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Legami tra diritti umani, salute e ambiente. Sfide dell’Europa sulla Due Diligence d’impresa

9–13 minuti
Laura Boldrini
(Comitato Permanente sui Diritti Umani, Camera dei deputati)

UNITE TO ACT. Ispirata e dinamica la nuova campagna delle Nazioni Unite sugli SDGs dell’Agenda 2030

2–3 minuti

Global Week to #Act4SDGs è la mobilitazione globale che si terrà durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dal 15 al 25 settembre per manifestare ai leader del mondo che le persone sono pronte ad agire sugli obiettivi di sviluppo sostenibile. I principali focus di quest’anno si concentrano su clima, pace, uguaglianza di genere, inclusione e sistemi alimentari sostenibili.

Ispirata e dinamica è l’azione UNITE TO ACT sugli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite per un futuro a zero emissioni entro il 2050, richiama il mondo alla consapevolezza, responsabilità e tempestività nel raggiungimento degli SDG dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. La campagna lanciata attraverso i canali multimediali è entrata nel vivo nonostante la comunità internazionale segnali ritardi preoccupanti nell’attuazione degli SDG. Infatti, secondo l’ultimo SDG Progress Report, il 50% della popolazione mondiale è lasciata indietro nel perseguimento degli obiettivi e più del 30% degli SDGs è “congelato” o addirittura regredito.

“UNITE TO ACT fa appello ai partner del mondo affinché contribuiscano a spingere sugli SDG nella vita reale di tutti”, così ha dichiarato Marina Ponti, Global Director della UN SDG Action Campaign. “Le attuali sfide trascendono dalla singola persona, governo o organizzazione; siamo impotenti come singoli individui, ma insieme siamo più forti”.

La campagna sfrutta le risorse social media open-source invitando individui, organizzazioni, settore pubblico e privato ad unirsi ad un cambiamento definitivo e sostenibile per il SDG. L’attività promuove lo strumento digitale ACTIVATOR che può essere utilizzato per comunicare l’impegno nei confronti degli SDG registrando la propria azione sulla mappa globale della UN SDG Action Campaign. Nel 2022, sulla piattaforma Global Map sono state registrate oltre 140 milioni di azioni e per il 2023 si prevede il superamento di 150 milioni di interazioni. L’azione viene supportata anche dall’attivazione di UN Act Now  e da un App digitale che accompagna verso un duraturo cambiamento sostenibile agli SDG.

Con questa mobilitazione le Nazioni Unite stimoleranno una rete di oltre 1.700 partner di tutto il mondo per impegnarsi sugli SDG in vista del prossimo vertice delle Nazioni Unite previsto a New York a settembre. Infatti, dal 15 al 25 settembre partiranno meeting e giornate di sensibilizzazione globali insieme ai partner chiave in occasione della settimana globale per #Act4SDGs sollecitando i leader mondiali ad un futuro sostenibile per tutti.

Con questa campagna si crede nella capacità degli uomini di trascendere dalle divisioni per unirsi e agire verso un futuro sostenibile per tutti”, ha concluso la signora Ponti. “L’iniziativa vuole essere un appello rivolto ai responsabili del cambiamento del mondo affinché si facciano avanti, si uniscano e prendano una netta posizione verso un futuro pienamente sostenibile”.

Cristina Montagni

Rapporto UNFPA 2023: Focus diritti delle donne e ragazze

La popolazione mondiale a novembre 2022 ha raggiunto la soglia di 8 miliardi, e i due terzi vive in luoghi dove il tasso di fertilità è sotto il “livello di sostituzione”, 2,1 figli per donna. Lo rivela l’ultimo rapporto del Fondo delle Nazioni Unite che analizza la situazione sotto diverse angolazioni; con gli occhi del passato poiché aver raggiunto quel valore è grazie ai progressi della scienza; diminuzione delle morti per parto, progressi nella salute, infanzia etc. L’avvenimento genera tuttavia una certa ansia demografica, perciò, è necessario disaggregare il dato poiché metà delle gravidanze nel mondo sono indesiderate.

Il Report stima che il 44% delle donne in 68 paesi non ha accesso alla salute riproduttiva o decidere con chi avere un figlio, globalmente un quarto delle donne non raggiunge “l’ideale di fertilità”: quando o quanti figli avere. La riflessione tende a concentrarsi anche sui paesi a basso reddito – circa otto – che da qui al 2050 rappresenteranno metà della crescita demografica ridisegnando la classifica mondiale dei Paesi più popolosi. Inoltre, la questione che attiene all’ansia demografica si collega anche ai cambiamenti climatici: su 8 miliardi di individui, 5.5 mld guadagnano meno di 10 dollari al giorno, quindi, non saranno in grado di contribuire alla diminuzione delle emissioni di carbonio; perciò, il dato iniziale va studiato sotto una lente critica che guarda ai diritti e alle scelte.

8 miliardi: troppi o pochi?

Il tema che ricorre nel Report UNFPA 2023 è se 8 miliardi di individui nel mondo sono troppi o troppo pochi. Se da un lato i paesi ricchi come la Corea del Sud, il tasso di fertilità è 2 figli per donna, per i paesi dell’Africa Sub Sahariana la preoccupazione è in una fecondità troppo elevata. Per l’Italia, in base all’ultima pubblicazione ISTAT, gli indicatori demografici 2021 registrano il numero più basso di nascite rispetto gli anni passati, stimando la soglia di 400 mila nascite l’anno. Questo calo demografico interessa anche la Cina – un tempo considerato paese sovrappopolato – che dal 2011 al 2017 è passato da 18 milioni di nascite a 11,5 milioni l’anno. La questione non è sapere se i figli sono pochi o troppi, ma permettere alle donne in contesti in cui la fecondità è bassa o elevata, di avere figli, un diritto da assicurare dove le politiche devono garantire interventi di pianificazione nel lungo periodo. Il punto è trovare un giusto equilibrio di nascite e mantenere un “livello di sostituzione” tra le generazioni. Nei paesi in cui la fecondità è bassa, i Governi non devono guardare al solo obbiettivo numerico, ma a politiche familiari in grado di facilitare l’accesso al mercato del lavoro e far sì che le donne non siano costrette a scegliere se lavorare o avere un figlio.

Sostegno all’empowerment femminile per effetto dei cambiamenti demografici sulla struttura per età della popolazione

Nel mondo metà della popolazione ha meno di 30 anni, in particolare il dato varia fra i paesi europei rispetto quelli africani. In media in Italia il 50% della popolazione ha 44 anni, mentre in Africa è sotto i 20 anni; tale divario avrà in futuro importanti implicazioni; perciò, occorre riconoscere che le vecchie strutture familiari sono destinate a mutare e sarà necessario includere nella società un numero sempre crescente di anziani. C’è poi il tema delle migrazioni dove a livello mondiale pochi sono gli individui che tendono a spostarsi ma interessano soprattutto i paesi più poveri del mondo. Infine, il rapporto osserva come le politiche sui migranti e le comunità di accoglienza dovranno prestare attenzione al rispetto dei diritti umani fondamentali, sostenere la crescita dell’empowerment di donne e bambine, garantire un parto sicuro, promuovere la salute e assicurare la convivenza delle persone anziane. Il report suggerisce inoltre di focalizzare gli interventi sulle persone vulnerabili raccogliendo informazioni statistiche che provengono non solo dai paesi poveri ma da tutto il mondo per aiutare le popolazioni fragili attuando policy mirate.

La Cooperazione allo Sviluppo e il ruolo strategico dell’Italia

Dal rapporto UNFPA 2023 emerge un elemento trasversale: tendenze globali come povertà, salute, calo delle nascite, pandemie, etc sono conseguenza della disparità fra i generi che insieme all’aumento dell’aspettativa di vita e dell’invecchiamento, comportano una crescita dei lavori di cura non retribuiti da parte delle donne. Per queste ragioni occorre sostenere la promozione dei diritti delle donne e delle ragazze, la parità di genere, l’educazione delle bambine e combattere ogni forma di discriminazione, violenza sessuale e di genere, priorità indiscusse sia a livello internazionale che dal nostro Paese. Per raggiungere questi Goals, i finanziamenti alla Cooperazione italiana sono cruciali, pensiamo agli aiuti per sostenere la crisi in Afghanistan che rappresentano un focus importante per la cooperazione in ambito unilaterale e bilaterale. Riaffermare l’impegno in favore delle donne e delle ragazze con chiari indirizzi politici è vitale anche alla luce delle attuali recessioni sui diritti delle donne registrate negli ultimi anni dovuti dalla pandemia. La cooperazione italiana sin dal 2008 partecipa al programma congiunto UNFPA-UNICEF per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili con 2 milioni di euro l’anno, inoltre dal 2020 è tra i sostenitori del programma contro i matrimoni precoci e forzati dove Aidos (Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo) svolge un ruolo cruciale.

Si tratta di iniziative che vedono in prima linea il ministero degli affari esteri poiché vi è consapevolezza che dal successo di questi sforzi dipende il futuro di milioni di bambine e ragazze. Anche la questione dell’empowerment femminile è centrale per affermare che le donne sono agenti di cambiamento, e solo con istruzione e formazione è possibile raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Ne consegue che la cooperazione internazionale rappresenta il principale donatore della Global Partnership for Education, dedicata al miglioramento dei sistemi educativi nei paesi in via di sviluppo in riferimento alla condizione delle bambine in Africa. È necessario ricordare che la cooperazione italiana si è dotata di linee guida strategiche rivolgendo un appello a tutti gli attori del sistema italiano sulla parità di genere e l’empowerment delle donne e ragazze. Scopo delle best practice è rafforzare l’ordinamento italiano per eliminare le discriminazioni di genere attraverso un approccio inclusivo sottolineando il ruolo delle donne quali protagoniste nei processi di sviluppo. Se si desidera raggiungere l’uguaglianza di genere non è sufficiente concentrare gli sforzi sull’obbiettivo 5 dell’agenda 2030, ma occorre una visione olistica; accesso ai servizi universali di assistenza sanitaria in particolare quella sessuale e riproduttiva delle donne e adolescenti, prendersi cura dell’ambiente e delle istituzioni che le rappresentano. E poi bisogna impegnarsi affinché le donne abbiano lo spazio che meritano nei processi decisionali, lavorare per eliminare le barriere giuridico-sociali-culturali ed economiche che ne ostacolano la leadership e la partecipazione in luoghi in cui si decide sulle politiche che impattano sulla loro vita. Il sistema deve perciò confrontarsi con la società civile e le istituzioni, avere un approccio multidisciplinare per raggiungere un cambiamento sostanziale e permettere alle donne il pieno godimento dei diritti; questo sarà l’approccio che l’Italia adotterà durante la presidenza del G7 nel 2024.

Priorità di AIDOS al G7 2024

L’Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo, impegnata nella cooperazione internazionale, sostiene progetti per l’empowerment di donne e ragazze, salute sessuale riproduttiva ed empowerment economico, strumenti capaci di abbattere il divario di genere alla radice di violenze, conflitti e stupri. L’associazione suggerisce alla politica, ai media e alla società civile di guardare non solo ai tassi di natalità e fertilità quali indici da raggiungere, ma all’autodeterminazione delle donne e delle ragazze. Il quadro internazionale è ricco di documenti a sostegno della parità; infatti, l’agenda 2030 non annuncia la parità di genere solo in termini di principi ma anche in termine di servizi (obbiettivo 3 dedicato alla salute e obbiettivo 5 dedicato alla parità di genere). Per raggiungere questi traguardi sono necessari più fondi alla società civile poiché una diminuzione di risorse farebbe retrocedere i progressi compiuti dall’associazione. Aidos in vista del G7 raccomanda di tenere alta nell’agenda politica la parità di genere, il contrasto alla violenza e alle pratiche dannose nei confronti delle donne come l’accesso ai servizi universali per la salute sessuale e riproduttiva. Per l’associazione è urgente potenziare programmi di formazione per i giovani: promuovere la pianificazione familiare con moderni metodi di contraccezione e stabilire un aumento graduale di risorse per raggiungere lo 0,7% del PIL da destinare alla cooperazione in Italia. In conclusione non è sufficiente guardare ai soli tassi ma pensare alla crescita delle donne e ragazze, creare un mondo in cui tutte e tutti possano esercitare i propri diritti, scelte e responsabilità.

Cristina Montagni

Contrasto alla violenza sulle donne e contro la violenza domestica: contenuti del nuovo DDL approvato dal Consiglio dei ministri

Il 7 giugno 2023 il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella, del Ministro dell’interno Matteo Piantedosi e del Ministro della giustizia Carlo Nordio, ha approvato un disegno di legge volto a introdurre disposizioni per il contrasto alla violenza sulle donne e contro la violenza domestica che verrà ora presentato in Parlamento per l’iter di conversione.

Il provvedimento era in cantiere da tempo insieme al Ministro della Giustizia Nordio e il Ministro degli Interni Piantedosi dove nonostante l’Italia abbia una buona legislazione contro la violenza sulle donne (Codice Rosso) è stato opportuno intervenire su alcune criticità soprattutto nell’applicazione delle norme contro la violenza a partire da due elementi fondamentali. Rafforzare le misure di prevenzione delle vittime e velocizzare i tempi di intervento per quanto riguarda le misure cautelari, soprattutto perché l’Italia ha avuto alcune condanne da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo proprio sul tema.

Partendo dal Codice Rosso di seguito le misure illustrate in conferenza stampa a fine lavori:

  • velocizzare le valutazioni preventive sui rischi che corrono le potenziali vittime di femminicidio o di reati di violenza contro le donne o in ambito domestico;
  • rendere più efficaci le azioni di protezione preventiva;
  • rafforzare le misure contro la reiterazione dei reati a danno delle donne e la recidiva;
  • migliorare la tutela complessiva delle vittime di violenza.

Il disegno di legge recepisce inoltre:

  • le istanze più urgenti emerse nell’ambito dell’Osservatorio sul fenomeno della violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica;
  • le osservazioni contenute nella relazione finale della “Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio nonché ogni forma di violenza di genere”;
  • gli orientamenti della procura generale della Corte di Cassazione in materia.

Principali misure introdotte

1. Rafforzamento dell’“ammonimento” da parte del questore

L’“ammonimento” da parte del questore è una misura di prevenzione oggi prevista per tutelare le vittime di atti di violenza domestica, cyberbullismo o atti persecutori (stalking). Lo scopo è garantire una tutela rapida e anticipata rispetto alla definizione dei processi penali. Quando le forze di polizia ricevono una segnalazione, si attivano rapide procedure di verifica che possono portare al provvedimento di ammonimento. La persona “ammonita” deve astenersi dal commettere ulteriori atti di molestia o violenza e può subire il ritiro di eventuali armi, anche se possedute legalmente. In caso di reiterazione della condotta, la procedibilità per i reati previsti non è più a querela di parte ma d’ufficio. Con il decreto legislativo del 7 giugno 2023 si estendono i casi in cui si può applicare l’ammonimento. Si includono ora i cosiddetti “reati-spia”, che avvengono nel contesto delle relazioni familiari ed affettive (attuali e passate): percosse; lesione personale; violenza sessuale; violenza privata; minaccia grave; atti persecutori; diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti; violazione di domicilio; danneggiamento. Si prevede l’aggravamento di pena quando i reati di violenza domestica o contro le donne sono commessi da un soggetto ammonito, anche se la vittima è diversa da quella che ha effettuato la segnalazione per cui è stato adottato l’ammonimento. Per la richiesta di revoca dei provvedimenti, i soggetti ammoniti dovranno aspettare almeno tre anni e dovranno avere ottenuto valutazioni positive in appositi percorsi di recupero. Si amplia la definizione dei reati di “violenza domestica”, comprendendo quelli avvenuti in presenza di minorenni.

2. Potenziamento delle misure di prevenzione

Le misure di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza e dell’obbligo di soggiorno nel comune di residenza o di dimora abituale, previste dal Codice antimafia, potranno essere applicate anche agli indiziati di reati legati alla violenza contro le donne e alla violenza domestica (tentato omicidio; lesioni personali gravi e gravissime; deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso; violenza sessuale). Queste misure si applicano indipendentemente dalla commissione di un precedente reato. La sorveglianza speciale di pubblica sicurezza sarà applicata agli indiziati di questi gravi reati con modalità di controllo elettroniche che ne richiedono il consenso. Nel caso in cui tale consenso sia negato, la durata della misura di prevenzione non potrà esser inferiore a due anni e il soggetto dovrà presentarsi periodicamente all’autorità di pubblica sicurezza. Inoltre, sarà obbligatorio per il Tribunale (attualmente si tratta di una facoltà) imporre agli indiziati di questi reati il divieto di avvicinarsi a determinati luoghi, frequentati abitualmente dalle vittime, e l’obbligo di mantenere una determinata distanza, non inferiore a 500 metri, da tali luoghi e dalle vittime, prevedendo particolari modalità nel caso in cui la frequentazione di tali luoghi sia necessaria per motivi di lavoro o altre esigenze. Si prevede, infine, che in attesa dell’emissione della sorveglianza speciale, il Tribunale, se sussistono motivi di particolare gravità, possa disporre d’urgenza, in via temporanea, il divieto d’avvicinamento. Le violazioni saranno punite con la reclusione da 1 a 5 anni e sarà consentito l’arresto anche fuori dei casi di flagranza.

3. Velocizzazione dei processi, anche nella fase cautelare

Si assicura il rapido svolgimento dei processi in materia di violenza contro le donne, ampliando le fattispecie per le quali è assicurata priorità, includendo: costrizione o induzione al matrimonio; deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso; violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa; diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti; stato di incapacità procurato mediante violenza; lesione personale, in alcune ipotesi aggravate )per esempio quando il fatto è commesso contro i genitori, i figli o i coniugi/partner). Sarà assicurata priorità anche alla richiesta e trattazione delle richieste di misura cautelare personale.

4. Attribuzioni del Procuratore della Repubblica

Si prevede l’obbligo (e non più la mera facoltà), per il Procuratore della Repubblica, di individuare uno o più procuratori aggiunti o uno o più magistrati addetti all’ufficio per la cura degli affari in materia di violenza contro le donne e domestica.

5. Termini per la valutazione delle esigenze cautelari

Si inserisce, nel Codice di procedura penale, un nuovo articolo (Misure urgenti di protezione della persona offesa), con la previsione che il pubblico ministero abbia un massimo di 30 giorni dall’iscrizione della persona indagata nell’apposito registro per valutare se richiedere l’applicazione delle misure cautelari. Ulteriori 30 giorni al massimo saranno a disposizione del giudice per la decisione sull’istanza. Anche qualora il pubblico ministero non ravvisi i presupposti per la richiesta delle misure cautelari, dovrà proseguire le indagini preliminari.

6. Violazione degli ordini di protezione contro gli abusi familiari

Si prevede l’applicazione delle sanzioni penali previste per la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa anche alla violazione degli ordini di protezione emessi dal giudice in sede civile. La pena prevista è la reclusione da 6 mesi a 3 anni, con l’arresto obbligatorio in flagranza.

7. Arresto in flagranza differita

Si prevede l’arresto in “flagranza differita” per chi sarà individuato, in modo inequivocabile, quale autore di una condotta (violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa; maltrattamenti in famiglia; atti persecutori), sulla base di documentazione video-fotografica o che derivi da applicazioni informatiche o telematiche (chat, condivisione di una posizione geografica…). L’arresto deve essere compiuto non oltre il tempo necessario alla sua identificazione e comunque entro le quarantotto ore dal fatto.

8. Rafforzamento delle misure cautelari e dell’uso del braccialetto elettronico

Si prevede l’applicazione della misura cautelare in carcere non solo nel caso di trasgressione alle prescrizioni degli arresti domiciliari ma anche nel caso di manomissione dei mezzi elettronici e degli strumenti di controllo disposti con la misura degli arresti domiciliari o con le misure di allontanamento dalla casa familiare o divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Si ampliano al tentato omicidio e alla deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso (qualora commessi in danno dei prossimi congiunti o del convivente), le fattispecie per le quali è consentita l’applicazione della misura dell’allontanamento anche al di fuori dei limiti di pena previsti e si prevede il controllo del rispetto degli obblighi tramite il braccialetto elettronico e la prescrizione di mantenere una determinata distanza, comunque non inferiore a 500 metri, dalla casa familiare o da altri luoghi determinati, abitualmente frequentati dalla persona offesa. Si prevede la possibilità di stabilire la custodia cautelare in carcere anche nei procedimenti per il delitto di lesioni personali, in alcune ipotesi aggravate, e per la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

9. Informazioni alla persona offesa dal reato e obblighi di comunicazione

Si estende la previsione dell’immediata comunicazione alle vittime di violenza domestica o contro le donne, di tutte le notizie inerenti alle misure cautelari disposte nei confronti dell’autore del reato, sia esso imputato in stato di custodia cautelare, comprese l’evasione, la scarcerazione o la volontaria sottrazione dell’internato all’esecuzione della misura di sicurezza detentiva. Al fine di potenziare la “circolarità informativa” e la “multi-attorialità” nel delicato campo della violenza domestica o contro le donne, si prevede anche che l’autorità giudiziaria debba effettuare una comunicazione al questore, in caso di estinzione, inefficacia pronunciata per qualsiasi ragione, revoca o sostituzione in melius di misure cautelari coercitive personali, ai fini delle valutazioni di competenza in materia di misure di prevenzione.

10. Sospensione condizionale della pena

Si modificano gli obblighi ai quali il condannato deve soggiacere per accedere alla sospensione condizionale della pena. Si integra la previsione per cui, nei casi di condanna per alcuni specifici delitti, la sospensione condizionale della pena è subordinata alla partecipazione a specifici percorsi di recupero, stabilendo che non è sufficiente la mera “partecipazione” ma è necessario anche il superamento dei percorsi con esito favorevole, accertato dal giudice.

11. Provvisionale a titolo di ristoro anticipato a favore delle vittime

Si introduce una provvisionale a titolo di ristoro «anticipato», in favore della vittima o, in caso di morte, degli aventi diritto che, in conseguenza dei delitti di omicidio, violenza sessuale o lesione personale gravissima, e deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa, vengano a trovarsi in stato di bisogno. Si supera quindi l’attuale limite della necessità dell’acquisizione della sentenza di condanna.

Redazione Women For Women Italy

Il FUTURO DELL’ITALIA CON IL PNRR

La soglia di povertà in Italia dal 3,3% nel 2005 è passata al 7,7% nel 2019 con un picco del 9,4% nel 2020. Il Paese con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza dovrà intervenire su lavoro, digitalizzazione, transizione verde, mobilità, trasporti, istruzione, formazione, inserimento al lavoro di donne e giovani, dove l’occupazione femminile è al 53,8% contro una media europea del 67,3%. Tra le missioni del Piano ci sono l’inclusione sociale, la coesione e la sostenibilità per attuare riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno. Da qui la giornata informativa organizzata a fine aprile dalla Direzione Rai – Radiotelevisione italiana e Usigrai (Unione Sindacale Giornalisti Rai), per fornire dati in un paese in cui spesso si parla del percepito e non della realtà sostenuta da evidenze numeriche. A spiegare le modalità del PNRR, alcuni esponenti della Rai insieme a Carmine Di Nuzzo, ispettore generale per il PNRR-MEF, Ugo Liberatore, ufficio rendicontazione e controllo MEF, Biancamaria Volpe, ufficio monitoraggio MEF, Luca Mattia, ufficio attuazione della ragioneria Generale dello Stato e Antonella Merola, responsabile della gestione finanziaria del Ministero dell’economia e finanze.

Il tavolo sul PNRR nasce per scopi istituzionali e sociali. Da un lato le istituzioni comunicano al Paese le finalità del Piano, dall’altro l’informazione interagisce con le istituzioni attraverso assemblee territoriali, comuni, regioni e Terzo settore che saranno gestiti a livello nazionale per raccontarne i contenuti. Un percorso strutturato in venti momenti in cui istituzioni e organi territoriali potranno raccogliere i bisogni delle comunità locali.

Cosa c’è da sapere del Piano

Il PNRR non è un programma di spesa ma un progetto per raggiungere risultati e obiettivi; una leva economica per realizzare riforme necessarie per il Paese. Le risorse accordate sono debiti contratti a tassi agevolati dove l’Italia ha ottenuto dall’Unione Europea 70 miliardi di euro e rendicontato 400 milioni di euro. Con il PNRR dovrà gestire 222,1 miliardi di euro in cinque anni, un’opportunità per intervenire su giovani, mezzogiorno ed emarginati. Per monitorare questi fondi verrà predisposta fino al 2026 una piattaforma condivisa nella quale si potrà accedere a documenti pubblici, open data, relazioni della Corte dei conti, del Parlamento, della Commissione Europea, informazioni della società civile e rassegna stampa compreso i materiali che la RAI produce per il Piano.

Missioni dell’Italia

Nel programma Next Generation EU, creato dalla Commissione Europea per far fronte alla crisi pandemica, sono inseriti strumenti del dispositivo di Ripresa e Resilienza che finanzia i piani dei Paesi dell’Unione. Nel 2020 l’Unione Europea per rilanciarne la crescita ha disposto il primo programma di indebitamento cambiando di fatto la politica dell’Unione. Un disegno complesso nel quale vengono erogati 750 miliardi di euro e prevedono finanziamenti con un relativo indebitamento che l’UE ha con i propri partner; prestiti agevolati relativi alla transizione energetica e digitale, sostenibilità, infrastrutture sociali, investimenti in educazione, istruzione, ricerca, supporto all’occupazione, superamento delle diversità e innovazione del sistema sanitario. Il Governo italiano accanto alla quota destinata a livello nazionale, ha aggiunto nuove risorse per sostenere progetti coerenti con gli investimenti ed altre riforme da fare.

Il Piano è strutturato in 6 missioni, e l’Italia si è impegnata con la CE a raggiungere gli obiettivi entro il 2026 per dimostrare di essere un paese moderno in grado di rafforzare il suo potenziale di crescita. Con la Commissione ha concordato 191,5 miliardi di euro per realizzare opere cruciali in parte già raggiunte. Dal lancio del piano – due anni dalla programmazione – ha concluso la riforma della giustizia civile, penale ed insolvenza, quella della PA che permetterà di “mettere a terra” gli investimenti. Non si tratta solo di cambiamenti orizzontali, ma missioni abilitanti per attrarre investimenti dall’estero; lo scorso anno è stata accolta fino al 2026 la riforma della concorrenza per aumentare le possibilità per le imprese di fare business, infine di recente è stato approvato il nuovo codice degli appalti che consente di operare sul mercato. Tra le riforme ci sono anche quelle settoriali: approvazione della misura sul lavoro sommerso, disabilità, scuola (riforma dei docenti).

In sintesi, l’Italia dovrà realizzare progetti in grado di coprire il 25% delle risorse dedicate alla digitalizzazione che andranno alla PA e alla scuola. Il 37,5% degli investimenti andranno alla transizione digitale ed ecologica mentre il 40% alle regioni del mezzogiorno. Tra i temi del PNRR c’è il DNSH – Do No Significant Harm dove la Commissione ha imposto agli Stati membri di sostenere opere in grado di non arrecare danni all’ambiente.

PNRR: traguardi e obiettivi

Rispetto al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, l’Italia dovrà raggiungere 527 obiettivi e target europei entro giugno 2026, successivamente disporrà di 191,5 miliardi di euro. Tra i target ci sono 264 mila nuovi posti per asili nido destinati al territorio e riforme sulla digitalizzazione, transizione green, infrastrutture e mobilità sostenibile per il periodo 2021 – 2026. Nei primi due anni sono state definite riforme che hanno permesso di ricevere 70 miliardi di euro. La roadmap ha perciò ottenuto a luglio 2021 l’approvazione del PNRR dalla CE, e l’Italia ha distribuito le quote alle singole amministrazioni. A fine 2021 ha concluso i primi obiettivi e presentato le 3 domande di pagamento per terminare l’ultimo percorso riferito a dicembre 2022. Nel 2023 dovrà realizzare 96 obiettivi, i primi 27 da concludere entro giugno mentre i restanti 69 entro dicembre 2023.

Per la digitalizzazione, l’Italia punta a portare la banda ultra-larga in 18 isole minori, mentre per la transizione green deve superare la procedura di infrazione che la Commissione ha applicato nei nostri confronti per la riduzione dei rifiuti, ovvero il numero di discariche. Rispetto al “Fondo Impresa donna” sono stati assegnati finanziamenti per 700 imprese femminili e sulla mobilità e logistica, investirà in aree economiche speciali, zone nelle quali sarà avviato un piano nazionale di ciclovie: costruzione di ulteriori 200 km di piste ciclabili urbani e metropolitane destinati a Comuni con più di 500 mila abitanti. Infine, verranno assegnate 3 mila borse di studio destinate a programmi innovativi di ricerca e sviluppo (PRIN – Progetti di rilevante interesse nazionale).

Modello di attuazione del PNRR

Il Governo – siglato il contratto con la CE sui 527 obiettivi – ha messo a punto un modello per la gestione dei compiti. Dal lato organizzativo c’è una struttura dedicata all’interno della presidenza del Consiglio dei ministri, dove i temi sono trattati nell’ambito di una cabina di regia nella quale partecipano i ministri che hanno responsabilità dirette per investimenti e riforme del Piano. C’è poi il MEF – ispettorato generale per il PNRR presso la ragioneria generale dello Stato – che oltre a monitorare l’operatività del Piano e comunicare con la Commissione Europea, rendiconta ogni sei mesi i traguardi ottenuti. La governance del paese prevede che ogni amministrazione centrale è titolare di investimenti ed uffici ad hoc per eseguire le riforme di competenza. I progetti sono realizzati dai soggetti attuatori che in parte fanno capo all’organo centrale dello Stato e parte vengono realizzati attraverso bandi che riguardano gli Enti locali, i quali possono presentare progetti specifici sul territorio. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha predisposto linee guida per offrire alle amministrazioni e ai soggetti attuatori indicazioni sull’attuazione del PNRR istituendo un task force che dialoga con la CE e il Parlamento, mentre il MEF redige relazioni periodiche per comunicare l’avanzamento dei lavori. Un elemento importante del PNRR si riferisce agli impatti economici dovuti alla guerra in Ucraina per l’aumento dei prezzi delle materie prime che ha indotto la Commissione Europea a adottare il REPowerEU. Questo Piano assegna nuove risorse ai paesi dell’Unione per diversificare la dipendenza energetica degli stati membri dal gas russo e spingere verso la transizione verde. In complesso ai paesi vengono assegnati 245 mld di euro e la quota per l’Italia è di 2,76 mld di euro a fondo perduto pari a 13,8%. Queste quote sono prestiti a tassi agevolati concessi agli Stati e il nostro Paese ha la possibilità di riaprire il negoziato con la Commissione per ridefinire alcuni parametri del Piano.

Piattaforma informatica Regis per il monitoraggio del PNRR

Il Regis rappresenta il sistema gestionale unico del PNRR, una piattaforma implementabile che possiede due anime. Un’anima gestionale in cui gli attori alimentano quanto viene prodotto con le risorse del Piano e l’altra consente di sapere cosa c’è dietro le missioni. All’interno del sistema confluiscono dati provenienti dal Piano e traccia le milestone e target attraverso cronoprogrammi per sapere a che punto è l’attuazione della misura e cosa c’è a livello di progetti, servizi o attività di altra natura. La piattaforma è anche dotata di strumenti in grado di interrogare altri sistemi che sono il corredo di base dell’attività del progetto. Il sistema può quindi attingere a diverse informazioni che convergono nella banca dati dell’amministrazione pubblica, gestiti dalla ragioneria generale dello Stato e misure che confluiscono nel registro nazionale degli aiuti di Stato. Infine, c’è una inter-operabilità con l’agenzia delle entrate poiché alcune iniziative si presentano come crediti di imposta (ad esempio eco bonus, sisma bonus e transizione 4.0).

Il sistema di controllo  

Con gli investimenti del PNRR, la Pubblica amministrazione può effettuare controlli per garantire trasparenza, regolarità e correttezza nell’azione amministrativa. Tra le verifiche c’è l’obbligo di conseguire target e milestone secondo standard qualitativi previsti nel contratto firmato con la CE, ad esempio non arrecare danni all’ambiente (DNSH), soddisfare l’obiettivo climatico e digitale nonché garantire la corretta comunicazione e informazione.

Gestione della spesa finanziaria

Nell’ambito della gestione finanziaria un passaggio importante riguarda le modalità operative per finanziare i progetti e le amministrazioni titolari degli investimenti. In particolare, il fondo di rotazione Next Generation EU depositato presso la ragioneria generale dello Stato, può anticipare risorse per poi essere rimborsate dalla Commissione Europea. Si tratta di 191,5 miliardi di euro ripartiti in 3 diversi “contenitori”: 124,5 miliardi di euro finanziati dal bilancio dello Stato che rappresentano nuovi progetti e devono rispettare le condizionalità previste dal Piano. Se i progetti non raggiungono i target prefissati o non rispettano le condizionalità, i rimborsi non vengono effettuati. Altri 15,6 miliardi si riferiscono al Fondo di Sviluppo e Coesione e rappresentano lo strumento finanziario attraverso il quale vengono attuate politiche di sviluppo della coesione economica, sociale e territoriale. Infine, ci sono i cosiddetti progetti in essere, nati prima dell’entrata del PNRR che per particolari condizioni possono essere ricondotti ad esso.

Comunicazione del PNRR

La collaborazione fra Presidenza del Consiglio dei ministri, MEF e RAI permetterà di conoscere i progetti realizzati con il Piano, le opportunità delle imprese, degli Enti pubblici e associazioni per aumentare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. L’idea curata dal Portale Italia Domani, avrà una funzione “informativa” e “di servizio” dove grazie alla consultazione di sezioni dedicate si potranno conoscere bandi, link ai quale candidarsi, informazioni sul Fondo Nazionale Complementare e news su attività di comune interesse.

Cristina Montagni

Presentazione Università Roma Tre INDAGINE UNISIN su lavoro e parità per un futuro possibile senza discriminazioni uomo-donna

Dalla conferenza: “Il futuro possibile: lavoro, parità, innovazione, sostenibilità. Contro ogni violenza e discriminazione” vengono focalizzate le condizioni di vita e lavoro nel settore bancario che rappresentano uno specchio rispetto ad altre realtà per riflettere in un’ottica non discriminatoria.

Da tempo le organizzazioni sindacali sono impegnate a contrastare il fenomeno sollecitando aziende di credito, università, media e istituzioni per promuovere una società inclusiva e migliorare il benessere e la qualità di vita delle lavoratrici. Di conseguenza il 4 aprile all’Università Roma Tre, sono stati presentati gli esiti dell’indagine campionaria UNISIN (Unità sindacale Falcri Silcea Sinfub). Al convegno hanno partecipato UnIRE (Università in Rete contro la violenza di genere) con il patrocinio di GIO – Gender Interuniversity Observatory, Università di Pisa CISP (Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace) e RUniPace Rete Università per la Pace.

Lavoro e parità. Una sfida collettiva a fianco del sindacato, aziende e accademia

Emilio Contrasto, segretario generale UNISIN, nell’avviare i lavori ha affermato la necessità di una strategia capillare per lottare contro la violenza sulle donne, osservando come la tutela del lavoro legata al sindacato dei bancari rappresenta un faro rispetto altri settori e nel sistema paese. Un recente studio – ha commentato – conferma un gap tra le norme contrattuali e la relativa applicazione nei luoghi di lavoro. Da qui parte un confronto all’interno dell’organizzazione per valutare i processi che generano tali diversità. “La sfida” spiega Contrasto “deve coinvolgere il mondo del lavoro, sindacato, aziende e accademia per studiare le origini del fenomeno e fare in modo che quanto è stato istituito possa trovare applicazione nelle imprese per diventare un modus operandi in ogni luogo”. La parola chiave per superare il gap è formazione e informazione: formazione attraverso la cultura del rispetto e informazione quale fulcro per definire i giusti processi. La maggior parte degli addetti nel settore bancario è donna (oltre il 50%) ma più si sale nella piramide di potere, minore è la percentuale di donne che occupa posizioni apicali, sebbene il settore sia un laboratorio di riferimento per salari e inquadramenti, il gap è ancora forte.

Questionario conciliazione vita-lavoro, discriminazioni e violenza

Un anno fa il sindacato autonomo dei lavoratori bancari ha proposto un questionario tra le impiegate del gruppo curato dal Coordinamento Nazionale Donne & Pari Opportunità di Unisin/Confsal attraverso un sistema di domande chiuse e aperte per rendere le donne consapevoli dei propri diritti e tutele, approfondire il grado di percezione sulle differenze di genere e violenza all’interno dell’azienda. Dallo studio è emerso un sentiment generale: la parità di genere nel mondo del credito è lontana e nel tempo si manifesta con episodi di sessismo, sensi di colpa per la maternità, differenze salariali tra uomini e donne, discriminazione delle donne che non hanno voluto o potuto avere un figlio e quelle prossime alla pensione.

Daniela Foschetti, responsabile Coordinamento Nazionale Donne e Pari Opportunità UNISIN

Risultati indagine Unisin

Il progetto di ricerca “Noi diversi…Donne e uomini insieme contro la violenza alle donne. Uniti in una sfida possibile” ha coinvolto un campione femminile su diversi argomenti: vita-lavoro, discriminazioni, violenza nei luoghi di lavoro, elaborati sulla base di tre indicatori: distribuzione geografica, età e ruolo professionale. Dall’indagine risulta che il 52% del campione femminile non conosce le normative nazionali di settore e aziendali sulle tutele e ha scarsa consapevolezza sul tema. Dalla distribuzione geografica emerge una concentrazione di risposte provenienti dalle regioni più popolose: Lombardia il 46% per la presenza di sportelli bancari, Toscana 21%, Veneto e Lazio 8%. Quanto alla frequenza per età, il 51% delle intervistate aveva fra i 46 e i 55 anni, il 28% tra i 31 e i 45 anni, il 20,4% oltre i 56 anni e l’1,2% fino a 30 anni. Quest’ultimo valore restituisce un basso interesse dei giovani a tutelare il proprio lavoro, delegandolo alle organizzazioni sindacali rispetto all’impegno nel volontariato. Riguardo al ruolo professionale, prevalenti sono le posizioni commerciali (49%) e operative (30%) che fotografano le dipendenti delle filiali molto coinvolte per la pressione nelle attività di lavoro (relazione con la clientela, capi a diversi livelli, obiettivi da raggiungere, etc). Una caratteristica peculiare è fornita dal comparto del credito dove il 77% dei dipendenti è sindacalizzato, il 50% della forza lavoro è donna, ma solo il 18% occupa ruoli direttivi nonostante l’elevata scolarizzazione (49% diplomate, 47% laureate, 2% post laurea). All’item vita privata-lavoro, il 64% del campione sostiene di conciliare entrambe le attività, ma sul versante professionale il 53% sostiene di non sentirsi realizzata, il 9% non risponde ed il 45% dichiara che la maternità ha penalizzato il lavoro in azienda, contro un 39% che sostiene di non aver subito ripercussioni. Interessanti le risposte libere, dove le donne comunicano di essere “scomode” se si concedono la maternità; il 23% sostiene di aver subito discriminazioni mentre il 15% non risponde. Nonostante le elevate competenze, le lavoratrici part-time non hanno prospettive di promozione e vengono messe in secondo piano rispetto ai colleghi uomini. Riguardo alla maternità, il rientro in azienda non è facilitato per i repentini cambiamenti procedurali, esistono scarse opportunità di carriera, blocchi di avanzamento o cambi di funzioni con l’azzeramento delle esperienze lavorative passate, limitate concessioni nel part-time e permessi di lavoro. Si desume che nella struttura di appartenenza la dipendente vive male la maternità, non viene sostituita con il conseguente aggravio di lavoro ad altri colleghi. La discriminazione è quindi nell’essere donna, condizione subita come preclusione nelle opportunità. Il suggerimento delle intervistate è valorizzare le competenze organizzative in ambito aziendale che non appartiene al solo mondo del credito ma fotografa il lavoro in generale. Dalle risposte libere emerge che le donne capo settore hanno percepito lo stipendio di un addetto. Il divario retributivo esiste e a parità di retribuzione iniziale, il gap si concretizza nel tempo perché il mancato riconoscimento dei ruoli è riconducibile al gender pay gap. Le lavoratrici segnalano che ai ruoli di responsabilità non corrispondono riconoscimenti di grado e adeguate remunerazioni per le lavoratrici part-time. Per conciliare vita familiare e lavoro, sono stati individuati alcuni fattori di supporto come lo smart working 37%, flessibilità negli orari 30%, part-time 25% e altri strumenti quali la banca del tempo, accordi sulla mobilità o contributi economici con l’8%. In breve, da un lato vi è la difficoltà di accesso agli strumenti, dall’altra le regole esistono ma è necessario valutare le conseguenze quando è richiesta l’applicazione. La “batteria” di domande chiude con temi sulla percezione dei rischi legati alle violenze di genere e dell’eventuale presenza di vittime di violenza sul posto di lavoro. Le risposte hanno restituito risultati speculari dove il percepito ed il subito coincidono; l’83% delle intervistate percepisce rischi di violenza di genere, il 10% denuncia il rischio o ha subito violenza, mentre il 7% non risponde. Il settore del credito non fornisce dati ufficiali in materia, ma è necessario valutare nel tempo lo scostamento tra dati forniti e realtà riscontrata per analizzare come vengono gestiti questi eventi all’interno del comparto. L’indagine porta alla luce anche violenza fisica e verbale, battute tra colleghi, mobbing e maleducazione ad opera di capi uomini, donne, colleghi o colleghe. La ricerca conferma che la violenza è solo la punta dell’iceberg, e Unisin con altre realtà è occupata a proporre soluzioni per tutelare le dipendenti. Infine, si sottolinea l’importanza di una formazione capillare in grado di coinvolgere uomini e donne per il raggiungimento di un obbiettivo comune. La sfida di Unisin è quindi costruire nuovi paradigmi, proporre modelli per un futuro libero da stereotipi attraverso la consapevolezza, coraggio, cultura e comunicazione.

Strategie di supporto per le donne nel settore del credito

Rispetto alla discriminazione di genere, il sindacato e ABI (associazione bancaria italiana), nel 2019 hanno firmato una dichiarazione congiunta in materia di molestie sottolineando il valore dell’azione non solo nel credito ma anche in altre aziende ed associazioni. Il protocollo d’intesa prevede un congedo di lavoro di tre o quattro mesi qualora le dipendenti abbiano subito violenza. Un altro strumento è bloccare i mutui o il debito perché la violenza finanziaria limiterebbe l’autonomia della donna. Esiste anche un percorso di protezione, sicurezza e rinascita all’interno di case protette, ad esempio continuare a lavorare. E lo smart working può essere un valido aiuto per ritrovare una routine simile a quella perduta nel momento in cui hanno messo loro e i loro figli in condizione di protezione. Aziende e sindacati dispongono di mezzi efficaci anche se i dati non mostrano particolari criticità. Tra i vari programmi, Unicredito ha aperto il canale “Parlami”, un numero protetto dove è possibile chiamare qualora sorgessero rischi da un punto di vista del linguaggio o atteggiamenti riconducibili a violenza psicologica. Altro tema attiene all’inclusione e alla valorizzazione delle differenze di genere. Contesti lavorativi in grado di includere e valorizzare il genere, sesso, cultura, etnia, aging, determina la capacità di essere differenti, ovvero portatori di maggiori istanze. La presenza femminile nel settore del credito è numerosa (40% donne, 60% uomini) ma la quota tende a diminuire nei vari step delle organizzazioni. Per questo ABI ha firmato una carta dove viene sancito l’impegno a creare ambienti di lavoro inclusivi, selezionare le risorse con criteri paritetici tra uomini e donne e promuovere la crescita del personale femminile nell’organizzazione. Un’attenzione particolare è rivolta alle politiche di remunerazione, infatti uno degli obiettivi di UniCredito è azzerare il gender pay gap entro il 2026. In generale il comparto del credito è sensibile allo sviluppo, crescita e corretta remunerazione. Tuttavia, si rileva che tra gli elementi che hanno frenato lo sviluppo del settore c’è il welfare per la mancanza di assistenza e infrastrutture come gli asili nido. Infine, in Italia sarà fondamentale pensare all’aging, alle competenze, alla disabilità che insieme al gender, creano le condizioni per realizzare una vera inclusione in grado di produrre valore alle aziende e al tessuto sociale circostante.

A sinistra, Daniela Belliti, coordinatrice UNIRE

Educazione all’uguaglianza e alle identità di genere

Nonostante gli sforzi normativi e l’attenzione pubblica sul tema della violenza, la realtà mostra che il fenomeno non accenna a diminuire. “Ciò accade” afferma Belliti “perché le attuali norme non hanno piena legittimazione sociale e non svolgono azioni preventive. Occorre quindi una condivisione della matrice culturale che proviene dalle donne e dai movimenti femministi”. La Convenzione di Istanbul ha il pregio di fare proprio questo pensiero; afferma infatti che la violenza si manifesta per diseguali rapporti di forza tra i sessi e alla discriminazione da parte degli uomini. La Convenzione riconosce la natura strutturale della violenza in quanto basata sul genere, per questo invita gli Stati a promuovere cambiamenti socio-culturali per eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra forma basata sull’idea d’inferiorità rispetto agli uomini. L’Italia dispone di linee Guida Nazionali “Educare nel rispetto per la parità fra i sessi”, di fatto attuate in modo sporadico e prive di adeguate risorse finanziarie. Progetti di educazione di genere sono contrastati per le resistenze ideologiche prodotte dal termine genere. Queste resistenze indeboliscono l’impianto della prevenzione e impediscono la costruzione di una cultura della parità. Per ribaltare questo pensiero, l’Università deve svolgere un cambiamento socio-culturale e questa battaglia deve attraversare il mondo del lavoro dove esistono strumenti giuridici ancora poco conosciuti. Nel 2019 l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha adottato la Convenzione 190 sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro che integra il codice internazionale del lavoro. La convenzione definisce le molestie perpetrate sui lavoratori e lavoratrici e invita a adottare un approccio inclusivo incentrato sulla prospettiva di genere, identificando nel genere un fattore di rischio discriminazione. La stessa Convenzione propone programmi di formazione, informazione, codici di condotta, strumenti di valutazione dei rischi e campagne di sensibilizzazione contro la stigmatizzazione delle vittime, dei querelanti e dei testimoni. Nel 2021 l’INAIL (Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro) ha pubblicato i dati sulla violenza femminile e risulta che 1milione e 400mila donne tra i 15-65 anni hanno denunciato molestie fisiche o ricatti sessuali da parte di un collega o datore di lavoro. Infine, l’indagine OIL 2021 elaborata su 75mila interviste in 121 paesi, ha rilevato che il 17% dei lavoratori è stato vittima di violenza e molestia di tipo psicologico, l’8% violenza fisica e il 6% ha subito violenze e molestie sessuali.

A sinistra, Francesca Brezzi, già Presidente di Gender Interuniversity Observatory

Il rispetto delle differenze passa per il linguaggio

Francesca Brezzi parla del linguaggio da una prospettiva femminista poiché l’ipotesi è dimostrare che esistono differenze di pensiero per disegnare un’etica della comunicazione. “Il linguaggio” spiega “riflette il modo di pensare e agire; quindi, diventa il mezzo del pregiudizio e della discriminazione”. Riguardo ad esso c’è una crisi del linguaggio codificato e due sono le strade intraprese. Da un lato la costatazione dell’assenza del femminile sotto forma di linguaggio neutro; linguaggio maschile elevatosi a linguaggio universale. Dall’altro si scorge sotto un velo di neutralità, una tessitura linguistica codificata dove il linguaggio sessuato è differente dal linguaggio sessista. Il linguaggio sessista colpisce la donna, conduce agli stereotipi, alla non rappresentazione, è discriminatorio e trasmette informazioni obsolete e offensive. Brezzi sostiene che bisogna adottare il femminismo del sospetto; decostruire i linguaggi per smascherare il vero linguistico che copre la società. Occorre perciò abbracciare un percorso formativo educativo, aspirare ad una etica della comunicazione, una comunicazione libera in grado di confrontarci in quanto soggetti razionali. “Quello di cui abbiamo bisogno” conclude “sta nelle parole incarnate, parole che restituiscono significato agli eventi per aprirsi a nuove forme di convivenza. In tutto questo le donne devono farsi soggette di un linguaggio diverso e non affidarsi ad un linguaggio neutro.

Cristina Montagni

Relatori al convegno:

Alessandra Mancuso, giornalista Rai; Emilio Contrasto, Segretario Generale UNISIN; Prof. Francesca Borruso, Università di Roma Tre; Prof. Massimiliano Fiorucci, Rettore Università Roma Tre; Stefano Corradino, giornalista Rai News; Marina Calloni, Direttrice UNIRE; Daniela Belliti, coordinatrice UNIRE; Francesca Brezzi, già Presidente di GIO (Gender Interuniversity Observatory); Giovanna Vingelli, Direttrice del Centro di Women’s Studies “Milly Villa”; Elettra Stradella, Professoressa associata in Diritto Pubblico Comparato; Costanza Nardocci, ricercatrice in Diritto Costituzionale Università di Milano; Nannarel Fiano, ricercatrice in Diritto Costituzionale Università di Milano; Daniela Foschetti, responsabile Coordinamento Nazionale Donne e Pari Opportunità UNISIN; Angelo Raffaele Margiotta, Segretario Generale Confsal; Rosalba Domenica La Fauci, Vice Segretario Generale Confsal; Marta Schifone, deputato della Repubblica italiana.

Giustizia Internazionale per donne vittime di stupri in Ucraina

6–8 minuti

“L’Italia” ha detto il Ministro degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale Antonio Tajani “promuove iniziative internazionali per valorizzare il ruolo delle donne nella prevenzione dei conflitti, nel mantenimento della pace e ricostruzione dei post-conflitti in linea con l’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza” delle Nazioni Unite”. Il titolare del dicastero di recente ha espresso vicinanza alle donne e ragazze ucraine che vivono il dramma della guerra per le sofferenze e abusi, alle ragazze afghane affinché i progressi ottenuti negli ultimi venti anni sull’istruzione, libertà di movimento, partecipazione politica, economica, sociale e culturale del loro Paese non vadano persi, alle ragazze iraniane che chiedono rispetto dei diritti affrontando una brutale repressione condannata dal nostro Governo.

Maria Tripodi, sottosegretario Affari Esteri e Cooperazione internazionale – Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, la Natalità e Pari Opportunità

Assicurare alla giustizia internazionale le violenze di guerra in Ucraina

In merito alla violenza sulle donne, a gennaio si è costituito a Roma un tavolo tecnico coordinato dal Ministero degli Esteri e Ministero delle Pari Opportunità per riflettere sulla protezione delle donne vittime di stupri di guerra in Ucraina e come assicurare alla giustizia internazionale i colpevoli dei crimini compiuti dall’inizio del conflitto. Lo scopo era individuare risorse per migliorare la risposta della comunità e degli organismi internazionali e analizzare i fattori che generano paura di denunciare da parte delle sopravvissute che permettono agli esecutori di restare impuniti. Le vittime di guerra – hanno sostenuto le esperte – non solo non hanno garanzie sul soddisfacimento delle richieste di giustizia e di risarcimento morale, ma vengono spesso incolpate ed espulse dalle comunità di appartenenza. Con il conflitto Russo-Ucraino l’antica questione dell’impunità rischia di ripetersi; occorre perciò tracciare un percorso che fornisca loro protezione con il supporto delle organizzazioni della società civile ucraina.

Protezione alle sopravvissute vittime di violenza

Diverse le attività che può intraprendere il governo italiano. Dare voce alle donne vittime di violenza e agli operatori che possono intercettare i bisogni delle donne, uomini e bambini per uscire dal trauma e avviare un processo di emancipazione che non deve essere solo nazionale ma coinvolgere l’intera comunità internazionale per costruire una cultura contro lo stigma ed il silenzio. La seconda riguarda l’adeguamento della legislazione nazionale portando il tema nelle sedi opportune insieme al coordinamento del ministero degli esteri e delle pari opportunità. Il terzo canale è l’accoglienza che attiene alla formazione dei soggetti: dai magistrati, alle forze di polizia fino agli operatori sanitari. L’Italia sin dall’inizio del conflitto ha destinato risorse per 500mila euro alle vittime di violenza, e con la crisi umanitaria ha assegnato oltre 10milioni di euro all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per fornire aiuto ai rifugiati ucraini e alle sopravvissute per una futura crescita personale. Il nostro Paese – secondo contributore delle Nazioni Unite per vittime di abusi e sfruttamento sessuale – ha rifinanziato questo fondo presso la Corte Penale Internazionale ed è attiva affinchè sia ripristinato il tessuto sociale del paese colpito.

Pulizia etnica una strategia politica

I crimini contro le donne non interessano un singolo paese. L’Italia ha avviato un percorso antiviolenza implementando il fondo antitratta per le rifugiate, le case rifugio e centri antiviolenza. Va ricordato che i crimini contro le donne spesso vengono ignorati o sottovalutati; hanno profonde radici culturali, sono utilizzati come arma di guerra e dovrebbero essere giudicati fuori legge. Da quando l’esercito di Kiev ha liberato parte dei territori occupati da Mosca, sono emerse violenze condotte dai militari russi: donne violentate davanti ai propri figli, donne costrette a barattare il corpo per avere salva la vita, ragazze chiuse in seminterrati e sottoposte a sevizie e stupri di gruppo, senza risparmiare gli stupri a bambini e bambine di appena un anno. Questa condotta si configura come una strategia politica per umiliare non solo la donna ma un intero popolo, un tentativo di pulizia etnica e desertificazione vitale di un territorio. Per dare significato alle violenze è necessario quindi definire un quadro giuridico nazionale ed internazionale con strumenti di accoglienza per assistere le donne ad affrontare la vita.

Sottostima delle denunce per abusi sessuali

Le Nazioni Unite hanno registrato più di 124 denunce di violenza sessuale ma è probabile che i numeri siano più alti perché se per una donna è difficile manifestarsi, per un uomo lo è ancora di più. E’ utile riflettere che lo Statuto della Corte Internazionale include un’ampia lista di crimini a sfondo sessuale mai pensata e scritta dal secondo dopo guerra. Le categorie della violenza che i giuristi hanno immaginato, oggi sono inclusi nello STATUTO DI ROMA ma per dare ampiezza dei crimini commessi è necessario citare lo stupro, la violenza forzata, la sterilizzazione forzata, l’aborto forzato, lo sfruttamento sessuale, la tratta, la castrazione ed altre forme di brutalità che è difficile codificare per definire la violenza di genere nella sua interezza. La seconda riflessione riguarda la Corte Penale Internazionale che interviene laddove gli stati nazionali non possono o non vogliono intervenire. Tuttavia, il ruolo della giustizia nazionale è rilevante perché la vittima vede aperta una procedura penale nel proprio Stato dove viene riconosciuta l’azione criminosa, quindi immorale. Un’altra osservazione riguarda la criminalizzazione degli atti che potrebbero essere assimilati alla persecuzione di genere, quest’ultima più facile da provare, dove le conseguenze sono devastanti a livello fisico e psicologico sia nel breve che nel lungo periodo. Nel breve periodo può insorgere paura, mancanza di aiuto e disperazione mentre nel lungo periodo può manifestarsi depressione, disordini d’ansia, sintomi somatici multipli, difficoltà di ridefinire relazioni intime, vergogna e stigmatizzazione. Un fattore poco analizzato riguarda l’impatto transgenerazionale degli eventi che coinvolgono soprattutto le future generazioni.

Istituire processi difronte la Corte Penale Internazionale

Le donne sono ancora considerate bottino di guerra. È solo nel 1993 che la Convenzione di Vienna afferma che i diritti delle donne sono parte inalienabile ed indivisibile dei diritti umani universali. Da qui una particolare attenzione all’attuale conflitto per il vaglio e reperimento dei documenti, una sfida che dovrà affrontare la Corte Penale Internazionale. L’Ucraina, nel frattempo, ha predisposto programmi di reinserimento nel tessuto sociale per evitare il problema della doppia vittimizzazione. Da un lato si presenta la vittimizzazione in ambito processuale, dall’altro esiste la difficoltà della risocializzazione. In merito a ciò a maggio dello scorso anno è stato siglato un accordo tra le Nazioni Unite ed il governo ucraino per sostenere le vittime sulla base della risoluzione del Consiglio di Sicurezza per Donne, Pace e Sicurezza, in cui si afferma che le donne non sono solo vittime, ma agenti di cambiamento. Le relatrici ragionano anche sulla difficoltà di istituire processi difronte la Corte Penale Internazionale anche per l’uscita della Russia – dopo il 15 marzo – dal Consiglio d’Europa e dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Esiste però una responsabilità che è in capo alle giurisdizioni nazionali dove c’è la possibilità che gli Stati possano giudicare i reati, secondo lo Statuto di Roma, indipendentemente dal luogo in cui sono stati commessi i fatti. Infine, è utile ricordare che esistono altri strumenti; ad esempio, all’interno delle Nazioni Unite vivono diversi comitati che hanno competenze in merito ai diritti umani e all’accertamento dei crimini.

Cristina Montagni

  • Al tavolo tecnico hanno collaborato: Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Maria Tripodi, sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione internazionale, Paolo Lazzara, vice presidente Inail, Kateryna Levchenko, commissaria del governo ucraino per le politiche di parità di genere. Matilda Bogner, presidente della Missione ONU di monitoraggio dei diritti umani in Ucraina, Paolina Massidda, Principal Counsel presso l’Ufficio indipendente del Public Counsel per le vittime, Corte penale internazionale, Ghita El Khyari, Capo del Segretariato del Fondo per la pace e l’aiuto umanitario delle donne, Laura Guercio, sociologa dei diritti umani presso l’Università di Perugia ed esperta italiana del Meccanismo di Mosca dell’OSCE, Irene Fellin, rappresentante speciale del Segretario generale per le donne la pace e la sicurezza della NATO, Valeria Emmi, senior specialist per advocacy e networking del CESVI – Cooperazione, emergenza e sviluppo.

La donna nelle organizzazioni mafiose: tra solitudine e speranza

L’evoluzione del ruolo della donna nelle organizzazioni mafiose”, questo il titolo del convegno svolto a fine novembre presso l’aula magna della Suprema Corte di Cassazione e promosso dall’Associazione 7colonne, al quale hanno partecipato accademici e relatori per approfondire le trasformazioni delle donne nella criminalità organizzata. L’incontro segna come la forza, il coraggio e la fiducia nelle istituzioni possono avere un peso decisivo nel contrastare l’ideologia mafiosa.

L’evoluzione del ruolo della donna nelle organizzazioni mafiose

Significativi gli interventi del primo presidente aggiunto della Corte di Cassazione, dott.ssa Margherita Cassano, il presidente della Pontificia Accademia Mariana Internationalis (Santa Sede), prof. Fr. Stefano Cecchin, il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione, Cons. Elisabetta Ceniccola, il sostituto procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Cons. Diana De Martino, il vice direttore generale della pubblica sicurezza S.E. Vittorio Rizzi, l’accademico pontificio presso la Pontificia Accademia Mariana Internationalis (Santa Sede), prof. P. Gian Matteo Roggio, l’accademico pontificio presso la Pontificia Accademia Mariana Internationalis (Santa Sede), dott. Fabio Iadeluca.

Potere e ricchezza oltre il valore della persona

Le attuali conoscenze non consentono una visione organica della condizione femminile all’interno delle strutture mafiose. C’è un dualismo nell’essere donna all’interno di queste realtà che da un lato le porta alla premiership, dall’altro una ribellione alla sovrastruttura mafiosa. Certo è che nelle organizzazioni la donna riveste un ruolo cardine perché garante dell’educazione dei figli secondo “modelli e valori” improntati alla sopraffazione insieme al controllo del territorio. Gestisce gli affari in situazioni di difficoltà; perciò, la sua centralità diventa complessa quando si tratta di scegliere forme di imparentamento tra famiglie. “L’adesione a legami parentali” ha sottolineato Margherita Cassano “è orientata alla ricerca del potere e ricchezza che va oltre il valore della persona”. Un’altra spiegazione è che le donne dei clan mafiosi non si sono mai dissociate dalla famiglia, è il caso di Giuseppina Pesce – collaboratrice di giustizia – che disconoscendo la nipote ha affermato il tradimento della stessa. Un fenomeno oscuro è la scelta di alcune donne – estranee all’ideologia mafiosa – di entrare nel sistema per ottenere il riconoscimento del potere sul territorio. Infine, c’è il tema delle varie modalità di comunicazione che raccontano prospettive nuove per raggiungere particolari forme di dissociazione.

Famiglia e ambiente falsa prospettiva del tessuto sociale

Le mafie sono organizzazioni poliedriche con stili e codici d’onore diversi. Esistono mafie autoctone presenti nei territori e relazionarsi con queste realtà sociali significa comprendere la natura del fenomeno e com’è organizzato. La famiglia e la società civile sono elementi da non trascurare; infatti, le organizzazioni sfruttano i rapporti socio-familiari per plasmare un’istituzione parallela creando una sovrapposizione dei piani. La società mafiosa è molto devota, ma ha una falsa prospettiva del tessuto sociale, della religione e dell’essere umano; una visione distorta per conquistare potere e controllo all’interno e all’esterno della famiglia. In tale condizione la donna diventa il motore del nucleo familiare come è il caso di Serafina Battaglia che negli anni ’60 – prima collaboratrice di giustizia – ha mostrato quale fosse la sua caratura. A seguito dell’uccisione del figlio Salvatore Lupo Leale, nel ‘62 decise di collaborare, diventando testimone implacabile in molti processi. In conclusione, il filo rosso che lega le storie di mafia è fornito da due elementi: da un lato il senso di solitudine delle donne che hanno scelto una vita diversa, dall’altro un sentimento di speranza dettato dalla capacità di ascolto delle forze dell’ordine. Complessivamente queste narrazioni richiamano al senso di responsabilità, al rispetto e all’ascolto per accompagnare queste vite e ristabilire la giusta armonia.

Percorso virtuoso alla ricerca di nuova armonia nelle relazioni umane

Le donne di mafia hanno seguito il percorso di emancipazione delle donne nella società ma in senso negativo, questa condizione si può leggere come un elemento di liberazione. All’interno della società criminale, piramidale e strutturata, l’emancipazione femminile ha mostrato la capacità di assumere ruoli maschili, manageriali e decisionali. Nella “scalata” al potere, le donne hanno beneficiato – rompendo il tetto di cristallo – di una maggiore scolarizzazione e ciò ha generato un salto di qualità perché oltre ad assumere i ruoli tradizionali dell’uomo, ha valorizzato il know-how acquisito per impiegarlo nell’organizzazione. Nel tempo le associazioni criminali hanno maturato destrezza ed intelligenza strategica: è negli anni ‘90 che si diffonde un ruolo inedito delle donne, da una parte l’uso disinvolto dei mezzi di comunicazione, dall’altra saper tessere rapporti con i “colletti bianchi” per godere di una qualche forma di impunità. Esistono elementi di rottura positivi e negativi nella tradizione mafiosa. Positivi perché in diversi casi si è verificata una lacerazione dei codici tradizionali all’organizzazione, è il caso di testimoni e collaboratrici di giustizia, mentre tra i fattori negativi c’è un uso crescente dei mezzi di comunicazione verso l’esterno. Ci sono donne che per “rompere” con i clan di appartenenza, hanno sentito il bisogno di avvicinarsi allo Stato per salvare i figli in un contesto in cui avrebbero percorso le orme del padre, del nonno e del fratello. Oggi alcune di loro hanno compreso che esiste una speranza e un esempio proviene dal programma dell’Associazione Libera con il progetto “Liberi di scegliere”. Il protocollo firmato a luglio del 2020 e guidato dal Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, Tribunale per i Minorenni, Procura per i Minorenni, Procura di Reggio Calabria e Procura Nazionale Antimafia e sostenuto dalla CEI, propone di accogliere donne e minori che vogliono uscire dal circuito mafioso e indica una rete di protezione per assicurare un’alternativa di vita ai minori e alle loro madri provenienti da famiglie mafiose.

Percezione quantitativa del fenomeno secondo il sesso

Vice direttore generale pubblica sicurezza e direttore centrale della polizia criminale, S.E. Vittorio Rizzi

L’evoluzione della donna nelle organizzazioni mafiose è multiforme perché richiama il suo ruolo nel crimine. Indagini quantitative provenienti dalla sociologia criminale hanno mostrato che rispetto alla popolazione maschile, l’incidenza femminile si attesta tra il 10 e 20%; range confermato da elaborazioni compiute negli ultimi tre anni. Le statistiche evidenziano che su 904 soggetti ammessi al programma di protezione, solo il 5% della popolazione maschile ha beneficiato del sistema di protezione dei testimoni e dei collaboratori di giustizia. Un dato che fa riflettere riguarda una platea ristretta di testimoni di giustizia che su un campione di 57 individui, il 32% è costituito da donne appartenenti alla Ndrangheta, di cui 11 ritenute ad alto rischio. La presenza femminile è attiva anche nella criminalità informatica, dove le competenze in questo settore giocano un ruolo rilevante. Per concludere, uno studio sulle neuroscienze condotto dall’università di Harvard, ha restituito un’immagine di speranza di una società sempre meno violenta. Le ragioni del declino della violenza risiedono nelle istanze civilizzatrici della società (empatia, cultura, conoscenza, femminizzazione) che superano i demoni della coscienza umana: predazione, violenza e istinto di sopraffazione.

La Chiesa contrasta la criminalità e restituisce alla donna un’immagine nuova

A destra l’accademico pontificio alla Pontificia Accademia Mariana Internationalis, prof. P. Gian Matteo Roggio

È un fatto che alcune esperienze religiose – come quelle musulmane – lasciano la donna in condizione di inferiorità e alla mercè dell’uomo. Per molto tempo questa è stata la condizione femminile all’interno delle organizzazioni criminali. Il loro futuro era stabilito, un futuro che non guardava agli interessi della persona, ma agli interessi dell’organizzazione rispetto alla quale si trovava in uno status di minorità. Da questo punto di vista le religioni in parte hanno concorso a creare quell’humus culturale che ha permesso alle associazioni di disporre delle donne a loro piacimento. “Questa visione” ha chiarito Gian Matteo Roggio “sta cambiando e le religioni oggi sono sensibili alla materia; infatti, a settembre durante il VII Congresso dei leader delle religioni mondiali in Kazakhistan “è stato ribadito che il compito della Chiesa è contrastare i fenomeni criminali, mafiosi e terroristici”. La consapevolezza di combattere queste realtà con le armi “deboli” della cultura passa attraverso un’immagine nuova della donna: non più in condizione di minorità ma una persona che vive la vita in perfetta uguaglianza tra i sessi; questa è la “carta” che le religioni possono offrire per combattere le organizzazioni criminali, un servizio rivolto all’intera comunità cercando un comune luogo di collaborazione.

Cristina Montagni