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DONNE E MEDIA: LA SOTTILE LINEA ROSSA DELLA DISCRIMINAZIONE DI GENERE
Per 15 milioni di italiani le donne sono poco valorizzate nel mondo dell’informazione ma soprattutto si rinnova un’inadeguata discriminazione nelle pari opportunità. In sintesi, questa è l’istantanea che emerge dal sondaggio effettuato dall’Agenzia Dire a Tecnè su “Donne e media: la sottile linea rossa della discriminazione di genere”, condotta su un campione di 2 mila italiani tra i 18 anni in su, suddiviso per genere, età, area geografica e titolo di studio.

La ricerca realizzata tra il 28 novembre e il 2 dicembre 2019, sostenuta dalla vicepresidente del Senato Anna Rossomando e dall’onorevole Sandra Zampa, è stata presentata il 5 dicembre al Senato in occasione dell’evento dedicato al primo anno di DireDonne, canale dell’Agenzia Dire dedicato al pensiero di genere e alle pari opportunità, da Laura Cannavò, NewsMediaset; Marina Cosi, GIULIA; Gianni Riotta, La Stampa; Simona Sala, Tg1 Rai e Ilaria Sotis, Gr-Radio1 Rai e dal direttore dell’agenzia Dire, Nico Perrone.
Cura della casa e dei figli
Dal sondaggio Tecnè emerge che le donne lavorano di più degli uomini sia dal lato professionale che in rapporto al tempo dedicato alla cura della casa e dei figli. Per l’81,9% degli intervistati è la madre ad assolvere alla funzione di cura del nucleo familiare (contro il 6,8% del padre). L’impegno femminile tendenzialmente cresce all’aumentare dell’età, da un 73,3% delle 18-34enni passa al 90,6% delle ultrasessantacinquenni. Il divario distributivo viene confermato soprattutto sulla base della ripartizione del tempo dedicato al lavoro familiare nelle coppie con figli ed entrambi i genitori occupati full time. Dal campione emerge che il 65% delle donne (un intervistato su cinque) dedica in media 6 ore e 15 minuti al giorno nella cura familiare. In conclusione, il 19,2% degli intervistati uomini pensa che le donne dovrebbero dedicarsi alla casa e prendersi cura della famiglia. Questa convinzione oltre ad essere condivisa al Nord per il 20%, al Centro con il 17% e nel mezzogiorno con il 20%, cresce all’aumentare dell’età (28,5% degli ultrasessantacinquenni) ma diminuisce rispetto a chi possiede titoli di studio più elevati (8,6%).
Il mondo del lavoro a parità di ruolo
Da un punto di vista di gender gap, il 54,6% delle donne, a parità di ruolo lavorativo, sostiene di percepire una retribuzione più bassa degli uomini (23,5%). Mentre sono gli uomini a dichiarare nel 69,9% dei casi di guadagnare più o meno come le colleghe donne. Il divario retributivo si fa “sentire” rispetto ai titoli di studio posseduti. Dal campione emerge che le professioniste laureate arrivano a percepire uno stipendio il 34% più basso rispetto ai maschi, mentre il 56% degli intervistati dichiara che la retribuzione è pressappoco identica a quella dei colleghi uomini.
Donne, Media e politica
Alla domanda se le donne siano coinvolte nei dibattiti in Tv o sui giornali che riguardano temi politici ed economici, nel complesso il 65,9% del campione ritiene che siano abbastanza rappresentate. Se analizziamo però i dati per genere vediamo che sono gli uomini con il 71,4% delle risposte a pensare che siano ben rappresentate, mentre questa quota perde oltre 10 punti se le risposte arrivano dal mondo femminile (60,9%). All’item se viene offerto uguale spazio e ruolo degli uomini nei dibattiti televisivi, il 76% del campione maschile risponde di avere pari opportunità contro il 53% dell’universo femminile. Quanto alla valorizzazione del lavoro svolto dalle donne nel settore dell’informazione, la popolazione maschile ritiene che giornaliste, conduttrici e professioniste dell’informazione ricoprano gli stessi ruoli dei colleghi e non vengano valorizzate solo per il 15,8% dei casi contro il 46,4% della componente femminile. Il 51,8% degli italiani ritiene infatti che non cambierebbe molto se le donne ricoprissero ruoli di rilievo nel settore dell’informazione. Quanto alla capacità di interpretare i fatti reali, nel complesso il 68% degli intervistati crede che le donne abbiano maggiore capacità di pensare e leggere la realtà rispetto agli uomini. A pensarla così sono le donne con il 75,7% delle risposte, rispetto al 59,6% degli uomini. Infine, il 69,4% del campione maschile ritiene che le donne non siano penalizzate se impegnate in politica, addirittura 4 italiani su 10 crede che molte cose andrebbero meglio se ci fossero più donne nei ruoli apicali della politica.
Il sottosegretario all’editoria Andrea Martella, commentando i dati del sondaggio Tecné ha spiegato che “c’è ancora molto da fare perché le donne abbiano ruoli importanti nel mondo dell’informazione e che oltre alle quote è necessaria una svolta culturale così che i 40 anni previsti per superare il gap di genere possano diventare meno”. Per Anna Rossomando è necessario dare più voce alle donne e spiega che “il ruolo femminile non viene valorizzato o riconosciuto perché non è rappresentato. Questa battaglia deve esser fatta attraverso l’informazione perché sono valori che non riguardano solo l’universo femminile, ma l’intera democrazia”. “Il progetto DireDonne” ha concluso Sandra Zampa “è nato per valorizzare le competenze femminili e usare queste specificità può significare provare a cambiare le cose che non vanno”.
Cristina Montagni
Gender diversity e leadership nell’era digitale
Di gender diversity e leadership se ne parla spesso per studiare i comportamenti legati al mondo del lavoro femminile e capire quanto le discriminazioni di genere incidono sul tessuto economico e sociale di un paese. Competenze e formazione rivestono un ruolo centrale, da qui la necessità di guidare le donne nei percorsi di carriera affinché le opportunità dell’innovazione tecnologica siano equamente distribuite tra i generi e definire un contesto favorevole che le accompagni nell’era digitale.
Un ruolo determinante è svolto dai corpi intermedi che hanno il compito di aiutare le imprese italiane e favorire i processi d’innovazione nei settori del commercio e dei servizi. Di questi temi si è parlato a fine ottobre nell’indagine “Gender diversity e leadership ai tempi della digitalizzazione” presentata in anteprima a Roma dall’Istituto di formazione Quadrifor che ha analizzato i trend delle donne che lavorano nella digital trasformation. Per “mappare” l’identikit della donna manager, l’istituto ha rilevato le necessità di riorganizzare il lavoro nei processi aziendali, le aspettative delle manager nei confronti dell’aggiornamento professionale, le competenze che servono per incidere sull’attività delle imprese insieme agli aspetti legati al mondo della conciliazione vita-lavoro e le difficoltà di emergere a parità di titoli di studio. I dati integrati con le rilevazioni Istat, Eurostat e World Bank, si basano su un panel di 67mila quadri e 14mila imprese relative alle partecipazioni delle middle manager del terziario e ai corsi di formazione Quadrifor. I risultati presentati dalla presidente e dal direttore dell’istituto, Rosetta Raso e Roberto Savini Zangrandi, sono stati analizzati da Pierluigi Richini, responsabile della formazione a cui si sono aggiunte le osservazioni di professioniste del mondo accademico, media e azienda, per sottolineare il valore delle donne in posizioni apicali, alla luce del cambiamento del mondo del lavoro provocato dalla digitalizzazione dell’economia.
Più istruite e più formate – identikit delle donne manager
Nel 2018 le donne manager tra i 36 e i 45 anni erano più giovani degli uomini del 35% rispetto al 30% della media maschile, ma la prospettiva cambia tra i 55 anni ed oltre, dove la controparte maschile tocca la quota del 25% rispetto al 18% della popolazione femminile. Se si confrontano i dati rispetto ai percorsi di formazione per genere nei paesi UE, le italiane tra i 25-64 anni risultano più scolarizzate degli uomini (9% contro il 7%), ad eccezione delle tedesche e greche che raggiungono pari livelli fra uomini e donne, 8% e 4%. Tassi elevati d’istruzione si riscontrano se si osserva la distribuzione per titoli di studio. Infatti, il 59% delle italiane possiede una laurea o un master rispetto al 51% dei colleghi maschi. Nonostante siano più istruite continuano ad incontrare maggiori difficoltà degli uomini nell’accesso al mondo del lavoro.
Distribuzione geografica e principali settori d’impiego
La ripartizione geografica non rileva ampie differenze fra donne e uomini quadro, ad eccezione del 3% di donne in Lombardia e un 4% di uomini nel nord est dell’Italia. In generale si conferma una forte presenza femminile nelle aziende del terziario del nord ovest (64% in Lombardia) ma una scarsa concentrazione di manager nel sud e isole rispetto alle altre aree del territorio nazionale. Per quanto riguarda i principali settori d’impiego, una quota rilevante di donne il 14%, è inquadrata nelle risorse umane (servizi alle imprese, amministrazione, formazione e relazioni sindacali) rispetto al 6% degli uomini, il 28% è addetta alle funzioni di finanza e controllo di gestione d’impresa contro il 18% dei colleghi uomini ed il 24% è addetta alla comunicazione e marketing rispetto al 15% della componente maschile. In sintesi, 7 donne manager su 10, circa il 71%, hanno una diretta responsabilità su un team di collaboratori che operano in sede e/o in remoto mentre la quota dei colleghi uomini è di poco superiore, circa il 74%.
Percezione della soddisfazione delle donne vs uomini
Tra gli elementi di soddisfazione lavorativa, le donne danno maggiore rilevanza ai fattori qualitativi del proprio ruolo, mentre gli uomini pongono più attenzione al riconoscimento del loro impegno e alla capacità competitiva. Non è un caso che sulle percezioni di ruolo maschile/femminile, il 37% delle donne (27% uomini) ritiene motivazionale la possibilità di utilizzare conoscenze e competenze di natura interdisciplinare/trasversale e la possibilità di apprendere cose nuove (36% e 33%) siano fattori irrinunciabili rispetto alla controparte maschile (29% e 31%). Gli uomini sono più legati al riconoscimento della loro capacità competitiva come opportunità di avanzamento di carriera (10% vs 7%), al riconoscimento legato al raggiungimento degli obiettivi (16% vs 13%), avere una buona retribuzione (20% vs 14%), una maggiore flessibilità sul lavoro (21% vs 17%) e ottenere una posizione influente all’interno dell’organizzazione aziendale (8% contro 7%). In buona sostanza dalla ricerca emerge che le donne tendono a considerare aspetti legati alla possibilità di carriera un’accezione negativa a causa del diffuso senso di sfiducia verso le opportunità di avanzamento offerte dalle aziende e dal mercato del lavoro in generale.
Competenze professionali di genere
Per quanto riguarda le competenze professionali, gli uomini riscontrano un atteggiamento positivo da parte dell’azienda rispetto ai corsi frequentati durante l’orario di lavoro (59% rispetto al 54% delle intervistate) e che il 31% delle donne percepisce forti differenze rispetto agli uomini nelle opportunità di accesso alla formazione offerte dall’azienda. Oltre la metà di esse (53%) lo riconduce ad una cultura aziendale discriminatoria che favorisce la crescita professionale degli uomini e la difficoltà per le donne di conciliare i tempi di formazione con i tempi di vita personale e familiare. Questo atteggiamento culturale genera una situazione oggettiva di svantaggio per le donne che dichiarano per il 22% d’incontrare pesanti resistenze nel concordare obiettivi e contenuti della formazione con i propri superiori, da qui la necessità di realizzare attività formative fuori sede o al di fuori dell’orario di lavoro imposto dalle aziende.
Preferenze e atteggiamenti delle manager verso la digital trasformation
In base alla ricerca le donne sono più orientate al miglioramento della consapevolezza di sé e dei propri punti di forza (40% rispetto al 36% degli uomini), mentre la componente maschile predilige i temi dell’innovazione (34% sul 28% della popolazione femminile). Le manager scelgono i campi del marketing-commerciale (12% contro 8% degli uomini) e strategie degli scenari (17% su 15% dei colleghi maschi). Rispetto alle attività della digital trasformation, le donne sono propense all’utilizzo di tecniche legate all’analisi dei dati per prendere decisioni (29% su 21% degli uomini), alla valorizzazione dei talenti dei nativi digitali, mentre gli uomini sono orientati alle innovazioni della digitalizzazione (27% uomini su 23% donne), all’acquisizione di strumenti per la gestione di team virtuali (16% uomini su 13% donne) e alla promozione della cultura della digital economy (9% contro il 6% della controparte femminile). Il report quindi mette in luce un sostanziale ripiegamento sui temi centrali della digital trasformation che confina le speranze delle manager in un ambito lavorativo poco ambizioso, che scoraggia le culture organizzative inclusive, aperte e plurali senza valorizzare le attività della formazione continua che dovrebbero costituire gli standard minimi di competenze di genere.
Pareri delle professioniste del mondo accademico, dei media e delle aziende
Tiziana Catarci, direttrice del dipartimento di ingegneria informatica della “Sapienza” università di Roma, ha sottolineato che il mondo del lavoro va verso l’ICT che in Italia pesa solo per il 14-15%, mentre in Europa incide per il 20-25%. “Nonostante molte ragazze scelgano percorsi di studio scientifici” ha detto “è un dato che la maggior parte degli stereotipi vengano proprio dalle famiglie, società e media senza contare che in Italia il contesto storico-culturale le spinge verso le discipline umanistiche”. Chiara Lupi, direttrice editoriale edizioni Este, ha sottolineato che là dove le competenze scientifiche ci sono, il circolo vizioso di un’offerta retributiva non è al passo con gli altri paesi, da qui le “teste” migliori tendono ad emigrare. Esistono eccezioni, in cui aziende virtuose creano al loro interno Academy dove formare i propri dipendenti o avviare cooperazioni con istituti tecnici, dimostrando di lavorare con responsabilità sociale sul territorio in cui operano. Manuela Vacca Maggiolini, HR Director AbbVie Italia, ha spiegato che per le multinazionali mettere in atto le buone pratiche sulla gender diversity è più semplice perché l’attenzione a questi temi è sentita dai vertici della produzione.
Cristina Montagni
PREMIO IDEA INNOVATIVA. La nuova imprenditorialità al femminile

Dal 16 settembre fino al 31 ottobre 2019 sarà possibile presentare domanda di partecipazione alla 7° edizione del “Premio Idea innovativa, la nuova imprenditorialità al femminile” rivolto alle micro, piccole e medie imprese femminili operanti a Roma e Provincia. Il bando promosso dalla Camera di Commercio di Roma concede un contributo a fondo perduto per supportare economicamente le migliori idee per sviluppare soluzioni o percorsi innovativi per lo svolgimento dell’attività d’impresa, per costituire buone prassi nell’ambito della creazione d’impresa e dello start-up, per sostenere progetti imprenditoriali volti allo sviluppo del tessuto sociale del territorio o alla rigenerazione urbana e sociale delle città.
Le somme a bando ammontano a € 25.000,00. Il Premio prevede, per ciascuna impresa vincitrice, un contributo a fondo perduto pari al 50% delle spese riconosciute ammissibili e fino ad un importo massimo di euro 5.000,00.
Contenuto del bando
Soggetti beneficiari
Possono partecipare al premio le micro, piccole e medie imprese di Roma e provincia che, al momento di presentazione della domanda:
a) abbiano sede legale e/o unità operativa iscritta presso il Registro delle Imprese della Camera;
b) siano attive e in regola con il pagamento del diritto annuale;
c) non si trovino in stato di fallimento, di liquidazione, di amministrazione controllata, di concordato preventivo;
d) non abbiano riportato protesti;
e) presentino il carattere di impresa individuale o collettiva “femminile”;
ossia nello specifico:
– se imprese individuali, abbiano titolare donna;
– se società di persone o società cooperative, il numero delle donne socie rappresenti almeno il 60% della compagine sociale;
– se società di capitali, le donne socie detengano almeno i due terzi delle quote di capitale e costituiscano almeno i due terzi del totale dei componenti dell’organo amministrativo.
Spese ammesse
Sono ammissibili le seguenti categorie di spesa:
1) impianti generali e spese di ristrutturazione dei locali destinati allo svolgimento dell’attività;
2) macchinari e attrezzature (compreso hardware) e beni strumentali direttamente pertinenti alla realizzazione del progetto;
3) spese per materiali di prova, realizzazione di prototipi e collaudi finali;
4) registrazione di brevetti internazionali;
5) infrastrutture di rete e collegamenti (incluse delle spese di software e hardware), consulenze ed altri servizi tecnologici e manageriali, nella misura massima del 20% del costo totale del progetto;
6) costo del personale dipendente dedicato in via esclusiva all’elaborazione e allo sviluppo del progetto innovativo, nella misura massima del 20% del costo totale dello stesso;
7) azioni di marketing e comunicazione relative al progetto, nella misura massima del 10% del costo totale del progetto. Tutte le spese vengono considerate al netto di IVA e di altre imposte e tasse.
Presentazione della domanda
La domanda di partecipazione deve essere presentata a partire dal 16 settembre 2019 e fino al 31 ottobre 2019 a mezzo PEC.
Alla domanda deve essere allegata:
- un breve profilo dell’impresa e descrizione dell’attività svolta;
- l’illustrazione del progetto innovativo corredata dal piano finanziario;
- fotocopia del documento d’identità in corso di validità.
Valutazione dei progetti e graduatoria
Ciascun progetto viene esaminato e valutato secondo alcuni parametri (innovatività e originalità del progetto; completezza e coerenza complessiva del progetto; impatto e sostenibilità del progetto).
Leggi il Bando
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Cristina Montagni
Miss Chef® Expo Universale 2019
L’8 giugno a Roma si è svolta a Cinecittà World, l’ottava edizione del tour italiano e internazionale del premio Miss Chef® 2019, realizzato nell’ambito dell’Expo Universale 2019 in collaborazione con l’associazione World Intercultural Institute e Unicef Italia.
La competizione internazionale, sostenuta dall’ambasciata della Repubblica Dominicana in Italia, ha riunito le migliori chef donne italiane ed estere che con maestria si sono confrontate sui menù della tradizione culinaria nostrana valorizzando le eccellenze “Made in Italy” apprezzate nel mondo. I risultati finali del Premio Miss Chef 2019 verranno presentati ad agosto a Matera, con un convegno tematico e uno show-cooking con degustazione nell’ambito del festival Malta meets Matera-Matera meets Malta. A valutare le migliori 4 ricette della tradizione culinaria italiana, indiana, libica e domenicana, sono state due giurie: una tecnica e l’altra istituzionale composta da esperti in campo eno-gastronomico, chef professionisti, attori, registi e rappresentanti del mondo istituzionale e socio-culturale di rilievo internazionale, nazionale e locale. A presiedere la giuria tecnica il famoso attore e chef Andy Luotto che ha definito la competizione “un ottimo connubio di bellezza e bontà che unisce intelligentemente il valore antico del cibo e delle donne”. L’ideatrice Mariangela Petruzzelli, direttrice artistica e producer del format, ha precisato “che il premio non è solo una gara, ma la prima competizione in “rosa” dall’alto valore sociale e culturale che vuole esaltare il lavoro delle donne a livello internazionale anche contro le violenze di genere e l’emarginazione”. Un contenitore multiculturale che oltre a valorizzare l’alta cucina italiana sfruttando i prodotti tipici di ciascun territorio, ha incontrato diverse realtà̀ sociali, economiche e artigianali del comparto agro industriale italiano. Un premio quindi che onora l’intraprendenza delle donne chef, con ricette, tradizioni, diversità̀ e innovazione contribuendo a promuovere i prodotti di eccellenza della buona tavola e della dieta mediterranea. La manifestazione internazionale oltre alla tappa romana, toccherà la Campania, Matera-Capitale Europea della Cultura 2019 in agosto, Umbria, Calabria e Piemonte per arrivare a New York e Malta il prossimo autunno. Nella tappa maltese e materana verrà coinvolta anche la vincitrice del titolo Miss Chef® Expo Universale 2019.

Le vincitrici Miss Chef® 2019
Ad essere incoronata con la fascia e il cappello di Miss Chef® Expo Universale 2019, la chef Janet Bautista Gomez della Repubblica Dominicana che vive a Salerno ed è presidente dell’associazione culturale Italo-dominicano “Paifa”. Janet ha vinto il cappello con un primo piatto tradizionale dominicano: “Moro de guandule con coco” a base di riso, latte di cocco, carne di maiale, uovo, cipolla e platano fritto. Seconda classificata la chef italiana Elena Ciotta in rappresentanza del ristorante Baaria di Roma che ha concorso con un primo piatto a base di pesce e tagliatelle con gallinella all’acqua pazza.
A pari merito terza e quarta in classifica, Mariem Alghezawi della comunità Libia-Italia, ha preparato un cous cous alle patate e Bianca Dilru dello Sri-Lanka con un fritto misto alle spezie sostituendo la partecipante indiana Nandita Singh che ha abbandonato la competizione.
Cristina Montagni
Intervista alla pianista neoclassica Antonija Pacek dal pubblico multigenerazionale e multiculturale
Antonija Pacek, compositrice e pianista neoclassica di origine croata ora residente a Vienna, il 24 febbraio ha presentato in anteprima italiana all’Auditorium Parco della Musica il suo terzo album “Il Mare” uscito il 7 dicembre 2018.

L’artista laureata a Cambridge in psicologia che ha insegnato a Vienna per 22 anni, ha spiegato che nel comporre le sue melodie è come se si immergesse in un’altra dimensione. I brani della Pacek sono infatti ispirati alle emozioni della vita, tratteggiano una personalità minimalista e raccontano le sfide della vita da superare con determinazione, le delusioni, l’amicizia, il perdono, il senso di fede e la fiducia nelle proprie azioni. Il concerto-evento che ha ottenuto il patrocinio dell’Ambasciata della Repubblica di Croazia e del Forum austriaco di cultura, riflette atmosfere romantiche, raccontano in musica le bellezze del suo paese che l’artista aveva già espresso nei suoi precedenti lavori, “Soul Colours” e “Life Stories”. In quest’ultima opera “Il Mare” composta da tredici brani originali si scorgono perlopiù elementi che richiamano la natura, i boschi e l’acqua influenzando tutti i suoi pezzi musicali. Nella tournée 2019 l’artista internazionale oltre all’Italia toccherà l’Austria, la Croazia e gli Emirati Arabi.
Ecco cosa mi ha raccontato durante il nostro incontro
Intervista a Antonija Pacek
Quando inizia a coltivare la passione per la musica e cosa l’ha spinta a continuare in questa direzione?
Sono rimasta affascinata dal pianoforte che ho sentito la prima volta nella scuola materna. A sei anni mi sono iscritta ad una scuola di musica per imparare a suonare questo strumento e ricordo che mia madre fece grandi sacrifici per comprare un pianoforte. La prima canzone “Tamed Courage” l’ho composta ad 11 anni e fu pubblicata nel mio primo album. Quando decisi di interrompere la scuola di musica, suonai in una band locale con la quale scrissi diversi brani insieme al chitarrista della band. Nel mio paese natale allo scoppio della guerra, fui costretta a trasferirmi a Vienna e per molto tempo non potei permettermi di comprare un pianoforte. Quando mi trasferii a Cambridge per studiare, nel campus c’era un pianoforte a coda ma era chiuso in una stanza e per suonare dovevo chiedere il permesso. Alla fine degli anni ’90, mio marito mi regalò un pianoforte e da quel momento non ho più smesso di suonare e capii che solo con la musica potevo esprimere le mie capacità incoraggiata soprattutto dalla famiglia e dagli amici. Nel 2009 ho pubblicato il mio primo demo che fu distribuito e venduto tramite CD Baby, da quel momento la mia musica iniziò ad essere trasmessa su Whispering Radio negli Stati Uniti.
Nel suo ultimo lavoro “Il Mare” trapelano molte emozioni. Da dove parte questa energia creativa che la rende così profonda e meditativa?
Questa è un’ottima domanda. La musica che compongo proviene dal profondo della mia anima, specialmente quando vedo qualcosa di ingiusto intorno a me. Attraverso la musica racconto con onestà storie ed emozioni ed è questo sentimento a rendere le mie composizioni profonde, meditative e poetiche. Le persone ascoltando la mia musica colgono sentimenti veri e reali.
Qual è il messaggio che vuole lanciare allo spettatore ascoltando i suoi brani in “Life Stories”?
Ancora una volta narro storie di vita reale attraverso la musica. Le storie di questo album sono ispirate alla mia famiglia. “Sorrow”, “Lost”, “Reaching Sky”, “Your Love’s Here” sono dedicate alla perdita di mia madre mentre “Soft Place” a mio padre e “We Were Meant to Meet”, “Loving You”, “You Are My Whole World” e “Ecstasy” sono ispirate all’amore per mio marito. “Strong” è invece una canzone che rappresenta un momento di rottura perché mi ha consentito di abbandonare il passato per concentrarmi sul mio benessere e sulla mia famiglia. Infine “Little Lea” e “For Alina” sono dedicate alle mie due giovani figlie. In questo modo sono riuscita ad esprimere con onestà la mia vita e tutto quello che mi circonda.
La sua musica è definita colta perché si rifà al periodo neoclassico. Pensa che questo stile si accosti alla sua personalità e perché?
Sono una persona ottimista e positiva per la maggior parte del tempo e cerco sempre qualcosa di buono anche in situazioni difficili o negative. Personalmente ascolto molti generi musicali e le mie composizioni riflettono questo mix di generi, così molti esperti definiscono questa musica una fusione tra musica classica, pop e soft jazz, mentre altri neoclassica. Fondamentalmente le persone che ascoltano i miei brani colgono la speranza nella vita e questo sentimento riflette molto bene la mia personalità.

Quando compone un brano, lo concepisce pensando di contribuire alla crescita della società o è solo un modo per trasmettere il suo mondo interiore?
Mi esprimo solo in maniera intima e familiare e chi ascolta i miei brani percepisce un sentimento reale perché colpisce molti lati emotivi di noi stessi. Se la mia musica poi apre la strada ad altre persone per elaborare nuove sfide, allora posso affermare di essere in grado di contribuire alla crescita della società.
Le tredici composizioni dell’album “Il Mare” sono strumentali, addolcite dall’immaginazione poetica e da suoni inesplorati, mentre il 14esimo brano è vocale. Da cosa è stata ispirata?
La quattordicesima canzone si intitola “the Sea” ed è interpretata dalla bellissima voce di Barbara Kier. Questa canzone è un addio a mia madre morta nel 2013. Dentro di me ero consapevole che non l’avrei più vista e che lei non avrebbe mai conosciuto i suoi nipoti, ascoltare i miei concerti o la mia musica. Posso dire che con questo brano ho raggiunto il più alto momento introspettivo perché ho accettato per sempre la sua scomparsa.
Quanto ha influenzato l’attività di artista con il suo secondo interesse quello per la psicologia?
La musica è un linguaggio universale pieno di emozioni e non devi tradurlo. La psicologia studia la percezione di come le persone affrontano le emozioni. Con la musica siamo in grado di comunicare il nostro dolore, la gioia, la felicità, le ansie… la musica si può definire terapeutica in questo senso. Ci sono studi che affermano che le persone si possono salvare durante interventi chirurgici se la musica viene fatta ascoltare durante un’operazione delicata. I bambini prematuri ad esempio crescono meglio se sono circondati dalla musica classica, i pazienti di Alzheimer reagiscono a livello emotivo alla musica anche se non riescono più a riconoscere i membri della famiglia. È dimostrato che ascoltare musica si diventa più creativi e felici e questi elementi si incarnano anche nella psicologia. Psicologia e musica sono quindi interconnessi più di quanto la gente pensi.
Per un certo periodo della sua vita da docente si è occupata di investigare sulla natura delle persone. Le sue composizioni sono influenzate da questa passione?
Credo di sì! Queste attività ed esperienze di vita sono in qualche modo correlate.
Da chi è composto il suo pubblico?
Il mio pubblico si può definire multinazionale e proviene da diversi contesti culturali, età e generi diversi. Guardando le statistiche mi sono resa conto che la mia musica è perlopiù ascoltata in Italia, Germania, Stati Uniti, Canada, Croazia e Austria. Ciò mi rende felice perché mi sono resa conto che la mia musica è difficile da definire, così come è difficile definire i miei ascoltatori!
Cristina Montagni
DONNE 4.0. Position Paper Conferenza Annuale di Confassociazioni
“Troppi di noi dimenticano il crescente potere globale delle donne, quello generato dalla loro intelligenza, dalla capacità di pensare strategicamente che consiste nella capacità di assicurare la sopravvivenza della specie attraverso la maternità. E questo è il punto. Una delle leve strategiche per il rilancio del nostro paese può essere favorire l’essere mamma non solo rendendo possibili asili nido totalmente gratuiti, ma anche mettendo la maternità totalmente a carico della fiscalità generale”. Lo afferma Angelo Deiana, presidente di Confassociazioni, all’indomani della conferenza Donne 4.0 tenutasi il 18 luglio presso la Camera di Commercio di Roma.
Il potere delle Donne 4.0
Troppi di noi dimenticano il crescente potere globale delle donne, quello generato dalla loro intelligenza, dal loro sistema multitasking e soprattutto dalla loro unicità, che consiste nella capacità di assicurare la sopravvivenza della specie, attraverso la maternità. Stiamo parlando di un potere che è quello di pensare da sempre strategicamente a rete. Per le donne è naturale collegarsi sistematicamente a più punti di connessione e gestire dati, informazioni in una logica di piattaforma in cui possono raggiungere facilmente due obiettivi di chi vuole vivere e prosperare nell’era delle reti:
a) semplificare il mondo, riducendo la complessità e i rischi;
b) assicurare la sostenibilità, riducendo lo spreco di energia generato dall’entropia.
Sottovalutare il ruolo di cambiamento del mondo femminile nell’era delle reti rischia di minare l’equilibrio del sistema socio-economico, di welfare e di equità inter-generazionale. Un parametro di equità da non dimenticare perché gran parte del sistema economico, sociale e pensionistico si regge su una distribuzione delle classi di età e di genere che premia la fase produttiva della vita e rende marginali le altre parti della curva, quella che riguarda i giovani non ancora entrati nel mondo del lavoro e gli anziani. Un ipotetico equilibrio intergenerazionale che sembra non reggere più.
Potere, demografia e ricchezza
I dati dicono che le persone, vivendo più a lungo ed avendo maggiore ricchezza, tendono a fare meno figli. In Europa assistiamo a un’implosione demografica. In alcune nazioni come l’Italia l’indice di natalità è sceso a 1,37 figli per famiglia, al di sotto del livello di sostituzione pari a 2,1. In passato, contadini e artigiani cercavano di avere il maggior numero possibile di figli che, oltre a rappresentare forza lavoro, si sarebbero presi cura di loro durante la vecchiaia. Era l’epoca che possiamo definire la Welfare Family.
Tuttavia, quando contadini e artigiani si sono trasformati in impiegati piccolo-borghesi e in ceto medio, con uno stile di vita più agiato e una pensione sicura, l’equazione si è rovesciata.
Le alternative sono solo due. La prima è fare figli, incentivando massicciamente la maternità. Una missione quasi impossibile in un Paese ricco come il nostro, la terza ricchezza privata del mondo nonostante la crisi e la scarsissima crescita del PIL. Anche perché, in un mercato del lavoro non equo come il nostro, l’occupazione femminile è alternativa alla vocazione alla maternità. La domanda di chi assume è chiara: perché dovrei assumere una donna che potrebbe fare un figlio se poi devo pagare almeno 1/3 dei costi di questa maternità?
Bisognerebbe pensare ad una decontribuzione strategica per il lavoro femminile e a forti misure di work-life balance, come asili nido totalmente gratuiti. In ogni caso, per incentivare il lavoro femminile e le nascite, la prima cosa da fare sarebbe mettere la maternità totalmente a carico della fiscalità generale. Il Centro Studi di Confassociazioni stima che basterebbero tra un minimo di 8 e un massimo di 10 miliardi di euro all’anno.
Se l’occupazione femminile in Italia fosse al 60%, avremmo un punto in più di PIL all’anno. Un investimento importante che avrebbe conseguenze in termini occupazionali, demografici e previdenziali utili nel breve alla ricchezza del Paese e, nel lungo periodo, a salvare dalla povertà le future generazioni di pensionati.
La rivoluzione silenziosa che sta cambiando il futuro
È difficile prevedere gli orizzonti che verranno. Il numero attuale delle donne che occupano seggi in Parlamento è molto superiore a quello di 10 anni fa. I capi di Stato donna sono in aumento, come il numero delle donne che occupano alte cariche di Governo o posti di responsabilità nelle università e nelle aziende. In molti Paesi, il numero delle universitarie supera di gran lunga quello dei colleghi maschi. La vera trasformazione radicale è stata determinata dalle decine di milioni di donne che, a livello globale, hanno trovato lavoro nel corso degli ultimi decenni. Il problema è che ci vorranno ancora parecchi anni per arrivare a una parità, reale e concreta. Perché solo migliorando l’accesso delle donne al mercato del lavoro aumenteremo la crescita: in Italia, la correlazione fra stagnazione e bassa partecipazione delle donne al lavoro è significativa.
Presente inaccettabile, futuro roseo

Siamo in presenza di una mutazione straordinaria, ma non ancora definitiva perché le statistiche mettono in luce una realtà comunque inammissibile. Le ingiustizie e le discriminazioni continuano a essere la norma. Insomma, nonostante i progressi, è tuttora enorme la sperequazione con gli uomini in termini di salari, opportunità, accesso all’istruzione, alla salute e, nei Paesi più poveri, al cibo.
La parità tra uomini e donne sembra ancora lontana. Lo dicono i numeri: l’occupazione femminile nel nostro Paese è a quota 48,8% (un dato basso rispetto al 65% di quella maschile e all’80% delle donne occupate in Svezia), il 24% delle neomamme viene licenziata dopo il primo figlio, e tra gli amministratori delegati di aziende solo il 3% è rappresentato da esponenti del mondo femminile.
Insomma, quello della piena occupazione delle donne rimane un traguardo da raggiungere e i cambiamenti avvengono con tempi rallentati rispetto all’urgenza di rimettere in moto l’economia. Come abbiamo già detto, basterebbero poco più di 11 punti percentuali aggiuntivi di occupazione femminile (da 48,8% a 60%) per dare una scossa determinante al PIL.

Molti rapporti sulle carriere delle donne indicano che, pur esistendo ancora un forte “gender gap”, le donne sono più preparate, si laureano prima, sono più innovative e, soprattutto, sono portatrici di un mix di competenze non solo tecniche, ma anche relazionali, che offrono vantaggi competitivi importanti nell’economia delle reti. In sistemi incerti come l’attuale, ci sarà una massiccia compressione dei rischi in ambiti strategici come la medicina, la finanza e il traffico (dove i processi di risk management sono fondamentali) a seguito della sempre più frequente scalata delle gerarchie societarie da parte delle donne. Perché le donne, come dimostrano i dati, gestiscono i rischi meglio degli uomini. Lo dimostrano le ricerche annuali di Catalyst, una delle più importanti società internazionali di consulenza. Tali studi indicano come la maggior presenza delle donne nei CdA determini una maggiore capacità di produrre ROE (return on equity = redditività) a parità o con diminuzione dei rischi assunti.La questione “parità di genere” è una delle condizioni essenziali per uno sviluppo sostenibile delle nostre economie. È per questo che, al di là del “tetto di cristallo” e delle gravi differenze retributive ancora esistenti, è in atto una straordinaria “rivoluzione silenziosa”. Una rivoluzione, quella del nuovo potere delle donne, che ci porterà diritti nel futuro.
Esempi concreti di diversity management: business angels e smart working
Un esempio di occupazione e imprenditoria femminile è quello dei business angel. Un mercato a forte presenza maschile, come d’altra parte tutto il sistema bancario e finanziario. Eppure, il fenomeno nuovo e crescente è la presenza sempre più consistente di donne. Le anali raccontano che le donne capiscono meglio gli “unicorni”, le startup destinate a diventare le star del mercato perché hanno una capacità significativa di valutare l’equilibrio tra rischio-rendimento di ogni investimento. E poi non possiamo dimenticare che lo smart working “concilia” e libera tempo per tutti ma soprattutto in favore delle donne. In questo caso, la tecnologia non prende il posto dei lavoratori, ma cambia il modo di lavorare. Lo smart working è il nuovo mattoncino elementare del capitalismo e delle donne 4.0. Significa lavoro intelligente, lavoro agile: ognuno di noi può lavorare ovunque, in qualsiasi momento e da tutti i dispositivi. Un modo diverso di concepire il lavoro, che non è più legato ad uno spazio fisico e ad orari prestabiliti. Una sola conseguenza: l’ufficio è dove siamo noi. Ma rappresenta una sfida per i modelli organizzativi. La persona che lavora in remoto è motivata perché risparmia del tempo e riesce a svolgere le funzioni domestiche. È per questo che lo smart working può avere un notevole impatto sulle politiche di conciliazione, sull’operatività e la produttività delle “quote rosa” in azienda; i tempi di rientro dalla maternità, ad esempio, possono essere abbreviati grazie alla modalità di “lavoro agile” e anche il tasso di assenteismo legato ai primi mesi di vita dei figli è ridotto dalla possibilità di lavorare “intellettualmente” da casa.
Le donne al potere: dall’industria pesante al mondo pensante
Un tema, quello del contributo delle donne al capitalismo intellettuale 4.0, su cui ci sono importanti riscontri anche a livello internazionale. Il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato uno studio dal quale emerge che far lavorare di più le donne (redistribuendole meglio) conviene a tutti: non alle donne soltanto, ma alle economie nel loro insieme. Per dirla con una battuta: dall’industria pesante al mondo pensante, nel quale sarà necessario puntare sia sulle competenze verticali, ma anche sulla capacità di essere soggetti risolutori/riduttori della complessità e degli imprevisti, attraverso le soft skills.
L’era delle Donne 4.0
Il lavoro che innova diventa più importante del lavoro che replica ed esegue. Questo vale per le donne e per gli uomini. È questa la sfida del nostro tempo: formare persone competenti nel senso più ampio del termine, pronte ad essere protagoniste del proprio futuro, come individui dotati di autonomia di giudizio e coscienza critica che produce e alimenta la conoscenza collettiva, in un processo di formazione continua e crescita personale, che attraversi tutto l’intero corso della vita umana.
Cristina Montagni
Il mercato del lavoro e le donne

Tra gli incontri proposti a giugno dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali durante il Forum PA 2018, sono stati discussi temi legati alle donne nel mondo del lavoro e diversi focus su alcuni aspetti critici. La conferenza svolta alla Convention Center della “Nuvola di Fuksas”, ha ospitato Francesca Bagni Cipriani, Consigliera Nazionale di Parità, Serenella Molendini, Consigliera Nazionale di Parità Supplente del Ministero del Lavoro e Danilo Papa, Direttore centrale della Direzione Vigilanza dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro.
Gli argomenti del dibattito hanno riguardato:
1) la conciliazione vita-lavoro come fattore di crescita della presenza femminile nel mercato del lavoro,
2) la maternità, esaminata nell’ottica del fenomeno delle dimissioni volontarie delle lavoratrici/tori madri e padri nei primi tre anni di vita del bambino,
3) approfondimenti sulle tematiche della salute e sicurezza sul lavoro in chiave di genere.
In apertura del workshop è emerso – secondo le indagini dell’Ispettorato del lavoro – che il fenomeno delle dimissioni volontarie delle lavoratrici durante i primi anni di vita del bambino sono sempre le stesse. Chi decide di dimettersi sono persone che affrontano per la prima volta la maternità in età compresa tra i 30 e i 35 anni in mancanza di un sostegno pubblico nella gestione della maternità. Altri dati testimoniano che una parte di queste persone si trovano già in una situazione lavorativa part time, anche se la variabile della flessibilità oraria e conciliazione vita-lavoro non sembra essere efficace.
Quanto alle tematiche legate alla salute e sicurezza sul lavoro si è discusso sulla necessità di porre attenzione a particolari fattori di rischio legati al sesso, alla differenza biologica e fisiologica che definisce uomini e donne, il genere, come costruzione sociale dei ruoli, dei comportamenti e delle attività che una data società considera doverosi per uomini e donne. Inoltre, sarebbe necessario riflettere sulle differenze tra sesso e genere per poter calibrare sistemi di gestione della sicurezza che tenga conto di queste diversità, nel rispetto delle regole e delle uguaglianze. Con l’entrata in vigore del D.lgs. 81/2008, il genere, l’età, la provenienza geografica e la tipologia contrattuale, diventa una dimensione rilevante da prendere in considerazione. Le discriminazioni sul lavoro sono un fattore di rischio e possono essere causa di stress o situazione di disagio per la salute e la sicurezza delle lavoratrici.
L’adozione di strumenti di conciliazione e work life balance possono avere ripercussioni positive nella prevenzione di infortuni o malattie professionali da stress, oltre che prevenire e contrastare fenomeni di violenza di genere nel contesto lavorativo.
Tra gli aspetti emersi durante il confronto sul tema conciliazione vita – lavoro, è stato analizzato il contesto di riferimento causato dalla crisi economica globale, dall’aggravamento delle disuguaglianze, dalla rivoluzione della struttura familiare, dall’aumento della povertà e della disoccupazione, dai lavori precari e mal retribuiti per le donne, fino all’andamento demografico e decremento delle nascite.

A tale proposito, i relatori hanno ricordato che il 13 settembre scorso il Parlamento Europeo ha approvato la risoluzione “Creazione di condizioni del mercato del lavoro favorevoli all’equilibrio tra vita privata e vita professionale” che ha l’obiettivo di dare nuovo impulso alle opportunità di conciliazione tra vita e lavoro per i cittadini europei. L’azione più importante, al centro dell’equilibrio famiglia-lavoro, rimane la garanzia di adeguati regimi di congedo parentale sia per le madri che per i padri. L’altra area di miglioramento risiede nella necessità di offrire a lavoratori e lavoratrici una varietà di forme di lavoro adeguate tali da consentire a ciascun individuo di avere il tempo sufficiente per dedicarsi alle proprie passioni, alla formazione e alla cura. Perché ciò avvenga è fondamentale superare la visione tradizionale dei ruoli assegnati all’uomo e alla donna, promuovere una opinione positiva rispetto al lavoro femminile in presenza di figli in età prescolare.
Cristina Montagni
L’altra dimensione del management che non concilia lavoro e famiglia
Cambiare la cultura aziendale per agevolare le donne nel mondo del lavoro facilitandone la carriera fino alle posizioni apicali, sono le politiche necessarie per sviluppare un ecosistema sociale ed economico sostenibile, competitivo ed equo. L’analisi “l’altra dimensione del management”, realizzata dall’istituto G&G Associated di Roma e da Federmanager, presentata in Vaticano a maggio, ha dettagliato i temi in cui mondo del management e mondo della Chiesa hanno espresso un messaggio comune per giungere ad una maggiore parità tra uomini e donne nei luoghi di lavoro, in famiglia e nella società.
Fotografia dell’indagine Federmanager

La condizione dei manager in Italia e all’estero è stata fotografata su un campione di oltre 1.000 dirigenti e quadri apicali, uomini e donne e su 200 donne manager in Usa e Germania. Dalla ricerca emerge che un manager under 50 su due non riesce a conciliare il lavoro con la famiglia nonostante quest’ultima sia considerata più importante della realizzazione professionale.
L’armonizzazione è più riuscita tra gli over 50 che nel 66% dei casi riesce a far fronte ad entrambi gli impegni. In media solo il 63% dei manager italiani bilancia famiglia e lavoro, un dato esiguo rispetto agli Stati Uniti (87%) e la Germania (75%). Ad influenzare negativamente il “work family life balance” è la mancanza di tempo da dedicare alla famiglia; le donne manager italiane investono nel lavoro più di 9 ore al giorno contro le 8,2 delle statunitensi e le 7,1 delle tedesche.
“Una migliore integrazione tra tempo dedicato al lavoro e tempo per la famiglia è un obiettivo che la Federazione persegue da tempo” ha commentato Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager. “Significa farsi carico degli effetti dell’organizzazione adottata in azienda, recuperare la portata antropologica del rapporto madre-figlio” afferma Gabriella Gambino sottosegretario per la Vita del Dicastero per i Laici. “La qualità e la quantità del tempo trascorso in famiglia condizionano la serenità della donna e la performance nel mondo del lavoro. L’impresa, ha spiegato la Gambino, dovrebbe pensare che la maternità non è uno ostacolo, ma una risorsa che sviluppa soft skills e competenze rilevanti nel mondo del lavoro”.
Tra le politiche di intervento in favore dell’integrazione tra vita professionale e vita privata, anche in termini di riduzione delle differenze di genere, al primo posto c’è la flessibilità lavorativa, top of mind per l’81% del campione. A seguire, il welfare aziendale a supporto delle donne e gli interventi di conciliazione concessi in forma paritaria per entrambi i sessi (68% delle preferenze). Se per le donne manager la flessibilità lavorativa è la prima esigenza, il compito è favorire la diffusione di strumenti operativi nelle aziende che, a partire dai piani di welfare, diano una chiara risposta in termini di assistenza parentale, supporto alla genitorialità e copertura sanitaria per tutti i componenti della famiglia. “Il welfare aziendale” per Cuzzilla “va sostenuto attraverso politiche pubbliche che favoriscano il carico per le aziende che può essere la “chiave” per abbattere il diverso trattamento tra i generi che ostacola l’inclusione delle donne nel mondo del lavoro”. L’indagine Federmanager indaga la differenza tra il grado di conoscenza delle politiche di intervento e la reale attuazione in azienda. La flessibilità lavorativa viene attuata nel 52% dei casi; il welfare aziendale a supporto delle donne precipita dal 68% di attesa al 23% di attuazione; gli interventi di conciliazione per uomini e donne passano dal 68% al 26%; i sistemi di meritocrazia e trasparenza trovano terreno solo nel 34% dei casi, contro un’attesa del 61%. Anche in questo campo si conferma la scarsa propensione del nostro Paese a trasformare le buone intenzioni in realtà. L’utilizzo delle tecnologie è una grande opportunità per conquistare una maggiore efficienza organizzativa nei luoghi in cui si abita e si crescono i figli.
Politiche d’intervento in USA, Germania e Italia

Le politiche d’intervento prese in considerazione dall’indagine Federmanager risultano più attuate in USA e in Germania. Ad esempio, si riconosce la presenza di un sistema educativo con pari opportunità per ragazze e ragazzi (citato nel 40% dei casi dalle donne Usa, nel 39% dalle donne tedesche, e solo nel 5% dalle italiane). Sono presenti sistemi di misurazione dei risultati che riconoscono gli effetti positivi connessi alla presenza di leadership femminili (35% USA, 31% Germania, 4% Italia) o ancora misure per la sicurezza sul lavoro e per la prevenzione sulla violenza di genere (rispettivamente 47%, 32% contro il 21% dell’Italia). Le pari opportunità – continua Gabriella Gambino – hanno bisogno di radicarsi in un’alleanza uomo-donna, che sia capace di rispettare le specificità e le peculiarità della differenza. Per il Presidente dei manager “riorientare il sistema scolastico in termini di pari opportunità non è un obiettivo banale, anzi è una necessità. Occorre che le ragazze siano inserite al pari dei ragazzi nei processi formativi dove si acquisiscono le competenze che daranno lavoro”. Oltre alla formazione – ha sostenuto Cuzzilla – ci sono delle priorità che una società moderna deve considerare: inclusione finanziaria e digitale delle donne, rafforzamento delle tutele legali a garanzia di parità tra i generi, e un diverso atteggiamento nei confronti del lavoro non retribuito, il cui carico va redistribuito tra i sessi. “Se lavoriamo in questa direzione” ha concluso il manager Cuzzilla “riusciremo non solo a fare dell’Italia un Paese civile, ma anche un Paese competitivo che cresce grazie al contributo di valore che le donne sanno generare”.

