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MILLENNIALS, LAVORO POVERO E PENSIONI: QUALE FUTURO?

Precari, Neet, working poor, “lavoro gabbia”: la futura bomba sociale produrrà un esercito di 5,7 milioni di giovani a rischio povertà nel 2050. Il ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, la discontinuità contributiva, la debole dinamica retributiva e attività lavorative precarie, rappresentano un mix pericoloso che proietta uno scenario preoccupante sul futuro previdenziale e la tenuta sociale del Paese. Le nuove povertà, determinate dalle basse pensioni, saranno aggravate dall’impossibilità di contare su una previdenza complementare come secondo pilastro pensionistico. Questo è quanto emerso dal rapporto Censis-Confcooperative presentato lo scorso 15 marzo su: “Millennials, lavoro povero e pensioni: quale futuro?”.
“Queste condizioni hanno attivato una bomba sociale che va disinnescata. Lavoro e povertà, per Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, sono due emergenze sulle quali chiediamo al governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri. Sul fronte della povertà il reddito di inclusione con un primo stanziamento di 2,1 miliardi che arriverà a 2,7 miliardi nel 2020 fornirà solo prime risposte, ma dobbiamo recuperare 3 milioni di Neet e offrire condizioni di lavoro dignitoso ai 2,7 milioni di lavoratori poveri. Rischiamo di perdere un’intera generazione”, ha spiegato Gardini.

Si assiste, infatti, a una discriminazione tra generazioni. Già oggi, il confronto fra la pensione di un padre e quella del proprio figlio segnala una divaricazione del 14,6%. Il sistema previdenziale obbligatorio attuale garantisce a un ex dipendente con carriera continuativa, con 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro a 65 anni, una pensione pari all’84,3%. Un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, con 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, il rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione si dovrebbe fermare al 69,7%, circa quindici punti percentuali in meno.
Rischia di andare peggio a 5,7 milioni di persone. Infatti, sono oltre 3 milioni i Neet (18-35 anni) che hanno rinunciato a ogni tipo di prospettiva a causa della mancanza di lavoro. A questi si aggiungono 2,7 milioni di lavoratori, tra working poor e occupati impegnati in “lavori gabbia” confinati in attività non qualificate dalle quali è difficile uscire e che obbligano a una bassa intensità lavorativa pregiudicando le loro aspettative di reddito e di crescita professionale. A tutto ciò si aggiunge un problema di adeguatezza del “rendimento economico” del lavoro che espone al rischio della povertà.

Lavorare, quindi, può non bastare. Per i giovani, in particolare, lo slittamento verso il basso delle remunerazioni, in assenza in Italia di minimi salariali, denota la separazione che sta avvenendo fra i destini dei lavoratori e la sostenibilità a lungo termine dei sistemi di welfare. Questo “sfrangiamento” del lavoro rispetto al passato è messo in evidenza dalle tipologie di lavoro a “bassa qualità” e a “bassa intensità” che si stanno diffondendo. Sono, infatti, 171.000 i giovani sottoccupati, 656.000 quelli con contratto part-time involontario e 415.000 impegnati in attività non qualificate. La scelta obbligata di lavorare meno ore rispetto alla propria volontà evidenzia una situazione di inadeguatezza del lavoro svolto come fonte di reddito, tanto da diventare causa di marginalità rispetto alla potenziale disponibilità del lavoratore. Se analizziamo il dettaglio regionale si nota la forte differenza socio – economica tra Nord e Sud. Anche solo guardando al fenomeno dei Neet, nella fascia 25-34 anni (totale 2 milioni), i giovani che non lavorano e non studiano che vivono nelle sei regioni del Sud sono oltre la metà, ben 1,1 milioni, di cui 700mila circa concentrati in sole due regioni: Sicilia (317mila) e Campania (361mila).
Cristina Montagni
1° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale
Qual è lo stato del welfare aziendale in Italia e quali le potenzialità di crescita? Qual è il livello di conoscenza e di gradimento del welfare aziendale tra i lavoratori e quali prestazioni vorrebbero fossero garantite? Quale contributo può dare il welfare aziendale alla soluzione della crisi di sostenibilità del sistema di protezione sociale in Italia? Questi i quesiti a cui risponde il 1° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale in Italia presentato a Roma il 24 gennaio presso il Senato della Repubblica, realizzato in collaborazione con Credem, Edison e Michelin.

Il rapporto, presentato da Francesco Maietta, responsabile dell’area delle politiche sociali del Censis, stima in 21 miliardi di euro, il valore complessivo delle prestazioni e dei servizi. Un enorme potenziale, poco conosciuto che trova il favore dei lavoratori con stipendi più alti. “Oggi il decollo del welfare aziendale è più annunciato che reale, ma in futuro può dare un notevole contributo al benessere dei lavoratori. È indispensabile che venga promosso come pilastro aggiuntivo al welfare italiano e non percepito come un premio che avvantaggia i livelli occupazionali più alti”, spiega Maietta. In Italia – per Maietta – manca una cultura del welfare, e il welfare aziendale non può assumere la funzione di surrogato di aumenti salariali per gli occupati nelle fasce stipendiali più basse. L’attuale normativa, che premia fiscalmente il welfare aziendale, rischia di favorire i lavoratori con redditi alti e non quelli con maggiori fabbisogni sociali aumentando le disuguaglianze tra essi. Il rapporto descrive anche alcune contraddizioni, le cui soluzioni consentirebbero allo strumento di svolgere un ruolo primario per il benessere e la sicurezza sociale dei lavoratori rispondendo alle aspettative di sicurezza dei lavoratori e alle esigenze di buone performance delle aziende, contribuendo al rimedio della crisi di sostenibilità del sistema di welfare italiano.
Risultati del Rapporto
Dal rapporto Censis-Eudaimon emerge che solo il 17,9% dei lavoratori italiani sa cos’è il welfare aziendale, il 58,5% lo conosce in parte e il 23,6% non sa cos’è. Ne hanno una scarsa conoscenza i lavoratori con bassi livelli di istruzione, quelli con redditi bassi (44,6%), i genitori single (40,3%), gli occupati con mansioni esecutive e manuali (36,7%), le lavoratrici (30,1%), mentre chi conosce il welfare aziendale è favorevole per il 74,4% rispetto a chi non lo conosce per il 43,3%. Di fronte alla possibilità di trasformare la retribuzione in quote premiali di welfare, il 58,7% dei lavoratori si dichiara favorevole, il 23,5% è contrario, mentre il 17,8% non ha una opinione in merito. Ad essere favorevoli sono i dirigenti e i quadri (73,6%), i lavoratori con figli piccoli fino a 3 anni (68,2%), i laureati (63,5%), e i lavoratori con redditi medio-alti (62,2%). Gli operai (41,3%) e gli impiegati (36,5%) preferiscono più soldi in busta paga che soluzioni di welfare. Le prestazioni preferite dai lavoratori sono quelle relative alla sanità, 53,8% degli occupati, quelle relative alla previdenza integrativa il 33,3%, i buoni pasto e la mensa aziendale per il 31,5% degli intervistati. Le prestazioni di welfare, dalla sanità alla previdenza, sono più apprezzate rispetto all’integrazione del reddito, mentre la presenza di figli minori porta a scegliere prestazioni per l’infanzia e i servizi rivolti alla genitorialità, nella convinzione che il welfare aziendale possa colmare il gap del sistema di welfare pubblico. Il 24,6% delle famiglie con figli minori preferirebbe ottenere prestazioni di welfare come asili nido, rimborsi per tasse scolastiche, campus e centri vacanze. Per quanto riguarda il welfare aziendale, il 47,7% dei lavoratori si dichiara favorevole perché è convinto che migliori il clima in azienda, mentre il 16,8% ritiene possa aumentare la produttività dei lavoratori. L’effetto positivo sul clima aziendale è la ragione più richiamata dai lavoratori che si dicono favorevoli, ma ancora una volta è più forte il consenso tra dirigenti e occupati con alti redditi rispetto a operai e lavoratori con bassi redditi.
La visione dei sindacati, imprese e istituzioni
Alberto Perfumo, amministratore delegato di Eudaimon, società che sostiene le imprese nelle fasi di implementazione dei piani di welfare aziendale, ritiene che tre sono le domande a cui il welfare aziendale deve rispondere: reputazione, impegno civile ed efficienza considerandoli interconnessi tra loro. Il “welfare aziendale come strumento di efficienza è una opportunità che l’azienda deve cogliere ma non è un fattore stimolante per il lavoratore perché non si può basare sull’ottimizzazione delle retribuzioni e crea delle aspettative sulle persone”, conclude Perfumo. “Se il welfare aziendale proponesse le stesse logiche della retribuzione, non farebbe che ampliare le differenze tra gli individui: chi ha un basso reddito ha anche un welfare piccolo indipendentemente dai bisogni, cioè dal fatto che possa avere determinati carichi di cura o problemi di salute. Questo non deve avvenire perché il welfare aziendale deve integrare il welfare pubblico”. Ogni giorno sul mercato si affaccia un nuovo operatore e l’offerta cresce più della domanda, e i provider fanno business sui fornitori garantendo margini maggiori sulle prestazioni ricreative e i buoni acquisto, che non sono welfare, ma rientrano nelle agevolazioni, conclude Perfumo.
Pierangelo Albini, direttore dell’area lavoro e capitale umano di Confindustria, ritiene che dopo tanto caos nel welfare aziendale, con incentivi per ogni tipo di prestazione, è arrivato il momento di fare chiarezza. Le “imprese sono chiamate ad essere solidali e la politica deve offrire un disegno chiaro con un welfare pubblico che pensi alle necessità e ai bisogni soggettivi”.
I sindacati considerano il welfare aziendale un pilastro della sicurezza sociale, che non deve sostituire il welfare pubblico per un risparmio di costi o un’alternativa al reddito. Tiziana Bocchi, segretario confederale della Uil, sostiene che “serve un punto di equilibrio che lasci alla politica salariale lo spazio dovuto e faccia intervenire il welfare aziendale quando ci sono esigenze trasversali di lavoratrici e lavoratori, come il supporto alla genitorialità, e alla sempre più impellente non autosufficienza delle persone”.
Per Nicola Marangiu, coordinatore dell’area welfare della Cgil nazionale, è necessaria “una correzione alla normativa che omogeneizza servizi di natura molto differente, dall’assistenza sanitaria al fitness. Un’estensione generalizzata del welfare aziendale pone un problema di sostenibilità fiscale, con una riduzione di gettito che finirebbe per avere effetti sulla possibilità di finanziare il welfare pubblico”. Per Gianluigi Petteni, segretario confederale della Cisl, “la contrattazione deve coniugare le esigenze delle aziende con i bisogni e il benessere delle persone. Se migliora la produttività, si crea stabilità, occupazione e reddito da distribuire. Il welfare aziendale non ha futuro se lo si vede solo come uno strumento per tagliare i costi”.
Il sottosegretario al ministero del lavoro e delle politiche sociali, Luigi Bobba, sostiene che il welfare aziendale è un importante strumento per il welfare di comunità, anche se al momento è ancora poco diffuso. Il settore può rendere la società più inclusiva dell’attuale. “Stiamo passando da un welfare di natura pubblica a un welfare di comunità con una pluralità di attori: istituzioni nazionali e locali, welfare aziendale, terzo settore e famiglie, che con la spesa privata hanno modificato profondamente la composizione dei servizi e di cura”, conclude Bobba.
Cristina Montagni
Video curriculum, sei consigli per candidarsi
Un numero crescente di aziende richiedono di candidarsi ad un posto di lavoro attraverso la forma del video curriculum, che ha vantaggi per entrambe le parti. Ecco alcuni consigli per un video curriculum perfetto.
La selezione del personale è una materia che cambia con il cambiare delle tecnologie, infatti se i colloqui face to face sono oggi obsoleti, i curriculum cartacei fanno storia. Per il selezionatore o “cacciatore di teste”, il video CV permette di valutare la capacità della comunicazione verbale e non verbale che non si può comprendere attraverso il CVITAE classico in formato europeo. È importante quindi sapere dove iniziare a girare un video CV, e capire i vantaggi da sfruttare per mettere in “tasca” il prossimo colloquio.
Il video CV è simile ad un colloquio
Di base valgono le regole del colloquio, quindi è necessario curare la propria immagine e l’abbigliamento. Per il luogo è preferibile girare il video in una stanza semplice e asettica, e avere un atteggiamento sicuro e affidabile. La risoluzione del video deve essere buona e l’audio comprensibile. Per la lunghezza del video sono consigliati al massimo 2 minuti, non di più.
Il video CVITAE non deve essere la ripetizione a voce del proprio curriculum tradizionale. È consigliabile essere naturali e spontanei, infatti si può parlare della propria formazione e delle proprie esperienze lavorative considerando tre punti fondamentali:
– Chi sono;
– Cosa so fare;
– Cosa voglio fare.
La semplicità è la cosa migliore, quindi è meglio evitare video con musiche di sottofondo perché comprometterebbero la chiarezza e la naturalezza del prodotto. Se si punta sull’originalità, è meglio personalizzare ogni video curriculum sulla base dell’azienda che dovrà riceverlo, aggiungendo una sezione finale spiegando perché si vuole lavorare proprio per loro. Al “cacciatore di teste” interessa capire quali sono le aspirazioni del candidato/a e perché dovrebbe scegliere proprio quella persona.
La tecnica da usare
Per l’inquadratura sarebbe meglio un piano americano o a mezzo busto. Gli occhi devono guardare in modo naturale la videocamera e il tono di voce non deve essere troppo alto, ma chiaro e sicuro che esprima fiducia. La videocamera deve essere posizionata all’altezza del viso, non troppo in alto o troppo in basso. Infine bisogna scegliere un formato video che possa essere letto da tutti i software disponibili sul commercio, senza scaricare ulteriori programmi di lettura.
È molto apprezzato dedicare alcuni secondi del video curriculum alla presentazione dei propri hobby. La descrizione dei propri hobby può essere d’aiuto o spunto di riflessione per svolgere il lavoro futuro in modo eccellente. E per concludere, pensare ad una frase d’effetto per distinguersi dagli altri.
Quali strumenti utilizzare per girare e editare? Lo smartphone o la webcam vanno bene, ma è il post produzione a necessitare di un software specifico. Tra le migliori app per registrare video, molto utile è Clips, gratuita solo per iOs, che permette non solo di girare, ma anche di modificare e editare sulla base di alcuni filtri. Molto famoso è anche iMovie, ricco di strumenti di montaggio. Per Android esiste Andromedia Video Editor, un po’ più tecnico ma intuitivo: permette di tagliare, editare, aggiungere effetti o musica. Inoltre, supporta i formati MP4, MOV, JPG, PNG, MP3, WAV ed esporta sia a risoluzione media (360p e 480p) che HD (720p), ottimo per un video curriculum ben confezionato.
Cristina Montagni
Rapporto OCSE 2017- Maggiore partecipazione delle donne nel lavoro
L’ultimo rapporto “OECD National Skills Strategy Diagnostic Report – Italy”, presentato il 5 ottobre al Ministero dell’Economia e delle Finanze, incoraggia l’Italia ad essere maggiormente attiva sulle politiche femminili con una più ampia partecipazione al mercato del lavoro. Angel Gurría, Segretario Generale dell’OCSE e Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia e delle Finanze, commentando i dati, richiamano le aziende a investire maggiori risorse in formazione di alta qualità.
L’Italia secondo il Rapporto OCSE 2017 si attesta al quartultimo posto per percentuale di donne occupate. Un dato preoccupante visto che molte donne non sono alla ricerca di un posto di lavoro, ciò fa sì che il nostro paese registri il terzo tasso di inattività più alto tra paesi membri dell’OCSE. Il dato spiega che le donne sono spesso viste come “assistenti familiari”, e svolgono la maggior parte del lavoro domestico non retribuito, hanno accesso limitato a asili nido e a posti di lavoro flessibili che potrebbero aiutarle a gestire il lavoro familiare. Il tasso di fertilità in Italia è tra i più bassi dell’OCSE e l’età media in cui una donna ha il primo figlio è alta e molte sono le donne senza figli. Altri indicatori nascondono la bassa partecipazione al mondo del lavoro da parte delle donne, ad esempio la scelta di specializzazioni universitarie non richieste sul mercato del lavoro che rendono difficile trovare un’occupazione dopo la laurea.
L’Italia ha intrapreso diverse riforme per favorire l’integrazione delle donne e dei giovani sul mercato del lavoro. Il governo sta intensificando anche gli sforzi per aumentare la disponibilità delle strutture per l’infanzia e per aiutare le famiglie a coprire i costi di assistenza all’infanzia introducendo esenzioni fiscali per le imprese che assumono donne in situazioni svantaggiate. Un altro elemento positivo che emerge dal Rapporto, è lo sforzo per contrastare le pratiche discriminatorie sul posto di lavoro (ad es. dimissioni in bianco) stabilendo procedure online per le dimissioni volontarie. Per quanto riguarda i giovani, una delle principali politiche attuate in Italia per affrontare la sfida dei giovani NEET – ragazzi che non vanno a scuola, non lavorano e non partecipano a corsi di formazione professionale – è rappresentata da Garanzia Giovani. Una iniziativa voluta dall’Unione Europea, che prende in carico giovani di età tra i 15-29 anni che entro quattro mesi dalla fine degli studi o dalla perdita di un impiego, offre una serie di attività per agevolare la transizione tra istruzione e il mondo del lavoro. Ma mentre queste politiche vanno nella giusta direzione, secondo l’OCSE, resta molto da fare e potrebbero essere necessari interventi complementari per colmare le lacune esistenti nell’insieme di queste riforme.
Secondo gli stakeholder, un problema che suscita preoccupazione in Italia, è la struttura e l’uso del sistema dei permessi retribuiti relativi ai figli, in quanto sono sempre le donne che ne fanno maggiore richiesta. I lunghi periodi di congedo alla maternità possono causare un impoverimento delle competenze e un sostanziale allontanamento da parte delle donne dal proprio posto di lavoro. La recente estensione del congedo paternità da 1 a 2 giorni rappresenta un passo in avanti, ma i diritti al congedo di paternità sono ancora troppo limitati. La mancanza di asili nido a costi accessibili può rappresentare una grande difficoltà per i genitori che vogliono conciliare lavoro e vita familiare. La flessibilità dell’orario lavorativo in Italia è ancora limitata e non aiuta i genitori a conciliare gli impegni di lavoro e gli impegni familiari. Le imprese, poi, non sono consapevoli degli squilibri di genere che riguardano il personale e non sono in grado di identificare i settori dove le donne non sono rappresentate in modo adeguato e modificare di conseguenza le pratiche di selezione del personale.
Interventi suggeriti:
Incoraggiare i padri a richiedere più permessi retribuiti per i figli con l’estensione della durata dei congedi di paternità.
Incoraggiare la diffusione di orari di lavoro flessibili sul posto di lavoro per aiutare i genitori a conciliare gli impegni del lavoro e della famiglia. Rafforzare gli incentivi finanziari e non-finanziari alle imprese per fornire opzioni di lavoro flessibile ai propri dipendenti.
Assicurare la disponibilità e l’accessibilità a costi contenuti delle strutture per la prima infanzia e di assistenza per gli anziani. Continuare ad allargare l’offerta di strutture per alleviare il peso dell’assistenza per le famiglie, ed in particolar modo per le donne.
Rivedere il sistema fiscale per migliorare gli incentivi finanziari all’inserimento lavorativo di entrambi i coniugi, ciò garantirebbe un’omogeneità degli incentivi al lavoro per entrambi i genitori.
Aumentare la consapevolezza degli stereotipi di genere e promuovere un cambiamento culturale al fine di realizzare pari opportunità di lavoro e una condivisione del lavoro domestico non retribuito per uomini e donne. Assicurarsi che le competenze trasferite dal sistema scolastico, siano in linea con l’offerta richiesta dal mercato del lavoro.
Progettare un intervento di politica globale per aumentare la domanda di lavoratori altamente qualificati in modo da sfruttare l’offerta di competenze e creare incentivi per incrementarla ulteriormente.
Cristina Montagni
Il lavoro che cambia. Giornata dedicata al rapporto tra “Scienza, Tecnologia e Lavoro”
Il “lavoro che cambia“, questo il tema introdotto dal Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giuliano Poletti il 22 giugno a Palazzo Rospigliosi. Una giornata dedicata al rapporto tra “Scienza, Tecnologia e Lavoro”, sul futuro scenario legato alla trasformazione del lavoro, alla diffusione dell’automazione e alla digitalizzazione. I temi approfonditi in quattro tavoli tematici sono dedicati al Lavoro, formazione, competenze; il progetto “Crescere in digitale”; Organizzazione del lavoro, nuovi processi produttivi, politiche attive; focus sulle piattaforme e Gig economy. Una giornata che anticipa i temi in occasione del centenario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro – ILO e del G7 Lavoro – che quest’anno si terrà a Torino dal 30 settembre al 1 ottobre. Nel corso dell’evento, il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, consegna la stesura del documento di sintesi ad ILO in vista del documento definitivo del centenario. Cesare Damiano, Presidente della Commissione della Camera, definisce l’attuale rivoluzione del lavoro unica che spostandosi verso il digitale e la robotica, porterà modifiche non indolori sull’occupazione e compito dei sindacati, delle imprese, del Governo, e dei Ministeri è per trovare un filo comune che intrecci il lavoro intelligente con l’alternanza scuola-lavoro.
Il lavoro che cambia nel mondo e consegna del contributo italiano all’iniziativa dell’ILO
Giuliano Poletti Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, consegna la reflection paper sul Lavoro che cambia, a Guy Ryder Direttore Generale ILO in occasione del centenario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. I cambiamenti sul lavoro sono globali, commenta Poletti, ma il paese deve affrontarli in un contesto europeo. L‘Italia ha intrapreso un dialogo con l’Europa sul pilastro sociale ma occorre lavorare sulla dimensione sociale dell’Europa, correlare l’economia reale ai parametri economici di bilancio, alla spesa e agli investimenti. Il primo investimento da cancellare dal fiscal compact è quello sulla conoscenza. Se il Governo italiano riesce a connettere le politiche economiche agli investimenti e al pilastro sociale, allora avrà costruito l’Europa dei lavoratori e l’Europa dei cittadini. Altro tema da affrontare in sede europea è quello della disuguaglianza di genere. Storicamente il nostro paese ha tassi di occupazione più bassi rispetto l’UE, questo dipende da una occupazione femminile scarsa per competere con il resto dell’Europa. Va ripensato l’impianto del welfare perché l’attuale è tagliato su un lavoratore standard, mentre occorre uno strumento mobile, uno stock di diritti e di tutele individuali che segua le dinamiche della vita dell’individuo per contrastare il dumping sociale ed economico e tutelare il nostro paese dai diversi regolamenti adottati dai paesi europei.
Lavoro, Formazione e Competenze
Per Stefano Sacchi Presidente INAPP, Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche ex Isfol, occorre una buona capacità di analisi. Capire quali sono le professioni che “tirano” rispetto a quelle che hanno scarsa domanda sul mercato a seguito dei processi di automazione del digitale, e capire su quali competenze andare ad investire. Il riordino del sistema dell’istruzione, nel breve-medio periodo può dare esiti positivi. L’alternanza scuola-lavoro coinvolge 1 milione e mezzo di ragazzi e una riforma moderna va riscritta tenendo conto del coinvolgimento delle imprese ad alta e media tecnologia. Per quanto riguarda il sistema duale, nato tra nel 2015-2016 con la Conferenza Stato-Regioni, vede la partecipazione di 15 regioni che hanno avviato percorsi di formazione per 21 mila studenti, di cui il 50% in Lombardia e il 25% in Sicilia. Complessivamente il 90% dei giovani è coinvolto nel programma di alternanza scuola-lavoro o in forme di impresa simulata. Un elemento non trascurabile è quello delle competenze che non deve coinvolgere solo i lavoratori ma anche gli imprenditori, ponendo attenzione al tessuto produttivo delle piccole e medie imprese per evitare una polarizzazione delle imprese di grandi dimensioni.
Cristina Grieco, Coordinatrice Assessori Regionali al lavoro, ritiene sia unanime l’impegno delle regioni ad andare avanti su questo percorso. Nonostante i diversi modelli produttivi, è possibile aumentare il numero dei ragazzi nei percorsi di formazione, e le regioni, hanno un ruolo decisivo nella programmazione degli strumenti dall’alternanza scuola-lavoro fino alla creazione di una rete di apprendimento permanente che impegna tutta la vita lavorativa dell’individuo. Con la Legge 107 (legge sulla buona scuola) è cambiata la dignità dei percorsi scolastici, infatti entrano oggi nei curricula degli studenti. Esistono però delle criticità che investono tutte le regioni, ad esempio quello di abbassare il livello di diffidenza che le imprese hanno nei confronti dello strumento dell’apprendistato di 1 e 3 livello e per questo si confida nel sostegno delle associazioni datoriali. Secondo Riccardo Giovani di Rete Imprese Italia, l’Italia è in linea con il Piano Nazionale Impresa 4.0. Il paese, continua Giovani, percorre una via tutta italiana per agganciare la quarta rivoluzione industriale dal momento che non si può prescindere dalle opportunità del saper fare italiano. La densità culturale dei prodotti, le specializzazioni, la cultura del territorio, e il turismo di qualità, sono peculiarità che non possono essere standardizzate ma vanno incentivate. Il 99% delle micro imprese occupano il 50% dei lavoratori con un totale di 11 milioni di occupati. Il tessuto micro imprenditoriale è a pieno titolo inserito nella quarta rivoluzione industriale e questo pezzo di impresa costituisce un driver importante per la ricchezza del paese. I trend mondiali vanno verso la ricerca e la personalizzazione del prodotto, e, l’innovazione tecnologica offre alla micro-impresa opportunità di aprirsi ai mercati globali, a costi bassi a fronte di un prodotto di elevata qualità. L’Industria 4.0 impatta sull’organizzazione del lavoro e su specifici contratti collettivi incidendo sul tema delle competenze dei lavoratori e degli imprenditori con la richiesta di impiego di figure professionali ibride.
Filippo Contino, Responsabile delle Relazioni industriali di Enel, parla di una consolidata esperienza dello strumento dell’apprendistato sperimentato già dal 2014, dove l’85% del personale proviene da aree tecniche. Da più di venti anni Enel forma giovani per colmare un gap dovuto alle richieste delle aziende soprattutto nelle soft-skills (lavorare in team, comunicazione, problem solving, proattività e assunzione di responsabilità). Nel 2014, in assenza di un quadro legislativo regolamentato, Enel ha adottato strumenti di alternanza scuola-lavoro, avviando un progetto in 7 regioni italiane con 145 ragazzi, ispirato al sistema duale tedesco, ma calato nella realtà italiana con l’aiuto dei sindacali e 7 regioni d’Italia. Insieme al Ministero della Pubblica Istruzione sono state individuate le scuole per la sperimentazione, che consiste in una settimana di formazione prima dell’inizio dell’anno scolastico. Il progetto prevede attività di laboratorio in azienda, avvalendosi di 500 tutor interni in grado di trasferire competenze ai giovani. A conclusione dell’anno scolastico i ragazzi che hanno partecipato al full immersion di 9 settimane sono stati assunti con contratti ad hoc e successivamente impiegati a tempo indeterminato. Un dato da segnalare è sono ancora poche le ragazze che scelgono percorsi tecnici o studi universitari con profili ingegneristici.
Il Presidente di Unioncamere Ivan Lo Bello parla di un sistema scolastico puro, non più percorribile che non coinvolge solo la formazione ma l’economia globale. Occorre individuare le competenze del futuro, le competenze digitali ma soprattutto sradicare la mentalità che l’attuale sistema culturale non risponde alle necessità di un mercato del lavoro che cambia. L’Italia ha grande capacità tecnologica ma non ha colto questo aspetto cumulando ritardi nei confronti dell’Europa. Unioncamere e Confindustria stanno offrendo un contributo nel programma dell’Agenda Digitale, ma solo il 4% dei giovani under 29 anni pratica un tirocinio in azienda. Per ridurre il gap scuola-lavoro, Unioncamere è impegnata nell’orientamento che inizia dalla scuola media e che rappresenta un volano per ridurre la disoccupazione.
Il Ministro dell’Istruzione e della Ricerca Scientifica Valeria Fedeli sottolinea che il tema della digitalizzazione è centrale ma occorre partire da un diritto soggettivo, un diritto che investe i lavoratori, dalla formazione fino ad una istruzione permanente. La digitalizzazione, la vera quarta rivoluzione industriale, non ha le caratteristiche delle precedenti innovazioni. Siamo di fronte ad un cambio di paradigma, nel modo di produrre, di pensare, di istruirsi, di consumare e vivere. È necessario cambiare le modalità con cui si approccia al sistema educativo che abbraccia tutti i soggetti dall’impresa agli attori sociali. Il fatto che al G7 di Torino saranno riuniti Ministero del lavoro, Ministro della Pubblica Istruzione, Ministro dello Sviluppo economico, significa che il sistema paese ha di fronte scelte importanti da prendere. La Ministra si sofferma su un punto cruciale, quello di non confondere i fattori abilitanti educativi, percorsi di formazione alternanza scuola-lavoro, lauree professionalizzanti, con strumenti differenti ad esempio gli ITS, scuole ad alta specializzazione tecnologica, nate per rispondere alla domanda delle imprese ad elevate competenze tecniche e tecnologiche. L’Alternanza scuola-lavoro è un fenomeno strutturale, entrerà negli esami di stato nell’anno scolastico 2018-2019 portando con sé una innovazione didattica in linea al mondo della cultura e del lavoro, generando nuovi skills e nuove competenze. L’innovazione formativa si pone l’obiettivo di incentivare l’occupazione femminile aumentando i percorsi STEM e come utilizzare lo strumento dell’apprendistato di 1 e 3 livello. Per puntare alla crescita del paese occorre lavorare insieme ai sindacati e proporre rapporti contrattuali diversi per un lavoro che cambia. La digitalizzazione, conclude la Fedeli, pone delle responsabilità sui contenuti, sulla cultura e sulla qualità di un apprendimento, una progettazione che obbliga la scuola, il mondo del lavoro e le imprese ad avere una visione qualitativamente allargata.
Diego Ciulli, Pubblic Polity Manager Google presenta il progetto Garanzia Giovani che conta diversi fattori di successo nel crescere in digitale. Un progetto win win rivolto a 1 milione di Neet, ragazzi sotto i 30 anni non impegnati in corsi di formazione e non occupati, reclutati sul web e avviati ad un tirocinio presso una azienda tradizionale offrendo un approccio di lavoro differente. Il successo del progetto Garanzia Giovani è la multidimensionalità, la partnership con Unioncamere e soggetti privati e istituzionali. Il nostro paese utilizza solo il 10% del potenziale digitale, dovuto al fatto che non ci sono sul mercato del lavoro competenze digitali tra lavoratori e imprenditori. Google accettando questa sfida a livello internazionale si è impegnata ad incidere sulla disoccupazione giovanile puntando sui ragazzi NETTs come digitalizzatori dell’economia nelle piccole e medie imprese. Attraverso la piattaforma clik lavoro, fondata da Unioncamere e Fondazione Tagliacarne, si invitano i ragazzi a partecipare al programma Crescere in Digitale, un corso di formazione gratuito online di 50 ore con 250 video tutorial a sostegno delle PMI. Il corso articolato in 120 laboratori territoriali è in grado di connettere aziende e giovani per ricercare le competenze che servono sul mercato. Google facilita questo matching attraverso 3000 tirocini rimborsati da Garanzia Giovani, gestiti da una community di esperti che assistono i ragazzi fino alla conclusione del percorso di formazione e le CCIAA che facilitano l’incontro tra la domanda e l’offerta di competenze digitali. Il progetto lanciato nel 2015, ha raggiunto 100.000 NEETs e a giugno 2017 il 36% dei ragazzi, hanno firmato un contratto di lavoro di cui il 20% è a tempo indeterminato.
Condivisione della responsabilità nel lavoro che cambia: la partecipazione dei lavoratori all’impresa
Per Anna Maria Furlan Segretaria Generale CISL, parlare di lavoro significa riconoscerne il valore sociale, un valore indissolubile della persona. La quarta rivoluzione industriale deve affrontare in tempi brevi i temi del cambiamento del lavoro e la modifica della composizione demografica della popolazione. La prima urgenza è immaginare una rivoluzione industriale inclusiva nel lavoro che investa tutti i settori delle imprese e dia risposte in termini di competitività a tutte le generazioni del lavoro. Le relazioni industriali e la contrattazione collettiva possono facilitare questo processo di trasformazione sollecitando la politica a investire sia nel pubblico che nel privato. La transizione va affrontata con strumenti specifici: fondi contrattuali e fondi bilaterali per rispondere ad 1 milione di lavoratori. È necessario allargare la base del rapporto tra impresa, lavoratori e scuola con la detassazione di secondo livello prendendo a campione il modello tedesco. Utilizzare i fondi contrattuali e i fondi assicurativi che valgono oltre 200 miliardi. Solo il 3% di queste risorse viene investito ma potrebbe essere utilizzato dai lavoratori nella partecipazione azionaria dell’impresa modificando l’attuale sistema fiscale.
Mauro Lusetti Co-Presidente Alleanza delle Cooperative parla di una difficoltà oggettiva nel creare un modello di partecipazione nelle medie e piccole imprese. Queste imprese hanno necessità di una solida continuità aziendale senza contare il fenomeno dei worker buy-out. Imprese che vengono recuperate dal fallimento e costituendosi in cooperative si riappropriano delle loro attività. Un fenomeno che interessa oltre 300 imprese e 15.000 lavoratori. La caratteristica che distingue gli worker buy-out è nella natura finanziaria, nell’efficienza aziendale e nella crescita della persona. Un futuro che vede la crescita di nuovi mestieri e professioni non convenzionali (caporalato, dumping contrattuale), è fondamentale rinsaldare il sentimento di consapevolezza dei diritti dei lavoratori. L’innovazione tecnologica va gestita, e il processo Industria 4.0 va accompagnato con percorsi di riqualificazione e alfabetizzazione digitale delle persone escluse dai processi produttivi aziendali.
Marina Calderone Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro (CUP) parla di un percorso positivo intrapreso dal Governo che guarda all’economia e al lavoro professionale in un’ottica diversa. Il welfare aziendale non può essere confinato alle sole dimensioni aziendali ma deve tenere conto delle specificità dei lavoratori. I lavoratori devono poter decidere sull’attività dell’impresa spesso formata da piccole realtà ma altamente qualificate. Partecipazione al lavoro significa considerare politiche di welfare aziendale intese come sostegno all’invecchiamento attivo e per lavoro dignitoso è urgente ridefinite condizioni di lavoro stimolanti in grado di abbracciare un patto generazionale che includa giovani nel mercato del lavoro. Individuare percorsi unificanti, e strumenti alternativi alle politiche tradizionali per predisporre un nuovo pilastro pensionistico. L’Italia deve modificare la propria visione d’impresa dove ancora prevale il binomio conflitto-contratto. L’impresa, in qualità di infrastruttura sociale, è un valore per la comunità, un concetto da coltivare, una ricchezza che il paese deve evitare di frammentare ma unire.
Organizzazione del lavoro, nuovi processi produttivi, politiche attive
Per Giovanni Brugnoli, Vicepresidente per il Capitale Umano Confindustria, vi è la necessità di formare costantemente i lavoratori nell’impresa in una Industria 4.0 che è cambiata rispetto a dieci anni fa. Per quanto riguarda le politiche attive, l’accordo siglato con i sindacati a settembre 2016 cerca di mantenere nella formazione un ruolo centrale per il ricollocamento e la costanza all’interno delle imprese. Il progetto Industria 4.0 non deve essere una parentesi temporanea ma una costante nei prossimi anni. Maurizio Del Conte, Presidente Anpal, paragona il lavoro attuale a una linea circolare che va governata nelle diverse fasi di transizione. Occorre operare un monitoraggio sui bisogni delle imprese e lavorare sui territori per creare questa circolarità attraverso misure concrete, pensando che le fasi di transizione sono un arricchimento, un salto di qualità nel lavoro. Poi ci sono le azioni di sistema che consentono di connettere il mondo delle imprese alle scuole per sviluppare elementi sinergici e costruire moltiplicatori di efficienza. L’Agenzia Nazionale Anpal è un punto di riferimento sul territorio nazionale in grado di accompagnare questo processo di trasformazione culturale anche nelle aree più difficili del paese.
Per Carlo Calenda, Ministro dello Sviluppo Economico, l’innovazione tecnologica e l’internazionalizzazione sono fenomeni positivi ma vanno governati. La segmentazione richiede una strategia, una domanda interna strutturalmente stabile per intercettare la domanda internazionale e spiegarla agli italiani in un’ottica di lungo periodo più credibile. Agganciare la domanda interna attraverso la produttività con politiche volte a massimizzare i benefici dell’attuale transizione tecnologica, aiuta le imprese ad investire con maggiore tranquillità. La contrattazione deve avvicinarsi all’impresa per aumentare gli stipendi dei lavoratori e la politica deve inserirsi in un quadro organico tenendo conto delle trasformazioni demografiche, dei flussi migratori, delle condizioni di sicurezza del lavoro legate ai nuovi processi produttivi, della formazione giovanile e femminile e dei bisogni dei lavoratori anziani. A settembre nel G7 industria, partirà la seconda cabina di regia Industria 4.0 che sarà interamente dedicata al tema del lavoro, che avrà come focus la revisione del pilastro fiscale e finanziario e il pilastro delle competenze.
Il lavoro dignitoso e le nuove tutele
Susanna Camusso, Segretaria Generale CGIL, parla di un cambio di visione nella lettura del concetto di lavoro dignitoso. Passare da una Repubblica fondata sul lavoro a una fondata sui “lavoretti” è di straordinaria attualità. I lavoretti sono diventati nel tempo fonte di profitto e di diseguaglianza di lavori poveri. Il lavoro si sta polarizzando in maniera anomala, perché siamo in presenza di lavoro qualificato che assume caratteristiche ottocentesche, gratuito, tale da non permette una vita dignitosa. Non può esserci una gara al massimo ribasso e l’unica cosa è rimettere al centro la dignità dell’individuo che lavora, contare su una condizione di diritto, e non di subalternità all’idea dell’innovazione.
Ripartire dai diritti delle persone significa proporre degli standard minimi di tutela che mettano in sicurezza i lavoratori e la Carta dei Diritti va in questo senso. Per evitare che la tecnologia e l’innovazione producano polarizzazioni, bisogna mettere al centro la persona. Regolamentare il lavoro invisibile e considerare questi lavori legittimi a tutti gli effetti. Anche l’agricoltura vive una stagione di cambiamento per effetto delle tecnologie digitali, a dirlo è Roberto Moncalvo Presidente Coldiretti. Il settore ha saputo controllare il fenomeno della flessibilità entro un piano contrattuale di tutela dei lavoratori da un punto di vista sociale, e la legge sul caporalato va in questa direzione. L’innovazione del comparto riguarda l’agricoltura multifunzionale, ma margini di miglioramento sono possibili sulla contrattazione aziendale, sulla gestione del mondo delle cooperative semplificandone le procedure burocratiche senza dimenticare che il settore rappresenta la seconda forza trainante del paese con il 17% di PIL.
Massimo De Felice, Presidente Inail, approfondisce il tema della sicurezza e della prevenzione dei rischi negli infortuni e la tecnologia incide su due versanti. Da una parte si affacciano nuove situazioni di rischio ad esempio la comparsa di nuovi materiali nei processi produttivi, dall’altra aumentano le capacità di prevenzione. È necessario implementare la ricerca per prevenire i rischi indotti dall’innovazione con la formazione e l’informazione sui pericoli che i lavoratori corrono sui luoghi di lavoro e affermare l’idea che la prevenzione non è un costo ma è un investimento.
Il ruolo del Inps è duplice secondo il Direttore del Centro Studi Massimo Antichi. Molte cose sono state fatte ma poco sul fronte delle politiche attive che rappresentano il 2% del bilancio dello Stato contro il 4% della Danimarca. Con il cambiamento demografico è necessario intervenire sulle politiche di invecchiamento attivo favorendo il pensionamento parziale, investire nei settori difficilmente aggredibili dalla rivoluzione digitale, e nei servizi di assistenza agli anziani incentivando le associazioni di volontariato a sostegno di tali servizi. Molto c’è ancora da fare sulla classe di mezzo e per questo è auspicabile una riforma degli ammortizzatori sociali per evitare il rischio d’esclusione sociale.
Focus su piattaforme e gig economy
Il concetto di lavoro nella gig economy è relativo. Chi lavora sulle piattaforme o nella gig economy non sempre rispetta orari standard, spesso lavora di notte. Il luogo di lavoro non è fisso, non è necessario essere in azienda, si può scegliere liberamente il luogo più consono all’attività che si svolge. Con la gig economy cambiano le modalità di lavoro, le relazioni si intrecciano sulla rete e spesso non si conosce il datore di lavoro. Ci sono persone che per scelta decidono di lavorare nel digitale e chi invece per necessità sono costrette perché non trovano altro (imbianchini, dog sister, baby sitter, etc.). Il web tende a livellare verso il basso il valore del lavoro prodotto anche se la professionalità è alta. Un mercato non regolamentato, sul versante delle tutele, del welfare, i tempi di lavoro e pensione. Chi opera nella gig economy è un lavoratore invisibile, sfugge dal sistema tradizionale, e si pone come intermediario tra la domanda e offerta di lavoro sfruttando la prestazione del lavoratore a vantaggio dell’intermediario. Occorre quindi creare regole certe e riconoscimenti che rendano visibile il mondo della gig economy senza snaturalo.
Cristina Montagni
Lavoro, Salute e Sicurezza. Normativa presente e futura, nella Giornata mondiale sulla sicurezza sul lavoro
Un seminario sulla salute e la sicurezza del lavoro tenutosi presso la sede italiana dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) in occasione della Giornata mondiale per la salute e sicurezza del lavoro 2017 per iniziativa congiunta con le confederazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil, ha offerto una panoramica completa sulla situazione lavorativa nel nostro Paese.
Si è tenuta a Roma il 27 aprile, in occasione della giornata mondiale sulla sicurezza sul lavoro, l’iniziativa seminariale di Cgil, Cisl, Uil e ILO: “Garantire la salute e la sicurezza di ogni posto di lavoro nell’Unione Europea: legislazione, contrattazione collettiva e dialogo sociale”. Ai lavori hanno partecipato anche Gianni Rosas (direttore sezione italiana ILO) Franco Martini, Giuseppe Farina e Silvana Roseto (rispettivamente Segretari confederali Naz. Cgil Cisl Uil), Antonio Cammarota (DG Occupazione e Affari sociali, sezione OHS, Commissione Europea) e Cesare Damiano (presidente Commissione Lavoro Camera dei deputati).
A introdurre i lavori della Conferenza 2017, il messaggio di Guy Ryder, direttore generale dell’ILO, che in occasione della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro ha sottolineato l’urgenza di migliorare la raccolta dei dati statistici nazionali in materia di salute e sicurezza sul lavoro. La possibilità di disporre di dati attendibili è infatti necessaria per individuare aree prioritarie di intervento e valutarne il progresso; migliorare l’analisi consentirebbe anche di analizzare i pericoli connessi al mondo del lavoro e identificare i settori di maggior rischio per sviluppare programmi di intervento a livello nazionale e aziendale. Dati attendibili faciliterebbero l’identificazione e la diagnosi di malattie professionali e delle misure necessarie per il loro riconoscimento e compensazione.
L’Obiettivo 8 dell’Agenda sullo sviluppo sostenibile prevede una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile; un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti; esige la tutela dei diritti dei lavoratori e la promozione di ambienti di lavoro sicuri per tutti – compresi i lavoratori precari. “Il lavoro dignitoso può permettere a intere comunità di uscire dalla povertà e può rafforzare la sicurezza umana e la pace sociale”.
Il direttore della sezione italiana dell’Ilo, Gianni Rosas, durante il seminario ha ricordato che l’Associazione Internazionale per la Sicurezza Sociale (ISSA) stima che a fronte di 1 euro di investimento in salute e sicurezza dei lavoratori, corrisponde un beneficio per le imprese di 2.20 euro per ogni lavoratore. Ha poi richiamato alcuni elementi legislativi sulle politiche di sicurezza a livello nazionale e le misure di prevenzione a tutela dei lavoratori.
Gli obiettivi contemplati dall’Organizzazione internazionale del Lavoro fissano regole certe sulla prevenzione degli infortuni, compresi quelli professionali. L’attivazione di ambienti sicuri e salubri, un sistema di controllo efficiente e regole sanzionatorie certe contribuiscono a ridurre gli incidenti sul luogo di lavoro. Queste politiche hanno il compito di estendere la salute dei lavoratori in tutti i settori, inclusi quelli occupati in realtà meno strutturate (lavoratori impiegati nell’economia informale e imprese di varie dimensioni). La contrattazione collettiva previene questi rischi se c’è concertazione tra lavoratori e datori di lavoro.
La globalizzazione, i mutamenti tecnologici, la trasformazione dei sistemi produttivi lasciano molti lavoratori sprovvisti di una adeguata protezione sociale intesa come garanzia di un lavoro dignitoso, salute e sicurezza nel luogo di lavoro. Il miglioramento delle informazioni è essenziale al fine di proporre soluzioni politiche e misure confacenti a questa sfida. L’Italia – ha sottolineato Rosas – ha ratificato molte convezioni ILO ma non ancora la 155 e la 187 che determinano politiche di monitoraggio sui sistemi sanzionatori.
Le politiche di Bruxelles per la salute dei lavoratori
Brando Benifei, europarlamentare della Commissione Occupazione e Affari sociali, ha partecipato virtualmente al seminario mediante un video messaggio da Bruxelles in cui ha ricordato che la battaglia per la salute sul posto di lavoro è ancora da vincere in quanto i dati sui decessi e sugli infortuni pubblicati ogni anno registrano un incremento rispetto al 2016.
Temi per i quali è doveroso soffermarsi – ha detto – riguardano anche il pilastro dei diritti sociali e la revisione della direttiva cancerogeni. La Commissione Europea è in procinto di presentare il pacchetto di misure sul Pilastro dei Diritti sociali che conterrà una proposta legislativa sull’equilibrio tra vita privata familiare (direttiva sul congedo parentale), una reflection paper che collega l’Europa alle politiche sociali europee nell’agenda istituzionale (libro bianco sull’unione europea) e un pacchetto di politiche sociali sulla pari educazione, pari opportunità, uguaglianza di genere e supporto attivo all’occupazione.
Una delle raccomandazioni dell’Unione europea sancisce che ogni lavoratore ha diritto ad una elevata garanzia di protezione sulla salute e sicurezza oltre che al diritto ad un ambiente di lavoro sano per garantire la sua durabilità alla partecipazione al lavoro e diritto alla protezione dei dati personali. Compito dei deputati europei sarà formalizzare una direttiva quadro che sancisca azioni normative vincolanti per la società.
Quanto alla direttiva cancerogeni, la Commissione Occupazione e Affari sociali ha assunto una chiara posizione predisponendone la revisione. Si stima infatti che il cancro sia la seconda causa di morte nella maggior parte dei Paesi sviluppati e la prima causa di mortalità professionale nell’Unione Europea. Ogni anno, il 53% dei decessi per cancro è legata alle attività professionali, il 28% delle malattie sono legate al sistema circolatorio, il 6% a quelle respiratorie. La proposta di introdurre valori limite per 13 agenti chimici, riguarda 20milioni di lavoratori residenti nell’Unione Europea. La CES (Confederazione europea dei sindacati) ha chiesto l’impegno di abbassare i valori di queste sostanze ed estendere la direttiva anche a quelle retro-tossiche, richiesta accolta dal Parlamento Europeo. Francia, Austria, Finlandia, Germania, Svezia e Repubblica Ceca già introducono nella normativa nazionale dispositivi in tal senso. Nei prossimi mesi si chiuderà la trattativa, si attende solo il voto in sessione plenaria tra luglio e settembre.
Nell’ambito della revisione della direttiva è inserita anche la silice cristallina, che rientra nella normativa cancerogeni ed è uno dei punti in discussione in Commissione. Il Governo italiano chiede alle imprese l’adeguamento degli impianti e degli investimenti al raggiungimento degli obiettivi per migliorare gli standard di salute dei lavoratori sul posto di lavoro. Salute dei lavoratori e competitività dell’impresa – ha aggiunto Benifei – non devono essere visti in termini di concorrenza. Occorre trovare il giusto equilibrio con le parti sociali e gli interessi di settore, quindi la revisione della direttiva è assolutamente necessaria.
Gli infortuni sul lavoro
Franco Martini, Segretario nazionale della CGIL, ha voluto sottolineare che nella Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro è necessario fare il punto sulla situazione infortunistica in un contesto mondiale ed europeo. Il tema della sicurezza è una delle tematiche più serie da affrontare nel terzo millennio. I dati in Europa mostrano che gli infortuni, mortali e non, riguardano 3 milioni di individui. Nel 2016 il nostro Paese ha chiuso con un quadro contradditorio: diminuzione degli infortuni mortali ma aumento degli infortuni totali e delle malattie professionali.
Nei primi due mesi di quest’anno si sono registrati 127 infortuni mortali sui luoghi di lavoro, un incremento del 33% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Dati che giustificano prudenza nelle valutazioni e richiedono una attenta riflessione. Il tema della tutela non prescinde dalla prevenzione e la cura attiene alla qualità dello sviluppo e dell’organizzazione del lavoro.
Una prolungata crisi economica provoca una diminuzione della quantità di lavoro e un conseguente aumento degli infortuni. Ciò significa che per sopravvivere si ricorre a scelte di politica aziendale che penalizzano la qualità del lavoro: aumento dei contratti precari, aumento delle ore pro-capite lavorate a parità di salario, contrazione della soglia di sicurezza e conseguente diminuzione delle tutele fisiche e psichiche.
La seconda tendenza, riguarda gli infortuni mortali in alcuni settori tradizionali che, secondo le statistiche, sono le stesse di cinquant’anni fa. In agricoltura si continua ad assistere a decessi per il ribaltamento del trattore, come in edilizia si assiste al ribaltamento dei mezzi semoventi. Il binomio innovazione-tecnologia e organizzazione-maggiore sicurezza, al momento non sembra esistere.
Cristina Montagni
Leggi l’articolo completo sulla testata giornalistica nazionale “Donna In Affari”. Giornale online incentrato sui temi del lavoro, della formazione e dell’imprenditoria femminile.
Come cambia il lavoro. Strategie del Governo dedicate alla digitalizzazione, all’automazione e al futuro del lavoro
Il Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti e il direttore dell’ILO per l’Italia, Gianni Rosas, il 20 aprile nella sede del Ministero del Lavoro hanno presentato il programma con cui si intende approfondire il tema del lavoro in relazione alle trasformazioni indotte dal digitale e dalla rete. L’iniziativa è stata realizzata in collaborazione con il MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca), il MISE (Ministero dello Sviluppo Economico).
Presenti all’incontro anche i ministri Carlo Calenda e Valeria Fedeli, i presidenti di INPS, INAIL, ISTAT, ANPAL (rispettivamente Tito Boeri, Massimo De Felice, Giorgio Alleva e Maurizio Del Conte), i rappresentanti delle parti sociali e datoriali.
L’iniziativa, elaborata in occasione del centenario dell’ILO e G7, è stata dedicata al rapporto tra “Scienza, Tecnologia e Lavoro”, con l’obiettivo di delineare le linee programmatiche del Governo, al fine di cogliere le opportunità offerte dall’Industria 4.0 e garantire la sostenibilità sociale nel lungo periodo. L’azione, in coerenza con il Piano Nazionale Industria 4.0 voluto dal MISE, si basa sui principi fissati nei Pilastri del sociale della Commissione Europea e tiene conto dell’Agenda 2030 dell’ONU per lo Sviluppo Sostenibile.
L’Italia – ha dichiarato Poletti – ha delle scadenze importanti da rispettare. A fine maggio è in programma un appuntamento pubblico nel quale, grazie al lavoro del tavolo istituzionale e del comitato scientifico, verranno presentate le linee guida sostenute dal Governo e l’iniziativa promossa dall’ILO per il suo centenario. Il G20 del 18 e 19 maggio, che si terrà in Germania, affronterà il tema “Verso un futuro inclusivo: dare forma al mondo del lavoro” e infine il G7, previsto a Torino il 30 settembre, porrà al centro del dibattito il tema dell’innovazione tecnologia e le sfide connesse sul piano del lavoro che cambia. Una settimana di incontri, nel corso dei quali si svolgeranno le sessioni ministeriali, a presidenza italiana, che vedranno impegnati, oltre al Ministro del lavoro, i ministri dello sviluppo economico e dell’istruzione, università e ricerca rispettivamente sui temi delle sfide future per l’industria e per la formazione. Tutti i protagonisti saranno coinvolti in un dibattito plurale e partecipato, partendo dai quattro pilastri principali delineati da ILO: lavoro e società, organizzazione del lavoro e della produzione, lavoro dignitoso per tutti, governance del lavoro. Nell’agenda degli incontri si discuterà delle azioni necessarie per rispondere alle esigenze dei cambiamenti in atto per aiutare il sistema imprenditoriale italiano, migliorare le condizioni economiche, sociali e culturali delle persone e della comunità. Il quadro di riferimento sarà analizzato da una pluralità di angolazioni: quantità e la qualità dell’occupazione, competenze e formazione, relazioni industriali e regolamentazione, politiche industriali, organizzazione del lavoro e del welfare state, interazione tra prospetti micro (condizioni lavorative che cambiano) e macro (crescita economica). Una trasformazione non neutrale che investe tutti gli aspetti della vita della comunità, dal lavoro, alle relazioni sociali.
I tavoli tecnici tracceranno un quadro sull’impatto che la trasformazione tecnologica genera dall’intreccio della digitalizzazione, automazione e globalizzazione sul lavoro.
Cristina Montagni
Leggi l’articolo completo sulla testata giornalistica nazionale “Donna In Affari”. Giornale online incentrato sui temi del lavoro, della formazione e dell’imprenditoria femminile.
