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G7 Pari Opportunità. La Sottosegretaria Maria Elena Boschi chiude a Taormina l’anno di Presidenza italiana

Si conclude a Taormina la riunione G7 sulle Pari Opportunità, l’ultima delle 13 Ministeriali tenute durante l’anno di presidenza italiana del G7. Alla riunione del 15 e 16 novembre, presieduta dalla sottosegretaria alla presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità Maria Elena Boschi, hanno partecipato i capi delegazione di Canada, Giappone, Stati Uniti, Germania, Francia e Gran Bretagna e la commissaria europea per la giustizia, la tutela dei consumatori e l’uguaglianza di genere Vera Jourovà

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Temi della Roadmap del G7 Taormina

La 13esima ministeriale ha focalizzato l’attenzione su tre temi, alla base della Roadmap adottata lo scorso maggio dai leader del G7 per la promozione della parità di genere. La riprogettazione del mercato del lavoro e del sistema di welfare per liberare il potenziale femminile in ambito economico; il ripensamento di misure legislative volte ad aumentare la partecipazione femminile in posizioni di leadership e nei processi decisionali; la prevenzione e la lotta alla violenza di genere, incluso il fenomeno della tratta.

In concreto il documento finale riafferma l’importanza di assicurare pari opportunità alle donne, agli uomini e la loro piena promozione, protezione e realizzazione dei diritti umani e delle libertà fondamentali delle donne e delle bambine che sono universali ed essenziali per il loro empowerment e per l’avanzamento dei processi di pace, sicurezza e sviluppo sostenibile. La dichiarazione riconosce che le barriere strutturali all’empowerment delle donne durante tutta la vita possono essere composte da molteplici forme di discriminazione sia nella sfera pubblica che privata, dagli stereotipi di genere e da norme sociali, attitudini e comportamenti negativi.

La commissione ministeriale esprime inoltre forte preoccupazione per le condizioni di lavoro disparitarie tra donne e uomini, per le opportunità di avanzamento di carriera limitate per le donne e la crescente incidenza di forme occupazionali informali e atipiche. Per questi motivi si riconosce che la parità di genere non sarà raggiunta senza il pieno coinvolgimento e la collaborazione attiva della società civile e delle organizzazioni non governative. Si riafferma con forza l’impegno ad attuare le misure e le azioni concordate nella roadmap G7 per un ambiente economico sensibile alla dimensione di genere. In particolare i Ministri sottoscrivono i seguenti punti e si impegnano a:

  • aumentare la partecipazione delle donne e a promuovere le pari opportunità e processi di selezione imparziali per le posizioni di leadership a tutti i livelli decisionali in tutti gli aspetti della vita sociale, economica e politica;
  • prendere in considerazione l’adozione di misure sostenibili concrete atte a promuovere e ad agevolare l’imprenditoria femminile, e a riaffermare il suo contributo all’innovazione, alla creazione di posti di lavoro e alla crescita economica;
  • ridurre il divario tra donne e uomini nei tassi di partecipazione alla forza lavoro sostenendo la partecipazione femminile, migliorando la qualità occupazionale e promuovendo la parità di genere;
  • sensibilizzare l’opinione pubblica e valorizzare il lavoro di cura e domestico non retribuito e il suo importante contributo all’economia, e a promuovere l’equa condivisione tra donne e uomini delle responsabilità di cura;
  • sviluppare politiche e misure per l’equilibrio vita-lavoro e la parità salariale, combattere l’occupazione precaria, migliorare le condizioni di lavoro, e incoraggiare le aziende ad adottare forme di lavoro flessibili durante tutta la vita e misure favorevoli alla vita familiare sia per le donne che per gli uomini;
  • promuovere la partecipazione delle donne e delle bambine all’istruzione e alle carriere nei settori della scienza, tecnologia, ingegneria, matematica e medicina (STEMM), così come la partecipazione in tutti i settori in cui esse sono sottorappresentate, ivi compreso nei settori ad alta specializzazione e più remunerativi;
  • adottare e attuare misure adeguate atte a prevenire tutte le forme di violenza e molestie contro le donne e le bambine sia nella sfera pubblica che privata, ivi comprese le pratiche dannose, quali i matrimoni infantili, precoci e forzati e le mutilazioni genitali femminili, la violenza domestica e intra-familiare, la tratta degli esseri umani a scopo sessuale e lavorativo, e a proteggere e reintegrare le vittime, a effettuare efficacemente indagini sui reati e perseguire gli autori di tali violenze, anche attraverso l’adozione di strategie nazionali e/o piani d’azione nazionali sulla violenza contro le donne e le bambine, sostenuti da risorse umane e finanziarie.

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La dichiarazione delle istituzioni

La sottosegretaria Boschi, parlando degli interventi messi in campo contro la violenza di genere spiega che il Governo ha incrementato le risorse per il Piano Nazionale Antiviolenza con 33 milioni per il 2018 e il 2019, adottato Linee Guida strategiche contro la violenza per i prossimi 3 anni e lavorato in sincronia con gli enti locali per garantire a ogni donna il diritto ad essere protetta ma anche accompagnata nel percorso di uscita dal dramma della violenza. Ha sottolineato che in questo scorcio di legislatura vorrebbe portare a conclusione alcune iniziative. Fra queste, il Piano antiviolenza 2017-20, ora alla Conferenza Unificata; l’approvazione definitiva della legge sulla tracciabilità dei salari e quello, approvato in prima lettura al Senato, che evita la riparazione economica del reato di stalking. “Vogliamo ridurre il gap salariale e facilitare l’accesso delle donne al lavoro, alle carriere scientifiche e manageriali e aiutarle a conciliare famiglia e lavoro senza rinunciare alle proprie aspirazioni. La piaga della violenza di genere nei luoghi di lavoro dimostra quanto queste tematiche siano comuni a ogni donna in ogni parte del mondo, a tutti i livelli”. Abbiamo presentato le misure adottate nel nostro Paese dal governo dei mille giorni ad oggi per l’empowerment delle donne: fine delle dimissioni in bianco, lavoro agile nelle P.A., bonus nido, bonus mamme, estensione della maternità e molto altro. Ascoltare le esperienze degli altri Paesi aiuta a migliorarsi perché c’è ancora tanta strada da fare. L`Italia ha aperto la strada del confronto anche su questi temi nell’agenda G7: l’empowerment delle donne parte da qui, ha concluso la Boschi.

Insieme alla Boschi a Taormina c’erano Maryam Monsef, ministra per la condizione femminile (Canada); Marlene Schiappa, Segretaria di stato con delega alla parità tra donne e uomini (Francia); Kathryn C. Kaufman, consigliera del Presidente (Usa); Joanna Roper, inviata speciale per le parità di genere (Gran Bretagna); Katarina Barley, ministra federale per la famiglia, gli anziani, le donne e i giovani (Germania); Yuhei Yamashita, vice ministro parlamentare dell’Ufficio di Gabinetto (Giappone).
Cristina Montagni

Rapporto World Economic Forum 2017 sul “Gender Gap”

Classifica del World Economic Forum 2017 fotografa l’incolmabile trattamento tra uomo e donna. Italia 82esima, dopo la Grecia, Madagascar e Messico.

Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum ritiene che il talento è uno dei fattori essenziali per la crescita e la competitività. “Per costruire economie dinamiche e inclusive, dobbiamo assicurare che ognuno abbia pari opportunità. Quando le donne e le ragazze non sono integrate, la comunità globale perde competitività, idee e prospettive critiche per affrontare le sfide globali e sfruttare nuove opportunità”.

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La parità di genere è il modo in cui le economie e le società prosperano. Il rapporto sulle disuguaglianze di genere 2017, introdotto per la prima volta nel 2006, analizza su base annuale i progressi compiuti da 144 paesi sulle parità di genere su diverse tematiche. Il WEF, presentato il 17 ottobre, si propone di valutare tale disparità e quantificare i progressi compiuti nel corso degli anni. Data la multidimensionalità del fenomeno, il Global Gender Gap Report utilizza un indice incentrato su quattro macro aree:

  • salute (aspettative di vita e rapporto tra sessi alla nascita),
  • istruzione (educazione elementare e superiore),
  • economia (leadership, partecipazione al mercato del lavoro e salari)
  • politica (rappresentanza)

Sebbene nessuna misura possa acquisire la situazione completa, dichiara il fondatore della WEF, l’indice globale – presentato nella relazione – cerca di misurare un aspetto importante sull’uguaglianza di genere, le lacune relative tra donne e uomini nei quattro settori chiave delineati in precedenza. L’indice non cerca quindi di definire le priorità per i paesi, ma fornisce un insieme di dati e un metodo chiaro per tenere traccia delle lacune sugli indicatori critici in modo che i paesi possano definire le priorità all’interno dei propri contesti economici, politici e culturali. L’indice evidenzia anche i potenziali modelli di ruolo che all’interno della loro regione o gruppi di reddito, sono leader nella distribuzione più equa delle risorse tra donne e uomini, indipendentemente dal livello complessivo delle risorse disponibili. Il divario tra uomini e donne, secondo il WEF, confina l’Italia all’82 esimo posto nella classifica su un benchmarks di 144 posizioni complessive. Siamo in coda alla Grecia 78esima, Madagascar 80esima e Messico 81esima posizione. In un anno l’Italia è retrocessa di ben 22 posizioni. 

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Dall’analisi dei dati si evince un disequilibrio accertabile in molte dimensioni considerate. La parità nell’accesso all’educazione è aumentata e il tasso di alfabetizzazione delle donne in Italia è giunto al 96% con una aspettativa di “vita sana” che raggiunge il 73% per le donne rispetto al 71% per gli uomini. Nonostante l’indicatore positivo, sono proprio le opportunità economiche a destare maggiore preoccupazione.

Lo squilibrio nel mondo del lavoroLa partecipazione economica delle donne alla forza lavoro continua ad essere scarsa, il 54,3% rispetto al 73,7% degli uomini con un reddito stimato che si attesta al 26% rispetto al 51% dei colleghi uomini, generando un divario retributivo di oltre il 50%. Per quanto attiene al empowerment politico, anche qui la distanza è incolmabile. La percentuale delle donne inserite in parlamento non raggiunge la soglia del 30% contro il 70% degli uomini, e un gap che sfiora il 40%. Se contestualizziamo i dati secondo gli item descritti, non possiamo non descrivere alcuni indicatori che rappresentano la triste realtà in cui vivono quotidianamente le donne italiane. Le lavoratrici impiegate a tempo parziale costituiscono una quota rilevante. Un “esercito femminile” rappresentato dal 40% della popolazione totale contro il 16% dei maschi a cui si aggiunge un rapporto di lavoro non retribuito che interessa il 60% delle donne. Ogni giorno, le donne lavorano 512 minuti in più rispetto ai 453 minuti dei colleghi maschi, e la disoccupazione è più alta tra le donne (12,8% contro il 10,9%) così come le persone senza lavoro e quelle scoraggiate rappresentano il 40,3% contro il 16,2% degli uomini. La segregazione occupazionale – vale a dire la distribuzione non uniforme delle occupazioni tra donne e uomini – appare rilevante, infatti il salario medio annuale delle donne non raggiunge i 23.000 euro, contro i 44.000 degli uomini. Alla base del divario retributivo vi è soprattutto il permanere di una profonda matrice di stampo socio-culturale. Una cultura che giustifica ancora responsabilità distinte nella cura della casa e dei figli tra uomo e donna. Uno status culturale che costringe la donna in modo “sistematico” a scegliere tra famiglia e lavoro e non contempla la conciliazione come strumento necessario, urgente e soprattutto moderno in una società globalizzata. 

“Il fattore determinante più importante per la competitività di un Paese è il talento umano. Le donne costituiscono la metà del talento potenziale – ricorda Bekhouche, project manager del World Economic Forum. Se il governo ha un ruolo importante nel sostenere le politiche giuste (congedo di paternità, asili, etc.), sta anche alle aziende creare posti di lavoro con processi di reclutamento innovativi, nuovi percorsi per le carriere, politiche salariali trasparenti che permettano ai migliori talenti di svilupparsi”.

Cristina Montagni

 

Piano nazionale per l’educazione al rispetto, alle disuguaglianze e le discriminazioni

La Ministra dell’Istruzione, dell’università e della ricerca Valeria Fedeli, il 27 ottobre presenta al teatro Eliseo di Roma, il Piano nazionale per promuovere nelle scuole l’educazione al rispetto, per contrastare ogni forma di violenza e discriminazione in grado di promuovere e favorire il superamento dei pregiudizi e delle disuguaglianze, secondo i principi definiti dall’articolo 3 della Costituzione italiana (discriminazioni legate al sesso, alla razza, alla lingua, alla religione, alle opinioni politiche, alle condizioni persoRispettaLeDifferenze-1080x675nali e sociali).

Il Piano – commenta la Fedeli – “ci rende orgogliosi perché il rispetto delle differenze è decisivo per contrastare le violenze, le discriminazioni e i comportamenti aggressivi di ogni genere. Il rispetto include un modo di sentire, di comportarsi e relazionarsi con gli altri secondo l’art. 3 della Costituzione, cui il Piano si ispira”. La scuola trasmette fattori di uguaglianza, rimuove gli ostacoli attraverso l’ascolto e il dialogo e contribuire a far crescere condizioni di benessere per tutti, spiega la Ministra Fedeli.

Il Piano Nazionale assegna alle scuole risorse finanziarie e strumenti operativi per l’avvio di un percorso che accompagna le persone ad un cambiamento positivo della società, in cui la scuola può contribuire a realizzarle.

In concreto il Piano stanzia 8,9 milioni di euro per progetti e iniziative per l’educazione al rispetto e per la formazione degli insegnanti, di cui 900.000 euro per l’ampliamento dell’offerta formativa, 5 milioni provengono dai fondi PON, coinvolgendo 200 scuole nella creazione di una rete permanente di riferimento su questi temi e 3 milioni sono a disposizione per la formazione dei docenti.

rispetta le differenze

Il Piano Nazionale emana inoltre le Linee guida nazionali per l’attuazione del comma 16 della legge 107 del 2015 – linee di orientamento per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo nelle scuole previste dalla legge approvata in Parlamento -, per il contrasto di questo fenomeno anche con il coinvolgimento delle scuole (art. 4, legge 71 del 2017) e per la promozione dell’educazione nella parità tra i sessi e la prevenzione sulla violenza di genere. Uno strumento flessibile che risponde alle sfide educative e pedagogiche legate alla costante evoluzione delle nuove tecnologie. La legge 107 punta a rendere centrale l’educazione al rispetto e alla libertà dai pregiudizi, riconoscendo dignità alle persone, senza esclusioni, nell’uguaglianza di diritti e responsabilità per tutte e tutti.

Il testo sottolinea anche la necessità di una più stretta collaborazione tra scuola e famiglia. La famiglia resta la “prima palestra dell’educazione” per i figli. Quando si parla di prevenzione alla violenza contro le donne, risulta determinante la partecipazione educativa sia della scuola che della famiglia, entrambi i “nuclei sociali” inducono al rispetto delle differenze e i fondamenti della parità. Solo così è possibile disinnescare i rischi che aprono la strada alla violenza. Allo stesso modo è imprescindibile aiutare le donne a non pensare per sé stesse ruoli subalterni, che inducono ad accettare soprusi e comportamenti violenti. La legge attribuisce responsabilità precise a una pluralità di soggetti, ribadendo il ruolo centrale delle scuole, che devono individuare un docente referente per raccogliere e diffondere le buone pratiche educative. Attraverso queste Linee di orientamento, “rendiamo operativa la legge e sosteniamo ancora di più le istituzioni scolastiche nel contrasto di questi fenomeni”. Fra i punti del Piano Nazionale c’è anche il rafforzamento degli Osservatori attivi presso il Ministero sui temi dell’integrazione, dell’inclusione e la promozione di iniziative sui temi della parità fra i sessi e della violenza contro le donne. Per questi motivi, il 21 novembre prossimo, si prevede il lancio del nuovo Patto di corresponsabilità educativa per rinsaldare il rapporto fra scuola e famiglia. “La strada è lunga, ma aver messo nero su bianco attività e risorse, è sicuramente una scelta che apre alla speranza”, conclude la Fedeli.

Ernesto Diaco, Direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione e dell’università della Cei, spiega che “riguardo al progetto sull’educazione al rispetto e alle linee guida presentate oggi, mi piace notare che si chiede alla scuola un forte impegno per contrastare tutte le forme di discriminazione, nella direzione indicata dall’art. 3 della Costituzione. Di rilievo è l’educazione alla cittadinanza digitale e la lotta al cyberbullismo, a cui siamo fortemente richiamati dall’attualità quotidiana. “Per raggiungere questi obiettivi – spiega – il Ministero, le scuole devono fare la loro parte, con un’azione trasversale alle diverse discipline, senza sostituirsi alle famiglie, ma in continua sinergia con esse. Occorre definire una stretta alleanza tra scuola e famiglia, che sia in grado di porre al centro del sistema, la primaria responsabilità dei genitori e il compito degli insegnanti”.

Per diffondere i contenuti e i messaggi del Piano Nazionale parte dal 27 ottobre una campagna social #Rispettaledifferenze che accompagnerà la pubblicazione di materiali dedicati e video. Alla campagna partecipano testimonial del mondo dello sport, della cultura e dello spettacolo oltre al Comitato Olimpico (CONI) e quello paralimpico (CIP), la Federazione Nazionale della StampaRai, La7, Mediaset, Sky, Facebook, Skuola.net, e Tuttoscuola che hanno realizzato video e messaggi per i social in cui spiegano perché è importante rispettare le differenze.

Cristina Montagni

Rapporto OCSE 2017- Maggiore partecipazione delle donne nel lavoro

L’ultimo rapporto OECD National Skills Strategy Diagnostic Report – Italy”, presentato il 5 ottobre al Ministero dell’Economia e delle Finanze, incoraggia l’Italia ad essere maggiormente attiva sulle politiche femminili con una più ampia partecipazione al mercato del lavoro. Angel Gurría, Segretario Generale dell’OCSE e Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia e delle Finanze, commentando i dati, richiamano le aziende a investire maggiori risorse in formazione di alta qualità

L’Italia secondo il Rapporto OCSE 2017 si attesta al quartultimo posto per percentuale di donne occupate. Un dato preoccupante visto che molte donne non sono alla ricerca di un posto di lavoro, ciò fa sì che il nostro paese registri il terzo tasso di inattività più alto tra paesi membri dell’OCSE. Il dato spiega che le donne sono spesso viste come “assistenti familiari”, e svolgono la maggior parte del lavoro domestico non retribuito, hanno accesso limitato a asili nido e a posti di lavoro flessibili che potrebbero aiutarle a gestire il lavoro familiare. Il tasso di fertilità in Italia è tra i più bassi dell’OCSE e l’età media in cui una donna ha il primo figlio è alta e molte sono le donne senza figli. Altri indicatori nascondono la bassa partecipazione al mondo del lavoro da parte delle donne, ad esempio la scelta di specializzazioni universitarie non richieste sul mercato del lavoro che rendono difficile trovare un’occupazione dopo la laurea.

L’Italia ha intrapreso diverse riforme per favorire l’integrazione delle donne e dei giovani sul mercato del lavoro. Il governo sta intensificando anche gli sforzi per aumentare la disponibilità delle strutture per l’infanzia e per aiutare le famiglie a coprire i costi di assistenza all’infanzia introducendo esenzioni fiscali per le imprese che assumono donne in situazioni svantaggiate. Un altro elemento positivo che emerge dal Rapporto, è lo sforzo per contrastare le pratiche discriminatorie sul posto di lavoro (ad es. dimissioni in bianco) stabilendo procedure online per le dimissioni volontarie. Per quanto riguarda i giovani, una delle principali politiche attuate in Italia per affrontare la sfida dei giovani NEET – ragazzi che non vanno a scuola, non lavorano e non partecipano a corsi di formazione professionale – è rappresentata da Garanzia Giovani. Una iniziativa voluta dall’Unione Europea, che prende in carico giovani di età tra i 15-29 anni che entro quattro mesi dalla fine degli studi o dalla perdita di un impiego, offre una serie di attività per agevolare la transizione tra istruzione e il mondo del lavoro. Ma mentre queste politiche vanno nella giusta direzione, secondo l’OCSE, resta molto da fare e potrebbero essere necessari interventi complementari per colmare le lacune esistenti nell’insieme di queste riforme.

Secondo gli stakeholder, un problema che suscita preoccupazione in Italia, è la struttura e l’uso del sistema dei permessi retribuiti relativi ai figli, in quanto sono sempre le donne che ne fanno maggiore richiesta. I lunghi periodi di congedo alla maternità possono causare un impoverimento delle competenze e un sostanziale allontanamento da parte delle donne dal proprio posto di lavoro. La recente estensione del congedo paternità da 1 a 2 giorni rappresenta un passo in avanti, ma i diritti al congedo di paternità sono ancora troppo limitati. La mancanza di asili nido a costi accessibili può rappresentare una grande difficoltà per i genitori che vogliono conciliare lavoro e vita familiare. La flessibilità dell’orario lavorativo in Italia è ancora limitata e non aiuta i genitori a conciliare gli impegni di lavoro e gli impegni familiari. Le imprese, poi, non sono consapevoli degli squilibri di genere che riguardano il personale e non sono in grado di identificare i settori dove le donne non sono rappresentate in modo adeguato e modificare di conseguenza le pratiche di selezione del personale.

Interventi suggeriti:

Incoraggiare i padri a richiedere più permessi retribuiti per i figli con l’estensione della durata dei congedi di paternità.

Incoraggiare la diffusione di orari di lavoro flessibili sul posto di lavoro per aiutare i genitori a conciliare gli impegni del lavoro e della famiglia. Rafforzare gli incentivi finanziari e non-finanziari alle imprese per fornire opzioni di lavoro flessibile ai propri dipendenti.

Assicurare la disponibilità e l’accessibilità a costi contenuti delle strutture per la prima infanzia e di assistenza per gli anziani. Continuare ad allargare l’offerta di strutture per alleviare il peso dell’assistenza per le famiglie, ed in particolar modo per le donne.

Rivedere il sistema fiscale per migliorare gli incentivi finanziari all’inserimento lavorativo di entrambi i coniugi, ciò garantirebbe un’omogeneità degli incentivi al lavoro per entrambi i genitori.

Aumentare la consapevolezza degli stereotipi di genere e promuovere un cambiamento culturale al fine di realizzare pari opportunità di lavoro e una condivisione del lavoro domestico non retribuito per uomini e donne. Assicurarsi che le competenze trasferite dal sistema scolastico, siano in linea con l’offerta richiesta dal mercato del lavoro.

Progettare un intervento di politica globale per aumentare la domanda di lavoratori altamente qualificati in modo da sfruttare l’offerta di competenze e creare incentivi per incrementarla ulteriormente.

Cristina Montagni

Intervista alla Ministra Valeria Fedeli

La Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli da marzo 2013 a dicembre 2016 è stata Vice Presidente Vicaria del Senato. Nel suo impegno politico, sindacale e istituzionale, ha sempre combattuto per i diritti e le libertà di tutti, per l’uguaglianza e il superamento di ogni forma di discriminazione.

La Ministra è stata intervistata per approfondire i temi legati agli stereotipi di genere, alla formazione scuola-lavoro che investirà il futuro di ragazzi e ragazze nelle scuole e nelle università in Italia.

Di recente ha avviato un tavolo di lavoro per promuovere una riflessione che conduca a un cambio di linguaggio nei contenuti dei libri di testo e alla valorizzazione del contributo delle donne in tutte le discipline nonché al superamento degli stereotipi sessisti. Come intende affrontare questi temi e con quali strumenti?

Tra le prime iniziative che ho promosso nelle settimane iniziali del mio incarico al Miur, ce ne sono due significative rispetto alla promozione del ruolo fondamentale delle donne nella nostra società: il bando per le scuole per organizzare attività attraverso le quali conoscere più a fondo la produzione di Grazia Deledda – unica donna italiana ad avere ricevuto il premio Nobel per la Letteratura – e il convegno “Donne e linguaggio dell’amministrazione. Riflessioni e proposte per un nuovo stile del linguaggio amministrativo” tenuto al Miur l’8 marzo alla presenza di Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca. Sono due eventi simbolo. Le pari opportunità passano anche per il linguaggio, per la conoscenza, per il sapere. È per questo che tengo particolarmente al fatto che mi si chiami “Ministra”. È per questo che spingo per la conoscenza dello straordinario apporto delle donne allo sviluppo delle società in cui viviamo. Dobbiamo portare le nostre studentesse e i nostri studenti ad aprire gli occhi, a riflettere sui temi dell’uguaglianza, a riconoscere gli sforzi di chi ha lottato e lotta per l’autonomia e la libertà della donna. Come giustamente ricordava nella domanda, a breve avvieremo un tavolo di lavoro, in collaborazione con l’Associazione Editori Italiani, per dare seguito a quanto già sperimentato dal progetto Po.Li.Te (Pari Opportunità nei Libri di Testo). Solo attraverso la conoscenza e lo studio possiamo combattere e superare stereotipi sessisti e costruire società libere da condizionamenti che impoveriscono la collettività nel suo insieme.

Sin dai primi giorni del suo mandato come Ministro dell’Istruzione, ha manifestato un forte coinvolgimento nella lotta al femminicidio. Come pensa di affrontare il tema del contrasto alla violenza sulle donne all’interno delle scuole e dell’Università?

Innanzitutto facendo chiarezza sulla questione. La violenza sulle donne non è un’emergenza sociale, è un fenomeno strutturale, trasversale in tutti i ceti sociali, in tutte le età della vita, che riguarda tutta la società, uomini compresi. Il sistema educativo deve essere un luogo attivo di prevenzione, emersione e contrasto delle violenze. Con la “Buona Scuola” abbiamo gettato le basi per condurre questa lotta: abbiamo messo al centro dell’offerta formativa di ogni istituto l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, in linea con la Convenzione di Istanbul del 2013 e con la nostra Costituzione, coinvolgendo in questo processo non solo le nuove generazioni ma anche docenti e genitori. Per le insegnanti e gli insegnanti abbiamo varato il Piano per la formazione, finanziato con 325 milioni per il triennio 2016-2019 inserendo tra le priorità la prevenzione del disagio, che si concretizza anche nello sviluppo di una cultura delle pari opportunità, del rispetto dell’altro, e l’educazione alla cittadinanza. A gennaio, nell’ambito del Piano in 10 azioni del MIUR per una scuola aperta, inclusiva e innovativa – finanziato con gli 840 milioni del PON per la Scuola – abbiamo stanziato risorse ad hoc per lo sviluppo e il potenziamento di competenze di cittadinanza globale, che includono il rispetto delle diversità e la cittadinanza attiva. Senza contare l’impegno di lunga data del Miur nel contrasto al bullismo e al cyberbullismo e il coinvolgimento in un gruppo di lavoro dell’Osservatorio nazionale sulla violenza contro le donne, che sta elaborando un nuovo Piano nazionale antiviolenza. Abbiamo anche lanciato un avviso pubblico rivolto ad associazioni ed enti per monitorare e promuovere iniziative sulla parità e la prevenzione della violenza. Ciò che è fondamentale per riuscire nell’intento è rinsaldare il patto tra scuola, famiglia e società. Faremo la nostra parte per costruire una società di pari diritti, in cui non ci sia spazio per la violenza e la discriminazione.

Quali sono le iniziative messe in campo dal MIUR per combattere gli stereotipi che vorrebbero le ragazze meno portate per le materie scientifiche?

Abilità, competenze, discipline non hanno sesso. Non ci sono materie o ambiti di studio e di lavoro che sono preclusi alle donne perché donne. Chi dice il contrario sta soltanto rispolverando antichi – e nocivi – stereotipi. Dobbiamo smontare queste false credenze. Dobbiamo spiegare alle ragazze che non c’è nulla che non possano fare, impegnandosi con costanza e passione. La storia è piena di donne che, lottando contro gli stereotipi, hanno fatto grandi le società in cui operavano grazie ai loro talenti. Abbiamo citato Grazia Deledda, penso a Rita Levi Montalcini. La scuola può fare tantissimo. Come Ministero siamo al lavoro su più fronti: abbiamo promosso il ‘Mese delle STEM’ per avvicinare le ragazze al sapere scientifico e, di concerto con il Dipartimento per le pari opportunità di Palazzo Chigi, stiamo portando avanti un programma di azioni specifiche. Nel Piano nazionale scuola digitale, previsto dalla Buona Scuola, ci sono misure come ‘Girls in Tech’ che rispondono a questa esigenza di orientamento. Abbiamo un sito, noisiamopari, che diventerà sempre di più un punto di riferimento per questioni che riguardano l’uguaglianza. Siamo al lavoro per un grande piano nazionale di Educazione al rispetto, insieme al mondo dell’associazionismo e alle famiglie.

La digitalizzazione è la quarta rivoluzione industriale. Può spiegare alle lettrici chi sono i soggetti che possono accompagnare questa nuova “cultura dell’innovazione”?

La comunità educante deve essere in grado di accompagnare le nuove generazioni nella comprensione dei meccanismi di questa “cultura dell’innovazione”. Indubbiamente le ragazze e i ragazzi di oggi, che sono nativi digitali, hanno una certa padronanza dei mezzi tecnologici e della Rete. È anche vero, però, che spesso li usano in maniera inconsapevole. Le insegnanti e gli insegnanti, che hanno il compito di guidare le studentesse e gli studenti nel processo di formazione e crescita, devono essere capaci di trasformarli da fruitori passivi in utilizzatori responsabili. La digitalizzazione è una sfida che offre inedite occasioni di sviluppo. Dobbiamo fare in modo che le ragazze e i ragazzi abbiano gli strumenti per muoversi nel futuro, governando i cambiamenti e addirittura anticipandoli. Il Piano per la formazione dei docenti mira proprio a consolidare queste competenze e innovare le metodologie didattiche. Ruolo importante è svolto poi, dalle animatrici e dagli animatori digitali, ai quali spetta il compito di guidare l’attuazione del Piano Nazionale Scuola Digitale e di promuovere l’innovazione nei loro istituti.

Secondo Lei l’attuale livello di conoscenza degli strumenti digitali è sufficiente per raggiungere una formazione completa che porti ad occupare i posti a disposizione in questo settore, altamente richiesti dalle aziende?

Il digitale ha originato mutamenti nelle nostre vite, nella società, nel mondo del lavoro, nei servizi alle persone. È per questo motivo che, oltre ad aver predisposto il Piano nazionale scuola digitale che stanzia oltre un miliardo di euro per l’innovazione nelle nostre scuole, abbiamo lanciato all’inizio di quest’anno il Piano in dieci azioni che mette a disposizione degli istituti 840 milioni di euro cui facevo riferimento prima, per rafforzare e sviluppare le competenze digitali delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi anche in orario extrascolastico. Vogliamo fornire alle nuove generazioni un bagaglio di competenze e abilità al quale attingere per fronteggiare le sfide del presente e orientarsi nelle scelte del domani, soprattutto lavorative e professionali. Stiamo dando loro una forte e solida base a livello formativo. Stiamo costruendo condizioni di uguaglianza e pari opportunità. A loro spetta il compito di continuare ad avere sete di conoscenza e di aggiornamento, anche fuori dal percorso di studi, per rinnovare il proprio sapere e trovare la strada professionale più adatta alle loro inclinazioni e ai loro sogni.

Quali misure andrebbero adottate per garantire una formazione mirata all’inserimento lavorativo? Il progetto Scuola-Lavoro è sufficiente?

L’Alternanza scuola-lavoro, che attraverso la legge 107 del 2015 abbiamo reso obbligatoria per le studentesse e gli studenti delle scuole superiori, è un’importante innovazione didattica e uno strumento di orientamento fondamentale. Le giovani e i giovani hanno la possibilità di entrare in contatto con un mondo estraneo alla loro esperienza di vita ma con il quale dovranno ben presto fare i conti, possono mettere al banco di prova le loro competenze e le loro conoscenze, possono cominciare a prendere le misure dei loro sogni e capire come agire per realizzarli. La Buona Scuola ha introdotto altre misure importanti in tal senso: penso all’opzionalità del curriculum, penso al Piano Nazionale Scuola Digitale di cui parlavamo prima. Penso ancora a quanto possa essere importante l’autonomia scolastica: istituti che definiscono le proprie priorità formative in base alle esigenze delle giovani e dei giovani e dei territori e che interagiscono con la comunità di riferimento, allargando l’orizzonte di esperienze e possibilità delle ragazze e dei ragazzi. Penso, infine, ai decreti attuativi della Buona Scuola, approvati nel mese di aprile, e ai bandi PON dedicati alla promozione dell’imprenditorialità e all’orientamento. Per la prima volta la scuola italiana educa, istruisce, forma le nuove generazioni e, al contempo, abbatte i muri che la tenevano distante dalla società, costruendo ponti con l’esterno per far sì che le studentesse e gli studenti possano avere un quadro d’insieme del domani e un solido bagaglio di competenze grazie ai quali diventare cittadine e cittadini responsabili di un mondo in crescita sostenibile.

L’Italia per quanto concerne l’innovazione didattica è al passo con quanto richiesto dall’Agenda dello sviluppo sostenibile 2020-2030 dell’Onu?

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Onu è un punto di riferimento per la nostra azione ministeriale. Lo è per due obiettivi – il quarto e il quinto – in particolar modo: “fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, opportunità di apprendimento per tutti” e “raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze”. Ma lo è in generale, considerando che gli obiettivi dell’Agenda sono strettamente interconnessi l’uno con l’altro. Stiamo mettendo in campo azioni e investimenti per raggiungere nel minor tempo e nel migliore dei modi possibili questi risultati. Quello che vogliamo per le nostre ragazze e i nostri ragazzi è un futuro di crescita sana, libera e sostenibile. Stiamo gettando i semi di questo futuro già nel loro presente, attraverso il nostro sistema di istruzione e formazione. Non verremo meno a questo impegno e anzi lavoreremo con maggiore determinazione per centrare l’obiettivo. Lo facciamo per le giovani e per i giovani. Lo facciamo per il nostro Paese.

Cristina Montagni

 

Roadmap e Summit G7 di Taormina. Politiche e strategie sulla Parità di Genere entro 2030

A conclusione del Vertice di Taormina, i leader del G7 firmano la roadmap sulle politiche da intraprendere sulla parità di genere entro il 2030. Il piano punta sul lavoro femminile, sull’imprenditoria, sull’empowerment economico e la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro. 

Vediamo le principali risoluzioni dell’accordo:

firma documneto congiunto G7 Taormina

Impegno del G7 e misure concrete entro il 2022 

Entro il 2022 si dovrà facilitare l’ingresso delle donne imprenditrici nel tessuto sociale, offrire incentivi all’accesso al credito attraverso la garanzia di fondi soprattutto nella fase di start-up. Saranno individuate campagne di sensibilizzazione per informare le donne sulle risorse disponibili per la creazione di reti e la promozione dell’imprenditorialità femminile. L’impegno dell’UE è aumentare la formazione, il mentoring, le opportunità di networking sostenendo politiche di cooperazione allo sviluppo in diversi settori produttivi.

Lavoro dignitoso per le donne

Nei criteri di crescita si auspica l’aumento del 25% della partecipazione femminile al lavoro entro il 2025, oltre al miglioramento della qualità dell’occupazione femminile riconoscendone il ruolo positivo nel mercato occupazionale equiparando reddito e pensioni agli uomini. Il G7 si impegna a promuovere l’impiego delle donne nei management aziendali soprattutto nell’economia informale in cui sono sottorappresentate. Si impegna a riconoscere la cura e il lavoro domestico non retribuito quale contributo all’economia globale che grava sulle donne e sulle ragazze. La delegazione sollecita l’aggiornamento delle banche dati delle statistiche nazionali ISTAT, delle Nazioni Unite, OCSE, FMI, BM, OIL e della Commissione Europea. L’ISTAT sarà l’unico ente preposto per coordinare le statistiche in base alle caratteristiche definite secondo le nuove regole definite dal G7. Per armonizzare le banche dati degli Enti nazionali, si adotterà un metodo condiviso tra i dati degli Enti nazionali e quelli dell’OECD. Le banche dati dovranno stimare le attività delle famiglie tenendo conto degli impieghi non retribuiti a livello nazionale e internazionale con l’ausilio di sportelli per quantificare il lavoro a tempo determinato con indagini ad hoc, già a disposizione dai sistemi confederali CISL. L’ILO dovrà inoltre proseguire il programma di lavoro pilota (LFS) con l’obiettivo di scrivere le linee guida e sostenere il G7 per all’attuazione della risoluzione 19 ICLS sulle statistiche di lavoro entro il 2018. 

Investimenti in infrastrutture sociali

Si riconosce alle infrastrutture sociali – reti, luoghi, progetti e servizi – un ruolo cruciale per aumentare lo standard di vita e di qualità delle comunità. Saranno stimolate le strutture didattiche, le aree ricreative, i programmi culturali per facilitare i contratti di lavoro per le donne impiegate in ambito informale. Il G7 aumenterà le dotazioni finanziarie nelle infrastrutture in servizi sociali con la promozione di partenariati pubblico-privati. I Ministeri del lavoro si impegneranno per l’integrazione tra i sessi nei processi di pianificazione, monitoraggio e budgeting nelle infrastrutture sociali. 

Investimenti in salute, benessere e alimentazione

Salute, benessere e alimentazione sono indicatori necessari per promuovere l’empowerment per le donne considerate come agenti di cambiamento. Per accompagnare questi cambiamenti si dovranno sostenere l’adozione di buone pratiche sanitarie e nutrizionali, migliorare la partecipazione economica delle donne, l’alfabetizzazione dei giovani, promuovere la carta dei diritti degli adolescenti e delle donne in materia di salute, implementare l’accesso ai servizi sull’assistenza sanitaria e politiche mirate alla salute e al benessere.

Analisi di genere e di contrasto alla povertà

L’uguaglianza di genere è il principale strumento anti-povertà che si concretizza attraverso mirate politiche economiche, sociali e ambientali. Tutte le statistiche dei paesi evidenziano strette connessioni tra sesso, povertà, l’empowerment e diseguaglianza. A questo proposito ecco alcune delle riflessioni in grado di contrastare questi fenomeni.

Esclusione sociale

Esperti nazionali, regionali e internazionali ritengono che per contrastare la povertà, occorre disporre di una politica comune e avviare analisi multidimensionali in riferimento al sesso e alla povertà che per effetto della crisi hanno investito l’occupazione femminile in un contesto globale. Si incoraggiano partenariati internazionali per rafforzare le indagini statistiche e disporre di analisi innovative disaggregando le informazioni in base al sesso e età e capire quali sono le barriere che impediscono ai gruppi di accedere ai servizi di base per la salute. 

Gli strumenti di contrasto

  1. Incentivare le strategie anti-povertà con aspetti economici e sociali; 
  2. Sostenere politiche sull’occupazione attraverso sistemi di detassazione alla famiglia, sull’assistenza sanitaria e assistenza agli anziani; 
  3. Sviluppare politiche abitative idonee per uscire dalla povertà e dalla disuguaglianza considerando con attenzione i fenomeni della disabilità, razza, etnia, religione e composizione familiare che influenzano lo status sociale di donne; 
  4. Riconoscere alle donne – impiegate nell’occupazione precaria – politiche sul congedo retribuito, modalità di lavoro flessibili, custodia dei bambini e cura a lungo termine; 
  5. Per combattere l’occupazione precaria, gli stati membri incoraggiano privati, aziende statali e datori di lavoro ad adottare strumenti di conciliazione tra lavoro e cura delle responsabilità per le donne e per gli uomini, riducendo il gap retributivo; 
  6. Incoraggiare le aziende a sostenere accordi di lavoro flessibili per le famiglie; 
  7. Incentivare sul posto di lavoro misure di sostegno al credito;
  8. Disegnare una mappa dei settori in cui il divario tra i sessi è più rilevante; 
  9. Promuovere maggiore partecipazione delle ragazze nella scienza, tecnologia, ingegneria, matematica e medicina (STEMM), riconoscendo che l’area digitale e le competenze tecnologiche sono quelle in cui le donne e le ragazze sono sotto-rappresentate. Queste competenze saranno il requisito fondamentale per accedere a molti posti di lavoro ad alto rendimento economico;
  10. Rafforzare la collaborazione tra università e ricerca, istituti e settore privato. 

Eliminare la violenza contro le donne e le ragazze

I leader G7 si impegnano a promuovere misure per contrastare la violenza contro le donne e le ragazze nel settore pubblico e privato. La violenza contro le donne è una violazione, un abuso dei diritti umani che producono costi diretti e indiretti rilevanti per tutta la società. I governi daranno una risposta forte per contrastare ogni forma di molestia – incluse le pratiche dannose contro i bambini, il matrimonio precoce e forzato, la mutilazione genitale femminile, la violenza domestica, la tratta di esseri umani nello sfruttamento sessuale e lavorativo – contro le donne e le ragazze, compresi i migranti e i rifugiati in una cultura di reciproco rispetto. Per combattere questi atti si adotterà una strategia nazionale attraverso un incremento delle risorse finanziarie promuovendo per gli educatori la formazione alla parità di genere con norme sugli stereotipi contro le ragazze nelle scuole a tutti i livelli di istruzione entro il 2022. Sarà compito degli Stati monitorare l’attuazione di leggi e politiche legate alla violenza contro le donne analizzando dati rilevanti sui tipi di violenza perpetrati nei confronti di donne e ragazze. Saranno raccolti e pubblicati con regolarità i dati disaggregati per sesso e età in modo da monitorare il fenomeno, esplorando le cause e identificando i gruppi vulnerabili e le nuove forme di violenza. Si investirà in campagne d’informazione volte a coinvolgere i ragazzi, come attori di cambiamento, per aumentare la consapevolezza degli effetti negativi mostrando immagini degradanti delle donne e atti violenti perpetrati contro le donne o incitamento alla violenza nei media. Si prevede inoltre un aumento di fondi per lo sviluppo in programmi sulla cooperazione e su tutte le forme di violenza entro il 2022 per la raggiungere la piena attuazione della risoluzione 1325 delle Nazioni Unite.

Cristina Montagni

Donne al lavoro, la scelta di fare impresa

Una fotografia dell’imprenditoria femminile commentata nell’ultimo rapporto del Censis e Confcooperative che prende in esame 1,32 milioni di imprese che in Italia sono guidate da donne. Lo studio presentato da Andrea Toma della Fondazione Censis e Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, ha visto la presenza di Anna Manca, presidente della Commissione dirigenti cooperatrici, che ha portato una riflessione sulla mission del fare impresa per le donne. 

Le imprese femminili guidano la ripresa economica

Le aziende femminili crescono più del sistema imprenditoriale. Crescono nelle aree metropolitane del Sud – Reggio Calabria, Catania e Palermo in ambiti che fino a qualche anno fa erano una esclusiva maschile e trovano nella cooperazione il loro habitat economico preferito. Su un totale di 6 milioni e 74 mila imprese registrate, il 21,8% è guidato da donne. Fra il 2014 e il 2016 l’incremento delle imprese femminili è stato dell’1,5%, il triplo rispetto alla crescita del sistema imprenditoriale che non è andato oltre lo 0,5%.

Imprese femminili e tasso di femminizzazione 2014-2016

Tra il 2014 e il 2016 i settori tipicamente maschili hanno registrato una crescita del 2,6% nei settori dell’energia e delle costruzioni. Se si restringe il campo nei settori made in Italy, (moda, turismo e agroalimentare), le imprese femminili confermano una crescita dell’1% fra il 2014 e il 2016, superiore a quanto si registra sul totale delle imprese appartenenti ai settori del made in Italy. In dettaglio, si colloca sopra al’1% la parte di imprese femminili impegnate nel turismo (+5,1%, ma raggiunge l’11,5% nelle attività di accoglienza), nei servizi per la ristorazione +4,4% e nell’industria alimentare +4,0%. Le imprese rosa nascono soprattutto nelle regioni centrali (+2,0%), al Sud (+1,8%), mentre il Nord Ovest e il Nord Est presentano incrementi contenuti (1% circa). Le regioni con più alto tasso di crescita sono il Lazio e la Calabria (+3,1%), mentre nel Nord, Piemonte, Val d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Liguria e Marche segnano un valore negativo. Le donne, commenta Maurizio Gardini presidente di Confcooperative, «hanno avuto il talento di trasformare fattori di svantaggio, tra pregiudizi e retaggi culturali, in elementi di competitività, riuscendo ad anticipare i fattori di novità del mercato, tanto che la ripresa è trainata dalle imprese femminili che crescono dell’1,5% rispetto a una media dello 0,5%. Nelle cooperative, fanno meglio e 1 su 3 è a guida femminile, è donna il 58% degli occupati e la governance rosa si attesta al 26%. Le donne, nelle cooperative si prestano ad essere un ascensore sociale ed economico importante perché conciliano meglio di altre vita e lavoro. La conciliazione resta il requisito per accrescere la presenza delle donne nelle imprese e nel mondo del lavoro». In termini di stock, una quota rilevante di imprese femminili è distribuita nel Mezzogiorno, dove sono presenti 476 mila aziende, pari al 23,7% del totale. Dall’esame delle 14 città metropolitane emerge al primo posto la Reggio Calabria con un tasso di femminilizzazione del 24,2% nel 2016, seguita da Catania con il 23,6% e da Palermo con il 23,4%. Roma e Milano sono sotto la media nazionale: Roma con 100 mila unità, mentre Milano supera le 60 mila imprese. In totale circa 464 mila imprese femminili sono concentrate nelle aree metropolitane, che rappresentano 1/3 dei valori nazionali. Le donne straniere guidano una quota considerevole nei settori del tessile e dell’abbigliamento con il 27,2% sul totale delle aziende rosa attive nel settore.

Graduatoria delle 14 citta metropolitane per taso di femminizzazione delle imprese 2014-2016

Le donne anticipano le trasformazioni nel lavoro

Mettersi in proprio sembra la strada più percorribile, fallita la ricerca del “posto di lavoro”, grazie agli sviluppi delle tecnologie e della comunicazione e ai costi contenuti per avvio di un’attività imprenditoriale o autonoma. Fattori che hanno contributo ad accrescere l’intraprendenza delle donne nel mercato del lavoro, nonostante la crisi abbia prodotto pesanti effetti sull’occupazione e sulle opportunità di inserimento nel lavoro. Le donne imprenditrici in Italia nel 2016 sono pari a 51 mila contro i 184 mila imprenditori uomini. I dati registrano una ripresa delle donne dal 2015, che anticipa di un anno la crescita degli imprenditori uomini avvenuta nel 2016. A fronte di un tasso di occupazione che ancora diverge per quasi 20 punti percentuali rispetto agli uomini (66,9% di questi ultimi contro il 48,5% delle donne a maggio di quest’anno), emergono fenomeni che attestano una forte volontà di partecipazione e di inserimento da parte della componente femminile. Il nuovo protagonismo femminile appare motivato – come scelta obbligata e come aspirazione – da una spinta all’iniziativa personale di fare in proprio. La vera novità proviene dall’andamento dell’occupazione nelle libere professioni. In questo segmento la presenza femminile è costante negli anni 2007-2016 con un saldo positivo di 259 mila professionisti, di cui 170 mila sono attribuiti alle donne e i restanti 89 mila agli uomini. L’incremento delle professioniste è pari al 5,1% delle occupate contro il 3,5% del 2007.

Innovazione sostantivo femminile

L’investimento in capitale umano realizzato negli ultimi decenni dalle donne ha fatto salire del 53,5% la quota delle laureate tra le occupate contro il 46,5% rispetto agli uomini. Per quanto riguarda la sezione del Registro delle imprese riservata alle startup innovative, nel 2017 le imprese a prevalenza femminile si attestano al 13,3% sul totale di 6.880. Produzione di software, consulenza informatica, ricerca e sviluppo e servizi ICT sono i principali settori di attività scelti dalle imprese guidate da donne. Fra i comparti innovativi quello delle web technologies copre il 45% delle imprese, mentre i settori come bioscienze, smart cities ed energia si aggirano intorno al 10%. Nel profilo degli startupper domina la componente maschile, con il 75,5% sul totale, lasciando alle donne il restante 24,5%. Ma è significativo che questa quota salga al 31,4% nel segmento più giovane degli startupper, e, fatto 100 il totale delle donne presenti nelle start up, la classe fino a 36 anni presenta una quota del 46,7%; fra gli uomini la percentuale dei più giovani si ferma al 36,4%.

Cristina Montagni

Il lavoro che cambia. Giornata dedicata al rapporto tra “Scienza, Tecnologia e Lavoro”

Il “lavoro che cambia, questo il tema introdotto dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti il 22 giugno a Palazzo Rospigliosi. Una giornata dedicata al rapporto tra “Scienza, Tecnologia e Lavoro”, sul futuro scenario legato alla trasformazione del lavoro, alla diffusione dell’automazione e alla digitalizzazione. I temi approfonditi in quattro tavoli tematici sono dedicati al Lavoro, formazione, competenze; il progetto “Crescere in digitale”; Organizzazione del lavoro, nuovi processi produttivi, politiche attive; focus sulle piattaforme e Gig economy. Una giornata che anticipa i temi in occasione del centenario dell’Organizzazione Internazionale del LavoroILO e del G7 Lavoro – che quest’anno si terrà a Torino dal 30 settembre al 1 ottobre. Nel corso dell’evento, il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, consegna la stesura del documento di sintesi ad ILO in vista del documento definitivo del centenario. Cesare Damiano, Presidente della Commissione della Camera, definisce l’attuale rivoluzione del lavoro unica che spostandosi verso il digitale e la robotica, porterà modifiche non indolori sull’occupazione e compito dei sindacati, delle imprese, del Governo, e dei Ministeri è per trovare un filo comune che intrecci il lavoro intelligente con l’alternanza scuola-lavoro.

Il lavoro che cambia nel mondo e consegna del contributo italiano all’iniziativa dell’ILO

Giuliano Poletti Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, consegna la reflection paper sul Lavoro che cambia, a Guy Ryder Direttore Generale ILO in occasione del centenario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. I cambiamenti sul lavoro sono globali, commenta Poletti, ma il paese deve affrontarli in un contesto europeo. L‘Italia ha intrapreso un dialogo con l’Europa sul pilastro sociale ma occorre lavorare sulla dimensione sociale dell’Europa, correlare l’economia reale ai parametri economici di bilancio, alla spesa e agli investimenti. Il primo investimento da cancellare dal fiscal compact è quello sulla conoscenza. Se il Governo italiano riesce a connettere le politiche economiche agli investimenti e al pilastro sociale, allora avrà costruito l’Europa dei lavoratori e l’Europa dei cittadini. Altro tema da affrontare in sede europea è quello della disuguaglianza di genere. Storicamente il nostro paese ha tassi di occupazione più bassi rispetto l’UE, questo dipende da una occupazione femminile scarsa per competere con il resto dell’Europa. Va ripensato l’impianto del welfare perché l’attuale è tagliato su un lavoratore standard, mentre occorre uno strumento mobile, uno stock di diritti e di tutele individuali che segua le dinamiche della vita dell’individuo per contrastare il dumping sociale ed economico e tutelare il nostro paese dai diversi regolamenti adottati dai paesi europei.

Lavoro, Formazione e Competenze

Per Stefano Sacchi Presidente INAPP, Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche ex Isfol, occorre una buona capacità di analisi. Capire quali sono le professioni che “tirano” rispetto a quelle che hanno scarsa domanda sul mercato a seguito dei processi di automazione del digitale, e capire su quali competenze andare ad investire. Il riordino del sistema dell’istruzione, nel breve-medio periodo può dare esiti positivi. L’alternanza scuola-lavoro coinvolge 1 milione e mezzo di ragazzi e una riforma moderna va riscritta tenendo conto del coinvolgimento delle imprese ad alta e media tecnologia. Per quanto riguarda il sistema duale, nato tra nel 2015-2016 con la Conferenza Stato-Regioni, vede la partecipazione di 15 regioni che hanno avviato percorsi di formazione per 21 mila studenti, di cui il 50% in Lombardia e il 25% in Sicilia. Complessivamente il 90% dei giovani è coinvolto nel programma di alternanza scuola-lavoro o in forme di impresa simulata. Un elemento non trascurabile è quello delle competenze che non deve coinvolgere solo i lavoratori ma anche gli imprenditori, ponendo attenzione al tessuto produttivo delle piccole e medie imprese per evitare una polarizzazione delle imprese di grandi dimensioni.

Cristina Grieco, Coordinatrice Assessori Regionali al lavoro, ritiene sia unanime l’impegno delle regioni ad andare avanti su questo percorso. Nonostante i diversi modelli produttivi, è possibile aumentare il numero dei ragazzi nei percorsi di formazione, e le regioni, hanno un ruolo decisivo nella programmazione degli strumenti dall’alternanza scuola-lavoro fino alla creazione di una rete di apprendimento permanente che impegna tutta la vita lavorativa dell’individuo. Con la Legge 107 (legge sulla buona scuola) è cambiata la dignità dei percorsi scolastici, infatti entrano oggi nei curricula degli studenti. Esistono però delle criticità che investono tutte le regioni, ad esempio quello di abbassare il livello di diffidenza che le imprese hanno nei confronti dello strumento dell’apprendistato di 1 e 3 livello e per questo si confida nel sostegno delle associazioni datoriali. Secondo Riccardo Giovani di Rete Imprese Italia, l’Italia è in linea con il Piano Nazionale Impresa 4.0. Il paese, continua Giovani, percorre una via tutta italiana per agganciare la quarta rivoluzione industriale dal momento che non si può prescindere dalle opportunità del saper fare italiano. La densità culturale dei prodotti, le specializzazioni, la cultura del territorio, e il turismo di qualità, sono peculiarità che non possono essere standardizzate ma vanno incentivate. Il 99% delle micro imprese occupano il 50% dei lavoratori con un totale di 11 milioni di occupati. Il tessuto micro imprenditoriale è a pieno titolo inserito nella quarta rivoluzione industriale e questo pezzo di impresa costituisce un driver importante per la ricchezza del paese. I trend mondiali vanno verso la ricerca e la personalizzazione del prodotto, e, l’innovazione tecnologica offre alla micro-impresa opportunità di aprirsi ai mercati globali, a costi bassi a fronte di un prodotto di elevata qualità. L’Industria 4.0 impatta sull’organizzazione del lavoro e su specifici contratti collettivi incidendo sul tema delle competenze dei lavoratori e degli imprenditori con la richiesta di impiego di figure professionali ibride.

Filippo Contino, Responsabile delle Relazioni industriali di Enel, parla di una consolidata esperienza dello strumento dell’apprendistato sperimentato già dal 2014, dove l’85% del personale proviene da aree tecniche. Da più di venti anni Enel forma giovani per colmare un gap dovuto alle richieste delle aziende soprattutto nelle soft-skills (lavorare in team, comunicazione, problem solving, proattività e assunzione di responsabilità). Nel 2014, in assenza di un quadro legislativo regolamentato, Enel ha adottato strumenti di alternanza scuola-lavoro, avviando un progetto in 7 regioni italiane con 145 ragazzi, ispirato al sistema duale tedesco, ma calato nella realtà italiana con l’aiuto dei sindacali e 7 regioni d’Italia. Insieme al Ministero della Pubblica Istruzione sono state individuate le scuole per la sperimentazione, che consiste in una settimana di formazione prima dell’inizio dell’anno scolastico. Il progetto prevede attività di laboratorio in azienda, avvalendosi di 500 tutor interni in grado di trasferire competenze ai giovani. A conclusione dell’anno scolastico i ragazzi che hanno partecipato al full immersion di 9 settimane sono stati assunti con contratti ad hoc e successivamente impiegati a tempo indeterminato. Un dato da segnalare è sono ancora poche le ragazze che scelgono percorsi tecnici o studi universitari con profili ingegneristici.

Il Presidente di Unioncamere Ivan Lo Bello parla di un sistema scolastico puro, non più percorribile che non coinvolge solo la formazione ma l’economia globale. Occorre individuare le competenze del futuro, le competenze digitali ma soprattutto sradicare la mentalità che l’attuale sistema culturale non risponde alle necessità di un mercato del lavoro che cambia. L’Italia ha grande capacità tecnologica ma non ha colto questo aspetto cumulando ritardi nei confronti dell’Europa. Unioncamere e Confindustria stanno offrendo un contributo nel programma dell’Agenda Digitale, ma solo il 4% dei giovani under 29 anni pratica un tirocinio in azienda. Per ridurre il gap scuola-lavoro, Unioncamere è impegnata nell’orientamento che inizia dalla scuola media e che rappresenta un volano per ridurre la disoccupazione.

davIl Ministro dell’Istruzione e della Ricerca Scientifica Valeria Fedeli sottolinea che il tema della digitalizzazione è centrale ma occorre partire da un diritto soggettivo, un diritto che investe i lavoratori, dalla formazione fino ad una istruzione permanente. La digitalizzazione, la vera quarta rivoluzione industriale, non ha le caratteristiche delle precedenti innovazioni. Siamo di fronte ad un cambio di paradigma, nel modo di produrre, di pensare, di istruirsi, di consumare e vivere. È necessario cambiare le modalità con cui si approccia al sistema educativo che abbraccia tutti i soggetti dall’impresa agli attori sociali. Il fatto che al G7 di Torino saranno riuniti Ministero del lavoro, Ministro della Pubblica Istruzione, Ministro dello Sviluppo economico, significa che il sistema paese ha di fronte scelte importanti da prendere. La Ministra si sofferma su un punto cruciale, quello di non confondere i fattori abilitanti educativi, percorsi di formazione alternanza scuola-lavoro, lauree professionalizzanti, con strumenti differenti ad esempio gli ITS, scuole ad alta specializzazione tecnologica, nate per rispondere alla domanda delle imprese ad elevate competenze tecniche e tecnologiche. L’Alternanza scuola-lavoro è un fenomeno strutturale, entrerà negli esami di stato nell’anno scolastico 2018-2019 portando con sé una innovazione didattica in linea al mondo della cultura e del lavoro, generando nuovi skills e nuove competenze. L’innovazione formativa si pone l’obiettivo di incentivare l’occupazione femminile aumentando i percorsi STEM e come utilizzare lo strumento dell’apprendistato di 1 e 3 livello. Per puntare alla crescita del paese occorre lavorare insieme ai sindacati e proporre rapporti contrattuali diversi per un lavoro che cambia. La digitalizzazione, conclude la Fedeli, pone delle responsabilità sui contenuti, sulla cultura e sulla qualità di un apprendimento, una progettazione che obbliga la scuola, il mondo del lavoro e le imprese ad avere una visione qualitativamente allargata.

Diego Ciulli, Pubblic Polity Manager Google presenta il progetto Garanzia Giovani che conta diversi fattori di successo nel crescere in digitale. Un progetto win win rivolto a 1 milione di Neet, ragazzi sotto i 30 anni non impegnati in corsi di formazione e non occupati, reclutati sul web e avviati ad un tirocinio presso una azienda tradizionale offrendo un approccio di lavoro differente. Il successo del progetto Garanzia Giovani è la multidimensionalità, la partnership con Unioncamere e soggetti privati e istituzionali. Il nostro paese utilizza solo il 10% del potenziale digitale, dovuto al fatto che non ci sono sul mercato del lavoro competenze digitali tra lavoratori e imprenditori. Google accettando questa sfida a livello internazionale si è impegnata ad incidere sulla disoccupazione giovanile puntando sui ragazzi NETTs come digitalizzatori dell’economia nelle piccole e medie imprese. Attraverso la piattaforma clik lavoro, fondata da Unioncamere e Fondazione Tagliacarne, si invitano i ragazzi a partecipare al programma Crescere in Digitale, un corso di formazione gratuito online di 50 ore con 250 video tutorial a sostegno delle PMI. Il corso articolato in 120 laboratori territoriali è in grado di connettere aziende e giovani per ricercare le competenze che servono sul mercato. Google facilita questo matching attraverso 3000 tirocini rimborsati da Garanzia Giovani, gestiti da una community di esperti che assistono i ragazzi fino alla conclusione del percorso di formazione e le CCIAA che facilitano l’incontro tra la domanda e l’offerta di competenze digitali. Il progetto lanciato nel 2015, ha raggiunto 100.000 NEETs e a giugno 2017 il 36% dei ragazzi, hanno firmato un contratto di lavoro di cui il 20% è a tempo indeterminato.

Condivisione della responsabilità nel lavoro che cambia: la partecipazione dei lavoratori all’impresa

Per Anna Maria Furlan Segretaria Generale CISL, parlare di lavoro significa riconoscerne il valore sociale, un valore indissolubile della persona. La quarta rivoluzione industriale deve affrontare in tempi brevi i temi del cambiamento del lavoro e la modifica della composizione demografica della popolazione. La prima urgenza è immaginare una rivoluzione industriale inclusiva nel lavoro che investa tutti i settori delle imprese e dia risposte in termini di competitività a tutte le generazioni del lavoro. Le relazioni industriali e la contrattazione collettiva possono facilitare questo processo di trasformazione sollecitando la politica a investire sia nel pubblico che nel privato. La transizione va affrontata con strumenti specifici: fondi contrattuali e fondi bilaterali per rispondere ad 1 milione di lavoratori. È necessario allargare la base del rapporto tra impresa, lavoratori e scuola con la detassazione di secondo livello prendendo a campione il modello tedesco. Utilizzare i fondi contrattuali e i fondi assicurativi che valgono oltre 200 miliardi. Solo il 3% di queste risorse viene investito ma potrebbe essere utilizzato dai lavoratori nella partecipazione azionaria dell’impresa modificando l’attuale sistema fiscale.

Mauro Lusetti Co-Presidente Alleanza delle Cooperative parla di una difficoltà oggettiva nel creare un modello di partecipazione nelle medie e piccole imprese. Queste imprese hanno necessità di una solida continuità aziendale senza contare il fenomeno dei worker buy-out. Imprese che vengono recuperate dal fallimento e costituendosi in cooperative si riappropriano delle loro attività. Un fenomeno che interessa oltre 300 imprese e 15.000 lavoratori. La caratteristica che distingue gli worker buy-out è nella natura finanziaria, nell’efficienza aziendale e nella crescita della persona. Un futuro che vede la crescita di nuovi mestieri e professioni non convenzionali (caporalato, dumping contrattuale), è fondamentale rinsaldare il sentimento di consapevolezza dei diritti dei lavoratori. L’innovazione tecnologica va gestita, e il processo Industria 4.0 va accompagnato con percorsi di riqualificazione e alfabetizzazione digitale delle persone escluse dai processi produttivi aziendali.

Marina Calderone Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro (CUP) parla di un percorso positivo intrapreso dal Governo che guarda all’economia e al lavoro professionale in un’ottica diversa. Il welfare aziendale non può essere confinato alle sole dimensioni aziendali ma deve tenere conto delle specificità dei lavoratori. I lavoratori devono poter decidere sull’attività dell’impresa spesso formata da piccole realtà ma altamente qualificate. Partecipazione al lavoro significa considerare politiche di welfare aziendale intese come sostegno all’invecchiamento attivo e per lavoro dignitoso è urgente ridefinite condizioni di lavoro stimolanti in grado di abbracciare un patto generazionale che includa giovani nel mercato del lavoro. Individuare percorsi unificanti, e strumenti alternativi alle politiche tradizionali per predisporre un nuovo pilastro pensionistico. L’Italia deve modificare la propria visione d’impresa dove ancora prevale il binomio conflitto-contratto. L’impresa, in qualità di infrastruttura sociale, è un valore per la comunità, un concetto da coltivare, una ricchezza che il paese deve evitare di frammentare ma unire.

Organizzazione del lavoro, nuovi processi produttivi, politiche attive

Per Giovanni Brugnoli, Vicepresidente per il Capitale Umano Confindustria, vi è la necessità di formare costantemente i lavoratori nell’impresa in una Industria 4.0 che è cambiata rispetto a dieci anni fa. Per quanto riguarda le politiche attive, l’accordo siglato con i sindacati a settembre 2016 cerca di mantenere nella formazione un ruolo centrale per il ricollocamento e la costanza all’interno delle imprese. Il progetto Industria 4.0 non deve essere una parentesi temporanea ma una costante nei prossimi anni. Maurizio Del Conte, Presidente Anpal, paragona il lavoro attuale a una linea circolare che va governata nelle diverse fasi di transizione. Occorre operare un monitoraggio sui bisogni delle imprese e lavorare sui territori per creare questa circolarità attraverso misure concrete, pensando che le fasi di transizione sono un arricchimento, un salto di qualità nel lavoro. Poi ci sono le azioni di sistema che consentono di connettere il mondo delle imprese alle scuole per sviluppare elementi sinergici e costruire moltiplicatori di efficienza. L’Agenzia Nazionale Anpal è un punto di riferimento sul territorio nazionale in grado di accompagnare questo processo di trasformazione culturale anche nelle aree più difficili del paese.

davPer Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico, l’innovazione tecnologica e l’internazionalizzazione sono fenomeni positivi ma vanno governati. La segmentazione richiede una strategia, una domanda interna strutturalmente stabile per intercettare la domanda internazionale e spiegarla agli italiani in un’ottica di lungo periodo più credibile. Agganciare la domanda interna attraverso la produttività con politiche volte a massimizzare i benefici dell’attuale transizione tecnologica, aiuta le imprese ad investire con maggiore tranquillità. La contrattazione deve avvicinarsi all’impresa per aumentare gli stipendi dei lavoratori e la politica deve inserirsi in un quadro organico tenendo conto delle trasformazioni demografiche, dei flussi migratori, delle condizioni di sicurezza del lavoro legate ai nuovi processi produttivi, della formazione giovanile e femminile e dei bisogni dei lavoratori anziani. A settembre nel G7 industria, partirà la seconda cabina di regia Industria 4.0 che sarà interamente dedicata al tema del lavoro, che avrà come focus la revisione del pilastro fiscale e finanziario e il pilastro delle competenze.

Il lavoro dignitoso e le nuove tutele

Susanna Camusso, Segretaria Generale CGIL, parla di un cambio di visione nella lettura del concetto di lavoro dignitoso. Passare da una Repubblica fondata sul lavoro a una fondata sui “lavoretti” è di straordinaria attualità. I lavoretti sono diventati nel tempo fonte di profitto e di diseguaglianza di lavori poveri. Il lavoro si sta polarizzando in maniera anomala, perché siamo in presenza di lavoro qualificato che assume caratteristiche ottocentesche, gratuito, tale da non permette una vita dignitosa. Non può esserci una gara al massimo ribasso e l’unica cosa è rimettere al centro la dignità dell’individuo che lavora, contare su una condizione di diritto, e non di subalternità all’idea dell’innovazione. davRipartire dai diritti delle persone significa proporre degli standard minimi di tutela che mettano in sicurezza i lavoratori e la Carta dei Diritti va in questo senso. Per evitare che la tecnologia e l’innovazione producano polarizzazioni, bisogna mettere al centro la persona. Regolamentare il lavoro invisibile e considerare questi lavori legittimi a tutti gli effetti. Anche l’agricoltura vive una stagione di cambiamento per effetto delle tecnologie digitali, a dirlo è Roberto Moncalvo Presidente Coldiretti. Il settore ha saputo controllare il fenomeno della flessibilità entro un piano contrattuale di tutela dei lavoratori da un punto di vista sociale, e la legge sul caporalato va in questa direzione. L’innovazione del comparto riguarda l’agricoltura multifunzionale, ma margini di miglioramento sono possibili sulla contrattazione aziendale, sulla gestione del mondo delle cooperative semplificandone le procedure burocratiche senza dimenticare che il settore rappresenta la seconda forza trainante del paese con il 17% di PIL.

Massimo De Felice, Presidente Inail, approfondisce il tema della sicurezza e della prevenzione dei rischi negli infortuni e la tecnologia incide su due versanti. Da una parte si affacciano nuove situazioni di rischio ad esempio la comparsa di nuovi materiali nei processi produttivi, dall’altra aumentano le capacità di prevenzione. È necessario implementare la ricerca per prevenire i rischi indotti dall’innovazione con la formazione e l’informazione sui pericoli che i lavoratori corrono sui luoghi di lavoro e affermare l’idea che la prevenzione non è un costo ma è un investimento.

Il ruolo del Inps è duplice secondo il Direttore del Centro Studi Massimo Antichi. Molte cose sono state fatte ma poco sul fronte delle politiche attive che rappresentano il 2% del bilancio dello Stato contro il 4% della Danimarca. Con il cambiamento demografico è necessario intervenire sulle politiche di invecchiamento attivo favorendo il pensionamento parziale, investire nei settori difficilmente aggredibili dalla rivoluzione digitale, e nei servizi di assistenza agli anziani incentivando le associazioni di volontariato a sostegno di tali servizi. Molto c’è ancora da fare sulla classe di mezzo e per questo è auspicabile una riforma degli ammortizzatori sociali per evitare il rischio d’esclusione sociale.  

Focus su piattaforme e gig economy

Il concetto di lavoro nella gig economy è relativo. Chi lavora sulle piattaforme o nella gig economy non sempre rispetta orari standard, spesso lavora di notte. Il luogo di lavoro non è fisso, non è necessario essere in azienda, si può scegliere liberamente il luogo più consono all’attività che si svolge. Con la gig economy cambiano le modalità di lavoro, le relazioni si intrecciano sulla rete e spesso non si conosce il datore di lavoro. Ci sono persone che per scelta decidono di lavorare nel digitale e chi invece per necessità sono costrette perché non trovano altro (imbianchini, dog sister, baby sitter, etc.). Il web tende a livellare verso il basso il valore del lavoro prodotto anche se la professionalità è alta. Un mercato non regolamentato, sul versante delle tutele, del welfare, i tempi di lavoro e pensione. Chi opera nella gig economy è un lavoratore invisibile, sfugge dal sistema tradizionale, e si pone come intermediario tra la domanda e offerta di lavoro sfruttando la prestazione del lavoratore a vantaggio dell’intermediario. Occorre quindi creare regole certe e riconoscimenti che rendano visibile il mondo della gig economy senza snaturalo.

Cristina Montagni