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Roadmap e Summit G7 di Taormina. Politiche e strategie sulla Parità di Genere entro 2030
A conclusione del Vertice di Taormina, i leader del G7 firmano la roadmap sulle politiche da intraprendere sulla parità di genere entro il 2030. Il piano punta sul lavoro femminile, sull’imprenditoria, sull’empowerment economico e la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro.
Vediamo le principali risoluzioni dell’accordo:
Impegno del G7 e misure concrete entro il 2022
Entro il 2022 si dovrà facilitare l’ingresso delle donne imprenditrici nel tessuto sociale, offrire incentivi all’accesso al credito attraverso la garanzia di fondi soprattutto nella fase di start-up. Saranno individuate campagne di sensibilizzazione per informare le donne sulle risorse disponibili per la creazione di reti e la promozione dell’imprenditorialità femminile. L’impegno dell’UE è aumentare la formazione, il mentoring, le opportunità di networking sostenendo politiche di cooperazione allo sviluppo in diversi settori produttivi.
Lavoro dignitoso per le donne
Nei criteri di crescita si auspica l’aumento del 25% della partecipazione femminile al lavoro entro il 2025, oltre al miglioramento della qualità dell’occupazione femminile riconoscendone il ruolo positivo nel mercato occupazionale equiparando reddito e pensioni agli uomini. Il G7 si impegna a promuovere l’impiego delle donne nei management aziendali soprattutto nell’economia informale in cui sono sottorappresentate. Si impegna a riconoscere la cura e il lavoro domestico non retribuito quale contributo all’economia globale che grava sulle donne e sulle ragazze. La delegazione sollecita l’aggiornamento delle banche dati delle statistiche nazionali ISTAT, delle Nazioni Unite, OCSE, FMI, BM, OIL e della Commissione Europea. L’ISTAT sarà l’unico ente preposto per coordinare le statistiche in base alle caratteristiche definite secondo le nuove regole definite dal G7. Per armonizzare le banche dati degli Enti nazionali, si adotterà un metodo condiviso tra i dati degli Enti nazionali e quelli dell’OECD. Le banche dati dovranno stimare le attività delle famiglie tenendo conto degli impieghi non retribuiti a livello nazionale e internazionale con l’ausilio di sportelli per quantificare il lavoro a tempo determinato con indagini ad hoc, già a disposizione dai sistemi confederali CISL. L’ILO dovrà inoltre proseguire il programma di lavoro pilota (LFS) con l’obiettivo di scrivere le linee guida e sostenere il G7 per all’attuazione della risoluzione 19 ICLS sulle statistiche di lavoro entro il 2018.
Investimenti in infrastrutture sociali
Si riconosce alle infrastrutture sociali – reti, luoghi, progetti e servizi – un ruolo cruciale per aumentare lo standard di vita e di qualità delle comunità. Saranno stimolate le strutture didattiche, le aree ricreative, i programmi culturali per facilitare i contratti di lavoro per le donne impiegate in ambito informale. Il G7 aumenterà le dotazioni finanziarie nelle infrastrutture in servizi sociali con la promozione di partenariati pubblico-privati. I Ministeri del lavoro si impegneranno per l’integrazione tra i sessi nei processi di pianificazione, monitoraggio e budgeting nelle infrastrutture sociali.
Investimenti in salute, benessere e alimentazione
Salute, benessere e alimentazione sono indicatori necessari per promuovere l’empowerment per le donne considerate come agenti di cambiamento. Per accompagnare questi cambiamenti si dovranno sostenere l’adozione di buone pratiche sanitarie e nutrizionali, migliorare la partecipazione economica delle donne, l’alfabetizzazione dei giovani, promuovere la carta dei diritti degli adolescenti e delle donne in materia di salute, implementare l’accesso ai servizi sull’assistenza sanitaria e politiche mirate alla salute e al benessere.
Analisi di genere e di contrasto alla povertà
L’uguaglianza di genere è il principale strumento anti-povertà che si concretizza attraverso mirate politiche economiche, sociali e ambientali. Tutte le statistiche dei paesi evidenziano strette connessioni tra sesso, povertà, l’empowerment e diseguaglianza. A questo proposito ecco alcune delle riflessioni in grado di contrastare questi fenomeni.
Esclusione sociale
Esperti nazionali, regionali e internazionali ritengono che per contrastare la povertà, occorre disporre di una politica comune e avviare analisi multidimensionali in riferimento al sesso e alla povertà che per effetto della crisi hanno investito l’occupazione femminile in un contesto globale. Si incoraggiano partenariati internazionali per rafforzare le indagini statistiche e disporre di analisi innovative disaggregando le informazioni in base al sesso e età e capire quali sono le barriere che impediscono ai gruppi di accedere ai servizi di base per la salute.
Gli strumenti di contrasto
- Incentivare le strategie anti-povertà con aspetti economici e sociali;
- Sostenere politiche sull’occupazione attraverso sistemi di detassazione alla famiglia, sull’assistenza sanitaria e assistenza agli anziani;
- Sviluppare politiche abitative idonee per uscire dalla povertà e dalla disuguaglianza considerando con attenzione i fenomeni della disabilità, razza, etnia, religione e composizione familiare che influenzano lo status sociale di donne;
- Riconoscere alle donne – impiegate nell’occupazione precaria – politiche sul congedo retribuito, modalità di lavoro flessibili, custodia dei bambini e cura a lungo termine;
- Per combattere l’occupazione precaria, gli stati membri incoraggiano privati, aziende statali e datori di lavoro ad adottare strumenti di conciliazione tra lavoro e cura delle responsabilità per le donne e per gli uomini, riducendo il gap retributivo;
- Incoraggiare le aziende a sostenere accordi di lavoro flessibili per le famiglie;
- Incentivare sul posto di lavoro misure di sostegno al credito;
- Disegnare una mappa dei settori in cui il divario tra i sessi è più rilevante;
- Promuovere maggiore partecipazione delle ragazze nella scienza, tecnologia, ingegneria, matematica e medicina (STEMM), riconoscendo che l’area digitale e le competenze tecnologiche sono quelle in cui le donne e le ragazze sono sotto-rappresentate. Queste competenze saranno il requisito fondamentale per accedere a molti posti di lavoro ad alto rendimento economico;
- Rafforzare la collaborazione tra università e ricerca, istituti e settore privato.
Eliminare la violenza contro le donne e le ragazze
I leader G7 si impegnano a promuovere misure per contrastare la violenza contro le donne e le ragazze nel settore pubblico e privato. La violenza contro le donne è una violazione, un abuso dei diritti umani che producono costi diretti e indiretti rilevanti per tutta la società. I governi daranno una risposta forte per contrastare ogni forma di molestia – incluse le pratiche dannose contro i bambini, il matrimonio precoce e forzato, la mutilazione genitale femminile, la violenza domestica, la tratta di esseri umani nello sfruttamento sessuale e lavorativo – contro le donne e le ragazze, compresi i migranti e i rifugiati in una cultura di reciproco rispetto. Per combattere questi atti si adotterà una strategia nazionale attraverso un incremento delle risorse finanziarie promuovendo per gli educatori la formazione alla parità di genere con norme sugli stereotipi contro le ragazze nelle scuole a tutti i livelli di istruzione entro il 2022. Sarà compito degli Stati monitorare l’attuazione di leggi e politiche legate alla violenza contro le donne analizzando dati rilevanti sui tipi di violenza perpetrati nei confronti di donne e ragazze. Saranno raccolti e pubblicati con regolarità i dati disaggregati per sesso e età in modo da monitorare il fenomeno, esplorando le cause e identificando i gruppi vulnerabili e le nuove forme di violenza. Si investirà in campagne d’informazione volte a coinvolgere i ragazzi, come attori di cambiamento, per aumentare la consapevolezza degli effetti negativi mostrando immagini degradanti delle donne e atti violenti perpetrati contro le donne o incitamento alla violenza nei media. Si prevede inoltre un aumento di fondi per lo sviluppo in programmi sulla cooperazione e su tutte le forme di violenza entro il 2022 per la raggiungere la piena attuazione della risoluzione 1325 delle Nazioni Unite.
Cristina Montagni
Donne al lavoro, la scelta di fare impresa
Una fotografia dell’imprenditoria femminile commentata nell’ultimo rapporto del Censis e Confcooperative che prende in esame 1,32 milioni di imprese che in Italia sono guidate da donne. Lo studio presentato da Andrea Toma della Fondazione Censis e Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, ha visto la presenza di Anna Manca, presidente della Commissione dirigenti cooperatrici, che ha portato una riflessione sulla mission del fare impresa per le donne.
Le imprese femminili guidano la ripresa economica
Le aziende femminili crescono più del sistema imprenditoriale. Crescono nelle aree metropolitane del Sud – Reggio Calabria, Catania e Palermo in ambiti che fino a qualche anno fa erano una esclusiva maschile e trovano nella cooperazione il loro habitat economico preferito. Su un totale di 6 milioni e 74 mila imprese registrate, il 21,8% è guidato da donne. Fra il 2014 e il 2016 l’incremento delle imprese femminili è stato dell’1,5%, il triplo rispetto alla crescita del sistema imprenditoriale che non è andato oltre lo 0,5%.

Tra il 2014 e il 2016 i settori tipicamente maschili hanno registrato una crescita del 2,6% nei settori dell’energia e delle costruzioni. Se si restringe il campo nei settori made in Italy, (moda, turismo e agroalimentare), le imprese femminili confermano una crescita dell’1% fra il 2014 e il 2016, superiore a quanto si registra sul totale delle imprese appartenenti ai settori del made in Italy. In dettaglio, si colloca sopra al’1% la parte di imprese femminili impegnate nel turismo (+5,1%, ma raggiunge l’11,5% nelle attività di accoglienza), nei servizi per la ristorazione +4,4% e nell’industria alimentare +4,0%. Le imprese rosa nascono soprattutto nelle regioni centrali (+2,0%), al Sud (+1,8%), mentre il Nord Ovest e il Nord Est presentano incrementi contenuti (1% circa). Le regioni con più alto tasso di crescita sono il Lazio e la Calabria (+3,1%), mentre nel Nord, Piemonte, Val d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Liguria e Marche segnano un valore negativo. Le donne, commenta Maurizio Gardini presidente di Confcooperative, «hanno avuto il talento di trasformare fattori di svantaggio, tra pregiudizi e retaggi culturali, in elementi di competitività, riuscendo ad anticipare i fattori di novità del mercato, tanto che la ripresa è trainata dalle imprese femminili che crescono dell’1,5% rispetto a una media dello 0,5%. Nelle cooperative, fanno meglio e 1 su 3 è a guida femminile, è donna il 58% degli occupati e la governance rosa si attesta al 26%. Le donne, nelle cooperative si prestano ad essere un ascensore sociale ed economico importante perché conciliano meglio di altre vita e lavoro. La conciliazione resta il requisito per accrescere la presenza delle donne nelle imprese e nel mondo del lavoro». In termini di stock, una quota rilevante di imprese femminili è distribuita nel Mezzogiorno, dove sono presenti 476 mila aziende, pari al 23,7% del totale. Dall’esame delle 14 città metropolitane emerge al primo posto la Reggio Calabria con un tasso di femminilizzazione del 24,2% nel 2016, seguita da Catania con il 23,6% e da Palermo con il 23,4%. Roma e Milano sono sotto la media nazionale: Roma con 100 mila unità, mentre Milano supera le 60 mila imprese. In totale circa 464 mila imprese femminili sono concentrate nelle aree metropolitane, che rappresentano 1/3 dei valori nazionali. Le donne straniere guidano una quota considerevole nei settori del tessile e dell’abbigliamento con il 27,2% sul totale delle aziende rosa attive nel settore.

Le donne anticipano le trasformazioni nel lavoro
Mettersi in proprio sembra la strada più percorribile, fallita la ricerca del “posto di lavoro”, grazie agli sviluppi delle tecnologie e della comunicazione e ai costi contenuti per avvio di un’attività imprenditoriale o autonoma. Fattori che hanno contributo ad accrescere l’intraprendenza delle donne nel mercato del lavoro, nonostante la crisi abbia prodotto pesanti effetti sull’occupazione e sulle opportunità di inserimento nel lavoro. Le donne imprenditrici in Italia nel 2016 sono pari a 51 mila contro i 184 mila imprenditori uomini. I dati registrano una ripresa delle donne dal 2015, che anticipa di un anno la crescita degli imprenditori uomini avvenuta nel 2016. A fronte di un tasso di occupazione che ancora diverge per quasi 20 punti percentuali rispetto agli uomini (66,9% di questi ultimi contro il 48,5% delle donne a maggio di quest’anno), emergono fenomeni che attestano una forte volontà di partecipazione e di inserimento da parte della componente femminile. Il nuovo protagonismo femminile appare motivato – come scelta obbligata e come aspirazione – da una spinta all’iniziativa personale di fare in proprio. La vera novità proviene dall’andamento dell’occupazione nelle libere professioni. In questo segmento la presenza femminile è costante negli anni 2007-2016 con un saldo positivo di 259 mila professionisti, di cui 170 mila sono attribuiti alle donne e i restanti 89 mila agli uomini. L’incremento delle professioniste è pari al 5,1% delle occupate contro il 3,5% del 2007.
Innovazione sostantivo femminile
L’investimento in capitale umano realizzato negli ultimi decenni dalle donne ha fatto salire del 53,5% la quota delle laureate tra le occupate contro il 46,5% rispetto agli uomini. Per quanto riguarda la sezione del Registro delle imprese riservata alle startup innovative, nel 2017 le imprese a prevalenza femminile si attestano al 13,3% sul totale di 6.880. Produzione di software, consulenza informatica, ricerca e sviluppo e servizi ICT sono i principali settori di attività scelti dalle imprese guidate da donne. Fra i comparti innovativi quello delle web technologies copre il 45% delle imprese, mentre i settori come bioscienze, smart cities ed energia si aggirano intorno al 10%. Nel profilo degli startupper domina la componente maschile, con il 75,5% sul totale, lasciando alle donne il restante 24,5%. Ma è significativo che questa quota salga al 31,4% nel segmento più giovane degli startupper, e, fatto 100 il totale delle donne presenti nelle start up, la classe fino a 36 anni presenta una quota del 46,7%; fra gli uomini la percentuale dei più giovani si ferma al 36,4%.
Cristina Montagni
Il lavoro che cambia. Giornata dedicata al rapporto tra “Scienza, Tecnologia e Lavoro”
Il “lavoro che cambia“, questo il tema introdotto dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti il 22 giugno a Palazzo Rospigliosi. Una giornata dedicata al rapporto tra “Scienza, Tecnologia e Lavoro”, sul futuro scenario legato alla trasformazione del lavoro, alla diffusione dell’automazione e alla digitalizzazione. I temi approfonditi in quattro tavoli tematici sono dedicati al Lavoro, formazione, competenze; il progetto “Crescere in digitale”; Organizzazione del lavoro, nuovi processi produttivi, politiche attive; focus sulle piattaforme e Gig economy. Una giornata che anticipa i temi in occasione del centenario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro – ILO e del G7 Lavoro – che quest’anno si terrà a Torino dal 30 settembre al 1 ottobre. Nel corso dell’evento, il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, consegna la stesura del documento di sintesi ad ILO in vista del documento definitivo del centenario. Cesare Damiano, Presidente della Commissione della Camera, definisce l’attuale rivoluzione del lavoro unica che spostandosi verso il digitale e la robotica, porterà modifiche non indolori sull’occupazione e compito dei sindacati, delle imprese, del Governo, e dei Ministeri è per trovare un filo comune che intrecci il lavoro intelligente con l’alternanza scuola-lavoro.
Il lavoro che cambia nel mondo e consegna del contributo italiano all’iniziativa dell’ILO
Giuliano Poletti Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, consegna la reflection paper sul Lavoro che cambia, a Guy Ryder Direttore Generale ILO in occasione del centenario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. I cambiamenti sul lavoro sono globali, commenta Poletti, ma il paese deve affrontarli in un contesto europeo. L‘Italia ha intrapreso un dialogo con l’Europa sul pilastro sociale ma occorre lavorare sulla dimensione sociale dell’Europa, correlare l’economia reale ai parametri economici di bilancio, alla spesa e agli investimenti. Il primo investimento da cancellare dal fiscal compact è quello sulla conoscenza. Se il Governo italiano riesce a connettere le politiche economiche agli investimenti e al pilastro sociale, allora avrà costruito l’Europa dei lavoratori e l’Europa dei cittadini. Altro tema da affrontare in sede europea è quello della disuguaglianza di genere. Storicamente il nostro paese ha tassi di occupazione più bassi rispetto l’UE, questo dipende da una occupazione femminile scarsa per competere con il resto dell’Europa. Va ripensato l’impianto del welfare perché l’attuale è tagliato su un lavoratore standard, mentre occorre uno strumento mobile, uno stock di diritti e di tutele individuali che segua le dinamiche della vita dell’individuo per contrastare il dumping sociale ed economico e tutelare il nostro paese dai diversi regolamenti adottati dai paesi europei.
Lavoro, Formazione e Competenze
Per Stefano Sacchi Presidente INAPP, Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche ex Isfol, occorre una buona capacità di analisi. Capire quali sono le professioni che “tirano” rispetto a quelle che hanno scarsa domanda sul mercato a seguito dei processi di automazione del digitale, e capire su quali competenze andare ad investire. Il riordino del sistema dell’istruzione, nel breve-medio periodo può dare esiti positivi. L’alternanza scuola-lavoro coinvolge 1 milione e mezzo di ragazzi e una riforma moderna va riscritta tenendo conto del coinvolgimento delle imprese ad alta e media tecnologia. Per quanto riguarda il sistema duale, nato tra nel 2015-2016 con la Conferenza Stato-Regioni, vede la partecipazione di 15 regioni che hanno avviato percorsi di formazione per 21 mila studenti, di cui il 50% in Lombardia e il 25% in Sicilia. Complessivamente il 90% dei giovani è coinvolto nel programma di alternanza scuola-lavoro o in forme di impresa simulata. Un elemento non trascurabile è quello delle competenze che non deve coinvolgere solo i lavoratori ma anche gli imprenditori, ponendo attenzione al tessuto produttivo delle piccole e medie imprese per evitare una polarizzazione delle imprese di grandi dimensioni.
Cristina Grieco, Coordinatrice Assessori Regionali al lavoro, ritiene sia unanime l’impegno delle regioni ad andare avanti su questo percorso. Nonostante i diversi modelli produttivi, è possibile aumentare il numero dei ragazzi nei percorsi di formazione, e le regioni, hanno un ruolo decisivo nella programmazione degli strumenti dall’alternanza scuola-lavoro fino alla creazione di una rete di apprendimento permanente che impegna tutta la vita lavorativa dell’individuo. Con la Legge 107 (legge sulla buona scuola) è cambiata la dignità dei percorsi scolastici, infatti entrano oggi nei curricula degli studenti. Esistono però delle criticità che investono tutte le regioni, ad esempio quello di abbassare il livello di diffidenza che le imprese hanno nei confronti dello strumento dell’apprendistato di 1 e 3 livello e per questo si confida nel sostegno delle associazioni datoriali. Secondo Riccardo Giovani di Rete Imprese Italia, l’Italia è in linea con il Piano Nazionale Impresa 4.0. Il paese, continua Giovani, percorre una via tutta italiana per agganciare la quarta rivoluzione industriale dal momento che non si può prescindere dalle opportunità del saper fare italiano. La densità culturale dei prodotti, le specializzazioni, la cultura del territorio, e il turismo di qualità, sono peculiarità che non possono essere standardizzate ma vanno incentivate. Il 99% delle micro imprese occupano il 50% dei lavoratori con un totale di 11 milioni di occupati. Il tessuto micro imprenditoriale è a pieno titolo inserito nella quarta rivoluzione industriale e questo pezzo di impresa costituisce un driver importante per la ricchezza del paese. I trend mondiali vanno verso la ricerca e la personalizzazione del prodotto, e, l’innovazione tecnologica offre alla micro-impresa opportunità di aprirsi ai mercati globali, a costi bassi a fronte di un prodotto di elevata qualità. L’Industria 4.0 impatta sull’organizzazione del lavoro e su specifici contratti collettivi incidendo sul tema delle competenze dei lavoratori e degli imprenditori con la richiesta di impiego di figure professionali ibride.
Filippo Contino, Responsabile delle Relazioni industriali di Enel, parla di una consolidata esperienza dello strumento dell’apprendistato sperimentato già dal 2014, dove l’85% del personale proviene da aree tecniche. Da più di venti anni Enel forma giovani per colmare un gap dovuto alle richieste delle aziende soprattutto nelle soft-skills (lavorare in team, comunicazione, problem solving, proattività e assunzione di responsabilità). Nel 2014, in assenza di un quadro legislativo regolamentato, Enel ha adottato strumenti di alternanza scuola-lavoro, avviando un progetto in 7 regioni italiane con 145 ragazzi, ispirato al sistema duale tedesco, ma calato nella realtà italiana con l’aiuto dei sindacali e 7 regioni d’Italia. Insieme al Ministero della Pubblica Istruzione sono state individuate le scuole per la sperimentazione, che consiste in una settimana di formazione prima dell’inizio dell’anno scolastico. Il progetto prevede attività di laboratorio in azienda, avvalendosi di 500 tutor interni in grado di trasferire competenze ai giovani. A conclusione dell’anno scolastico i ragazzi che hanno partecipato al full immersion di 9 settimane sono stati assunti con contratti ad hoc e successivamente impiegati a tempo indeterminato. Un dato da segnalare è sono ancora poche le ragazze che scelgono percorsi tecnici o studi universitari con profili ingegneristici.
Il Presidente di Unioncamere Ivan Lo Bello parla di un sistema scolastico puro, non più percorribile che non coinvolge solo la formazione ma l’economia globale. Occorre individuare le competenze del futuro, le competenze digitali ma soprattutto sradicare la mentalità che l’attuale sistema culturale non risponde alle necessità di un mercato del lavoro che cambia. L’Italia ha grande capacità tecnologica ma non ha colto questo aspetto cumulando ritardi nei confronti dell’Europa. Unioncamere e Confindustria stanno offrendo un contributo nel programma dell’Agenda Digitale, ma solo il 4% dei giovani under 29 anni pratica un tirocinio in azienda. Per ridurre il gap scuola-lavoro, Unioncamere è impegnata nell’orientamento che inizia dalla scuola media e che rappresenta un volano per ridurre la disoccupazione.
Il Ministro dell’Istruzione e della Ricerca Scientifica Valeria Fedeli sottolinea che il tema della digitalizzazione è centrale ma occorre partire da un diritto soggettivo, un diritto che investe i lavoratori, dalla formazione fino ad una istruzione permanente. La digitalizzazione, la vera quarta rivoluzione industriale, non ha le caratteristiche delle precedenti innovazioni. Siamo di fronte ad un cambio di paradigma, nel modo di produrre, di pensare, di istruirsi, di consumare e vivere. È necessario cambiare le modalità con cui si approccia al sistema educativo che abbraccia tutti i soggetti dall’impresa agli attori sociali. Il fatto che al G7 di Torino saranno riuniti Ministero del lavoro, Ministro della Pubblica Istruzione, Ministro dello Sviluppo economico, significa che il sistema paese ha di fronte scelte importanti da prendere. La Ministra si sofferma su un punto cruciale, quello di non confondere i fattori abilitanti educativi, percorsi di formazione alternanza scuola-lavoro, lauree professionalizzanti, con strumenti differenti ad esempio gli ITS, scuole ad alta specializzazione tecnologica, nate per rispondere alla domanda delle imprese ad elevate competenze tecniche e tecnologiche. L’Alternanza scuola-lavoro è un fenomeno strutturale, entrerà negli esami di stato nell’anno scolastico 2018-2019 portando con sé una innovazione didattica in linea al mondo della cultura e del lavoro, generando nuovi skills e nuove competenze. L’innovazione formativa si pone l’obiettivo di incentivare l’occupazione femminile aumentando i percorsi STEM e come utilizzare lo strumento dell’apprendistato di 1 e 3 livello. Per puntare alla crescita del paese occorre lavorare insieme ai sindacati e proporre rapporti contrattuali diversi per un lavoro che cambia. La digitalizzazione, conclude la Fedeli, pone delle responsabilità sui contenuti, sulla cultura e sulla qualità di un apprendimento, una progettazione che obbliga la scuola, il mondo del lavoro e le imprese ad avere una visione qualitativamente allargata.
Diego Ciulli, Pubblic Polity Manager Google presenta il progetto Garanzia Giovani che conta diversi fattori di successo nel crescere in digitale. Un progetto win win rivolto a 1 milione di Neet, ragazzi sotto i 30 anni non impegnati in corsi di formazione e non occupati, reclutati sul web e avviati ad un tirocinio presso una azienda tradizionale offrendo un approccio di lavoro differente. Il successo del progetto Garanzia Giovani è la multidimensionalità, la partnership con Unioncamere e soggetti privati e istituzionali. Il nostro paese utilizza solo il 10% del potenziale digitale, dovuto al fatto che non ci sono sul mercato del lavoro competenze digitali tra lavoratori e imprenditori. Google accettando questa sfida a livello internazionale si è impegnata ad incidere sulla disoccupazione giovanile puntando sui ragazzi NETTs come digitalizzatori dell’economia nelle piccole e medie imprese. Attraverso la piattaforma clik lavoro, fondata da Unioncamere e Fondazione Tagliacarne, si invitano i ragazzi a partecipare al programma Crescere in Digitale, un corso di formazione gratuito online di 50 ore con 250 video tutorial a sostegno delle PMI. Il corso articolato in 120 laboratori territoriali è in grado di connettere aziende e giovani per ricercare le competenze che servono sul mercato. Google facilita questo matching attraverso 3000 tirocini rimborsati da Garanzia Giovani, gestiti da una community di esperti che assistono i ragazzi fino alla conclusione del percorso di formazione e le CCIAA che facilitano l’incontro tra la domanda e l’offerta di competenze digitali. Il progetto lanciato nel 2015, ha raggiunto 100.000 NEETs e a giugno 2017 il 36% dei ragazzi, hanno firmato un contratto di lavoro di cui il 20% è a tempo indeterminato.
Condivisione della responsabilità nel lavoro che cambia: la partecipazione dei lavoratori all’impresa
Per Anna Maria Furlan Segretaria Generale CISL, parlare di lavoro significa riconoscerne il valore sociale, un valore indissolubile della persona. La quarta rivoluzione industriale deve affrontare in tempi brevi i temi del cambiamento del lavoro e la modifica della composizione demografica della popolazione. La prima urgenza è immaginare una rivoluzione industriale inclusiva nel lavoro che investa tutti i settori delle imprese e dia risposte in termini di competitività a tutte le generazioni del lavoro. Le relazioni industriali e la contrattazione collettiva possono facilitare questo processo di trasformazione sollecitando la politica a investire sia nel pubblico che nel privato. La transizione va affrontata con strumenti specifici: fondi contrattuali e fondi bilaterali per rispondere ad 1 milione di lavoratori. È necessario allargare la base del rapporto tra impresa, lavoratori e scuola con la detassazione di secondo livello prendendo a campione il modello tedesco. Utilizzare i fondi contrattuali e i fondi assicurativi che valgono oltre 200 miliardi. Solo il 3% di queste risorse viene investito ma potrebbe essere utilizzato dai lavoratori nella partecipazione azionaria dell’impresa modificando l’attuale sistema fiscale.
Mauro Lusetti Co-Presidente Alleanza delle Cooperative parla di una difficoltà oggettiva nel creare un modello di partecipazione nelle medie e piccole imprese. Queste imprese hanno necessità di una solida continuità aziendale senza contare il fenomeno dei worker buy-out. Imprese che vengono recuperate dal fallimento e costituendosi in cooperative si riappropriano delle loro attività. Un fenomeno che interessa oltre 300 imprese e 15.000 lavoratori. La caratteristica che distingue gli worker buy-out è nella natura finanziaria, nell’efficienza aziendale e nella crescita della persona. Un futuro che vede la crescita di nuovi mestieri e professioni non convenzionali (caporalato, dumping contrattuale), è fondamentale rinsaldare il sentimento di consapevolezza dei diritti dei lavoratori. L’innovazione tecnologica va gestita, e il processo Industria 4.0 va accompagnato con percorsi di riqualificazione e alfabetizzazione digitale delle persone escluse dai processi produttivi aziendali.
Marina Calderone Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro (CUP) parla di un percorso positivo intrapreso dal Governo che guarda all’economia e al lavoro professionale in un’ottica diversa. Il welfare aziendale non può essere confinato alle sole dimensioni aziendali ma deve tenere conto delle specificità dei lavoratori. I lavoratori devono poter decidere sull’attività dell’impresa spesso formata da piccole realtà ma altamente qualificate. Partecipazione al lavoro significa considerare politiche di welfare aziendale intese come sostegno all’invecchiamento attivo e per lavoro dignitoso è urgente ridefinite condizioni di lavoro stimolanti in grado di abbracciare un patto generazionale che includa giovani nel mercato del lavoro. Individuare percorsi unificanti, e strumenti alternativi alle politiche tradizionali per predisporre un nuovo pilastro pensionistico. L’Italia deve modificare la propria visione d’impresa dove ancora prevale il binomio conflitto-contratto. L’impresa, in qualità di infrastruttura sociale, è un valore per la comunità, un concetto da coltivare, una ricchezza che il paese deve evitare di frammentare ma unire.
Organizzazione del lavoro, nuovi processi produttivi, politiche attive
Per Giovanni Brugnoli, Vicepresidente per il Capitale Umano Confindustria, vi è la necessità di formare costantemente i lavoratori nell’impresa in una Industria 4.0 che è cambiata rispetto a dieci anni fa. Per quanto riguarda le politiche attive, l’accordo siglato con i sindacati a settembre 2016 cerca di mantenere nella formazione un ruolo centrale per il ricollocamento e la costanza all’interno delle imprese. Il progetto Industria 4.0 non deve essere una parentesi temporanea ma una costante nei prossimi anni. Maurizio Del Conte, Presidente Anpal, paragona il lavoro attuale a una linea circolare che va governata nelle diverse fasi di transizione. Occorre operare un monitoraggio sui bisogni delle imprese e lavorare sui territori per creare questa circolarità attraverso misure concrete, pensando che le fasi di transizione sono un arricchimento, un salto di qualità nel lavoro. Poi ci sono le azioni di sistema che consentono di connettere il mondo delle imprese alle scuole per sviluppare elementi sinergici e costruire moltiplicatori di efficienza. L’Agenzia Nazionale Anpal è un punto di riferimento sul territorio nazionale in grado di accompagnare questo processo di trasformazione culturale anche nelle aree più difficili del paese.
Per Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico, l’innovazione tecnologica e l’internazionalizzazione sono fenomeni positivi ma vanno governati. La segmentazione richiede una strategia, una domanda interna strutturalmente stabile per intercettare la domanda internazionale e spiegarla agli italiani in un’ottica di lungo periodo più credibile. Agganciare la domanda interna attraverso la produttività con politiche volte a massimizzare i benefici dell’attuale transizione tecnologica, aiuta le imprese ad investire con maggiore tranquillità. La contrattazione deve avvicinarsi all’impresa per aumentare gli stipendi dei lavoratori e la politica deve inserirsi in un quadro organico tenendo conto delle trasformazioni demografiche, dei flussi migratori, delle condizioni di sicurezza del lavoro legate ai nuovi processi produttivi, della formazione giovanile e femminile e dei bisogni dei lavoratori anziani. A settembre nel G7 industria, partirà la seconda cabina di regia Industria 4.0 che sarà interamente dedicata al tema del lavoro, che avrà come focus la revisione del pilastro fiscale e finanziario e il pilastro delle competenze.
Il lavoro dignitoso e le nuove tutele
Susanna Camusso, Segretaria Generale CGIL, parla di un cambio di visione nella lettura del concetto di lavoro dignitoso. Passare da una Repubblica fondata sul lavoro a una fondata sui “lavoretti” è di straordinaria attualità. I lavoretti sono diventati nel tempo fonte di profitto e di diseguaglianza di lavori poveri. Il lavoro si sta polarizzando in maniera anomala, perché siamo in presenza di lavoro qualificato che assume caratteristiche ottocentesche, gratuito, tale da non permette una vita dignitosa. Non può esserci una gara al massimo ribasso e l’unica cosa è rimettere al centro la dignità dell’individuo che lavora, contare su una condizione di diritto, e non di subalternità all’idea dell’innovazione.
Ripartire dai diritti delle persone significa proporre degli standard minimi di tutela che mettano in sicurezza i lavoratori e la Carta dei Diritti va in questo senso. Per evitare che la tecnologia e l’innovazione producano polarizzazioni, bisogna mettere al centro la persona. Regolamentare il lavoro invisibile e considerare questi lavori legittimi a tutti gli effetti. Anche l’agricoltura vive una stagione di cambiamento per effetto delle tecnologie digitali, a dirlo è Roberto Moncalvo Presidente Coldiretti. Il settore ha saputo controllare il fenomeno della flessibilità entro un piano contrattuale di tutela dei lavoratori da un punto di vista sociale, e la legge sul caporalato va in questa direzione. L’innovazione del comparto riguarda l’agricoltura multifunzionale, ma margini di miglioramento sono possibili sulla contrattazione aziendale, sulla gestione del mondo delle cooperative semplificandone le procedure burocratiche senza dimenticare che il settore rappresenta la seconda forza trainante del paese con il 17% di PIL.
Massimo De Felice, Presidente Inail, approfondisce il tema della sicurezza e della prevenzione dei rischi negli infortuni e la tecnologia incide su due versanti. Da una parte si affacciano nuove situazioni di rischio ad esempio la comparsa di nuovi materiali nei processi produttivi, dall’altra aumentano le capacità di prevenzione. È necessario implementare la ricerca per prevenire i rischi indotti dall’innovazione con la formazione e l’informazione sui pericoli che i lavoratori corrono sui luoghi di lavoro e affermare l’idea che la prevenzione non è un costo ma è un investimento.
Il ruolo del Inps è duplice secondo il Direttore del Centro Studi Massimo Antichi. Molte cose sono state fatte ma poco sul fronte delle politiche attive che rappresentano il 2% del bilancio dello Stato contro il 4% della Danimarca. Con il cambiamento demografico è necessario intervenire sulle politiche di invecchiamento attivo favorendo il pensionamento parziale, investire nei settori difficilmente aggredibili dalla rivoluzione digitale, e nei servizi di assistenza agli anziani incentivando le associazioni di volontariato a sostegno di tali servizi. Molto c’è ancora da fare sulla classe di mezzo e per questo è auspicabile una riforma degli ammortizzatori sociali per evitare il rischio d’esclusione sociale.
Focus su piattaforme e gig economy
Il concetto di lavoro nella gig economy è relativo. Chi lavora sulle piattaforme o nella gig economy non sempre rispetta orari standard, spesso lavora di notte. Il luogo di lavoro non è fisso, non è necessario essere in azienda, si può scegliere liberamente il luogo più consono all’attività che si svolge. Con la gig economy cambiano le modalità di lavoro, le relazioni si intrecciano sulla rete e spesso non si conosce il datore di lavoro. Ci sono persone che per scelta decidono di lavorare nel digitale e chi invece per necessità sono costrette perché non trovano altro (imbianchini, dog sister, baby sitter, etc.). Il web tende a livellare verso il basso il valore del lavoro prodotto anche se la professionalità è alta. Un mercato non regolamentato, sul versante delle tutele, del welfare, i tempi di lavoro e pensione. Chi opera nella gig economy è un lavoratore invisibile, sfugge dal sistema tradizionale, e si pone come intermediario tra la domanda e offerta di lavoro sfruttando la prestazione del lavoratore a vantaggio dell’intermediario. Occorre quindi creare regole certe e riconoscimenti che rendano visibile il mondo della gig economy senza snaturalo.
Cristina Montagni
Le mamme digitali chiedono l’intervento delle istituzioni
Le mamme italiane sono alla guida della rivoluzione digitale, al fianco degli adolescenti. Questa riflessione nasce dall’idea di “Mamme in Parlamento”, primo incontro tra le mamme digitali e le istituzioni italiane, in una prospettiva di cooperazione positiva per la crescita del Paese dove le mamme digitali rappresentano in Italia il 92%. All’evento, presentato il 6 giugno alla Camera dei Deputati, e organizzato in Parlamento dall’agenzia FattoreMamma con l’associazione Italian Digital Revolution, sono intervenuti esponenti del mondo politico e imprenditoriale ed è stata un’occasione per portare davanti alle istituzioni temi che sono a cuore delle mamme e delle famiglie italiane chiedendo di accorciare le distanze con le sedi decisionali grazie all’impiego delle nuove tecnologie. Il dibattito, ha visto la partecipazione di numerose mamme blogger, iperconnesse, pronte a ricercare
soluzioni ai problemi della vita di tutti i giorni. “Nel nostro paese crescono solo le famiglie con figli unici – ha affermato il ministro per gli Affari regionali con delega alla famiglia, Enrico Costa – e i dati sulla natalità non sono positivi”. Nel 2016 l’Istat registra un record negativo sulla natalità che scende a 474 mila nati nel 2017. Questo calo demografico, secondo Costa, è dovuto “alle notevoli difficoltà a conciliare la vita lavorativa con quella familiare. Per questo motivo è necessario introduzione il Testo unico della famiglia , una norma che metta insieme misure a sostegno della famiglia”. Crescono invece le mamme digitali per raggiungere determinati obiettivi”. Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha sottolineato l’importanza del ruolo delle mamme e della rete che può “dare un grande aiuto come strumento di confronto e di discussione”. Durante l’incontro è stato presentato un sondaggio realizzato da FattoreMamma allo scopo di esplorare le reali esigenze dell’universo materno in preparazione di un vademecum per chi vuole costruire un contesto sociale e psicologico scevro da particolari difficoltà.
Gli argomenti trattati nel sondaggio hanno toccato temi quali lavoro, scuola e salute e il campione ha coinvolto 1.242 madri italiane. Dal sondaggio emerge che il 75% delle intervistate sottolinea l’inconciliabilità tra la vita lavorativa e familiare dovuto al rientro precoce dalla maternità, la mancanza di misure di incentivazione delle aziende affinché considerino il lavoro femminile una opportunità, piuttosto che un problema, e la necessità di avere una maggiore flessibilità di orari nei tempi di lavoro. Il 62% delle intervistate richiede anche un maggiore sostegno economico a favore della maternità e il 58% reclama una maggiore tutela dal punto di vista legislativo.
Per quanto riguardo la scuola, l’incompatibilità con gli orari di lavoro è riconosciuta dal 60% delle intervistate, dove rispetto altri paesi europei, il sistema scolastico prevede una distribuzione delle vacanze e una gestione degli orari più flessibili, viene citato spesso come esempio da seguire. Un tema sentito è quello della inaccessibilità degli asili nido, che si concretizza nella scarsa disponibilità di posti nei nidi pubblici, e dei costi insostenibili di quelli privati.
Il 67% delle intervistate, ritiene lunghi i tempi di attesa nelle prestazioni sanitarie soprattutto se questi esami riguardano la gravidanza. A questo tema si lega l’inevitabile necessità di un sostegno economico e di agevolazioni per l’acquisto di farmaci e per le prestazioni sanitarie in genere.
Evidenziate le criticità, l’indagine ha chiesto alle mamme di proporre alcune soluzioni. L’83% delle mamme ritiene utile dialogare con le istituzioni attraverso una piattaforma digitale. Il pensiero comune è che esiste un gap tra le esigenze reali delle mamme e le istituzioni, un dialogo diretto potrebbe favorire una maggiore comprensione delle loro istanze. La genitorialità dunque andrebbe riconosciuta come lavoro sociale e non un peso per la collettività.
Secondo Jolanda Restano, fondatrice di FattoreMamma, è tempo di cogliere queste opportunità per modernizzare il paese partendo anche dal rendere le donne e le mamme più libere di contribuire in ogni modo alla sua crescita. Per Rosangela Cesareo dell’AIDR, ora più che mai c’è bisogno di formazione e questa deve partire dal basso, dalle scuole. Così come le altre materie, occorre trovare lo spazio anche il digitale. Questa è la vera rivoluzione della nostra era, dove tutti devono prendere coscienza e agire di conseguenza.
Cristina Montagni
Internet e lavoro, il gender gap è ancora una forte realtà
“La donna è il motore della società nella battaglia quotidiana. Ogni giorno è alle prese con il problema di dover coniugare i molteplici impegni familiari e di lavoro. Pertanto, diventa più che mai strategico il ruolo della mobilità e della sicurezza in città, asset fondamentali di una smart city”.
Non usa mezzi termini Simona Vicari, sottosegretario ai Trasporti e alle Infrastrutture, intervenuta al convegno dal titolo “Digital Women”, organizzato dall’associazione Italian Digital Revolution presso la Biblioteca della Camera dei deputati, insieme a rappresentanti del mondo delle istituzioni, della ricerca e dell’imprenditoria.

Quando si parla di smart city al femminile – spiega la Vicari – si parla di inclusione sociale che non può prescindere da una progettualità women based, che veda le donne promotrici e utilizzatrici dei servizi digitali. Ma c’è ancora molto lavoro da fare per ridurre il digital gap tra uomini e donne e tra donne del Nord e del Sud. Fondamentale è puntare sulla formazione digitale per avere cittadine consapevoli che possano sfruttare al meglio le nuove opportunità al fine di migliorare la qualità della propria vita. È dimostrato che la crescita del web offre alle donne molte opportunità di lavoro, inoltre la rete può rappresentare un’alleata al servizio del genere femminile in un processo di piena realizzazione delle pari opportunità. A beneficio anche della pubblica amministrazione l’irruzione sulla scena di nuove professionalità sposta in avanti il cuore del problema, rappresentato dal gender gap imperante anche nel settore delle competenze digitali. Ci sono sempre più donne preparate ed esperte in materia digitale, ma sono ancora poche quelle che ricoprono ruoli manageriali in istituzioni e in aziende tecnologiche. Si calcola che circa il 70% delle imprese, meno del 25% delle donne ha incarichi tecnico-scientifici, alle quali viene riconosciuta maggiore capacità in termini di problem solving, di decision marking e di multitasking. Per Milly Tucci, responsabile dell’Osservatorio donne digitali dell’AIDR, fare il punto sull’uso di internet per migliorare la PA con le donne protagoniste del cambiamento in una fase ‘disruption’. L’impegno futuro è quello di sconfiggere la resistenza culturale, ancora molto sentita, e di acquisire maggiori competenze con la scelta, da parte delle più giovani, di indirizzi di studio STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). Un recente rapporto compilato da S&P Global Market Intelligence e pubblicato dal Financial Times, indica che il numero delle donne con l’incarico di amministratore delegato nelle 350 più grandi società europee quotate in Borsa è raddoppiato negli ultimi sette anni, ma rappresentano soltanto il 4 per cento del totale: in sostanza, erano 7 nel 2009, sono circa 15 oggi. Prosegue anche la marcia di avvicinamento all’eguaglianza tra i sessi nelle stanze dei bottoni, come dimostrano gli Stati Uniti, dove, dal 2009 al 2016, le donne Ceo sono passate da 18 a 27.

Dati incoraggianti – sostiene Rosangela Cesareo, blogger e socia dell’AIDR– sottolineano il ruolo che la donna ha assunto nella nostra società, tra mille discriminazioni e difficoltà. Il digitale in Italia è ormai di colore rosa perché sono tantissime le donne che occupano ruoli di primo piano in questo settore e rappresentano delle vere e proprie eccellenze. Guardiamo ad esempio alle cosiddette ‘mamme digitali’: un fenomeno straordinario, testato tra l’altro dai numerosi studi eseguiti sull’argomento, che dimostra come le mamme italiane siano le più digitalizzate al mondo.
Cristina Montagni
Lavoro, Salute e Sicurezza. Normativa presente e futura, nella Giornata mondiale sulla sicurezza sul lavoro
Un seminario sulla salute e la sicurezza del lavoro tenutosi presso la sede italiana dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) in occasione della Giornata mondiale per la salute e sicurezza del lavoro 2017 per iniziativa congiunta con le confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil, ha offerto una panoramica completa sulla situazione lavorativa nel nostro Paese.
Si è tenuta a Roma il 27 aprile, in occasione della giornata mondiale sulla sicurezza sul lavoro, l’iniziativa seminariale di Cgil, Cisl, Uil e ILO: “Garantire la salute e la sicurezza di ogni posto di lavoro nell’Unione Europea: legislazione, contrattazione collettiva e dialogo sociale”. Ai lavori hanno partecipato anche Gianni Rosas (direttore sezione italiana ILO) Franco Martini, Giuseppe Farina e Silvana Roseto (rispettivamente Segretari confederali Naz. Cgil Cisl Uil), Antonio Cammarota (DG Occupazione e Affari sociali, sezione OHS, Commissione Europea) e Cesare Damiano (presidente Commissione Lavoro Camera dei deputati).
A introdurre i lavori della Conferenza 2017, il messaggio di Guy Ryder, direttore generale dell’ILO, che in occasione della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro ha sottolineato l’urgenza di migliorare la raccolta dei dati statistici nazionali in materia di salute e sicurezza sul lavoro. La possibilità di disporre di dati attendibili è infatti necessaria per individuare aree prioritarie di intervento e valutarne il progresso; migliorare l’analisi consentirebbe anche di analizzare i pericoli connessi al mondo del lavoro e identificare i settori di maggior rischio per sviluppare programmi di intervento a livello nazionale e aziendale. Dati attendibili faciliterebbero l’identificazione e la diagnosi di malattie professionali e delle misure necessarie per il loro riconoscimento e compensazione.
L’Obiettivo 8 dell’Agenda sullo sviluppo sostenibile prevede una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile; un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti; esige la tutela dei diritti dei lavoratori e la promozione di ambienti di lavoro sicuri per tutti – compresi i lavoratori precari. “Il lavoro dignitoso può permettere a intere comunità di uscire dalla povertà e può rafforzare la sicurezza umana e la pace sociale”.
Il direttore della sezione italiana dell’Ilo, Gianni Rosas, durante il seminario ha ricordato che l’Associazione Internazionale per la Sicurezza Sociale (ISSA) stima che a fronte di 1 euro di investimento in salute e sicurezza dei lavoratori, corrisponde un beneficio per le imprese di 2.20 euro per ogni lavoratore. Ha poi richiamato alcuni elementi legislativi sulle politiche di sicurezza a livello nazionale e le misure di prevenzione a tutela dei lavoratori.
Gli obiettivi contemplati dall’Organizzazione internazionale del Lavoro fissano regole certe sulla prevenzione degli infortuni, compresi quelli professionali. L’attivazione di ambienti sicuri e salubri, un sistema di controllo efficiente e regole sanzionatorie certe contribuiscono a ridurre gli incidenti sul luogo di lavoro. Queste politiche hanno il compito di estendere la salute dei lavoratori in tutti i settori, inclusi quelli occupati in realtà meno strutturate (lavoratori impiegati nell’economia informale e imprese di varie dimensioni). La contrattazione collettiva previene questi rischi se c’è concertazione tra lavoratori e datori di lavoro.
La globalizzazione, i mutamenti tecnologici, la trasformazione dei sistemi produttivi lasciano molti lavoratori sprovvisti di una adeguata protezione sociale intesa come garanzia di un lavoro dignitoso, salute e sicurezza nel luogo di lavoro. Il miglioramento delle informazioni è essenziale al fine di proporre soluzioni politiche e misure confacenti a questa sfida. L’Italia – ha sottolineato Rosas – ha ratificato molte convezioni ILO ma non ancora la 155 e la 187 che determinano politiche di monitoraggio sui sistemi sanzionatori.
Le politiche di Bruxelles per la salute dei lavoratori
Brando Benifei, europarlamentare della Commissione Occupazione e Affari sociali, ha partecipato virtualmente al seminario mediante un video messaggio da Bruxelles in cui ha ricordato che la battaglia per la salute sul posto di lavoro è ancora da vincere in quanto i dati sui decessi e sugli infortuni pubblicati ogni anno registrano un incremento rispetto al 2016.
Temi per i quali è doveroso soffermarsi – ha detto – riguardano anche il pilastro dei diritti sociali e la revisione della direttiva cancerogeni. La Commissione Europea è in procinto di presentare il pacchetto di misure sul Pilastro dei Diritti sociali che conterrà una proposta legislativa sull’equilibrio tra vita privata familiare (direttiva sul congedo parentale), una reflection paper che collega l’Europa alle politiche sociali europee nell’agenda istituzionale (libro bianco sull’unione europea) e un pacchetto di politiche sociali sulla pari educazione, pari opportunità, uguaglianza di genere e supporto attivo all’occupazione.
Una delle raccomandazioni dell’Unione europea sancisce che ogni lavoratore ha diritto ad una elevata garanzia di protezione sulla salute e sicurezza oltre che al diritto ad un ambiente di lavoro sano per garantire la sua durabilità alla partecipazione al lavoro e diritto alla protezione dei dati personali. Compito dei deputati europei sarà formalizzare una direttiva quadro che sancisca azioni normative vincolanti per la società.
Quanto alla direttiva cancerogeni, la Commissione Occupazione e Affari sociali ha assunto una chiara posizione predisponendone la revisione. Si stima infatti che il cancro sia la seconda causa di morte nella maggior parte dei Paesi sviluppati e la prima causa di mortalità professionale nell’Unione Europea. Ogni anno, il 53% dei decessi per cancro è legata alle attività professionali, il 28% delle malattie sono legate al sistema circolatorio, il 6% a quelle respiratorie. La proposta di introdurre valori limite per 13 agenti chimici, riguarda 20milioni di lavoratori residenti nell’Unione Europea. La CES (Confederazione europea dei sindacati) ha chiesto l’impegno di abbassare i valori di queste sostanze ed estendere la direttiva anche a quelle retro-tossiche, richiesta accolta dal Parlamento Europeo. Francia, Austria, Finlandia, Germania, Svezia e Repubblica Ceca già introducono nella normativa nazionale dispositivi in tal senso. Nei prossimi mesi si chiuderà la trattativa, si attende solo il voto in sessione plenaria tra luglio e settembre.
Nell’ambito della revisione della direttiva è inserita anche la silice cristallina, che rientra nella normativa cancerogeni ed è uno dei punti in discussione in Commissione. Il Governo italiano chiede alle imprese l’adeguamento degli impianti e degli investimenti al raggiungimento degli obiettivi per migliorare gli standard di salute dei lavoratori sul posto di lavoro. Salute dei lavoratori e competitività dell’impresa – ha aggiunto Benifei – non devono essere visti in termini di concorrenza. Occorre trovare il giusto equilibrio con le parti sociali e gli interessi di settore, quindi la revisione della direttiva è assolutamente necessaria.
Gli infortuni sul lavoro
Franco Martini, Segretario nazionale della CGIL, ha voluto sottolineare che nella Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro è necessario fare il punto sulla situazione infortunistica in un contesto mondiale ed europeo. Il tema della sicurezza è una delle tematiche più serie da affrontare nel terzo millennio. I dati in Europa mostrano che gli infortuni, mortali e non, riguardano 3 milioni di individui. Nel 2016 il nostro Paese ha chiuso con un quadro contradditorio: diminuzione degli infortuni mortali ma aumento degli infortuni totali e delle malattie professionali.
Nei primi due mesi di quest’anno si sono registrati 127 infortuni mortali sui luoghi di lavoro, un incremento del 33% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dati che giustificano prudenza nelle valutazioni e richiedono una attenta riflessione. Il tema della tutela non prescinde dalla prevenzione e la cura attiene alla qualità dello sviluppo e dell’organizzazione del lavoro.
Una prolungata crisi economica provoca una diminuzione della quantità di lavoro e un conseguente aumento degli infortuni. Ciò significa che per sopravvivere si ricorre a scelte di politica aziendale che penalizzano la qualità del lavoro: aumento dei contratti precari, aumento delle ore pro-capite lavorate a parità di salario, contrazione della soglia di sicurezza e conseguente diminuzione delle tutele fisiche e psichiche.
La seconda tendenza, riguarda gli infortuni mortali in alcuni settori tradizionali che, secondo le statistiche, sono le stesse di cinquant’anni fa. In agricoltura si continua ad assistere a decessi per il ribaltamento del trattore, come in edilizia si assiste al ribaltamento dei mezzi semoventi. Il binomio innovazione-tecnologia e organizzazione-maggiore sicurezza, al momento non sembra esistere.
Cristina Montagni
Leggi l’articolo completo sulla testata giornalistica nazionale “Donna In Affari”. Giornale online incentrato sui temi del lavoro, della formazione e dell’imprenditoria femminile.
Come cambia il lavoro. Strategie del Governo dedicate alla digitalizzazione, all’automazione e al futuro del lavoro
Il Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti e il direttore dell’ILO per l’Italia, Gianni Rosas, il 20 aprile nella sede del Ministero del Lavoro hanno presentato il programma con cui si intende approfondire il tema del lavoro in relazione alle trasformazioni indotte dal digitale e dalla rete. L’iniziativa è stata realizzata in collaborazione con il MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca), il MISE (Ministero dello Sviluppo Economico).
Presenti all’incontro anche i ministri Carlo Calenda e Valeria Fedeli, i presidenti di INPS, INAIL, ISTAT, ANPAL (rispettivamente Tito Boeri, Massimo De Felice, Giorgio Alleva e Maurizio Del Conte), i rappresentanti delle parti sociali e datoriali.
L’iniziativa, elaborata in occasione del centenario dell’ILO e G7, è stata dedicata al rapporto tra “Scienza, Tecnologia e Lavoro”, con l’obiettivo di delineare le linee programmatiche del Governo, al fine di cogliere le opportunità offerte dall’Industria 4.0 e garantire la sostenibilità sociale nel lungo periodo. L’azione, in coerenza con il Piano Nazionale Industria 4.0 voluto dal MISE, si basa sui principi fissati nei Pilastri del sociale della Commissione Europea e tiene conto dell’Agenda 2030 dell’ONU per lo Sviluppo Sostenibile.
L’Italia – ha dichiarato Poletti – ha delle scadenze importanti da rispettare. A fine maggio è in programma un appuntamento pubblico nel quale, grazie al lavoro del tavolo istituzionale e del comitato scientifico, verranno presentate le linee guida sostenute dal Governo e l’iniziativa promossa dall’ILO per il suo centenario. Il G20 del 18 e 19 maggio, che si terrà in Germania, affronterà il tema “Verso un futuro inclusivo: dare forma al mondo del lavoro” e infine il G7, previsto a Torino il 30 settembre, porrà al centro del dibattito il tema dell’innovazione tecnologia e le sfide connesse sul piano del lavoro che cambia. Una settimana di incontri, nel corso dei quali si svolgeranno le sessioni ministeriali, a presidenza italiana, che vedranno impegnati, oltre al Ministro del lavoro, i ministri dello sviluppo economico e dell’istruzione, università e ricerca rispettivamente sui temi delle sfide future per l’industria e per la formazione. Tutti i protagonisti saranno coinvolti in un dibattito plurale e partecipato, partendo dai quattro pilastri principali delineati da ILO: lavoro e società, organizzazione del lavoro e della produzione, lavoro dignitoso per tutti, governance del lavoro. Nell’agenda degli incontri si discuterà delle azioni necessarie per rispondere alle esigenze dei cambiamenti in atto per aiutare il sistema imprenditoriale italiano, migliorare le condizioni economiche, sociali e culturali delle persone e della comunità. Il quadro di riferimento sarà analizzato da una pluralità di angolazioni: quantità e la qualità dell’occupazione, competenze e formazione, relazioni industriali e regolamentazione, politiche industriali, organizzazione del lavoro e del welfare state, interazione tra prospetti micro (condizioni lavorative che cambiano) e macro (crescita economica). Una trasformazione non neutrale che investe tutti gli aspetti della vita della comunità, dal lavoro, alle relazioni sociali.
I tavoli tecnici tracceranno un quadro sull’impatto che la trasformazione tecnologica genera dall’intreccio della digitalizzazione, automazione e globalizzazione sul lavoro.
Cristina Montagni
Leggi l’articolo completo sulla testata giornalistica nazionale “Donna In Affari”. Giornale online incentrato sui temi del lavoro, della formazione e dell’imprenditoria femminile.
Via libera della Camera al disegno di legge sul lavoro autonomo e lo Smart Working
Tra le novità più rilevanti in materia di lavoro agile, il 9 marzo la Camera ha varato il disegno di legge sullo Smart working che attende l’approvazione da parte del Senato.
Il provvedimento prevede che le modalità del lavoro agile siano regolate mediante l’accordo tra le parti. Un trattamento economico non inferiore a chi lavora in azienda e diritto alla disconnessione, queste alcune delle novità. Il ddl sul lavoro autonomo coinvolge circa due milioni di lavoratori autonomi e prevede misure a tutela della maternità, dei professionisti iscritti agli albi e ai titolari di partite Iva. Con il termine “Smart working”, letteralmente “lavoro agile”, s’intende la possibilità del dipendente di lavorare da casa, sfruttando a pieno gli strumenti messi a disposizione dalla tecnologia: pc, tablet, piattaforme come Skype, con il quale si possono fare riunioni senza doversi recare fisicamente in ufficio. Una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzata dall’utilizzo di strumenti tecnologici, eseguito in parte all’interno dell’azienda in parte all’esterno.
Il provvedimento stabilisce che il trattamento economico del lavoratore agile non potrà essere inferiore a quello applicato ai dipendenti che svolgono le stesse mansioni in azienda. Altro elemento previsto nel ddl è il cosiddetto diritto alla disconnessione, che altro non è che il classico giorno di riposo per chi si reca in ufficio ogni mattina. Lo Smart working è la modalità di lavoro emergente che rimodula l’organizzazione di molte aziende, consentendo alle persone flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare in ambito lavorativo, a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati e sugli obiettivi da raggiungere. Quello del “lavoro virtuale” è una realtà per moltissimi lavoratori italiani, tanto è vero che l’emendamento contenuto nel Jobs Act non intende in nessun modo creare un nuovo tipo di contratto ma mira bensì a disciplinare un fenomeno già in atto che produce risultati positivi per le aziende che lo scelgono.
Sono circa 250.000 i lavoratori dipendenti in Italia che adottano lo Smart working. Il numero di grandi imprese che praticano questa tipologia di lavoro è passato negli ultimi due anni dall’8% al 30%. Un passo verso lo Smart working è stato fatto anche nella pubblica amministrazione, dove attualmente si contano ancora poche iniziative. Eppure, i benefici le aziende non sono pochi: aumenti della produttività dal 15 al 20%, riduzione dei costi nella gestione degli spazi dal 20 al 30%, una drastica riduzione dell’assenteismo e miglioramento del clima aziendale e dell’employer branding. Il ministro della pubblica amministrazione Marianna Madia, insieme a Maria Elena Boschi, sta cercando nuove soluzioni e alternative per il lavoratore pubblico, volte soprattutto a migliorare la conciliazione tra vita privata e l’ufficio, si pensi per esempio al caso delle madri lavoratrici. Sulla carta, essa potrebbe essere un modo per alzare il livello di qualità del pubblico impiego, che avrebbe effetti positivi non solo sul dipendente ma anche sui cittadini che usufruiscono del servizio. Tra le altre novità introdotte nel ddl c’è anche la Dis-coll, l’indennità di disoccupazione per i collaboratori a progetto, diventata strutturale ed estesa ad assegnisti e dottorandi di ricerca con borsa di studio, a fronte di un incremento dell’aliquota contributiva dello 0,51 per cento. Si allarga anche il perimetro delle spese deducibili (fino a 10mila euro per corsi di aggiornamento professionale, master e convegni fino a 5mila per orientamento e ricerca di nuove opportunità); e se arriva un figlio si potrà ricevere l’indennità di maternità continuando a lavorare.

