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La crisi dell’occupazione femminile e gli effetti prodotti dal Covid-19
I dati divulgati a settembre dall’Istat confermano la paura diffusa fin dalle prime settimane dell’emergenza Covid-19 e cioè che, con la crisi, a rimetterci, sarebbero state soprattutto le donne
Ancora una volta le donne sono le più penalizzate durante la pandemia. Gli effetti prodotti dal Covid-19 sul mercato del lavoro registra tra il secondo trimestre 2019 e lo stesso periodo del 2020, 470 mila occupate in meno, un calo del 4,7%. Su 100 posti di lavoro perduti, 841 mila in totale, quelli riguardati la componente femminile rappresentano il 55,9%, mentre quella maschile ha mostrato una tenuta registrando una diminuzione del 2,7% (371 mila occupati). È quanto emerge dall’ultimo focus della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, che vede nelle donne una preziosa risorsa per l’intera tenuta del sistema Italia. La Fondazione lancia un allarme per l’occupazione femminile soprattutto a fronte della nuova ondata di contagi e delle chiusure territoriali che potrebbero portare altre donne ad abbandonare definitivamente il proprio lavoro.
Contrazione settoriale del lavoro femminile
La maggiore contrazione del lavoro femminile si registra nell’occupazione a tempo determinato (-327 mila lavoratrici, un calo del 22,7%), nel lavoro autonomo (- 5,1%), nel part-time (-7,4%) e nel settore dei servizi, soprattutto ricettivi e ristorativi dove le donne rappresentano il 50,6% del totale e assistenza domestica, qui la componente femminile rappresentata l’88,1%.
Esperienza delle donne durante il lockdown e l’home working

Durante il lockdown primaverile le donne hanno gestito un carico di lavoro senza precedenti. Da un lato, sono state impegnate più degli uomini nell’attività lavorativa (il 74% ha continuato a lavorare rispetto al 66% degli uomini), garantendo i servizi essenziali in settori a forte vocazione femminile: scuola, sanità, pubblica amministrazione. Dall’altro con la chiusura delle scuole, hanno garantito la presenza al lavoro e accompagnato i figli nella didattica a distanza, con un livello di stress elevato per circa 3 milioni di lavoratrici con un figlio a carico con meno di 15 anni (30% delle occupate). In aggiunta l’home working – unito alla scarsa flessibilità organizzativa di molte realtà lavorative e alla difficile conciliazione vita-lavoro – ha acuito il malessere del genere femminile. Occorre rammentare che nell’ultimo anno la tendenza ad allontanarsi dal lavoro è cresciuto sensibilmente, facendo registrare tra giugno 2019 e 2020 un incremento di 707 mila inattive (+8,5%), soprattutto nelle fasce giovanili.
Le donne e il loro contributo all’occupazione qualificata

Il presidente della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro Rosario De Luca, ha dichiarato che il 54% delle professioni intellettuali è donna. “Per questo è necessario attuare un mix di politiche, dal potenziamento dell’offerta e dell’accessibilità dei servizi che favoriscono la conciliazione vita-lavoro, a percorsi formativi spendibili nel mercato del lavoro che sostengano l’occupabilità delle donne, arginando il rischio che possano chiamarsi fuori dal circuito lavorativo”. L’innovazione dell’organizzazione del lavoro rappresenta un obiettivo prioritario per consentire un adeguato ricorso allo smart working in questa seconda fase critica della pandemia. È necessario quindi incrementare la qualità del lavoro, dotare le aziende di strumenti in grado di valorizzare il lavoro da casa senza che diventi lavoro di serie b, sostenere la fiducia femminile nelle proprie risorse e potenzialità per aiutare le donne in una fase di passaggio epocale rischiosa, ma al tempo stesso ricca di nuove sfide e opportunità. La crisi sanitaria – ha concluso – può essere un’opportunità per molte aziende per rivedere i modelli organizzativi e renderli più flessibili alle esigenze delle donne, così da poter superare quelle contraddizioni che caratterizzano il lavoro femminile nel nostro Paese”.
Cristina Montagni
Kamala Harris prima donna nella storia, vice presidente di colore negli Stati Uniti
Esattamente 100 anni dopo che le donne hanno ottenuto il diritto di voto in America, oggi gli americani hanno scelto una vicepresidente donna.
Nel 1964 quando nacque la Harris, alle persone di colore non era concesso votare, ora con la sua elezione l’America multirazziale si prende la rivincita. Così Kamala Harris è pronta a scrivere la storia come prima donna afroamericana a diventare vicepresidente degli Stati Uniti. Questa non è solo una vittoria della Harris ma è una tappa che costituisce un precedente e un esempio per tutte le donne del mondo. Volto giovane e fresco, a 54 anni si presenta alla Casa Bianca di Joe Biden, in grado di prendere per mano il partito democratico per proiettarlo verso un futuro positivo per tutte le donne. Un futuro diverso che potrebbe rompere quel soffitto di cristallo al quale aspirava al tempo Hillary Clinton e diventare, in una staffetta con Biden nel 2024, la prima donna presidente.
Durante la notte del 7 novembre la Harris si presenta alla folla vestita di bianco per rendere omaggio alle suffragette e alla loro battaglia per il diritto di voto inviando un potente messaggio d’incoraggiamento e speranza alle bambine e alle ragazze di tutto il mondo, ma parla anche di valore e forza di una società pienamente inclusiva e paritaria.



Durante il suo discorso, al Chase Center a Wilmington nel Delaware, ha detto “sebbene io sia la prima donna a ricoprire questo incarico, non sarò l’ultima. Penso a intere generazioni di donne che hanno battuto la strada per questo preciso momento. Penso alle donne che hanno combattuto e sacrificato così tanto per l’uguaglianza, la libertà e la giustizia per tutti, comprese le donne afroamericane, spesso trascurate ma che dimostrano di essere la spina dorsale della nostra democrazia. Ogni bambina, ragazza che stasera ci guarda vede che questo è un paese pieno di possibilità”. Un trionfo per la Harris che incita a sognare in grande e pronuncia parole di speranza per tutte le donne che la ascoltano incantate, ma che ora hanno la consapevolezza di avere una voce in più.
Dall’Italia, il Premier Giuseppe Conte ha formulato le proprie “congratulazioni al popolo e alle istituzioni americane per un’eccezionale partecipazione di vitalità democratica.” “Siamo pronti” ha assicurato Conte “a lavorare con il presidente eletto.” Anche il Ministro degli esteri, Luigi Di Maio, porge le proprie “congratulazioni al presidente eletto”, ricordando che “l’amicizia tra l’Italia e gli Stati Uniti ha radici storiche profonde” e si è detto “pronto a continuare a lavorare per rafforzare le nostre relazioni in difesa della pace e della libertà”.
Cristina Montagni
Gli italiani e la tenuta psicologica per un nuovo lockdown
Metà degli italiani sarebbe disposta ad accettare nuove chiusure nella seconda ondata dell’epidemia perché la convinzione è che presto arriverà un vaccino.
Un sentimento molto sentito dalla popolazione del Sud (il 55,2% rispetto alla media nazionale del 49,7%) e dagli anziani (53,5%). La soglia psicologica degli italiani all’indomani delle nuove restrizioni sarebbe fissata con le feste di Natale. Queste le durissime ipotesi presentate il 27 ottobre durante la presentazione del Rapporto Censis-Confimprese “Il valore sociale dei consumi”.
Conseguenze del crollo dei consumi
Il rapporto ipotizza che a fine anno – a causa della seconda ondata di restrizioni e in aggiunta al primo lockdown – si potrebbe verificare un crollo dei consumi pari a 229 miliardi di euro (-19,5% in termini reali in un anno), a cui si assocerebbe un taglio di posti di lavoro di almeno 5 milioni di unità. Questo scenario travolgerebbe l’Italia in tutti i comparti produttivi e il mercato delle vendite al dettaglio subirà una sforbiciata di 95 miliardi di euro di fatturato (-21,6%) con una perdita di 700 mila posti di lavoro a cui si aggiungono le mancate spese per le feste di Natale che farebbero crollare i consumi per oltre 25 miliardi di euro.
Se manca la volontà di resistere
Nella prima fase dell’epidemia quasi 4 milioni di famiglie hanno chiesto prestiti e aiuti da parte di familiari e amici, soprattutto le famiglie con redditi bassi (25%). Paura e incertezza colpiscono soprattutto le persone con bassi redditi, 60,3% (contro il 37,2% della classe media) tagliando sui consumi per risparmiare soldi da utilizzare in caso di necessità. Il 43,3% degli intervistati pensa che per garantire un giusto equilibrio tra tutela della salute e difesa dell’economia bisognerebbe differenziare il rischio di contagio in base alla pericolosità dei territori, chiudendo quelli più a rischio e lasciando una maggiore apertura agli altri.

Se crollano i consumi svanisce il nostro modello di vita
Se i consumi crollano, la nostra vita cambia in peggio. Infatti, per il 57,1% degli italiani il benessere è sinonimo di libertà nell’acquistare beni e servizi che desiderano. Per gli italiani (79,4%) gli acquisti riflettono la propria identità e i propri valori e per il 70,3% i consumi sono alla base della libertà personale, perché comprare le cose desiderate riflette una parte importante dell’autonomia individuale.
Come sono cambiati i comportamenti dei consumatori
Durante l’emergenza gli italiani hanno modificato i comportamenti di consumo diventando più sfuggenti e infedeli. 18 milioni di persone hanno cambiato negozi o brand di riferimento modificando spesso i criteri di scelta dei luoghi di acquisto. Dall’inizio dell’emergenza sanitaria 13 milioni di italiani hanno sostituito i negozi in cui di solito effettuano gli acquisti alimentari: il 42,7% ha acquistato prodotti online che prima comprava nei negozi e, ciò vale soprattutto per i giovani (52,2%) e i laureati (47,4%).
Il futuro è già cambiato e dopo il Covid-19 il 38% degli italiani non tornerà più alle vecchie abitudini di consumo!!!
Cristina Montagni
Decreto Ristori. Aiuti economici contro la seconda ondata del Covid19
Il Consiglio dei ministri, sotto la presidenza del Presidente Giuseppe Conte, il 27 ottobre 2020 ha firmato il provvedimento DECRETO RISTORI che definisce gli aiuti a tutela della salute dei cittadini italiani e in generale alle categorie fortemente penalizzate dall’attuale situazione. Il ristoro prevede lavoratori, imprese, giustizia e sicurezza colpiti dalla seconda ondata da COVID-19
Il decreto ristori mette in campo uno stanziamento di 5,4 miliardi di euro in termini di indebitamento netto e 6,2 miliardi in termini di saldo destinati a ristorare le attività economiche interessate – direttamente o indirettamente – dalle restrizioni disposte a tutela della salute, nonché al sostegno dei lavoratori in esse impiegati.
Principali misure in vigore dal 29 ottobre
1. Contributi a fondo perdutoLe imprese dei settori oggetto delle nuove restrizioni riceveranno contributi a fondo perduto con la stessa procedura già utilizzata dall’Agenzia delle entrate in relazione ai contributi previsti dal decreto “Rilancio” (decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34). La platea dei beneficiari includerà anche le imprese con fatturato maggiore di 5 milioni di euro (con un ristoro pari al 10 per cento del calo del fatturato). Potranno presentare la domanda anche le attività che non hanno usufruito dei precedenti contributi, mentre è prevista l’erogazione automatica sul conto corrente, entro il 15 novembre, per chi aveva già fatto domanda in precedenza. L’importo del beneficio varierà dal 100 per cento al 400 per cento di quanto previsto in precedenza, in funzione del settore di attività dell’esercizio.
2. Proroga della cassa integrazioneCon un intervento da 1,6 miliardi vengono disposte ulteriori 6 settimane di Cassa integrazione ordinaria, in deroga e di assegno ordinario legate all’emergenza COVID-19, da usufruire tra il 16 novembre 2019 e il 31 gennaio 2021 da parte delle imprese che hanno esaurito le precedenti settimane di Cassa integrazione e da parte di quelle soggette a chiusura o limitazione delle attività economiche. È prevista un’aliquota contributiva addizionale differenziata sulla base della riduzione di fatturato. La Cassa è gratuita per i datori di lavoro che hanno subito una riduzione di fatturato pari o superiore al 20%, per chi ha avviato l’attività dopo il 1° gennaio 2019 e per le imprese interessate dalle restrizioni.
3. Esonero dal versamento dei contributi previdenziali
Viene riconosciuto un esonero dal versamento dei contributi previdenziali ai datori di lavoro (con esclusione del settore agricolo) che hanno sospeso o ridotto l’attività a causa dell’emergenza COVID, per un periodo massimo di 4 mesi, fruibili entro il 31 maggio 2021. L’esonero è determinato in base alla perdita di fatturato ed è pari:
1) al 50% dei contributi previdenziali per i datori di lavoro che hanno subito una riduzione del fatturato inferiore al 20%;
2) al 100% dei contributi previdenziali per i datori che hanno subito una riduzione del fatturato pari o superiore al 20%.
4. Credito d’imposta sugli affitti
Il credito d’imposta sugli affitti viene esteso ai mesi di ottobre, novembre e dicembre ed allargato alle imprese con ricavi superiori ai 5 milioni di euro che abbiano subito un calo del fatturato del 50%. Il credito è cedibile al proprietario dell’immobile locato.
5. Cancellazione della seconda rata IMULa seconda rata dell’IMU 2020 relativa agli immobili e alle pertinenze in cui si svolgono le loro attività è cancellata per le categorie interessate dalle restrizioni.
6. Misure per i lavoratori dello spettacolo e del turismoSono previste:
- una indennità di 1.000 euro per tutti i lavoratori autonomi e intermittenti dello spettacolo;
- la proroga della cassa integrazione e indennità speciali per il settore del turismo.
È stanziato complessivamente 1 miliardo per il sostegno nei confronti di alcuni settori colpiti:
- 400 milioni per agenzie di viaggio e tour operator;
- 100 milioni per editoria, fiere e congressi;
- 100 milioni di euro per il sostegno al settore alberghiero e termale;
- 400 milioni di euro per il sostegno all’export e alle fiere internazionali.
A coloro che ne avevano già diritto e a chi nel mese di settembre ha avuto un reddito familiare inferiore all’importo del beneficio verranno erogate due mensilità del Reddito di emergenza.
9. Indennità da 800 euro per i lavoratori del settore sportivoÈ riconosciuta un’ulteriore indennità destinata a tutti i lavoratori del settore sportivo che avevano già ricevuto le indennità previste dai decreti “Cura Italia” (decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18) e “Rilancio” (decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34). L’importo va da 600 a 800 euro.
10. Sostegno allo sport dilettantisticoPer far fronte alle difficoltà delle associazioni e società sportive dilettantistiche viene istituito un Fondo le cui risorse verranno assegnate al Dipartimento per lo sport. Il Fondo viene finanziato per 50 milioni di euro per il 2020 per l’adozione di misure di sostegno e ripresa delle associazioni e società sportive dilettantistiche che hanno cessato o ridotto la propria attività, tenendo conto del servizio di interesse generale che queste associazioni svolgono, soprattutto per le comunità locali e i giovani.
11. Contributo a fondo perduto per le filiere di agricoltura e pescaViene istituito un fondo da 100 milioni di euro per sostenere le imprese delle filiere agricole, della pesca e dell’acquacoltura interessate dalle misure restrittive. Il sostegno viene effettuato attraverso la concessione di contributi a fondo perduto a chi ha avviato l’attività dopo il 1° gennaio 2019 e a chi ha subito un calo di fatturato superiore al 25% nel novembre 2020 rispetto al novembre 2019.
12. Salute e sicurezzaÈ previsto un pacchetto di interventi per rafforzare la risposta sanitaria del nostro Paese nei confronti dell’emergenza Coronavirus. Tra questi:
- stanziamento dei fondi necessari per la somministrazione di 2 milioni di tamponi rapidi presso i medici di famiglia;
- istituzione presso il Ministero della salute del Servizio nazionale di risposta telefonica per la sorveglianza sanitaria e le attività di contact tracing.
Il decreto prevede specifiche misure per il settore giustizia. Le nuove disposizioni riguardano:
- l’utilizzo di collegamenti da remoto per specifiche attività legate alle indagini preliminari e, in ambito sia civile che penale, alle udienze;
- per la semplificazione del deposito di atti, documenti e istanze.
Cristina Montagni
Settimana europea dell’uguaglianza di genere
Su iniziativa della commissione per i diritti delle donne, dal 26 al 29 ottobre il Parlamento europeo organizza la sua prima settimana europea sull’uguaglianza di genere.
Il 2020 è un anno speciale che segna il 25° anniversario della Dichiarazione di Pechino e della Piattaforma d’azione. Questo evento di grande rilievo offre l’opportunità di portare alla luce i risultati e le sfide future per il progresso dei diritti delle ragazze e delle donne e dell’uguaglianza di genere. Per dare spessore a questi aspetti, il Parlamento europeo insieme alla commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere, ha deciso di organizzare per la prima volta una settimana europea sull’uguaglianza di genere da lunedì 26 a giovedì 29 ottobre.
Tutte le commissioni del PE per celebrare l’occasione sono state invitate a partecipare a uno scambio di opinioni su argomenti relativi all’uguaglianza di genere e molte di loro hanno risposto favorevolmente. Per citarne alcuni, lunedì sera il Comitato per le libertà civili terrà un’audizione sulla tratta di esseri umani, martedì pomeriggio il Comitato speciale per la lotta contro il cancro terrà un’audizione pubblica su “Combattere il cancro al seno: sfide e opportunità” e mercoledì mattina la sottocommissione per i diritti umani organizzerà uno scambio di opinioni con importanti donne attiviste. Infine giovedì il Comitato per i diritti delle donne terrà un evento durante il quale il direttore dell’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), Carlien Scheele, presenterà i risultati dell’indice sull’uguaglianza di genere 2020, con particolare attenzione alla digitalizzazione nel mondo del lavoro e alle sue conseguenze per l’uguaglianza di genere.
Per il programma completo degli eventi clicca qui.
Puoi guardare questi eventi tramite webstreaming su EP Multimedia Center
Cristina Montagni
Mommypreneurs. Il progetto italiano per inserire al lavoro mamme inoccupate o in maternità
C’è tempo fino al 26 ottobre per partecipare al progetto internazionale Mommypreneurs promosso in Italia da PoliHub per fornire competenze e inserire nel lavoro giovani donne attraverso l’avvio di un’attività imprenditoriale
La 3° edizione Mommypreneurs ha l’obiettivo di fornire competenze per favorire l’avvio di un’attività imprenditoriale e permettere il reinserimento nel mercato del lavoro delle giovani mamme, inoccupate o in maternità, è finanziato dal fondo EEA and Norway Grants for Youth Employment, Islanda, Liechtenstein e Norvegia – vuole sostenere l’occupazione giovanile in tutta Europa, contribuendo alla riduzione delle disparità sociali ed economiche in Europa incoraggiando le partnership all’interno dei 15 Paesi beneficiari. Il fondo che ha una dotazione di 60 milioni di euro, è destinato a favorire progetti transnazionali per l’occupazione giovanile e ragazzi in età compresa tra i 15 e 29 anni. Nel corso di due anni, oltre 1.000 giovani mamme di 7 Paesi UE (Cipro, Italia, Lituania, Polonia, Portogallo, Romania, Spagna) prenderanno parte ai programmi di formazione gratuita della durata di 2 mesi a cura di formatori professionisti. In Italia il progetto sviluppato da PoliHub – Innovation Park & Startup Accelerator del Politecnico di Milano ha formato fino ad oggi oltre 70 mamme.
Le candidature sono aperte fino al 26 ottobre 2020 ore 12.00 per inviare le iscrizioni. Per maggiori informazioni basta collegarsi al sito https://www.polihub.it/iniziative/mommypreneurs/
Cosa offre Mommypreneurs
Mommypreneurs è un programma di formazione gratuito di 2 mesi, interamente online, rivolto a giovani mamme entro i 30 anni desiderose di avviare un proprio progetto imprenditoriale. I docenti sono selezionati tra il team di PoliHub, tra i docenti della School of Management del Politecnico di Milano e altri formatori professionisti. Le lezioni inizieranno il 2 novembre 2020 e termineranno nel mese di gennaio, per un totale di nove settimane. Si svolgeranno in modalità online e i contenuti saranno disponibili anche in orari diversi da quelli delle lezioni. Le partecipanti saranno chiamate a sviluppare individualmente, o in gruppo, le proprie iniziative imprenditoriali che saranno presentate in occasione dell’evento finale. Il progetto migliore avrà accesso ad un periodo di incubazione gratuito in PoliHub di 4 mesi.
Per sapere di più: italy@mommypreneurs.eu
Cosa è PoliHub
PoliHub è l’Innovation Park & Startup Accelerator del Politecnico di Milano, gestito dalla Fondazione dell’Ateneo, che oggi conta più di 100 realtà tra startup e aziende, che operano in diversi ambiti di innovazione, dal Design all’ICT, dal Biomed all’Energy, Cleantech e più in generale sviluppano prodotti e servizi ad alto contenuto tecnologico e creativo. PoliHub è presente nella Top 5 dei migliori incubatori universitari al mondo dal ranking di UBI Index e aiuta le startup altamente innovative attraverso un modello di business scalabile, lavora a contatto con le grandi aziende in un’ottica di Open Innovation, offre un programma di Accelerazione, Mentorship e Advisory.
Cristina Montagni
Intervista esclusiva alla Deputata Gilda Sportiello. Aborto farmacologico con la pillola RU486

Il Magazine Women for Women Italy ha intervistato la Deputata Gilda Sportiello, capogruppo M5S nella Commissione Affari Sociali alla Camera, che ha presentato come prima firmataria l’interpellanza parlamentare al ministro della Salute per consentire il ricovero ambulatoriale in day hospital in tutta Italia e promuovere percorsi domiciliari sotto controllo sanitario.
Ultimamente ha fatto discutere la decisione dell’Umbria di eliminare la possibilità per le donne di ricorrere all’aborto farmacologico in day hospital, cioè il ricovero di durata inferiore a un giorno con l’obbligo di tre giorni per ricorrere all’interruzione di gravidanza con metodo farmacologico. Come commenta questa posizione?
In Umbria la negazione del diritto di poter ricorrere all’aborto farmacologico è ancor più grave perché rappresenta di fatto un passo indietro inspiegabile, ma fermarci a al singolo episodio sarebbe sbagliato: in Italia, purtroppo, il ricorso all’aborto farmacologico non è pienamente garantito in tutte le Regioni e soprattutto sono troppo poche quelle in cui è previsto l’aborto farmacologico in day hospital. Ci sono restrizioni e limitazioni che ostacolano il libero ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica. Bisogna rivedere quindi le linee nazionali, perché la richiesta di ospedalizzazione e le restrizioni che ancora esistono non sono giustificabili da un punto di vista medico-scientifico.
Visto il clima che si respira in Italia, è giusto somministrare l’RU486 in ospedale con la libertà della donna di tornare a casa fra l’assunzione del mifepristone (cessazione della vitalità dell’embrione) e successivamente del misoprostolo (farmaco che induce all’aborto)?
La Toscana, ad esempio, ha fatto un passo innovativo per estendere questo diritto: sarà la prima Regione d’Italia in cui la pillola RU486 potrà essere somministrata anche fuori dall’ospedale, negli ambulatori preposti. La delibera, che la giunta di Enrico Rossi ha approvato lunedì 29 giugno, è la conseguenza di una risoluzione approvata il 12 maggio scorso dal consiglio regionale che aveva l’obiettivo di “garantire la piena applicazione della legge 194”, ma soprattutto di un parere del consiglio sanitario regionale che risale al marzo 2014.
Cosa prevede la legge 194 riguardo all’aborto farmacologico?
Interruzione volontaria di gravidanza attraverso il metodo farmacologico è una procedura medica, distinta in più fasi, che si basa sull’assunzione di almeno due principi attivi diversi, il mifepristone (meglio conosciuto col nome di RU486) e una prostaglandina, a distanza di 48 ore l’uno dall’altro. Il mifepristone, interessando i recettori del progesterone, necessari per il mantenimento della gravidanza, causa la cessazione della vitalità dell’embrione; l’assunzione del secondo farmaco, della categoria delle prostaglandine, provoca invece il distacco dell’embrione dall’utero. In Italia è possibile ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza con il metodo farmacologico dietro richiesta della persona interessata, in regime di ricovero ordinario, nel rispetto della legge 194 del 1978. La ragione di una tale limitazione però non trova riscontro scientifico e tanto meno può essere considerata come tutelativa del diritto alla salute delle donne, anzi sembra andare proprio in direzione opposta. Teniamo conto, tra l’altro, che sono molti di più i Paesi dove, al contrario, da anni viene praticata la somministrazione del farmaco anche a domicilio o in regime ambulatoriale.
La pillola del giorno dopo è assimilabile alla RU486?
Assolutamente no, anzi troppo spesso nell’opinione pubblica sono confuse tra loro. La pillola del giorno dopo, così come quella dei cinque giorni dopo, può essere considerata un vero e proprio farmaco da pronto soccorso, è un contraccettivo d’emergenza. Non ha effetto abortivo. Al contrario, la RU486 permette invece l’aborto.
Secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2017 il ricorso al mifepristone e del misoprostolo è stato adoperato per il 18% dei casi nel nostro Paese. Perché in Francia e Svezia, questo metodo è più diffuso rispetto all’Italia?
Il problema è la reale possibilità di scelta che viene offerta alle donne. Il problema è che attualmente non viene garantito su tutto il territorio nazionale di poter scegliere di abortire in totale sicurezza, rispettando il pieno diritto all’autodeterminazione, senza ricorrere all’ospedalizzazione o all’intervento chirurgico. Sappiamo bene che troppo spesso purtroppo l’iter chirurgico è la sola opzione offerta, una grave limitazione della libera scelta individuale. In altri Paesi, come quelli da lei citati, il farmaco non solo è in uso da diversi anni, ma è diffusa la somministrazione ambulatoriale e domiciliare, quindi è pienamente accessibile.
Le decisioni in tema di aborto farmacologico cambiano di regione in regione. È una decisione discrezionale rispetto ai ginecologi coinvolti?
Le Regioni possono decidere modalità diversificate di applicazione della legge. Chiaramente il problema che coinvolge molti ginecologi è invece quello dell’obiezione di coscienza, che conta ancora percentuali troppo alte all’interno di strutture pubbliche. In alcune Regioni si supera l’80% di obiettori di coscienza e non si può non considerare una così grave limitazione.
Ci sono vantaggi nell’usare un farmaco che comporta tre giorni di ricovero contro mezza giornata?
Nessun vantaggio. E lo dimostra non solo la scienza, ma anche la diretta esperienza dei Paesi che da anni garantiscono alle donne che vogliano interrompere volontariamente la propria gravidanza, di ricorrere all’aborto farmacologico a domicilio o in regime ambulatoriale.
Secondo lei è necessario modificare le linee guida ministeriali e l’attuale normativa italiana che rende impossibile l’uso della RU486 dopo la settima settimana aumentando la difficoltà di poter accedere a tale tecnica in tempi stretti?
Si, è necessario. A differenza di altri Paesi europei dove l’aborto con metodo farmacologico è previsto fino al 63° giorno, nel nostro Paese è fissato al 49°. Perché questa discriminazione? Tra l’altro, come sottolineato in una interrogazione che ho presentato durante la mia attività in commissione Affari sociali, c’è una incongruenza tra quanto previsto dal foglietto illustrativo del Mifegyne, che prevede l’assunzione fino al 63° giorno, e le linee guida sull’IVG del Ministero che confermano come criterio di ammissione al trattamento della RU486 la tempistica dei 49 giorni.
In Italia le donne che vogliono ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza incontrano ostacoli?
Si, davvero troppi. Penso non solo ai moltissimi medici, anestesisti, personale anche non sanitario che si dichiarano obiettori all’interno degli ospedali pubblici e che di fatto limitano gravemente il diritto delle donne all’autodeterminazione; penso anche a scelte come quella di non rendere pienamente accessibile l’aborto farmacologico senza ospedalizzazione, ma penso soprattutto alla cultura dominante che ancora ostacola il percorso di chi vuole abortire. Credere che una donna che sceglie di ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza debba essere colpevolizzata, credere che debba essere necessariamente un percorso accompagnato da dolore, perché una donna che abortisce è perdonata solo se ha sofferto, è traumatizzata, ha vissuto una tragedia: questa è una narrazione tossica che deve essere combattuta, smontata. Una donna che sceglie di abortire non fa altro che esercitare il suo sacrosanto diritto all’autodeterminazione, lo fa perché ha scelto di farlo, non c’è altro.
In Svezia l’aborto farmacologico è stato approvato nel 1992, in Germania è legale dal 2008, nel Regno Unito, con l’emergenza COVID, è stato adottato l’aborto farmacologico in day hospital. Secondo lei il nostro paese rischia di tornare indietro di oltre 40 anni?
Le spinte di un ritorno al passato, all’oscurantismo, a chi dietro una generica difesa della vita vuole di fatto negare dei diritti, sono forti. Ma il fronte che combatte queste pericolosissime spinte è altrettanto forte e radicato. Gli antiabortisti e tutti quelli che pensano di concedere, in una logica assolutamente paternalistica, una possibilità alle donne se ne facciano una ragione: l’aborto è un nostro diritto, non un tabù, non una colpa, non una concessione. Sui nostri corpi e sulle nostre vite decidiamo e scegliamo noi. Lo Stato deve solo garantire pienamente il nostro diritto all’autodeterminazione.
Cristina Montagni
#Iolochiedo. Il sesso senza consenso è stupro
L’8 luglio alla Casa del Cinema di Roma, è stata presentata la campagna #Iolochiedo in cui Amnesty International chiede al ministro della giustizia che la legislazione italiana si adegui agli standard internazionali, stipulati con la convenzione di Istanbul nel 2011.

La campagna Amnesty lanciata in partnership con l’associazione Libere Sinergie ha l’obiettivo di diffondere sul territorio nazionale l’esposizione della mostra “What Were You Wearing” (Com’eri vestita?). La mostra narrata in cinque lingue ha riprodotto le storie di abusi con gli abiti che la vittima indossava al momento della violenza subita: un pigiama, dei jeans, un maglione collo alto, un vestito attillato e una gonna al ginocchio. L’idea è quella di smantellare il pregiudizio che la vittima avrebbe potuto evitare lo stupro se solo avesse indossato abiti meno provocanti.
L’appello di Amnesty International
La richiesta di Amnesty riguarda la modifica dell’articolo 609-bis del Codice penale affinché venga considerato reato qualsiasi atto sessuale non consensuale. La normativa italiana attualmente considera lo stupro un reato solamente nel caso in cui sussistano l’elemento della violenza, della minaccia, dell’inganno o dell’abuso di autorità e non nel caso di un “rapporto sessuale senza consenso”.
L’iniziativa #Iolochiedo intende rafforzare la consapevolezza nelle giovani generazioni sul tema dello stupro, sugli stereotipi di genere da combattere e chiarire il concetto del consenso. L’organizzazione internazionale chiede che alla modifica della norma del Codice penale che regola la violenza sessuale, siano messe in atto misure per promuovere la cultura del consenso come sinonimo di condivisione e rispetto. Per contrastare le violenze sessuali è necessario cambiare i comportamenti sociali basati sulla discriminazione di genere e sulle relazioni di potere di genere e contrastare la cosiddetta cultura dello stupro, intesa come normalizzazione della violenza sessuale. Lo stupro e i reati sessuali rappresentano una violazione dei diritti umani. Le vittime sono violate nel loro diritto alla vita, alla salute fisica e mentale, all’uguaglianza all’interno della famiglia o di fronte alla legge e si trovano spesso ad affrontare ostacoli nell’accesso alla giustizia. Per questo il diritto internazionale impone agli stati di attuare misure per proteggere le donne dalla violenza di genere, non solo con la tutela delle stesse, ma attraverso la condivisione di buone pratiche volte a trasformare leggi, politiche e atteggiamenti alla base dei crimini di violenza sessuale.
La coordinatrice delle campagne di Amnesty Italia, Tina Marinari, ha sottolineato che l’Italia ha sottoscritto la Convenzione di Istanbul nel settembre del 2012, il Parlamento l’ha ratificata nel 2013 ma la legislazione non è stata modificata secondo le direttive del documento. “A nostro avviso” ha spiegato “è importante completare questo passaggio perché il trattato di Istanbul rappresenta il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne”.
Dati sulle vittime di abusi sessuali
I dati europei sulla violenza sono enormi. Si stima che 1 donna su 20 di età pari o superiore a 15 anni è stata stuprata, mentre 1 su 10 ha subito qualche altra forma di violenza sessuale. L’Istituto Centrale di statistica (Istat) nel 2019 ha rilevato che in Italia persiste il pregiudizio che addebita alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita per il modo di vestire (24% degli intervistati) o se sotto effetto di alcool e droghe (15%). Mentre il 39% degli intervistati ritiene che una donna sia sempre in grado di sottrarsi ad un rapporto sessuale se davvero non lo vuole.
Cristina Montagni







