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52° Rapporto CENSIS. Italiani immersi nel rancore e preoccupati del futuro

52 rapporto censisGiunto alla 52ª edizione, l’ultimo rapporto Censis 2018 ha descritto i fenomeni socioeconomici del Paese, tracciando una condizione segnata dall’attesa di un cambiamento ad una deludente ripresa sociale. Durante il dibattito sono emerse le difficoltà di un’Italia “preda di un sovranismo psichico” fino a arrivare alle tensioni che caratterizzano i nostri rapporti con l’Europa.

Nelle considerazioni generali l’istituto parla di una transizione che sta traghettando il nostro Paese verso un ecosistema di attori individuali con un appiattimento della società in cui gli italiani si dimostrano arrabbiati, insicuri e delusi dalla politica. Formazione, lavoro e rappresentanza, welfare e sanità, territorio e reti, sicurezza e cittadinanza, media e comunicazione, sono i temi discussi il 7 dicembre al CNEL da Massimiliano Valerii e Giorgio De Rita, direttore e segretario generale del Censis. 

Ristagno degli indicatori macroeconomici

Reintroduzione Valerii ha spiegato che l’Italia si trova immersa in un clima di forte ambiguità ed incertezza sociale. Ciò dipende da due profonde delusioni. La prima è che l’esaltata ripresa economica non c’è stata sebbene fosse auspicata fin dai primi mesi del 2018, la seconda si riferisce all’atteso cambiamento che in realtà non c’è stato. Al primo insuccesso, tutti gli indicatori economici hanno riportato valori negativi. Il Pil ha segnato un -0,1% dopo 14 trimestri di crescita, i consumi delle famiglie hanno toccato lo zero per cento, la produzione industriale ha registrato una flessione dello 0,2%, le export bloccate allo 0,8% hanno risentito del raffreddamento della congiuntura internazionale. Le retribuzioni dei lavoratori sono state insufficienti ad innescare l’atteso rilancio della domanda interna (0,8%), e gli investimenti sono scivolati a -1,1%. Quanto al secondo fallimento è sufficiente citare un dato. Più della metà degli italiani (56%), ha dichiarato che non è vero che le cose stanno cambiando. Quindi secondo il rapporto Censis, il rancore che gli italiani si trascinano, ha radici sociali profonde che il tempo ha trasformato in cattiveria e conflittualità latente.

Delusione, paura e mancanza di prospettive

Il processo che evidenzia l’attuale situazione è la totale mancanza di prospettive di crescita sia individuali che collettive degli individui. Il 96% della popolazione italiana con bassi titoli di studio è sicura che resterà nella stessa condizione ritenendo irrealistica la possibilità di diventare benestanti nel corso della vita. Il 63% è convinto che nessuno si fa carico di difendere gli interessi e l’identità dei cittadini. Il 70% degli italiani ha dichiarato di non volere come vicini di casa i rom, il 69% non vorrebbe persone con dipendenze da droghe o alcool, il 52% è convinto che il Governo sostenga più gli immigrati che i suoi abitanti. In totale il 63% degli intervistati è contrario all’immigrazione, contro una media europea del 52%. Per concludere i 2/3 degli italiani (circa il 67%) guarda al futuro con paura, delusione ed incertezza.

Consumi in forte calo

Se dal lato dei consumi il potere d’acquisto delle famiglie italiane è inferiore al 6,3% rispetto al 2008, la liquidità è invece aumentata del 12% nello stesso periodo, divaricando fortemente la forbice dei consumi tra i diversi gruppi sociali (le famiglie operaie hanno registrato un -1,8% in termini di spesa per consumi, mentre quelle degli imprenditori un +6,6%). Tra i consumi, vincono i beni e i servizi che suscitano un compiacimento fortemente soggettivo. Questo “setaccio” lo superano i consumi digitali (78% internet, 74% smartphone, 72% social network che nel caso dei giovani arriva al 90%), e la spesa per telefonia si è triplicata del 221%.

 L’Europa e le ragioni dello stare insieme

L’Europa non è più vista come un ponte verso il mondo ma una crepa che divide i popoli e genera il fallimento dei processi di coesione interna rispetto al ruolo geopolitico giocato a livello internazionale. Nonostante ciò, forti sono le ragioni dello stare insieme in Europa. Infatti, il 43% degli italiani pensa che l’appartenenza all’unione europea giovi all’Italia, contro una media europea del 68%.

Tra le convenienze dello stare insieme in Europa è necessario rammentare l’effetto traino che dall’Europa viene in termini di capacità d’innovazione. È deludente constatare che la spesa pubblica in Italia destinata alla ricerca e sviluppo è scesa da 10 miliardi nel 2008 a 8.5 nel 2017. L’Italia deve quindi approfittare di tutti i programmi che derivano dai fondi europei in ricerca e innovazione come ad esempio Horizon 2020. Nell’ultima programmazione sono stati assegnati 2.8 miliardi, oggi rappresentiamo il 5° paese europeo per finanziamenti ricevuti. “I veri europeisti, oggi sono i giovani” ha commentato Valerii “che però sono una generazione in “via di estinzione”. I giovani europei tra i 15-34 anni rappresentano il 23% della popolazione europea, diminuiti dell’8% nell’ultimo decennio. L’Italia si attesta su una quota di giovani più bassa (20.8%) segnalando una diminuzione nell’ultimo decennio del 9.3%.

Formazione, innovazione e occupazione per i giovani

“La soluzione da cui ripartire” ha dichiarato Valerii “è la capacità di produrre lavoro”. Nel nostro paese tra il 2000 ed il 2017, il salario medio annuo dei lavoratori è aumentato in termini reali dell’1.4%, circa 400 euro annui. Nel medesimo periodo la Germania ha registrato un aumento del 13.6%, 5 mila euro annui, la Francia è cresciuta di oltre 20 punti percentuali, circa 6 mila euro annui in più. Se nel 2000 il salario medio degli italiani costituiva l’83% di quello tedesco, nell’ultimo anno è sceso al 74%, allargando la forbice di oltre 9 punti percentuali. Negli ultimi 10 anni in Italia sono scomparsi 1 milione e 400 mila giovani lavoratori, gli occupati tra i 24-34 anni sono diminuiti del 27% e gli occupati over 55 sono cresciuti del 73%. “Questi dati” ha commentato Valerii “dovrebbero far riflettere sulla capacità del nostro Paese di generare nuove competenze in innovazione, plasmare forza lavoro capace di partecipare nell’impresa e nella pubblica amministrazione, poiché stiamo assistendo ad uno svuotamento delle classi lavoratrici più giovani”. “A seguito di questo svuotamento” ha spiegato “in 10 anni siamo passati da un rapporto di 236 giovani occupati ogni 100 anziani ad un rapporto di 99 su 100 anziani. Analizzando il segmento più istruito dei laureati, siamo passati da 249 giovani laureati occupati ogni 100 anziani, ad un rapporto di 143 su 100”. La situazione per i giovani si aggrava se esaminiamo quelli in condizione di sottoccupazione (nell’ultimo anno erano 237 mila, valore più che raddoppiato rispetto al 2011) in più è aumentato il numero di giovani costretti a lavorare part-time (650 mila nell’ultimo anno, 150 mila in più rispetto al 2011). Il nodo secondo il direttore del Censis risiede nei persistenti squilibri del capitale umano. L’Italia investe in istruzione e formazione il 3.9% del Pil rispetto al 4.7% della media europea. “Peggio di noi” ha commentato Valerii “si trovano la Slovacchia, la Romania e l’Ungheria e in più l’Italia ha un gap per numero di giovani laureati di oltre 13 punti percentuali rispetto alla media europea.

Chiusura di un ciclo e passaggio ad un ecosistema degli attori

Giorgio De Rita, ha sostenuto che non esiste una relazione diretta tra economia e sistema sociale. “Quello che è avvenuto negli ultimi anni” ha sostenuto “è il rabbuiarsi di un modello di sviluppo economico e sociale incapace di portare avanti la società italiana nel suo complesso”. Le stime Censis prevedono la chiusura di un ciclo e la crescita di un nuovo modello spinto dal basso. “Siamo difronte ad un ecosistema degli attori che ha sostituito i sistemi sociali” ha commentato De Rita “che va regolato in modo diverso in cui conta l’ambiente nel quale si realizzano i comportamenti”. “Le attuali percezioni soggettive sull’uguaglianza, cittadinanza, sicurezza per la gestione del territorio” ha detto “si realizzeranno all’interno di un ambiente chiuso che studia soluzioni a dimensioni ridotte. “Gli italiani” ha concluso il segretario “chiedono alla classe dirigente, di assumersi questa responsabilità all’interno dell’ecosistema, e per ottenere l’obiettivo, occorre riconoscere le diversità e le disuguaglianze per produrre benessere agli abitanti del proprio paese.

Cristina Montagni

 

 

Osservatorio statistico Inps 2018. Monitoraggio e politiche a sostegno dell’occupazione

Inps Lavoro

L’Osservatorio statistico sulle politiche occupazionali e del lavoro dell’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), il 29 novembre ha pubblicato il bollettino annuale che fotografa il quadro delle politiche sociali, occupazionali del lavoro in Italia. L’analisi, centrata sulle politiche attive e passive del lavoro, ha coperto un intervallo temporale di cinque anni nella serie storica 2013-2017. I dati disaggregati ed elaborati secondo alcune variabili, hanno descritto importanti scostamenti nel biennio 2016-2017 sul numero medio di lavoratori che hanno beneficiato d’interventi ed incentivi all’occupazione.

Strumenti a sostegno del lavoro a tempo determinato e indeterminato

Gli strumenti a sostegno dell’occupazione a tempo indeterminato, nel biennio 2016-2017, hanno rilevato una flessione del 1.8% e quelli destinati ai lavoratori a tempo determinato una crescita dell’1.9%. Rispetto alla stabilità del lavoro nel tempo, si evince un incremento dell’occupazione del 9% tra il 2016 e il 2017. 

Il numero dei beneficiari assunti con un contratto di apprendistato nel 2017, mostra in media una crescita rispetto al 2016 del 12%, mentre gli occupati a tempo indeterminato ed inseriti nella categoria delle assunzioni agevolate per disoccupati o beneficiari di CIGS (Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria) da almeno 24 mesi, una diminuzione del 66,4%. Sul versante femminile, le ultracinquantenni assunte a tempo indeterminato sono passate da 2 mila e 500 unità nel 2016 a 10 mila unità nel 2017 mentre i lavoratori che hanno usufruito degli incentivi sulla mobilità da 3 mila e 300 unità nel 2016 a 2 mila e 974 nel 2017, il 9,8% in meno rispetto all’anno precedente. I ragazzi inseriti nel programma “Garanzia Giovani” a tempo indeterminato sono aumentati del 16% nel 2017 mentre le assunzioni a tempo indeterminato, che per tre anni hanno beneficiato degli sgravi contributivi, hanno subito una “battuta di arresto” del 20% nel 2017. Gli incentivi all’occupazione a tempo determinato per le donne ultracinquantenni sono passati da 9 mila nel 2016 a circa 19 mila unità nel 2017. Interessante è il capitolo sulla trasformazione dei contratti di lavoro a tempo indeterminato, persone cioè iscritte nelle liste di mobilità e sostenute da incentivi statali, che sono cresciuti del 39% rispetto al 2016, mentre per i contratti di apprendistato trasformati a tempo indeterminato si è verificata una riduzione del 10% nel 2017 rispetto all’anno precedente.

Distribuzione di genere e tipologia di intervento

Se si tiene conto della distribuzione per genere, il 2017 conferma in prevalenza una platea maschile tra i beneficiari delle politiche attive, infatti nei contratti di apprendistato, la componente maschile e più elevata rispetto a quella femminile (245 mila maschi contro 182 mila femmine) e questo vale anche per le assunzioni agevolate di disoccupati o beneficiari di CIGS da almeno 24 mesi, dove la popolazione maschile è superiore a quella femminile (20 mila maschi contro 18 mila femmine). Anche per l’esonero contributivo triennale per le nuove assunzioni a tempo indeterminato ha coinvolto più i maschi (575 mila) delle femmine (409 mila) incidendo particolarmente nel sud dove gli incentivi all’occupazione sono destinati a 38 mila maschi contro 22 mila femmine.   

 Categorie degli interventi per classi di età, sesso e territorio          

Nei contratti di apprendistato la fascia di età con maggiore presenza di giovani nel 2017 si colloca tra i 20-24 anni (189 mila giovani) e 25-29 anni (174 mila giovani), mentre gli incentivi all’assunzione di ragazzi ammessi al programma “Garanzia Giovani” si concentrano nelle fasce 20-24 anni (20 mila unità) e 25-29 anni (17 mila unità). Le assunzioni agevolate per le donne ultracinquantenni sono condensate soprattutto tra i 25-29 anni (3 mila donne) con una forte polarizzazione nella classe 30-39 anni (6 mila donne). Gli esoneri contributivi biennali e triennali per le nuove assunzioni a tempo indeterminato hanno coinvolto soprattutto le classi 20-39 anni nel 2016. Per quanto concerne la distribuzione territoriale degli interventi, occorre sottolineare che le aree in cui si concretizza un efficace sostegno al lavoro riguardano soprattutto le aree Nord Ovest e Nord Est dell’Italia. Da una parte il Nord ha concentrato gli sforzi nel sostenere l’occupazione a tempo determinato (57.8%) e indeterminato (47.8%) sostenendo misure specifiche per una solida ed efficace occupazione, dall’altra il 43% delle risorse è stata destinata al Centro-Sud. Chi ha sofferto di più per le scarse opportunità di lavoro, sono stati gli abitanti delle isole che hanno ottenuto dallo Stato solo il 9% delle risorse finanziarie complessive.  

Politiche passive al lavoro

Lo Stato italiano durante la crisi occupazionale ha introdotto diverse norme al fine di ridurre la distanza tra le politiche attive (formazione, orientamento, sostegno all’occupazione e costituzione di rapporti di lavoro per cittadini svantaggiati) e le politiche passive del lavoro (sussidi, ammortizzatori sociali o difficoltà salariali e lavorativi). Tra gli strumenti passivi più conosciuti per contrastare gli stati di abbandono “forzato” dal lavoro sono stati la NASpI (indennità mensile di disoccupazione per lavoratori subordinati), la DIS-COLL (indennità mensile di disoccupazione per i collaboratori coordinati e continuativi) e l’indennità destinata ai disoccupati nel settore agricolo. Complessivamente il numero delle persone che ha usufruito del trattamento NASpI nel 2017 è stato circa 1 milione e 700 mila individui, il 6% in più rispetto al 2016, incidendo maggiormente sulle donne per l’8% che sugli uomini per il 5%. Quanto alla DIS-COLL, nel 2017 la misura ha raggiunto una platea di quasi 13 mila individui, il 33% in più rispetto al 2016, mentre quelli riferiti alla disoccupazione agricola confermano un andamento in linea con il 2016 (-0.4%). Se si guarda alla scomposizione per età degli aventi diritto alla NASpI, si nota che la massima concentrazione risiede all’interno delle classi 30-39 anni (27%) mentre il 25% di coloro che ha usufruito della DIS-COLL è concentrato soprattutto nella classe 30-34 anni. Disaggregando i dati per distribuzione geografica, il 42% della popolazione residente al nord ha usufruito della NASpI rispetto al 39% dei residenti nel sud e isole. Infine, i lavoratori che al 31 dicembre 2017 hanno beneficiato della mobilità, secondo l’Osservatorio Inps erano circa 62 mila, il 55% in meno rispetto all’anno precedente. Rispetto al genere e l’età, lo studio mostra una concentrazione elevata della componente maschile, 44 mila uomini su 18 mila donne, dove il 77% dei beneficiari aveva più di 49 anni.  

Cristina Montagni

Diritto alla pace. Oggi 10 dicembre la Giornata internazionale celebra 70 anni dalla Dichiarazione Universale

Dichiarazione Universale Diritti UmaniRicorre oggi il 70 esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che fu adottata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Da allora, ogni anno, il 10 dicembre si celebra la Giornata internazionale dei diritti umani.

Realizzazione video di Miriana Ronchetti

L’Italia è fortemente impegnata a livello internazionale per la promozione e il rispetto dei diritti umani, nella convinzione che la tutela dei diritti inalienabili della persona e delle sue libertà fondamentali sia elemento imprescindibile per la costruzione di società inclusive e pacifiche, dunque fattore determinante di sicurezza e stabilità. Il nostro Paese conferma il proprio impegno in quanto neoeletto membro del Consiglio Diritti Umani dell’ONU per il triennio 2019-2021, con il proposito di contribuire a rafforzare l’azione delle Nazioni Unite in questo settore, ispirandosi ad un approccio inclusivo,aperto al dialogo e rispettoso delle diversità. La campagna per una moratoria universale della pena di morte, figura tra le priorità dell’azione internazionale dell’Italia in materia di diritti umani, insieme alla promozione dei diritti delle donne, dei bambini, delle persone con disabilità e dei difensori dei diritti umani, alla tutela della libertà di religione e del patrimonio culturale, alla lotta ad ogni forma di discriminazione e alla tratta di esseri umani.

In coerenza con gli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile, l’Italia continuerà a impegnarsi nella difesa dei diritti umani e delle libertà fondamentali che rappresentano uno dei pilastri essenziali da cui dipendono la pace e la sicurezza nel mondo.

Come ha dichiarato il Segretario Generale António Guterres lo scorso giugno, “per ottenere una pace duratura occorre scendere in campo per i diritti umani”. Inoltre, ha ribadito l’importanza degli sforzi per il raggiungimento dei 17 obiettivi di sviluppo sostenibile che costituiscono uno dei pilastri fondamentali al perseguimento della pace globale. In particolare, l’obiettivo 16 “Pace, giustizia e istituzioni forti” richiama il nesso inscindibile che sussiste tra l’accesso alla giustizia, la creazione di istituzioni efficaci, responsabili ed inclusive e la costruzione della pace. “Una società pacifica” ha dichiarato Guterres “è quella che sa garantire giustizia e uguaglianza per tutti. La pace consente di creare società sostenibili e le società sostenibili contribuiscono a promuovere la pace”.

Breve storia dei Diritti Umani

diritti umaniLa Seconda guerra mondiale aveva imperversato dal 1939 al 1945, e verso la sua fine le città di tutta l’Europa e dell’Asia erano ridotte a cumuli di macerie fumanti. Milioni di persone erano morte, altri milioni erano prive di casa o morivano di fame. Nell’aprile del 1945, i delegati di cinquanta paesi si riunirono a San Francisco, pieni di ottimismo e di speranza. Gli ideali dell’organizzazione erano asseriti nel preambolo dello statuto proposto: “Noi, popoli delle Nazioni Unite, siamo determinati a preservare le generazioni future dal flagello della guerra, che già due volte nella nostra vita ha portato indicibili sofferenze all’umanità”.

Lo statuto della nuova organizzazione delle Nazioni Unite entrò in vigore il 24 ottobre 1945, data che viene celebrata ogni anno come il Giorno delle Nazioni Unite.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (1948) 

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ha fatto nascere diverse leggi e trattati sui diritti umani in tutto il mondo. Entro il 1948, la nuova Commissione delle Nazioni Unite per i Diritti Umani aveva catturato l’attenzione del mondo. Sotto la presidenza di Eleanor Roosevelt (vedova del presidente Franklin Roosevelt), la Commissione decise di redigere un documento che divenne la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. La Roosevelt parlò della Dichiarazione come la Magna Carta internazionale dell’intera umanità che fu adottata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948.

Nel preambolo e nell’articolo 1, la Dichiarazione proclama inequivocabilmente i diritti innati di ogni essere umano: “La noncuranza e il disprezzo per i diritti umani hanno prodotto atti barbarici che hanno oltraggiato la coscienza dell’umanità; l’avvento di un mondo in cui gli esseri umani possono godere di libertà di parola e credo, libertà dalla paura e dalla povertà è stata proclamata come la più elevata aspirazione della gente comune… Tutti gli esseri umani sono nati liberi e con uguali diritti e dignità.”

Cristina Montagni

 

Bicinrosa 2018

Bicinrosa 2018Domenica 28 ottobre a Roma, la bicicletta è stata protagonista della seconda edizione di “Bicinrosa 2018”. La manifestazione amatoriale ha teso ad informare le donne e la popolazione in generale sull’importanza della prevenzione e la cura del tumore al seno. “Bicinrosa 2018”, organizzata in occasione della settimana europea dello sport, è stata presentata il 27 settembre presso la sala polifunzionale del Museo dei Fori Imperiali dei Mercati di Traiano, con l’obbiettivo di dare visibilità alle donne che hanno affrontato la malattia, comunicare sulle opportunità di cura presso le Breast Unit o centri di senologia multidisciplinari, raccogliere fondi per la ricerca ed informare sulle politiche dell’Unione europea sul cancro al seno.

La ciclopedalata

Bicinrosa 2018Al motto di “Nessuno perde. Tutti vincono!” famiglie, ciclisti e appassionati di ogni età sono partiti dallo stadio “Nando Martellini” alle ore 8 per la registrazione nell’area delle Terme di Caracalla, pronti a pedalare alle 11 per un percorso di 9 Km all’interno del centro storico di Roma. Un “esercito” di magliette rosa è passato davanti al Colosseo, via dei Fori Imperiali, Altare della Patria, Castel Sant’Angelo, per raggiungere Lungotevere fino all’Isola Tiberina con ritorno per il Circo Massimo allo stadio Nando Martellini.

Il tumore al seno e i fattori di rischio

Secondo l’Associazione Italiana Registri Tumori, l’aumento dell’incidenza del tasso dei tumori della mammella è dovuto ai cambiamenti nelle abitudini di vita e ai mutamenti negli schemi sociologici. Studi epidemiologici hanno dimostrato che praticare regolare attività fisica come una camminata quotidiana, palestra, bicicletta, corsa, ballo o qualsiasi attività sportiva, riduce il rischio d’insorgenza del tumore al seno.

In Europa, il carcinoma alla mammella costituisce la patologia tumorale femminile più frequente e rappresenta la seconda causa di morte. Sono circa 332 mila le donne dell’Unione europea alle quali ogni anno, secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, viene diagnosticato il tumore al seno. “L’aumento del peso corporeo” ha spiegato Felice Barela, presidente dell’Università Campus Bio-Medico “l’inattività fisica, il fumo, la scorretta alimentazione, oltre a età, familiarità, fattori genetici e ormonali, sono tra i fattori di rischio che incidono fino al 25-33% di casi di carcinoma mammario, oggi prima causa di morte tra le donne con oltre 50 mila nuovi casi in Italia nel 2017”. Nel 2016 sono state oltre 500 mila le donne che hanno ricevuto una diagnosi di tumore al seno, 47.000 solo in Italia. “A livello femminile” ha aggiunto Barela “il 41% dei tumori che colpiscono le donne tra zero e 49 anni riguarda proprio la mammella e la tendenza ad ammalarsi di tumore al seno è in crescita. Il carcinoma alla mammella è la neoplasia più frequente in ogni classe di età, tra le donne di età inferiore a 45 anni è il 36% di tutti i cancri diagnosticati, il 40% tra quelle in età compresa tra 45 e 64 anni, e il 22% tra le donne ultrasessantacinquenni” ha concluso il presidente dell’UCBM.

“Se la tendenza ad ammalarsi è in aumento” ha chiarito Vittorio Altomare, responsabile dell’Unità di Senologia del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico “tra il 2010 e il 2017 in Italia però sono aumentate del 26% le pazienti sopravvissute dopo la diagnosi. Tuttavia, questa patologia rimane correlata ad un alto tasso di mortalità e secondo uno studio pubblicato dalla rivista “Annals of Oncology”, diversi ricercatori hanno stimato che i decessi per questo tumore nell’Unione Europea nel 2018 toccherà 92.000 unità”. “Bicinrosa” ha spiegato Altomare “vuole essere un’occasione per far conoscere le possibilità di cura presso la Breast Unit del Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, uno dei 15 centri di Senologia raccomandati dall’Unione europea e individuati dalla Regione Lazio per la diagnosi e il trattamento del tumore al seno con circa 250 casi l’anno trattati”.

Bicinrosa 2018

Linee guida per la cura del tumore al seno

Claudia Salvi e Beatrice Covassi, rispettivamente coordinatrice del centro Europe Direct Roma e l’altra capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, hanno sostenuto che la promozione alla salute e la prevenzione al tumore al seno, sono tra i temi centrali nell’agenda della Commissione Europea. A questo scopo nel 2017 la Commissione Europea ha pubblicato le linee guida europee per lo screening e la diagnosi del cancro al seno (European Commission Initiative on Breast Cancer-ECIBC) che hanno l’obiettivo di migliorare e armonizzare i percorsi diagnostico-terapeutici del tumore della mammella in Europa.

Le linee guida, ospitate sul sito ECIBC, sono prodotte in differenti versioni a seconda dei target: donne, professionisti, decisori politici e riguardano lo screening e la diagnosi, mentre la parte post-diagnostica del percorso di cura è trattata attraverso una piattaforma in cui sarà disponibile una selezione delle raccomandazioni esistenti.

La Breast Unit del Policlinico Campus Biomedico

La Breast Unit del Policlinico Campus Bio-Medico, coordinata da Vittorio Altomare, rappresenta uno dei 15 centri di Senologia certificati dall’Unione Europea. L’unità permette alla donna di essere seguita da un team di specialisti, curata secondo gli standard europei e accompagnata nell’intero percorso di malattia.

Le pazienti vengono indirizzate alla Breast Unit dai centri di screening del territorio, dai medici di famiglia e dagli specialisti radiologi, ginecologi e oncologi. In particolare, presso il Campus Bio-Medico è attivo un ambulatorio a cui possono rivolgersi pazienti con una diagnosi sospetta di tumore al seno senza necessità di prenotazione, esibendo solo l’impegnativa del medico di famiglia per una visita senologica.

I promotori dell’evento Bicinrosa 2018

Bicinrosa 2018L’evento è stato introdotto da Felice Barela, presidente dell’università Campus Bio-Medico di Roma, da Vittorio Altomare, responsabile dell’unità senologia del policlinico campus Bio-Medico e da Beatrice Covassi, capo della rappresentanza in Italia della Commissione europea. L’iniziativa è stata inoltre promossa dalla Breast Unit del Policlinico Campus Bio-Medico in collaborazione con l’associazione Amici dell’Università Campus Bio-Medico di Roma Onlus e con il supporto tecnico-organizzativo della Europe Direct Roma Innovazione e dalla Federazione Ciclistica Italiana.

Cristina Montagni

Maker Faire Roma 2018

Maker Faire Roma 2018, evento europeo sull’innovazione, giunto alla sua sesta edizione, è stato presentato il 12 settembre alla Camera di Commercio di Roma dal presidente della camera di commercio, Lorenzo Tagliavanti, dalla Sindaca di Roma, Virginia Raggi e dall’assessore allo sviluppo economico della Regione Lazio, Gian Paolo Manzella.

Maker Faire 2018

Scuole, università e centri di ricerca

La kermesse che si svolgerà dal 12 al 14 ottobre alla Fiera di Roma, su un’area di 100 mila metri quadrati, vedrà la partecipazione di 25 università e centri di ricerca, 55 scuole selezionate in rappresentanza di tutte le regioni italiane, 46 istituti secondari di secondo livello, 4 ITS (Istituti Tecnici Superiori) e 5 scuole appartenenti all’Unione Europea (2 provenienti dalla Grecia, 1 dalla Romania, 1 dalla Slovenia e 1 dall’Ungheria). Inoltre, a tutte le scuole che hanno partecipato alla Call for Schools, in collaborazione con il Miur (Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca), è stato garantito uno spazio gratuito all’interno della Maker Faire per esporre i propri progetti innovativi.

I temi della Maker Faire Roma 2018

In totale oltre mille progetti provenienti da 61 nazioni diverse, animeranno 7 padiglioni di innovazione, startup, electronics fabrication, sviluppo di programmi open source, robotica, aerospazio, cibo, inventori e artigiani digitali. Per l’occasione verranno presentati 25 progetti di ITS, che spaziano dall’utilizzo della sensoristica per la gestione dei caseifici, alla realtà virtuale per animare siti storico-artistici, alle stazioni di ricarica trasportabile per bici elettriche fino ai robot che gestiscono gli allevamenti di polli.

La manifestazione si conferma particolarmente adatta alle famiglie e ai bambini dai 4 ai 12 anni che avranno a disposizione un settore di diecimila metri quadrati, in cui i giovani aspiranti maker potranno partecipare alle attività didattiche e laboratori per sperimentare in prima persona le tecnologie e lo spirito makers grazie al coding, al making e alla creatività digitale. L’offerta formativa verrà garantita dalla Scuola di Robotica, che oltre alla formazione certificata per docenti e educatori, lancerà la prima edizione di “Humanoids Festival”: un hackaton a squadre dove si sfideranno nella programmazione diversi tipi di robot umanoidi.

La sesta edizione di Maker Faire 2018 presenterà diverse novità tra cui un intero padiglione dedicato all’economia circolare, un concentrato sulla trasformazione sociale ed economica che sta modificando i nostri stili di vita. Uno spazio sarà dedicato a mostrare percorsi virtuosi sviluppati da aziende visionarie che da anni hanno abbandonato i vecchi modelli produttivi “lineari” per fare posto a giovani startuppers. Le nuove imprese avranno il compito di presentare come l’innovazione tecnologica, nel mondo dell’economia circolare, sia sinonimo di creatività.

Ci sarà poi chi riesce a trasformare la canapa in bioplastica per stampare con tecnologie 3D, chi produce tessuti utilizzando gli scarti provenienti dalle lavorazioni casearie o fibre tessili e lane riciclate, chi realizza prodotti farmaceutici dagli insetti o offre soluzioni al recupero edilizio con colture microbiche, chi invece offre una bioraffineria in scatola per usi domestici.

Molti saranno i giochi interattivi per i più giovani, un “fitto” programma di talk e incontri dove i protagonisti dell’economia circolare esporranno ai visitatori le loro innovazioni. L’Eni (Ente Nazionale idrocarburi) avrà a disposizione uno spazio espositivo di circa 500 mq, dove verrà allestito un ristorante circolare che mostrerà l’impatto concreto sulla vita delle persone attraverso la valorizzazione del rifiuto solido urbano per trasformarla in energia e in un biocarburante di seconda generazione. In “tempo reale” si assisterà alla produzione di biodiesel da oli di frittura esausti e riciclo di polistirene per la produzione di polistirene espandibile destinato al settore dell’isolamento termico. Nel ristorante i visitatori, dopo aver consumato pietanze fritte oppure bevuto bevande centrifugate, diventeranno autori del ciclo di trasformazione, all’interno dei processi industriali degli scarti generati dalla cucina in nuove risorse.

Si spazia poi dall’internet delle cose all’intelligenza artificiale fino alla manifattura digitale, passando per il cibo del futuro alla sensoristica, mobilità smart, riciclo e riuso, realtà virtuale, salute e benessere, biotecnologie e droni. Non mancherà un’area per parlare di spazio, dove verrà allestita una zona dedicata al programma Apollo, un’anteprima del cinquantennale del primo sbarco sulla luna che si celebrerà nel 2019. I protagonisti di questa sezione saranno i pionieri che realizzarono i primi satelliti della serie San Marco.

Maker Faire Rome contest 2018

L’edizione 2018, si arricchisce di contest e iniziative finalizzate a valorizzare i migliori progetti, per garantire un reale riconoscimento al valore della creatività esposta durante la manifestazione. 

Tra i contest proposti quest’anno verrà presentato MakeIn’Africa promosso da Eni che nasce dalla volontà di supportare e diffondere la realizzazione di soluzioni tecnologiche innovative a sostegno dell’accesso all’energia, di un’economia circolare e dell’efficienza energetica nel continente africano.

L’iniziativa Make to Care, promossa da Sanofi Genzyme, sosterrà azioni al fine di facilitare la diffusione di soluzioni innovative per incontrare i bisogni delle persone affette da qualunque forma di disabilità, intesa come diminuzione della qualità della vita a causa di patologie rare, sclerosi multipla, oncologia e immunologia e/o eventi traumatici.

IGPDecaux, leader nella comunicazione esterna in Italia, lancerà una Social Innovation Challenge volta a mantenere vivo il dialogo sui nuovi usi tecnologici degli spazi pubblici urbani. Per l’occasione verrà chiesto ai partecipanti di lavorare con metodi all’avanguardia per progettare nuove pratiche nell’uso dello spazio pubblico urbano, inclusivo e collaborativo, indotte dallo sviluppo tecnologico, che siano facilitati da servizi finanziabili con la vendita di pubblicità.

Appuntamenti Maker Faire 2018

La Regione Lazio anche quest’anno avrà un proprio stand espositivo, nel quale coinvolgerà 5 province laziali con l’esposizione di 18 prototipi e la presentazione di 18 progetti provenienti da tutto il territorio regionale attraverso la Call4Makers. Nell’ambito del progetto Startupper School Academy, la Regione ha inoltre selezionato i progetti più interessanti per animare lo spazio espositivo nel quale sarà presente anche un presidio “venture capital” per illustrare gli strumenti a disposizione all’ecosistema delle startup e dei fondi di investimento. Infine, per il settore Spazio, Space for makers, saranno presenti alcune startup selezionate dallo Spazio Attivo Roma Tecnopolo che parteciperanno al programma ESA BIC Lazio che si rivolge a imprenditori e ricercatori con idee innovative sul tema.

“Il tema dell’economia circolare, insieme alla robotica e all’intelligenza artificiale” ha spiegato Tagliavanti “sarà centrale nell’edizione Maker Faire 2018. Questi settori rappresentano l’interesse maggiore per la radicale trasformazione sociale ed economica che sta cambiando rapidamente i nostri stili di vita”.

“La Maker Faire” ha commentato la sindaca Virginia Raggi “è una fiera importantissima nella quale innovatori e maker presenteranno le loro invenzioni che possono essere utilizzate nella vita di tutti giorni e dalle aziende, ma soprattutto possono offrire idee per nuovi progetti che le amministrazioni possono adottare”. “Stiamo crescendo una generazione che penserà in digitale” ha concluso la Raggi “e Roma sta sviluppando progetti in 5G tra mobilità, sicurezza, sorveglianza e raccolta differenziata sperimentando nuovi sistemi per le attività commerciali”.

Cristina Montagni

Donne 4.0: la sfida vincente delle donne nell’era delle reti e dello smart working

Donne 4.0 Confassociazioni

Si è tenuta lo scorso 18 luglio presso la Camera di Commercio di Roma, nella sala del Tempio di Adriano, la Conferenza annuale di Confassociazioni dedicata ad un asset strategico del mercato del lavoro: “Donne 4.0” nell’era delle reti e dello smart working. I lavori, coordinati da Angelo Deiana e Federica De Pasquale, rispettivamente presidente e vice presidente alle Pari Opportunità di Confassociazioni, hanno visto la presenza di numerosi esponenti del mondo della politica, dell’economia e delle Istituzioni. Fra i partecipanti Veronica De Romanis, docente di economia della Stanford University, Noemi Di Segni, presidente UCEI, Unione Comunità Ebraiche Italiane, Irmgard Maria Fellener, vice ambasciatore di Germania, Stefano Parisi, leader Energie per l’Italia, Maria Pia Camusi, direttore Rete Imprese Italia, Monica Parrella, ufficio di Parità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Tiziano Treu, presidente CNEL e Maurizio Sacconi, presidente Associazione Amici di Marco Biagi.

La rivoluzione delle donne e i futuri fattori competitivi

“Bisogna raggiungere una leadership culturale in tutti i settori possibili. Leadership culturali per trovare un senso durevole in un futuro in cui dovremmo essere quello che non siamo mai stati: azionisti e non obbligazionisti del Paese”. Ne è convinto Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni, affermando che la rivoluzione non sarà la tecnologia, ma le donne, vero motore per la ricostruzione etica del mondo produttivo del Paese Italia. “Dal 70 ad oggi”, ha precisato, “2 posti su tre sono stati creati per le donne, ma sarà nell’era 4.0, che daranno prova di molteplici fattori competitivi vincenti”. Nei prossimi 10 anni, ha sostenuto Deiana, l’Istat ha calcolato che tra i 5 e i 7 posti di lavoro, saranno sostituiti da macchine. L’80% delle attività professionali o rutinarie, ha aggiunto, verranno rimpiazzate dall’intelligenza artificiale, solo il 20% delle funzioni “sofisticate” saranno prodotte da due fattori: competenze verticali (problem solving complesso) e soft skills (quello che le macchine non sanno fare). Le donne, definite multitasking, dimostrano una naturale capacità di fare rete e generare modelli interdipendenti (lavoro, famiglia, affetti, cura dei parenti, etc.). Con la crescita dello smart working, si apre un mondo legato alle politiche di conciliazione e di compensazione sui tempi di vita e di lavoro. “Un provvedimento su cui è necessario lavorare” ha spiegato Deiana “è mettere la maternità a carico della fiscalità generale. Finché esisterà il deterrente per cui sarà più conveniente assumere un uomo piuttosto che una donna, avremo due conseguenze: meno Pil e meno tasso di natalità. Con un tasso di occupazione femminile “congelato” al 48,8% si potrebbero utilizzare i finanziamenti stabiliti dai datori di lavoro, lo 0,30% per la formazione di fondi interprofessionali”. Secondo stime del centro studi della Confederazione, sarebbero sufficienti tra gli 8 e i 10 miliardi di euro l’anno, ma con un’occupazione al 60% si guadagnerebbe un punto percentuale di Pil l’anno, circa 17 miliardi di euro. “Un investimento che nel breve periodo avrebbe ricadute positive in termini occupazionali, demografici e previdenziali e nel lungo proteggerebbe dalla povertà le future generazioni di pensionate” ha concluso Deiana. 

Per approfondimenti consulta anche la Position Paper Conferenza Annuale di Confassociazioni

Opportunità delle donne per creare un futuro sostenibile

Secondo Riccardo Alemanno, per migliorare la qualità della vita delle donne occorre che il lavoro autonomo e dipendente, abbia margini di miglioramento. “Per chi fa impresa, soprattutto se è donna” ha ribadito “l’onere è sradicare una mentalità maschilista, riportarla sulla sfera del lavoro e offrire pari opportunità a coloro che hanno voglia di lavorare ed intraprendere”. Per Federica De Pasquale, la conferenza ha rappresentato una vera rivoluzione per chi segue il mondo delle pari opportunità da oltre 20 anni. “L’evento” ha concluso “conferma la capacità di analizzare il mondo lavorativo delle donne oltrepassando il concetto di leadership al femminile o di difesa delle quote rosa”. Le pari opportunità non rappresentano solo una questione di legittimità, ma di puro pragmatismo. “In un’era in cui la demografia è in caduta libera” ha commentato la Fellner “l’economia ha bisogno di mantenere la capacità d’innovare e creare un futuro sostenibile. Il futuro delle economie globali non dipende dal potere, ma dal grado d’istruzione e dalla capacità di pensare fuori dagli stereotipi”. La formazione delle donne italiane è elevata, ha concluso l’ambasciatrice, il 63% possiede un diploma contro l’80% degli uomini, il 21,5% consegue una laurea contro il 15,8% dei colleghi uomini.

La condizione italiana ed europea sui tassi di occupazione femminile 

L’economista Veronica De Romanis, ha commentato che le donne per decidere devono contare nei processi decisionali. Nelle istituzioni sono sottorappresentate, e nel contratto di governo addirittura eliminate, se ne parla solo in termini di mamme o pensionate, non esiste mai la relazione donne-lavoro. Secondo l’Eurostat, l’Italia è ultima in termini di crescita 1,3%, contro 1,9% della Grecia, il 2,2% del Portogallo, il 2,8% della Spagna e del 5,4% dell’Irlanda. Nella classifica europea per tassi di occupazione siamo penultimi, 10 punti in meno nell’area euro, un gap che aumenta di 14 punti per l’occupazione femminile. In sintesi, poche donne lavorano rispetto ai partners europei e in più con offerte di lavoro di bassa qualità. In aggiunta, l’Eurostat con la pubblicazione degli ultimi dati sul part-time involontario, ha annunciato che l’Italia compare al secondo posto dopo la Spagna, ciò potrebbe incidere sulle pensioni future, materializzando un esercito di anziane povere. Anche l’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), a fronte di un tasso di occupazione femminile invariato fino al 2040, stimerebbe minori entrate pari a 42 miliardi di euro. “Tra il 2014 e il 2017, le risorse pubbliche sono state male allocate” ha spiegato la De Romanis “zero spending review, taglio di investimenti per oltre 5mld di euro, flessibilità per oltre 42mld di euro inutilizzati per fare riforme”. E le riforme che occorrerebbe effettuare”, secondo il parere dell’economista, “dovrebbero riguardare la formazione nella scuola e nell’università, investimenti in politiche attive e politiche a sostegno della famiglia”, sottolineando che la spesa pubblica in Italia è collocata sotto il 2% contro il 3,5% della Francia. Gli interventi a costo zero, che ha suggerito la docente, riguarderebbero l’introduzione in maniera forzata delle quote rosa nei Cda, l’inserimento delle aliquote agevolate per sollecitare il lavoro femminile e l’istituzione di un tetto per incentivare le donne ad entrare nelle istituzioni.

Un futuro incerto con scarse prospettive di crescita nell’economia 4.0

Secondo Stefano Parisi il tema del lavoro femminile è correlato alla produttività. L’Italia dimostra di essere un paese immobile, incapace di costruire un modello in grado di fornire adeguati servizi rispetto gli attuali. “Per mettere in moto l’economia” ha sostenuto “è necessario che la donna sia competitiva sul mercato del lavoro con una formazione più tecnica”. Per Sacconi, il lavoro dipendente e autonomo necessita di garanzie e tutele perché porta con sé fragilità impossibili da governare autonomamente. Lo smart working si misurerà per obiettivi ed ogni lavoratore e lavoratrice dovranno aumentare le proprie abilità per restare costantemente occupabili. “Di fronte a percorsi di lavoro discontinui” ha dichiarato “il sistema previdenziale contributivo non è realizzabile, tuttavia sia le tutele alla maternità che la cura delle persone con disabilità, dovrebbero essere a carico della fiscalità generale. Maria Pia Camusi ha ricordato che le donne imprenditrici rappresentano il 54% sul totale degli imprenditori, al pari delle professioni intellettuali e non ordinistiche. Secondo il politecnico di Milano, l’8% degli occupati lavora nella smart working, mentre per l’Istat gli occupati nel digitale si attestano al 3% con una caduta delle imprenditrici al 19%. “Quindi nell’economia 4.0” ha sostenuto la Camusi “sono poche le donne impiegate nella robotica e nella progettazione, nelle figure chiave si trovano in una posizione di nicchia e ciò che gli viene offerto è limitato alle soft skills, ruoli confinati alle pubbliche relazioni, alla mediazione e all’organizzazione”. “In sintesi” ha spiegato la Camusi “è necessario incidere sull’educazione, da un lato indirizzando le bambine delle scuole primarie allo studio delle materie scientifiche (STEM), poi insistendo sulla formazione continua quando la donna è imprenditrice”. Per la Parrella, le donne nonostante le competenze nei settori scientifici e tecnologici, non trovano sbocchi lavorativi/professionali per gli stereotipi di genere che derivano dall’infanzia e per un contesto sfavorevole nella scuola che le vede meno portate per le materie scientifiche. In Italia la percentuale di impiegate nelle ICT (Information and comunication technology) è bassa, circa il 13,8%. “Il dipartimento delle pari opportunità” ha spiegato “tra il 2017 e 2018, ha stanziato risorse per 318 campi estivi gratuiti in tutta Italia per le scuole elementari e medie rivolti alle materie scientifiche e tecnologiche a cui hanno collaborato importanti università italiane”. Per la Bagni Cipriani, la discriminazione principale che le donne subiscono sul posto di lavoro è legata alla scelta della maternità. Il 24,4% delle neomamme italiane viene licenziata dopo il primo figlio e la prima causa di dimissioni (2017 circa 30mila donne) non è la mancanza di asili nido, ma l’assenza di servizi a supporto della maternità. “Le donne all’inizio della carriera fanno scelte lavorative residuali” ha sostenuto la Cipriani “consapevoli di occupare posti con scarse prospettive di carriera”. Per controllare tali distorsioni, ha concluso la consigliera, il Ministero del Lavoro dovrebbe applicare la norma europea già in vigore dal 2016 e recepita in Italia nel 2017, che prevede sanzioni per contrastare la segregazione professionale e settoriale di genere.

Cristina Montagni

DONNE 4.0. Position Paper Conferenza Annuale di Confassociazioni

Donne 4.0 Position paper Confassociazioni“Troppi di noi dimenticano il crescente potere globale delle donne, quello generato dalla loro intelligenza, dalla capacità di pensare strategicamente che consiste nella capacità di assicurare la sopravvivenza della specie attraverso la maternità. E questo è il punto. Una delle leve strategiche per il rilancio del nostro paese può essere favorire l’essere mamma non solo rendendo possibili asili nido totalmente gratuiti, ma anche mettendo la maternità totalmente a carico della fiscalità generale”. Lo afferma Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni, all’indomani della conferenza Donne 4.0 tenutasi il 18 luglio presso la Camera di Commercio di Roma.

Il potere delle Donne 4.0

Troppi di noi dimenticano il crescente potere globale delle donne, quello generato dalla loro intelligenza, dal loro sistema multitasking e soprattutto dalla loro unicità, che consiste nella capacità di assicurare la sopravvivenza della specie, attraverso la maternità. Stiamo parlando di un potere che è quello di pensare da sempre strategicamente a rete. Per le donne è naturale collegarsi sistematicamente a più punti di connessione e gestire dati, informazioni in una logica di piattaforma in cui possono raggiungere facilmente due obiettivi di chi vuole vivere e prosperare nell’era delle reti:

a) semplificare il mondo, riducendo la complessità e i rischi; 

b) assicurare la sostenibilità, riducendo lo spreco di energia generato dall’entropia.

Sottovalutare il ruolo di cambiamento del mondo femminile nell’era delle reti rischia di minare l’equilibrio del sistema socio-economico, di welfare e di equità inter-generazionale. Un parametro di equità da non dimenticare perché gran parte del sistema economico, sociale e pensionistico si regge su una distribuzione delle classi di età e di genere che premia la fase produttiva della vita e rende marginali le altre parti della curva, quella che riguarda i giovani non ancora entrati nel mondo del lavoro e gli anziani. Un ipotetico equilibrio intergenerazionale che sembra non reggere più.

Potere, demografia e ricchezza

I dati dicono che le persone, vivendo più a lungo ed avendo maggiore ricchezza, tendono a fare meno figli. In Europa assistiamo a un’implosione demografica. In alcune nazioni come l’Italia l’indice di natalità è sceso a 1,37 figli per famiglia, al di sotto del livello di sostituzione pari a 2,1. In passato, contadini e artigiani cercavano di avere il maggior numero possibile di figli che, oltre a rappresentare forza lavoro, si sarebbero presi cura di loro durante la vecchiaia. Era l’epoca che possiamo definire la Welfare Family. 

Tuttavia, quando contadini e artigiani si sono trasformati in impiegati piccolo-borghesi e in ceto medio, con uno stile di vita più agiato e una pensione sicura, l’equazione si è rovesciata.

Le alternative sono solo due. La prima è fare figli, incentivando massicciamente la maternità. Una missione quasi impossibile in un Paese ricco come il nostro, la terza ricchezza privata del mondo nonostante la crisi e la scarsissima crescita del PIL. Anche perché, in un mercato del lavoro non equo come il nostro, l’occupazione femminile è alternativa alla vocazione alla maternità. La domanda di chi assume è chiara: perché dovrei assumere una donna che potrebbe fare un figlio se poi devo pagare almeno 1/3 dei costi di questa maternità?

Bisognerebbe pensare ad una decontribuzione strategica per il lavoro femminile e a forti misure di work-life balance, come asili nido totalmente gratuiti. In ogni caso, per incentivare il lavoro femminile e le nascite, la prima cosa da fare sarebbe mettere la maternità totalmente a carico della fiscalità generale. Il Centro Studi di Confassociazioni stima che basterebbero tra un minimo di 8 e un massimo di 10 miliardi di euro all’anno.

Donne 4.0 Position Paper ConfassociazioniSe l’occupazione femminile in Italia fosse al 60%, avremmo un punto in più di PIL all’anno. Un investimento importante che avrebbe conseguenze in termini occupazionali, demografici e previdenziali utili nel breve alla ricchezza del Paese e, nel lungo periodo, a salvare dalla povertà le future generazioni di pensionati.

La rivoluzione silenziosa che sta cambiando il futuro

È difficile prevedere gli orizzonti che verranno. Il numero attuale delle donne che occupano seggi in Parlamento è molto superiore a quello di 10 anni fa. I capi di Stato donna sono in aumento, come il numero delle donne che occupano alte cariche di Governo o posti di responsabilità nelle università e nelle aziende. In molti Paesi, il numero delle universitarie supera di gran lunga quello dei colleghi maschi. La vera trasformazione radicale è stata determinata dalle decine di milioni di donne che, a livello globale, hanno trovato lavoro nel corso degli ultimi decenni. Il problema è che ci vorranno ancora parecchi anni per arrivare a una parità, reale e concreta. Perché solo migliorando l’accesso delle donne al mercato del lavoro aumenteremo la crescita: in Italia, la correlazione fra stagnazione e bassa partecipazione delle donne al lavoro è significativa.

Presente inaccettabile, futuro roseo

Donne 4.0 position paper Confassociazioni

Siamo in presenza di una mutazione straordinaria, ma non ancora definitiva perché le statistiche mettono in luce una realtà comunque inammissibile. Le ingiustizie e le discriminazioni continuano a essere la norma. Insomma, nonostante i progressi, è tuttora enorme la sperequazione con gli uomini in termini di salari, opportunità, accesso all’istruzione, alla salute e, nei Paesi più poveri, al cibo. 

La parità tra uomini e donne sembra ancora lontana. Lo dicono i numeri: l’occupazione femminile nel nostro Paese è a quota 48,8% (un dato basso rispetto al 65% di quella maschile e all’80% delle donne occupate in Svezia), il 24% delle neomamme viene licenziata dopo il primo figlio, e tra gli amministratori delegati di aziende solo il 3% è rappresentato da esponenti del mondo femminile. 

Insomma, quello della piena occupazione delle donne rimane un traguardo da raggiungere e i cambiamenti avvengono con tempi rallentati rispetto all’urgenza di rimettere in moto l’economia. Come abbiamo già detto, basterebbero poco più di 11 punti percentuali aggiuntivi di occupazione femminile (da 48,8% a 60%) per dare una scossa determinante al PIL. 

Donne 4.0 Position Paper Confassociazioni

Molti rapporti sulle carriere delle donne indicano che, pur esistendo ancora un forte “gender gap”, le donne sono più preparate, si laureano prima, sono più innovative e, soprattutto, sono portatrici di un mix di competenze non solo tecniche, ma anche relazionali, che offrono vantaggi competitivi importanti nell’economia delle reti. In sistemi incerti come l’attuale, ci sarà una massiccia compressione dei rischi in ambiti strategici come la medicina, la finanza e il traffico (dove i processi di risk management sono fondamentali) a seguito della sempre più frequente scalata delle gerarchie societarie da parte delle donne. Perché le donne, come dimostrano i dati, gestiscono i rischi meglio degli uomini. Lo dimostrano le ricerche annuali di Catalyst, una delle più importanti società internazionali di consulenza. Tali studi indicano come la maggior presenza delle donne nei CdA determini una maggiore capacità di produrre ROE (return on equity = redditività) a parità o con diminuzione dei rischi assunti.La questione “parità di genere” è una delle condizioni essenziali per uno sviluppo sostenibile delle nostre economie. È per questo che, al di là del “tetto di cristallo” e delle gravi differenze retributive ancora esistenti, è in atto una straordinaria “rivoluzione silenziosa”. Una rivoluzione, quella del nuovo potere delle donne, che ci porterà diritti nel futuro. 

Esempi concreti di diversity management: business angels e smart working

Un esempio di occupazione e imprenditoria femminile è quello dei business angel. Un mercato a forte presenza maschile, come d’altra parte tutto il sistema bancario e finanziario. Eppure, il fenomeno nuovo e crescente è la presenza sempre più consistente di donne. Le anali raccontano che le donne capiscono meglio gli “unicorni”, le startup destinate a diventare le star del mercato perché hanno una capacità significativa di valutare l’equilibrio tra rischio-rendimento di ogni investimento. E poi non possiamo dimenticare che lo smart working “concilia” e libera tempo per tutti ma soprattutto in favore delle donne. In questo caso, la tecnologia non prende il posto dei lavoratori, ma cambia il modo di lavorare. Lo smart working è il nuovo mattoncino elementare del capitalismo e delle donne 4.0. Significa lavoro intelligente, lavoro agile: ognuno di noi può lavorare ovunque, in qualsiasi momento e da tutti i dispositivi. Un modo diverso di concepire il lavoro, che non è più legato ad uno spazio fisico e ad orari prestabiliti. Una sola conseguenza: l’ufficio è dove siamo noi. Ma rappresenta una sfida per i modelli organizzativi. La persona che lavora in remoto è motivata perché risparmia del tempo e riesce a svolgere le funzioni domestiche. È per questo che lo smart working può avere un notevole impatto sulle politiche di conciliazione, sull’operatività e la produttività delle “quote rosa” in azienda; i tempi di rientro dalla maternità, ad esempio, possono essere abbreviati grazie alla modalità di “lavoro agile” e anche il tasso di assenteismo legato ai primi mesi di vita dei figli è ridotto dalla possibilità di lavorare “intellettualmente” da casa. 

Le donne al potere: dall’industria pesante al mondo pensante

Un tema, quello del contributo delle donne al capitalismo intellettuale 4.0, su cui ci sono importanti riscontri anche a livello internazionale.  Il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato uno studio dal quale emerge che far lavorare di più le donne (redistribuendole meglio) conviene a tutti: non alle donne soltanto, ma alle economie nel loro insieme. Per dirla con una battuta: dall’industria pesante al mondo pensante, nel quale sarà necessario puntare sia sulle competenze verticali, ma anche sulla capacità di essere soggetti risolutori/riduttori della complessità e degli imprevisti, attraverso le soft skills.

L’era delle Donne 4.0 

Il lavoro che innova diventa più importante del lavoro che replica ed esegue. Questo vale per le donne e per gli uomini. È questa la sfida del nostro tempo: formare persone competenti nel senso più ampio del termine, pronte ad essere protagoniste del proprio futuro, come individui dotati di autonomia di giudizio e coscienza critica che produce e alimenta la conoscenza collettiva, in un processo di formazione continua e crescita personale, che attraversi tutto l’intero corso della vita umana. 

Cristina Montagni

Ricominciare da cinquanta

La menopausa è un momento fisiologico della vita della donna che coincide con il termine della fertilità, spesso vissuta come problematica. Secondo il Ministero della Salute, in passato coincideva con il declino psico-fisico della vita di relazione della donna. Oggi l’aspettativa di vita (tra i 45 e 55 anni di età) si è allungata e le donne sono attive e impegnate sul fronte lavorativo per molti anni a seguire. Le donne si trovano a vivere un periodo fisiologico segnato da una situazione ormonale le cui conseguenze possono impattare sulla qualità della vita e sulla condizione di salute. Nonostante l’informazione sui temi della salute e di quella riproduttiva in particolare, la menopausa rimane un periodo delicato sotto il profilo psicologico, spesso affrontato in modo diversificato e talvolta sbagliato. Per capire cosa sanno le donne e come vivono la menopausa, il Censis ha presentato i risultati di un’indagine condotta con il contributo della MSD (Azienda Farmaceutica Leader nella Produzione di Farmaci) su un campione rappresentativo di 1.028 donne italiane dai 45 ai 65 anni. 

Atteggiamento nei confronti della prevenzione

menopausaLe donne intervistate mostrano attenzione alle pratiche preventive e a quelle riproduttive. La prevenzione secondaria, come la visita ginecologica, il Pap-test e lo screening senologico sono praticate da quasi la totalità delle donne, anche se una percentuale minima non ha mai fatto una visita ginecologica (3,8%), il Pap-test (8,5%) e lo screening senologico (13,5%). Il 96,2% delle donne si sottopone alla visita ginecologica, ma sono emerse delle differenze nella frequenza: il 43,4% l’effettua una volta l’anno, il 29,1% una volta ogni due anni e il 23,7% ogni due anni. Si tratta di frequenze che tendono a ridursi al crescere dell’età, soprattutto nella fascia 60-65 anni.

L’informazione sulla menopausa

L’82,8% delle intervistate si ritengono informate, il 77,0% di esse hanno dichiarato di sapere che la menopausa non è una malattia ma un momento fisiologico, solo il 47,1% definisce la menopausa la cessazione delle mestruazioni e il 44,8% delle intervistate ha affermato che coincide con il termine della fertilità. Globalmente il 66,1% ha definito la menopausa come fine dell’età fertile della donna. Il 73,6% delle donne ha indicato che la menopausa può non comportare disturbi per la salute, ma dipende dalla condizione di ognuna. Infatti, il 18,6% pensa che possa comportare disturbi, mentre solo il 7,8% ha dichiarato che la menopausa non crea alcun disturbo. Quasi una donna su tre ha indicato disturbi in dolori articolari e muscolari e la diminuzione del desiderio sessuale, mentre il 29,8% la depressione. La principale fonte di informazione, per quanto riguarda la menopausa e i temi della salute in generale, è rappresentata da un professionista della sanità. Il ginecologo è la fonte principale per la menopausa per il 63,7% delle donne e il medico di medicina generale per la salute nel 65,7% dei casi.

piramide alimentare

La condizione della donna in menopausa

Le donne che si trovano in menopausa, 74,6% del campione, per rendere chiara la propria condizione, hanno dichiarato di avere fatto la visita ginecologica (66,2%), gli esami del sangue (47,9%), lo screening al seno (42,6%) e altri esami diagnostici come la MOC (24,2%), mentre il 20,1% non ha fatto alcuna visita perché afferma che i sintomi sono evidenti. Il quadro peggiora al cambiare della condizione, cioè tra le intervistate non ancora in menopausa (23,9% del campione). Aumenta infatti la quota di chi non intende fare né visite né controlli per appurare la condizione di menopausa (38,7%). Inoltre, è minore la percentuale delle donne che intendono fare la visita ginecologica (53,6%), gli esami del sangue (18,3%), lo screening al seno (20,2%) e altri esami diagnostici (10,0%) non trovandosi ancora in menopausa.

Conoscenza e utilizzo delle terapie per la menopausa  

La terapia ormonale sostitutiva (TOS), associata a uno stile di vita sano, è utilizzata per il trattamento dei disturbi menopausali, ma poco più della metà del campione di donne ha indicato di conoscerla (51,9%). Al momento dell’intervista solo il 7,6% ha dichiarato di utilizzare la TOS, mentre il 6,5% ha indicato di assumere farmaci da banco, omeopatici e/o fitoterapici come i fitoestrogeni. Il 9,0% ha affermato di non essere a conoscenza dell’esistenza di farmaci per la menopausa, mentre il 68,1%, è convinta che non sia necessario trattare la menopausa con i farmaci. Il 67,2% delle donne che hanno assunto farmaci ha dichiarato che seguendo una terapia per la menopausa i disturbi fisici si sono ridotti, in particolare il 64,6% delle donne in terapia consiglierebbe a un’amica i farmaci che sta prendendo. La maggioranza delle donne in menopausa (87,3%), non assume farmaci per la menopausa per diversi motivi: il 48,6% non pensa che si debbano usare farmaci perché si tratta di una fase fisiologica e il 33,9%, pur avendoli assunti, pensa di non averne bisogno.

la medicina nella menopausaI servizi sanitari

Al di là del rapporto con il ginecologo di fiducia, tra le donne attualmente in menopausa (74,6%), la metà afferma di non usufruire dei servizi sanitari pubblici (50,4%). Le quote più elevate di coloro che usano il SSN (servizio sanitario nazionale) si ritrovano tra le donne che hanno dichiarato di usufruire di visite dagli specialisti pubblici (23,0%) e presso il consultorio (22,0%), mentre usa la diagnostica pubblica l’11,3%. Una quota ridotta di donne, pari al 5,4%, dichiara di avvalersi dei farmaci a carico del SSN.

donne e menopausaL’immagine sociale della menopausa

La menopausa è un argomento di cui il 78,0% delle donne afferma di parlare senza alcun problema, ma alcune hanno affermato di parlarne solo con altre donne già in menopausa (l’8,6%), solo con le amiche (il 7,0%) o con il partner (l’1,3); mentre il 5,1% non ne parla con nessuno perché l’argomento le imbarazza. Nell’immaginario collettivo la menopausa è vista negativamente proprio per l’impatto sulla dimensione della sessualità. Il 42,5% del campione ritiene ininfluente la menopausa sull’attività sessuale, mentre il 43,8% ritiene che la menopausa provoca cambiamenti fisiologici tali da ridurre il desiderio femminile e il 33,3% fa riferimento a motivazioni psicologiche per spiegare la diminuzione del desiderio sessuale. Il 66,2% delle donne afferma che con la menopausa il corpo subisce cambiamenti estetici negativi (capelli, pelle, peso) che peggiorano l’immagine di sé e il 64,7% sostiene che i disturbi della menopausa vengono sottovalutati socialmente. La menopausa è considerata una condizione positiva dal 39,4% delle intervistate perché elimina il problema delle gravidanze indesiderate, ma il 26,8% segnala una perdita di interesse per la sessualità.

L’impatto esistenziale

Il 61,2% delle donne reputa buona la propria vita sessuale, con una differenza rilevante tra le donne non ancora in menopausa (77,3%) e quelle in menopausa (56,3%), mentre il 13,2% la ritiene insoddisfacente e il 6,6% la giudica pessima. Tra le donne intervistate c’è anche chi (16,8%) ha rinunciato ad avere una vita sessuale soddisfacente, principalmente tra le donne in menopausa (20,3%) e una quota minima del 2,2% che non ha mai avuto una vita sessuale. Passando dalla condizione di chi non è ancora in menopausa a quella di chi lo è si riduce la quota di intervistate che si giudicano molto e abbastanza felici (dal 71,8% tra chi non è ancora in menopausa al 62,4% tra chi è in menopausa).

Cristina Montagni