata nel secondo Rapporto delle Nazioni Unite: “Advancing Gender Equality and Women’s Empowerment in Africa”, (UNDP). 

Helen Clark-Segretario Generale delle Nazioni Unite-dichiara che il raggiungimento della parità di genere e dell’empowerment delle donne è un imperativo per lo sviluppo, l’unica strada da intraprendere. Il rapporto UNDP analizza i diversi driver politici, economici e sociali che ostacolano all’avanzamento delle donne africane e propone azioni concrete per colmare il gender gap. Strumenti in grado di affrontare la contraddizione tra le disposizioni e le prassi nelle leggi di genere, abbattimento delle norme dannose per le donne, trasformazione dei contesti istituzionali/discriminatori, garantire maggiore partecipazione economica, sociale e politica delle donne.

Costi della disuguaglianza di genere

Ostacoli strutturali come la diseguale distribuzione delle risorse, potere e ricchezza, in combinazione con le istituzioni sociali e le norme che sostengono la disuguaglianza stanno tenendo lontane le donne africane dallo sviluppo sociale, economico e culturale. Il rapporto stima che ogni aumento di un punto percentuale nella disuguaglianza di genere, riduce l’indice di sviluppo umano del paese dello 0,75%. L’Indice di Sviluppo Umano (HDI) è una misura sintetica del rendimento medio dello sviluppo umano: vita lunga e sana, essere informati ed un buon livello di vita dignitosa. Il divario di genere è pesante nelle iscrizioni alla scuola primaria e nella partecipazione a tutte le attività di lavoro; bassa partecipazione femminile alla forza lavoro, alto tasso di mortalità materna. Il rapporto inoltre afferma che il 61% delle donne africane combatte quotidianamente l’esclusione economica, un lavoro sottopagato e sottovalutato. Il 66% dei posti di lavoro delle donne africane sono nel settore informale, mentre tra il 7 ed il 30% del tessuto imprenditoriale ha come manager una donna. Le attuali norme sociali sono un ostacolo al progresso delle donne africane. Limitare l’accesso all’istruzione, al lavoro dignitoso equamente retribuito, crea una profonda spaccatura nel tessuto societario che si traduce in bassi tassi di crescita economica per la difficoltà di accesso alle risorse economo-finanziarie. Il dato sconcertante è che oltre 17 milioni di donne e ragazze sono ancora “portatrici di acqua” con conseguenti rischi per la salute: danni ai muscoli e malattie legate all’acqua. Numerose ed altre motivazioni come la violenza sessuale, l’alta mortalità materna riducono enormemente la possibilità di aprire proprio conto bancario o avere accesso al micro-credito. Per queste ragioni il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo, secondo l’Agenda 2063, rimarrebbe una mera utopia. Colmare il gap di genere non sarebbe solo guidare l’Africa verso una crescita economica a due cifre, ma contribuirebbe in maniera significativa al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo.

Percorsi di parità di genere e l’empowerment delle donne

Affrontare la disuguaglianza di genere richiede una visione a 360 gradi da parte dei governi e dalla società intera, tenendo conto del benessere delle donne e delle opportunità economiche per una vita produttiva. Il rapporto propone diversi percorsi strategici per l’uguaglianza di genere e l’empowerment delle donne:

  • pianificare e definire delle priorità di bilancio per l’uguaglianza di genere, rinunciando ad una visione politica ed economica di breve periodo per tracciare una roadmap di sviluppo inclusiva e stimolante.
  • affrontare il tema della revisione delle norme sociali.

Il rapporto raccomanda sei azioni per accelerare il processo di raggiungimento della parità e l’empowerment delle donne, in base agli obiettivi dell’Agenda 2063: 

  • adozione di approcci multi-settoriali nella promozione della parità di genere e l’empowerment delle donne. 
  • capacità dei governi di incoraggiare il coinvolgimento delle donne nei processi decisionali.
  • adozione di nuove riforme legislative.
  • garantire che le istituzioni nazionali siano in grado di delineare un quadro sociale forte e proattivo, in grado di sviluppare politiche in linea con le esigenze della società.
  • dare valore ai dati per migliorare il processo decisionale valutando l’impatto sia a livello locale che regionale. 
  • impegnarsi nella cooperazione regionale per l’attuazione di politiche ed iniziative di genere in tutti i settori produttivi.

Il raggiungimento della parità di genere e l’empowerment delle donne può essere raggiunto attraverso le alleanze dei diversi policy makers: governo, società civile, settore privato e cooperazione allo sviluppo. In questa prospettiva il Rapporto sollecita di istituire una banca d’investimento delle donne africane, pensare ad una “Certificazione per la parità di genere” e promuovere standard di parità nei luoghi di lavoro. 

Cristina Montagni

Svantaggi sociali del “TELE-DUMPING”

Uno svantaggio del telelavoro consiste nel fatto che spesso i datori di lavoro fanno pressione sui lavoratori affinché abbandonino lo status di dipendenti per divenire lavoratori autonomi, vulnerabili, quindi, da un punto di vista di protezione sociale. 

Nel processo di mondializzazione economica, il telelavoro è destinato ad un florido avvenire, tanto risponde bene alle esigenze di una accresciuta flessibilità sia dello spazio che dei costi poiché costituisce un buon mezzo per contenere i costi salariali impiegando lavoratori, a bassi livelli salariali, sia su scala nazionale che internazionale. Il telelavoro, tuttavia, rischia di accrescere il dualismo tra i paesi che hanno accesso alla tecnologia e quelli che non la possiedono potenziando il gap nell’utilizzo delle conoscenze tecnologico – informatiche. Nel secondo caso, sono le donne a risentirne per prime poiché hanno meno accesso degli uomini alla educazione e ad una formazione tecnico-scientifica adeguata agli standard oggi richiesti.

Cristina Montagni

L’altra metà del Sole

VIOLENZA ALLE DONNE? UNA QUESTIONE CULTURALE

Il 9 maggio a Palazzo Chigi, la Ministra delle Riforme, Maria Elena Boschi presenta per la prima volta la cabina di regia interistituzionale contro la violenza di genere. Il governo dichiara nella riunione lo sblocco dei fondi per i centri antiviolenza. Un problema spinoso che da tempo grava a quei centri che lavorano a livello locale per aiutare le donne vittime di violenza che senza fondi rischiano di chiudere i battenti sia a Roma che nel Sud Italia. L’insediamento delcabina-regia-meb-1la Cabina di regia è un reale impegno sul tema della lotta alla violenza. E’ il primo organismo governativo di coordinamento politico che sia mai stato istituito a livello nazionale sui temi della violenza sessuale e di genere. Alla riunione hanno partecipato i Ministri Giannini e Costa, il Vice Ministro Bubbico, i Sottosegretari Sesa Amici, Della Vedova, Chiavaroli, De Micheli e Lucia Annibali, consulente del Dipartimento delle Pari opportunità. L’organismo rappresenterà un luogo di confronto politico, strategico e funzionale tra le Regioni, Enti locali ed Amministrazioni statali. Lo scopo è quello di offrire una maggiore coerenza tra le attività di contrasto alla violenza sul territorio nazionale. Nella Cabina regia sono emerse anche la necessità di una sempre maggiore trasparenza, ed efficacia sull’utilizzo delle risorse e l’esigenza di individuare percorsi innovativi che consentano di realizzare pienamente tutte le finalità del Piano, per proseguire l’impegno italiano a dare attuazione alle indicazioni della Convenzione di Istanbul. Si ritiene utile una programmazione attenta delle risorse ed un coordinamento tra i diversi livelli istituzionali e sfruttare appieno le sinergie tra le azioni a livello centrale e locale. Infatti molto spesso le violenze avvengono nell’ambito familiare e l’assenza di un’autonomia economica rappresenta spesso un ostacolo alle denunce. E’ necessario quindi rafforzare e tutelare le donne anche attraverso misure che favoriscano l’autonomia finanziaria e l’inserimento sociale. In particolare l’impegno non è solo il contrasto ma anche la prevenzione e la diffusione della cultura del rispetto, attraverso un lavoro sul linguaggio e campagne di comunicazione mirate contro gli stereotipi.

Cristina Montagni

Status Women’s Work 2015

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L’Italia si caratterizza per una partecipazione molto bassa della forza lavoro femminile. Questa realtà incide in maniera rilevante tra le donne nel sud Italia. In un certo senso, l’ampio settore informale compensa tale situazione, ma non completamente. Il tasso di partecipazione delle donne alla forza lavoro è uno tra i più bassi dell’OCSE: 54,4% a fronte di una media OCSE del 62.6% nel 2013. Le tradizioni sociali costituiscono uno tra i fattori determinanti secondo le quali la responsabilità della cura dei figli e dei membri più anziani della famiglia deve essere sostenuta dalla donna. In Italia poi l’offerta di servizi di assistenza all’infanzia è molto scarsa. Solo il 24% dei bambini italiani fino ai tre anni di età è iscritto in strutture formali di assistenza all’infanzia, a fronte di una media OCSE del 33%, e circa l’8% delle donne lascia il lavoro per prendersi cura della famiglia e dei figli. Il tasso di natalità è uno dei più bassi in Europa, per cui l’offerta di servizi di assistenza all’infanzia dovrebbe avere un minore impatto sull’occupazione femminile che altrove, ma il ruolo tradizionale della donna nell’assistenza dei genitori anziani è probabilmente altrettanto importante. Il Governo si sta impegnando, attraverso manovre economiche ad hoc per incoraggiare la partecipazione delle donne all’occupazione aumentando l’offerta di servizi per l’infanzia introducendo un credito d’imposta per le famiglie a reddito medio-basso con figli.

Cristina Montagni

OMS: nel mondo 303 mila donne muoiono durante la gravidanza e il parto

Ogni anno nel mondo muoiono per gravidanza e parto circa 303 mila donne, mentre 2,7 milioni di bambini muoiono nei primi 28 giorni di vita e 2,6 milioni nascono morti. La demografia ci insegna che tali morti nella maggior parte dei casi si sarebbero potuti evitare con cure di qualità e con l’intervento di medicina prenatale. Questa è la notizia scioccante che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) scrive sul suo sito.
Quasi tutti i bambini nati morti e la metà di tutte le morti neonatali non sono registrate con un certificato di nascita o morte, quindi non sono mai state rilevate e analizzate nel sistema sanitario. Spesso i paesi non sono a conoscenza del numero reale dei decessi né delle cause che hanno provocato le morti, quindi non è possibile adottare provvedimenti efficaci e tempestivi per prevenire il fenomeno. I rapporti ufficiali sottostimano la reale portata della mortalità materna fino al 30% nel Front covermondo e del 70% in alcuni paesi. A questo scopo per rinnovare l’interesse al problema, l’Oms ha rilasciato 3 documenti come linee guida da seguire per tutti i paesi, allo scopo di quantificare e migliorare gli standard di qualità delle donne in gravidanza e durante il parto. Tre documenti per aiutare i paesi a migliorare la raccolta dei dati sulle morti materne e neonatali. Il primo intitolato “Who application of the International classification of disease-10 to deaths during the perinatal periodapprofondisce sui sistema standard di classificazione, in modo ad esempio da collegare le condizioni della donna incinta, come diabete e ipertensione, alle morti durante il parto. Il secondo rapporto chiamato “Making every baby coBook cover image.unt: audit and review of stillbirths and neonatal deaths è una guida su come analizzare le morti individuali, per implementare possibili soluzioni. Il terzo Book cover image.documento definito “Time to respond: a reporton the global implementation of maternal death surveillance and response è finalizzato a rinforzare i processi di revisione della mortalità materna in ospedali e cliniche.

Cristina Montagni

Pregiudizi e sospetti, visioni distorte della femminilità

Troppe volte le donne vivono nella “condizione della scartata”. Lo ha detto Papa Francesco nel corso della catechesi durante l’udienza generale in piazza San Pietro tenutasi il 31 di agosto presso la Città del Vaticano. Riflettendo sull’episodio raccontato dai Vangeli della donna affetta da perdite di sangue, il Pontefice ha ricordato che questa era in una condizione di emarginazione per la cultura e la legge: una “scartata” dalla società e dalla religione del tempo. “Questo caso fa riflettere su come la donna sia spesso percepita e rappresentata. Tutti siamo messi in guardia, anche le comunità cristiane, da visioni della femminilità inficiate da pregiudizi e sospetti lesivi della sua intangibile dignità. In tal senso sono proprio i Vangeli a ripristinare la verità e a ricondurre ad un punto di vista liberatorio”. Eppure Gesù, al quale la donna si è rivolto per trovare salvezza, “ha ammirato la fede di questa donna che tutti evitavano e ha trasformato la sua speranza in salvezza. Non sappiamo il suo nome, ma le poche righe con cui i Vangeli descrivono il suo incontro con Gesù delineano un itinerario di fede capace di ristabilire la verità e la grandezza della dignità di ogni persona. Nell’incontro con Cristo si apre per tutti, uomini e donne di ogni luogo e di ogni tempo, la via della liberazione e della salvezza“.

Cristina Montagni
Udienza del 31 agosto, dedicata alla dignità della donna e di tutti coloro che vengono “scartati” a causa dei pregiudizi.