Women for Women Italy

Home » Cultura di genere (Pagina 5)

Category Archives: Cultura di genere

L’altra dimensione del management che non concilia lavoro e famiglia

Cambiare la cultura aziendale per agevolare le donne nel mondo del lavoro facilitandone la carriera fino alle posizioni apicali, sono le politiche necessarie per sviluppare un ecosistema sociale ed economico sostenibile, competitivo ed equo. L’analisi “l’altra dimensione del management”, realizzata dall’istituto G&G Associated di Roma e da Federmanager, presentata in Vaticano a maggio, ha dettagliato i temi in cui mondo del management e mondo della Chiesa hanno espresso un messaggio comune per giungere ad una maggiore parità tra uomini e donne nei luoghi di lavoro, in famiglia e nella società.

Fotografia dell’indagine Federmanager

graf 3

La condizione dei manager in Italia e all’estero è stata fotografata su un campione di oltre 1.000 dirigenti e quadri apicali, uomini e donne e su 200 donne manager in Usa e Germania.  Dalla ricerca emerge che un manager under 50 su due non riesce a conciliare il lavoro con la famiglia nonostante quest’ultima sia considerata più importante della realizzazione professionale.

L’armonizzazione è più riuscita tra gli over 50 che nel 66% dei casi riesce a far fronte ad entrambi gli impegni. In media solo il 63% dei manager italiani bilancia famiglia e lavoro, un dato esiguo rispetto agli Stati Uniti (87%) e la Germania (75%). Ad influenzare negativamente il “work family life balance” è la mancanza di tempo da dedicare alla famiglia; le donne manager italiane investono nel lavoro più di 9 ore al giorno contro le 8,2 delle statunitensi e le 7,1 delle tedesche.

“Una migliore integrazione tra tempo dedicato al lavoro e tempo per la famiglia è un obiettivo che la Federazione persegue da tempo” ha commentato Stefano Cuzzilla, presidente di Federmanager. “Significa farsi carico degli effetti dell’organizzazione adottata in azienda, recuperare la portata antropologica del rapporto madre-figlio” afferma Gabriella Gambino sottosegretario per la Vita del Dicastero per i Laici. “La qualità e la quantità del tempo trascorso in famiglia condizionano la serenità della donna e la performance nel mondo del lavoro. L’impresa, ha spiegato la Gambino, dovrebbe pensare che la maternità non è uno ostacolo, ma una risorsa che sviluppa soft skills e competenze rilevanti nel mondo del lavoro”.

politiche di intervento in ItaliaTra le politiche di intervento in favore dell’integrazione tra vita professionale e vita privata, anche in termini di riduzione delle differenze di genere, al primo posto c’è la flessibilità lavorativa, top of mind per l’81% del campione. A seguire, il welfare aziendale a supporto delle donne e gli interventi di conciliazione concessi in forma paritaria per entrambi i sessi (68% delle preferenze). Se per le donne manager la flessibilità lavorativa è la prima esigenza, il compito è favorire la diffusione di strumenti operativi nelle aziende che, a partire dai piani di welfare, diano una chiara risposta in termini di assistenza parentale, supporto alla genitorialità e copertura sanitaria per tutti i componenti della famiglia. “Il welfare aziendale” per Cuzzilla “va sostenuto attraverso politiche pubbliche che favoriscano il carico per le aziende che può essere la “chiave” per abbattere il diverso trattamento tra i generi che ostacola l’inclusione delle donne nel mondo del lavoro”. L’indagine Federmanager indaga la differenza tra il grado di conoscenza delle politiche di intervento e la reale attuazione in azienda. La flessibilità lavorativa viene attuata nel 52% dei casi; il welfare aziendale a supporto delle donne precipita dal 68% di attesa al 23% di attuazione; gli interventi di conciliazione per uomini e donne passano dal 68% al 26%; i sistemi di meritocrazia e trasparenza trovano terreno solo nel 34% dei casi, contro un’attesa del 61%. Anche in questo campo si conferma la scarsa propensione del nostro Paese a trasformare le buone intenzioni in realtà. L’utilizzo delle tecnologie è una grande opportunità per conquistare una maggiore efficienza organizzativa nei luoghi in cui si abita e si crescono i figli.

Politiche d’intervento in USA, Germania e Italia

attuazione nei diversi paesi

Le politiche d’intervento prese in considerazione dall’indagine Federmanager risultano più attuate in USA e in Germania. Ad esempio, si riconosce la presenza di un sistema educativo con pari opportunità per ragazze e ragazzi (citato nel 40% dei casi dalle donne Usa, nel 39% dalle donne tedesche, e solo nel 5% dalle italiane). Sono presenti sistemi di misurazione dei risultati che riconoscono gli effetti positivi connessi alla presenza di leadership femminili (35% USA, 31% Germania, 4% Italia) o ancora misure per la sicurezza sul lavoro e per la prevenzione sulla violenza di genere (rispettivamente 47%, 32% contro il 21% dell’Italia). Le pari opportunità – continua Gabriella Gambino – hanno bisogno di radicarsi in un’alleanza uomo-donna, che sia capace di rispettare le specificità e le peculiarità della differenza. Per il Presidente dei manager “riorientare il sistema scolastico in termini di pari opportunità non è un obiettivo banale, anzi è una necessità. Occorre che le ragazze siano inserite al pari dei ragazzi nei processi formativi dove si acquisiscono le competenze che daranno lavoro”. Oltre alla formazione – ha sostenuto Cuzzilla – ci sono delle priorità che una società moderna deve considerare: inclusione finanziaria e digitale delle donne, rafforzamento delle tutele legali a garanzia di parità tra i generi, e un diverso atteggiamento nei confronti del lavoro non retribuito, il cui carico va redistribuito tra i sessi. “Se lavoriamo in questa direzione” ha concluso il manager Cuzzilla “riusciremo non solo a fare dell’Italia un Paese civile, ma anche un Paese competitivo che cresce grazie al contributo di valore che le donne sanno generare”.

Cristina Montagni

Al MIUR il documento per la parità di genere nelle università e negli enti di ricerca

La valorizzazione delle competenze femminili riguarda il tessuto produttivo dell’intero Paese. L’11 maggio al Miur (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) sono state presentate le dieci raccomandazioni finali del documento “Indicazioni per azioni positive sui temi di genere nell’Università e nella Ricerca”.

Il dossier elaborato dal gruppo di lavoro “Genere e Ricerca”, è stato discusso dal Dipartimento della ricerca per la formazione superiore, dalla Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e dalla Conferenza dei Presidenti degli Enti pubblici di ricerca.

Le 10 raccomandazioni

Il pacchetto di suggerimenti parte dalla considerazione dell’esistenza di una discriminazione di genere nel mondo professionale e del lavoro che può essere di tipo orizzontale (la distribuzione delle donne e degli uomini all’interno delle varie discipline), verticale (la distribuzione rispetto alla gerarchia dei ruoli) e territoriale, perché la presenza femminile in diversi ambiti lavorativi o una maggiore presenza di donne in ruoli apicali varia rispetto alla nazione o alla regione.

La relazione sollecita le università e gli enti di ricerca, vigilati dal Miur, a dotarsi del bilancio di genere per monitorare i progressi verso gli obiettivi di parità, ad incentivare la creazione di variabili disaggregate per sesso nell’ambito della ricerca e dell’istruzione per gli studi scientifici includendo il genere come contenuto trasversale. Per incentivare la parità – come riportato dalla relazione – sarà necessario creare liste di esperte ed esperti su tematiche che formino valutatori incaricati nella selezione di progetti di ricerca, regolamentare a livello statutario misure per riequilibrare le componenti maschili e femminili in organismi, commissioni e comitati. Inoltre, il gruppo di lavoro afferma l’introduzione delle specificità di genere nei raggruppamenti universitari per l’attuazione del Piano Lauree Scientifiche 2017-2018 nell’ottica dell’orientamento delle studentesse verso le discipline STEM.

La ministra Fedeli: la diseguaglianza fa perdere talenti e saperi

“A fronte di questa situazione” ha osservato la Ministra Valeria Fedeliil documento sottolinea la persistenza di forme di discriminazione e fattori esterni alle istituzioni di ricerca, come la difficile conciliazione vita/lavoro e la diseguaglianza che determina la perdita di talenti, di saperi e di valore nella ricerca e nell’insegnamento universitario”. Per superare questo gap e raggiungere l’obiettivo della parità di genere – ha aggiunto – occorre agire sulla presenza di entrambi i sessi nei gruppi di ricerca e nei vari livelli decisionali e sulla presenza della dimensione di genere nei contenuti della ricerca. La parità di genere – ha proseguito la Ministra – è un diritto fondamentale, un principio sancito dalla Costituzione, un obiettivo centrale dell’Agenda 2030 e rappresenta una condizione necessaria per il conseguimento degli obiettivi UE in materia di crescita, occupazione e coesione sociale. “Per raggiungerla nell’ambito dell’università e della ricerca” ha sostenuto “è indispensabile intervenire su due livelli. Il primo è superare gli stereotipi di genere nell’istruzione, nella formazione e nella cultura, che inducono donne e uomini a seguire percorsi educativi e formativi diversi, spesso portando le donne a posti di lavoro meno valutati e remunerati. Il secondo riguarda la necessità di promuovere le carriere delle donne nel mondo accademico e nella ricerca, forti anche della consapevolezza che la partecipazione femminile in ambiti dove le donne sono sottorappresentate, come quelli scientifici e tecnologici, può contribuire ad aumentare l’innovazione, la qualità e la competitività della ricerca scientifica e industriale”.

“Il documento rappresenta uno sforzo in questa direzione che amplia e integra quello rivolto al mondo della scuola nel perseguimento della parità tra donne e uomini. La valorizzazione delle competenze femminili è una questione che interessa l’intero sistema paese e il suo tessuto produttivo” – ha concluso la Ministra “che deve potersi avvantaggiare dell’avanzamento della conoscenza, dell’arricchimento intellettuale, del guadagno economico-culturale che ci attendiamo dal perseguimento della parità in tutti gli ambiti”.

Cristina Montagni

8 Marzo: “Le donne protagoniste del cambiamento, della risoluzione pacifica dei conflitti, della lotta contro la povertà”

donne 8 marzo

“Le donne protagoniste del cambiamento, della risoluzione pacifica dei conflitti, della lotta contro la povertà”. Questo il messaggio che il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano, ha voluto inviare oggi, in occasione dell’8 marzo, e al quale ha unito “gli auguri a tutte le donne della Farnesina, in servizio a Roma e all’estero”. “Nel giorno in cui, attraverso la celebrazione della donna, vogliamo promuovere la cultura del rispetto”, Alfano ha ribadito la sua “personale convinzione che le donne possano fare la differenza nella gestione delle sfide alla pace e alla sicurezza internazionale. Abbiamo però bisogno di più donne che siano protagoniste in attività di mediazione. Oggi purtroppo sono ancora troppo poche”, ha osservato. “La Farnesina, anche tramite la propria rete diplomatico-consolare e le attività di cooperazione allo sviluppo”, ha ricordato il ministro Alfano, “promuove e sostiene azioni, anche a livello locale, per favorire la partecipazione politica delle donne e incentivare il loro ruolo nell’economia e nella lotta alla povertà, nella convinzione che lo sviluppo civile, politico, economico, sociale e culturale di ciascun Paese non possa realizzarsi senza la piena partecipazione e il contributo fondamentale delle donne”. “L’8 marzo”, ha aggiunto il ministro, “è anche l’occasione per ricordare che l’Italia durante la presidenza di turno del G7 l’anno scorso, ha promosso il primo Vertice delle Pari Opportunità e l’adozione di una “Roadmap for a gender-responsive economic empowerment”, un piano di azione trasversale per l’uguaglianza di genere, la riduzione della violenza contro donne e bambine e la più ampia partecipazione femminile nei processi decisionali. Sempre nel 2017 inoltre la Farnesina ha lanciato il Mediterranean Women Mediators Network, per rafforzare il ruolo delle donne nelle attività di mediazione nella regione”. Alla luce del sempre maggiore coinvolgimento delle donne in situazioni belliche o post-belliche, anche la Farnesina sottolinea oggi, in una nota, il loro apporto decisivo nel processo di risoluzione pacifica dei conflitti e riafferma l’impegno dell’Italia nella prevenzione e la lotta a tutte le forme di discriminazione e di violenza contro le donne. Il MAECI ribadisce inoltre il proprio appoggio alle campagne internazionali per l’eliminazione di tutte le pratiche dannose, a partire delle mutilazioni genitali femminili e dai matrimoni precoci e forzati, oltre a quelle per la prevenzione e la lotta alle violenze sessuali in situazioni di conflitto e di emergenza.

In occasione della Giornata Internazionale della Donna, è stato allestito presso il Ministero degli Affari Esteri un punto informativo dove dottoresse e dottori del Poliambulatorio ASL Roma 1 presso il MAECI hanno offerto orientamento in tema di prevenzione oncologica femminile. Il Segretario Generale Ambasciatore Elisabetta Belloni ha inaugurato il desk ed ha sottolineato la concretezza dell’iniziativa rivolta a tutte le donne del Ministero. Con l’occasione è stata realizzata una nota informativa dedicata ai percorsi gratuiti di screening offerti dal sistema sanitario regionale. L’iniziativa è stata realizzata dal Comitato Unico di Garanzia e dall’Ufficio Affari sociali del MAECI con il sostegno dell’associazione delle donne diplomatiche.

Cristina Montagni

Il mobbing nel lavoro e nella vita familiare

L’informazione crea cultura e consapevolezza è il fine del seminario: “Il mobbing nel lavoro e nella vita familiare” promosso il 30 novembre a Roma dall’Associazione Codice Donna al MIA Home Design Interior. Il tema è stato affrontato dalle avvocate Vittoria Mezzina, esperta di diritto del lavoro, Teresa Manente, penalista ed esperta nella difesa dei diritti delle vittime di violenza di genere, dalla presidente dell’associazione Codice Donna, Simona Napolitani, avvocata esperta di diritto di famiglia, e dalla docente Gabriella Maugeri psicologia delle relazioni familiari. 

dav

Codice Donna dal 1998 offre consulenza legale alle donne, e ritiene che la divulgazione dei fenomeni sociali e familiari è utile affinché le vittime di comportamenti discriminanti possano riconoscerli e combatterli. Le professioniste hanno illustrato il tema su vari piani, all’interno dei luoghi di lavoro e della famiglia, commentando situazioni in cui per effetto della gerarchia all’interno del posto di lavoro, si innesca un rapporto di manipolazione, invasione, coazione, che mette in pericolo la vita della donna che lo subisce. La comunicazione, per Simona Napolitani, serve per far circolare un sapere e far uscire le donne da situazioni disagiate che lasciano ferite indelebili, per fare cultura sulla genitorialità o per chi si trova a svolgere un ruolo all’interno della famiglia.

davPer Vittoria Mezzina, il seminario è stato sollecitato dalle continue richieste di aiuto di donne dal lato legale e psicologico. Per interpretare il fenomeno, secondo l’esperta di diritto del lavoro, occorre partire dalla definizione di mobbing, che dall’inglese to mob, significa attaccare/assalire e descrive il comportamento di alcune specie animali che vengono “accerchiate” da un membro del gruppo per allontanarlo. Questi comportamenti subiti sul posto di lavoro, possono acquisire oggi una rilevanza giuridica, ha spiegato Mezzina. Nel nostro ordinamento non esiste una legge specifica anti mobbing ma una serie di definizioni elaborate dalla psicologia del lavoro, condivise dalla giurisprudenza e dalla cassazione. La spiegazione più ricorrente di mobbing è stata catalogata come un insieme di condotte vessatorie reiterate e durature, individuali e collettive, rivolte nei confronti di un lavoratore o lavoratrice ad opera di superiori gerarchici a sottoposti di pari livello che rivestono posizioni apicali. In altri casi si tratta di una strategia volta all’estromissione del lavoratore dal posto di lavoro, si pensi alle molestie sessuali che restano in assoluto silenzio, denunciando l’accaduto solo in sede penale. Il fenomeno ha molte sfaccettature, spesso difficili da dimostrare in un contenzioso e per comprenderne la gravità occorre rifarsi ad una serie di casistiche categorizzate da esperti di psicologia del lavoro e condivise dall’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro).

La letteratura delinea i fenomeni di mobbing come vessazioni, comportamenti offensivi di un superiore gerarchico volti a ledere l’immagine della persona attraverso forme di ridicolizzazioni con l’esercizio del potere disciplinare facendo notare che il lavoro svolto non è corretto, da qui l’isolamento e l’esclusione dal gruppo di lavoro. L’esclusione è la modalità più utilizzata da un superiore che decide di non attribuire mansioni o lasciare la persona in una condizione di totale inattività. L’inattività è la forma più grave di mobbing, che si configura in termini giuridici, oltre all’inadempimento contrattuale, anche al dimensionamento. Il mobbing oltre a concentrare tutte queste condotte, mira all’accanimento e alla vessazione per colpire il lavoratore o la lavoratrice che spesso non denuncia l’accaduto.

La segregazione oltre ad essere orizzontale e verticale è anche trasversale perché incide sulla vita familiare con la conseguente separazione/divorzio e rottura con i figli. Queste persone, secondo l’avvocata, più che di un legale hanno bisogno di un supporto psicologico, seguire percorsi mirati in centri anti mobbing per acquisire consapevolezza delle difficoltà e reagire raccogliendo tutti gli elementi per istituire un contenzioso e richiedere il risarcimento del danno. Il risarcimento del danno, sostiene Simona Napolitani, non restituisce, a chi ha subito una violazione, la propria integrità. La giurisprudenza offre questa possibilità per chi ha subito maltrattamenti (lesione dei diritti alla persona, della salute, e della libertà) ed è l’unico strumento approvato per riparare e non prevenire. La prevenzione e la comunicazione servono per creare consapevolezza, e stabiliscono le condizioni per riconoscere i fenomeni patologici nell’ambito del lavoro e della famiglia. “Occorre conoscere il limite di demarcazione tra il principio di autodeterminazione delle donne e il diritto di libertà altrui. La violenza sulle donne può essere fatta alzando muri, non c’è bisogno dell’acido, dei pugni, degli schiaffi o delle parolacce. Gli uomini possono distruggere una donna con il silenzio, con la viltà, con l’indifferenza. Fa paura l’autostima della donna, la percezione di sentirsi considerata, l’intelligenza e la sua sensibilità, tutte forme di violenza che mietono vittime”, commenta l’esperta di diritto del lavoro. È bene sottolineare che molte donne riescono a riallacciare situazioni sane e la giurisprudenza riconosce i principi del mobbing applicandoli alle relazioni familiari, conclude la Napolitani.

davGabriella Maugeri, docente e psicologia nelle relazioni familiari, ha sostenuto che la relazione tra mobbing e famiglia è duplice. Spillover è il legame in cui prevale una situazione di mobbing sul lavoro e le relative conseguenze in famiglia, con il coniuge e i figli. La costante svalutazione psicologica di un familiare messa in atto tramite comportamenti prepotenti, coercitivi e vessatori, è finalizzata a minare la stabilità psicologica ed emotiva della persona. Questi episodi, sottili e subdoli, diventano riconoscibili, sul posto di lavoro per la presenza di colleghi che documentano le azioni. Tuttavia, secondo la psicologa, se i colleghi si alleano, possono diventare responsabili del suicidio del lavoratore emarginato. Il lavoro psicologico è fondamentale, porta il soggetto a riflettere sugli aspetti collusivi che si strutturano nel tempo e due sono le condizioni che si rifanno ad una situazione di mobbing prima della separazione di coniugi: estromettere il coniuge dall’abitazione familiare o coinvolgere i figli per isolare la vittima. Queste dinamiche passano attraverso comportamenti attivi (attacchi, accuse, emarginazioni, tentativi di sminuire il ruolo dell’altro, provocazioni e pressioni) e comportamenti omissivi (esclusione, rifiuto al dialogo) che toccano la sfera della vita quotidiana (dal pasto alla sessualità). Molte di queste azioni restano celate per la vergogna, per timore di vendette e per la presenza dei figli che rappresentano un deterrente, conclude la Maugeri.

Aspetti che investono la persona a livello psicologico

  • Aspetto gerarchico – all’interno della famiglia tende a crearsi una gerarchia che vede l’uno in una posizione one up e l’altro in una posizione one down dove lo squilibrio di potere tende ad essere più ampio.
  • Lesione dell’immagine – squalifica e svalutazione (derisione, non considerazione) che avviene nel rapporto a due o in presenza di altre persone, spesso i figli.
  • Disconferma – da un punto di vista eziologico è una dinamica altamente patologica. La letteratura riporta casi in cui nei contesti familiari la disconferma è uno dei fattori che provoca gravi patologie. Rispetto ad altre modalità comunicative c’è l’interdizione dell’interlocutore, Tu non esisti! Se ciò avviene in modo reiterato provoca un break down, una rottura. La modalità è trascurare il coniuge, quello che prova, togliere valore ai comportamenti, ai sentimenti, non se ne riconosce l’esistenza. La persona viene messa in una condizione psichica di perenne disagio generando situazioni di angoscia, creando un vuoto privo di coordinate relazionali. Qui intervengono le patologie psicosomatiche che possono indurre la persona a gesti autolesionistici (cefalea, gastrite, disturbi alimentari e del sonno, disturbi nella sfera sessuale e di adattamento, patologie ansio-depressive, traumatici da stress e calo del tono dell’umore) oggi utilizzati in sede legale.

Teresa Manente, responsabile dell’ufficio legale di Differenza Donna, esperta nella difesa dei diritti della donna sulla violenza di genere, ha spiegato che queste situazioni dolorose sono fenomeni diffusi e in aumento. Il mobbing familiare, commenta la penalista, è un fenomeno che sta prendendo piede in situazioni in cui la donna è libera, economicamente autonoma e riveste alti ruoli sociali all’interno della famiglia. Il coniuge, in questi casi, adotta un esercizio di potere, e la disconferma viene spesso denunciata da donne che hanno raggiunto ruoli apicali. Da circa dieci anni è stato riconosciuto in cassazione il reato di maltrattamento psicologico, sino ad ora si configurava solo se era presente una violenza fisica. La Convenzione di Istanbul riconosce oggi oltre al maltrattamento psicologico anche la violenza economica. Le leggi ci sono, quello che manca è l’applicazione per il persistere di stereotipi radicati nella nostra cultura, conclude la Manente.

Cristina Montagni

Rapporto World Economic Forum 2017 sul “Gender Gap”

Classifica del World Economic Forum 2017 fotografa l’incolmabile trattamento tra uomo e donna. Italia 82esima, dopo la Grecia, Madagascar e Messico.

Klaus Schwab, fondatore del World Economic Forum ritiene che il talento è uno dei fattori essenziali per la crescita e la competitività. “Per costruire economie dinamiche e inclusive, dobbiamo assicurare che ognuno abbia pari opportunità. Quando le donne e le ragazze non sono integrate, la comunità globale perde competitività, idee e prospettive critiche per affrontare le sfide globali e sfruttare nuove opportunità”.

World Ecomic Forum

La parità di genere è il modo in cui le economie e le società prosperano. Il rapporto sulle disuguaglianze di genere 2017, introdotto per la prima volta nel 2006, analizza su base annuale i progressi compiuti da 144 paesi sulle parità di genere su diverse tematiche. Il WEF, presentato il 17 ottobre, si propone di valutare tale disparità e quantificare i progressi compiuti nel corso degli anni. Data la multidimensionalità del fenomeno, il Global Gender Gap Report utilizza un indice incentrato su quattro macro aree:

  • salute (aspettative di vita e rapporto tra sessi alla nascita),
  • istruzione (educazione elementare e superiore),
  • economia (leadership, partecipazione al mercato del lavoro e salari)
  • politica (rappresentanza)

Sebbene nessuna misura possa acquisire la situazione completa, dichiara il fondatore della WEF, l’indice globale – presentato nella relazione – cerca di misurare un aspetto importante sull’uguaglianza di genere, le lacune relative tra donne e uomini nei quattro settori chiave delineati in precedenza. L’indice non cerca quindi di definire le priorità per i paesi, ma fornisce un insieme di dati e un metodo chiaro per tenere traccia delle lacune sugli indicatori critici in modo che i paesi possano definire le priorità all’interno dei propri contesti economici, politici e culturali. L’indice evidenzia anche i potenziali modelli di ruolo che all’interno della loro regione o gruppi di reddito, sono leader nella distribuzione più equa delle risorse tra donne e uomini, indipendentemente dal livello complessivo delle risorse disponibili. Il divario tra uomini e donne, secondo il WEF, confina l’Italia all’82 esimo posto nella classifica su un benchmarks di 144 posizioni complessive. Siamo in coda alla Grecia 78esima, Madagascar 80esima e Messico 81esima posizione. In un anno l’Italia è retrocessa di ben 22 posizioni. 

posizioni Italia Gender Gap

Dall’analisi dei dati si evince un disequilibrio accertabile in molte dimensioni considerate. La parità nell’accesso all’educazione è aumentata e il tasso di alfabetizzazione delle donne in Italia è giunto al 96% con una aspettativa di “vita sana” che raggiunge il 73% per le donne rispetto al 71% per gli uomini. Nonostante l’indicatore positivo, sono proprio le opportunità economiche a destare maggiore preoccupazione.

Lo squilibrio nel mondo del lavoroLa partecipazione economica delle donne alla forza lavoro continua ad essere scarsa, il 54,3% rispetto al 73,7% degli uomini con un reddito stimato che si attesta al 26% rispetto al 51% dei colleghi uomini, generando un divario retributivo di oltre il 50%. Per quanto attiene al empowerment politico, anche qui la distanza è incolmabile. La percentuale delle donne inserite in parlamento non raggiunge la soglia del 30% contro il 70% degli uomini, e un gap che sfiora il 40%. Se contestualizziamo i dati secondo gli item descritti, non possiamo non descrivere alcuni indicatori che rappresentano la triste realtà in cui vivono quotidianamente le donne italiane. Le lavoratrici impiegate a tempo parziale costituiscono una quota rilevante. Un “esercito femminile” rappresentato dal 40% della popolazione totale contro il 16% dei maschi a cui si aggiunge un rapporto di lavoro non retribuito che interessa il 60% delle donne. Ogni giorno, le donne lavorano 512 minuti in più rispetto ai 453 minuti dei colleghi maschi, e la disoccupazione è più alta tra le donne (12,8% contro il 10,9%) così come le persone senza lavoro e quelle scoraggiate rappresentano il 40,3% contro il 16,2% degli uomini. La segregazione occupazionale – vale a dire la distribuzione non uniforme delle occupazioni tra donne e uomini – appare rilevante, infatti il salario medio annuale delle donne non raggiunge i 23.000 euro, contro i 44.000 degli uomini. Alla base del divario retributivo vi è soprattutto il permanere di una profonda matrice di stampo socio-culturale. Una cultura che giustifica ancora responsabilità distinte nella cura della casa e dei figli tra uomo e donna. Uno status culturale che costringe la donna in modo “sistematico” a scegliere tra famiglia e lavoro e non contempla la conciliazione come strumento necessario, urgente e soprattutto moderno in una società globalizzata. 

“Il fattore determinante più importante per la competitività di un Paese è il talento umano. Le donne costituiscono la metà del talento potenziale – ricorda Bekhouche, project manager del World Economic Forum. Se il governo ha un ruolo importante nel sostenere le politiche giuste (congedo di paternità, asili, etc.), sta anche alle aziende creare posti di lavoro con processi di reclutamento innovativi, nuovi percorsi per le carriere, politiche salariali trasparenti che permettano ai migliori talenti di svilupparsi”.

Cristina Montagni

 

Piano nazionale per l’educazione al rispetto, alle disuguaglianze e le discriminazioni

La Ministra dell’Istruzione, dell’università e della ricerca Valeria Fedeli, il 27 ottobre presenta al teatro Eliseo di Roma, il Piano nazionale per promuovere nelle scuole l’educazione al rispetto, per contrastare ogni forma di violenza e discriminazione in grado di promuovere e favorire il superamento dei pregiudizi e delle disuguaglianze, secondo i principi definiti dall’articolo 3 della Costituzione italiana (discriminazioni legate al sesso, alla razza, alla lingua, alla religione, alle opinioni politiche, alle condizioni persoRispettaLeDifferenze-1080x675nali e sociali).

Il Piano – commenta la Fedeli – “ci rende orgogliosi perché il rispetto delle differenze è decisivo per contrastare le violenze, le discriminazioni e i comportamenti aggressivi di ogni genere. Il rispetto include un modo di sentire, di comportarsi e relazionarsi con gli altri secondo l’art. 3 della Costituzione, cui il Piano si ispira”. La scuola trasmette fattori di uguaglianza, rimuove gli ostacoli attraverso l’ascolto e il dialogo e contribuire a far crescere condizioni di benessere per tutti, spiega la Ministra Fedeli.

Il Piano Nazionale assegna alle scuole risorse finanziarie e strumenti operativi per l’avvio di un percorso che accompagna le persone ad un cambiamento positivo della società, in cui la scuola può contribuire a realizzarle.

In concreto il Piano stanzia 8,9 milioni di euro per progetti e iniziative per l’educazione al rispetto e per la formazione degli insegnanti, di cui 900.000 euro per l’ampliamento dell’offerta formativa, 5 milioni provengono dai fondi PON, coinvolgendo 200 scuole nella creazione di una rete permanente di riferimento su questi temi e 3 milioni sono a disposizione per la formazione dei docenti.

rispetta le differenze

Il Piano Nazionale emana inoltre le Linee guida nazionali per l’attuazione del comma 16 della legge 107 del 2015 – linee di orientamento per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo nelle scuole previste dalla legge approvata in Parlamento -, per il contrasto di questo fenomeno anche con il coinvolgimento delle scuole (art. 4, legge 71 del 2017) e per la promozione dell’educazione nella parità tra i sessi e la prevenzione sulla violenza di genere. Uno strumento flessibile che risponde alle sfide educative e pedagogiche legate alla costante evoluzione delle nuove tecnologie. La legge 107 punta a rendere centrale l’educazione al rispetto e alla libertà dai pregiudizi, riconoscendo dignità alle persone, senza esclusioni, nell’uguaglianza di diritti e responsabilità per tutte e tutti.

Il testo sottolinea anche la necessità di una più stretta collaborazione tra scuola e famiglia. La famiglia resta la “prima palestra dell’educazione” per i figli. Quando si parla di prevenzione alla violenza contro le donne, risulta determinante la partecipazione educativa sia della scuola che della famiglia, entrambi i “nuclei sociali” inducono al rispetto delle differenze e i fondamenti della parità. Solo così è possibile disinnescare i rischi che aprono la strada alla violenza. Allo stesso modo è imprescindibile aiutare le donne a non pensare per sé stesse ruoli subalterni, che inducono ad accettare soprusi e comportamenti violenti. La legge attribuisce responsabilità precise a una pluralità di soggetti, ribadendo il ruolo centrale delle scuole, che devono individuare un docente referente per raccogliere e diffondere le buone pratiche educative. Attraverso queste Linee di orientamento, “rendiamo operativa la legge e sosteniamo ancora di più le istituzioni scolastiche nel contrasto di questi fenomeni”. Fra i punti del Piano Nazionale c’è anche il rafforzamento degli Osservatori attivi presso il Ministero sui temi dell’integrazione, dell’inclusione e la promozione di iniziative sui temi della parità fra i sessi e della violenza contro le donne. Per questi motivi, il 21 novembre prossimo, si prevede il lancio del nuovo Patto di corresponsabilità educativa per rinsaldare il rapporto fra scuola e famiglia. “La strada è lunga, ma aver messo nero su bianco attività e risorse, è sicuramente una scelta che apre alla speranza”, conclude la Fedeli.

Ernesto Diaco, Direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione e dell’università della Cei, spiega che “riguardo al progetto sull’educazione al rispetto e alle linee guida presentate oggi, mi piace notare che si chiede alla scuola un forte impegno per contrastare tutte le forme di discriminazione, nella direzione indicata dall’art. 3 della Costituzione. Di rilievo è l’educazione alla cittadinanza digitale e la lotta al cyberbullismo, a cui siamo fortemente richiamati dall’attualità quotidiana. “Per raggiungere questi obiettivi – spiega – il Ministero, le scuole devono fare la loro parte, con un’azione trasversale alle diverse discipline, senza sostituirsi alle famiglie, ma in continua sinergia con esse. Occorre definire una stretta alleanza tra scuola e famiglia, che sia in grado di porre al centro del sistema, la primaria responsabilità dei genitori e il compito degli insegnanti”.

Per diffondere i contenuti e i messaggi del Piano Nazionale parte dal 27 ottobre una campagna social #Rispettaledifferenze che accompagnerà la pubblicazione di materiali dedicati e video. Alla campagna partecipano testimonial del mondo dello sport, della cultura e dello spettacolo oltre al Comitato Olimpico (CONI) e quello paralimpico (CIP), la Federazione Nazionale della StampaRai, La7, Mediaset, Sky, Facebook, Skuola.net, e Tuttoscuola che hanno realizzato video e messaggi per i social in cui spiegano perché è importante rispettare le differenze.

Cristina Montagni

Intervista alla Ministra Valeria Fedeli

La Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Valeria Fedeli da marzo 2013 a dicembre 2016 è stata Vice Presidente Vicaria del Senato. Nel suo impegno politico, sindacale e istituzionale, ha sempre combattuto per i diritti e le libertà di tutti, per l’uguaglianza e il superamento di ogni forma di discriminazione.

La Ministra è stata intervistata per approfondire i temi legati agli stereotipi di genere, alla formazione scuola-lavoro che investirà il futuro di ragazzi e ragazze nelle scuole e nelle università in Italia.

Di recente ha avviato un tavolo di lavoro per promuovere una riflessione che conduca a un cambio di linguaggio nei contenuti dei libri di testo e alla valorizzazione del contributo delle donne in tutte le discipline nonché al superamento degli stereotipi sessisti. Come intende affrontare questi temi e con quali strumenti?

Tra le prime iniziative che ho promosso nelle settimane iniziali del mio incarico al Miur, ce ne sono due significative rispetto alla promozione del ruolo fondamentale delle donne nella nostra società: il bando per le scuole per organizzare attività attraverso le quali conoscere più a fondo la produzione di Grazia Deledda – unica donna italiana ad avere ricevuto il premio Nobel per la Letteratura – e il convegno “Donne e linguaggio dell’amministrazione. Riflessioni e proposte per un nuovo stile del linguaggio amministrativo” tenuto al Miur l’8 marzo alla presenza di Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca. Sono due eventi simbolo. Le pari opportunità passano anche per il linguaggio, per la conoscenza, per il sapere. È per questo che tengo particolarmente al fatto che mi si chiami “Ministra”. È per questo che spingo per la conoscenza dello straordinario apporto delle donne allo sviluppo delle società in cui viviamo. Dobbiamo portare le nostre studentesse e i nostri studenti ad aprire gli occhi, a riflettere sui temi dell’uguaglianza, a riconoscere gli sforzi di chi ha lottato e lotta per l’autonomia e la libertà della donna. Come giustamente ricordava nella domanda, a breve avvieremo un tavolo di lavoro, in collaborazione con l’Associazione Editori Italiani, per dare seguito a quanto già sperimentato dal progetto Po.Li.Te (Pari Opportunità nei Libri di Testo). Solo attraverso la conoscenza e lo studio possiamo combattere e superare stereotipi sessisti e costruire società libere da condizionamenti che impoveriscono la collettività nel suo insieme.

Sin dai primi giorni del suo mandato come Ministro dell’Istruzione, ha manifestato un forte coinvolgimento nella lotta al femminicidio. Come pensa di affrontare il tema del contrasto alla violenza sulle donne all’interno delle scuole e dell’Università?

Innanzitutto facendo chiarezza sulla questione. La violenza sulle donne non è un’emergenza sociale, è un fenomeno strutturale, trasversale in tutti i ceti sociali, in tutte le età della vita, che riguarda tutta la società, uomini compresi. Il sistema educativo deve essere un luogo attivo di prevenzione, emersione e contrasto delle violenze. Con la “Buona Scuola” abbiamo gettato le basi per condurre questa lotta: abbiamo messo al centro dell’offerta formativa di ogni istituto l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, in linea con la Convenzione di Istanbul del 2013 e con la nostra Costituzione, coinvolgendo in questo processo non solo le nuove generazioni ma anche docenti e genitori. Per le insegnanti e gli insegnanti abbiamo varato il Piano per la formazione, finanziato con 325 milioni per il triennio 2016-2019 inserendo tra le priorità la prevenzione del disagio, che si concretizza anche nello sviluppo di una cultura delle pari opportunità, del rispetto dell’altro, e l’educazione alla cittadinanza. A gennaio, nell’ambito del Piano in 10 azioni del MIUR per una scuola aperta, inclusiva e innovativa – finanziato con gli 840 milioni del PON per la Scuola – abbiamo stanziato risorse ad hoc per lo sviluppo e il potenziamento di competenze di cittadinanza globale, che includono il rispetto delle diversità e la cittadinanza attiva. Senza contare l’impegno di lunga data del Miur nel contrasto al bullismo e al cyberbullismo e il coinvolgimento in un gruppo di lavoro dell’Osservatorio nazionale sulla violenza contro le donne, che sta elaborando un nuovo Piano nazionale antiviolenza. Abbiamo anche lanciato un avviso pubblico rivolto ad associazioni ed enti per monitorare e promuovere iniziative sulla parità e la prevenzione della violenza. Ciò che è fondamentale per riuscire nell’intento è rinsaldare il patto tra scuola, famiglia e società. Faremo la nostra parte per costruire una società di pari diritti, in cui non ci sia spazio per la violenza e la discriminazione.

Quali sono le iniziative messe in campo dal MIUR per combattere gli stereotipi che vorrebbero le ragazze meno portate per le materie scientifiche?

Abilità, competenze, discipline non hanno sesso. Non ci sono materie o ambiti di studio e di lavoro che sono preclusi alle donne perché donne. Chi dice il contrario sta soltanto rispolverando antichi – e nocivi – stereotipi. Dobbiamo smontare queste false credenze. Dobbiamo spiegare alle ragazze che non c’è nulla che non possano fare, impegnandosi con costanza e passione. La storia è piena di donne che, lottando contro gli stereotipi, hanno fatto grandi le società in cui operavano grazie ai loro talenti. Abbiamo citato Grazia Deledda, penso a Rita Levi Montalcini. La scuola può fare tantissimo. Come Ministero siamo al lavoro su più fronti: abbiamo promosso il ‘Mese delle STEM’ per avvicinare le ragazze al sapere scientifico e, di concerto con il Dipartimento per le pari opportunità di Palazzo Chigi, stiamo portando avanti un programma di azioni specifiche. Nel Piano nazionale scuola digitale, previsto dalla Buona Scuola, ci sono misure come ‘Girls in Tech’ che rispondono a questa esigenza di orientamento. Abbiamo un sito, noisiamopari, che diventerà sempre di più un punto di riferimento per questioni che riguardano l’uguaglianza. Siamo al lavoro per un grande piano nazionale di Educazione al rispetto, insieme al mondo dell’associazionismo e alle famiglie.

La digitalizzazione è la quarta rivoluzione industriale. Può spiegare alle lettrici chi sono i soggetti che possono accompagnare questa nuova “cultura dell’innovazione”?

La comunità educante deve essere in grado di accompagnare le nuove generazioni nella comprensione dei meccanismi di questa “cultura dell’innovazione”. Indubbiamente le ragazze e i ragazzi di oggi, che sono nativi digitali, hanno una certa padronanza dei mezzi tecnologici e della Rete. È anche vero, però, che spesso li usano in maniera inconsapevole. Le insegnanti e gli insegnanti, che hanno il compito di guidare le studentesse e gli studenti nel processo di formazione e crescita, devono essere capaci di trasformarli da fruitori passivi in utilizzatori responsabili. La digitalizzazione è una sfida che offre inedite occasioni di sviluppo. Dobbiamo fare in modo che le ragazze e i ragazzi abbiano gli strumenti per muoversi nel futuro, governando i cambiamenti e addirittura anticipandoli. Il Piano per la formazione dei docenti mira proprio a consolidare queste competenze e innovare le metodologie didattiche. Ruolo importante è svolto poi, dalle animatrici e dagli animatori digitali, ai quali spetta il compito di guidare l’attuazione del Piano Nazionale Scuola Digitale e di promuovere l’innovazione nei loro istituti.

Secondo Lei l’attuale livello di conoscenza degli strumenti digitali è sufficiente per raggiungere una formazione completa che porti ad occupare i posti a disposizione in questo settore, altamente richiesti dalle aziende?

Il digitale ha originato mutamenti nelle nostre vite, nella società, nel mondo del lavoro, nei servizi alle persone. È per questo motivo che, oltre ad aver predisposto il Piano nazionale scuola digitale che stanzia oltre un miliardo di euro per l’innovazione nelle nostre scuole, abbiamo lanciato all’inizio di quest’anno il Piano in dieci azioni che mette a disposizione degli istituti 840 milioni di euro cui facevo riferimento prima, per rafforzare e sviluppare le competenze digitali delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi anche in orario extrascolastico. Vogliamo fornire alle nuove generazioni un bagaglio di competenze e abilità al quale attingere per fronteggiare le sfide del presente e orientarsi nelle scelte del domani, soprattutto lavorative e professionali. Stiamo dando loro una forte e solida base a livello formativo. Stiamo costruendo condizioni di uguaglianza e pari opportunità. A loro spetta il compito di continuare ad avere sete di conoscenza e di aggiornamento, anche fuori dal percorso di studi, per rinnovare il proprio sapere e trovare la strada professionale più adatta alle loro inclinazioni e ai loro sogni.

Quali misure andrebbero adottate per garantire una formazione mirata all’inserimento lavorativo? Il progetto Scuola-Lavoro è sufficiente?

L’Alternanza scuola-lavoro, che attraverso la legge 107 del 2015 abbiamo reso obbligatoria per le studentesse e gli studenti delle scuole superiori, è un’importante innovazione didattica e uno strumento di orientamento fondamentale. Le giovani e i giovani hanno la possibilità di entrare in contatto con un mondo estraneo alla loro esperienza di vita ma con il quale dovranno ben presto fare i conti, possono mettere al banco di prova le loro competenze e le loro conoscenze, possono cominciare a prendere le misure dei loro sogni e capire come agire per realizzarli. La Buona Scuola ha introdotto altre misure importanti in tal senso: penso all’opzionalità del curriculum, penso al Piano Nazionale Scuola Digitale di cui parlavamo prima. Penso ancora a quanto possa essere importante l’autonomia scolastica: istituti che definiscono le proprie priorità formative in base alle esigenze delle giovani e dei giovani e dei territori e che interagiscono con la comunità di riferimento, allargando l’orizzonte di esperienze e possibilità delle ragazze e dei ragazzi. Penso, infine, ai decreti attuativi della Buona Scuola, approvati nel mese di aprile, e ai bandi PON dedicati alla promozione dell’imprenditorialità e all’orientamento. Per la prima volta la scuola italiana educa, istruisce, forma le nuove generazioni e, al contempo, abbatte i muri che la tenevano distante dalla società, costruendo ponti con l’esterno per far sì che le studentesse e gli studenti possano avere un quadro d’insieme del domani e un solido bagaglio di competenze grazie ai quali diventare cittadine e cittadini responsabili di un mondo in crescita sostenibile.

L’Italia per quanto concerne l’innovazione didattica è al passo con quanto richiesto dall’Agenda dello sviluppo sostenibile 2020-2030 dell’Onu?

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’Onu è un punto di riferimento per la nostra azione ministeriale. Lo è per due obiettivi – il quarto e il quinto – in particolar modo: “fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, opportunità di apprendimento per tutti” e “raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze”. Ma lo è in generale, considerando che gli obiettivi dell’Agenda sono strettamente interconnessi l’uno con l’altro. Stiamo mettendo in campo azioni e investimenti per raggiungere nel minor tempo e nel migliore dei modi possibili questi risultati. Quello che vogliamo per le nostre ragazze e i nostri ragazzi è un futuro di crescita sana, libera e sostenibile. Stiamo gettando i semi di questo futuro già nel loro presente, attraverso il nostro sistema di istruzione e formazione. Non verremo meno a questo impegno e anzi lavoreremo con maggiore determinazione per centrare l’obiettivo. Lo facciamo per le giovani e per i giovani. Lo facciamo per il nostro Paese.

Cristina Montagni

 

Roadmap e Summit G7 di Taormina. Politiche e strategie sulla Parità di Genere entro 2030

A conclusione del Vertice di Taormina, i leader del G7 firmano la roadmap sulle politiche da intraprendere sulla parità di genere entro il 2030. Il piano punta sul lavoro femminile, sull’imprenditoria, sull’empowerment economico e la piena partecipazione delle donne al mercato del lavoro. 

Vediamo le principali risoluzioni dell’accordo:

firma documneto congiunto G7 Taormina

Impegno del G7 e misure concrete entro il 2022 

Entro il 2022 si dovrà facilitare l’ingresso delle donne imprenditrici nel tessuto sociale, offrire incentivi all’accesso al credito attraverso la garanzia di fondi soprattutto nella fase di start-up. Saranno individuate campagne di sensibilizzazione per informare le donne sulle risorse disponibili per la creazione di reti e la promozione dell’imprenditorialità femminile. L’impegno dell’UE è aumentare la formazione, il mentoring, le opportunità di networking sostenendo politiche di cooperazione allo sviluppo in diversi settori produttivi.

Lavoro dignitoso per le donne

Nei criteri di crescita si auspica l’aumento del 25% della partecipazione femminile al lavoro entro il 2025, oltre al miglioramento della qualità dell’occupazione femminile riconoscendone il ruolo positivo nel mercato occupazionale equiparando reddito e pensioni agli uomini. Il G7 si impegna a promuovere l’impiego delle donne nei management aziendali soprattutto nell’economia informale in cui sono sottorappresentate. Si impegna a riconoscere la cura e il lavoro domestico non retribuito quale contributo all’economia globale che grava sulle donne e sulle ragazze. La delegazione sollecita l’aggiornamento delle banche dati delle statistiche nazionali ISTAT, delle Nazioni Unite, OCSE, FMI, BM, OIL e della Commissione Europea. L’ISTAT sarà l’unico ente preposto per coordinare le statistiche in base alle caratteristiche definite secondo le nuove regole definite dal G7. Per armonizzare le banche dati degli Enti nazionali, si adotterà un metodo condiviso tra i dati degli Enti nazionali e quelli dell’OECD. Le banche dati dovranno stimare le attività delle famiglie tenendo conto degli impieghi non retribuiti a livello nazionale e internazionale con l’ausilio di sportelli per quantificare il lavoro a tempo determinato con indagini ad hoc, già a disposizione dai sistemi confederali CISL. L’ILO dovrà inoltre proseguire il programma di lavoro pilota (LFS) con l’obiettivo di scrivere le linee guida e sostenere il G7 per all’attuazione della risoluzione 19 ICLS sulle statistiche di lavoro entro il 2018. 

Investimenti in infrastrutture sociali

Si riconosce alle infrastrutture sociali – reti, luoghi, progetti e servizi – un ruolo cruciale per aumentare lo standard di vita e di qualità delle comunità. Saranno stimolate le strutture didattiche, le aree ricreative, i programmi culturali per facilitare i contratti di lavoro per le donne impiegate in ambito informale. Il G7 aumenterà le dotazioni finanziarie nelle infrastrutture in servizi sociali con la promozione di partenariati pubblico-privati. I Ministeri del lavoro si impegneranno per l’integrazione tra i sessi nei processi di pianificazione, monitoraggio e budgeting nelle infrastrutture sociali. 

Investimenti in salute, benessere e alimentazione

Salute, benessere e alimentazione sono indicatori necessari per promuovere l’empowerment per le donne considerate come agenti di cambiamento. Per accompagnare questi cambiamenti si dovranno sostenere l’adozione di buone pratiche sanitarie e nutrizionali, migliorare la partecipazione economica delle donne, l’alfabetizzazione dei giovani, promuovere la carta dei diritti degli adolescenti e delle donne in materia di salute, implementare l’accesso ai servizi sull’assistenza sanitaria e politiche mirate alla salute e al benessere.

Analisi di genere e di contrasto alla povertà

L’uguaglianza di genere è il principale strumento anti-povertà che si concretizza attraverso mirate politiche economiche, sociali e ambientali. Tutte le statistiche dei paesi evidenziano strette connessioni tra sesso, povertà, l’empowerment e diseguaglianza. A questo proposito ecco alcune delle riflessioni in grado di contrastare questi fenomeni.

Esclusione sociale

Esperti nazionali, regionali e internazionali ritengono che per contrastare la povertà, occorre disporre di una politica comune e avviare analisi multidimensionali in riferimento al sesso e alla povertà che per effetto della crisi hanno investito l’occupazione femminile in un contesto globale. Si incoraggiano partenariati internazionali per rafforzare le indagini statistiche e disporre di analisi innovative disaggregando le informazioni in base al sesso e età e capire quali sono le barriere che impediscono ai gruppi di accedere ai servizi di base per la salute. 

Gli strumenti di contrasto

  1. Incentivare le strategie anti-povertà con aspetti economici e sociali; 
  2. Sostenere politiche sull’occupazione attraverso sistemi di detassazione alla famiglia, sull’assistenza sanitaria e assistenza agli anziani; 
  3. Sviluppare politiche abitative idonee per uscire dalla povertà e dalla disuguaglianza considerando con attenzione i fenomeni della disabilità, razza, etnia, religione e composizione familiare che influenzano lo status sociale di donne; 
  4. Riconoscere alle donne – impiegate nell’occupazione precaria – politiche sul congedo retribuito, modalità di lavoro flessibili, custodia dei bambini e cura a lungo termine; 
  5. Per combattere l’occupazione precaria, gli stati membri incoraggiano privati, aziende statali e datori di lavoro ad adottare strumenti di conciliazione tra lavoro e cura delle responsabilità per le donne e per gli uomini, riducendo il gap retributivo; 
  6. Incoraggiare le aziende a sostenere accordi di lavoro flessibili per le famiglie; 
  7. Incentivare sul posto di lavoro misure di sostegno al credito;
  8. Disegnare una mappa dei settori in cui il divario tra i sessi è più rilevante; 
  9. Promuovere maggiore partecipazione delle ragazze nella scienza, tecnologia, ingegneria, matematica e medicina (STEMM), riconoscendo che l’area digitale e le competenze tecnologiche sono quelle in cui le donne e le ragazze sono sotto-rappresentate. Queste competenze saranno il requisito fondamentale per accedere a molti posti di lavoro ad alto rendimento economico;
  10. Rafforzare la collaborazione tra università e ricerca, istituti e settore privato. 

Eliminare la violenza contro le donne e le ragazze

I leader G7 si impegnano a promuovere misure per contrastare la violenza contro le donne e le ragazze nel settore pubblico e privato. La violenza contro le donne è una violazione, un abuso dei diritti umani che producono costi diretti e indiretti rilevanti per tutta la società. I governi daranno una risposta forte per contrastare ogni forma di molestia – incluse le pratiche dannose contro i bambini, il matrimonio precoce e forzato, la mutilazione genitale femminile, la violenza domestica, la tratta di esseri umani nello sfruttamento sessuale e lavorativo – contro le donne e le ragazze, compresi i migranti e i rifugiati in una cultura di reciproco rispetto. Per combattere questi atti si adotterà una strategia nazionale attraverso un incremento delle risorse finanziarie promuovendo per gli educatori la formazione alla parità di genere con norme sugli stereotipi contro le ragazze nelle scuole a tutti i livelli di istruzione entro il 2022. Sarà compito degli Stati monitorare l’attuazione di leggi e politiche legate alla violenza contro le donne analizzando dati rilevanti sui tipi di violenza perpetrati nei confronti di donne e ragazze. Saranno raccolti e pubblicati con regolarità i dati disaggregati per sesso e età in modo da monitorare il fenomeno, esplorando le cause e identificando i gruppi vulnerabili e le nuove forme di violenza. Si investirà in campagne d’informazione volte a coinvolgere i ragazzi, come attori di cambiamento, per aumentare la consapevolezza degli effetti negativi mostrando immagini degradanti delle donne e atti violenti perpetrati contro le donne o incitamento alla violenza nei media. Si prevede inoltre un aumento di fondi per lo sviluppo in programmi sulla cooperazione e su tutte le forme di violenza entro il 2022 per la raggiungere la piena attuazione della risoluzione 1325 delle Nazioni Unite.

Cristina Montagni