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È legge il “Codice Rosso” contro la violenza sulle donne

DDl Violenza di genereIl 17 luglio il ddl n. 1200 Codice Rosso a tutela delle donne vittime di violenza è diventato Legge. Con 197 voti favorevoli e nessun contrario, il testo di 21 articoli che individua i reati di violenza domestica e di genere, dallo stalking allo stupro, dai matrimoni forzati al revenge porn, prevede procedimenti penali più veloci al fine di prevenire e combattere la violenza di genere. Il punto di forza della legge non riguarda solo l’inasprimento della pena detentiva ma agisce sulla tempestività dell’intervento delle forze della pubblica sicurezza per scongiurare i fenomeni di femminicidio che sono diventati una piaga nazionale.

La ministra della Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno ha dichiarato “ora è necessario operare sul piano della riduzione dei tempi dei processi penali ed il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha commentato “ora lo Stato dice ad alta voce che le donne in Italia non si toccano”, rammentando che in Italia ogni 72 ore muore una donna per femminicidio, una vera e propria emergenza sociale. Con la conversione in Legge del testo del decreto vi sarà l’obbligo di ascoltare la donna entro 3 giorni dalla denuncia, inasprendo le pene per i reati di violenza sessuale, eliminando le attenuanti per il femminicidio ed introducendo nuovi reati come il “revenge porn” e la deformazione permanente del volto per proteggere le donne e i loro figli.

Il premier Giuseppe Conte ha definito la Legge uno strumento pensato per aiutare le numerose donne che quotidianamente sono minacciate, stolkerizzate, sottoposte a violenze fisiche o psicologiche da ex compagni o mariti, talvolta semplicemente da conoscenti.

DDL N. 1200/2019 > SCARICA IL TESTO PDF

Cristina Montagni

 

Differenza Donna e la Queen Mary University di Londra insieme per presentare il rapporto “What about my right not to be abused?”

Child FirstL’Associazione Differenza Donna insieme alle studiose inglesi della Queen Mary University di Londra hanno presentato al pubblico italiano un’importante ricerca sulla violenza domestica realizzata da Women’s Aid (Federazione composta da oltre 180 organizzazioni non profit che presta assistenza sulle violenze domestiche in tutto il territorio inglese) che ha messo i delicati aspetti riguardanti i rapporti genitoriali nei tribunali di famiglia inglesi. Il rapporto-denuncia “What about my right not to be abused?” esposto il 21 febbraio nella Casa Internazionale delle Donne, si è basato su dati quantitativi e qualitativi e le testimonianze dirette di 72 donne che vivono in Inghilterra. Lo studio che da un punto di vista metodologico è affine alla ONG Differenza Donna, è partito dai vissuti delle donne e dalle esperienze di quelle che hanno avuto accesso alla giustizia per la regolamentazione dell’affido dei minori nei casi di violenza domestica. Dal 2010 Differenza Donna è entrata a far parte del network europeo Women Against Violence Europe (associazioni di 46 Paesi europei impegnate per il contrasto alla violenza di genere e per i diritti delle donne) impegnandosi nei tribunali civili e penali per denunciare gli stereotipi sessisti che impediscono alle donne di vivere una vita libera dalla violenza maschile.  Sempre nel 2010 ha aderito alla campagna internazionale “Every Woman Everywhere” con l’intento di rivedere il trattato partendo dalla dichiarazione ONU del 1993 sull’eliminazione della violenza di genere e dalle raccomandazioni del trattato di uguaglianza del 1979. Al termine della campagna sarà prodotto un documento legale che imporrà alle nazioni di rendere operative le norme in vigore sollecitandole a stanziare maggiori fondi per finanziare gli operatori che lavorano nel settore per prevenire atti di violenza contro donne e ragazze.

Principali risultati delle campagne Child First ed “Every Woman Everywhere”

Locandina Differenza DonnaL’associazione Women’s Aid che nel 2016 ha lanciato la campagna Child First, raccogliendo oltre 44mila firme, ha sollecitato i tribunali della famiglia, la magistratura e il governo inglese a porre al centro di ogni decisione la sicurezza dei bambini e delle donne sopravvissute agli abusi domestici. Grazie alle numerose sottoscrizioni è nata la ricerca Every Woman Everywhere” per dimostrare e far conoscere quanto sia dannosa la violenza domestica sui minori, riconoscendo la violenza assistita o diretta. Dallo studio emerge la totale mancanza di una cultura sulla violenza domestica, senza contare che la violenza inflitta alla madre non è riconducibile alla vita dei bambini ma da un atto del tutto separato. Il dato più preoccupante è che il padre pur avendo commesso violenza sulla madre non è considerato un “cattivo” padre.

“What about my right not to be abused?”Da questa prima analisi sono scaturite diverse raccomandazioni. La prima quella di porre fine alle morti delle bambine e dei bambini, la seconda che le associazioni che si occupano del fenomeno hanno bisogno di maggiore formazione per prevenire e contrastare i fatti sanguinosi con una migliore comunicazione tra gli operatori che lavorano sul campo. Alla luce dei risultati Women’s Aid ha chiesto al governo inglese di operare una totale revisione delle linee guida 12J (linee guida che fanno riferimento all’ordinamento inglese) e che riguardano le decisioni prese rispetto ai minori nelle ordinanze degli incontri parentali, la violenza domestica e il danno. Nel 2017 la norma 12J è stata rivista e di recente la Camera inglese ha ordinato l’inibizione degli incontri diretti in tribunale tra il persecutore e la vittima. La norma ha pure stabilito il campo di azione dei giudici sulle tematiche di genere rispetto alluso di un linguaggio più consono alla violenza domestica, al controllo coercitivo e al danno. La revisione definisce anche le misure speciali da adottare nei confronti delle vittime dei bambini e delle bambine per garantire la loro incolumità in tribunale. Laddove la valutazione del rischio indichi che i minori possono essere in pericolo, il giudice può ordinare il divieto assoluto degli incontri compresi quelli protetti per evitare di esporli ad ulteriori danni. Lo studio denuncia altre criticità come ad esempio il modo con i quali vengono esercitati i diritti umani nei tribunali di famiglia. La scarsa sensibilità nella percezione delle dinamiche degli abusi domestici legati alle discriminazioni di genere che risiedono nei tribunali, la predominanza di stereotipi di genere e atteggiamenti dannosi nei confronti delle sopravvissute e alle madri nei tribunali di famiglia, mettono a rischio la loro vita e la sicurezza dei figli impedendogli di accedere alla giustizia.

Statistiche chiave della ricerca “Every Woman Everywhere”

Dalle testimonianze raccolte il 90% delle donne ha dichiarato che il maltrattante era un uomo, il 67% ha subito abusi fisici, il 57% abusi sessuali, il 55% controlli psicologici, l’83% violenza economica e l‘89% controlli sulla vita personale. Dalle dichiarazioni delle sopravvissute è emerso che nella maggior parte dei casi le donne vittime di abusi non sono state credute, al contrario accusate per non aver subito abusi e ritenute instabili dai giudici. Il 48% delle donne ha spiegato che gli abusi domestici non sono mai stati accertati, mentre altre hanno riferito che l’ex partner ha continuato ad operare un controllo diretto sulla vita sessuale dell’ex compagna anche durante gli incontri con i figli minori. Il rapporto denuncia la scarsa protezione delle donne sopravvissute e delle famiglie all’interno dei tribunali. Un quarto delle intervistate (24%) ha sostenuto di avere subito intimidazioni dall’ex-partner durante le udienze; tre su cinque (61%) hanno testimoniato che non erano state prese misure speciali di protezione, sale d’attesa separate, tempi diversi di entrata/uscita nelle deposizioni, collegamenti video esterni nonostante le reiterate accuse di abusi. La mancanza di misure idonee per le sopravvissute durante il procedimento giudiziario, di fatto danneggia e altera la capacità di deporre impedendo un’efficace difesa dei figli da parte del collegio giudicante. L’indagine ha anche indicato la correlazione tra l’abuso domestico dei sopravvissuti (controlli dopo la separazione) e rischi dovuti alla salute mentale per la sicurezza dei bambini. Il 69% delle sopravvissute ha sostenuto che gli ex-partner si dimostravano violenti anche nei confronti dei bambini, mentre il 38% ha testimoniato che l’ex partner aveva abusato del minore.

Azioni in Italia e in Europa per l’accesso delle donne alla giustizia

Maria Monteleone

Francesco Monastero, ha spiegato che da un anno a Roma è istituito un tavolo interistituzionale permanente che affronta le problematiche delle donne vittime di violenza domestica dando buoni risultati. Il primo è stato quello di aver ottenuto una stanza separata per la testimonianza delle donne che accedono all’aula di giustizia per deporre. Si tratta della prima stanza in Italia dotata di un impianto di video registrazione e sorveglianza che dà la possibilità alla donna di rivivere quel momento doloroso con un approccio più sereno. A breve sarà possibile testimoniare in video conferenza, collegando la stanza a tutte le aule di tribunale, ciò in base alla attuazione della direttiva europea sui diritti della vittima del 2012 e sui principi della Convenzione di Istanbul. Altro risultato che il tavolo ha prodotto è una bozza di linee guida in relazione ai rapporti che devono tenere tribunale civile, procura, tribunale per i minorenni, tribunale penale e servizi a sostegno sul territorio. Un ulteriore provvedimento adottato di recente è che si sono drasticamente ridotti i tempi di giudizio del dibattimento in tutti i casi di stalking e violenza di genere.

“What about my right not to be abused?”

Alida Montaldi ha chiarito che occorre partire da una ricognizione delle procedure che riguarda gli orfani da femminicidi per definire una legge regionale che riconosca l’accesso ad alcuni benefici per i bambini. Purtroppo l’attuale sistema informativo, ha spiegato la magistrata, non consente l’evidenza di queste procedure e l’impegno preso è quello di consentire un’identificazione di tutte le procedure per gestire un monitoraggio fra quelle attuate e quelle da concordare a livello interistituzionale.  “In Italia le leggi ci sono” ha dichiarato Teresa Manente “ed è costituito da un quadro normativo che negli ultimi dieci anni si è rivelato idoneo a contrastare e prevenire il fenomeno delle violenze. Il nodo semmai risiede nell’attuare le norme per una mancanza di sensibilità culturale e conoscenza del fenomeno”. “In sintesi, occorre rendere efficaci le leggi già in vigore in Italia ed applicare in via definitiva la Convezione di Istanbul. Altri disegni di legge sono inaccettabili, contrasterebbero con la costituzione italiana e con la Convenzione di Istanbul” ha concluso la responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna. Franca Mangano, ha sostenuto che i punti di debolezza dell’ordinamento di giudizio sui minori sta nella frammentarietà delle tutele. Il fatto che la stessa situazione abbia più gradi di giudizio da parte di Corti diverse si traduce in una vittimizzazione che può sfociare in un accanimento giudiziario (ripetuto ascolto del minore da parte dei giudici) oppure un vuoto di tutela in alcuni settori (ad esempio il provvedimento di allontanamento del maltrattante). La prospettiva ideale, secondo la giudice, sarebbe quella di una corte unica della famiglia che abbia caratteristiche di specializzazione e che possa conformare l’adeguata tutela sia al minore che alla donna. Luciana Sangiovanni ha sostenuto la necessità di un giudice unico della famiglia, e in attesa che sia varata la legge, il tavolo interistituzionale può offrire molto per condividere le buone prassi. Ha poi commentato che il ruolo della consulenza tecnica sui procedimenti in caso di violenza è importante ma non può sostituirsi alla valutazione del nucleo familiare da parte del pubblico ministero. Maria Monteleone, ha spiegato che la soluzione è quella di sedersi intorno ad un tavolo per studiare linee guida che consentano di monitorare questi fenomeni con il coordinamento efficace tra tutti gli organi giurisdizionali, coloro che svolgono un ruolo di prevenzione e repressione dei reati contro i minori, contro le donne e le persone vulnerabili. Lo stimolo per redigere le nuove linee guida è scaturito a seguito della sentenza del 2017 che ha condannato l’Italia alla Corte europea dei diritti dell’uomo per non aver saputo proteggere una donna e suo figlio che tentava di difendere la madre. Non è un caso che il CSM (Consiglio Superiore della Magistratura), sulla spinta di questa sentenza ha ritenuto doveroso redigere un documento dopo aver raccolto da parte di tutti gli uffici giudiziari d’Italia le prassi più virtuose, per presentare a maggio 2018 una risoluzione che costituisce uno strumento di divulgazione di buone prassi preziosa per tutti gli uffici giudiziari, inquirenti e giudicanti. La bozza delle linee guida ha lo scopo di mettere in atto una sinergia tra giudice civile, giudice penale e giudice minorile. Quanto al ruolo dei consulenti tecnici ci sono due problemi da non sottovalutare. Il primo quello di individuare quale sia il ruolo corretto che la nostra legislazione attribuisce al consulente, secondo individuare i criteri di scelta dei consulenti. È inaccettabile, per la magistrata, che la causa dipenda da un fatto puramente casuale cioè la scelta del professionista solo sulla base dell’iscrizione all’albo prima ancora che sulla valutazione della professionalità. Occorre invece selezionare esperti che siano specializzati per l’ascolto del minore. Infine, ha concluso la magistrata, il consulente può esprimere un parere ma la decisione è riservata esclusivamente al giudice, il che impone un’attenta valutazione del ruolo del consulente e dei sui limiti d’intervento.

Cristina Montagni

Al simposio sono intervenute Francesca Koch, Presidente della Casa Internazionale delle donne, Elisa Ercoli, Presidente di Differenza Donna, Jenny Birchall, Research and Policy Officer- Women’s Aid, London, Shazia Choundhry, Professore di legge della Queen Mary University of London, Myriam Trevisan, Università la Sapienza di Roma, Francesco Monastero, Presidente del Tribunale di Roma, Alida Montaldi, Presidente del Tribunale per i minorenni di Roma, Franca Mangano, Presidente della sezione famiglia e Minori della Corte di Appello di Roma, Luciana Sangiovanni, Presidente di Sezione del I Tribunale di Roma, Maria Monteleone, P.A. Coordinatrice gruppo antiviolenza Procura di Roma, incaricata dal CSM, Marisa Mosetti, Giudice del Tribunale di Roma, Paola Di Nicola, GIP del Tribunale di Roma, Elvira Reale, Psicologa, Responsabile del Centro Dafne-Codice Rosa, Cardarelli di Napoli, Simona Napolitani, Avvocata Referente Civilista Ufficio Legale Differenza Donna, Teresa Manente, Avvocata responsabile ufficio legale Differenza Donna

 

One Billion Rising 2019

One Billion rising 2019Per il terzo anno consecutivo si è celebrato One Billion Rising 2019, l’evento planetario voluto dalla drammaturga e attivista Eve Ensler che si basa sull’idea che si può sfidare il sistema e rivendicare il diritto delle donne a decidere in pieno della propria vita. Le manifestazioni internazionali e nazionali di quest’anno hanno scelto la formula del flash mob coinvolgendo nel mondo ben 207 nazioni. In Italia dal 14 al 17 febbraio, le piazze si sono trasformate in una vera festa d’amore, una festa di rispetto profondo verso gli altri. La campagna contro il femminicidio si è concentrata in oltre 100 città con iniziative ed eventi organizzati da numerosi centri antiviolenza che operano su tutto il territorio nazionale. Nelle strade e nelle piazze di tutta Italia cittadine e cittadini si sono riuniti per cantare e ballare insieme “Break the chain”, la canzone di Tena Clark simbolo della lotta agli abusi che letteralmente significa spezzate le catene contro gli abusi. Un’invasione di cuori e trovate commerciali dove soprattutto la danza è stata la vera rivoluzione che aveva l’intenzione di infondere forza, consapevolezza e ribellione. Un messaggio chiaro: sapere cos’è la violenza contro le donne, riconoscerne la portata e scegliere di non rimanere indifferenti. L’appuntamento romano, culminato a piazza San Silvestro, ha ottenuto il patrocinio del I Municipio di Roma Centro con la collaborazione della Ong Differenza Donna. Tra le adesioni alla campagna 2019, ci sono state Amnesty International, AMREF, Assist Associazione Nazionale Atlete, Casa Internazionale delle Donne Roma, CGIL, Differenza Donna ONG, DI.RE., EMERGENCY, Gi.u.li.a, Rebel Network, Se Non Ora Quando Factory, Women in Film, Women’s March Rome.

One Billion rising 2019

La campagna di sensibilizzazione One Billion Rising

Se il tema della campagna dell’anno scorso era quello della giustizia, la parola d’ordine di quest’anno è ancora più evocativa: rivoluzione. Una scelta coraggiosa perché contro la violenza sulle donne e le bambine è proprio una rivoluzione quello che serve: una rivoluzione della politica, una rivoluzione culturale che mini alla base le strutture e i presupposti ideologici che legittimano violenza e discriminazioni di genere. Le Nazioni Unite hanno denunciato infatti che una donna su tre sul pianeta sarà picchiata o stuprata nel corso della vita e questo significa un miliardo di donne e bambine. In Italia per l’organizzazione Differenza Donna, le donne uccise nel 2018 sono state 93 e il 2019 si è aperto con maggiore aggressività.

Intervista a Luisa Rizzitelli, responsabile del coordinamento One Billion Rising Italia

Per cogliere alcuni aspetti che hanno spinto una moltitudine di donne a manifestare pacificamente in tutta Italia, ho incontrato Luisa Rizzitelli, responsabile del coordinamento One Billion Rising Italia che si occupa di sostenere, promuovere ed aiutare chi vuole aderire a questo evento mondiale.

Luisa Rizzitelli

Quando è nata questa manifestazione a livello planetario?

La prima edizione di One Billion Rising si è svolta nel 2011, attualmente abbraccia oltre 200 paesi nel mondo. È un appuntamento importante perché non si festeggia nulla, ma è un modo per ricordare quanto le donne abbiano intenzione di rivoluzionare il mondo eliminando la violenza di genere che affligge tutti i paesi non solo l’Italia. Le donne di tutto il mondo per denunciare questo fenomeno, manifestano con la danza, la musica, la loro forza, energia e bellezza. Proprio per questo è stato composto il brano “Break the chain” che vuol dire spezza le catene ed è il brano che accomuna tutte le donne e gli uomini quando partecipano alla manifestazione.

Quando si festeggia questo evento in tutto il mondo?

One Billion Rising si festeggia il 14 febbraio di ogni anno, ma in tanti paesi questa ricorrenza si allunga fino al 16 febbraio che peraltro è attiva in oltre 80 piazze italiane. Nello stesso momento Rimini, Genova, Palermo, Aosta, Trento e tantissime altre città stanno manifestando nello stesso istante. Ancora una volta c’è la voglia di tante donne di scendere in piazza e farlo anche con gli uomini per dire che la violenza sulle donne deve finire.

Con questa manifestazione si vuole denunciare anche l’entrata in vigore del disegno di legge Pillon?

In Italia quest’anno abbiamo parlato molto di scendere in piazza per ribadire l’importanza della libertà delle donne in un momento in cui questi diritti in Italia e nel mondo sono sotto attacco. Il disegno di legge Pillon che contestiamo, di cui chiediamo il ritiro, è sicuramente una di quelle espressioni della politica che non va incontro ai diritti delle donne. In realtà questa domanda è giusta perché è vero che si parla di violenza maschile sulle donne, intesa come qualunque forma di violenza, ma anche contro una cultura della misoginia e della violenza in generale. Quindi questa manifestazione si lega sicuramente anche a questo concetto.

Le Istituzioni sono a fianco alle donne per quanto riguarda il decreto Pillon?

Come One Billion Rising il nostro compito è quello di supportare le associazioni, centri anti violenza e associazioni femministe che operano confrontandosi con le istituzioni. Noi come soggetto ci preoccupiamo di fare cultura e sensibilizzare le persone attraverso i social media.

Avete pensato di fare una raccolta firme per chiedere il ritiro del decreto Pillon?

No, perché è una cosa di cui si stanno occupando altre realtà come l’associazione nazionale D.i.Re “Donne in Rete contro la violenza” e tutti i centri anti violenza d’Italia.

La violenza di genere è oramai diventata una piaga mondiale che affligge tutte le donne di ogni ceto sociale in maniera trasversale. Avete delle proposte in cantiere che state sottoponendo alle istituzioni?

Ci mobilitiamo in tantissime, soprattutto siamo tutte volontarie che si impegnano affinché le persone possano prendere coscienza della gravità del problema. Quello che noi proponiamo, come fanno tante attiviste, è che in Italia venga applicata la convenzione di Istanbul che prevede già quello che si dovrebbe fare in materia di violenza di genere. Su questo continuiamo a batterci e lo facciamo con i raduni che vogliono essere una informazione capillare tutto l’anno grazie alla passione di donne e uomini volontari.

La deputata Laura Boldrini come altre deputate italiane sono di supporto per far sì che vengano elaborati strumenti a sostegno delle donne vittime di abusi?

Laura Boldrini come altre politiche italiane sono a fianco delle donne quando si tratta di diritti inviolabili. In generale tutte le politiche italiane sono scese in piazza per manifestare su quello che è diventato un flagello quotidiano.

Quali sono i prossimi eventi che pensate di organizzare?

One Billion Rising è un evento annuale, lo prepariamo tutto l’anno lavorando a contatto con altre associazioni che raccoglie oltre 1 miliardo di donne in piazza. Quello che continuiamo a fare è mantenerci in contatto con altre realtà per sostenerci quando ci sono delle battaglie da fare e soprattutto comunichiamo con le nostre pagine social mettendo in rete documenti e materiale utile per dare una corretta informazione su questi temi.

Cristina Montagni

Giornata contro la violenza sulle donne, iniziative dalla Farnesina alla Presidenza del Consiglio. Gli italiani e la percezione del fenomeno

Nella Giornata della violenza contro le donne, molte sono le iniziative e gli strumenti messi in campo per contrastare questo triste fenomeno. Un flash mob virtuale dal 25 novembre farà viaggiare per 16 giorni il colore arancione attraverso tutta la rete estera della Farnesina per rispondere all’appello dell’Onu ‘Orange the world’, la campagna dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne. “Un filo che si snoderà – spiega Angelino Alfano Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – dalla giornata mondiale contro la violenza di genere fino al 10 dicembre, giorno dedicato dalle Nazioni Unite ai diritti umani. Tutte le sedi consolari e diplomatiche italiane interverranno sui social per richiamare l’attenzione sull’iniziativa che quest’anno si mobilita sul tema “Leave no one behind: end violence against women and girls”.

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Sempre il 25 novembre il Governo ha stanziato 33 milioni l’anno per i prossimi tre anni nel nuovo Piano nazionale antiviolenza. L’annuncio è stato dato dalla sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità, Maria Elena Boschi. Si tratta di una guida per le aziende sanitarie e ospedaliere per il soccorso e l’assistenza socio-sanitaria alle donne vittime di violenza. Le linee del nuovo Piano nazionale antiviolenza, che avrà durata triennale, sono il frutto di un percorso di confronto e riflessione avviato dal mese di febbraio dal Dipartimento Pari Opportunità con le altre Amministrazioni centrali coinvolte, le Regioni e i Comuni, le associazioni impegnate sul tema della violenza e gli enti pubblici di ricerca. L’altra novità è il fondo per gli orfani di femminicidio, con due milioni e mezzo l’anno per il triennio 2018-2020. Lo prevede un emendamento alla manovra a firma della presidente della commissione d’inchiesta sul femminicidio Francesca Puglisi, come ha spiegato la relatrice al provvedimento, Magda Zanoni. Almeno il 70% del fondo, come si legge nel testo dell’emendamento, sarà destinato a interventi in favore dei minori

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La donna nell’imaginario degli italiani è stata anche analizzata da IPSOS che ha presentato, in questa occasione, una ricerca per indagare le opinioni degli italiani sugli stereotipi di genere.

Un bilancio drammatico si registra dal 2016

I dati denunciano la percezione del fenomeno per spronare tutti a “portare alla luce” situazioni a rischio.

  • 6 milioni e 788 mila donne vittime di violenza fisica o sessuale
  • 652 mila donne vittime di stupri (62,7% commesso da partner o ex partner)
  • 80% aggressioni verso le donne avviene dentro le mura domestiche
  • 149 vittime di femminicidio nel 2016

Nel 65,2% dei casi, i bambini assistono alla violenza sulle madri (violenza assistita) e gli orfani di femminicidio sono 1.700. 17 ML l’anno è il costo economico e sociale della violenza contro le donne. Un fatto sociale da affrontare in ottica multidimensionale, con un piano strutturato che prevede investimenti sulla prevenzione. Dai risultati emerge la persistenza di stereotipi di genere che spesso sono le stesse donne a rafforzarli. Il 33% delle italiane dichiara che tutte le donne sognano di sposarsi, percentuale non distante dagli uomini, 38%. La maternità viene considerata una esperienza che consente alla donna di realizzarsi completamente. L’indagine, elaborata su un campione di 1000 italiani tra i 18-65 anni (uomini 49% e donne 51%) è stata una occasione per individuare quali sono i principali stereotipi cui la donna è soggetta.

Dall’indagine statistica emergono le seguenti affermazioni:

  • La donna è capace di sacrificarsi per la famiglia molto più di un uomo (65%)
  • Per una donna è molto importante essere attraente (62%)
  • Tutte le donne sognano di sposarsi (37%)
  • In presenza di figli piccoli è sempre meglio che il marito lavori e la moglie resti a casa coi bambini (36%)
  • Per l’uomo più che per le donne è molto importante avere successo nel lavoro (35%)
  • La maternità è l’unica esperienza che consente ad una donna di realizzarsi completamente (32%)
  • È soprattutto l’uomo che deve mantenere la famiglia (28%)
  • Avere un’istruzione universitaria è più importante per un ragazzo che per una ragazza (17%)
  • È giusto che in casa sia l’uomo a comandare (13%).

L’indagine ha poi individuato quali comportamenti discriminatori sono accettabili sempre o in alcune circostanze:

  • Fare battute a sfondo sessuale (19%)
  • Fare avances fisiche esplicite (17%)
  • Obbligare la donna a lasciare il lavoro o a cercarne uno (10%)
  • Impedire ad una donna qualsiasi decisione sulla gestione dell’economia familiare (9%)
  • Controllare o impedire le amicizie di una donna con altre persone (8%)
  • Umiliare verbalmente (8%)
  • Rinchiudere una donna in casa o controllare le sue uscite o le sue telefonate (7%)
  • Minacciare o insultare (6%)
  • Sottrarre alla donna al suo stipendio (5%)

Per concludere anche il Presidente del Senato Pietro Grasso ha voluto lanciare un pensiero preciso insistendo sul tema delle denunce: “Dobbiamo riconoscere che siamo indietro anche sotto un profilo culturale e sociale: denunciare una violenza non è facile, c’è la drammatica tentazione di rimuovere interamente quanto accaduto, di non parlarne per colpa degli effetti pubblici e sociali di una denuncia, che spesso sono a carico più delle vittime che dei carnefici. Anche i più recenti casi di cronaca confermano infatti che davanti ad una denuncia non scatta un’unanime solidarietà: le parole di una donna, le sue azioni, vengono soppesate quasi a cercare una giustificazione della violenza subita o, peggio ancora, una colpa o addirittura una convenienza nel tacere o nel denunciare dopo tempo”.

Cristina Montagni

Violenza sulle donne un fenomeno strutturale: Un “Prodotto Sociale”

La Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne è stata scelta per onorare le tre sorelle Mirabal, (Patria, Minerva e Maria Teresa) vittime di Stato uccise da alcuni sicari del dittatore della Repubblica Dominicana il 25 novembre 1960. La data del 1980 divenne il simbolo del loro sacrificio. Molti paesi in seguito si unirono nella commemorazione di questo giorno, attribuendogli un valore di denuncia del maltrattamento fisico e psicologico verso le donne e le bambine. Il 17 dicembre 1999 l’Assemblea Generale delle Nazioni unite, con la risoluzione 54/134, sceglie la data del 25 novembre per celebrare la lotta contro la violenza sulle donne, in omaggio alle sorelle Mirabal.

I dati sulla violenza di genere sono oramai cronaca di tutti i giorni e secondo le recenti stime in Italia raggiungono 7 milioni le donne che subiscono nel corso della loro vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale che in Europa rappresentano il 33% della popolazione femminile totale. E’ necessario fare una riflessione sulla prevenzione e sul contrasto di quella che il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon ha definito “una violazione dei diritti umani, un’epidemia per la sanità pubblica e un serio ostacolo allo sviluppo sostenibile”. L’Italia, con la ratifica della Convenzione di Istanbul, ha uno strumento sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica. Un testo che traccia delle linee guida dalla definizione di “violenza nei confronti delle donne”. La violenza di genere è una “violazione dei diritti umani” e l’impegno è di ridurre i “danni o le sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica” delle donne. La Convenzione va poi oltre perché afferma che “il raggiungimento dell’uguaglianza di genere è un elemento chiave per prevenire la violenza contro le donne”. Ratificando la Convenzione, l’Italia accetta la sfida del cambiamento che passa attraverso l’impegno delle istituzioni.

QUALI AREE DI INTERVENTO L’ITALIA ADOTTA ATTRAVERSO LE AZIONI DEL GOVERNO E DEL PARLAMENTO

La prima area d’intervento si concreta con la legge contro il femminicidio (119 del 2013) che è un’azione di prevenzione a sostegno di chi subisce violenza. La legge 14 del 2013 riguarda il finanziamento al Piano contro la violenza sessuale e di genere e l’estensione a tutto il territorio nazionale del Codice Rosa prevista dalla legge di bilancio 2016. Un altro intervento s’inserisce nel cosiddetto “Welfare alla persona“: strumenti a sostegno del lavoro attraverso una migliore gestione dei servizi alle famiglie e al reddito delle donne. In questa direzione vanno le misure inserite nella legge di bilancio 2016, nello Jobs Act e nella legge 190 del 2014. Un segmento da non trascurare è inoltre quello culturale. Lavorare sul riconoscimento, sul rispetto, sul valore delle differenze adottando misure e interventi che riguardano la scuola, l’informazione, i media, i linguaggi. Da questo punto di vista è fondamentale l’educazione di genere: non a caso, la norma prevista nella Buona scuola (legge 107 del 2015) inserisce nel piano di offerta formativa di ogni scuola l’educazione alla parità tra i sessi e la prevenzione della violenza. Lavorare sulla rappresentanza di genere per renderla equilibrata e paritaria, serve a permettere al Parlamento e alle istituzioni locali di rappresentare meglio la realtà.

STEREOTIPI E PREGIUDIZI

Si considerano stereotipi e pregiudizi, quei rapporti tra i sessi in cui le donne sono considerate proprietà degli uomini, percorsi educativi pensati al maschile, visioni distorte nella rappresentazione del ruolo di donne e uomini, informazione nei media, assenza di equilibrio nella rappresentanza di genere nelle Istituzioni, nelle carriere accessibili solo agli uomini, nella disparità salariale e nell’insufficienza di servizi per garantire la maternità come una scelta consapevole. La violenza non è però solo maschile. Violenza è anche quella che le Istituzioni, il sistema economico e sociale infliggono nei confronti delle donne. La proposta di scrivere un vademecum che raccolga definizioni, pratiche e metodologie contro la violenza di genere che le donne hanno subito fino ad ora. Una violenza che ha diverse faccettature, aggredendo tutti i campi dell’esistente: dal lavoro, alla salute sessuale e riproduttiva, passando per la formazione e la narrazione mediatica che da sempre utilizza strumentalmente i corpi delle donne.

LE ISTITUZIONI IN ITALIA

Le istituzioni in Italia non sembrano essere capaci di affrontare le sfide poste a contrasto alla prevenzione della violenza di genere. Ad oggi non c’è un’indicazione istituzionale precisa che interpreti la violenza di genere come un problema strutturale. Quello che si osserva è che non esiste un lavoro sinergico con i servizi territoriali e le istituzioni che nel tempo si sono posizionate in maniera neutra rispetto alla violenza di genere. Sarebbe necessario porsi in una posizione di ascolto verso ciò che le donne denunciano da anni. Il Ministero alle Pari Opportunità è ancora senza dicastero e ciò denota quanto venga presa in considerazione la pari opportunità tra i generi. A fronte di numerose carenze sul piano legislativo e su quello attuativo, che il ministero per le pari opportunità sia un delegato, fa capire quale sia la priorità dell’esecutivo di fronte al problema del femminicidio, della violenza di genere e della sua prevenzione. I centri antiviolenza seguono le donne perché negli anni si sono individuati degli interlocutori standard che portano gli uomini ad agire violenza sulle donne a compiere sempre gli stessi atti. In tale spirale si legge quanto la violenza sulle donne sia strutturale: un “prodotto sociale”. 

Cristina Montagni