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Impegno degli stati membri per valorizzare il contributo nel raggiungimento degli obiettivi di uguaglianza di genere
Alla vigilia della Giornata Internazionale della Donna, istituita dalle Nazioni Unite nel 1977 e celebrata ogni anno l’8 marzo in ricordo per la lotta dei diritti femminili, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, in un recente convegno “Violenza contro le donne, trasversalità dell’uguaglianza di genere ed emancipazione femminile nell’azione per lo sviluppo e umanitaria”, ha sollecitato alcune osservazioni sulle attività della cooperazione, sottolineando l’importanza di elaborare progetti per contrastare il fenomeno con l’inserimento dell’uguaglianza fra i generi e l’empowerment femminile attraverso azioni specifiche a ragazze e bambine nei programmi di cooperazione e aiuto umanitario.

Una discussione alla quale hanno preso parte il direttore AICS, Marco Ricardo Rusconi; il vicedirettore tecnico di AICS, Leonardo Carmenati; la dottoressa Alessandra Accardo, agente della questura di Napoli; la ministra Laura Aghilarre Co-Chair delGender Equality and Women Empowerment (GEWE); la dott.ssa Carletti – docente di Diritto Internazionale dell’Università Roma Tre – che ha centrato il tema all’interno dell’agenda 2030; la dott.ssa Marta Collu – referente per l’uguaglianza di genere dell’AICS – ha parlato dei supporti della Cooperazione e gli impegni dell’Italia nelle Linee guida sull’uguaglianza per donne, ragazze e bambine; la dott.ssa Eugenia Pisani, esperta di AICS Dakar, ha riferito dell’impegno con il governo del Senegal. Tra le osservazioni quello delle funzionarie OCSE-DAC Lisa Williams, Jenny Hedman e Cibele Cesca per esporre la promozione dell’empowerment femminile.
Il percorso dell’uguaglianza sempre in salita
Sulle questioni di genere le statistiche denunciano un percorso lungo da raggiungere rispetto ad alcuni indicatori e le analisi mostrano che ci vorranno altri 134 anni per raggiungere l’uguaglianza del genere dove è necessario un cambiamento culturale. Oggi, è possibile rivolgere un appello agli uomini che ricoprono ruoli di potere poiché rappresentano l’emancipazione dell’essere umano in termini generali. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha sostenuto che nel mondo il 26% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita, ma il dato tocca il 39% in contesti fragili dove è difficile avere strumenti per denunciare.
Dalla Convenzione di Istanbul alla Risoluzione ONU 1325: cosa c’è e cosa manca
La segretaria generale per i diritti umani Centemero, ha ricordato che l’Italia nel 2013 è stata tra i primi paesi a ratificare la Convenzione di Istanbul. Il nostro Paese è impegnato in attività di contrasto alla violenza di genere e il Comitato Interministeriale per i diritti umani promuoverà il 5 piano di azione Nazionale su donne, pace e sicurezza, 2025-2030. Lo scenario italiano si amplia considerando che le Nazioni Unite 25 anni fa hanno emanato la Risoluzione 1325 su “Donne, Pace e Sicurezza” dove per la prima volta si parlò dell’impatto della guerra su donne e adolescenti attraverso il contributo nella risoluzione dei conflitti per una pace durevole. Tra gli obiettivi quello che le donne siano rilevanti in politica, diplomazia, forze di sicurezza e posizioni apicali nella società attraverso l’empowerment e formazione. In aggiunta c’è la questione della protezione e prevenzione delle donne e adolescenti affinché diventino centrali nei contesti di conflitto e non solo. In questo scenario emergono situazioni che afferiscono alle mutilazioni genitali femminili, matrimoni precoci e forzati per arrivare alla violenza economica.
Investimenti e riflessioni al G7 del Gender Equality and Women Empowerment
Aghilarre ha chiarito l’impegno della Presidenza del G7 in materia di genere, aggiungendo che il gruppo Gender Equality and Women Empowerment ha sviluppato una riflessione in linea con gli standard internazionali e gli obiettivi dell’agenda 2030, in particolare l’obiettivo 5. Il lavoro si articola secondo due anime: la prima prepara il comunicato della ministeriale pari opportunità – componente nazionale e internazionale – dove vengono definiti aspetti politici internazionali e di sviluppo. Gli argomenti sollevati dal GEWE, nella ministeriale a Matera, nella ministeriale esteri a Capri e ministeriale esteri a Fiuggi e Anagni, hanno illustrato le questioni al vertice in Puglia e nel comunicato dei leaders. A Capri l’uguaglianza di genere è stata affrontata come un prerequisito per sradicare la povertà, stimolare la prosperità, la crescita sostenibile per costruire società giuste e inclusive. Altro focus, in cui la cooperazione italiana si è detta aperta agli aiuti finanziari, ha riguardato gli investimenti nella Child Care per consentire alle donne in Italia, Africa e nei paesi in via di sviluppo, di dedicarsi ad attività lavorative e professionali. Significativo l’impegno della Banca Mondiale Investment Child Care per sostenere entro il 2035, 200 milioni di donne nel mercato del lavoro. Aghilarre ha parlato anche del progetto 2X Challenge sostenuto dalla Cassa depositi e prestiti che insieme alle istituzioni nazionali hanno promesso di aumentare l’accesso al credito per le donne nei PVS. Per quanto riguarda il metodo e i contenuti, Aghilarre ha sottolineato il coinvolgimento di FAO, ONU e OCSE per investire nei programmi GEWE – dove l’Unione Africana, OIM, OIL e Unione Europea – hanno presentato la propria visione basata su dati empirici per aumentare gli impegni futuri.
Dalle minacce del Cyberspazio al Gender Gap
Quanto ai contenuti, il G7 si è concentrato sulle violenze domestiche, sessuali e di tratta. Tra i temi quelli legati alle molestie on-line, alla sicurezza digitale per una crescita esponenziale delle piattaforme, dove l’obiettivo è lottare contro le molestie e abusi online nei confronti di donne e ragazzi, studiando soluzioni sulle minacce provenienti dal cyberspazio. Altro nodo ha riguardato il gap economico delle donne, differenza retributiva e partecipazione al lavoro tra i sessi; questa è stata una priorità del Vertice che ha intenzione di incoraggiare le donne ad entrare in settori non tradizionali. L’altro elemento ha riguardato l’imprenditoria femminile; l’importanza di reperire fondi per finanziare progetti per facilitare l’accesso delle donne ai finanziamenti, ai capitali e mercati rivolti ai paesi in via di sviluppo. Con l’istruzione e l’aumento delle competenze si è ribadita la necessità di raggiungere la parità di genere nell’istruzione primaria delle ragazze, migliorare la formazione superiore e professionale (STEM), dove occorre investire nella formazione permanente per la creazione di lavoro attraverso un dialogo con l’Africa. Quanto alla leadership femminile e la partecipazione politica, il G7 intende garantire la piena partecipazione delle donne ai processi decisionali politici ed economici promuovendo quote di genere, programmi di mentoring per aumentare la presenza femminile in posizioni apicali sia nel pubblico che nel privato. In conclusione, il Vertice ha lavorato per un mondo inclusivo, e con le sfide dell’impatto climatico, digitalizzazione, crisi sanitarie globali, è possibile assicurare il progresso per tutte le donne e ragazze del mondo.
Risorse in formazione e salute per raggiungere l’uguaglianza di genere
Collu ha spiegato che per promuovere l’uguaglianza di genere non bisogna pensare alle donne come beneficiare (50% della popolazione), ma bisogna intervenire sugli ostacoli che rappresentano una condizione di discriminazione. In un programma di educazione – ha detto – è fondamentale inserire risorse e borse di studio in grado di incentivare la partecipazione, definire target e lavorare sui temi dell’uguaglianza. In Palestina – ha continuato – sono state realizzate azioni di sensibilizzazione a mariti e ragazzi per spiegare l’importanza della prevenzione del tumore al seno poiché in quei contesti non possono sottoporsi a screening giacché verrebbero stigmatizzate. Quindi nelle linee guida studiate dalla cooperazione italiana, emergono gli impegni dell’AICS, della cooperazione territoriale, settore privato e università per ottenere la parità tra i generi. Le linee guide sono articolate secondo 6 direttrici:

– diritti a ragazze e bambine rispetto alla violenza di genere;
– empowerment economico;
– coinvolgimento settore privato;
– ruolo delle donne nel settore agricolo escluse dall’accesso della terra e risorse;
– salute sessuale e riproduttiva;
– aiuti umanitari in contesti fragili in cui donne e bambine sono fragili.
In conclusione, Collu ha affermato che le donne oltre ad essere presenti in tutti i settori, vengono spesso emarginate nella vita, colpite dai cambiamenti climatici, discriminate in agricoltura e nelle cure mediche. Queste guide contengono azioni ambiziose, e nel corso del G7 i paesi donatori sono concordi nel destinare il 10% delle risorse per finanziare attività nella cooperazione italiana e raggiungere l’uguaglianza di genere.
Cristina Montagni
Fondazione Roma e Vicariato insieme nel nuovo progetto dedicato all’“Inclusione sociale di giovani e famiglie”
I dati 2024 restituiscono uno scenario della povertà in Italia in costante aumento. La situazione osservata nell’ottava Giornata mondiale dei poveri ha acceso i riflettori sul fenomeno, rendendo visibili alle comunità, civili ed ecclesiali, tante storie di deprivazione. Fra gli elementi di sofferenza sociale si registrano condizioni allarmanti che colpiscono il 14% di minori e 1.5 milioni di famiglie. Problemi legati al disagio abitativo, barriere che limitano la fruizione di misure riguardanti il reddito minimo, accesso all’istruzione e alle nuove tecnologie che rappresentano un miraggio per fasce ampie di popolazione, accrescendo il fenomeno delle disparità.

Di fronte all’aumento delle disuguaglianze, il Vicariato di Roma e la Fondazione Roma, con un investimento di 600 mila euro ha stabilito che da gennaio 2025 partiranno i lavori di riqualificazione di spazi per otto parrocchie localizzate nei territori periferici della città di Roma per combattere le disuguaglianze, farsi prossimi a coloro che vivono in situazioni di marginalità, favorire la coesione e l’inclusione sociale di giovani e famiglie. L’intenzione è incidere sul riequilibrio territoriale, contrastare la dispersione scolastica e combattere la microcriminalità.
Il progetto illustrato l’11 dicembre nella Sala Cardinale Ugo Poletti del Palazzo Apostolico Lateranense, in collaborazione con la Fondazione Roma e il Vicariato di Roma, dal titolo “INCLUSIONE SOCIALE DI GIOVANI E FAMIGLIE”, ha la finalità di combattere le disuguaglianze e stare vicino a coloro che si trovano in condizione di disagio ed esclusione. Gli interventi prevedono, tra gli altri, un nuovo manto in erba sintetica per il campo di calcio a cinque, un area giochi accessibile a tutti e un teatro rinnovato, sono state esposte dal cardinale vicario della diocesi di Roma Baldassare Reina; il vicegerente della diocesi di Roma monsignor Renato Tarantelli Baccari, il presidente della Fondazione Roma Franco Parasassi; il responsabile della Sezione Sport e Tempo Libero del Vicariato di Roma Claudio Tanturri.
Le parrocchie coinvolte sono: Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, a Giardinetti; Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, a Labaro; Sant’Andrea Corsini, a Gregna Sant’Andrea; San Bartolomeo Apostolo, a Tomba di Nerone; Sant’Ugo, alla Serpentara; Santi Mario e Famiglia Martiri, alla Romanina; Santi Simone e Giuda Taddeo, a Torre Angela; Santissimo Redentore, a Val Melaina.
Il cardinale Baldassare Reina ha commentato: “il mio grazie è il grazie di tutti quei bambini che potranno giocare sui campi da calcetto riqualificati e delle famiglie che avranno nuovi spazi per crescere i propri figli. Speriamo che questi interventi portino speranza in quelle periferie che talvolta sembrano averla smarrita”.
Cristina Montagni
Violenza sulle donne: rappresentazione degli abusi con la tecnica del fotogiornalismo
Si è conclusa a Roma il 22 novembre – nello spazio Esperienza Europa – David Sassoli, la mostra fotografica di Stefania Prandi “Rinate – Oltre il femminicidio”, un progetto dell’associazione REA-ReAgire in collaborazione con Fondazione Vodafone, Fondazione Media Literacy e l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia.
Hanno partecipato all’evento Pina Picierno – Vicepresidente del Parlamento europeo, Carlo Corazza – direttore dell’Ufficio del Parlamento Europeo in Italia, Lina Gálvez Muñoz – membro della commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere del Parlamento Europeo, Silvia Belloni – Presidente REA-ReAgire alla Violenza, Lucia Zaietta – Segretaria generale della Fondazione Vodafone, Lidia Gattini – Fondazione Media Literacy e la fotografa Stefania Prandi che ha portato le testimonianze di Azadeh e giovani reporter della rete di scuole coinvolte nel progetto.

Con la tecnica del fotogiornalismo si è ripercorso il vissuto di quattro donne sopravvissute alla violenza: Azadeh, Beatrice, Laura, Marina. Un racconto potente che attraverso ritratti, foto e racconti, è stato possibile ricostruire i meccanismi della violenza maschile.
Durante la giornata sono stati presentati anche i risultati del progetto rivolto alle scuole, durante il quale le protagoniste degli scatti hanno dialogato con più di 500 ragazzi e ragazze, e grazie alla loro testimonianza hanno narrato il proprio vissuto ai più giovani. Nel corso degli incontri, nelle scuole è stata realizzata un’indagine, grazie a questionari e interviste tenuti da giovani reporter che fanno parte della rete delle redazioni scolastiche della Fondazione Media Literacy. Le redazioni radiofoniche hanno poi prodotto podcast e articoli di giornale per sensibilizzare sul tema della violenza di genere.
Pina Picierno ha affermato che “la violenza sulle donne rappresenta una questione antica che si alimenta di una mentalità secondo cui le donne sono inferiori agli uomini. Questa mentalità porta al senso di possesso e si trasforma in violenza. In Europa, ogni 6 ore una donna è vittima di violenza da parte di uomini: una strage quotidiana. Questi numeri parlano di ognuna di noi che direttamente o indirettamente abbia avuto un esperienza di violenza. È necessario fermare la cultura che alimenta questa violenza, che ha un nome preciso, si chiama patriarcato. A ogni studente, ragazzo e uomo voglio ribadire un concetto essenziale e inconfutabile: ogni atto sessuale privo di consenso è sempre e comunque uno stupro”.

70% del campione, i giovani non hanno ricevuto strumenti necessari per gestire il rispetto tra generi diversi. Giudizio espresso dal 90% delle ragazze e dei ragazzi, che sostengono sia necessario introdurre l’educazione di genere nelle ore di insegnamento a scuola
Indagine “Rinate – Oltre il femminicidio”
Per il 70% degli intervistati, i giovani non hanno ricevuto strumenti necessari per gestire il rispetto tra generi diversi, sentita perlopiù dal 90% delle ragazze e dei ragazzi, che sostengono sia necessario introdurre l’educazione di genere nelle ore di insegnamento a scuola. Dall’analisi emerge che circa il 75% degli studenti intervistati ritiene sia necessario un maggiore impegno per migliorare la situazione in questo ambito. Proseguendo nell’analisi si capisce che solo il 10% delle intervistate ha dichiarato di essere stata vittima di relazioni possessive con il proprio compagno e il 15% sostiene di aver ricevuto “divieti” a frequentare posti o persone o avere comportamenti giudicati “frivoli” da parte dei partner. Rispetto al consenso e gelosia, il 75% delle ragazze e dei ragazzi considerano il consenso all’interno di una relazione importante o molto importante. L’85% ritiene che il sentimento della gelosia possa essere un fattore positivo o negativo a seconda della situazione, solo il 13% pensa sia negativo. Numerose testimonianze di giovani hanno raccontato episodi di violenza, molestia, contatti non richiesti e non graditi. La maggior parte delle molestie riguarda catcalling e contatti non desiderati da parte di sconosciuti che sono fonte di disagio e turbamento, ma anche casi di violenza sessuale grave, soprattutto in considerazione del fatto che si tratta di minori.
Cristina Montagni
Ragazzi e ragazze in fuga dall’Italia per realizzare aspirazioni, abilità ed esperienze di lavoro. Dati e motivazioni nel rapporto della Fondazione Nord Est
A fine ottobre al CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) durante la presentazione del rapporto “I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero” curato dalla Fondazione Nord Est, si è ragionato su strategie e politiche per rilanciare l’Italia partendo dal lavoro, salari, competenze, natalità, skills, professioni, etc. A riflettere sulla scarsa attrattività dell’Italia per una massiccia fuga di giovani, oramai considerata emergenza nazionale, economica e sociale, il presidente del Cnel Renato Brunetta, Luca Paolazzi di Fondazione Nord Est, Cinzia Conti per Istat, Eliana Viviano di Banca d’Italia e Luca Bianchi di Svimez.


Efficienza generazionale le priorità per rilanciare il Paese
Nel Paese esistono fattori strutturali che spingono ogni anno migliaia di giovani formati e qualificati ad abbandonare l’Italia per non farne più ritorno. Così il presidente del CNEL Renato Brunetta commentando lo studio della Fondazione, ha annunciato il lancio di un Osservatorio sull’attrattività per i giovani aprendo alla produzione di due rapporti annuali in sinergia con il mondo accademico, centri di ricerca, associazioni e stakeholder, per analizzare le cause degli abbandoni, studiare strategie e costruire percorsi per contrastare la fuga dei cervelli. Occorre una profonda riflessione – ha detto Brunetta – poiché l’Italia può essere attrattiva solo se vengono messe in campo soluzioni dove la componente primaria è l’efficienza generazionale. La priorità è trovare soluzioni al fenomeno poiché rappresenta un fallimento sia per l’Italia che a livello comunitario dove occorre rivitalizzare il mercato in linea con i bisogni del Paese. Dai dati emerge una rilevante perdita economica delle nostre imprese che necessitano di giovani con skills specifici; perciò, occorre invertire il bilancio negativo tra natalità e mortalità delle aziende. Il PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) rappresenta una chiave vincente per le politiche sul lavoro, natalità, asili nido, etc, tuttavia è in fase di programmazione e l’efficacia dipende dalla dimensione giovanile.
Generazioni in fuga. Dati e motivazioni

La Fondazione Nord Est ha stimato che tra il 2011 e il 2023 hanno abbandonato il Paese 550 mila giovani tra i 18 e i 34 anni determinando un saldo migratorio pari a -377mila. Questo deflusso ha registrato – dopo la pausa Covid – un’ascesa nel 2022-2023 dove è credibile pensare che le cifre siano più elevate rispetto a quelle reali. La fondazione ha valutato che il capitale umano uscito è stato pari a 134 miliardi, cifra che potrebbe triplicarsi per una sottostima dei dati ufficiali. Dall’indagine emerge che per ogni giovane che arriva in Italia dai Paesi avanzati, otto italiani emigrano all’estero. Questo scenario colloca l’Italia all’ultimo posto in Europa per attrazione di giovani, accogliendo solo il 6% di europei, contro il 34% della Svizzera e il 32% della Spagna. La ricerca fotografa un’emigrazione costituita per metà da laureati e un terzo da diplomati provenienti da Regioni del Nord. Infatti, il 35% dei giovani residenti nel Nord Italia è pronto a trasferirsi all’estero e le cause sono maggiori opportunità di lavoro (25%), studio e formazione (19%), ricerca per una migliore qualità di vita (17%), mentre solo il 10% pensa al salario come leva principale di espatrio.
Tra opportunità e incertezza come i giovani percepiscono il futuro

In generale i giovani del Nord emigrati all’estero, sostengono di stare meglio; il 56% degli espatriati è soddisfatto del proprio livello di vita, contro il 22% dei giovani rimasti in Italia. L’86% degli “expat” pensa che il futuro dipenda dal loro impegno, contro il 59% dei “remainers”. Secondo questo sentiment, i giovani che hanno lasciato l’Italia, mostrano un approccio positivo: il 69% si attende un futuro felice, contro il 45% di chi è rimasto; il 67% ritiene la scelta un’opportunità, rispetto al 34%; e il 64% vede un futuro migliore, contro un 40% rimasto nel Paese. Tra i giovani rimasti in Italia emergono posizioni negative: il 45% teme un futuro “incerto”, il 34% lo vede “pauroso”, il 21% lo ritiene “povero”, e il 17% lo immagina “senza lavoro”, rispetto a percentuali più basse tra gli espatriati. In sintesi, percezione del benessere, visione del futuro e condizione professionale spiegano perché il 33% degli espatriati decide di restare all’estero. La causa dipende dalla mancanza in Italia di opportunità occupazionali, seguita dall’opinione che nel Paese non c’è spazio per i giovani e non esiste un ambiente culturalmente aperto e internazionale; perciò, la qualità della vita è migliore in altri Paesi. Rispetto alla tipologia di occupazione, lo studio mostra che il 73% di chi è andato via per scelta svolge attività intellettuali o impiegatizie, mentre il 58% è uscito per necessità ed è occupato in ruoli per i quali in Italia le imprese denunciano carenza nei settori tecnici, professioni legate ai servizi, operai specializzati o semi-specializzati e personale senza una specifica qualifica.
Opinioni sulle politiche pubbliche adottate in Italia

Per i giovani all’Italia mancano politiche attrattive per chi se ne è andato e per chi è rimasto. In particolare, gli espatriati e quelli residenti al Nord, bocciano le politiche per i giovani (carenza di infrastrutture digitali): -88,3 tra gli expat e -54,0 tra i remainers. Sulle politiche del lavoro e famiglia, entrambi i gruppi esprimono un giudizio pessimo. I giovani del Nord Italia e gli emigrati, non approvano la cultura imprenditoriale italiana, giudicano non attrattivo il Paese riguardo alle esigenze dei propri collaboratori (-34 tra chi risiede al Nord e -85,5 tra gli expat), la presenza di imprese innovative (-25,2 e -85) e la cultura manageriale e imprenditoriale (-25,2 e -77,6). Il comparto lavorativo è valutato carente con evidenti responsabilità delle imprese. Infatti, i salari in linea con il lavoro svolto che si rifà al concetto di meritocrazia, ricevono un -49,1 dai giovani che vivono al Nord e un -89,8 per quelli che risiedono all’estero. Inoltre, le opportunità di lavoro nei comparti innovativi si collocano a -31,2 e -88,2, con prospettive di crescita pari a -38,2 e -86,5, e salari adeguati al costo della vita a -49,3 e -84,1. Quanto al capitolo occupazione, le prospettive dei giovani sono incerte per una lenta crescita influenzata da una diffusa reticenza ad affidare responsabilità ai giovani. L’indagine rileva anche una scarsa attenzione alle esigenze dei collaboratori (formazione, conciliazione), e i salari risultano insufficienti rispetto al costo della vita o coerenti al lavoro svolto. Infine, istituzioni pubbliche e private faticano a definire politiche coerenti rispetto ai bisogni delle nuove generazioni in merito al lavoro e famiglia, disegnando un quadro complicato nel lasciare la famiglia di origine, diventare genitori e imprenditori.
Cristina Montagni
World Food Day 2024. Fame zero nel 2030 una speranza che rischia di naufragare
“Diritto al cibo per una vita migliore e un futuro migliore”: il tema della 45esima Giornata Mondiale dell’Alimentazione, World Food Day 2024 che ogni anno mira a sensibilizzare l’opinione pubblica su una delle sfide più urgenti del nostro tempo: garantire un accesso equo e sostenibile di cibo per tutti. Cibo sta per nutrizione, sicurezza, diversità di cibi nutrienti, economici, sicuri e dovrebbe essere disponibile nei nostri campi, nei mercati e sulle nostre tavole.

Nel mondo gli agricoltori producono cibo in quantità sufficiente per soddisfare la popolazione mondiale, tuttavia la fame persiste. L’alimentazione è al terzo posto come bisogno umano dopo l’aria e l’acqua e tutti dovrebbero avere diritto a scorte alimentari sane, che al pari dei diritti umani, vita, libertà, lavoro e istruzione sono riconosciuti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e da due patti internazionali giuridicamente vincolanti.
Obiettivo 2 dell’agenda 2030 rischia di sfumare
Attualmente nel mondo ci sono 733 milioni di persone in condizioni di sofferenza per mancanza di cibo per via di sistemi agroalimentari vulnerabili, disastri e crisi, relativi agli impatti del cambiamento climatico che producono inquinamento, degrado del suolo, acqua, aria, contribuendo alle emissioni di gas serra e alla perdita di biodiversità. Se si trasformano i sistemi agroalimentari, c’è un grande potenziale per mitigare il cambiamento climatico e supportare mezzi di sussistenza pacifici, resilienti e inclusivi per tutti. Incertezza e instabilità colpisce poveri e famiglie agricole, determina un aumento delle disuguaglianze tra i paesi e all’interno di essi.
Crisi alimentare nel mondo
Oltre 3,1 miliardi di individui sulla terra non possono permettersi una dieta sana, soffrono di malnutrizione con importanti conseguenze per la salute. Le diete non sane sono fonte di denutrizione, carenze di micronutrienti, obesità, risiedono nella maggior parte dei paesi e attraversano le classi socio-economiche. Le persone vulnerabili sono spesso costrette a scegliere alimenti di base o cibi meno costosi, mentre altri soffrono per l’indisponibilità di cibi freschi, per la mancanza di informazioni adeguate e spesso non sanno cosa sia una dieta sana e bilanciata.
In Italia la povertà è un fenomeno strutturale
L’economista Andrea Segrè – relatore nella Giornata mondiale dell’Alimentazione 2024 – ha confermato la crescita costante dell’impoverimento alimentare in Italia con un indice di povertà assoluta che nell’ultimo anno è passata dal 7,7 all’8,5% e coinvolge 5,7 milioni di cittadini italiani. Il dato cresce fra le famiglie straniere dal 28,9% al 30,8%, e sale al 21% per le coppie con 3 o più figli, colpendo nuclei monoparentali con un figlio minore per il 13,3%. Fra gli indicatori di rilievo emerge la crescita dei prezzi che hanno generato nelle famiglie più fragili una riduzione del 2,5% nella spesa reale (Fonte ISTAT). Le persone vulnerabili sono costrette a consumare alimenti di base o prodotti a buon mercato, spesso malsani. Questo impoverimento porta 1 italiano su 3 a scegliere prodotti in scadenza o esteticamente poco attraenti, 1 italiano su 2 acquista online, 1 italiano su 4 tenta l’auto-produzione e 1 italiano su 3 compra al discount. L’indice d’insicurezza alimentare che misura il livello di accesso delle persone a un cibo adeguato e nutriente, conferma che il numero degli individui per mancanza di cibo e una corretta alimentazione tocca il 26% nel Sud rispetto al Nord, mentre il Centro mostra un picco del 280% nel ceto popolare rispetto alla media nazionale. Ad aggravare la situazione non c’è solo la disoccupazione, ma una crescita sostenuta del “lavoro povero”: lavori precari, a nero e bassi salari, che non garantiscono sicurezza finanziaria, mentre la povertà di genere colpisce le donne che percepiscono pensioni inferiori del 27% rispetto agli uomini.
Cristina Montagni
Diritti e partecipazione quale prezzo pagano le donne su premierato e autonomia
La posizione delle donne nella società determina il grado di sviluppo di un paese. Questo il presupposto che ha dato vita il 10 luglio scorso in Senato alla conferenza il “Premierato e autonomia tra diritti, partecipazione e potere: quale prezzo per le donne?”. Il convegno voluto dalla senatrice Valeria Valente, segretaria del Senato e componente della Commissione Affari costituzionali, ha analizzato alcuni effetti che potrebbero produrre la riforma del premierato e l’autonomia differenziata sulla vita delle donne.

A supportare le relazioni, dati quali-quantitativi con un forte richiamo al pensiero femminista quale elemento cruciale per contrastare queste riforme. Al convegno hanno partecipato il senatore Francesco Boccia, presidente del gruppo PD, Andrea Giorgis, capogruppo nella Commissione Affari costituzionali, Dario Parrini, vicepresidente della Commissione Affari costituzionali, Anna Finocchiaro, presidente di Italia decide, Marilisa D’Amico, ordinaria di diritto costituzionale a Milano, Rosetta Papa, ginecologa e Elly Schlein, segretaria del Pd.
Quando l’autonomia causa disuguaglianze per le donne
L’assistenza alle persone, dalla nascita a fine vita, asili nido, cura degli anziani, trasporto locale, sanità e scuola, pesano sui bilanci delle regioni per circa il 95%. L’autonomia – scolpita nella nostra Costituzione – rafforza l’unità nazionale se attuata per intero; ma a pagare il prezzo più alto – se si attuasse la riforma – sono le donne per una cristallizzazione delle diseguaglianze che interessano aree del nostro paese che avrebbero bisogno di maggiori servizi nel mezzogiorno. Il rischio è che una donna del Sud avrebbe maggiori difficoltà ad accedere ad esami diagnostici (mammografie, etc), come raccontano i dati Svimez dove nel sud Italia questi controlli non raggiungono il 70% e chi ne risente sono le persone fragili e donne.
Ispirazione del pensiero femminista per garantire libertà di scelta
Valente ha sottolineato la necessità di coinvolgere le donne del paese, spiegando che queste riforme, oltre a penalizzarle, minano la coesione sociale, mettono in discussione il principio di uguaglianza, la qualità della democrazia e partecipazione. Solo il pensiero femminista, ha spiegato può costruire un’alternativa, ricordando che tutto il 900 è stato segnato da profondi cambiamenti negli stili di vita delle famiglie, insieme alla rivoluzione digitale. Oggi le crisi delle democrazie e l’autonomia differenziata, si possono declinare in un’ottica femminista e uno dei diritti fondamentali per le donne è il diritto alla salute. Di recente l’attuale governo ha sollevato questioni sulla legge 194, sui consultori, sulla maternità, denatalità e per queste ragioni la senatrice ha ribadito l’importanza di garantire la libertà di scelta della donna assicurata dai consultori, che non significa aprire le porte alle associazioni pro-vita che obiettano questo diritto. Per salvare la libertà di scelta – ha continuato – occorrerebbe trasferire più risorse, poiché il rischio è avere una sanità di serie A e serie B e pensare ad una pianificazione rispetto al fabbisogno delle persone. Molte critiche sono state sollevate riguardo ai finanziamenti dei LEP (livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi) dove ancora non sono stabiliti né criteri né contenuti. Per garantire alle donne libertà di scelta, sarebbe quindi necessario un aumento dei servizi, asili nido, tempo pieno nelle scuole e strutture scolastiche capaci di attivare il tempo pieno e ospitare mense con più personale.
Governabilità, stabilità e partecipazione
Rispetto al premierato, l’obbiettivo del governo è governabilità, stabilità e partecipazione. L’attuale situazione mostra come i dati sull’astensionismo ci inchiodano a una triste realtà; siamo sotto la soglia del 50% e le donne rappresentano la quota maggiore. È necessario, quindi riflettere sul perché le donne non hanno interesse a votare o pensare invece che la sfera pubblica è costruita a misura di uomini, con un’idea di leadership poco accogliente quando si declina il concetto di autorità e autorevolezza. Le donne oggi percepiscono la politica distante dalle necessità; basti pensare ai bisogni rispetto alla gestione del tempo, alla verticalizzazione del potere nelle mani di una sola al comando, non utile alle altre donne. Per di più una richiesta di delega in bianco, dove i cittadini possono esprimere la propria volontà solo dopo 5 anni, limita anche i poteri del Presidente della Repubblica.
Premierato una minaccia per l’equilibrio di genere
Il pensiero femminista è centrale per i rischi sul premierato e autonomia differenziata; perciò l’azione dovrà coinvolgere gran parte della società. Sul premierato siamo difronte ad una riforma della Costituzione che si basa sull’idea che è giusto arrivare ad una distribuzione squilibrata del potere che porterebbe ad una democrazia debole, meno liberale e pluralista. Questi concetti a luglio sono stati richiamati anche dal nostro Presidente della Repubblica durante la 50esima settimana sociale dei cattolici, dove Mattarella ha avvertito sulle ipersemplificazioni istituzionali che produrrebbero un affievolimento del sistema democratico. Sul premierato i relatori suggeriscono di vigilare su una eventuale proposta di legge elettorale che porterebbe ad un arretramento sulla tutela dell’equilibrio di genere rispetto ai progressi conquistati nel tempo. Quanto all’autonomia differenziata, occorre ricordare che quando la democrazia diventa debole, i diritti sociali sono in pericolo; a rischio è la donna per un aumento delle disuguaglianze, per il mancato accesso ai servizi, il diritto allo studio e alla salute. Il provvedimento traccia un segno anti-femminile ed è fondamentale una reazione delle istituzioni con il coinvolgimento dell’azione sociale.
Donne discriminate su lavoro salute infanzia e natalità
Le due riforme sembrano distinte, ma il combinato disposto tende ad aumentare sul territorio le disparità nel paese che gravano sulle donne. L’articolo 3 della legge Calderoli conferisce una delega al governo per la definizione dei livelli essenziali di prestazione, che sono rinviati all’imminente legge di bilancio. La costituzionalista Marilisa D’Amico solleva diverse questioni sull’interruzione volontaria di gravidanza, sui livelli di occupazione femminile, sul welfare per la prima infanzia e sulla disabilità. “Siamo di fronte” ha detto “a un’Italia ingiusta che discrimina a livello territoriale la donna, e il rischio è che se non si affrontano le questioni, in futuro potrebbero diventare un freno per il nostro paese”. Cita poi alcuni esempi sull’interruzione volontaria di gravidanza, dove sul territorio oggi è possibile consentire o no l’aborto farmacologico. Se questo è il piano organizzativo – e ogni regione può organizzarsi in modo autonomo – esiste la possibilità che donne residenti in Sicilia non possono accedere all’aborto farmacologico dove non è consentito. Occorre quindi capire cosa succederà in futuro perché, se alcune regioni decidono di impiegare più risorse si creerebbero ostacoli per alcune donne qualora il metodo venisse adottato in assenza di controlli. Ricorda poi che tra Nord e Sud esiste una diversa occupazione femminile, asili nido con costi distinti, e spiega che con l’aiuto delle reti universitarie è possibile condurre ricerche per far emergere queste differenze che interessano anche le persone con disabilità. Infine, ha sostenuto che in un’Italia così ingiusta è interesse di tutti reclamare l’attuazione dei principi costituzionali di uguaglianza e fare di più per le donne onde evitare che le ingiustizie diventino marcate.
Più istruzione meno povertà: investire sulla componente sociale e sulle donne
La riforma sull’autonomia differenziata non può passare perché in Italia non tutti hanno stesse opportunità. Il mezzogiorno si trova in una condizione drammatica per occupazione e povertà, e il binomio è più povertà, meno salute. Recenti indicatori hanno mostrato la necessità di recuperare il mezzogiorno per un gap difficile da sostenere, e sui dati rispetto alla salute, lavoro, abitazione, reddito e istruzione, esiste una forte condizione di povertà sollevata anche da Caritas, Istat ed altri enti di ricerca. Vari studi hanno mostrato che nel mezzogiorno, dove nessun membro della famiglia è occupato e le donne non lavorano, rappresentano il 47%, così anche la Fondazione Gimbe ha sottolineato un rischio salute per oltre 2 milioni di famiglie indigenti. L’attuale ministero della salute ha presentato una proposta di legge per incentivare la natalità offrendo alle donne mille euro per rinunciare ad interrompere la gravidanza. Indicazione inverosimile poiché basta leggere i dati per sapere che le donne che lavorano sono economicamente penalizzate, e 1 donna su 5 dopo il primo figlio è costretta ad abbandonare il lavoro, senza contare il gap salariale che incide sulla pensione futura delle donne. Le donne più motivate ad avere figli vivono nelle regioni ricche, mentre quelle penalizzate risiedono in Basilicata, Campania e Sicilia dove non esistono servizi adeguati. Dal lato dell’educazione, esiste il tema dell’abbandono scolastico; infatti, un ragazzo calabrese, nato in una famiglia povera è condannato ad una esistenza difficile, priva di rapporti sociali e un’aspettativa di vita inferiore a 3 anni rispetto ai coetanei del Nord. In conclusione, occorre invertire questa rotta e la soluzione è investire soprattutto nella componente sociale e sul potenziale delle donne del Sud.



Cristina Montagni
Papa Francesco sull’Intelligenza Artificiale: uso etico e responsabile al servizio dell’umanità
Quali effetti può produrre l’intelligenza artificiale sul futuro dell’umanità e perché non bisogna demonizzare questi modelli, piuttosto gestirli. Partono da qui alcune riflessioni di Papa Francesco al Summit dei leader del G7 sotto presidenza italiana in Puglia il 14 giugno scorso. L’evento ha visto la partecipazione dei Capi di Stato e di Governo dei sette Stati membri, oltre al Presidente del Consiglio Europeo e alla Presidente della Commissione Europea in rappresentanza dell’Unione Europea.

Rivoluzione cognitivo-industriale e creazione di un nuovo ordine sociale
“La scienza e la tecnologia” ha sostenuto il Pontefice “nascono dal potenziale creativo degli uomini da cui nasce l’IA. Queste tecnologie sono utilizzate in diverse aree dell’agire umano: dalla medicina, al lavoro, dalla cultura alla comunicazione, dall’educazione alla politica. È lecito quindi ipotizzare che il suo impatto condizionerà il nostro modo di vivere, le relazioni sociali e in futuro la maniera con la quale concepiamo la nostra identità di esseri umani. L’IA è percepita oggi ambivalente, da un lato affascina per le numerose applicazioni, dall’altro genera timore per le sue conseguenze. Senza dubbio – ha detto il Papa – rappresenta una rivoluzione cognitivo industriale e in futuro sarà responsabile della creazione di un nuovo ordine sociale e da complesse trasformazioni epocali.
Vantaggi e svantaggi per l’umanità
Nell’analizzare gli effetti positivi dell’IA, il Papa evidenzia una maggiore democratizzazione all’accesso dei saperi, un avanzamento nella ricerca scientifica, fino alla possibilità di delegare alle macchine i lavori più usuranti. Al contrario potrebbe far emergere ingiustizie tra nazioni avanzate e quelle in via di sviluppo, fra ceti sociali dominanti e ceti oppressi, mettendo in pericolo la possibilità di una cultura dell’incontro a vantaggio di una cultura dello scarto. L’importanza di tale progresso rende l’intelligenza artificiale uno strumento delicato che impone una riflessione all’altezza della situazione. Il Pontefice rileva che l’IA può restituire vantaggi all’umanità, e che tali benefici si sono sempre verificati per gli utensili costruiti dall’uomo, come la capacità di aver mantenuto un legame con l’ambiente per gli oggetti che produceva. Gli esseri umani vivono una condizione di priorità rispetto all’essere biologico; l’uomo è aperto agli altri e la creatività si estrinseca in termini di cultura e bellezza. Tuttavia, l’uso di questi strumenti non sempre è rivolto al bene, occorre che siano al servizio dell’umanità, solo così potranno rivelare la grandezza dell’uomo per custodire il pianeta e i suoi abitanti.
No a tecniche algoritmiche indipendenti ma decisione finale resta all’uomo
Il Pontefice osserva che l’IA è un mezzo sui generis che processa analisi algoritmiche, ovvero fa una scelta tecnica tra più possibilità, si basa su criteri definiti o differenze statistiche. L’essere umano invece ha la capacità di decidere, e davanti ai prodigi delle macchine che possono adottare scelte autonome, occorre avere chiaro che solo all’individuo resta la determinazione finale anche se questa assume toni drammatici nella nostra vita. “Se venisse tolta tale possibilità” ha detto “si condannerebbe l’uomo ad una vita senza speranza dove le persone sarebbero costrette a dipendere dalle macchine”. Per evitare che ciò accada – dice Francesco – è necessario garantire uno spazio di controllo significativo sul processo di scelta dei programmi di IA poiché ne va della stessa dignità dell’uomo. Al vertice del G7 il Pontefice ha poi parlato del dramma dei conflitti armati sostenendo che è necessario riflettere sullo sviluppo e uso di questi dispositivi, ripensare alle armi letali autonome vietandone l’uso attraverso un controllo dell’uomo. Ha infine sottolineato la necessità di rimettere al centro la dignità della persona in vista di una proposta etica condivisa, poiché si sta attraversando una particolare congiuntura sociale dove emerge lo smarrimento e la scarsa importanza della dignità dell’uomo.
Innovazione e scienza “non neutrale” nella società
“Nessuna innovazione è neutrale” ha detto il Pontefice “la tecnologia nasce per avere un impatto sulla società, definisce una forma di ordine nelle relazioni sociali che abilita qualcuno a compiere azioni e impedisce ad altri di compierne altre”. Tale sistema di poteri include in modo più o meno esplicito una visione del mondo e questo vale per i programmi di IA che devono avere un’ispirazione etica ed essere utilizzati per la costruzione del bene comune. A riguardo ricorda la firma nel 2020 del documento sulla “Rome call for Ai ethics” (Appello della Rome Call for AI Ethics) che incoraggia alla moderazione di tali programmi che ha battezzato algoretica. Per il pontefice è possibile aderire a questi principi anche in un contesto globale in cui esistono sensibilità e gerarchie plurali diverse nelle scale dei valori, ma nell’analisi etica si può ricorrere ad altri strumenti per affrontare dilemmi o conflitti del vivere.
Serve buona politica per un mondo nuovo e fruttuoso
Altra questione cui ha fatto riferimento riguarda il ruolo della politica, che definisce necessaria, di cui c’è bisogno. Il paradigma tecnologico che si incarna nell’intelligenza artificiale rischia di cedere il passo al paradigma democratico. Per questo Francesco definisce l’azione politica importante, poiché attraverso la sua opera si può trovare una via verso la fraternità universale e la pace sociale giacché rappresenta la forma più alta di amore. “La società mondiale mostra oggi gravi carenze strutturali, solo la buona politica può indicare la via per un progetto politico, sociale e culturale comune ed aprire opportunità differenti canalizzando l’uso dell’IA per un nuovo mondo possibile e fruttuoso”.
Cristina Montagni
PINK BOX: la scatola magica si trasforma in un punto antiviolenza
Le cabine fototessera si trasformano in punti di aiuto per donne vittima di violenza e stalking. Il progetto PINK BOX, presentato il 17 aprile dal gruppo DEDEM in collaborazione con l’Associazione Differenza Donna, è stato accolto con entusiasmo e partecipazione.



A Roma, Latina e Viterbo, dal 30 giugno saranno operative 9 cabine fototessera dotate di un collegamento telefonico con il 1522, l’Help Line del Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri. La cabina – dotata di un particolare device – diventerà per le donne minacciate o in pericolo di violenza fisica e psicologica un punto di primo accesso, dove premendo un pulsante inserito in una scatola realizzata tramite stampa additiva sarà possibile parlare con il 1522. Con un semplice gesto la donna potrà comunicare in tempo reale la sua condizione in anonimato e totale riservatezza senza portare con sé un cellulare o altro dispositivo. La cabina fototessera diventa perciò un presidio e un’opportunità per chiedere aiuto in un contesto privo di tracciamento, accessibile a tutti e senza alcun supporto tecnologico. L’interessante progetto che porta la firma dell’azienda Made in Italy DEDEM e dell’Associazione Differenza Donna, con il know-how tecnico di DMP Electronics, da qui all’estate renderà attive altre 50 cabine fototessera selezionate in vari punti strategici distribuiti su tutto il territorio nazionale, privilegiando le aree più difficili delle città per combattere la violenza di genere.

“Diffusione, conoscenza e accesso al 1522 sono strumenti di protezione per le donne che stanno vivendo una situazione di violenza” così ha commentato la presidente di Differenza Donna, Elisa Ercoli. Ha poi aggiunto che contattare questo numero significa avere la disponibilità di confrontarsi con esperte che ascoltano e restituiscono alla donna come uno specchio la realtà che sta vivendo, facendola uscire da una sottovalutazione che è spesso un meccanismo tanto difensivo quanto pericoloso”.

“Con questo piano” ha spiegato la responsabile delle risorse umane della Dedem Simona Belli, “l’azienda mette a disposizione la propria infrastruttura per una battaglia che coinvolge l’intera società”. Ha poi sottolineato che “se potremo aiutare anche solo una donna a riconquistare la propria libertà, il nostro obiettivo sarà raggiunto”. Belli ricorda che da 60 anni la scatola “magica” è entrata a far parte delle nostre vite e nella nostra geografia urbana che ogni anno fotografa oltre 10 milioni di volti, quindi si inserisce pienamente nel tessuto sociale del Paese offrendo il suo spazio per contrastare ogni forma di violenza sulle donne. Conclude che dopo un primo test su 50 cabine sarà possibile estendere il programma a più reti di cabine Pink Box.
Chi contatta il 1522
Nell’ultimo trimestre 2023 le chiamate sono state più di 54mila. Secondo le ultime statistiche 2023, il 47,6% delle vittime chiede aiuto per violenza fisica, il 36,9% per quella psicologica, il 64,5% sostiene di aver subito violenza per anni, il 25,5% per mesi e solo il 10% dichiara di aver subito pochi episodi di violenza. Il 24,8% delle vittime dichiara di avere paura di morire o teme per la propria incolumità e dei propri cari. I 2/3 delle vittime presenta disturbi d’ansia, il 24,3% soffre di gravi stati di soggezione e il 10,2% percepisce la molestia ma non è in pericolo. Le violenze raccontate sono soprattutto di tipo domestico, infatti nei tre trimestri del 2023 il 79,4% delle dichiaranti ha affermato che la violenza viene consumata soprattutto tra le mura domestiche.
Il numero Antiviolenza e Antistalking
Il numero 1522 – Servizio pubblico promosso dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri – è gratuito e attivo 24 ore su 24 con l’ausilio di operatrici specializzate che rispondono alle richieste di aiuto e sostegno alle vittime di violenza e stalking in italiano, inglese, francese, spagnolo, arabo, farsi, albanese, russo ucraino, portoghese, polacco.
Cristina Montagni
