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MILLENNIALS, LAVORO POVERO E PENSIONI: QUALE FUTURO?

Precari, Neet, working poor, “lavoro gabbia”: la futura bomba sociale produrrà un esercito di 5,7 milioni di giovani a rischio povertà nel 2050. Il ritardo nell’ingresso nel mondo del lavoro, la discontinuità contributiva, la debole dinamica retributiva e attività lavorative precarie, rappresentano un mix pericoloso che proietta uno scenario preoccupante sul futuro previdenziale e la tenuta sociale del Paese. Le nuove povertà, determinate dalle basse pensioni, saranno aggravate dall’impossibilità di contare su una previdenza complementare come secondo pilastro pensionistico. Questo è quanto emerso dal rapporto Censis-Confcooperative presentato lo scorso 15 marzo su: “Millennials, lavoro povero e pensioni: quale futuro?”.
“Queste condizioni hanno attivato una bomba sociale che va disinnescata. Lavoro e povertà, per Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, sono due emergenze sulle quali chiediamo al governo di impegnarsi con determinazione per un patto intergenerazionale che garantisca ai figli le stesse opportunità dei padri. Sul fronte della povertà il reddito di inclusione con un primo stanziamento di 2,1 miliardi che arriverà a 2,7 miliardi nel 2020 fornirà solo prime risposte, ma dobbiamo recuperare 3 milioni di Neet e offrire condizioni di lavoro dignitoso ai 2,7 milioni di lavoratori poveri. Rischiamo di perdere un’intera generazione”, ha spiegato Gardini.

Si assiste, infatti, a una discriminazione tra generazioni. Già oggi, il confronto fra la pensione di un padre e quella del proprio figlio segnala una divaricazione del 14,6%. Il sistema previdenziale obbligatorio attuale garantisce a un ex dipendente con carriera continuativa, con 38 anni di contributi versati e uscita dal lavoro a 65 anni, una pensione pari all’84,3%. Un giovane che ha iniziato a lavorare nel 2012 a 29 anni, con 38 anni di contribuzione e uscita dal lavoro nel 2050 a 67 anni, il rapporto fra pensione futura e ultima retribuzione si dovrebbe fermare al 69,7%, circa quindici punti percentuali in meno.
Rischia di andare peggio a 5,7 milioni di persone. Infatti, sono oltre 3 milioni i Neet (18-35 anni) che hanno rinunciato a ogni tipo di prospettiva a causa della mancanza di lavoro. A questi si aggiungono 2,7 milioni di lavoratori, tra working poor e occupati impegnati in “lavori gabbia” confinati in attività non qualificate dalle quali è difficile uscire e che obbligano a una bassa intensità lavorativa pregiudicando le loro aspettative di reddito e di crescita professionale. A tutto ciò si aggiunge un problema di adeguatezza del “rendimento economico” del lavoro che espone al rischio della povertà.

Lavorare, quindi, può non bastare. Per i giovani, in particolare, lo slittamento verso il basso delle remunerazioni, in assenza in Italia di minimi salariali, denota la separazione che sta avvenendo fra i destini dei lavoratori e la sostenibilità a lungo termine dei sistemi di welfare. Questo “sfrangiamento” del lavoro rispetto al passato è messo in evidenza dalle tipologie di lavoro a “bassa qualità” e a “bassa intensità” che si stanno diffondendo. Sono, infatti, 171.000 i giovani sottoccupati, 656.000 quelli con contratto part-time involontario e 415.000 impegnati in attività non qualificate. La scelta obbligata di lavorare meno ore rispetto alla propria volontà evidenzia una situazione di inadeguatezza del lavoro svolto come fonte di reddito, tanto da diventare causa di marginalità rispetto alla potenziale disponibilità del lavoratore. Se analizziamo il dettaglio regionale si nota la forte differenza socio – economica tra Nord e Sud. Anche solo guardando al fenomeno dei Neet, nella fascia 25-34 anni (totale 2 milioni), i giovani che non lavorano e non studiano che vivono nelle sei regioni del Sud sono oltre la metà, ben 1,1 milioni, di cui 700mila circa concentrati in sole due regioni: Sicilia (317mila) e Campania (361mila).
Cristina Montagni
Donne, media e tecnologie: quale futuro nell’era digitale?
I media possono influenzare l’opinione pubblica, strutturare l’informazione, le ICT permeano ogni livello e area della società, hanno un potenziale considerevole per promuovere l’empowerment femminile. In Europa, solo il 9% degli sviluppatori, il 19% dei capi nei settori della comunicazione e il 20% dei laureati in informatica e nuove tecnologie, sono donne. Nel servizio pubblico dell’Unione europea la rappresentanza delle donne risulta bassa, sia nelle posizioni strategiche e operative di alto livello (36%) che nei consigli di amministrazione (33%). In generale, nei mezzi di comunicazione solo il 37% delle notizie è riportato da donne, una situazione che non è migliorata negli ultimi dieci anni; le donne sono per lo più invitate a fornire un’opinione popolare (41%) o un’esperienza personale (38%) e raramente sono citate in qualità di esperti (soltanto nel 17% delle notizie).

In occasione della Giornata Internazionale della donna, l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia ha scelto di portare all’attenzione del pubblico queste tematiche con un dibattito dal titolo “Donne, media e tecnologie -quale futuro nell’era digitale?”. L’incontro organizzato lo scorso 9 marzo dall’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, insieme al Sakharov Prize Network del Parlamento europeo e in collaborazione con l’Associazione Donne e Tecnologie, ha visto come protagoniste dell’evento: Asma Kaouech, Sakharov Fellow, attivista e blogger tunisina, Fanni Raghman Anni Association; Valentina Parasecolo, giornalista RAI e blogger; Micaela Romanini, associata Donne&Tecnologie, vicedirettrice della Fondazione Vigamus (Video Game Museum).
Le protagoniste del dibattito
Alessia Gizzi, giornalista RAI TG3 PIXEL ha introdotto il tema dell’era digitale e della rappresentanza femminile nei media con una frase davvero significativa: “La donna non va rispettata, non è una specie protetta, la donna è un essere umano pari all’uomo, ha gli stessi ruoli e soprattutto lo stesso spazio di movimento”.
Il responsabile dell’ufficio di collegamento in Italia del Parlamento europeo, Pier Paolo Meneghini pone l’attenzione sull’importanza delle testimonianze, dello storytelling, e rivolge un augurio alle nuove generazioni sperando in un futuro che possa dare spazio e voce alle donne anche in ambiti manageriali.
Asma Kaouech, 25 anni e avvocato, fondatrice dell’Ong “Fanni Raghman Anni”, che significa “Artista nonostante me”, è stata testimone di come la tecnologia abbia fatto da trampolino di lancio per la rivoluzione tunisina del 2011. L’attivista parla della sua esperienza toccante e parte dalla visione di una società di eguali senza discriminazioni. Si racconta partendo da quella che è la sua grande ispirazione: la rivoluzione tunisina. Spiega con voce commossa la situazione della donna nei Paesi arabi e mette in evidenza quanto sia difficile sradicare alcune ideologie dalle menti dei gruppi tradizionalisti. Lei, come tanti altri, ha cominciato la rivoluzione con Facebook, unico media digitale accessibile dalla popolazione tunisina perché piattaforme come Youtube sono vietate dal regime Ben Ali.
Grazie ai nuovi media, in questo caso ai social media, Asma e gli attivisti tunisini sono riusciti a coinvolgere la popolazione nella lotta per le pari libertà e opportunità, perché le donne tunisine – ma in generale i tunisini – di ogni età e gruppo di appartenenza, sono in primis “human beings”. Attualmente Asma utilizza approcci alternativi basati sull’arte e sulla cultura per difendere e sostenere i diritti umani principalmente nelle regioni sfavorite. L’organizzazione “Fanni Raghman Anni”, da lei diretta, sta lavorando nel campo della prevenzione e del contrasto all’estremismo violento in Tunisia, aumentando la resilienza dei giovani, delle donne e delle comunità locali utilizzando il concetto di patrimonio culturale. Asma spiega quanto sia importante l’educazione familiare, quanto i genitori possano fare la differenza nell’educazione dei propri figli e soprattutto delle proprie figlie, perché ci sono altre cose oltre al matrimonio. Esistono le idee, le opportunità di viaggiare, avere un buon lavoro e conoscere nuove persone. A chiusura del dibattito su tecnologia e futuro, Asma ha posto il problema tunisino nella difficoltà di accesso ai laptop o agli smartphone da parte delle donne a causa dei costi elevati e come nel settore della comunicazione le donne sono considerate “complementi d’arredo”. Ma avverte, “il futuro dipende da noi. Non possiamo arrenderci. Non abbiamo scelta”.
La giornalista Valentina Parasecolo, co-fondatrice de ilbureau.com, consulente web per Rai Cultura e autrice per il programma Community di Rai Italia, spiega la sua esperienza personale nel mondo del lavoro e dei media con grande entusiasmo. Concentra la narrazione sulla figura della donna soprattutto nel mondo del lavoro e sulla difficile conciliabilità legata all’essere di sesso femminile. Incita le giovani a non rinunciare alla propria identità e alla maternità per il lavoro e invita i giovani a non arrendersi mai, a fare ricerche ed essere sempre aggiornati perché le opportunità ci sono, basta sapere dove “pescare”!
Micaela Romanini, Vice Direttrice di Fondazione VIGAMUS, Event Director di Gamerome, nel suo intervento presenta l’associazione Women&Tech nata nel 2009 da un’idea di Gianna Martinengo. La Martinengo si occupa principalmente di valorizzare il ruolo delle professioniste nel settore dei media e della tecnologia mettendo insieme tantissime donne provenienti dal settore STEAM. La Romanini evidenzia l’assenza completa della figura femminile nei ruoli manageriali nei settori con i quali ha collaborato. Invita quindi le ragazze a non scoraggiarsi perché nel settore del videogioco non bisogna essere un “nerd” ma si può aspirare ad una carriera diversa da quella del game designer o del programmatore.
Cristina Montagni
Premio “M’Illumino d’impresa” – Le imprese femminili sfondano il tetto 100mila

Per il sesto anno consecutivo torna il premio “M’illumino d’impresa – Premio Idea Innovativa” dedicato all’imprenditoria femminile. La manifestazione organizzata lo scorso 8 marzo al Tempio di Adriano dalla Camera di Commercio di Roma e dal Comitato per la promozione dell’imprenditoria femminile, ha consegnato il premio alla centomillesima impresa femminile iscritta al Registro imprese della CCIAA a cui è intervenuta la Sindaca di Roma, Virginia Raggi. Alla cerimonia sono intervenute Elena Imperiali, amministratrice di ImpReading Software, Chiara Russo, cofondatrice di Codemotion e molte imprenditrici laziali che in questi anni hanno trovato il coraggio di “mettersi in gioco” per aprire un’attività.
La premiazione “M’Illumino d’impresa”

Le quattro idee vincitrici della sesta edizione del bando “Premio Idea Innovativa” sono state:
Settore Industria: Lhyra srl dell’architetto del paesaggio Venere Rosa Russo, ha fornito agli imprenditori un supporto per costruire all’estero, soprattutto in Sud Africa.
Settore Agricoltura: L’azienda di Sonia Chiancone ha considerato la terra una risorsa alla quale aggrapparsi in momenti di crisi attraverso il progetto del «biolaghetto». Un modello orientato alle famiglie che intendono vivere con i figli il territorio nel rispetto della biodiversità.
Settore Artigianato: La PF di Patrizia Forroia, con il suo salone di bellezza ha messo al centro i bisogni del cliente attraverso un servizio di consulenza mirato e personalizzato.
Settore Commercio: L’Azienda Asia Promotion di Silvia Ronzoni, ha fornito la sua professionalità come mediatore di servizi per attività culturali, artistiche e di business sul continente asiatico.
Aver superato a Roma le 100mila imprese femminili – per Tagliavanti – è un risultato che testimonia la tenacia delle donne nel “mettersi in gioco” nonostante anni non facili per lo sviluppo di un progetto imprenditoriale. Il loro ruolo cresce all’interno della nostra economia, ma non è ancora espresso appieno il potenziale, permane infatti un gap di genere ancora troppo ampio. È nei momenti di crisi che le donne si dimostrano una risorsa preziosa per rimettere in moto l’economia. Il lavoro autonomo cresce nei momenti di maggior necessità: i mariti perdono il lavoro, i figli sono disoccupati, il lavoro dipendente viene a mancare. Da questo disagio le donne traggono la forza per costruire un’alternativa al sostentamento, mostrando positività e determinazione, ha concluso Tagliavanti.

“Donna e impresa è un binomio di successo”, sostiene la Sindaca Virginia Raggi intervenendo all’evento. “Le storie ascoltate hanno alla base un grande progetto e le istituzioni devono stare al fianco di questo importante fermento offrendo tutto il supporto necessario. Non dobbiamo dimenticare che la parità di genere passa da una parità delle retribuzioni che ancora non c’è. L’impresa femminile aiuta le stesse donne all’autoaffermazione e alla crescita di sé in un percorso verso la conquista della parità dei diritti, una battaglia ancora da vincere che procede di pari passo con un’altra battaglia, quella contro la violenza sulle donne”, ha sostenuto la Raggi.

Il costante supporto alle imprese femminili sul territorio – per Alberta Parissi, Presidente del Comitato per la Promozione dell’Imprenditoria Femminile della CCIAA di Roma – è stata la nostra priorità in questi anni di lavoro svolto con tutte le componenti del Comitato. Le donne, ha sostenuto, non desistono mai e diventano soggetti chiave nello sviluppo economico del nostro territorio. Sono concentrate soprattutto in settori specifici, quello dell’assistenza sociale, del turismo e del food, dimostrando maggiori capacità relazionali nell’affrontare i problemi che si pongono dinanzi di volta in volta.

I dati sulle imprese femminili a Roma e provincia
Donne e impresa secondo gli ultimi dati forniti dalla Camera di Commercio sono in costante ascesa. Le imprese femminili a Roma e provincia, al 31 dicembre 2017, hanno superato quota centomila, pari al 20,4% sul totale delle imprese romane. Oggi le imprese “rosa” della Capitale rappresentano il 7,5% sul totale femminile nazionale, unica provincia italiana ad avere oltre 100mila imprese femminili. C’è chi ha puntato sull’industria, chi sull’agricoltura e chi sull’artigianato. Nel 2017 le imprese femminili di Roma sono aumentate di 1.829 unità, pari a un tasso di crescita del +1,9%, valore doppio rispetto alla variazione delle imprese femminili italiane (+0,7%). Un valore superiore anche rispetto a quello della variazione totale sul numero delle imprese romane (+1,2%). A Roma il settore con il più alto numero di imprese femminili è quello del “Commercio” con 28.854 unità pari al 32,9% sul totale delle imprese “rosa”. Segue il settore delle “Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione” con 9.962 imprese pari all’11,4% del totale. Il ramo con maggiore concentrazione di donne imprenditrici è quello dedicato all’”assistenza sociale” dove oltre la metà delle imprese sono femminili (52,2%). Al secondo posto il comparto dei “servizi alla persona” (44,8%), seguito da quello della “confezione di articoli di abbigliamento” (42,4%). Nel Lazio, al 31 dicembre 2017, le imprese femminili registrate sono 143.258, pari al 22% sul totale delle imprese regionali che rappresentano il 10,8% sul totale femminile nazionale.
Cristina Montagni
8 Marzo: “Le donne protagoniste del cambiamento, della risoluzione pacifica dei conflitti, della lotta contro la povertà”

“Le donne protagoniste del cambiamento, della risoluzione pacifica dei conflitti, della lotta contro la povertà”. Questo il messaggio che il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, ha voluto inviare oggi, in occasione dell’8 marzo, e al quale ha unito “gli auguri a tutte le donne della Farnesina, in servizio a Roma e all’estero”. “Nel giorno in cui, attraverso la celebrazione della donna, vogliamo promuovere la cultura del rispetto”, Alfano ha ribadito la sua “personale convinzione che le donne possano fare la differenza nella gestione delle sfide alla pace e alla sicurezza internazionale. Abbiamo però bisogno di più donne che siano protagoniste in attività di mediazione. Oggi purtroppo sono ancora troppo poche”, ha osservato. “La Farnesina, anche tramite la propria rete diplomatico-consolare e le attività di cooperazione allo sviluppo”, ha ricordato il ministro Alfano, “promuove e sostiene azioni, anche a livello locale, per favorire la partecipazione politica delle donne e incentivare il loro ruolo nell’economia e nella lotta alla povertà, nella convinzione che lo sviluppo civile, politico, economico, sociale e culturale di ciascun Paese non possa realizzarsi senza la piena partecipazione e il contributo fondamentale delle donne”. “L’8 marzo”, ha aggiunto il ministro, “è anche l’occasione per ricordare che l’Italia durante la presidenza di turno del G7 l’anno scorso, ha promosso il primo Vertice delle Pari Opportunità e l’adozione di una “Roadmap for a gender-responsive economic empowerment”, un piano di azione trasversale per l’uguaglianza di genere, la riduzione della violenza contro donne e bambine e la più ampia partecipazione femminile nei processi decisionali. Sempre nel 2017 inoltre la Farnesina ha lanciato il Mediterranean Women Mediators Network, per rafforzare il ruolo delle donne nelle attività di mediazione nella regione”. Alla luce del sempre maggiore coinvolgimento delle donne in situazioni belliche o post-belliche, anche la Farnesina sottolinea oggi, in una nota, il loro apporto decisivo nel processo di risoluzione pacifica dei conflitti e riafferma l’impegno dell’Italia nella prevenzione e la lotta a tutte le forme di discriminazione e di violenza contro le donne. Il MAECI ribadisce inoltre il proprio appoggio alle campagne internazionali per l’eliminazione di tutte le pratiche dannose, a partire delle mutilazioni genitali femminili e dai matrimoni precoci e forzati, oltre a quelle per la prevenzione e la lotta alle violenze sessuali in situazioni di conflitto e di emergenza.
In occasione della Giornata Internazionale della Donna, è stato allestito presso il Ministero degli Affari Esteri un punto informativo dove dottoresse e dottori del Poliambulatorio ASL Roma 1 presso il MAECI hanno offerto orientamento in tema di prevenzione oncologica femminile. Il Segretario Generale Ambasciatore Elisabetta Belloni ha inaugurato il desk ed ha sottolineato la concretezza dell’iniziativa rivolta a tutte le donne del Ministero. Con l’occasione è stata realizzata una nota informativa dedicata ai percorsi gratuiti di screening offerti dal sistema sanitario regionale. L’iniziativa è stata realizzata dal Comitato Unico di Garanzia e dall’Ufficio Affari sociali del MAECI con il sostegno dell’associazione delle donne diplomatiche.
Cristina Montagni
IMMIGRAZIONE E DIALOGO: LA SFIDA DELLE DONNE
Si è tenuta a Roma il 26 gennaio a Palazzo Valentini, la tavola rotonda “Immigrazione e dialogo: la sfida delle donne”. La Fidapa BPW Italy, in partnership al Coordinamento Italiano LEF (Lobby Europea delle Donne), Giuseppina Bombaci, coordinatrice BPW Europe, l’ufficio della consigliera di parità nazionale della città metropolitana di Roma Capitale, Franca Cipriani, hanno promosso l’iniziativa per valorizzare l’apporto delle donne migranti nell’economia nazionale. A introdurre i lavori, Caterina Mazzella, presidente nazionale Fidapa BPW Italy e la rappresentante nazionale della Fidapa BPW Italy presso LEF Italia, Rossella Poce.
Ancora una volta la Fidapa si conferma promotrice di confronti e incontri, informando e denunciando, come in questo caso, il tema dell’immigrazione presso le istituzioni politiche nazionali ed europee. Un impegno costante, dichiara Caterina Mazzella, che la Federazione BPW international persegue per la conoscenza dei 17 goal dell’agenda 2030, e in particolare al punto 5 si propone di garantire l’uguaglianza di genere alle donne di tutto il mondo. Questa azione di prevenzione conferma il costante lavoro di 11.000 socie che, con 300 sezioni territoriali, hanno l’obiettivo di fare squadra per difendere i diritti delle donne in ogni campo della vita sociale e civile.
Le massicce ondate migratorie negli ultimi anni hanno posto il mondo occidentale di fronte a nuove sfide economiche sulle politiche sociali. Sfide da affrontare perché non ci sono alternative possibili, e nei processi di cambiamento, le donne sono protagoniste. Le prime a migrare per la necessità di accudire i figli, e per la facilità nel trovare un’occupazione come badanti, baby sitter, o colf. “Sono proprio loro a trovare nuovi modelli di convivenza per garantire un futuro dignitoso ai figli, le uniche a farsi promotrici dei cambiamenti nella vita quotidiana”, conclude la Poce.
Maria Ludovica Bottarelli, presidente del Coordinamento italiano LEF, spiega che il tema delle donne migranti è una questione complessa per le motivazioni e le cause che le inducono ad abbandonare i paesi di origine.

La presidente del distretto centro Fidapa BWP Italy, Patrizia Bonciani, precisa che l’argomento è sentito dall’associazione dove si assiste impotenti a ondate di immigrazione femminile che fuggono dai paesi di origine con la speranza di un futuro migliore in Europa. Il viaggio della speranza – per la Bonciani – si riduce però ad una vita di sfruttamento e disperazione. In questo processo, le donne sono in prima linea, scelgono di emigrare per garantire la crescita dei figli e per la maggiore facilità di un impiego nel paese ospitante. Sono le donne a trovare modelli di convivenza e pace, necessari per il futuro della prole. Comprendere e conoscere queste realtà, è la missione della federazione che punta a smuovere le coscienze di chi ancora non comprende la gravità della situazione in cui versano le donne migranti.
Giuseppina Bombaci, coordinatrice della BPW Europe, suggerisce di parlare di pace al prossimo congresso europeo 2019. La pace – per la Bombaci – va conquistata nelle scuole, nelle università, negli ambienti di lavoro con l’insegnamento dei valori. “Spesso si pensa che un buon lavoro si ottiene solo quando si ottengono buoni profitti. Ma il focus principale è la persona, il lavoratore e la sua dignità”, commenta la Bombaci.
Non c’è convivenza senza l’unione di tutte le donne italiane, per questo è necessario porre al centro dell’attenzione nuovi sistemi di convivenza attraverso la cultura dell’educazione, sostiene la consigliera di parità, Flavia Ginevri. Recenti dati statistici, dimostrano una crescita dei flussi migratori femminili, non solo in Italia, per ragioni economiche e per i ricongiungimenti familiari. Le donne rappresentano una risorsa preziosa, infatti ognuna di loro porta con sé storie intense di coraggio e determinazione, oltre che di supporto alle famiglie per conciliare la vita lavorativa con la cura dei figli in molte famiglie italiane, conclude la Ginevri.
Jean-Léonard Touadi, advisor FAO, politico e accademico, scrittore e giornalista, esperto di movimenti migratori, spiega che il tema dibattuto è cruciale in tempi di globalizzazione. Secondo l’accademico, costituisce il presente e il futuro, e l’Italia è paese di approdo per molti flussi migratori dagli anni ’80 dopo essere stato paese di emigrazione. Il fenomeno oramai strutturale, merita di essere affrontato a partire dai fattori che lo generano, fattori economici, mancanza di rispetto dei diritti umani, studiando sistemi di integrazione tra i popoli.
Tatiana Esposito, direttrice dell’ufficio migrazioni del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, ha delineato una mappa per indicare il modo per correggere le percezioni distorte della realtà dell’immigrazione. Il fenomeno migratorio è spesso in cima ai temi di attualità, ed è importante affrontarli con la giusta sensibilità, solo così si può contribuire a smorzare gli eccessi di una narrazione falsata. Si compie l’errore, per la Esposito, di affrontare il tema dell’integrazione solo dal lato dei migranti, ma i processi di integrazione sono variabili bidirezionali che mettono in gioco il migrante e la comunità che la ospita. Il Ministero delle Politiche sociali, commenta la Esposito, attiva vari processi di integrazione, contribuisce a diffondere reportistiche e dati aggiornati sui delicati rapporti che reggono le singole comunità per costruire mappe dettagliate sulla presenza femminile, la condizione familiare, occupazionale e la collocazione geografica. Sommando questi indicatori, si comprende che la nostra immigrazione è costituita da tante comunità diverse, alcune di origine antica, altre più recenti e tra di loro diversificate. Nello specifico, conclude la direttrice dell’ufficio migrazioni, il tasso di occupazione femminile è elevato, in prevalenza inserite nel settore dell’agricoltura. Le donne straniere spesso trovano enormi barriere al mercato del lavoro, una serie di criticità come la difficoltà di accesso al credito e una segregazione settoriale concentrata in molti settori professionali.
Monica Attias, volontaria della Comunità di Sant’Egidio, si occupa da anni del contrasto al traffico degli esseri umani, e interviene sulla parola dialogo per riflettere su ciò che sta accadendo nella nostra società. Dalla tragedia del mediterraneo del 2013, commenta la volontaria, è nato il progetto dei corridoi umanitari. Migliaia di profughi, secondo quanto riportato da Monica Attias, raggiungono l’aeroporto di Fiumicino grazie ai corridoi umanitari promossi dalla Comunità di Sant’Egidio, dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia e dalla Tavola Valdese. Questi gruppi di persone, costituiti da famiglie con minori, arrivano in sicurezza e legalmente in Italia, in accordo con i ministeri degli Esteri e dell’Interno. Mentre l’Europa fatica ancora a trovare un’unità di vedute di fronte al grande tema dell’immigrazione, un’alleanza tra diversi soggetti della società civile riesce ad autofinanziare un’alternativa concreta ai viaggi della disperazione nel Mediterraneo e ai trafficanti di esseri umani.
La Comunità di Sant’Egidio, sostiene la volontaria, dopo intense trattative con il Ministero degli Interni e degli Esteri e con le Chiese Evangeliche, ha siglato tre protocolli d’intesa per salvare le popolazioni provenienti dal Libano e dall’Iraq, dal Corno d’Africa e Sudan, dall’Eritrea e dalla Somalia. Questo visto umanitario, consente ai profughi di abbandonare legalmente i paesi di origine. La Francia e il Belgio hanno aderito alla proposta di Sant’Egidio, a breve si prevede un incontro con il Ministero degli Interni di Londra per capire se questa è la via percorribile anche per il Regno Unito, spiega la Attias. La comunità di Sant’Egidio, operando in accordo con le ambasciate italiane, ha colto un aspetto interessante dell’accoglienza. I corridoi umanitari prevedono che l’accoglienza sia a carico di sponsor privati – famiglie e comunità religiose – che impattano positivamente sulla vita delle popolazioni ospitanti. Ancora una volta le donne sono attive nel partecipare a questo dialogo di convivenza, ricostituendo le comunità frammentate, conclude la Attias.
L’enorme flusso migratorio intensificatosi dal 2014, commenta Luciana Capretti, giornalista e scrittrice, è costituito da donne musulmane siriane, dirette verso l’Europa. Queste donne, per la scrittrice, compiono grandi sforzi attraverso la rilettura del Corano, affermando che è un testo egalitario. Il Corano, sostiene l’uguaglianza di genere e lo fa dai versetti che guardano alla creazione, in cui le donne e gli uomini sono stati creati insieme, spiega la Capretti. La lettura del Corano, compiuta dalle donne islamiche, è interessante perché compie una rivoluzione all’interno del sistema sociale, dal momento che sino ad ora l’interpretazione del sacro testo è stata demandata agli uomini. Queste donne stanno divulgando da diversi anni un credo liberista non solo in America ma anche in Europa. Oggi, molte di loro sono Imame e conducono la preghiera in Europa. Movimenti come Muslims for Progressive Values, si stanno diffondendo nei piccoli villaggi dove c’è una presenza maggiore di ragazze con lo scopo di fornire strumenti necessari per difendersi da ogni attacco di violenza.
I flussi migratori sono in crescita in tutte le regioni del mondo, e le donne migranti approdano nel nostro paese attraverso modelli migratori differenti, a dirlo è Linda Laura Sabbadini, esperta di dati Istat che spiega il ruolo delle donne e il cambiamento storico nella società. Un fenomeno che risale dagli anni ’70 e secondo l’ONU – Organizzazione delle Nazioni Unite – il numero di persone che vive in luoghi diversi da quelli in cui sono nate, sono circa 250milioni, di cui il 48% è costituito da donne. Nel processo di mobilità, le donne sono in prima linea e l’Italia ha superato i 5milioni di residenti, di cui il 52% è costituito da donne. Questi dati indicano che il processo di radicamento è un buon indicatore di integrazione nel nostro paese. La maggior parte delle donne sono sole, non accompagnate, in cerca di occupazione per ricongiungersi successivamente con la famiglia di origine. Donne che creano delle famiglie transnazionali alla ricerca di una occupazione e richiamare successivamente i loro cari nel paese ospitante. Questo processo di trasformazione e integrazione, da anni è vissuto dalle donne filippine, ucraine e latino-americane, sostiene la Sabbadini. Ci sono poi le donne richiedenti asilo politico che arrivano con i figli e rischiano più delle altre atti di violenza per cadere nel circuito dello sfruttamento come vittime di tratta. Le cinesi invece, emigrano con i mariti non per necessità, ma per investire nel nostro paese. Indipendentemente da come avviene il processo migratorio, le donne migrando, ridefiniscono il loro ruolo nella società, dalla partenza a quella di accoglienza. Va sottolineato, aggiunge l’esperta di analisi statistiche, che siamo in presenza di circa 1milione di donne che lavorano in Italia, di cui 226mila disoccupate o in cerca di lavoro. La maggior parte delle lavoratrici possiede un titolo di studio elevato, mentre quelle che rischiano di più sono quelle con bassi livelli di istruzione, diventando vittime di isolamento all’interno di famiglie con un numero maggiore di figli rispetto alle altre istruite. L’interazione con la scuola è, per l’analista, un fattore cruciale per abbattere forme di isolamento e disgregazione sociale. Le migranti, in generale, hanno risentito meno della crisi economica, mentre gli uomini, occupati nell’industria e nel settore delle costruzioni, hanno subito a caro prezzo, il trauma economico degli ultimi anni. Le donne hanno “retto meglio” perché inserite nel settore dei servizi alle famiglie, che ha registrato nel tempo, una crescita della domanda nei bisogni di assistenza agli anziani non autosufficienti. Le immigrate, considerate fulcro nell’integrazione sociale, tengono uniti mondi diversi e rappresentano un ponte tra diverse culture. È necessario lavorare su queste dinamiche per garantire loro, sviluppo, autonomia e libertà oltre che abbattere gli stereotipi che le vedono fragili e poco istruite, mentre cercano di costruire spazi di libertà e autonomia economica, conclude la Sabbadini.
Daniela Colombo, economista, esperta di genere, da anni lavora nei paesi in via di sviluppo, presenta la condizione femminile nei luoghi di provenienza delle immigrate rispetto alle ultime ondate migratorie. Le donne provenienti dall’Est Europa e dall’America Latina, sono in prevalenza occupate nelle famiglie italiane nella cura degli anziani, possiedono un buon livello d’istruzione, una solida rete di riferimento e sono protette da associazioni cattoliche cui fanno riferimento. Le migranti, residenti in Italia, mantengono uno stretto legame con la comunità di origine che le aggiorna su quanto avviene nel loro paese, diventando protagoniste di una doppia vita, in una società dove valori e modelli sono spesso inconciliabili.
Per la psicologa, Liuva Capezzani, le donne possono biologicamente imprimere cambiamenti nella società, trovando soluzioni diverse ai problemi e ai conflitti sociali. La migrazione, per la Capezzani, è una risorsa per la sopravvivenza di ciascuno di noi. Lo scambio culturale, secondo la psicologa, è un’occasione per costruire un modello d’integrazione duraturo, al di là della professione esercitata, costituito da donne che vivono la realtà del quotidiano, hanno rapporti “puri” con l’ambiente circostante, e si riconoscono in una dimensione umana adatta alle proprie necessità.
Cristina Montagni
141 i vincitori dei bandi INDUSTRIA 4.0
Presentati alla Facoltà di Architettura dell’Università Roma Tre, i 141 vincitori dei bandi su Industria 4.0 e i primi quattro bandi su un totale di otto per la “Reindustrializzazione” e l’Industria 4.0 indicati dal mondo delle imprese e dalla ricerca. L’incontro svolto il 25 gennaio alla presenza dell’assessore allo Sviluppo Economico e Attività Produttive, Guido Fabiani e dal presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, ha sottolineato l’importanza dei progetti di investimento per rilanciare l’industria nel Lazio, promuovendo innovazione e produzione in grado di intercettare le nuove necessità dei mercati mondiali. Si tratta di un lavoro iniziato tre anni fa – commenta Fabiani – che grazie a un percorso incentrato sull’ascolto degli stakeholder iniziato nel 2015 con la call for proposal e poi con gli Stati Generali dell’Industria, ha come obiettivo quello di rafforzare il tessuto produttivo del Lazio nella ricerca e nell’innovazione, valorizzare il capitale delle università, dei centri di ricerca pubblici e privati che sono partner nella costruzione di questa iniziativa. L’intento è sostenere le imprese ad essere presenti nello scenario internazionale, rafforzare i territori del Lazio con spiccata vocazione industriale per la capacità di presentare progetti d’impresa innovativi e utili a migliorare la qualità della vita dei cittadini, commenta l’assessore allo Sviluppo Economico.
Mappatura dei 141 bandi

I quattro bandi, spiega Fabiani, finanziano complessivamente 141 progetti, il 34% di quelli presentati, grazie a un contributo messo a disposizione dalla Regione (fondi europei del Por-Fesr 2014-2020) pari a 51 milioni di euro che producono una ricaduta sul territorio in termini di investimento per circa 82 milioni con il coinvolgimento diretto di 212 imprese e 77 enti universitari e di ricerca.
I progetti riguardano il bando Mobilità intelligente e sostenibile per il quale sono finanziati 19 progetti e coinvolti 44 soggetti che beneficiano di un contributo di 7 milioni di euro e investimenti per oltre 12 milioni, il bando LIFE 2020 in cui sono stati ammessi 71 progetti, coinvolti 135 soggetti e assegnati più di 27 milioni di euro, pari a 43 milioni di investimenti nel nostro territorio. Il bando Aerospazio e sicurezza finanziato con 28 progetti su 67 beneficiari, e un contributo di 10 milioni di euro per un investimento pari a 16 milioni. Il bando Bioedilizia e smart building finanziato con 23 progetti e 47 beneficiari pari a un contributo regionale per oltre 7 milioni di euro che producono per 11 milioni di investimenti. I bandi ancora in fase di valutazione, riguardano Creatività 2020 per 9,2 milioni, Circular economy e energia per 13,9 milioni, saranno presentati a febbraio 2018.
Il giudizio del settore pubblico e degli enti di ricerca
Il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti sottolinea l’importanza dei risultati ottenuti dalla strategia regionale che consente di gettare le basi per una relazione solida tra i principali attori del sistema produttivo: la Regione, le Università e le imprese. “Proprio ieri Unioncamere ha confermato che il Lazio è locomotiva d’Italia per la nascita di nuove aziende. Oggi i 51 milioni di investimenti pubblici produrranno investimenti innovativi per circa 82 milioni su tutti i comparti produttivi dal nord al sud del Lazio, che sono una boccata d’ossigeno per il sistema produttivo” conclude Zingaretti.
Il Rettore dell’Università della Tuscia, Alessandro Ruggieri, parlando in rappresentanza del sistema universitario laziale, commenta che “si tratta di un risultato importante non soltanto per la tipologia e l’importo dei progetti finanziati ma perché segna un passo in avanti verso una reale collaborazione tra università e mondo delle imprese, ciò può segnare una svolta per lo sviluppo regionale; inoltre rappresenta un esempio per il metodo seguito, con una pianificazione di tempi e azioni che favorisce la programmazione delle linee di ricerca, che non si possono improvvisare”.
Il punto di vista delle imprese
Filippo Tortoriello, Presidente Unindustria, spiega che il percorso di rilancio economico della Regione rimette al centro il capitolo della reindustrializzazione, e proprio sul tema infrastrutture, nei prossimi giorni sarà firmato un accordo per la nascita della digital innovation hub, con sede al polo tecnologico, in cui si concentreranno competenze che dialogheranno con gli hub a livello nazionale ed europeo. Questo sistema sinergico consente di affiancare le imprese in maniera concreta per dare slancio e forza all’economia. Per quanto riguarda l’economia circolare, commenta Tortiello, Unindustria è impegnata in un progetto che vede Roma una città metropolitana in rete con il Lazio. L’accordo, già firmato da tutte le università, conferma l’importanza di portare avanti un percorso condiviso con le realtà del mondo scientifico e della ricerca.
Linee Guida della rendicontazione dei progetti

L’incontro si conclude con la presentazione del manuale della rendicontazione dei progetti, e Fabio Panci, responsabile della gestione dei programmi di aiuto per Lazio Innova, spiega in breve quali sono le linee guida e i documenti che si devono presentare per la richiesta di erogazione della sovvenzione a titolo di stato di avanzamento dei lavori (S.A.L.).
Il manuale per la rendicontazione relativo agli avvisi pubblici si suddivide in 6 parti:
- regole generali sull’ammissibilità delle spese;
- pubblicità, cioè le misure di informazione e comunicazione a cura dei beneficiari;
- richiesta di erogazione a titolo di S.A.L.;
- richiesta di erogazione a titolo di saldo;
- modifiche e/o variazioni alle spese del progetto ammesso;
- pagamento della sovvenzione e monitoraggio del progetto
Il Manuale è consultabile al link MANUALE RENDICONTAZIONE
Cristina Montagni
1° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale
Qual è lo stato del welfare aziendale in Italia e quali le potenzialità di crescita? Qual è il livello di conoscenza e di gradimento del welfare aziendale tra i lavoratori e quali prestazioni vorrebbero fossero garantite? Quale contributo può dare il welfare aziendale alla soluzione della crisi di sostenibilità del sistema di protezione sociale in Italia? Questi i quesiti a cui risponde il 1° Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale in Italia presentato a Roma il 24 gennaio presso il Senato della Repubblica, realizzato in collaborazione con Credem, Edison e Michelin.

Il rapporto, presentato da Francesco Maietta, responsabile dell’area delle politiche sociali del Censis, stima in 21 miliardi di euro, il valore complessivo delle prestazioni e dei servizi. Un enorme potenziale, poco conosciuto che trova il favore dei lavoratori con stipendi più alti. “Oggi il decollo del welfare aziendale è più annunciato che reale, ma in futuro può dare un notevole contributo al benessere dei lavoratori. È indispensabile che venga promosso come pilastro aggiuntivo al welfare italiano e non percepito come un premio che avvantaggia i livelli occupazionali più alti”, spiega Maietta. In Italia – per Maietta – manca una cultura del welfare, e il welfare aziendale non può assumere la funzione di surrogato di aumenti salariali per gli occupati nelle fasce stipendiali più basse. L’attuale normativa, che premia fiscalmente il welfare aziendale, rischia di favorire i lavoratori con redditi alti e non quelli con maggiori fabbisogni sociali aumentando le disuguaglianze tra essi. Il rapporto descrive anche alcune contraddizioni, le cui soluzioni consentirebbero allo strumento di svolgere un ruolo primario per il benessere e la sicurezza sociale dei lavoratori rispondendo alle aspettative di sicurezza dei lavoratori e alle esigenze di buone performance delle aziende, contribuendo al rimedio della crisi di sostenibilità del sistema di welfare italiano.
Risultati del Rapporto
Dal rapporto Censis-Eudaimon emerge che solo il 17,9% dei lavoratori italiani sa cos’è il welfare aziendale, il 58,5% lo conosce in parte e il 23,6% non sa cos’è. Ne hanno una scarsa conoscenza i lavoratori con bassi livelli di istruzione, quelli con redditi bassi (44,6%), i genitori single (40,3%), gli occupati con mansioni esecutive e manuali (36,7%), le lavoratrici (30,1%), mentre chi conosce il welfare aziendale è favorevole per il 74,4% rispetto a chi non lo conosce per il 43,3%. Di fronte alla possibilità di trasformare la retribuzione in quote premiali di welfare, il 58,7% dei lavoratori si dichiara favorevole, il 23,5% è contrario, mentre il 17,8% non ha una opinione in merito. Ad essere favorevoli sono i dirigenti e i quadri (73,6%), i lavoratori con figli piccoli fino a 3 anni (68,2%), i laureati (63,5%), e i lavoratori con redditi medio-alti (62,2%). Gli operai (41,3%) e gli impiegati (36,5%) preferiscono più soldi in busta paga che soluzioni di welfare. Le prestazioni preferite dai lavoratori sono quelle relative alla sanità, 53,8% degli occupati, quelle relative alla previdenza integrativa il 33,3%, i buoni pasto e la mensa aziendale per il 31,5% degli intervistati. Le prestazioni di welfare, dalla sanità alla previdenza, sono più apprezzate rispetto all’integrazione del reddito, mentre la presenza di figli minori porta a scegliere prestazioni per l’infanzia e i servizi rivolti alla genitorialità, nella convinzione che il welfare aziendale possa colmare il gap del sistema di welfare pubblico. Il 24,6% delle famiglie con figli minori preferirebbe ottenere prestazioni di welfare come asili nido, rimborsi per tasse scolastiche, campus e centri vacanze. Per quanto riguarda il welfare aziendale, il 47,7% dei lavoratori si dichiara favorevole perché è convinto che migliori il clima in azienda, mentre il 16,8% ritiene possa aumentare la produttività dei lavoratori. L’effetto positivo sul clima aziendale è la ragione più richiamata dai lavoratori che si dicono favorevoli, ma ancora una volta è più forte il consenso tra dirigenti e occupati con alti redditi rispetto a operai e lavoratori con bassi redditi.
La visione dei sindacati, imprese e istituzioni
Alberto Perfumo, amministratore delegato di Eudaimon, società che sostiene le imprese nelle fasi di implementazione dei piani di welfare aziendale, ritiene che tre sono le domande a cui il welfare aziendale deve rispondere: reputazione, impegno civile ed efficienza considerandoli interconnessi tra loro. Il “welfare aziendale come strumento di efficienza è una opportunità che l’azienda deve cogliere ma non è un fattore stimolante per il lavoratore perché non si può basare sull’ottimizzazione delle retribuzioni e crea delle aspettative sulle persone”, conclude Perfumo. “Se il welfare aziendale proponesse le stesse logiche della retribuzione, non farebbe che ampliare le differenze tra gli individui: chi ha un basso reddito ha anche un welfare piccolo indipendentemente dai bisogni, cioè dal fatto che possa avere determinati carichi di cura o problemi di salute. Questo non deve avvenire perché il welfare aziendale deve integrare il welfare pubblico”. Ogni giorno sul mercato si affaccia un nuovo operatore e l’offerta cresce più della domanda, e i provider fanno business sui fornitori garantendo margini maggiori sulle prestazioni ricreative e i buoni acquisto, che non sono welfare, ma rientrano nelle agevolazioni, conclude Perfumo.
Pierangelo Albini, direttore dell’area lavoro e capitale umano di Confindustria, ritiene che dopo tanto caos nel welfare aziendale, con incentivi per ogni tipo di prestazione, è arrivato il momento di fare chiarezza. Le “imprese sono chiamate ad essere solidali e la politica deve offrire un disegno chiaro con un welfare pubblico che pensi alle necessità e ai bisogni soggettivi”.
I sindacati considerano il welfare aziendale un pilastro della sicurezza sociale, che non deve sostituire il welfare pubblico per un risparmio di costi o un’alternativa al reddito. Tiziana Bocchi, segretario confederale della Uil, sostiene che “serve un punto di equilibrio che lasci alla politica salariale lo spazio dovuto e faccia intervenire il welfare aziendale quando ci sono esigenze trasversali di lavoratrici e lavoratori, come il supporto alla genitorialità, e alla sempre più impellente non autosufficienza delle persone”.
Per Nicola Marangiu, coordinatore dell’area welfare della Cgil nazionale, è necessaria “una correzione alla normativa che omogeneizza servizi di natura molto differente, dall’assistenza sanitaria al fitness. Un’estensione generalizzata del welfare aziendale pone un problema di sostenibilità fiscale, con una riduzione di gettito che finirebbe per avere effetti sulla possibilità di finanziare il welfare pubblico”. Per Gianluigi Petteni, segretario confederale della Cisl, “la contrattazione deve coniugare le esigenze delle aziende con i bisogni e il benessere delle persone. Se migliora la produttività, si crea stabilità, occupazione e reddito da distribuire. Il welfare aziendale non ha futuro se lo si vede solo come uno strumento per tagliare i costi”.
Il sottosegretario al ministero del lavoro e delle politiche sociali, Luigi Bobba, sostiene che il welfare aziendale è un importante strumento per il welfare di comunità, anche se al momento è ancora poco diffuso. Il settore può rendere la società più inclusiva dell’attuale. “Stiamo passando da un welfare di natura pubblica a un welfare di comunità con una pluralità di attori: istituzioni nazionali e locali, welfare aziendale, terzo settore e famiglie, che con la spesa privata hanno modificato profondamente la composizione dei servizi e di cura”, conclude Bobba.

Dallo studio Ipsos/Farmindustria, su un campione di 800 donne adulte in Italia, soltanto il 14% delle italiane di 18 anni ed oltre, il coinvolgimento come caregiver è nullo. Per il restante 86%, con diversi gradi di impegno, l’equilibrismo tra molteplici ruoli e compiti è un esercizio quotidiano. In particolare, le necessità familiari che ruotano attorno alla sfera della salute, sono di competenza delle donne per la presenza al momento della prevenzione (66%), sul percorso terapeutico (65%), e interlocutrici privilegiate del medico nella fase della diagnosi (58%), e della terapia (59%). Questa incombenza è più sentita quando si tratta della salute dei bambini, allorché la donna delega al partner solo in una ristrettissima minoranza di casi la cura (6%) e l’interlocuzione con il pediatra (5%). Aumenta il grado di autonomia quando è la donna ad aver bisogno di cure: nel 46% dei casi per problemi lievi di salute e nel 29% per gli eventi più gravi, la donna fa da sé. Fa tanto più da sé, quanto più è abituata ad assumersi molteplici responsabilità (68% delle donne con alto tasso di coinvolgimento nel caregiving). Il 28% delle donne intervistate, ha almeno un soggetto bisognoso di accudimento, perché portatore di una fragilità. In prevalenza si tratta di persone anziane, più o meno autosufficienti (20% sul totale) ma in un caso su dieci si tratta di un malato grave o un soggetto disabile. 
