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52° Rapporto CENSIS. Italiani immersi nel rancore e preoccupati del futuro

52 rapporto censisGiunto alla 52ª edizione, l’ultimo rapporto Censis 2018 ha descritto i fenomeni socioeconomici del Paese, tracciando una condizione segnata dall’attesa di un cambiamento ad una deludente ripresa sociale. Durante il dibattito sono emerse le difficoltà di un’Italia “preda di un sovranismo psichico” fino a arrivare alle tensioni che caratterizzano i nostri rapporti con l’Europa.

Nelle considerazioni generali l’istituto parla di una transizione che sta traghettando il nostro Paese verso un ecosistema di attori individuali con un appiattimento della società in cui gli italiani si dimostrano arrabbiati, insicuri e delusi dalla politica. Formazione, lavoro e rappresentanza, welfare e sanità, territorio e reti, sicurezza e cittadinanza, media e comunicazione, sono i temi discussi il 7 dicembre al CNEL da Massimiliano Valerii e Giorgio De Rita, direttore e segretario generale del Censis. 

Ristagno degli indicatori macroeconomici

Reintroduzione Valerii ha spiegato che l’Italia si trova immersa in un clima di forte ambiguità ed incertezza sociale. Ciò dipende da due profonde delusioni. La prima è che l’esaltata ripresa economica non c’è stata sebbene fosse auspicata fin dai primi mesi del 2018, la seconda si riferisce all’atteso cambiamento che in realtà non c’è stato. Al primo insuccesso, tutti gli indicatori economici hanno riportato valori negativi. Il Pil ha segnato un -0,1% dopo 14 trimestri di crescita, i consumi delle famiglie hanno toccato lo zero per cento, la produzione industriale ha registrato una flessione dello 0,2%, le export bloccate allo 0,8% hanno risentito del raffreddamento della congiuntura internazionale. Le retribuzioni dei lavoratori sono state insufficienti ad innescare l’atteso rilancio della domanda interna (0,8%), e gli investimenti sono scivolati a -1,1%. Quanto al secondo fallimento è sufficiente citare un dato. Più della metà degli italiani (56%), ha dichiarato che non è vero che le cose stanno cambiando. Quindi secondo il rapporto Censis, il rancore che gli italiani si trascinano, ha radici sociali profonde che il tempo ha trasformato in cattiveria e conflittualità latente.

Delusione, paura e mancanza di prospettive

Il processo che evidenzia l’attuale situazione è la totale mancanza di prospettive di crescita sia individuali che collettive degli individui. Il 96% della popolazione italiana con bassi titoli di studio è sicura che resterà nella stessa condizione ritenendo irrealistica la possibilità di diventare benestanti nel corso della vita. Il 63% è convinto che nessuno si fa carico di difendere gli interessi e l’identità dei cittadini. Il 70% degli italiani ha dichiarato di non volere come vicini di casa i rom, il 69% non vorrebbe persone con dipendenze da droghe o alcool, il 52% è convinto che il Governo sostenga più gli immigrati che i suoi abitanti. In totale il 63% degli intervistati è contrario all’immigrazione, contro una media europea del 52%. Per concludere i 2/3 degli italiani (circa il 67%) guarda al futuro con paura, delusione ed incertezza.

Consumi in forte calo

Se dal lato dei consumi il potere d’acquisto delle famiglie italiane è inferiore al 6,3% rispetto al 2008, la liquidità è invece aumentata del 12% nello stesso periodo, divaricando fortemente la forbice dei consumi tra i diversi gruppi sociali (le famiglie operaie hanno registrato un -1,8% in termini di spesa per consumi, mentre quelle degli imprenditori un +6,6%). Tra i consumi, vincono i beni e i servizi che suscitano un compiacimento fortemente soggettivo. Questo “setaccio” lo superano i consumi digitali (78% internet, 74% smartphone, 72% social network che nel caso dei giovani arriva al 90%), e la spesa per telefonia si è triplicata del 221%.

 L’Europa e le ragioni dello stare insieme

L’Europa non è più vista come un ponte verso il mondo ma una crepa che divide i popoli e genera il fallimento dei processi di coesione interna rispetto al ruolo geopolitico giocato a livello internazionale. Nonostante ciò, forti sono le ragioni dello stare insieme in Europa. Infatti, il 43% degli italiani pensa che l’appartenenza all’unione europea giovi all’Italia, contro una media europea del 68%.

Tra le convenienze dello stare insieme in Europa è necessario rammentare l’effetto traino che dall’Europa viene in termini di capacità d’innovazione. È deludente constatare che la spesa pubblica in Italia destinata alla ricerca e sviluppo è scesa da 10 miliardi nel 2008 a 8.5 nel 2017. L’Italia deve quindi approfittare di tutti i programmi che derivano dai fondi europei in ricerca e innovazione come ad esempio Horizon 2020. Nell’ultima programmazione sono stati assegnati 2.8 miliardi, oggi rappresentiamo il 5° paese europeo per finanziamenti ricevuti. “I veri europeisti, oggi sono i giovani” ha commentato Valerii “che però sono una generazione in “via di estinzione”. I giovani europei tra i 15-34 anni rappresentano il 23% della popolazione europea, diminuiti dell’8% nell’ultimo decennio. L’Italia si attesta su una quota di giovani più bassa (20.8%) segnalando una diminuzione nell’ultimo decennio del 9.3%.

Formazione, innovazione e occupazione per i giovani

“La soluzione da cui ripartire” ha dichiarato Valerii “è la capacità di produrre lavoro”. Nel nostro paese tra il 2000 ed il 2017, il salario medio annuo dei lavoratori è aumentato in termini reali dell’1.4%, circa 400 euro annui. Nel medesimo periodo la Germania ha registrato un aumento del 13.6%, 5 mila euro annui, la Francia è cresciuta di oltre 20 punti percentuali, circa 6 mila euro annui in più. Se nel 2000 il salario medio degli italiani costituiva l’83% di quello tedesco, nell’ultimo anno è sceso al 74%, allargando la forbice di oltre 9 punti percentuali. Negli ultimi 10 anni in Italia sono scomparsi 1 milione e 400 mila giovani lavoratori, gli occupati tra i 24-34 anni sono diminuiti del 27% e gli occupati over 55 sono cresciuti del 73%. “Questi dati” ha commentato Valerii “dovrebbero far riflettere sulla capacità del nostro Paese di generare nuove competenze in innovazione, plasmare forza lavoro capace di partecipare nell’impresa e nella pubblica amministrazione, poiché stiamo assistendo ad uno svuotamento delle classi lavoratrici più giovani”. “A seguito di questo svuotamento” ha spiegato “in 10 anni siamo passati da un rapporto di 236 giovani occupati ogni 100 anziani ad un rapporto di 99 su 100 anziani. Analizzando il segmento più istruito dei laureati, siamo passati da 249 giovani laureati occupati ogni 100 anziani, ad un rapporto di 143 su 100”. La situazione per i giovani si aggrava se esaminiamo quelli in condizione di sottoccupazione (nell’ultimo anno erano 237 mila, valore più che raddoppiato rispetto al 2011) in più è aumentato il numero di giovani costretti a lavorare part-time (650 mila nell’ultimo anno, 150 mila in più rispetto al 2011). Il nodo secondo il direttore del Censis risiede nei persistenti squilibri del capitale umano. L’Italia investe in istruzione e formazione il 3.9% del Pil rispetto al 4.7% della media europea. “Peggio di noi” ha commentato Valerii “si trovano la Slovacchia, la Romania e l’Ungheria e in più l’Italia ha un gap per numero di giovani laureati di oltre 13 punti percentuali rispetto alla media europea.

Chiusura di un ciclo e passaggio ad un ecosistema degli attori

Giorgio De Rita, ha sostenuto che non esiste una relazione diretta tra economia e sistema sociale. “Quello che è avvenuto negli ultimi anni” ha sostenuto “è il rabbuiarsi di un modello di sviluppo economico e sociale incapace di portare avanti la società italiana nel suo complesso”. Le stime Censis prevedono la chiusura di un ciclo e la crescita di un nuovo modello spinto dal basso. “Siamo difronte ad un ecosistema degli attori che ha sostituito i sistemi sociali” ha commentato De Rita “che va regolato in modo diverso in cui conta l’ambiente nel quale si realizzano i comportamenti”. “Le attuali percezioni soggettive sull’uguaglianza, cittadinanza, sicurezza per la gestione del territorio” ha detto “si realizzeranno all’interno di un ambiente chiuso che studia soluzioni a dimensioni ridotte. “Gli italiani” ha concluso il segretario “chiedono alla classe dirigente, di assumersi questa responsabilità all’interno dell’ecosistema, e per ottenere l’obiettivo, occorre riconoscere le diversità e le disuguaglianze per produrre benessere agli abitanti del proprio paese.

Cristina Montagni

 

 

Osservatorio statistico Inps 2018. Monitoraggio e politiche a sostegno dell’occupazione

Inps Lavoro

L’Osservatorio statistico sulle politiche occupazionali e del lavoro dell’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), il 29 novembre ha pubblicato il bollettino annuale che fotografa il quadro delle politiche sociali, occupazionali del lavoro in Italia. L’analisi, centrata sulle politiche attive e passive del lavoro, ha coperto un intervallo temporale di cinque anni nella serie storica 2013-2017. I dati disaggregati ed elaborati secondo alcune variabili, hanno descritto importanti scostamenti nel biennio 2016-2017 sul numero medio di lavoratori che hanno beneficiato d’interventi ed incentivi all’occupazione.

Strumenti a sostegno del lavoro a tempo determinato e indeterminato

Gli strumenti a sostegno dell’occupazione a tempo indeterminato, nel biennio 2016-2017, hanno rilevato una flessione del 1.8% e quelli destinati ai lavoratori a tempo determinato una crescita dell’1.9%. Rispetto alla stabilità del lavoro nel tempo, si evince un incremento dell’occupazione del 9% tra il 2016 e il 2017. 

Il numero dei beneficiari assunti con un contratto di apprendistato nel 2017, mostra in media una crescita rispetto al 2016 del 12%, mentre gli occupati a tempo indeterminato ed inseriti nella categoria delle assunzioni agevolate per disoccupati o beneficiari di CIGS (Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria) da almeno 24 mesi, una diminuzione del 66,4%. Sul versante femminile, le ultracinquantenni assunte a tempo indeterminato sono passate da 2 mila e 500 unità nel 2016 a 10 mila unità nel 2017 mentre i lavoratori che hanno usufruito degli incentivi sulla mobilità da 3 mila e 300 unità nel 2016 a 2 mila e 974 nel 2017, il 9,8% in meno rispetto all’anno precedente. I ragazzi inseriti nel programma “Garanzia Giovani” a tempo indeterminato sono aumentati del 16% nel 2017 mentre le assunzioni a tempo indeterminato, che per tre anni hanno beneficiato degli sgravi contributivi, hanno subito una “battuta di arresto” del 20% nel 2017. Gli incentivi all’occupazione a tempo determinato per le donne ultracinquantenni sono passati da 9 mila nel 2016 a circa 19 mila unità nel 2017. Interessante è il capitolo sulla trasformazione dei contratti di lavoro a tempo indeterminato, persone cioè iscritte nelle liste di mobilità e sostenute da incentivi statali, che sono cresciuti del 39% rispetto al 2016, mentre per i contratti di apprendistato trasformati a tempo indeterminato si è verificata una riduzione del 10% nel 2017 rispetto all’anno precedente.

Distribuzione di genere e tipologia di intervento

Se si tiene conto della distribuzione per genere, il 2017 conferma in prevalenza una platea maschile tra i beneficiari delle politiche attive, infatti nei contratti di apprendistato, la componente maschile e più elevata rispetto a quella femminile (245 mila maschi contro 182 mila femmine) e questo vale anche per le assunzioni agevolate di disoccupati o beneficiari di CIGS da almeno 24 mesi, dove la popolazione maschile è superiore a quella femminile (20 mila maschi contro 18 mila femmine). Anche per l’esonero contributivo triennale per le nuove assunzioni a tempo indeterminato ha coinvolto più i maschi (575 mila) delle femmine (409 mila) incidendo particolarmente nel sud dove gli incentivi all’occupazione sono destinati a 38 mila maschi contro 22 mila femmine.   

 Categorie degli interventi per classi di età, sesso e territorio          

Nei contratti di apprendistato la fascia di età con maggiore presenza di giovani nel 2017 si colloca tra i 20-24 anni (189 mila giovani) e 25-29 anni (174 mila giovani), mentre gli incentivi all’assunzione di ragazzi ammessi al programma “Garanzia Giovani” si concentrano nelle fasce 20-24 anni (20 mila unità) e 25-29 anni (17 mila unità). Le assunzioni agevolate per le donne ultracinquantenni sono condensate soprattutto tra i 25-29 anni (3 mila donne) con una forte polarizzazione nella classe 30-39 anni (6 mila donne). Gli esoneri contributivi biennali e triennali per le nuove assunzioni a tempo indeterminato hanno coinvolto soprattutto le classi 20-39 anni nel 2016. Per quanto concerne la distribuzione territoriale degli interventi, occorre sottolineare che le aree in cui si concretizza un efficace sostegno al lavoro riguardano soprattutto le aree Nord Ovest e Nord Est dell’Italia. Da una parte il Nord ha concentrato gli sforzi nel sostenere l’occupazione a tempo determinato (57.8%) e indeterminato (47.8%) sostenendo misure specifiche per una solida ed efficace occupazione, dall’altra il 43% delle risorse è stata destinata al Centro-Sud. Chi ha sofferto di più per le scarse opportunità di lavoro, sono stati gli abitanti delle isole che hanno ottenuto dallo Stato solo il 9% delle risorse finanziarie complessive.  

Politiche passive al lavoro

Lo Stato italiano durante la crisi occupazionale ha introdotto diverse norme al fine di ridurre la distanza tra le politiche attive (formazione, orientamento, sostegno all’occupazione e costituzione di rapporti di lavoro per cittadini svantaggiati) e le politiche passive del lavoro (sussidi, ammortizzatori sociali o difficoltà salariali e lavorativi). Tra gli strumenti passivi più conosciuti per contrastare gli stati di abbandono “forzato” dal lavoro sono stati la NASpI (indennità mensile di disoccupazione per lavoratori subordinati), la DIS-COLL (indennità mensile di disoccupazione per i collaboratori coordinati e continuativi) e l’indennità destinata ai disoccupati nel settore agricolo. Complessivamente il numero delle persone che ha usufruito del trattamento NASpI nel 2017 è stato circa 1 milione e 700 mila individui, il 6% in più rispetto al 2016, incidendo maggiormente sulle donne per l’8% che sugli uomini per il 5%. Quanto alla DIS-COLL, nel 2017 la misura ha raggiunto una platea di quasi 13 mila individui, il 33% in più rispetto al 2016, mentre quelli riferiti alla disoccupazione agricola confermano un andamento in linea con il 2016 (-0.4%). Se si guarda alla scomposizione per età degli aventi diritto alla NASpI, si nota che la massima concentrazione risiede all’interno delle classi 30-39 anni (27%) mentre il 25% di coloro che ha usufruito della DIS-COLL è concentrato soprattutto nella classe 30-34 anni. Disaggregando i dati per distribuzione geografica, il 42% della popolazione residente al nord ha usufruito della NASpI rispetto al 39% dei residenti nel sud e isole. Infine, i lavoratori che al 31 dicembre 2017 hanno beneficiato della mobilità, secondo l’Osservatorio Inps erano circa 62 mila, il 55% in meno rispetto all’anno precedente. Rispetto al genere e l’età, lo studio mostra una concentrazione elevata della componente maschile, 44 mila uomini su 18 mila donne, dove il 77% dei beneficiari aveva più di 49 anni.  

Cristina Montagni

Donne 4.0: la sfida vincente delle donne nell’era delle reti e dello smart working

Donne 4.0 Confassociazioni

Si è tenuta lo scorso 18 luglio presso la Camera di Commercio di Roma, nella sala del Tempio di Adriano, la Conferenza annuale di Confassociazioni dedicata ad un asset strategico del mercato del lavoro: “Donne 4.0” nell’era delle reti e dello smart working. I lavori, coordinati da Angelo Deiana e Federica De Pasquale, rispettivamente presidente e vice presidente alle Pari Opportunità di Confassociazioni, hanno visto la presenza di numerosi esponenti del mondo della politica, dell’economia e delle Istituzioni. Fra i partecipanti Veronica De Romanis, docente di economia della Stanford University, Noemi Di Segni, presidente UCEI, Unione Comunità Ebraiche Italiane, Irmgard Maria Fellener, vice ambasciatore di Germania, Stefano Parisi, leader Energie per l’Italia, Maria Pia Camusi, direttore Rete Imprese Italia, Monica Parrella, ufficio di Parità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Tiziano Treu, presidente CNEL e Maurizio Sacconi, presidente Associazione Amici di Marco Biagi.

La rivoluzione delle donne e i futuri fattori competitivi

“Bisogna raggiungere una leadership culturale in tutti i settori possibili. Leadership culturali per trovare un senso durevole in un futuro in cui dovremmo essere quello che non siamo mai stati: azionisti e non obbligazionisti del Paese”. Ne è convinto Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni, affermando che la rivoluzione non sarà la tecnologia, ma le donne, vero motore per la ricostruzione etica del mondo produttivo del Paese Italia. “Dal 70 ad oggi”, ha precisato, “2 posti su tre sono stati creati per le donne, ma sarà nell’era 4.0, che daranno prova di molteplici fattori competitivi vincenti”. Nei prossimi 10 anni, ha sostenuto Deiana, l’Istat ha calcolato che tra i 5 e i 7 posti di lavoro, saranno sostituiti da macchine. L’80% delle attività professionali o rutinarie, ha aggiunto, verranno rimpiazzate dall’intelligenza artificiale, solo il 20% delle funzioni “sofisticate” saranno prodotte da due fattori: competenze verticali (problem solving complesso) e soft skills (quello che le macchine non sanno fare). Le donne, definite multitasking, dimostrano una naturale capacità di fare rete e generare modelli interdipendenti (lavoro, famiglia, affetti, cura dei parenti, etc.). Con la crescita dello smart working, si apre un mondo legato alle politiche di conciliazione e di compensazione sui tempi di vita e di lavoro. “Un provvedimento su cui è necessario lavorare” ha spiegato Deiana “è mettere la maternità a carico della fiscalità generale. Finché esisterà il deterrente per cui sarà più conveniente assumere un uomo piuttosto che una donna, avremo due conseguenze: meno Pil e meno tasso di natalità. Con un tasso di occupazione femminile “congelato” al 48,8% si potrebbero utilizzare i finanziamenti stabiliti dai datori di lavoro, lo 0,30% per la formazione di fondi interprofessionali”. Secondo stime del centro studi della Confederazione, sarebbero sufficienti tra gli 8 e i 10 miliardi di euro l’anno, ma con un’occupazione al 60% si guadagnerebbe un punto percentuale di Pil l’anno, circa 17 miliardi di euro. “Un investimento che nel breve periodo avrebbe ricadute positive in termini occupazionali, demografici e previdenziali e nel lungo proteggerebbe dalla povertà le future generazioni di pensionate” ha concluso Deiana. 

Per approfondimenti consulta anche la Position Paper Conferenza Annuale di Confassociazioni

Opportunità delle donne per creare un futuro sostenibile

Secondo Riccardo Alemanno, per migliorare la qualità della vita delle donne occorre che il lavoro autonomo e dipendente, abbia margini di miglioramento. “Per chi fa impresa, soprattutto se è donna” ha ribadito “l’onere è sradicare una mentalità maschilista, riportarla sulla sfera del lavoro e offrire pari opportunità a coloro che hanno voglia di lavorare ed intraprendere”. Per Federica De Pasquale, la conferenza ha rappresentato una vera rivoluzione per chi segue il mondo delle pari opportunità da oltre 20 anni. “L’evento” ha concluso “conferma la capacità di analizzare il mondo lavorativo delle donne oltrepassando il concetto di leadership al femminile o di difesa delle quote rosa”. Le pari opportunità non rappresentano solo una questione di legittimità, ma di puro pragmatismo. “In un’era in cui la demografia è in caduta libera” ha commentato la Fellner “l’economia ha bisogno di mantenere la capacità d’innovare e creare un futuro sostenibile. Il futuro delle economie globali non dipende dal potere, ma dal grado d’istruzione e dalla capacità di pensare fuori dagli stereotipi”. La formazione delle donne italiane è elevata, ha concluso l’ambasciatrice, il 63% possiede un diploma contro l’80% degli uomini, il 21,5% consegue una laurea contro il 15,8% dei colleghi uomini.

La condizione italiana ed europea sui tassi di occupazione femminile 

L’economista Veronica De Romanis, ha commentato che le donne per decidere devono contare nei processi decisionali. Nelle istituzioni sono sottorappresentate, e nel contratto di governo addirittura eliminate, se ne parla solo in termini di mamme o pensionate, non esiste mai la relazione donne-lavoro. Secondo l’Eurostat, l’Italia è ultima in termini di crescita 1,3%, contro 1,9% della Grecia, il 2,2% del Portogallo, il 2,8% della Spagna e del 5,4% dell’Irlanda. Nella classifica europea per tassi di occupazione siamo penultimi, 10 punti in meno nell’area euro, un gap che aumenta di 14 punti per l’occupazione femminile. In sintesi, poche donne lavorano rispetto ai partners europei e in più con offerte di lavoro di bassa qualità. In aggiunta, l’Eurostat con la pubblicazione degli ultimi dati sul part-time involontario, ha annunciato che l’Italia compare al secondo posto dopo la Spagna, ciò potrebbe incidere sulle pensioni future, materializzando un esercito di anziane povere. Anche l’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), a fronte di un tasso di occupazione femminile invariato fino al 2040, stimerebbe minori entrate pari a 42 miliardi di euro. “Tra il 2014 e il 2017, le risorse pubbliche sono state male allocate” ha spiegato la De Romanis “zero spending review, taglio di investimenti per oltre 5mld di euro, flessibilità per oltre 42mld di euro inutilizzati per fare riforme”. E le riforme che occorrerebbe effettuare”, secondo il parere dell’economista, “dovrebbero riguardare la formazione nella scuola e nell’università, investimenti in politiche attive e politiche a sostegno della famiglia”, sottolineando che la spesa pubblica in Italia è collocata sotto il 2% contro il 3,5% della Francia. Gli interventi a costo zero, che ha suggerito la docente, riguarderebbero l’introduzione in maniera forzata delle quote rosa nei Cda, l’inserimento delle aliquote agevolate per sollecitare il lavoro femminile e l’istituzione di un tetto per incentivare le donne ad entrare nelle istituzioni.

Un futuro incerto con scarse prospettive di crescita nell’economia 4.0

Secondo Stefano Parisi il tema del lavoro femminile è correlato alla produttività. L’Italia dimostra di essere un paese immobile, incapace di costruire un modello in grado di fornire adeguati servizi rispetto gli attuali. “Per mettere in moto l’economia” ha sostenuto “è necessario che la donna sia competitiva sul mercato del lavoro con una formazione più tecnica”. Per Sacconi, il lavoro dipendente e autonomo necessita di garanzie e tutele perché porta con sé fragilità impossibili da governare autonomamente. Lo smart working si misurerà per obiettivi ed ogni lavoratore e lavoratrice dovranno aumentare le proprie abilità per restare costantemente occupabili. “Di fronte a percorsi di lavoro discontinui” ha dichiarato “il sistema previdenziale contributivo non è realizzabile, tuttavia sia le tutele alla maternità che la cura delle persone con disabilità, dovrebbero essere a carico della fiscalità generale. Maria Pia Camusi ha ricordato che le donne imprenditrici rappresentano il 54% sul totale degli imprenditori, al pari delle professioni intellettuali e non ordinistiche. Secondo il politecnico di Milano, l’8% degli occupati lavora nella smart working, mentre per l’Istat gli occupati nel digitale si attestano al 3% con una caduta delle imprenditrici al 19%. “Quindi nell’economia 4.0” ha sostenuto la Camusi “sono poche le donne impiegate nella robotica e nella progettazione, nelle figure chiave si trovano in una posizione di nicchia e ciò che gli viene offerto è limitato alle soft skills, ruoli confinati alle pubbliche relazioni, alla mediazione e all’organizzazione”. “In sintesi” ha spiegato la Camusi “è necessario incidere sull’educazione, da un lato indirizzando le bambine delle scuole primarie allo studio delle materie scientifiche (STEM), poi insistendo sulla formazione continua quando la donna è imprenditrice”. Per la Parrella, le donne nonostante le competenze nei settori scientifici e tecnologici, non trovano sbocchi lavorativi/professionali per gli stereotipi di genere che derivano dall’infanzia e per un contesto sfavorevole nella scuola che le vede meno portate per le materie scientifiche. In Italia la percentuale di impiegate nelle ICT (Information and comunication technology) è bassa, circa il 13,8%. “Il dipartimento delle pari opportunità” ha spiegato “tra il 2017 e 2018, ha stanziato risorse per 318 campi estivi gratuiti in tutta Italia per le scuole elementari e medie rivolti alle materie scientifiche e tecnologiche a cui hanno collaborato importanti università italiane”. Per la Bagni Cipriani, la discriminazione principale che le donne subiscono sul posto di lavoro è legata alla scelta della maternità. Il 24,4% delle neomamme italiane viene licenziata dopo il primo figlio e la prima causa di dimissioni (2017 circa 30mila donne) non è la mancanza di asili nido, ma l’assenza di servizi a supporto della maternità. “Le donne all’inizio della carriera fanno scelte lavorative residuali” ha sostenuto la Cipriani “consapevoli di occupare posti con scarse prospettive di carriera”. Per controllare tali distorsioni, ha concluso la consigliera, il Ministero del Lavoro dovrebbe applicare la norma europea già in vigore dal 2016 e recepita in Italia nel 2017, che prevede sanzioni per contrastare la segregazione professionale e settoriale di genere.

Cristina Montagni

FESTIVAL DELL’ECONOMIA 2018: “LAVORO E TECNOLOGIA” AL CENTRO

Le tecnologie aiutano ad arricchirci o produrranno riduzione di posti di lavoro? Cosa ci resterà da fare quando saranno le macchine a lavorare e guadagnare? Questi alcuni degli interrogativi discussi al Festival dell’economia 2018, che si terrà dal 31 maggio al 3 giugno a Trento. L’intera kermesse, giunta alla tredicesima edizione, dedicata al “Lavoro e tecnologia”, è stata presentata lo scorso 18 aprile a Roma nella sede della Casa Editrice Laterza, dal presidente della Provincia autonoma di Trento, Ugo Rossi, dall’editore Giuseppe Laterza, dal rettore dell’Università di Trento, Paolo Collini, dal presidente dell’Università di Trento, Innocenzo Cipolletta e dal direttore scientifico del Festival, Tito Boeri.

Ai panel di discussione interverranno scienziati, economisti e appassionati di tutto il mondo che daranno vita ad un dibattito stimolante cercando di capire se l’intelligenza artificiale e le nuove tecnologie, possono sostituire il lavoro dell’uomo. Tra i protagonisti, cui sarà affidato il compito di dare concretezza a questi temi, spiccheranno gli economisti Richard Freeman dell’Università di Harvard, Joel Mokyr della Northwestern University, Alan Kruger della Princeton University, Richard Baldwin, direttore del CEPR (Centro di politica economica di Londra), il fisico Roberto Cingolani, direttore dell’istituto italiano di Tecnologia, il filosofo Gino Roncaglia e il vicepresidente della Commissione europea Franciscus Timmermans.

Riflessioni dei protagonisti al Festival

FESTIVAL DELL’ECONOMIA 2018Il successo del Festival dell’economia in questi anni è stato quello di aver consentito ai decisori di trarre nuovi spunti di riflessione. “L’edizione 2018” ha sostenuto Ugo Rossi “coniuga il rigore scientifico con quello dell’accoglienza, non solo per i contenuti ma per il luogo in cui si svolge. Un momento di approfondimento, aperto e accessibile, su temi complessi, in un’epoca in cui tutto si consuma velocemente, per fermarsi e riflettere”. “Unire lavoro e tecnologia” ha aggiunto “porta con sé enormi preoccupazioni da un punto di vista quantitativo e qualitativo, ma anche stimoli per scoprire se la tecnologia sarà in grado di creare nuove traiettorie occupazionali sullo sviluppo del territorio”. “L’intelligenza artificiale” ha aggiunto “oltre a cambiare mestieri e competenze con maggiore velocità, trasforma i contenuti dell’insegnamento, la formazione e apprendimento”. “In una società in cui l’informazione è accessibile in tempo reale, il Festival è un’occasione per discutere sui temi della collettività e comprendere se la tecnologia, e la trasformazione del mercato del lavoro, sono questioni che ci riguardano direttamente”. “I nostri territori” ha concluso Collini “possiedono grande autonomia e ciò permette di adottare politiche mirate e sistemi di welfare personalizzati secondo le esigenze del territorio”.  

Innocenzo Cipolletta, ha spiegato che “dopo aver toccato i temi delle tasse e dell’immigrazione, la terza ondata di populismo potrebbe rivolgersi verso le macchine e l’automazione, responsabili della distruzione di posti di lavoro”. “Se non ci attrezziamo a gestire questi fenomeni, cercando di capire come si costruiscono nuove opportunità di lavoro” ha commentato “il rischio è che qualcuno insinui la necessità di arrestare lo sviluppo. “Poiché non esiste una ricetta unica” ha spiegato Cipolletta “sarà opportuno riflettere sulle politiche di redistribuzione dei redditi attraverso un aumento dei servizi pubblici con l’adozione di politiche fiscali e regimi tariffari mirati”.  

Tito Boeri, direttore scientifico del Festival, ha sostenuto che il progresso tecnologico è necessario per conquistare “tempi di vita” nella longevità, e raggiungere una migliore qualità di vita in età avanzata. “Il tema di quest’anno” su “Lavoro e Tecnologia” ha spiegato “è un tema intorno al quale si giocano le prospettive di crescita dell’economia mondiale per evitare che sopraggiunga una stagnazione secolare come alcuni hanno predetto”. “La tecnologia” per Boeri “se da un lato consente l’uscita dallo “stallo” economico e da pesanti forme di recessione, dall’altro pone interrogativi sul governo del cambiamento: chi lo gestisce e in quale direzione deve andare”. “Si cercherà di comprendere” ha affermato Boeri “chi può condizionare il progresso, chi si appropria dei frutti, intesi in senso di produttività, del progresso tecnologico e chi possiede i diritti di proprietà sulle nuove tecnologie e sui robot. Come rendere partecipi i lavoratori ai processi decisionali e come rilanciare l’azione protettiva dei sindacati”. “Da una parte” ha spiegato Boeri “è possibile spingere dal lato fiscale, dall’altra occorre incentivare i lavoratori a detenere quote di capitale con una presenza più attiva agli utili dell’impresa, sostenere una maggiore partecipazione ai fondi pensione o investire nella robotica”. L’attuale progresso tecnologico ha caratteristiche molto diverse rispetto al passato. “Se i processi industriali” ha detto Boeri “avevano abbattuto le distanze nello scambio dei beni, causando forme di agglomerazione, oggi oltre a condurre una maggiore circolazione di idee, possono avere effetti distributivi negativi nei paesi avanzati”.

Al Festival dell’Economia verrà affrontata anche l’annosa questione delle piattaforme digitali, generatrici di forme di lavoro alternative, la Gig economy, l’universo mondo dei lavoretti mascherati a lavoro autonomo. “Se da una parte” ha spiegato Boeri “possono essere utili per promuovere la partecipazione di lavoratori in settori marginali nel mercato del lavoro, dall’altro portano con sé effetti distributivi che i nostri sistemi di protezione sociale non sembrano ancora in grado di gestire”. I lavori alternativi, ha sottolineato Boeri, sono stati introdotti con l’obiettivo di contenere i costi sociali delle fluttuazioni cicliche, inadeguati ad affrontare problemi strutturali di lungo periodo, come quelli legati al futuro di chi di colpo ha visto il proprio capitale umano deprezzarsi gradualmente.

Programma degli eventi del Festival 2018

Giovedì 31 maggio

  • Conferenza di apertura di Richard Freeman dell’Università di Harvard, dal titolo “robot mania” che insieme a Tito Boeri avvierà il ragionamento sul tema “Tecnologia e lavoro”.
  • Richard Baldwin affronterà il tema dal titolo “la globalizzazione ieri, oggi e domani”.

Venerdì 1° giugno 

  • Joel Mokyr della Northwestern University, affronterà l’argomento sul rapporto fra la stagnazione economica ed il progresso tecnologico, mentre Barry Eichengreen dell’Università di Berkeley, indagherà i rapporti fra populismo e insicurezza economica. 
  • Il fisico Roberto Cingolani, direttore dell’Istituto italiano di Tecnologia, proporrà una suggestiva intervista ad un robot.
  • Evgeny Morozov, analizzerà la guerra fra le imprese americane e quelle cinesi per lo sfruttamento delle nuove tecnologie.  
  • Alan Kruger della Princeton University e il primo vicepresidente della Commissione europea Franciscus Timmermans, interverranno sui cambiamenti che le tecnologie hanno apportato sul nostro modo di lavorare.
  • Chiara Burberi, Gianna Martinengo, Fiorella Operto, e Monica Parrella affronteranno il tema “Genere, scienza e tecnologia”. Saranno presentati dati ed esperienze a livello nazionale, per gli stereotipi di genere nelle STEM. Quali iniziative mirate per avvicinare le ragazze al coding e alla partecipazione all’ICT e alla robotica.
  • La Fondazione Bracco affronterà il tema “Donne che pensano i robot e disegnano l’economia” con il progetto 100esperte.it.
  • Gianni Toniolo della Luiss School of European Political Economy, parlerà delle “Tecnologie ed emancipazione femminile”.

Sabato 2 giugno

  • Philip McCann dell’Università di Sheffield, affronterà gli impatti sui territori dei cambiamenti tecnologici.
  • Imran Rasul dell’University College di Londra, parlerà di giustizia e discriminazione etnica.
  • Federico Rampini terrà una conferenza sull’America di Trump, dalla Silicon Valley alla Rust Belt.
  • Remo Bodei rifletterà su cosa succede alla coscienza degli individui quando facoltà umane essenziali come l’intelligenza e la decisione si trasferiscono alle macchine. 
  • Mauro Calise, Andrea Gavosto e Gino Roncaglia si confronteranno su come la tecnologia stia cambiando la didattica a scuola e all’università.
  • Diego Piacentini membro dell’executive team di Amazon, interverrà sulla digitalizzazione della pubblica amministrazione italiana.

Domenica 3 giugno

  • Riccardo Zecchina, professore di fisica statistica al Politecnico di Torino, affronterà il tema dei Big Data.
  • L’economista Luigi Zingales parlerà di tecnologia finanziaria.
  • Maurizio Ferraris si soffermerà sull’epoca in cui web e smartphone annullano la distinzione tra il tempo libero e quello dedicato al lavoro.

A conclusione dei lavori di quest’anno torna il concorso EconoMia, realizzato con la collaborazione del Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca (MIUR), dell’Associazione Europea per l’Educazione Economica, del Dipartimento della Conoscenza della Provincia autonoma di Trento e dell’Istituto Tecnico Economico “Bodoni” di Parma. I venti giovani vincitori del concorso riceveranno in premio l’ospitalità a Trento nelle giornate del Festival e un assegno di 200 euro ciascuno.

Cristina Montagni