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Impegno degli stati membri per valorizzare il contributo nel raggiungimento degli obiettivi di uguaglianza di genere
Alla vigilia della Giornata Internazionale della Donna, istituita dalle Nazioni Unite nel 1977 e celebrata ogni anno l’8 marzo in ricordo per la lotta dei diritti femminili, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, in un recente convegno “Violenza contro le donne, trasversalità dell’uguaglianza di genere ed emancipazione femminile nell’azione per lo sviluppo e umanitaria”, ha sollecitato alcune osservazioni sulle attività della cooperazione, sottolineando l’importanza di elaborare progetti per contrastare il fenomeno con l’inserimento dell’uguaglianza fra i generi e l’empowerment femminile attraverso azioni specifiche a ragazze e bambine nei programmi di cooperazione e aiuto umanitario.

Una discussione alla quale hanno preso parte il direttore AICS, Marco Ricardo Rusconi; il vicedirettore tecnico di AICS, Leonardo Carmenati; la dottoressa Alessandra Accardo, agente della questura di Napoli; la ministra Laura Aghilarre Co-Chair delGender Equality and Women Empowerment (GEWE); la dott.ssa Carletti – docente di Diritto Internazionale dell’Università Roma Tre – che ha centrato il tema all’interno dell’agenda 2030; la dott.ssa Marta Collu – referente per l’uguaglianza di genere dell’AICS – ha parlato dei supporti della Cooperazione e gli impegni dell’Italia nelle Linee guida sull’uguaglianza per donne, ragazze e bambine; la dott.ssa Eugenia Pisani, esperta di AICS Dakar, ha riferito dell’impegno con il governo del Senegal. Tra le osservazioni quello delle funzionarie OCSE-DAC Lisa Williams, Jenny Hedman e Cibele Cesca per esporre la promozione dell’empowerment femminile.
Il percorso dell’uguaglianza sempre in salita
Sulle questioni di genere le statistiche denunciano un percorso lungo da raggiungere rispetto ad alcuni indicatori e le analisi mostrano che ci vorranno altri 134 anni per raggiungere l’uguaglianza del genere dove è necessario un cambiamento culturale. Oggi, è possibile rivolgere un appello agli uomini che ricoprono ruoli di potere poiché rappresentano l’emancipazione dell’essere umano in termini generali. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha sostenuto che nel mondo il 26% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita, ma il dato tocca il 39% in contesti fragili dove è difficile avere strumenti per denunciare.
Dalla Convenzione di Istanbul alla Risoluzione ONU 1325: cosa c’è e cosa manca
La segretaria generale per i diritti umani Centemero, ha ricordato che l’Italia nel 2013 è stata tra i primi paesi a ratificare la Convenzione di Istanbul. Il nostro Paese è impegnato in attività di contrasto alla violenza di genere e il Comitato Interministeriale per i diritti umani promuoverà il 5 piano di azione Nazionale su donne, pace e sicurezza, 2025-2030. Lo scenario italiano si amplia considerando che le Nazioni Unite 25 anni fa hanno emanato la Risoluzione 1325 su “Donne, Pace e Sicurezza” dove per la prima volta si parlò dell’impatto della guerra su donne e adolescenti attraverso il contributo nella risoluzione dei conflitti per una pace durevole. Tra gli obiettivi quello che le donne siano rilevanti in politica, diplomazia, forze di sicurezza e posizioni apicali nella società attraverso l’empowerment e formazione. In aggiunta c’è la questione della protezione e prevenzione delle donne e adolescenti affinché diventino centrali nei contesti di conflitto e non solo. In questo scenario emergono situazioni che afferiscono alle mutilazioni genitali femminili, matrimoni precoci e forzati per arrivare alla violenza economica.
Investimenti e riflessioni al G7 del Gender Equality and Women Empowerment
Aghilarre ha chiarito l’impegno della Presidenza del G7 in materia di genere, aggiungendo che il gruppo Gender Equality and Women Empowerment ha sviluppato una riflessione in linea con gli standard internazionali e gli obiettivi dell’agenda 2030, in particolare l’obiettivo 5. Il lavoro si articola secondo due anime: la prima prepara il comunicato della ministeriale pari opportunità – componente nazionale e internazionale – dove vengono definiti aspetti politici internazionali e di sviluppo. Gli argomenti sollevati dal GEWE, nella ministeriale a Matera, nella ministeriale esteri a Capri e ministeriale esteri a Fiuggi e Anagni, hanno illustrato le questioni al vertice in Puglia e nel comunicato dei leaders. A Capri l’uguaglianza di genere è stata affrontata come un prerequisito per sradicare la povertà, stimolare la prosperità, la crescita sostenibile per costruire società giuste e inclusive. Altro focus, in cui la cooperazione italiana si è detta aperta agli aiuti finanziari, ha riguardato gli investimenti nella Child Care per consentire alle donne in Italia, Africa e nei paesi in via di sviluppo, di dedicarsi ad attività lavorative e professionali. Significativo l’impegno della Banca Mondiale Investment Child Care per sostenere entro il 2035, 200 milioni di donne nel mercato del lavoro. Aghilarre ha parlato anche del progetto 2X Challenge sostenuto dalla Cassa depositi e prestiti che insieme alle istituzioni nazionali hanno promesso di aumentare l’accesso al credito per le donne nei PVS. Per quanto riguarda il metodo e i contenuti, Aghilarre ha sottolineato il coinvolgimento di FAO, ONU e OCSE per investire nei programmi GEWE – dove l’Unione Africana, OIM, OIL e Unione Europea – hanno presentato la propria visione basata su dati empirici per aumentare gli impegni futuri.
Dalle minacce del Cyberspazio al Gender Gap
Quanto ai contenuti, il G7 si è concentrato sulle violenze domestiche, sessuali e di tratta. Tra i temi quelli legati alle molestie on-line, alla sicurezza digitale per una crescita esponenziale delle piattaforme, dove l’obiettivo è lottare contro le molestie e abusi online nei confronti di donne e ragazzi, studiando soluzioni sulle minacce provenienti dal cyberspazio. Altro nodo ha riguardato il gap economico delle donne, differenza retributiva e partecipazione al lavoro tra i sessi; questa è stata una priorità del Vertice che ha intenzione di incoraggiare le donne ad entrare in settori non tradizionali. L’altro elemento ha riguardato l’imprenditoria femminile; l’importanza di reperire fondi per finanziare progetti per facilitare l’accesso delle donne ai finanziamenti, ai capitali e mercati rivolti ai paesi in via di sviluppo. Con l’istruzione e l’aumento delle competenze si è ribadita la necessità di raggiungere la parità di genere nell’istruzione primaria delle ragazze, migliorare la formazione superiore e professionale (STEM), dove occorre investire nella formazione permanente per la creazione di lavoro attraverso un dialogo con l’Africa. Quanto alla leadership femminile e la partecipazione politica, il G7 intende garantire la piena partecipazione delle donne ai processi decisionali politici ed economici promuovendo quote di genere, programmi di mentoring per aumentare la presenza femminile in posizioni apicali sia nel pubblico che nel privato. In conclusione, il Vertice ha lavorato per un mondo inclusivo, e con le sfide dell’impatto climatico, digitalizzazione, crisi sanitarie globali, è possibile assicurare il progresso per tutte le donne e ragazze del mondo.
Risorse in formazione e salute per raggiungere l’uguaglianza di genere
Collu ha spiegato che per promuovere l’uguaglianza di genere non bisogna pensare alle donne come beneficiare (50% della popolazione), ma bisogna intervenire sugli ostacoli che rappresentano una condizione di discriminazione. In un programma di educazione – ha detto – è fondamentale inserire risorse e borse di studio in grado di incentivare la partecipazione, definire target e lavorare sui temi dell’uguaglianza. In Palestina – ha continuato – sono state realizzate azioni di sensibilizzazione a mariti e ragazzi per spiegare l’importanza della prevenzione del tumore al seno poiché in quei contesti non possono sottoporsi a screening giacché verrebbero stigmatizzate. Quindi nelle linee guida studiate dalla cooperazione italiana, emergono gli impegni dell’AICS, della cooperazione territoriale, settore privato e università per ottenere la parità tra i generi. Le linee guide sono articolate secondo 6 direttrici:

– diritti a ragazze e bambine rispetto alla violenza di genere;
– empowerment economico;
– coinvolgimento settore privato;
– ruolo delle donne nel settore agricolo escluse dall’accesso della terra e risorse;
– salute sessuale e riproduttiva;
– aiuti umanitari in contesti fragili in cui donne e bambine sono fragili.
In conclusione, Collu ha affermato che le donne oltre ad essere presenti in tutti i settori, vengono spesso emarginate nella vita, colpite dai cambiamenti climatici, discriminate in agricoltura e nelle cure mediche. Queste guide contengono azioni ambiziose, e nel corso del G7 i paesi donatori sono concordi nel destinare il 10% delle risorse per finanziare attività nella cooperazione italiana e raggiungere l’uguaglianza di genere.
Cristina Montagni
Fondazione Roma e Vicariato insieme nel nuovo progetto dedicato all’“Inclusione sociale di giovani e famiglie”
I dati 2024 restituiscono uno scenario della povertà in Italia in costante aumento. La situazione osservata nell’ottava Giornata mondiale dei poveri ha acceso i riflettori sul fenomeno, rendendo visibili alle comunità, civili ed ecclesiali, tante storie di deprivazione. Fra gli elementi di sofferenza sociale si registrano condizioni allarmanti che colpiscono il 14% di minori e 1.5 milioni di famiglie. Problemi legati al disagio abitativo, barriere che limitano la fruizione di misure riguardanti il reddito minimo, accesso all’istruzione e alle nuove tecnologie che rappresentano un miraggio per fasce ampie di popolazione, accrescendo il fenomeno delle disparità.

Di fronte all’aumento delle disuguaglianze, il Vicariato di Roma e la Fondazione Roma, con un investimento di 600 mila euro ha stabilito che da gennaio 2025 partiranno i lavori di riqualificazione di spazi per otto parrocchie localizzate nei territori periferici della città di Roma per combattere le disuguaglianze, farsi prossimi a coloro che vivono in situazioni di marginalità, favorire la coesione e l’inclusione sociale di giovani e famiglie. L’intenzione è incidere sul riequilibrio territoriale, contrastare la dispersione scolastica e combattere la microcriminalità.
Il progetto illustrato l’11 dicembre nella Sala Cardinale Ugo Poletti del Palazzo Apostolico Lateranense, in collaborazione con la Fondazione Roma e il Vicariato di Roma, dal titolo “INCLUSIONE SOCIALE DI GIOVANI E FAMIGLIE”, ha la finalità di combattere le disuguaglianze e stare vicino a coloro che si trovano in condizione di disagio ed esclusione. Gli interventi prevedono, tra gli altri, un nuovo manto in erba sintetica per il campo di calcio a cinque, un area giochi accessibile a tutti e un teatro rinnovato, sono state esposte dal cardinale vicario della diocesi di Roma Baldassare Reina; il vicegerente della diocesi di Roma monsignor Renato Tarantelli Baccari, il presidente della Fondazione Roma Franco Parasassi; il responsabile della Sezione Sport e Tempo Libero del Vicariato di Roma Claudio Tanturri.
Le parrocchie coinvolte sono: Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, a Giardinetti; Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, a Labaro; Sant’Andrea Corsini, a Gregna Sant’Andrea; San Bartolomeo Apostolo, a Tomba di Nerone; Sant’Ugo, alla Serpentara; Santi Mario e Famiglia Martiri, alla Romanina; Santi Simone e Giuda Taddeo, a Torre Angela; Santissimo Redentore, a Val Melaina.
Il cardinale Baldassare Reina ha commentato: “il mio grazie è il grazie di tutti quei bambini che potranno giocare sui campi da calcetto riqualificati e delle famiglie che avranno nuovi spazi per crescere i propri figli. Speriamo che questi interventi portino speranza in quelle periferie che talvolta sembrano averla smarrita”.
Cristina Montagni
Violenza sulle donne: rappresentazione degli abusi con la tecnica del fotogiornalismo
Si è conclusa a Roma il 22 novembre – nello spazio Esperienza Europa – David Sassoli, la mostra fotografica di Stefania Prandi “Rinate – Oltre il femminicidio”, un progetto dell’associazione REA-ReAgire in collaborazione con Fondazione Vodafone, Fondazione Media Literacy e l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia.
Hanno partecipato all’evento Pina Picierno – Vicepresidente del Parlamento europeo, Carlo Corazza – direttore dell’Ufficio del Parlamento Europeo in Italia, Lina Gálvez Muñoz – membro della commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere del Parlamento Europeo, Silvia Belloni – Presidente REA-ReAgire alla Violenza, Lucia Zaietta – Segretaria generale della Fondazione Vodafone, Lidia Gattini – Fondazione Media Literacy e la fotografa Stefania Prandi che ha portato le testimonianze di Azadeh e giovani reporter della rete di scuole coinvolte nel progetto.

Con la tecnica del fotogiornalismo si è ripercorso il vissuto di quattro donne sopravvissute alla violenza: Azadeh, Beatrice, Laura, Marina. Un racconto potente che attraverso ritratti, foto e racconti, è stato possibile ricostruire i meccanismi della violenza maschile.
Durante la giornata sono stati presentati anche i risultati del progetto rivolto alle scuole, durante il quale le protagoniste degli scatti hanno dialogato con più di 500 ragazzi e ragazze, e grazie alla loro testimonianza hanno narrato il proprio vissuto ai più giovani. Nel corso degli incontri, nelle scuole è stata realizzata un’indagine, grazie a questionari e interviste tenuti da giovani reporter che fanno parte della rete delle redazioni scolastiche della Fondazione Media Literacy. Le redazioni radiofoniche hanno poi prodotto podcast e articoli di giornale per sensibilizzare sul tema della violenza di genere.
Pina Picierno ha affermato che “la violenza sulle donne rappresenta una questione antica che si alimenta di una mentalità secondo cui le donne sono inferiori agli uomini. Questa mentalità porta al senso di possesso e si trasforma in violenza. In Europa, ogni 6 ore una donna è vittima di violenza da parte di uomini: una strage quotidiana. Questi numeri parlano di ognuna di noi che direttamente o indirettamente abbia avuto un esperienza di violenza. È necessario fermare la cultura che alimenta questa violenza, che ha un nome preciso, si chiama patriarcato. A ogni studente, ragazzo e uomo voglio ribadire un concetto essenziale e inconfutabile: ogni atto sessuale privo di consenso è sempre e comunque uno stupro”.

70% del campione, i giovani non hanno ricevuto strumenti necessari per gestire il rispetto tra generi diversi. Giudizio espresso dal 90% delle ragazze e dei ragazzi, che sostengono sia necessario introdurre l’educazione di genere nelle ore di insegnamento a scuola
Indagine “Rinate – Oltre il femminicidio”
Per il 70% degli intervistati, i giovani non hanno ricevuto strumenti necessari per gestire il rispetto tra generi diversi, sentita perlopiù dal 90% delle ragazze e dei ragazzi, che sostengono sia necessario introdurre l’educazione di genere nelle ore di insegnamento a scuola. Dall’analisi emerge che circa il 75% degli studenti intervistati ritiene sia necessario un maggiore impegno per migliorare la situazione in questo ambito. Proseguendo nell’analisi si capisce che solo il 10% delle intervistate ha dichiarato di essere stata vittima di relazioni possessive con il proprio compagno e il 15% sostiene di aver ricevuto “divieti” a frequentare posti o persone o avere comportamenti giudicati “frivoli” da parte dei partner. Rispetto al consenso e gelosia, il 75% delle ragazze e dei ragazzi considerano il consenso all’interno di una relazione importante o molto importante. L’85% ritiene che il sentimento della gelosia possa essere un fattore positivo o negativo a seconda della situazione, solo il 13% pensa sia negativo. Numerose testimonianze di giovani hanno raccontato episodi di violenza, molestia, contatti non richiesti e non graditi. La maggior parte delle molestie riguarda catcalling e contatti non desiderati da parte di sconosciuti che sono fonte di disagio e turbamento, ma anche casi di violenza sessuale grave, soprattutto in considerazione del fatto che si tratta di minori.
Cristina Montagni
Ragazzi e ragazze in fuga dall’Italia per realizzare aspirazioni, abilità ed esperienze di lavoro. Dati e motivazioni nel rapporto della Fondazione Nord Est
A fine ottobre al CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) durante la presentazione del rapporto “I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero” curato dalla Fondazione Nord Est, si è ragionato su strategie e politiche per rilanciare l’Italia partendo dal lavoro, salari, competenze, natalità, skills, professioni, etc. A riflettere sulla scarsa attrattività dell’Italia per una massiccia fuga di giovani, oramai considerata emergenza nazionale, economica e sociale, il presidente del Cnel Renato Brunetta, Luca Paolazzi di Fondazione Nord Est, Cinzia Conti per Istat, Eliana Viviano di Banca d’Italia e Luca Bianchi di Svimez.


Efficienza generazionale le priorità per rilanciare il Paese
Nel Paese esistono fattori strutturali che spingono ogni anno migliaia di giovani formati e qualificati ad abbandonare l’Italia per non farne più ritorno. Così il presidente del CNEL Renato Brunetta commentando lo studio della Fondazione, ha annunciato il lancio di un Osservatorio sull’attrattività per i giovani aprendo alla produzione di due rapporti annuali in sinergia con il mondo accademico, centri di ricerca, associazioni e stakeholder, per analizzare le cause degli abbandoni, studiare strategie e costruire percorsi per contrastare la fuga dei cervelli. Occorre una profonda riflessione – ha detto Brunetta – poiché l’Italia può essere attrattiva solo se vengono messe in campo soluzioni dove la componente primaria è l’efficienza generazionale. La priorità è trovare soluzioni al fenomeno poiché rappresenta un fallimento sia per l’Italia che a livello comunitario dove occorre rivitalizzare il mercato in linea con i bisogni del Paese. Dai dati emerge una rilevante perdita economica delle nostre imprese che necessitano di giovani con skills specifici; perciò, occorre invertire il bilancio negativo tra natalità e mortalità delle aziende. Il PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) rappresenta una chiave vincente per le politiche sul lavoro, natalità, asili nido, etc, tuttavia è in fase di programmazione e l’efficacia dipende dalla dimensione giovanile.
Generazioni in fuga. Dati e motivazioni

La Fondazione Nord Est ha stimato che tra il 2011 e il 2023 hanno abbandonato il Paese 550 mila giovani tra i 18 e i 34 anni determinando un saldo migratorio pari a -377mila. Questo deflusso ha registrato – dopo la pausa Covid – un’ascesa nel 2022-2023 dove è credibile pensare che le cifre siano più elevate rispetto a quelle reali. La fondazione ha valutato che il capitale umano uscito è stato pari a 134 miliardi, cifra che potrebbe triplicarsi per una sottostima dei dati ufficiali. Dall’indagine emerge che per ogni giovane che arriva in Italia dai Paesi avanzati, otto italiani emigrano all’estero. Questo scenario colloca l’Italia all’ultimo posto in Europa per attrazione di giovani, accogliendo solo il 6% di europei, contro il 34% della Svizzera e il 32% della Spagna. La ricerca fotografa un’emigrazione costituita per metà da laureati e un terzo da diplomati provenienti da Regioni del Nord. Infatti, il 35% dei giovani residenti nel Nord Italia è pronto a trasferirsi all’estero e le cause sono maggiori opportunità di lavoro (25%), studio e formazione (19%), ricerca per una migliore qualità di vita (17%), mentre solo il 10% pensa al salario come leva principale di espatrio.
Tra opportunità e incertezza come i giovani percepiscono il futuro

In generale i giovani del Nord emigrati all’estero, sostengono di stare meglio; il 56% degli espatriati è soddisfatto del proprio livello di vita, contro il 22% dei giovani rimasti in Italia. L’86% degli “expat” pensa che il futuro dipenda dal loro impegno, contro il 59% dei “remainers”. Secondo questo sentiment, i giovani che hanno lasciato l’Italia, mostrano un approccio positivo: il 69% si attende un futuro felice, contro il 45% di chi è rimasto; il 67% ritiene la scelta un’opportunità, rispetto al 34%; e il 64% vede un futuro migliore, contro un 40% rimasto nel Paese. Tra i giovani rimasti in Italia emergono posizioni negative: il 45% teme un futuro “incerto”, il 34% lo vede “pauroso”, il 21% lo ritiene “povero”, e il 17% lo immagina “senza lavoro”, rispetto a percentuali più basse tra gli espatriati. In sintesi, percezione del benessere, visione del futuro e condizione professionale spiegano perché il 33% degli espatriati decide di restare all’estero. La causa dipende dalla mancanza in Italia di opportunità occupazionali, seguita dall’opinione che nel Paese non c’è spazio per i giovani e non esiste un ambiente culturalmente aperto e internazionale; perciò, la qualità della vita è migliore in altri Paesi. Rispetto alla tipologia di occupazione, lo studio mostra che il 73% di chi è andato via per scelta svolge attività intellettuali o impiegatizie, mentre il 58% è uscito per necessità ed è occupato in ruoli per i quali in Italia le imprese denunciano carenza nei settori tecnici, professioni legate ai servizi, operai specializzati o semi-specializzati e personale senza una specifica qualifica.
Opinioni sulle politiche pubbliche adottate in Italia

Per i giovani all’Italia mancano politiche attrattive per chi se ne è andato e per chi è rimasto. In particolare, gli espatriati e quelli residenti al Nord, bocciano le politiche per i giovani (carenza di infrastrutture digitali): -88,3 tra gli expat e -54,0 tra i remainers. Sulle politiche del lavoro e famiglia, entrambi i gruppi esprimono un giudizio pessimo. I giovani del Nord Italia e gli emigrati, non approvano la cultura imprenditoriale italiana, giudicano non attrattivo il Paese riguardo alle esigenze dei propri collaboratori (-34 tra chi risiede al Nord e -85,5 tra gli expat), la presenza di imprese innovative (-25,2 e -85) e la cultura manageriale e imprenditoriale (-25,2 e -77,6). Il comparto lavorativo è valutato carente con evidenti responsabilità delle imprese. Infatti, i salari in linea con il lavoro svolto che si rifà al concetto di meritocrazia, ricevono un -49,1 dai giovani che vivono al Nord e un -89,8 per quelli che risiedono all’estero. Inoltre, le opportunità di lavoro nei comparti innovativi si collocano a -31,2 e -88,2, con prospettive di crescita pari a -38,2 e -86,5, e salari adeguati al costo della vita a -49,3 e -84,1. Quanto al capitolo occupazione, le prospettive dei giovani sono incerte per una lenta crescita influenzata da una diffusa reticenza ad affidare responsabilità ai giovani. L’indagine rileva anche una scarsa attenzione alle esigenze dei collaboratori (formazione, conciliazione), e i salari risultano insufficienti rispetto al costo della vita o coerenti al lavoro svolto. Infine, istituzioni pubbliche e private faticano a definire politiche coerenti rispetto ai bisogni delle nuove generazioni in merito al lavoro e famiglia, disegnando un quadro complicato nel lasciare la famiglia di origine, diventare genitori e imprenditori.
Cristina Montagni
50esima Settimana Sociale dei cattolici: Lectio magistralis del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella su democrazia e partecipazione
A Trieste dal 3 al 7 luglio si è svolta la 50a Settimana Sociale alla presenza di 900 delegati provenienti da tutte le Chiese d’Italia per dare risposte che vedono i diritti politici e sociali dei popoli concorrere insieme per contribuire al bene comune. Dal tema “Al cuore della democrazia. Partecipazione tra storia e futuro” sono scaturiti quattro giorni di tavole rotonde e iniziative pubbliche per riattivare azioni incisive di partecipazione alla democrazia.

(Foto di Paolo Giandotti)
All’apertura dei lavori – il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – ha ricordato la necessità di “battersi affinché non vi possano essere ‘analfabeti di democrazia’ è una causa primaria, nobile, che ci riguarda tutti. Non soltanto chi riveste responsabilità o eserciti potere”. Ha sottolineato che “la democrazia è un valore. Gli uomini liberi ne hanno fatto una bandiera. È, insieme, una conquista e una speranza” e “al cuore della democrazia ci sono le persone, le relazioni e le comunità a cui esse danno vita, le espressioni civili, sociali, economiche frutto della loro libertà, delle loro aspirazioni, della loro umanità: questo è il cardine della nostra Costituzione”.
Pubblico il discorso integrale del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella
Democrazia.
Parola di uso comune, anche nella sua declinazione come aggettivo.
È ampiamente diffusa. Suggerisce un valore.
Le dittature del Novecento l’hanno identificata come un nemico da battere.
Gli uomini liberi ne hanno fatto una bandiera.
Insieme una conquista e una speranza che, a volte, si cerca, in modo spregiudicato, di mortificare ponendone il nome a sostegno di tesi di parte.
Non vi è dibattito in cui non venga invocata a conforto della posizione propria.
Un tessuto che gli avversari della democrazia pretenderebbero logoro.
L’interpretazione che si dà di questo ordito essenziale della nostra vita appare talora strumentale, non assunto in misura sufficiente come base di rispetto reciproco.
Si è persino giunti ad affermare che siano opponibili tra loro valori come libertà e democrazia, con quest’ultima artatamente utilizzabile come limitazione della prima.
Non è fuor di luogo, allora, chiedersi se vi sia, e quale, un’anima della democrazia.
O questa si traduce soltanto in un metodo?
Cosa la ispira?
Cosa ne fa l’ossatura che sorregge il corpo delle nostre Istituzioni e la vita civile della nostra comunità?
È un interrogativo che ha accompagnato e accompagna il progresso dell’Italia, dell’Europa.
Alexis de Tocqueville affermava che una democrazia senz’anima è destinata a implodere, non per gli aspetti formali, naturalmente, bensì per i contenuti valoriali venuti meno.
Intervenendo a Torino, alla prima edizione della Biennale della democrazia, nel 2009, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rivolgeva lo sguardo alla costruzione della nostra democrazia repubblicana, con la acquisizione dei principi che hanno inserito il nostro Paese, da allora, nel solco del pensiero liberal-democratico occidentale.
Dopo la “costrizione” ossessiva del regime fascista soffiava “l’alito della libertà”, con la Costituzione a intelaiatura e garanzia dei diritti dei cittadini.
L’alito della libertà, anzitutto, come rifiuto di ogni obbligo di conformismo sociale o politico, come diritto all’opposizione.
La democrazia, in altri termini, non si esaurisce nelle sue norme di funzionamento, ferma restando, naturalmente, l’imprescindibilità della definizione e del rispetto delle “regole del gioco”.
Perché – come ricordava Norberto Bobbio – le condizioni minime della democrazia sono esigenti: generalità ed eguaglianza del diritto di voto, la sua libertà, proposte alternative, ruolo insopprimibile delle assemblee elettive e, infine, non da ultimo, limiti alle decisioni della maggioranza, nel senso che non possano violare i diritti delle minoranze e impedire che queste possano, a loro volta, divenire maggioranza.
È la pratica della democrazia che la rende viva, concreta, trasparente, capace di coinvolgere.
Quali le ragioni del riferimento all’alito della libertà parlando di democrazia?
Non è democrazia senza la tutela dei diritti fondamentali di libertà, che rappresentano quel che dà senso allo Stato di diritto e alla democrazia stessa.
Il tema impegnativo che avete posto al centro della riflessione di questa Settimana sociale interpella quindi, con forza, tutti.
La democrazia, infatti, si invera ogni giorno nella vita delle persone e nel mutuo rispetto delle relazioni sociali, in condizioni storiche mutevoli, senza che questo possa indurre ad atteggiamenti remissivi circa la sua qualità.
Si può pensare di contentarsi che una democrazia sia imperfetta?
Di contentarsi di una democrazia a “bassa intensità”?
Si può pensare di arrendersi, “pragmaticamente”, al crescere di un assenteismo dei cittadini dai temi della “cosa pubblica”?
Può esistere una democrazia senza il consistente esercizio del ruolo degli elettori? Per porre mente alla defezione, diserzione, rinuncia intervenuta da parte di molti cittadini in recenti tornate elettorali.
Occorre attenzione per evitare di commettere l’errore di confondere il parteggiare con il partecipare.
Occorre, piuttosto, adoperarsi concretamente affinché ogni cittadino si trovi nelle condizioni di potere, appieno, prender parte alla vita della Repubblica.
I diritti si inverano attraverso l’esercizio democratico.
Se questo si attenua, si riduce la garanzia della loro effettiva vigenza.
Democrazie imperfette vulnerano le libertà: ove si manifesta una partecipazione elettorale modesta. Oppure ove il principio “un uomo-un voto” venga distorto attraverso marchingegni che alterino la rappresentatività e la volontà degli elettori.
Ancor più le libertà risulterebbero vulnerate ipotizzando democrazie affievolite, depotenziate da tratti illiberali.
Ci soccorre anche qui Bobbio, quando ammonisce che non si può ricorrere a semplificazioni di sistema o a restrizioni di diritti “in nome del dovere di governare”.
Una democrazia “della maggioranza” sarebbe, per definizione, una insanabile contraddizione, per la confusione tra strumenti di governo e tutela della effettiva condizione di diritti e di libertà.
Al cuore della democrazia – come qui leggiamo – vi sono le persone, le relazioni e le comunità a cui esse danno vita, le espressioni civili, sociali, economiche che sono frutto della loro libertà, delle loro aspirazioni, della loro umanità: questo è il cardine della nostra Costituzione.
Questa chiave di volta della democrazia opera e sostiene la crescita di un Paese, compreso il funzionamento delle sue Istituzioni, se al di là delle idee e degli interessi molteplici c’è la percezione di un modo di stare insieme e di un bene comune.
Se non si cede alla ossessiva proclamazione di quel che contrappone, della rivalsa, della delegittimazione.
Se l’universalità dei diritti non viene menomata da condizioni di squilibrio, se la solidarietà resta il tessuto connettivo di una economia sostenibile, se la partecipazione è viva, diffusa, consapevole del proprio valore e della propria necessità, della propria essenziale necessità.
Nel cambiamento d’epoca che ci è dato vivere avvertiamo tutta la difficoltà, e a volte persino un certo affanno, nel funzionamento delle democrazie.
Oggi constatiamo criticità inedite, che si aggiungono a problemi più antichi.
La democrazia non è mai conquistata per sempre.
Anzi, il succedersi delle diverse condizioni storiche e delle loro mutevoli caratteristiche, ne richiede un attento, costante inveramento.
Nella complessità delle società contemporanee, a elementi critici conosciuti, che mettono a rischio la vita degli Stati e delle comunità, si aggiungono nuovi rischi epocali: quelli ambientali e climatici, sanitari, finanziari, oltre alle sfide indotte dalla digitalizzazione e dall’intelligenza artificiale.
Le nostre appaiono sempre più società del rischio, a fronteggiare il quale si disegnano, talora, soluzioni meramente tecnocratiche.
È tutt’altro che improprio, allora, interrogarsi sul futuro della democrazia e sui compiti che le sono affidati, proprio perché essa non è semplicemente un metodo, bensì costituisce lo “spazio pubblico” in cui si esprimono le voci protagoniste dei cittadini.
Nel corso del tempo, è stata più volte posta, malauguratamente, la domanda “a cosa serve la democrazia?”. La risposta è semplice: a riconoscere – perché preesistono, come indica l’articolo 2 della nostra Costituzione – e a rendere effettive le libertà delle persone e delle comunità.
Karl Popper ha indicato come le forme di vita democratica realizzino, essenzialmente, quella “società aperta” che può massimizzare le opportunità di costituzione di identità sociali destinate a trasferirsi, poi, sul terreno politico e istituzionale.
La stessa esperienza italiana degli ultimi trent’anni ne è un esempio.
Nei settantotto anni dalla scelta referendaria del 1946, libertà di impronta liberale e libertà democratica hanno contribuito al “cantiere aperto” della nostra democrazia repubblicana, con la diversità delle alternative, le realtà di vita e le differenti mobilitazioni che ne sono derivate.
La libertà di tradizione liberale ci richiama a un’area intangibile di diritti fondamentali delle persone, e alla indisponibilità di questi rispetto al contingente succedersi delle maggioranze e, ancor più, a effimeri esercizi di aggregazione di interessi.
La libertà espressa nelle vicende novecentesche, con l’irruzione della questione sociale, ha messo poi a fuoco la dinamica delle aspettative e dei bisogni delle identità collettive nella società in permanente trasformazione.
È questione nota al movimento cattolico, se è vero che quel giovane e brillante componente dell’Assemblea Costituente, che fu Giuseppe Dossetti, pose il problema del “vero accesso del popolo e di tutto il popolo al potere e a tutto il potere, non solo quello politico, ma anche a quello economico e sociale”, con la definizione di “democrazia sostanziale”.
A segnare in tal modo il passaggio ai contenuti che sarebbero stati poi consacrati negli articoli della prima parte della nostra Costituzione. Fra essi i diritti economico-sociali.
Una riflessione impegnativa con l’ambizione di mirare al “bene comune” che non è il “bene pubblico” nell’interesse della maggioranza, ma il bene di tutti e di ciascuno, al tempo stesso; di tutti e di ciascuno, secondo quanto già la Settimana Sociale del ’45 volle indicare.
Il percorso dei cattolici – con il loro contributo alla causa della democrazia – non è stato occasionale né data di recente, eppure va riconosciuto che l’adesione dottrinaria alla democrazia fu condizionata dalla “questione romana”, con il percorso accidentato della sua soluzione.
Ma già l’ottava Settimana Sociale, a Milano, nel 1913, non aveva remore nell’affermare la fedeltà dei cattolici allo Stato e alla Patria – quest’ultima posta più in alto dello Stato – sollecitando, contemporaneamente, il diritto di respingere – come venne enunciato – ogni tentativo di “trasformare la Patria, lo Stato, la sua sovranità, in altrettante istituzioni ostili… mentre sentiamo di non essere a nessuno secondi nell’adempimento di quei doveri che all’una e all’altro ci legano”. Una espressione di matura responsabilità.
Il tema che veniva posto era fondamentalmente un tema di libertà – anche religiosa – e questo riguardava tutta la società, non esclusivamente i rapporti tra Regno d’Italia e Santa Sede.
Ho poc’anzi ricordato la 19^ edizione della Settimana, a Firenze, nell’ottobre 1945. In quell’occasione, nelle espressioni di un giurista eminente – poi costituente – Egidio Tosato, troviamo proposto il tema dell’equilibrio tra i valori di libertà e di democrazia, con la individuazione di garanzie costituzionali a salvaguardia dei cittadini.
La democrazia come forma di governo non basta a garantire in misura completa la tutela dei diritti e delle libertà: essa può essere distorta e violentata nella pretesa di beni superiori o di utilità comuni. Il Novecento ce lo ricorda e ammonisce.
Anche da questo si è fatta strada l’idea di una suprema Corte costituzionale.
Tosato contestò l’assunto di Rousseau, in base al quale la volontà generale non poteva trovare limiti di alcun genere nelle leggi, perché la volontà popolare poteva cambiare qualunque norma o regola.
Lo fece Tosato con parole molto nette: “Noi sappiamo tutti ormai che la presunta volontà generale non è in realtà che la volontà di una maggioranza e che la volontà di una maggioranza, che si considera come rappresentativa della volontà di tutto il popolo può essere, come spesso si è dimostrata, più ingiusta e oppressiva che non la volontà di un principe”. Esprimeva un fermo no, quindi, all’assolutismo di Stato, a un’autorità senza limite, potenzialmente prevaricatrice.
La coscienza dei limiti è un fattore imprescindibile per qualunque Istituzione, a partire dalla Presidenza della Repubblica, per una leale e irrinunziabile vitalità democratica.
Guido Gonella, personalità di primo piano del movimento cattolico italiano, e poi statista insigne nella stagione repubblicana, relatore anch’egli alla Settimana di Firenze del ’45, non ebbe esitazioni nel rinvenire nelle Costituzioni una “forma di vita – come disse – più alta e universale”, con la presenza di elementi costanti, “categorie etiche” le definì, e di elementi variabili, secondo le “esigenze storiche”, ponendo in guardia dai rischi posti da una eccessiva rigidezza conservatrice e da una troppo facile flessibilità demagogica che avrebbe potuto caratterizzarle, con il risultato di poter passare con indifferenza dall’assolutismo alla demagogia, per ricadere indietro verso la dittatura.
Su questo si basa la distinzione tra prima e seconda parte della nostra Costituzione.
Il messaggio fu limpido: sbagliato e rischioso cedere a sensibilità contingenti, sulla spinta delle tentazioni quotidiane della contesa politica. Come avviene con la frequente tentazione di inserire richiami a temi particolari nella prima parte della Costituzione, che del resto – per effetto della saggezza dei suoi estensori – regola tutti questi aspetti, comunque, in base ai suoi principi e valori di fondo.
La Costituzione seppe dare un senso e uno spessore nuovo all’unità del Paese e, per i cattolici, l’adesione ad essa ha coinciso con un impegno a rafforzare, e mai indebolire, l’unità e la coesione degli italiani.
Spirito prezioso, come ha ricordato di recente il Cardinale Zuppi, perché la condivisione intorno ai valori supremi di libertà e democrazia è il collante irrinunciabile della nostra comunità nazionale.
Pio XII, nel messaggio natalizio del 1944, era stato ricco di indicazioni importanti e feconde.
Permettetemi di soffermarmi su quel testo per richiamarne l’indicazione che, al legame tra libertà e democrazia, unisce il tema della democrazia connesso a quello della pace.
Perché la guerra soffoca, può soffocare, la democrazia.
L’ordine democratico, ricordava il Papa, include la unità del genere umano e della famiglia dei popoli. “Da questo principio – diceva – deriva l’avvenire della pace”. Con l’invocazione “guerra alla guerra” e l’appello a “bandire una volta per sempre la guerra di aggressione come soluzione legittima delle controversie internazionali e come strumento di aspirazioni nazionali”.
Un grido di pace oggi rinnovato da Papa Francesco.
Non si trattava di un dovuto “irenismo”, di uno scontato ossequio pacifista della Chiesa di fronte alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale.
Era, piuttosto, una ferma reazione morale che interpreta la coscienza civile, presente certamente nei credenti – e, comunque, nella coscienza dei popoli europei – destinata a incrociarsi con le sensibilità di altre posizioni ideali.
Prova ne è stata la generazione delle Costituzioni del Secondo dopoguerra, in Italia come in Germania, in Austria, in Francia.
Per l’Italia gli articoli 10 e 11 della nostra Carta, volti a definire la comunità internazionale per assicurare e pervenire alla pace.
Sarebbe stato il professor Pergolesi, sempre a Firenze 1945, ad affermare il diritto del cittadino alla pace, interna ed esterna, con la proposta di inserimento di questo principio nelle Costituzioni, dando così vita a una concezione nuova dei rapporti tra gli Stati.
Se in passato la democrazia si è inverata negli Stati – spesso contrapposti e comunque con rigide, insormontabili frontiere – oggi, proprio nel continente che degli Stati è stato la culla, si avverte l’esigenza di costruire una solida sovranità europea che integri e conferisca sostanza concreta e non illusoria a quella degli Stati membri. Che consenta e rafforzi la sovranità del popolo disegnata dalle nostre Costituzioni ed espressa, a livello delle Istituzioni comunitarie, nel Parlamento Europeo.
Il percorso democratico, avviato in Europa dopo la sconfitta del nazismo e del fascismo, ha permesso di rafforzare le Istituzioni dei Paesi membri e di ampliare la protezione dei diritti dei cittadini, dando vita a quella architrave di pace che è stata prima la Comunità europea e adesso è l’Unione.
Una più efficace unità europea – più forte ed efficiente di quanto fin qui siamo stati capaci di realizzare – è oggi condizione di salvaguardia e di progresso dei nostri ordinamenti di libertà e di uguaglianza, di solidarietà e di pace.
Tornando alla riflessione sui cardini della democrazia, va sottolineato che la democrazia comporta il principio di eguaglianza – poc’anzi richiamato dal Cardinale Zuppi – perché riconosce che le persone hanno eguale dignità.
La democrazia è strumento di affermazione degli ideali di libertà.
La democrazia è antidoto alla guerra.
Quando ci chiediamo se la democrazia possiede un’anima, quando ci chiediamo a cosa serva, troviamo agevolmente risposte chiare.
Lo sforzo che, anche in questa occasione, vi apprestate a produrre per la comunità nazionale richiama le parole con cui il Cardinale Poletti, nel 1988, alla XXX assemblea generale della Conferenza Episcopale, accompagnò, dopo vent’anni, la ripresa delle Settimane Sociali, dicendo: “diaconia della Chiesa italiana al Paese”.
Con il vostro contributo avete arricchito, in questi quasi centoventi anni dalla prima edizione, il bene comune della Patria e, di questo, la Repubblica vi è riconoscente.
La nostra democrazia ha messo radici, si è sviluppata, è divenuta un tratto irrinunciabile dell’identità nazionale – mentre diveniva anche identità europea – sostenuta da partiti e movimenti, che avevano raggiunto la democrazia nel corso del loro cammino e su di essa stavano rifondando la loro azione politica nella nuova fase storica.
Oggi dobbiamo rivolgere lo sguardo e l’attenzione a quanto avviene attorno a noi, nel mondo sempre più raccolto e interconnesso.
Accanto al riproporsi di tentazioni neo-colonialistiche e neo-imperialistiche, nuovi mutamenti geopolitici sono sospinti anche dai ritmi di crescita di Stati-continente in precedenza meno sviluppati, da tensioni territoriali, etniche, religiose che, non di rado, sfociano in guerre drammatiche, da andamenti demografici e giganteschi flussi migratori.
Attraversiamo fenomeni – questi e altri – che mutano profondamente le condizioni in cui si viveva in precedenza e che è impossibile illudersi che possano tornare.
Dalla dimensione nazionale dei problemi – e delle conseguenti sfere decisionali – siamo passati a quella europea e, per qualche aspetto, a quella globale.
È questa la condizione della quale siamo parte e nella quale dobbiamo far sì che a prevalere sia il futuro dei cittadini e non delle sovrastrutture formatesi nel tempo.
All’opposto della cooperazione fra eguali si presenta il ritorno alle sfere di influenza dei più forti o, meglio, armati – che si sta praticando e teorizzando, in sede internazionale, con la guerra, l’intimidazione, la prevaricazione – e, in altri ambiti, di chi dispone di forza economica che supera la dimensione e le funzioni degli Stati.
Risalta la visione storica e la sagacia di Alcide De Gasperi con la scelta di libertà del Patto Atlantico compiuta dalla Repubblica nel 1949 e con il suo coraggioso apostolato europeo.
Venti anni fa, a Bologna, la 44^ Settimana si poneva il tema dei nuovi scenari e dei nuovi poteri di fronte ai quali la democrazia si trovava.
È necessario misurarsi con la storia, porsi di fronte allo stato di salute delle Istituzioni nazionali e sovranazionali e dell’organizzazione politica della società.
Nuovi steccati sono sempre in agguato a minare le basi della convivenza sociale: le basi della democrazia non sono né esclusivamente istituzionali né esclusivamente sociali, interagiscono fra loro.
Cosa ci aiuta? Dare risposte che vedono diritti politici e sociali dei cittadini e dei popoli concorrere insieme alla definizione di un futuro comune.
Vogliamo riprendere per un attimo l’Enciclica “Populorum progressio” di Paolo VI: “essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, salute, una partecipazione più piena alle responsabilità, al di fuori di ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la loro dignità di uomini, godere di una maggiore istruzione, in una parola fare conoscere e avere di più per essere di più: ecco l’aspirazione degli uomini di oggi – diceva -, mentre un gran numero di essi è condannato a vivere in condizioni che rendono illusorio questo legittimo desiderio”.
Vi è qualcuno che potrebbe rifiutarsi di sottoscrivere queste indicazioni?
Temo di sì, in realtà, anche se nessuno avrebbe il coraggio di farlo apertamente.
Anche per questo l’esercizio della democrazia, come si è visto, non si riduce a un semplice aspetto procedurale e non si consuma neppure soltanto con la irrinunziabile espressione del proprio voto nelle urne nelle occasioni elettorali. Presuppone lo sforzo di elaborare una visione del bene comune in cui sapientemente si intreccino – perché tra loro inscindibili – libertà individuali e aperture sociali, bene della libertà e bene dell’umanità condivisa. Né si tratta di una questione limitata ad ambiti statali.
Mons. Adriano Bernareggi, nelle sue conclusioni della Settimana Sociale del ’45, – l’abbiamo poc’anzi visto nelle immagini – argomentò, citando Jacques Maritain, che una nuova cristianità si affacciava in Europa.
L’unità da raggiungere nelle comunità civili moderne non aveva più un’unica “base spirituale”, bensì un bene comune terreno, che doveva fondarsi proprio sull’intangibile “dignità della persona umana”.
Questa la consapevolezza che è stata alla base di una stagione di pace così lunga – che speriamo continui – nel continente europeo.
Continuava l’allora Vescovo di Bergamo, “la democrazia non è soltanto governo di popolo, ma governo per il popolo”.
Affrontare il disagio, il deficit democratico che si rischia, deve partire da qui.
Dal fatto che, in termini ovviamente diversi, ogni volta si riparte dalla capacità di inverare il principio di eguaglianza, da cui trova origine una partecipazione consapevole.
Perché ciascuno sappia di essere protagonista della storia.
Don Lorenzo Milani esortava a “dare la parola”, perché “solo la lingua fa eguali”. A essere, cioè, alfabeti nella società.
La Repubblica ha saputo percorrere molta strada, ma il compito di far sì che tutti prendano parte alla vita della sua società e delle sue Istituzioni non si esaurisce mai.
Ogni generazione, ogni epoca, è attesa alla prova della “alfabetizzazione”, dell’inveramento della vita della democrazia.
Prova, oggi, più complessa che mai, nella società tecnologica contemporanea.
Ebbene, battersi affinché non vi possano essere più “analfabeti di democrazia” è causa primaria e nobile, che ci riguarda tutti. Non soltanto chi riveste responsabilità o eserciti potere.
Per definizione, democrazia è esercizio dal basso, legato alla vita di comunità, perché democrazia è camminare insieme. Vi auguro, mi auguro, che si sia numerosi a ritrovarsi in questo cammino.
La redazione
Papa Francesco sull’Intelligenza Artificiale: uso etico e responsabile al servizio dell’umanità
Quali effetti può produrre l’intelligenza artificiale sul futuro dell’umanità e perché non bisogna demonizzare questi modelli, piuttosto gestirli. Partono da qui alcune riflessioni di Papa Francesco al Summit dei leader del G7 sotto presidenza italiana in Puglia il 14 giugno scorso. L’evento ha visto la partecipazione dei Capi di Stato e di Governo dei sette Stati membri, oltre al Presidente del Consiglio Europeo e alla Presidente della Commissione Europea in rappresentanza dell’Unione Europea.

Rivoluzione cognitivo-industriale e creazione di un nuovo ordine sociale
“La scienza e la tecnologia” ha sostenuto il Pontefice “nascono dal potenziale creativo degli uomini da cui nasce l’IA. Queste tecnologie sono utilizzate in diverse aree dell’agire umano: dalla medicina, al lavoro, dalla cultura alla comunicazione, dall’educazione alla politica. È lecito quindi ipotizzare che il suo impatto condizionerà il nostro modo di vivere, le relazioni sociali e in futuro la maniera con la quale concepiamo la nostra identità di esseri umani. L’IA è percepita oggi ambivalente, da un lato affascina per le numerose applicazioni, dall’altro genera timore per le sue conseguenze. Senza dubbio – ha detto il Papa – rappresenta una rivoluzione cognitivo industriale e in futuro sarà responsabile della creazione di un nuovo ordine sociale e da complesse trasformazioni epocali.
Vantaggi e svantaggi per l’umanità
Nell’analizzare gli effetti positivi dell’IA, il Papa evidenzia una maggiore democratizzazione all’accesso dei saperi, un avanzamento nella ricerca scientifica, fino alla possibilità di delegare alle macchine i lavori più usuranti. Al contrario potrebbe far emergere ingiustizie tra nazioni avanzate e quelle in via di sviluppo, fra ceti sociali dominanti e ceti oppressi, mettendo in pericolo la possibilità di una cultura dell’incontro a vantaggio di una cultura dello scarto. L’importanza di tale progresso rende l’intelligenza artificiale uno strumento delicato che impone una riflessione all’altezza della situazione. Il Pontefice rileva che l’IA può restituire vantaggi all’umanità, e che tali benefici si sono sempre verificati per gli utensili costruiti dall’uomo, come la capacità di aver mantenuto un legame con l’ambiente per gli oggetti che produceva. Gli esseri umani vivono una condizione di priorità rispetto all’essere biologico; l’uomo è aperto agli altri e la creatività si estrinseca in termini di cultura e bellezza. Tuttavia, l’uso di questi strumenti non sempre è rivolto al bene, occorre che siano al servizio dell’umanità, solo così potranno rivelare la grandezza dell’uomo per custodire il pianeta e i suoi abitanti.
No a tecniche algoritmiche indipendenti ma decisione finale resta all’uomo
Il Pontefice osserva che l’IA è un mezzo sui generis che processa analisi algoritmiche, ovvero fa una scelta tecnica tra più possibilità, si basa su criteri definiti o differenze statistiche. L’essere umano invece ha la capacità di decidere, e davanti ai prodigi delle macchine che possono adottare scelte autonome, occorre avere chiaro che solo all’individuo resta la determinazione finale anche se questa assume toni drammatici nella nostra vita. “Se venisse tolta tale possibilità” ha detto “si condannerebbe l’uomo ad una vita senza speranza dove le persone sarebbero costrette a dipendere dalle macchine”. Per evitare che ciò accada – dice Francesco – è necessario garantire uno spazio di controllo significativo sul processo di scelta dei programmi di IA poiché ne va della stessa dignità dell’uomo. Al vertice del G7 il Pontefice ha poi parlato del dramma dei conflitti armati sostenendo che è necessario riflettere sullo sviluppo e uso di questi dispositivi, ripensare alle armi letali autonome vietandone l’uso attraverso un controllo dell’uomo. Ha infine sottolineato la necessità di rimettere al centro la dignità della persona in vista di una proposta etica condivisa, poiché si sta attraversando una particolare congiuntura sociale dove emerge lo smarrimento e la scarsa importanza della dignità dell’uomo.
Innovazione e scienza “non neutrale” nella società
“Nessuna innovazione è neutrale” ha detto il Pontefice “la tecnologia nasce per avere un impatto sulla società, definisce una forma di ordine nelle relazioni sociali che abilita qualcuno a compiere azioni e impedisce ad altri di compierne altre”. Tale sistema di poteri include in modo più o meno esplicito una visione del mondo e questo vale per i programmi di IA che devono avere un’ispirazione etica ed essere utilizzati per la costruzione del bene comune. A riguardo ricorda la firma nel 2020 del documento sulla “Rome call for Ai ethics” (Appello della Rome Call for AI Ethics) che incoraggia alla moderazione di tali programmi che ha battezzato algoretica. Per il pontefice è possibile aderire a questi principi anche in un contesto globale in cui esistono sensibilità e gerarchie plurali diverse nelle scale dei valori, ma nell’analisi etica si può ricorrere ad altri strumenti per affrontare dilemmi o conflitti del vivere.
Serve buona politica per un mondo nuovo e fruttuoso
Altra questione cui ha fatto riferimento riguarda il ruolo della politica, che definisce necessaria, di cui c’è bisogno. Il paradigma tecnologico che si incarna nell’intelligenza artificiale rischia di cedere il passo al paradigma democratico. Per questo Francesco definisce l’azione politica importante, poiché attraverso la sua opera si può trovare una via verso la fraternità universale e la pace sociale giacché rappresenta la forma più alta di amore. “La società mondiale mostra oggi gravi carenze strutturali, solo la buona politica può indicare la via per un progetto politico, sociale e culturale comune ed aprire opportunità differenti canalizzando l’uso dell’IA per un nuovo mondo possibile e fruttuoso”.
Cristina Montagni
ELEZIONI EUROPEE 8-9 GIUGNO 2024
Il Parlamento europeo nel lanciare la campagna di comunicazione per le prossime elezioni europee, sottolinea l’importanza di votare e preservare la democrazia. Tra l’8 e il 9 giugno 2024, 370 milioni di cittadini di 27 paesi membri saranno chiamati alle urne per votare alle elezioni europee per sensibilizzare e incoraggiare più elettori a votare.

Il PE ha avviato la strategia di comunicazione istituzionale con lo slogan: “Usa il tuo voto, non lasciare che gli altri decidano per te”. La campagna #UsaIlTuoVoto sottolinea l’importanza della democrazia attraverso un approccio multidimensionale che include eventi con i media, attività di promozione digitale coinvolgendo partner pubblici e privati, iniziative di cittadinanza attiva e programmi educativi su misura per tutti gli europei.

Molti i materiali realizzati, tra i quali emerge forte il messaggio prodotto con il cortometraggio “USA IL TUO VOTO” che raccoglie le testimonianze di alcuni cittadini anziani provenienti da vari paesi dell’UE. Nel filmato di quattro minuti, i protagonisti tramandano alle generazioni future i loro racconti sulla democrazia, sottolineando che questo diritto non è scontato. Il cortometraggio “USA IL TUO VOTO”, adattato per la televisione, cinema, radio e social media, dal 29 aprile è visibile in tutti i paesi UE. Nello specifico, il video narra le vicissitudini di molti paesi europei che sono stati teatro di conflitti armati o hanno visto limitate le libertà individuali dei propri cittadini, a dimostrazione di quanto sia importante difendere la democrazia. Il PE con queste iniziative ribadisce l’impegno a promuovere il dialogo, l’unità e la cittadinanza attiva e ricorda che la democrazia è un dono prezioso che tutti dobbiamo impegnarci a coltivare e difendere.
La Presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha dichiarato: “La democrazia dell’Unione europea è oggi più importante che mai. Il vostro voto deciderà quale direzione prenderà l’Europa nei prossimi cinque anni. Deciderà l’Europa in cui vivremo. Non lasciate che gli altri scelgano per voi. Il 6-9 giugno 2024, andate a votare. Ogni voto è importante”.
Il portavoce del PE, Jaume Duch ha sottolineato che “la democrazia è una responsabilità collettiva. Non nei confronti di una certa idea politica o di una causa specifica, ma nei confronti gli uni degli altri. La democrazia europea ci unisce più di quanto pensiamo: a livello di nazioni, di sensibilità politiche e di generazioni. In tempi come questi, caratterizzati da una forte polarizzazione, è facile dimenticarsene. La nostra campagna vuole ricordare a tutti ciò che ci unisce”
Interesse in aumento degli elettori alle europee
Nel 2019 l’affluenza degli elettori europei alle urne è stata superiore al 50%, e secondo il sondaggio Eurobarometro 2024 che ha coinvolto più di 26mila cittadini in tutti i paesi dell’UE, il 60% degli interpellati ha dimostrato grande interesse nelle elezioni del 6-9 giugno 2024. Nello specifico si tratta di un incremento di 11 punti percentuali rispetto al 2019, dove il 71% degli intervistati si è detto incline a votare con un aumento di 10 punti percentuali rispetto alla rilevazione del 2019. Dall’analisi emerge poi che quattro europei su cinque affermano che votare è importante per mantenere viva la democrazia (81%) e garantire un futuro migliore alle prossime generazioni (84%). Infine, otto europei su 10 pensano che votare oggi sia importante data l’attuale situazione geopolitica.
EVENTI ORGANIZZATI NELLA GIORNATA DELL’EUROPA A UN MESE DALLE ELEZIONI

ROMA– Il 9 maggio, in piazza del Campidoglio dalle 19.00 alle 21.00, si è svolto un evento con letture e musica voluto dall’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, la Rappresentanza in Italia della Commissione europea e da Roma Capitale. Partecipano, tra gli altri: Alfa, Lorenzo Baglioni, Lino Banfi, Cristiana Capotondi, Anna Favella, Giulia Molino, Ale della Giusta, Edoardo Purgatori. L’iniziativa sarà anticipata da un dibattito a carattere istituzionale al Campidoglio, Aula Giulio Cesare, ore 09.00.
MILANO– L’8 maggio la Luiss Hub, dalle 19.00, ha presentato un evento organizzato dall’Ufficio del Parlamento europeo a Milano e dalla Rappresentanza della Commissione europea a Milano con la partecipazione, tra gli altri, di: Gaia, Elio (Elio e le storie tese), Francesco Oggiano e Roberto Vecchioni
ILLUMINAZIONE SITI ITALIANI – A PARTIRE DAL 9 MAGGIO
Durante la serata del 9 maggio a Roma c’è stata l’accensione simbolica, con i colori dell’Unione europea, di edifici e luoghi culturali che in Italia rappresentano la storia e l’identità europea, come palazzi comunali, piazze, siti archeologici. L’iniziativa, che coinvolge anche altre capitali europee, è stata anticipata in alcune città già l’8 maggio, si ripeterà l’8 e 9 giugno ed è in collaborazione con l’Associazione Civita, Enel, ANCI e Ministero dei Beni Culturali.
CITY ESCAPE PER CONOSCERE I VALORI EUROPEI

Dal 9 maggio al 9 giugno, si terrà una city escape che vedrà coinvolto, come punto d’arrivo, lo spazio interattivo Europa Experience – David Sassoli. L’esperienza permetterà di scoprire l’identità europea di Roma attraverso scrittori e intellettuali europei che hanno vissuto la città. I partecipanti cammineranno per la capitale risolvendo enigmi a carattere culturale e storico, e riscoprendo i suoi angoli nascosti. L’esperienza, nata dalla collaborazione con la start-up Garipalli, sarà a fruizione gratuita.
EUROPEAN YOUTH EVENT
Dal 17 al 19 maggio a Forlì si tiene uno degli European Youth Event (EYE) che quest’anno si svolgono in quattro città europee. Un’opportunità per incontrare altri giovani, cambiare idee con esperti, attivisti e decisori. Tutti tra i 16 e i 30 anni possono partecipare alle attività, discutere questioni chiave e condividere idee sul futuro dell’Europa. L’EYE di Forlì è organizzato dal Punto Europa di Forlì dell’Università di Bologna, è co-finanziato e sostenuto dal Parlamento europeo, con la Commissione europea.
DIBATTITO TRA I CANDIDATI ALLA PRESIDENZA DELLA COMMISSIONE EUROPEE

Il 23 maggio a Bruxelles si terrà il dibattito tra i candidati alla presidenza della Commissione europea, presso l’emiciclo del Parlamento europeo. Proiezioni locali saranno organizzate anche dagli Uffici in Italia del PE e dalle Rappresentanze della Commissione europea.
ELECTION NIGHT
Il 9 giugno sarà possibile partecipare alle Election Night nella sede del Parlamento europeo a Bruxelles, e a quelle organizzate a Roma e Milano da Ufficio del PE e Rappresentanza della CE in Italia.
INCONTRI SU TERRITORIO
Incontri, dibattiti, eventi per celebrare l’Europa e invitare al voto si terranno sia nelle Università, sia a Esperienza Europa – David Sassoli a Roma, sia, in collaborazione con la rete Europe Direct, su tutto il territorio nazionale.
Cristina Montagni
PINK BOX: la scatola magica si trasforma in un punto antiviolenza
Le cabine fototessera si trasformano in punti di aiuto per donne vittima di violenza e stalking. Il progetto PINK BOX, presentato il 17 aprile dal gruppo DEDEM in collaborazione con l’Associazione Differenza Donna, è stato accolto con entusiasmo e partecipazione.



A Roma, Latina e Viterbo, dal 30 giugno saranno operative 9 cabine fototessera dotate di un collegamento telefonico con il 1522, l’Help Line del Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri. La cabina – dotata di un particolare device – diventerà per le donne minacciate o in pericolo di violenza fisica e psicologica un punto di primo accesso, dove premendo un pulsante inserito in una scatola realizzata tramite stampa additiva sarà possibile parlare con il 1522. Con un semplice gesto la donna potrà comunicare in tempo reale la sua condizione in anonimato e totale riservatezza senza portare con sé un cellulare o altro dispositivo. La cabina fototessera diventa perciò un presidio e un’opportunità per chiedere aiuto in un contesto privo di tracciamento, accessibile a tutti e senza alcun supporto tecnologico. L’interessante progetto che porta la firma dell’azienda Made in Italy DEDEM e dell’Associazione Differenza Donna, con il know-how tecnico di DMP Electronics, da qui all’estate renderà attive altre 50 cabine fototessera selezionate in vari punti strategici distribuiti su tutto il territorio nazionale, privilegiando le aree più difficili delle città per combattere la violenza di genere.

“Diffusione, conoscenza e accesso al 1522 sono strumenti di protezione per le donne che stanno vivendo una situazione di violenza” così ha commentato la presidente di Differenza Donna, Elisa Ercoli. Ha poi aggiunto che contattare questo numero significa avere la disponibilità di confrontarsi con esperte che ascoltano e restituiscono alla donna come uno specchio la realtà che sta vivendo, facendola uscire da una sottovalutazione che è spesso un meccanismo tanto difensivo quanto pericoloso”.

“Con questo piano” ha spiegato la responsabile delle risorse umane della Dedem Simona Belli, “l’azienda mette a disposizione la propria infrastruttura per una battaglia che coinvolge l’intera società”. Ha poi sottolineato che “se potremo aiutare anche solo una donna a riconquistare la propria libertà, il nostro obiettivo sarà raggiunto”. Belli ricorda che da 60 anni la scatola “magica” è entrata a far parte delle nostre vite e nella nostra geografia urbana che ogni anno fotografa oltre 10 milioni di volti, quindi si inserisce pienamente nel tessuto sociale del Paese offrendo il suo spazio per contrastare ogni forma di violenza sulle donne. Conclude che dopo un primo test su 50 cabine sarà possibile estendere il programma a più reti di cabine Pink Box.
Chi contatta il 1522
Nell’ultimo trimestre 2023 le chiamate sono state più di 54mila. Secondo le ultime statistiche 2023, il 47,6% delle vittime chiede aiuto per violenza fisica, il 36,9% per quella psicologica, il 64,5% sostiene di aver subito violenza per anni, il 25,5% per mesi e solo il 10% dichiara di aver subito pochi episodi di violenza. Il 24,8% delle vittime dichiara di avere paura di morire o teme per la propria incolumità e dei propri cari. I 2/3 delle vittime presenta disturbi d’ansia, il 24,3% soffre di gravi stati di soggezione e il 10,2% percepisce la molestia ma non è in pericolo. Le violenze raccontate sono soprattutto di tipo domestico, infatti nei tre trimestri del 2023 il 79,4% delle dichiaranti ha affermato che la violenza viene consumata soprattutto tra le mura domestiche.
Il numero Antiviolenza e Antistalking
Il numero 1522 – Servizio pubblico promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri – è gratuito e attivo 24 ore su 24 con l’ausilio di operatrici specializzate che rispondono alle richieste di aiuto e sostegno alle vittime di violenza e stalking in italiano, inglese, francese, spagnolo, arabo, farsi, albanese, russo ucraino, portoghese, polacco.
Cristina Montagni
