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Women20. Roadmap su parità e lavoro, traguardo storico al Summit G20 di Roma

Women 20 (engagment group composto da donne rappresentanti dei venti paesi più industrializzati) ha accolto l’adozione della Dichiarazione dei leader del G20 di Roma approvata lo scorso 31 ottobre e gli sforzi della Presidenza italiana per raggiungere una visione globale su questioni di attualità per la ripresa post-pandemia.

Summit G20 Rome

Al Vertice di Roma – cui hanno partecipato esperti di tutto il mondo – sono stati affrontati temi urgenti riguardanti l’emancipazione sociale, economica e politica delle donne e consegnare il Comunicato del W20-2021 ai leader del G20. Linda Laura Sabbadini Chair del W20, ha spiegato le richieste del manifesto delle donne e gli obiettivi per raggiungere la parità di genere e il rilancio dell’economia di tutti i paesi più industrializzati.

Contenuti e sentiment della Roadmap

La Roadmap – traguardo storico raggiunto per la prima volta dal G20 – definisce la strada del miglioramento della qualità e della quantità dell’occupazione femminile, la lotta alle molestie sul lavoro, aumento del numero di donne nelle posizioni decisionali, riduzione del divario retributivo di genere, insieme agli indicatori per stimolare i membri del G20 a spingersi oltre gli obiettivi di Brisbane (ridurre il divario tra donne e uomini nella forza lavoro del 25 per cento entro il 2025). L’engagment group W20 ha espresso soddisfazione per l’adozione delle proposte centrate sull’emancipazione di tutte le donne e i giovani attraverso un’istruzione di qualità, in particolare nelle materie STEAM (associazione delle competenze del futuro alle scienze umane), nel green jobs e sul riconoscimento dell’importanza delle città come fattori primari dello sviluppo sostenibile.

Linda Laura Sabbadini, Chair W20

Obiettivi del Manifesto Women 20

Per raggiungere la parità di genere, Women 20 ha invitato il G20 a dare priorità alle sfide del cambiamento culturale con l’adozione di una Roadmap pluriennale sugli stereotipi di genere e l’inclusione a partire dalle scuole primarie con corsi obbligatori per aumentare la consapevolezza del pubblico; stabilire piani nazionali per contrastare la violenza sulle donne che dovrebbero includere programmi educativi sin dall’infanzia basati sulla creazione di una cultura del rispetto, formazione per gli operatori e sviluppo di servizi per aiutare le donne a uscire dalla violenza. Inoltre, viene chiesto di finanziare piani multidisciplinari sulla Medicina di Genere investendo in ricerche che prendano in considerazione le differenze biologiche in fattori di rischio essenziali, meccanismi ed esiti di malattie, farmaci, vaccini e così via; promuovere il gender procurement come strumento premiante per le aziende che realizzano una presenza rilevante delle donne in posizioni apicali. Infine, per quanto attiene alla tassazione globale, hanno incoraggiato i leader ad accordarsi sull’investimento di quote mirate all’imprenditoria femminile e al gender budgeting.

Cristina Montagni

Stereotipi di genere in condizioni di stress sociale e individuale: Italia e Turchia a confronto

Il Consiglio Nazionale delle ricerche tra marzo e luglio 2020 ha condotto due importanti indagini nazionali tra Italia e Turchia per cogliere le differenti reazioni indotte dagli stereotipi di genere in condizioni di stress sociale e individuale. Lo studio – presentato il 25 febbraio scorso e pubblicato sulla rivista European Review for Medical and Pharmacological Sciences – ha evidenziato come l’impatto da lockdown per il COVID19 sia strettamente correlato al contesto sociale e culturale di riferimento in cui vive una popolazione.

Indagine psicosociale tra gli stereotipi di genere Italia – Turchia

L’analisi statistica, effettuata dall’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR in collaborazione con l’università Süleyman Demirel di Isparta (Turchia), ha analizzato con un approccio psicosociale gli stereotipi di genere tra Italia e Turchia. Uno degli autori della ricerca, Antonio Tintori del Cnr-Irpps, ha spiegato che in Turchia là dove l’adesione agli stereotipi di genere sono più radicati rispetto all’Italia, durante il lockdown sono stati chiari gli effetti positivi sul benessere individuale in risposta alla crisi da COVID19. Inoltre, l’autore sottolinea che le emozioni negative quali rabbia, disgusto, paura, ansia e tristezza sono più controllate. Al contrario in Italia, dove la subordinazione sociale delle donne è da tempo in discussione, l’adesione a tali condizionamenti sociali appare più un fattore di rischio individuale, con la tendenza ad accrescere le emozioni primarie negative incrinando maggiormente il benessere e la serenità del nucleo familiare.

Differenze socio – culturali tra le donne italiane e turche

L’analisi parallela Italia – Turchia sottolinea come la differenza nella diffusione degli stereotipi di genere sia strettamente connessa a caratteristiche sociali, religiose, storiche e politiche tipiche dei due Paesi. Tintori precisa, infatti, che il 68% degli intervistati turchi relega il ruolo della donna a madre e moglie, contro il 32% delle donne italiane. In entrambi i Paesi, l’adesione agli stereotipi risulta più frequente a chi possiede un basso livello di studio, e tra i credenti in Turchia l’86% e in Italia il 55%. In concreto, maggiore è la diffusione degli stereotipi, minori sono le differenze in termini di genere, età e condizione occupazionale. In Italia, infatti, dove donne e giovani sono meno condizionati, la percentuale di soggetti stereotipati ammonta rispettivamente al 26% e al 21%.

Conseguenze psicologiche e contraccolpi sulla famiglia a seguito del lockdown

Secondo il report le attività quotidiane delle donne turche non hanno avuto particolari contraccolpi, considerata la condizione sociale del paese, proprio perché la ripartizione delle attività domestiche nel corso del lockdown hanno seguito una rigida routine di genere correlata all’adesione di tali stereotipi. L’impatto sul clima familiare è stato assorbito in positivo, infatti gli intervistati hanno risposto di vivere un clima familiare pacifico, affettuoso e collaborativo. Sulla “scorta” delle precedenti osservazioni, anche il rischio di violenza domestica durante il confinamento è stata inferiore tra le donne che aderiscono agli stereotipi sessisti; solo il 28,7% delle donne turche contro il 45% di quelle che non vi aderiscono. In Italia, questa percezione è stata riscontrata dal 12% delle donne che aderiscono agli stereotipi di genere, contro il 21,8% di quelle che non vi aderiscono.

Dal lato psicologico, l’influenza degli stereotipi sul benessere individuale presenta risultati contrapposti rispetto ai due Paesi. “Complessivamente durante il lockdown, le donne più degli uomini hanno percepito emozioni negative. Chi subisce importanti pressioni agli stereotipi di genere – come la Turchia – presenta bassi livelli emozionali, mentre in Italia le emozioni negative sono maggiori tra chi aderisce a questi stereotipi. “Si deduce” conclude Tintori “che questo stato d’animo dipende soprattutto dall’aumento del processo di emancipazione culturale rispetto al sessismo che in Italia è in atto da anni, mentre in Turchia è solo agli esordi”.

Cristina Montagni

Giornata contro la violenza sulle donne, iniziative dalla Farnesina alla Presidenza del Consiglio. Gli italiani e la percezione del fenomeno

Nella Giornata della violenza contro le donne, molte sono le iniziative e gli strumenti messi in campo per contrastare questo triste fenomeno. Un flash mob virtuale dal 25 novembre farà viaggiare per 16 giorni il colore arancione attraverso tutta la rete estera della Farnesina per rispondere all’appello dell’Onu ‘Orange the world’, la campagna dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne. “Un filo che si snoderà – spiega Angelino Alfano Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – dalla giornata mondiale contro la violenza di genere fino al 10 dicembre, giorno dedicato dalle Nazioni Unite ai diritti umani. Tutte le sedi consolari e diplomatiche italiane interverranno sui social per richiamare l’attenzione sull’iniziativa che quest’anno si mobilita sul tema “Leave no one behind: end violence against women and girls”.

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Sempre il 25 novembre il Governo ha stanziato 33 milioni l’anno per i prossimi tre anni nel nuovo Piano nazionale antiviolenza. L’annuncio è stato dato dalla sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio con delega alle Pari Opportunità, Maria Elena Boschi. Si tratta di una guida per le aziende sanitarie e ospedaliere per il soccorso e l’assistenza socio-sanitaria alle donne vittime di violenza. Le linee del nuovo Piano nazionale antiviolenza, che avrà durata triennale, sono il frutto di un percorso di confronto e riflessione avviato dal mese di febbraio dal Dipartimento Pari Opportunità con le altre Amministrazioni centrali coinvolte, le Regioni e i Comuni, le associazioni impegnate sul tema della violenza e gli enti pubblici di ricerca. L’altra novità è il fondo per gli orfani di femminicidio, con due milioni e mezzo l’anno per il triennio 2018-2020. Lo prevede un emendamento alla manovra a firma della presidente della commissione d’inchiesta sul femminicidio Francesca Puglisi, come ha spiegato la relatrice al provvedimento, Magda Zanoni. Almeno il 70% del fondo, come si legge nel testo dell’emendamento, sarà destinato a interventi in favore dei minori

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La donna nell’imaginario degli italiani è stata anche analizzata da IPSOS che ha presentato, in questa occasione, una ricerca per indagare le opinioni degli italiani sugli stereotipi di genere.

Un bilancio drammatico si registra dal 2016

I dati denunciano la percezione del fenomeno per spronare tutti a “portare alla luce” situazioni a rischio.

  • 6 milioni e 788 mila donne vittime di violenza fisica o sessuale
  • 652 mila donne vittime di stupri (62,7% commesso da partner o ex partner)
  • 80% aggressioni verso le donne avviene dentro le mura domestiche
  • 149 vittime di femminicidio nel 2016

Nel 65,2% dei casi, i bambini assistono alla violenza sulle madri (violenza assistita) e gli orfani di femminicidio sono 1.700. 17 ML l’anno è il costo economico e sociale della violenza contro le donne. Un fatto sociale da affrontare in ottica multidimensionale, con un piano strutturato che prevede investimenti sulla prevenzione. Dai risultati emerge la persistenza di stereotipi di genere che spesso sono le stesse donne a rafforzarli. Il 33% delle italiane dichiara che tutte le donne sognano di sposarsi, percentuale non distante dagli uomini, 38%. La maternità viene considerata una esperienza che consente alla donna di realizzarsi completamente. L’indagine, elaborata su un campione di 1000 italiani tra i 18-65 anni (uomini 49% e donne 51%) è stata una occasione per individuare quali sono i principali stereotipi cui la donna è soggetta.

Dall’indagine statistica emergono le seguenti affermazioni:

  • La donna è capace di sacrificarsi per la famiglia molto più di un uomo (65%)
  • Per una donna è molto importante essere attraente (62%)
  • Tutte le donne sognano di sposarsi (37%)
  • In presenza di figli piccoli è sempre meglio che il marito lavori e la moglie resti a casa coi bambini (36%)
  • Per l’uomo più che per le donne è molto importante avere successo nel lavoro (35%)
  • La maternità è l’unica esperienza che consente ad una donna di realizzarsi completamente (32%)
  • È soprattutto l’uomo che deve mantenere la famiglia (28%)
  • Avere un’istruzione universitaria è più importante per un ragazzo che per una ragazza (17%)
  • È giusto che in casa sia l’uomo a comandare (13%).

L’indagine ha poi individuato quali comportamenti discriminatori sono accettabili sempre o in alcune circostanze:

  • Fare battute a sfondo sessuale (19%)
  • Fare avances fisiche esplicite (17%)
  • Obbligare la donna a lasciare il lavoro o a cercarne uno (10%)
  • Impedire ad una donna qualsiasi decisione sulla gestione dell’economia familiare (9%)
  • Controllare o impedire le amicizie di una donna con altre persone (8%)
  • Umiliare verbalmente (8%)
  • Rinchiudere una donna in casa o controllare le sue uscite o le sue telefonate (7%)
  • Minacciare o insultare (6%)
  • Sottrarre alla donna al suo stipendio (5%)

Per concludere anche il Presidente del Senato Pietro Grasso ha voluto lanciare un pensiero preciso insistendo sul tema delle denunce: “Dobbiamo riconoscere che siamo indietro anche sotto un profilo culturale e sociale: denunciare una violenza non è facile, c’è la drammatica tentazione di rimuovere interamente quanto accaduto, di non parlarne per colpa degli effetti pubblici e sociali di una denuncia, che spesso sono a carico più delle vittime che dei carnefici. Anche i più recenti casi di cronaca confermano infatti che davanti ad una denuncia non scatta un’unanime solidarietà: le parole di una donna, le sue azioni, vengono soppesate quasi a cercare una giustificazione della violenza subita o, peggio ancora, una colpa o addirittura una convenienza nel tacere o nel denunciare dopo tempo”.

Cristina Montagni