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“Donna, vita e libertà”, Premio Sacharov 2023 a Jina Mahsa Amini e alle manifestanti iraniane
Il 12 dicembre 2023 a Strasburgo, il Parlamento europeo ha assegnato il Premio Sacharov per la libertà di pensiero a Jina Mahsa Amini e al movimento “Donna, vita e libertà” in Iran.

12 dicembre 2023 emiciclo Parlamento europeo a Strasburgo
Così la presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola nel corso della cerimonia ha dichiarato: “Il premio Sacharov per la libertà di pensiero di quest’anno, assegnato a Jina Masha Amini e al movimento Donna, Vita, Libertà, è un omaggio a tutte le donne, agli uomini e giovani iraniani, coraggiosi e provocatori, che nonostante le pressioni, continuano a lottare per i loro diritti e a spingere per il cambiamento. Il Parlamento europeo vi ascolta e vi sostiene. Non siete soli.ʺ
Il 13 settembre 2022 Jina Mahsa Amini, ventiduenne iraniana di origine curda, venne accusata di aver ignorato le leggi iraniane sull’uso del velo e arrestata dalla “polizia morale” a Teheran che in seguito agli abusi fisici, percosse e maltrattamenti morì dopo tre giorni in ospedale. In seguito al tragico evento sono sorte proteste spontanee guidate da donne in Iran con lo slogan “Donna, vita e libertà” che apertamente hanno contestato la legge dell’hijab e altre leggi discriminatorie diventando un simbolo di resilienza, speranza e lotta per l’uguaglianza, dignità e libertà.

Il premio ritirato da Saleh Nikbakht, accademico e avvocato, ha rappresentato la famiglia di Jina Mahsa Amini, Afsoon Najafi e Mersedeh Shahinkar, militanti del movimento in difesa dei diritti delle donne iraniane che hanno lasciato l’Iran nel 2023. Il riconoscimento consegnato all’accademico è stato necessario per il divieto delle autorità iraniane di far partecipare alla cerimonia i genitori e il fratello di Jina Mahsa Amini vietando loro di uscire dal Paese. Saleh Nikbakht durante la celebrazione ha anche letto il messaggio della madre di Jina Mahsa Amini, Mozhgan Eftekhari: “Il dolore di Jina è eterno per me, ed è imperituro per le persone di tutto il mondo. Credo fermamente che il suo nome, accanto a quello di Giovanna d’Arco, rimarrà un simbolo di libertà. Dal luogo di nascita dell’eterna Jina, vi trasmetto l’infinita gratitudine mia e della mia famiglia e mi auguro che la vostra scelta sia ferma e orgogliosa. Speriamo che nessuna voce abbia paura di pronunciare la libertà“.
Repressione del regime e la condanna del Parlamento Europeo
In seguito alla repressione delle proteste da parte del regime iraniano, il Parlamento europeo ha condannato la drammatica situazione dei diritti umani nel paese. A ottobre 2022, i deputati hanno chiesto sanzioni contro i funzionari iraniani coinvolti sia nella morte di Jina Mahsa Amini che nella repressione di regime. A gennaio 2023 i deputati hanno chiesto nuove sanzioni contro il regime iraniano e l’inserimento del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche nella lista dei terroristi dell’UE. A novembre 2023 il Parlamento ha adottato una risoluzione sui recenti attacchi contro le donne e i difensori dei diritti delle donne in Iran e la detenzione arbitraria di cittadini dell’UE in questo paese, in cui invita a sostenere i vincitori del premio Sacharov e del premio Nobel istituendo una task force dell’UE. Il Premio Sacharov – istituito nel 1988 per onorare le persone e le organizzazioni che difendono i diritti umani e le libertà fondamentali per la libertà di pensiero – viene conferito ogni anno dal Parlamento europeo ed è intitolato al fisico sovietico e dissidente politico Andrei Sacharov.
Cristina Montagni
Rappresentanza delle donne e l’impegno della European Women’s Lobby alle elezioni di giugno 2024
Sostenere il ruolo delle donne nella famiglia, lavoro, economia, finanza e salute, sono le direttrici della Lobby Europea delle Donne (LEF-Italia) che da tempo ha avviato un dialogo con gli europarlamentari per tradurre in legge le istanze provenienti dal basso vigilando affinché l’iter legislativo raggiunga un reale riscontro nei singoli paesi.

LEF-Italia ha tracciato un piano ratificato a Bruxelles con la vigilanza degli europarlamentari italiani che avranno l’incarico di promuovere il nostro Paese in sede europea. Per raggiungere gli obiettivi, la Lobby Europea ha definito fino al 2026 un pacchetto di proposte per equilibrare la rappresentanza femminile in una prospettiva di europa democratica e inclusiva, nonché offrire una visione dei contesti sociali, politici ed economici per rendere vincolante una legge europea anche nei paesi in cui la donna è poco valorizzata.

All’incontro del 13 novembre presso l’ufficio di collegamento in Italia del Parlamento Europeo, si è discusso del patto della Lobby, attività per contrastare la violenza di genere e giungere ad una direttiva contro la violenza domestica e violenza contro le donne. L’evento, primo di futuri altri incontri e coordinato dalla presidente della LEF-Italia Rossella Poce, ha accolto i contributi dell’On. Beatrice Covassi del gruppo S&D, l’On. Francesca Peppucci del gruppo PPE, l’esperto di politiche di genere Dott. Maurizio Mosca, l’avvocata Titti Carrano dell’associazione D.i.Re, Ziva Modiano Fischer responsabile per gli enti esterni della ADEI-WIZO, Oria Gargano presidente della Cooperativa Sociale BeFree, Maria Ludovica Bottarelli segretaria generale della Lef-Italia.
Informare e promuovere la mission della lobby europea delle donne

(a destra) M. Ludovica Bottarelli, Segretaria Generale Lef-Italia- Osservatorio EWL
La lobby europea delle donne nasce nel 1990 ad opera di vari coordinamenti, e quello italiano si sviluppa per la lungimiranza politica di alcune donne che hanno anticipato la conferenza mondiale delle Donne di Pechino. Da qui la piattaforma Lef Italia sostiene le politiche di genere dell’UE proponendo le questioni femminili in un linguaggio comunitario. La costruzione della lobby definisce una base minima di priorità sulla quale si indirizza il consenso dei membri che deve essere esente da ogni condizionamento ideologico; una politica femminile al disopra di ogni schieramento politico e partitico. L’azione di lobbying e l’inserimento delle questioni di genere negli ambiti della vita civile e sociale hanno un approccio strategico, manifesta una posizione chiara e contribuisce allo sviluppo e al dialogo civile europeo rafforzando l’elemento della rappresentatività. Infine, come ha sottolineato Bottarelli, le azioni della European Women’s Lobby hanno la capacità di tradurre in linguaggio politico le istanze delle donne e ponendo la stessa EWL uno fra gli interlocutori più credibili nelle istituzioni europee in materia di pari opportunità.
L’impegno delle donne alle prossime elezioni europee

Siamo alla vigilia di un appuntamento cruciale; sei mesi dalle elezioni europee che sarà un banco di prova per tutte le donne. Così Beatrice Covassi richiama alcuni obiettivi dell’Unione Europea sottolineando che l’Unione rappresenta ancora un buon indirizzo per le donne rispetto a quelle che vivono in altri Paesi del mondo. Il principio di parità e trattamento salariale, riconosciuto nei trattati dalla nascita dell’Unione ha sempre affermato l’uguaglianza tra i sessi, e nel tempo si sono aggiunte politiche per affermare questo principio, anche se l’Italia è lontana dalla piena occupazione. L’Unione richiama a politiche per contrastare la violenza contro le donne, quelle per riequilibrare i tempi di cura e lavoro per entrambi i sessi e politiche prettamente sociali. Covassi osserva che in Italia il divario retributivo è una realtà, un gap salariale uomo-donna del 12% nell’UE per stesse funzioni, ma l’Italia ha il record del basso tasso di occupazione femminile; 10% sotto la media europea e il 54% rispetto l’intera Europa, dietro di noi Malta che non è impattante come il nostro Paese. I dati hanno anche confermato che durante la pandemia c’è stato un incremento della disoccupazione femminile dovuto al maggior carico di lavoro nella cura dei figli e famiglia, persone con disabilità, anziani, etc. Questi effetti hanno prodotto disagi per molte donne, quelle impiegate soprattutto in lavori precari che hanno visto peggiorare la condizione economica; mentre con lo smartworking e la digitalizzazione ci si attendeva una equa distribuzione del lavoro di cura che non c’è stata e i vecchi stereotipi sono rimasti inamovibili. L’europarlamentare ha fatto riferimento al digitale e l’intelligenza artificiale sottolineando che le italiane sono ancora “fanalino di coda” nelle discipline STEM, poche le ragazze impegnate in queste materie come specialiste in tecnologia e cybersicurezza: in Italia, solo il 2% degli esperti è donna. Covassi sottolinea la necessità di cogliere queste opportunità, incentivare la formazione professionale per essere protagoniste nella futura transizione digitale e ambientale. Queste transizioni impatteranno nel modo di produrre e lavorare, sarà quindi necessario sviluppare la presenza femminile nelle materie scientifiche. “La questione è determinante” ha dichiarato “perché se non siamo noi quelle che decidono gli algoritmi o studiano gli impatti sociali e l’economia verde, il futuro non ci apparterrà e sfuggirà una leva importante di potere per modificare il mondo e creare una società più equilibrata e sostenibile”. Un altro tema cui fa riferimento riguarda la direttiva sul Gender Pay Gap che dovrà essere implementata dagli stati membri entro il 2026 dove occorrerà monitorare l’andamento affinché venga recepita dal nostro ordinamento. C’è poi la questione della salute femminile che riguarda la medicina di genere, poiché come ha affermato Covassi, i test sui farmaci sono effettuati sulla popolazione maschile ed è provato che i risultati producono effetti negativi sul corpo delle donne. Gli studi sulla medicina di genere saranno determinanti perché con l’intelligenza artificiale, la possibilità di mappare il genoma umano e la medicina personalizzata, ci sarà l’opportunità di esercitare un diritto alla salute adattandolo alle esigenze delle donne. Covassi commenta che le elezioni europee si svolgono in un momento in cui si registra una forte crisi della democrazia per l’aumento dell’astensionismo oltre il 40%, due conflitti militari (Ucraina e Medio Oriente), crescita delle diseguaglianze economiche, effetti pandemici non ancora risolti; perciò, è importante una maggiore presenza di candidate sostenute da programmi attinenti alle esigenze femminili. Conclude infine sulla necessità di sensibilizzare associazioni e federazioni sul voto europeo e lavorare su un manifesto da proporre a candidate con obiettivi precisi da seguire nei prossimi mesi.
Strategie sulle parità di genere
Ambire ad una maggiore presenza femminile nei contesti decisionali non basta, occorre una visione ampia, una proposta politica femminile che passi attraverso il dialogo maschile; quindi, l’attribuzione di quote può rivelarsi un mezzo per garantire una maggiore rappresentanza femminile. Se si guardano i dati dell’ultimo Global Gender Gap Report, emerge come l’Italia ha peggiorato il livello di partecipazione politica passando dalla 40esima posizione alla 64esima e in particolare il paese ha registrato un progressivo deterioramento rispetto alcuni indicatori; sanità, qualità del lavoro e segregazione professionale in cui il nostro paese detiene un primato negativo quanto ad occupazione femminile. Così anche il rapporto ASVIS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) conferma un peggioramento sull’accesso al reddito, occupazione e formazione nelle materie STEM. Per rilanciare le politiche femminili – in un’ottica di lungo periodo – sarà necessario impegnarsi sulle strategie nella parità di genere e proporre un dialogo con chi è sensibile su queste materie, ma soprattutto la lobby delle donne dovrà assumersi la responsabilità di dare un senso alle politiche nazionali ed europee sottese alle donne.
Interventi per abbattere stereotipi e pregiudizi

La cooperativa sociale Befree attiva nel nostro territorio per contrastare fenomeni di tratta, violenze e discriminazioni, grazie al supporto di operatrici ed esperte, sostiene le vittime di soprusi, abusi, maltrattamenti, traffico di esseri umani e violazioni dei diritti umani. Queste situazioni ha dichiarato Oria Gargano non sono casuali, si manifestano perché esiste un minus delle donne sul piano politico, economico, lavorativo e nella rappresentatività che si traducono in effetti sistemici. La cooperativa svolge un ruolo di trasformazione e le modalità di rigenerazione passano per l’advocacy in grado di aumentare le connessioni in ambito politico e sviluppare proposte con commissioni ad hoc. Befree partecipa anche ai shadow reporter (rapporti ombra) dove a fronte di varie convenzioni, la società civile è chiamata ad elaborare un contro rapporto rispetto a quanto viene prodotto dai governi generando un balance tra ciò che i governi fanno ed il vissuto della società civile. Gargano afferma che molte donne non si rivolgono ai centri antiviolenza e ciò mostra quanto la società tende a farle sentire responsabili del proprio fallimento. Molto c’è da fare, ad esempio agire sulla narrazione, abbattere stereotipi e pregiudizi; infatti, i tribunali ancora oggi assumono atteggiamenti sospetti sulla moralità della donna che ha subito violenza. Per concludere occorre intervenire sugli status sociali delle donne e contemporaneamente studiare le radici profonde dei problemi per sconfiggere i malesseri della nostra società.
Diritti dei minori e donne vittime di violenza

D.i.Re – donne in rete contro la violenza – membro della piattaforma Lef Italia, gestisce in Italia centri antiviolenza e case rifugio con 87 associazioni e 100 centri antiviolenza. “I centri antiviolenza” ha spiegato Carrano “vanno oltre l’accoglienza, sono il motore di un cambiamento culturale che dialoga con politici italiani, internazionali e Nazioni Unite”. L’Osservatorio sulla vittimizzazione secondaria nasce nel 1997, due anni dopo la piattaforma di Pechino, dove gli Stati si erano impegnati a contrastare la violenza contro le donne ed è costituito da 35 donne provenienti da 29 paesi con specifiche competenze sul tema. Tra i compiti dell’Osservatorio c’è un lavoro di advocacy che individua le lacune legislative dei paesi per intervenire sulle criticità. All’interno di esso esistono attività di prevenzione sulla violenza e nell’ultimo anno ha esaminato la proposta che è in fase di discussione. La bozza di direttiva promossa l’8 marzo 2022 dalla Commissione Europea, venne adottata dal PE e dal Consiglio per costruire una normativa ad hoc considerando che non era stata esaminata da nessun atto legislativo a livello di Unione. Sul tema, sempre a marzo del 2022 la Presidente Ursula Von Der Leyen espresse la volontà di combattere la violenza maschile contro le donne quale obiettivo della strategia della parità di genere 2020-2025. La direttiva si realizza fissando criteri minimi e lasciando agli Stati la flessibilità di regolare la materia secondo le specificità dei singoli sistemi legislativi. Le misure configurano il reato secondo diverse forme di violenza: reato di stupro per assenza di consenso, mutilazioni genitali femminili, diverse forme di violenza online, rafforzamento dell’accesso alla giustizia per le vittime, attenzione alla protezione, riconoscimento dei servizi specialistici dei centri di violenza e case rifugio, prevenzione della violenza attraverso azioni di sensibilizzazione. Alla luce dei negoziati in UE, la lobby europea ha una funzione di pressione affinché gli Stati giungano all’approvazione della direttiva. Nel corso dei negoziati è emerso un elemento critico sul reato di stupro definito dall’art.5 della direttiva, dove in riferimento alla Convenzione di Istanbul, si individua l’atto sessuale non consensuale, affermando che il consenso debba essere prestato volontariamente dalla donna. Nonostante le valutazioni della Convenzione di Istanbul, pochi Stati hanno modificato la normativa interna, tra cui l’Italia che definisce il reato in base alla coercizione, forza e minaccia. La direttiva garantisce l’integrità sessuale della vittima adottando una visione comune dello stupro basato sul mancato consenso. Anche il PE per le libertà civili e dei diritti delle donne ha migliorato la proposta specificando che il consenso può essere revocato anche per atti futuri. Il testo amplia la nozione di stupro e questo è un passaggio storico perché l’azione degli stati membri sarà oggetto di controllo da parte della Commissione e dalla valutazione del GREVIO (esperti indipendenti nominati dal Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e violenza domestica). In breve, il Consiglio UE vorrebbe sopprimere l’art.5 dalla direttiva, svuotandone il significato, in particolare Francia e Germania stanno facendo opposizione ritenendo che il reato di stupro non rientri tra le competenze dell’Unione a differenza del reato di tratta degli esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale.
Rilevazione sistematica dei procedimenti sulla violenza sessuale e stupro
I dati sui procedimenti giudiziari in Italia sono di difficile interpretazione, manca una rilevazione sistematica e una disaggregazione per genere, soprattutto emerge dai dati del ministero della Giustizia 2019-2021 che il 50% dei procedimenti sulla violenza sessuale e stupro vengono archiviati, i tassi di condanne (1000 l’anno) sono bassi rispetto ai reati effettivi che sfiorano i 7 mila l’anno dove sono radicati gli stereotipi e pregiudizi (oltre il 40%) secondo un rapporto Istat del 2019. La cultura dello stupro in Italia è forte anche tra gli operatori del diritto, magistrati, consulenti, operatori socio-sanitari e nelle aule di giustizia la protagonista del processo è la donna che viene giudicata dai comportamenti, abitudini, costruendo una narrazione distorta che pone al centro la vita della donna. L’ideologia dello stupro mira ad occultare il dolore delle donne e l’impunità degli aggressori assolve alla funzione di controllo alimentando un sentimento di paura su tutte le donne. L’attenzione si sposta quindi sulla sicurezza, sulle fasce di marginalità, dimenticando che il fenomeno è trasversale e misure repressive non producono una diminuzione del fenomeno. Tutto ciò alimenta una cultura basata sull’emergenza dove la matrice dello stupro sta nel sessismo, nella violenza e in una cultura che non riconosce la soggettività delle donne.
Cristina Montagni
Contrasto alla violenza sulle donne e contro la violenza domestica: contenuti del nuovo DDL approvato dal Consiglio dei ministri
Il 7 giugno 2023 il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella, del Ministro dell’interno Matteo Piantedosi e del Ministro della giustizia Carlo Nordio, ha approvato un disegno di legge volto a introdurre disposizioni per il contrasto alla violenza sulle donne e contro la violenza domestica che verrà ora presentato in Parlamento per l’iter di conversione.

Il provvedimento era in cantiere da tempo insieme al Ministro della Giustizia Nordio e il Ministro degli Interni Piantedosi dove nonostante l’Italia abbia una buona legislazione contro la violenza sulle donne (Codice Rosso) è stato opportuno intervenire su alcune criticità soprattutto nell’applicazione delle norme contro la violenza a partire da due elementi fondamentali. Rafforzare le misure di prevenzione delle vittime e velocizzare i tempi di intervento per quanto riguarda le misure cautelari, soprattutto perché l’Italia ha avuto alcune condanne da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo proprio sul tema.
Partendo dal Codice Rosso di seguito le misure illustrate in conferenza stampa a fine lavori:
- velocizzare le valutazioni preventive sui rischi che corrono le potenziali vittime di femminicidio o di reati di violenza contro le donne o in ambito domestico;
- rendere più efficaci le azioni di protezione preventiva;
- rafforzare le misure contro la reiterazione dei reati a danno delle donne e la recidiva;
- migliorare la tutela complessiva delle vittime di violenza.
Il disegno di legge recepisce inoltre:
- le istanze più urgenti emerse nell’ambito dell’Osservatorio sul fenomeno della violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica;
- le osservazioni contenute nella relazione finale della “Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio nonché ogni forma di violenza di genere”;
- gli orientamenti della procura generale della Corte di Cassazione in materia.
Principali misure introdotte
1. Rafforzamento dell’“ammonimento” da parte del questore
L’“ammonimento” da parte del questore è una misura di prevenzione oggi prevista per tutelare le vittime di atti di violenza domestica, cyberbullismo o atti persecutori (stalking). Lo scopo è garantire una tutela rapida e anticipata rispetto alla definizione dei processi penali. Quando le forze di polizia ricevono una segnalazione, si attivano rapide procedure di verifica che possono portare al provvedimento di ammonimento. La persona “ammonita” deve astenersi dal commettere ulteriori atti di molestia o violenza e può subire il ritiro di eventuali armi, anche se possedute legalmente. In caso di reiterazione della condotta, la procedibilità per i reati previsti non è più a querela di parte ma d’ufficio. Con il decreto legislativo del 7 giugno 2023 si estendono i casi in cui si può applicare l’ammonimento. Si includono ora i cosiddetti “reati-spia”, che avvengono nel contesto delle relazioni familiari ed affettive (attuali e passate): percosse; lesione personale; violenza sessuale; violenza privata; minaccia grave; atti persecutori; diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti; violazione di domicilio; danneggiamento. Si prevede l’aggravamento di pena quando i reati di violenza domestica o contro le donne sono commessi da un soggetto ammonito, anche se la vittima è diversa da quella che ha effettuato la segnalazione per cui è stato adottato l’ammonimento. Per la richiesta di revoca dei provvedimenti, i soggetti ammoniti dovranno aspettare almeno tre anni e dovranno avere ottenuto valutazioni positive in appositi percorsi di recupero. Si amplia la definizione dei reati di “violenza domestica”, comprendendo quelli avvenuti in presenza di minorenni.
2. Potenziamento delle misure di prevenzione
Le misure di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza e dell’obbligo di soggiorno nel comune di residenza o di dimora abituale, previste dal Codice antimafia, potranno essere applicate anche agli indiziati di reati legati alla violenza contro le donne e alla violenza domestica (tentato omicidio; lesioni personali gravi e gravissime; deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso; violenza sessuale). Queste misure si applicano indipendentemente dalla commissione di un precedente reato. La sorveglianza speciale di pubblica sicurezza sarà applicata agli indiziati di questi gravi reati con modalità di controllo elettroniche che ne richiedono il consenso. Nel caso in cui tale consenso sia negato, la durata della misura di prevenzione non potrà esser inferiore a due anni e il soggetto dovrà presentarsi periodicamente all’autorità di pubblica sicurezza. Inoltre, sarà obbligatorio per il Tribunale (attualmente si tratta di una facoltà) imporre agli indiziati di questi reati il divieto di avvicinarsi a determinati luoghi, frequentati abitualmente dalle vittime, e l’obbligo di mantenere una determinata distanza, non inferiore a 500 metri, da tali luoghi e dalle vittime, prevedendo particolari modalità nel caso in cui la frequentazione di tali luoghi sia necessaria per motivi di lavoro o altre esigenze. Si prevede, infine, che in attesa dell’emissione della sorveglianza speciale, il Tribunale, se sussistono motivi di particolare gravità, possa disporre d’urgenza, in via temporanea, il divieto d’avvicinamento. Le violazioni saranno punite con la reclusione da 1 a 5 anni e sarà consentito l’arresto anche fuori dei casi di flagranza.
3. Velocizzazione dei processi, anche nella fase cautelare
Si assicura il rapido svolgimento dei processi in materia di violenza contro le donne, ampliando le fattispecie per le quali è assicurata priorità, includendo: costrizione o induzione al matrimonio; deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso; violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa; diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti; stato di incapacità procurato mediante violenza; lesione personale, in alcune ipotesi aggravate )per esempio quando il fatto è commesso contro i genitori, i figli o i coniugi/partner). Sarà assicurata priorità anche alla richiesta e trattazione delle richieste di misura cautelare personale.
4. Attribuzioni del Procuratore della Repubblica
Si prevede l’obbligo (e non più la mera facoltà), per il Procuratore della Repubblica, di individuare uno o più procuratori aggiunti o uno o più magistrati addetti all’ufficio per la cura degli affari in materia di violenza contro le donne e domestica.
5. Termini per la valutazione delle esigenze cautelari
Si inserisce, nel Codice di procedura penale, un nuovo articolo (Misure urgenti di protezione della persona offesa), con la previsione che il pubblico ministero abbia un massimo di 30 giorni dall’iscrizione della persona indagata nell’apposito registro per valutare se richiedere l’applicazione delle misure cautelari. Ulteriori 30 giorni al massimo saranno a disposizione del giudice per la decisione sull’istanza. Anche qualora il pubblico ministero non ravvisi i presupposti per la richiesta delle misure cautelari, dovrà proseguire le indagini preliminari.
6. Violazione degli ordini di protezione contro gli abusi familiari
Si prevede l’applicazione delle sanzioni penali previste per la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa anche alla violazione degli ordini di protezione emessi dal giudice in sede civile. La pena prevista è la reclusione da 6 mesi a 3 anni, con l’arresto obbligatorio in flagranza.
7. Arresto in flagranza differita
Si prevede l’arresto in “flagranza differita” per chi sarà individuato, in modo inequivocabile, quale autore di una condotta (violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa; maltrattamenti in famiglia; atti persecutori), sulla base di documentazione video-fotografica o che derivi da applicazioni informatiche o telematiche (chat, condivisione di una posizione geografica…). L’arresto deve essere compiuto non oltre il tempo necessario alla sua identificazione e comunque entro le quarantotto ore dal fatto.
8. Rafforzamento delle misure cautelari e dell’uso del braccialetto elettronico
Si prevede l’applicazione della misura cautelare in carcere non solo nel caso di trasgressione alle prescrizioni degli arresti domiciliari ma anche nel caso di manomissione dei mezzi elettronici e degli strumenti di controllo disposti con la misura degli arresti domiciliari o con le misure di allontanamento dalla casa familiare o divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Si ampliano al tentato omicidio e alla deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso (qualora commessi in danno dei prossimi congiunti o del convivente), le fattispecie per le quali è consentita l’applicazione della misura dell’allontanamento anche al di fuori dei limiti di pena previsti e si prevede il controllo del rispetto degli obblighi tramite il braccialetto elettronico e la prescrizione di mantenere una determinata distanza, comunque non inferiore a 500 metri, dalla casa familiare o da altri luoghi determinati, abitualmente frequentati dalla persona offesa. Si prevede la possibilità di stabilire la custodia cautelare in carcere anche nei procedimenti per il delitto di lesioni personali, in alcune ipotesi aggravate, e per la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.
9. Informazioni alla persona offesa dal reato e obblighi di comunicazione
Si estende la previsione dell’immediata comunicazione alle vittime di violenza domestica o contro le donne, di tutte le notizie inerenti alle misure cautelari disposte nei confronti dell’autore del reato, sia esso imputato in stato di custodia cautelare, comprese l’evasione, la scarcerazione o la volontaria sottrazione dell’internato all’esecuzione della misura di sicurezza detentiva. Al fine di potenziare la “circolarità informativa” e la “multi-attorialità” nel delicato campo della violenza domestica o contro le donne, si prevede anche che l’autorità giudiziaria debba effettuare una comunicazione al questore, in caso di estinzione, inefficacia pronunciata per qualsiasi ragione, revoca o sostituzione in melius di misure cautelari coercitive personali, ai fini delle valutazioni di competenza in materia di misure di prevenzione.
10. Sospensione condizionale della pena
Si modificano gli obblighi ai quali il condannato deve soggiacere per accedere alla sospensione condizionale della pena. Si integra la previsione per cui, nei casi di condanna per alcuni specifici delitti, la sospensione condizionale della pena è subordinata alla partecipazione a specifici percorsi di recupero, stabilendo che non è sufficiente la mera “partecipazione” ma è necessario anche il superamento dei percorsi con esito favorevole, accertato dal giudice.
11. Provvisionale a titolo di ristoro anticipato a favore delle vittime
Si introduce una provvisionale a titolo di ristoro «anticipato», in favore della vittima o, in caso di morte, degli aventi diritto che, in conseguenza dei delitti di omicidio, violenza sessuale o lesione personale gravissima, e deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa, vengano a trovarsi in stato di bisogno. Si supera quindi l’attuale limite della necessità dell’acquisizione della sentenza di condanna.
Redazione Women For Women Italy
Presentazione Università Roma Tre INDAGINE UNISIN su lavoro e parità per un futuro possibile senza discriminazioni uomo-donna
Dalla conferenza: “Il futuro possibile: lavoro, parità, innovazione, sostenibilità. Contro ogni violenza e discriminazione” vengono focalizzate le condizioni di vita e lavoro nel settore bancario che rappresentano uno specchio rispetto ad altre realtà per riflettere in un’ottica non discriminatoria.

Da tempo le organizzazioni sindacali sono impegnate a contrastare il fenomeno sollecitando aziende di credito, università, media e istituzioni per promuovere una società inclusiva e migliorare il benessere e la qualità di vita delle lavoratrici. Di conseguenza il 4 aprile all’Università Roma Tre, sono stati presentati gli esiti dell’indagine campionaria UNISIN (Unità sindacale Falcri Silcea Sinfub). Al convegno hanno partecipato UnIRE (Università in Rete contro la violenza di genere) con il patrocinio di GIO – Gender Interuniversity Observatory, Università di Pisa CISP (Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace) e RUniPace Rete Università per la Pace.
Lavoro e parità. Una sfida collettiva a fianco del sindacato, aziende e accademia
Emilio Contrasto, segretario generale UNISIN, nell’avviare i lavori ha affermato la necessità di una strategia capillare per lottare contro la violenza sulle donne, osservando come la tutela del lavoro legata al sindacato dei bancari rappresenta un faro rispetto altri settori e nel sistema paese. Un recente studio – ha commentato – conferma un gap tra le norme contrattuali e la relativa applicazione nei luoghi di lavoro. Da qui parte un confronto all’interno dell’organizzazione per valutare i processi che generano tali diversità. “La sfida” spiega Contrasto “deve coinvolgere il mondo del lavoro, sindacato, aziende e accademia per studiare le origini del fenomeno e fare in modo che quanto è stato istituito possa trovare applicazione nelle imprese per diventare un modus operandi in ogni luogo”. La parola chiave per superare il gap è formazione e informazione: formazione attraverso la cultura del rispetto e informazione quale fulcro per definire i giusti processi. La maggior parte degli addetti nel settore bancario è donna (oltre il 50%) ma più si sale nella piramide di potere, minore è la percentuale di donne che occupa posizioni apicali, sebbene il settore sia un laboratorio di riferimento per salari e inquadramenti, il gap è ancora forte.
Questionario conciliazione vita-lavoro, discriminazioni e violenza
Un anno fa il sindacato autonomo dei lavoratori bancari ha proposto un questionario tra le impiegate del gruppo curato dal Coordinamento Nazionale Donne & Pari Opportunità di Unisin/Confsal attraverso un sistema di domande chiuse e aperte per rendere le donne consapevoli dei propri diritti e tutele, approfondire il grado di percezione sulle differenze di genere e violenza all’interno dell’azienda. Dallo studio è emerso un sentiment generale: la parità di genere nel mondo del credito è lontana e nel tempo si manifesta con episodi di sessismo, sensi di colpa per la maternità, differenze salariali tra uomini e donne, discriminazione delle donne che non hanno voluto o potuto avere un figlio e quelle prossime alla pensione.

Risultati indagine Unisin
Il progetto di ricerca “Noi diversi…Donne e uomini insieme contro la violenza alle donne. Uniti in una sfida possibile” ha coinvolto un campione femminile su diversi argomenti: vita-lavoro, discriminazioni, violenza nei luoghi di lavoro, elaborati sulla base di tre indicatori: distribuzione geografica, età e ruolo professionale. Dall’indagine risulta che il 52% del campione femminile non conosce le normative nazionali di settore e aziendali sulle tutele e ha scarsa consapevolezza sul tema. Dalla distribuzione geografica emerge una concentrazione di risposte provenienti dalle regioni più popolose: Lombardia il 46% per la presenza di sportelli bancari, Toscana 21%, Veneto e Lazio 8%. Quanto alla frequenza per età, il 51% delle intervistate aveva fra i 46 e i 55 anni, il 28% tra i 31 e i 45 anni, il 20,4% oltre i 56 anni e l’1,2% fino a 30 anni. Quest’ultimo valore restituisce un basso interesse dei giovani a tutelare il proprio lavoro, delegandolo alle organizzazioni sindacali rispetto all’impegno nel volontariato. Riguardo al ruolo professionale, prevalenti sono le posizioni commerciali (49%) e operative (30%) che fotografano le dipendenti delle filiali molto coinvolte per la pressione nelle attività di lavoro (relazione con la clientela, capi a diversi livelli, obiettivi da raggiungere, etc). Una caratteristica peculiare è fornita dal comparto del credito dove il 77% dei dipendenti è sindacalizzato, il 50% della forza lavoro è donna, ma solo il 18% occupa ruoli direttivi nonostante l’elevata scolarizzazione (49% diplomate, 47% laureate, 2% post laurea). All’item vita privata-lavoro, il 64% del campione sostiene di conciliare entrambe le attività, ma sul versante professionale il 53% sostiene di non sentirsi realizzata, il 9% non risponde ed il 45% dichiara che la maternità ha penalizzato il lavoro in azienda, contro un 39% che sostiene di non aver subito ripercussioni. Interessanti le risposte libere, dove le donne comunicano di essere “scomode” se si concedono la maternità; il 23% sostiene di aver subito discriminazioni mentre il 15% non risponde. Nonostante le elevate competenze, le lavoratrici part-time non hanno prospettive di promozione e vengono messe in secondo piano rispetto ai colleghi uomini. Riguardo alla maternità, il rientro in azienda non è facilitato per i repentini cambiamenti procedurali, esistono scarse opportunità di carriera, blocchi di avanzamento o cambi di funzioni con l’azzeramento delle esperienze lavorative passate, limitate concessioni nel part-time e permessi di lavoro. Si desume che nella struttura di appartenenza la dipendente vive male la maternità, non viene sostituita con il conseguente aggravio di lavoro ad altri colleghi. La discriminazione è quindi nell’essere donna, condizione subita come preclusione nelle opportunità. Il suggerimento delle intervistate è valorizzare le competenze organizzative in ambito aziendale che non appartiene al solo mondo del credito ma fotografa il lavoro in generale. Dalle risposte libere emerge che le donne capo settore hanno percepito lo stipendio di un addetto. Il divario retributivo esiste e a parità di retribuzione iniziale, il gap si concretizza nel tempo perché il mancato riconoscimento dei ruoli è riconducibile al gender pay gap. Le lavoratrici segnalano che ai ruoli di responsabilità non corrispondono riconoscimenti di grado e adeguate remunerazioni per le lavoratrici part-time. Per conciliare vita familiare e lavoro, sono stati individuati alcuni fattori di supporto come lo smart working 37%, flessibilità negli orari 30%, part-time 25% e altri strumenti quali la banca del tempo, accordi sulla mobilità o contributi economici con l’8%. In breve, da un lato vi è la difficoltà di accesso agli strumenti, dall’altra le regole esistono ma è necessario valutare le conseguenze quando è richiesta l’applicazione. La “batteria” di domande chiude con temi sulla percezione dei rischi legati alle violenze di genere e dell’eventuale presenza di vittime di violenza sul posto di lavoro. Le risposte hanno restituito risultati speculari dove il percepito ed il subito coincidono; l’83% delle intervistate percepisce rischi di violenza di genere, il 10% denuncia il rischio o ha subito violenza, mentre il 7% non risponde. Il settore del credito non fornisce dati ufficiali in materia, ma è necessario valutare nel tempo lo scostamento tra dati forniti e realtà riscontrata per analizzare come vengono gestiti questi eventi all’interno del comparto. L’indagine porta alla luce anche violenza fisica e verbale, battute tra colleghi, mobbing e maleducazione ad opera di capi uomini, donne, colleghi o colleghe. La ricerca conferma che la violenza è solo la punta dell’iceberg, e Unisin con altre realtà è occupata a proporre soluzioni per tutelare le dipendenti. Infine, si sottolinea l’importanza di una formazione capillare in grado di coinvolgere uomini e donne per il raggiungimento di un obbiettivo comune. La sfida di Unisin è quindi costruire nuovi paradigmi, proporre modelli per un futuro libero da stereotipi attraverso la consapevolezza, coraggio, cultura e comunicazione.
Strategie di supporto per le donne nel settore del credito
Rispetto alla discriminazione di genere, il sindacato e ABI (associazione bancaria italiana), nel 2019 hanno firmato una dichiarazione congiunta in materia di molestie sottolineando il valore dell’azione non solo nel credito ma anche in altre aziende ed associazioni. Il protocollo d’intesa prevede un congedo di lavoro di tre o quattro mesi qualora le dipendenti abbiano subito violenza. Un altro strumento è bloccare i mutui o il debito perché la violenza finanziaria limiterebbe l’autonomia della donna. Esiste anche un percorso di protezione, sicurezza e rinascita all’interno di case protette, ad esempio continuare a lavorare. E lo smart working può essere un valido aiuto per ritrovare una routine simile a quella perduta nel momento in cui hanno messo loro e i loro figli in condizione di protezione. Aziende e sindacati dispongono di mezzi efficaci anche se i dati non mostrano particolari criticità. Tra i vari programmi, Unicredito ha aperto il canale “Parlami”, un numero protetto dove è possibile chiamare qualora sorgessero rischi da un punto di vista del linguaggio o atteggiamenti riconducibili a violenza psicologica. Altro tema attiene all’inclusione e alla valorizzazione delle differenze di genere. Contesti lavorativi in grado di includere e valorizzare il genere, sesso, cultura, etnia, aging, determina la capacità di essere differenti, ovvero portatori di maggiori istanze. La presenza femminile nel settore del credito è numerosa (40% donne, 60% uomini) ma la quota tende a diminuire nei vari step delle organizzazioni. Per questo ABI ha firmato una carta dove viene sancito l’impegno a creare ambienti di lavoro inclusivi, selezionare le risorse con criteri paritetici tra uomini e donne e promuovere la crescita del personale femminile nell’organizzazione. Un’attenzione particolare è rivolta alle politiche di remunerazione, infatti uno degli obiettivi di UniCredito è azzerare il gender pay gap entro il 2026. In generale il comparto del credito è sensibile allo sviluppo, crescita e corretta remunerazione. Tuttavia, si rileva che tra gli elementi che hanno frenato lo sviluppo del settore c’è il welfare per la mancanza di assistenza e infrastrutture come gli asili nido. Infine, in Italia sarà fondamentale pensare all’aging, alle competenze, alla disabilità che insieme al gender, creano le condizioni per realizzare una vera inclusione in grado di produrre valore alle aziende e al tessuto sociale circostante.

Educazione all’uguaglianza e alle identità di genere
Nonostante gli sforzi normativi e l’attenzione pubblica sul tema della violenza, la realtà mostra che il fenomeno non accenna a diminuire. “Ciò accade” afferma Belliti “perché le attuali norme non hanno piena legittimazione sociale e non svolgono azioni preventive. Occorre quindi una condivisione della matrice culturale che proviene dalle donne e dai movimenti femministi”. La Convenzione di Istanbul ha il pregio di fare proprio questo pensiero; afferma infatti che la violenza si manifesta per diseguali rapporti di forza tra i sessi e alla discriminazione da parte degli uomini. La Convenzione riconosce la natura strutturale della violenza in quanto basata sul genere, per questo invita gli Stati a promuovere cambiamenti socio-culturali per eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra forma basata sull’idea d’inferiorità rispetto agli uomini. L’Italia dispone di linee Guida Nazionali “Educare nel rispetto per la parità fra i sessi”, di fatto attuate in modo sporadico e prive di adeguate risorse finanziarie. Progetti di educazione di genere sono contrastati per le resistenze ideologiche prodotte dal termine genere. Queste resistenze indeboliscono l’impianto della prevenzione e impediscono la costruzione di una cultura della parità. Per ribaltare questo pensiero, l’Università deve svolgere un cambiamento socio-culturale e questa battaglia deve attraversare il mondo del lavoro dove esistono strumenti giuridici ancora poco conosciuti. Nel 2019 l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha adottato la Convenzione 190 sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro che integra il codice internazionale del lavoro. La convenzione definisce le molestie perpetrate sui lavoratori e lavoratrici e invita a adottare un approccio inclusivo incentrato sulla prospettiva di genere, identificando nel genere un fattore di rischio discriminazione. La stessa Convenzione propone programmi di formazione, informazione, codici di condotta, strumenti di valutazione dei rischi e campagne di sensibilizzazione contro la stigmatizzazione delle vittime, dei querelanti e dei testimoni. Nel 2021 l’INAIL (Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro) ha pubblicato i dati sulla violenza femminile e risulta che 1milione e 400mila donne tra i 15-65 anni hanno denunciato molestie fisiche o ricatti sessuali da parte di un collega o datore di lavoro. Infine, l’indagine OIL 2021 elaborata su 75mila interviste in 121 paesi, ha rilevato che il 17% dei lavoratori è stato vittima di violenza e molestia di tipo psicologico, l’8% violenza fisica e il 6% ha subito violenze e molestie sessuali.

Il rispetto delle differenze passa per il linguaggio
Francesca Brezzi parla del linguaggio da una prospettiva femminista poiché l’ipotesi è dimostrare che esistono differenze di pensiero per disegnare un’etica della comunicazione. “Il linguaggio” spiega “riflette il modo di pensare e agire; quindi, diventa il mezzo del pregiudizio e della discriminazione”. Riguardo ad esso c’è una crisi del linguaggio codificato e due sono le strade intraprese. Da un lato la costatazione dell’assenza del femminile sotto forma di linguaggio neutro; linguaggio maschile elevatosi a linguaggio universale. Dall’altro si scorge sotto un velo di neutralità, una tessitura linguistica codificata dove il linguaggio sessuato è differente dal linguaggio sessista. Il linguaggio sessista colpisce la donna, conduce agli stereotipi, alla non rappresentazione, è discriminatorio e trasmette informazioni obsolete e offensive. Brezzi sostiene che bisogna adottare il femminismo del sospetto; decostruire i linguaggi per smascherare il vero linguistico che copre la società. Occorre perciò abbracciare un percorso formativo educativo, aspirare ad una etica della comunicazione, una comunicazione libera in grado di confrontarci in quanto soggetti razionali. “Quello di cui abbiamo bisogno” conclude “sta nelle parole incarnate, parole che restituiscono significato agli eventi per aprirsi a nuove forme di convivenza. In tutto questo le donne devono farsi soggette di un linguaggio diverso e non affidarsi ad un linguaggio neutro.
Cristina Montagni
Relatori al convegno:
Alessandra Mancuso, giornalista Rai; Emilio Contrasto, Segretario Generale UNISIN; Prof. Francesca Borruso, Università di Roma Tre; Prof. Massimiliano Fiorucci, Rettore Università Roma Tre; Stefano Corradino, giornalista Rai News; Marina Calloni, Direttrice UNIRE; Daniela Belliti, coordinatrice UNIRE; Francesca Brezzi, già Presidente di GIO (Gender Interuniversity Observatory); Giovanna Vingelli, Direttrice del Centro di Women’s Studies “Milly Villa”; Elettra Stradella, Professoressa associata in Diritto Pubblico Comparato; Costanza Nardocci, ricercatrice in Diritto Costituzionale Università di Milano; Nannarel Fiano, ricercatrice in Diritto Costituzionale Università di Milano; Daniela Foschetti, responsabile Coordinamento Nazionale Donne e Pari Opportunità UNISIN; Angelo Raffaele Margiotta, Segretario Generale Confsal; Rosalba Domenica La Fauci, Vice Segretario Generale Confsal; Marta Schifone, deputato della Repubblica italiana.

Giustizia Internazionale per donne vittime di stupri in Ucraina
“L’Italia” ha detto il Ministro degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale Antonio Tajani “promuove iniziative internazionali per valorizzare il ruolo delle donne nella prevenzione dei conflitti, nel mantenimento della pace e ricostruzione dei post-conflitti in linea con l’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza” delle Nazioni Unite”. Il titolare del dicastero di recente ha espresso vicinanza alle donne e ragazze ucraine che vivono il dramma della guerra per le sofferenze e abusi, alle ragazze afghane affinché i progressi ottenuti negli ultimi venti anni sull’istruzione, libertà di movimento, partecipazione politica, economica, sociale e culturale del loro Paese non vadano persi, alle ragazze iraniane che chiedono rispetto dei diritti affrontando una brutale repressione condannata dal nostro Governo.

Assicurare alla giustizia internazionale le violenze di guerra in Ucraina
In merito alla violenza sulle donne, a gennaio si è costituito a Roma un tavolo tecnico coordinato dal Ministero degli Esteri e Ministero delle Pari Opportunità per riflettere sulla protezione delle donne vittime di stupri di guerra in Ucraina e come assicurare alla giustizia internazionale i colpevoli dei crimini compiuti dall’inizio del conflitto. Lo scopo era individuare risorse per migliorare la risposta della comunità e degli organismi internazionali e analizzare i fattori che generano paura di denunciare da parte delle sopravvissute che permettono agli esecutori di restare impuniti. Le vittime di guerra – hanno sostenuto le esperte – non solo non hanno garanzie sul soddisfacimento delle richieste di giustizia e di risarcimento morale, ma vengono spesso incolpate ed espulse dalle comunità di appartenenza. Con il conflitto Russo-Ucraino l’antica questione dell’impunità rischia di ripetersi; occorre perciò tracciare un percorso che fornisca loro protezione con il supporto delle organizzazioni della società civile ucraina.
Protezione alle sopravvissute vittime di violenza
Diverse le attività che può intraprendere il governo italiano. Dare voce alle donne vittime di violenza e agli operatori che possono intercettare i bisogni delle donne, uomini e bambini per uscire dal trauma e avviare un processo di emancipazione che non deve essere solo nazionale ma coinvolgere l’intera comunità internazionale per costruire una cultura contro lo stigma ed il silenzio. La seconda riguarda l’adeguamento della legislazione nazionale portando il tema nelle sedi opportune insieme al coordinamento del ministero degli esteri e delle pari opportunità. Il terzo canale è l’accoglienza che attiene alla formazione dei soggetti: dai magistrati, alle forze di polizia fino agli operatori sanitari. L’Italia sin dall’inizio del conflitto ha destinato risorse per 500mila euro alle vittime di violenza, e con la crisi umanitaria ha assegnato oltre 10milioni di euro all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per fornire aiuto ai rifugiati ucraini e alle sopravvissute per una futura crescita personale. Il nostro Paese – secondo contributore delle Nazioni Unite per vittime di abusi e sfruttamento sessuale – ha rifinanziato questo fondo presso la Corte Penale Internazionale ed è attiva affinchè sia ripristinato il tessuto sociale del paese colpito.
Pulizia etnica una strategia politica
I crimini contro le donne non interessano un singolo paese. L’Italia ha avviato un percorso antiviolenza implementando il fondo antitratta per le rifugiate, le case rifugio e centri antiviolenza. Va ricordato che i crimini contro le donne spesso vengono ignorati o sottovalutati; hanno profonde radici culturali, sono utilizzati come arma di guerra e dovrebbero essere giudicati fuori legge. Da quando l’esercito di Kiev ha liberato parte dei territori occupati da Mosca, sono emerse violenze condotte dai militari russi: donne violentate davanti ai propri figli, donne costrette a barattare il corpo per avere salva la vita, ragazze chiuse in seminterrati e sottoposte a sevizie e stupri di gruppo, senza risparmiare gli stupri a bambini e bambine di appena un anno. Questa condotta si configura come una strategia politica per umiliare non solo la donna ma un intero popolo, un tentativo di pulizia etnica e desertificazione vitale di un territorio. Per dare significato alle violenze è necessario quindi definire un quadro giuridico nazionale ed internazionale con strumenti di accoglienza per assistere le donne ad affrontare la vita.
Sottostima delle denunce per abusi sessuali
Le Nazioni Unite hanno registrato più di 124 denunce di violenza sessuale ma è probabile che i numeri siano più alti perché se per una donna è difficile manifestarsi, per un uomo lo è ancora di più. E’ utile riflettere che lo Statuto della Corte Internazionale include un’ampia lista di crimini a sfondo sessuale mai pensata e scritta dal secondo dopo guerra. Le categorie della violenza che i giuristi hanno immaginato, oggi sono inclusi nello STATUTO DI ROMA ma per dare ampiezza dei crimini commessi è necessario citare lo stupro, la violenza forzata, la sterilizzazione forzata, l’aborto forzato, lo sfruttamento sessuale, la tratta, la castrazione ed altre forme di brutalità che è difficile codificare per definire la violenza di genere nella sua interezza. La seconda riflessione riguarda la Corte Penale Internazionale che interviene laddove gli stati nazionali non possono o non vogliono intervenire. Tuttavia, il ruolo della giustizia nazionale è rilevante perché la vittima vede aperta una procedura penale nel proprio Stato dove viene riconosciuta l’azione criminosa, quindi immorale. Un’altra osservazione riguarda la criminalizzazione degli atti che potrebbero essere assimilati alla persecuzione di genere, quest’ultima più facile da provare, dove le conseguenze sono devastanti a livello fisico e psicologico sia nel breve che nel lungo periodo. Nel breve periodo può insorgere paura, mancanza di aiuto e disperazione mentre nel lungo periodo può manifestarsi depressione, disordini d’ansia, sintomi somatici multipli, difficoltà di ridefinire relazioni intime, vergogna e stigmatizzazione. Un fattore poco analizzato riguarda l’impatto transgenerazionale degli eventi che coinvolgono soprattutto le future generazioni.
Istituire processi difronte la Corte Penale Internazionale
Le donne sono ancora considerate bottino di guerra. È solo nel 1993 che la Convenzione di Vienna afferma che i diritti delle donne sono parte inalienabile ed indivisibile dei diritti umani universali. Da qui una particolare attenzione all’attuale conflitto per il vaglio e reperimento dei documenti, una sfida che dovrà affrontare la Corte Penale Internazionale. L’Ucraina, nel frattempo, ha predisposto programmi di reinserimento nel tessuto sociale per evitare il problema della doppia vittimizzazione. Da un lato si presenta la vittimizzazione in ambito processuale, dall’altro esiste la difficoltà della risocializzazione. In merito a ciò a maggio dello scorso anno è stato siglato un accordo tra le Nazioni Unite ed il governo ucraino per sostenere le vittime sulla base della risoluzione del Consiglio di Sicurezza per Donne, Pace e Sicurezza, in cui si afferma che le donne non sono solo vittime, ma agenti di cambiamento. Le relatrici ragionano anche sulla difficoltà di istituire processi difronte la Corte Penale Internazionale anche per l’uscita della Russia – dopo il 15 marzo – dal Consiglio d’Europa e dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Esiste però una responsabilità che è in capo alle giurisdizioni nazionali dove c’è la possibilità che gli Stati possano giudicare i reati, secondo lo Statuto di Roma, indipendentemente dal luogo in cui sono stati commessi i fatti. Infine, è utile ricordare che esistono altri strumenti; ad esempio, all’interno delle Nazioni Unite vivono diversi comitati che hanno competenze in merito ai diritti umani e all’accertamento dei crimini.
Cristina Montagni
- Al tavolo tecnico hanno collaborato: Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Maria Tripodi, sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione internazionale, Paolo Lazzara, vice presidente Inail, Kateryna Levchenko, commissaria del governo ucraino per le politiche di parità di genere. Matilda Bogner, presidente della Missione ONU di monitoraggio dei diritti umani in Ucraina, Paolina Massidda, Principal Counsel presso l’Ufficio indipendente del Public Counsel per le vittime, Corte penale internazionale, Ghita El Khyari, Capo del Segretariato del Fondo per la pace e l’aiuto umanitario delle donne, Laura Guercio, sociologa dei diritti umani presso l’Università di Perugia ed esperta italiana del Meccanismo di Mosca dell’OSCE, Irene Fellin, rappresentante speciale del Segretario generale per le donne la pace e la sicurezza della NATO, Valeria Emmi, senior specialist per advocacy e networking del CESVI – Cooperazione, emergenza e sviluppo.
La donna nelle organizzazioni mafiose: tra solitudine e speranza
“L’evoluzione del ruolo della donna nelle organizzazioni mafiose”, questo il titolo del convegno svolto a fine novembre presso l’aula magna della Suprema Corte di Cassazione e promosso dall’Associazione 7colonne, al quale hanno partecipato accademici e relatori per approfondire le trasformazioni delle donne nella criminalità organizzata. L’incontro segna come la forza, il coraggio e la fiducia nelle istituzioni possono avere un peso decisivo nel contrastare l’ideologia mafiosa.

Significativi gli interventi del primo presidente aggiunto della Corte di Cassazione, dott.ssa Margherita Cassano, il presidente della Pontificia Accademia Mariana Internationalis (Santa Sede), prof. Fr. Stefano Cecchin, il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione, Cons. Elisabetta Ceniccola, il sostituto procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Cons. Diana De Martino, il vice direttore generale della pubblica sicurezza S.E. Vittorio Rizzi, l’accademico pontificio presso la Pontificia Accademia Mariana Internationalis (Santa Sede), prof. P. Gian Matteo Roggio, l’accademico pontificio presso la Pontificia Accademia Mariana Internationalis (Santa Sede), dott. Fabio Iadeluca.

Potere e ricchezza oltre il valore della persona
Le attuali conoscenze non consentono una visione organica della condizione femminile all’interno delle strutture mafiose. C’è un dualismo nell’essere donna all’interno di queste realtà che da un lato le porta alla premiership, dall’altro una ribellione alla sovrastruttura mafiosa. Certo è che nelle organizzazioni la donna riveste un ruolo cardine perché garante dell’educazione dei figli secondo “modelli e valori” improntati alla sopraffazione insieme al controllo del territorio. Gestisce gli affari in situazioni di difficoltà; perciò, la sua centralità diventa complessa quando si tratta di scegliere forme di imparentamento tra famiglie. “L’adesione a legami parentali” ha sottolineato Margherita Cassano “è orientata alla ricerca del potere e ricchezza che va oltre il valore della persona”. Un’altra spiegazione è che le donne dei clan mafiosi non si sono mai dissociate dalla famiglia, è il caso di Giuseppina Pesce – collaboratrice di giustizia – che disconoscendo la nipote ha affermato il tradimento della stessa. Un fenomeno oscuro è la scelta di alcune donne – estranee all’ideologia mafiosa – di entrare nel sistema per ottenere il riconoscimento del potere sul territorio. Infine, c’è il tema delle varie modalità di comunicazione che raccontano prospettive nuove per raggiungere particolari forme di dissociazione.
Famiglia e ambiente falsa prospettiva del tessuto sociale
Le mafie sono organizzazioni poliedriche con stili e codici d’onore diversi. Esistono mafie autoctone presenti nei territori e relazionarsi con queste realtà sociali significa comprendere la natura del fenomeno e com’è organizzato. La famiglia e la società civile sono elementi da non trascurare; infatti, le organizzazioni sfruttano i rapporti socio-familiari per plasmare un’istituzione parallela creando una sovrapposizione dei piani. La società mafiosa è molto devota, ma ha una falsa prospettiva del tessuto sociale, della religione e dell’essere umano; una visione distorta per conquistare potere e controllo all’interno e all’esterno della famiglia. In tale condizione la donna diventa il motore del nucleo familiare come è il caso di Serafina Battaglia che negli anni ’60 – prima collaboratrice di giustizia – ha mostrato quale fosse la sua caratura. A seguito dell’uccisione del figlio Salvatore Lupo Leale, nel ‘62 decise di collaborare, diventando testimone implacabile in molti processi. In conclusione, il filo rosso che lega le storie di mafia è fornito da due elementi: da un lato il senso di solitudine delle donne che hanno scelto una vita diversa, dall’altro un sentimento di speranza dettato dalla capacità di ascolto delle forze dell’ordine. Complessivamente queste narrazioni richiamano al senso di responsabilità, al rispetto e all’ascolto per accompagnare queste vite e ristabilire la giusta armonia.
Percorso virtuoso alla ricerca di nuova armonia nelle relazioni umane
Le donne di mafia hanno seguito il percorso di emancipazione delle donne nella società ma in senso negativo, questa condizione si può leggere come un elemento di liberazione. All’interno della società criminale, piramidale e strutturata, l’emancipazione femminile ha mostrato la capacità di assumere ruoli maschili, manageriali e decisionali. Nella “scalata” al potere, le donne hanno beneficiato – rompendo il tetto di cristallo – di una maggiore scolarizzazione e ciò ha generato un salto di qualità perché oltre ad assumere i ruoli tradizionali dell’uomo, ha valorizzato il know-how acquisito per impiegarlo nell’organizzazione. Nel tempo le associazioni criminali hanno maturato destrezza ed intelligenza strategica: è negli anni ‘90 che si diffonde un ruolo inedito delle donne, da una parte l’uso disinvolto dei mezzi di comunicazione, dall’altra saper tessere rapporti con i “colletti bianchi” per godere di una qualche forma di impunità. Esistono elementi di rottura positivi e negativi nella tradizione mafiosa. Positivi perché in diversi casi si è verificata una lacerazione dei codici tradizionali all’organizzazione, è il caso di testimoni e collaboratrici di giustizia, mentre tra i fattori negativi c’è un uso crescente dei mezzi di comunicazione verso l’esterno. Ci sono donne che per “rompere” con i clan di appartenenza, hanno sentito il bisogno di avvicinarsi allo Stato per salvare i figli in un contesto in cui avrebbero percorso le orme del padre, del nonno e del fratello. Oggi alcune di loro hanno compreso che esiste una speranza e un esempio proviene dal programma dell’Associazione Libera con il progetto “Liberi di scegliere”. Il protocollo firmato a luglio del 2020 e guidato dal Dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, Tribunale per i Minorenni, Procura per i Minorenni, Procura di Reggio Calabria e Procura Nazionale Antimafia e sostenuto dalla CEI, propone di accogliere donne e minori che vogliono uscire dal circuito mafioso e indica una rete di protezione per assicurare un’alternativa di vita ai minori e alle loro madri provenienti da famiglie mafiose.
Percezione quantitativa del fenomeno secondo il sesso

L’evoluzione della donna nelle organizzazioni mafiose è multiforme perché richiama il suo ruolo nel crimine. Indagini quantitative provenienti dalla sociologia criminale hanno mostrato che rispetto alla popolazione maschile, l’incidenza femminile si attesta tra il 10 e 20%; range confermato da elaborazioni compiute negli ultimi tre anni. Le statistiche evidenziano che su 904 soggetti ammessi al programma di protezione, solo il 5% della popolazione maschile ha beneficiato del sistema di protezione dei testimoni e dei collaboratori di giustizia. Un dato che fa riflettere riguarda una platea ristretta di testimoni di giustizia che su un campione di 57 individui, il 32% è costituito da donne appartenenti alla Ndrangheta, di cui 11 ritenute ad alto rischio. La presenza femminile è attiva anche nella criminalità informatica, dove le competenze in questo settore giocano un ruolo rilevante. Per concludere, uno studio sulle neuroscienze condotto dall’università di Harvard, ha restituito un’immagine di speranza di una società sempre meno violenta. Le ragioni del declino della violenza risiedono nelle istanze civilizzatrici della società (empatia, cultura, conoscenza, femminizzazione) che superano i demoni della coscienza umana: predazione, violenza e istinto di sopraffazione.
La Chiesa contrasta la criminalità e restituisce alla donna un’immagine nuova

È un fatto che alcune esperienze religiose – come quelle musulmane – lasciano la donna in condizione di inferiorità e alla mercè dell’uomo. Per molto tempo questa è stata la condizione femminile all’interno delle organizzazioni criminali. Il loro futuro era stabilito, un futuro che non guardava agli interessi della persona, ma agli interessi dell’organizzazione rispetto alla quale si trovava in uno status di minorità. Da questo punto di vista le religioni in parte hanno concorso a creare quell’humus culturale che ha permesso alle associazioni di disporre delle donne a loro piacimento. “Questa visione” ha chiarito Gian Matteo Roggio “sta cambiando e le religioni oggi sono sensibili alla materia; infatti, a settembre durante il VII Congresso dei leader delle religioni mondiali in Kazakhistan “è stato ribadito che il compito della Chiesa è contrastare i fenomeni criminali, mafiosi e terroristici”. La consapevolezza di combattere queste realtà con le armi “deboli” della cultura passa attraverso un’immagine nuova della donna: non più in condizione di minorità ma una persona che vive la vita in perfetta uguaglianza tra i sessi; questa è la “carta” che le religioni possono offrire per combattere le organizzazioni criminali, un servizio rivolto all’intera comunità cercando un comune luogo di collaborazione.
Cristina Montagni
Presentazione Primo Osservatorio Digitale Europeo contro le molestie e violenze sul lavoro
La violenza di genere regolata da convenzioni ONU e UE, con l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile ratificata da 193 Stati delle Nazioni Unite, ribadisce l’impegno sul lavoro dignitoso, riduzione delle disuguaglianze, promozione della salute, benessere, eliminazione della violenza di genere e ogni forma di discriminazione. Per una sua piena applicazione è necessario accelerare su leggi, politiche, bilanci e istituzioni, per le quali si chiede un maggiore investimento sulle statistiche di genere poiché è disponibile meno della metà dei dati per monitorare il Goal 5.

Il 23 novembre presso la Camera dei deputati a Roma, l’associazione 6Libera.6come6 ha presentato il 1° Osservatorio Digitale Europeo contro le molestie e violenze sul lavoro. Ad aprire il convegno l’onorevole Carolina Varchi, capo gruppo della Commissione Giustizia della Camera dei deputati, la presidente dell’associazione 6Libera.6come6, avv. Dhebora Mirabelli e la criminologa Maria Pia Giulia Turiello, direttore del dipartimento Ricerca Business School Bocconi. Una giornata ricca di spunti accompagnata da magistrati e avvocati esperti che si sono confrontati con il mondo delle imprese per garantire alle vittime tutele, protezione ed affermare una cultura aziendale libera da discriminazioni, abusi, molestie e violenze.
Osservatorio Digitale Europeo contro le molestie e violenze sul lavoro
Un focus specifico nella giornata di studio per presentare il 1° Osservatorio Digitale Europeo contro le molestie e violenze sul lavoro che avrà il compito di tracciare un percorso nazionale osservando il sistema normativo insieme a iniziative di prevenzione e contrasto. L’indagine predisposta per il contesto italiano indicherà strategie e politiche rispetto al fenomeno, segnalando necessità, best practice e proporre potenziamenti sulla materia. L’approccio metodologico si avvale di ricerche sul campo e studi provenienti dalla letteratura esistente. Un corpus di documenti costituito da trattati, convenzioni, dichiarazioni internazionali ed europee che delineano il fenomeno e indicano quali sono le tutele per lavoratrici e lavoratori. Esperti in materia analizzeranno rapporti e dati provenienti da organismi internazionali, sindacati, istituzioni e società civile, unitamente ai contratti nazionali di lavoro, accordi fra le parti sociali e datoriali e codici etici adottati dal settore privato. Un lavoro complesso in cui verrà esaminata l’impostazione penale ed amministrativa che regola il fenomeno italiano. Lo studio prevede iniziative di prevenzione definite dalle parti sociali, istituzioni e società civile, insieme a protocolli di intesa, documenti delle reti territoriali e regionali nelle aree metropolitane. Durante l’indagine saranno disposti gruppi di discussione con aziende e interviste ad hoc a figure del sistema sindacale, datoriale, istituzionale e della società civile. Le inchieste – di tipo qualitativo – avranno un approccio ricognitivo rispetto alle iniziative prese dagli organismi consultati per trarre raccomandazioni su aspetti normativi sociali e culturali.

Impatto economico causato dalla violenza di genere
Violenze sessuali e molestie incidono sulle vittime in termini di benessere, salute psico-fisica, dignità, autostima e lavoro. La regolarità degli atti persecutori impatta a livello fisico e psicologico attraverso sentimenti di paura, vergogna, rabbia, disperazione, ansia, depressione, sonno, etc. Questi avvenimenti provocano nella vittima stress post-traumatici, che sarebbe più esposta a comportamenti suicidari. Ci sono anche azioni che si manifestano con sistematicità; molestie sul lavoro all’interno del contesto aziendale o soggetti esterni all’impresa che incidono sulla salute e benessere di altri individui; testimoni, colleghi, pazienti e clienti, familiari e amici delle vittime. In generale questi indicatori provocano elevati costi sociali che pesano sulla collettività, sui bilanci delle aziende per potenziali assenze dei lavoratori, aumento del turnover del personale, incremento dei costi di reclutamento, formazione, reputation aziendale, crescita dei premi assicurativi e costi in consulenze mediche, spese per assistenza e prestazioni sociali dovute al pre-pensionamento.
Uniformità negli strumenti di prevenzione
Lacunoso sotto il profilo legale è il fenomeno della violenza di genere nel mondo del lavoro. La difficoltà risiede nell’assenza di una definizione universale che contempli aspetti e declinazioni. La legislazione internazionale (OIL Convenzione n. 190 e raccomandazione n. 206) stabilisce forme di protezione rispetto alle tipologie di molestie e violenze sul lavoro. Tuttavia, la mancanza di una visione comune suggerisce scarsa chiarezza rispetto all’identificazione del fenomeno e predisposizione di strumenti per la prevenzione e contrasto dello stesso. Poco studiati sono anche i comportamenti violenti che si manifestano sul lavoro come il bossing, bullismo e mobbing. La normativa contempla alcune tipologie di lavoratori; migranti, lavoratrici domestiche o stagionali, ma ignora una quota di lavori cosiddetti emergenti nati con la Gig economy (sistema basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo) che non solo produce lavoro povero ma concepisce forme di occupazione on demand dove i lavoratori sono senza garanzie e tutele sociali. Questo tipo di occupazione – precario, non controllato e mal retribuito – espone gli occupati ad elevati rischi di abuso e molestia.
Prevenzione, formazione e sensibilizzazione le parole chiave contro la violenza
Statistiche europee affermano che l’Italia è al decimo posto per denunce sulla violenza; solo una denuncia su dieci viene dichiarata, mentre i paesi del nord europa si attestano in cima alla classifica. La violenza, subita nei luoghi di lavoro, è dovuta a squilibri interni all’impresa – posizione dominante di un soggetto – dove la gerarchia nei rapporti di potere produce discriminazioni nei ruoli pubblici e privati. Studi epidemiologici indicano che oltre 200mila persone ogni anno si tolgono la vita per cause di lavoro e 1 persona su 5 compie questo gesto per la mancanza di occupazione. La probabilità di togliersi la vita è 3,5 volte più alta nelle donne e riconducibile a una rottura dell’equilibrio psicofisico della persona che nel tempo sviluppa risposte sul piano somatico e psicologico. La parola chiave per contrastare la violenza è prevenzione. Ma è necessario anche affiancare la denuncia in forma anonima e indicare la presenza di un responsabile in grado di fornire report aggiornati per monitorare comportamenti scorretti in azienda. In generale piccole e medie imprese pensano sia efficace definire linee guida, investire in formazione per prevenire azioni discriminatorie all’interno degli spazi di lavoro.
Indeterminatezza della norma
Un inasprimento della pena non conduce ad una riduzione del fenomeno criminale; è provato che nell’ipotesi in cui il legislatore sia intervenuto nell’acuire il regime sanzionatorio, i risultati non hanno prodotto le risposte sperate. Questa indeterminatezza pone questioni di carattere costituzionale; quindi, se l’obiettivo del legislatore era migliorarla, in realtà interventi successivi l’hanno depauperata. Con la legge 69 del 2019 (Codice Rosso) vi è stato il tentativo di codificare nuove fattispecie aumentando le pene, ma fenomeni come vittimizzazione secondaria, violenza assistita e atti persecutori in famiglia rappresentano un vero allarme sociale. In sintesi, tutti gli operatori del settore sono chiamati ad intervenire con investimenti in formazione per mitigare gli elevati costi sociali.
Educare alla non violenza è un esercizio che si impara in famiglia
Il codice rosso è “macchiato di sangue” perché le violenze sono perpetrate in vari contesti sociali. Il nostro paese è culturalmente impreparato nonostante la normativa sulle tutele e diritti soggettivi è definita da associazioni europee all’avanguardia, di fatto però mal applicata. La donna che denuncia va protetta in strutture adeguate e la Convenzione di Istanbul – ratificata dall’Italia nel 2013 – spiega che in assenza di una denuncia, la donna deve essere tutelata. In conclusione, la parola d’ordine è sensibilizzare per una rinascita culturale partendo dalla famiglia, luogo deputato alla crescita nel rispetto dei valori e della libertà.
Composizione Osservatorio Digitale Europeo
Comitato scientifico di coordinamento della ricerca: giuristi, imprenditori, esperti di relazioni sindacali, medici del lavoro e dirigenti ONU: giudice Valerio de Gioia; avv. Massimo Rossi, avv. Francesco Mazza, criminologa Antonella Formicola, avv. Massimo Oreste Finotto, On. Carolina Varchi, Prof. Sandro Calvani, presidente Società Italiana Medicina del Lavoro Giovanna Spatari, imprenditore Pierantonio Invernizzi, imprenditrice Giulia Giuffré, esperta relazioni sindacali Elisabetta Fugazza.
Esperti alla promozione per la diffusione della ricerca presso aziende italiane: dott. Carmelo Aristia, d.ssa Anna Sciortino, d.ssa Laura Piccolo, dott. Jonathan Morello Ritter, on. Giuseppe Catania, d.ssa Rosellina Amoroso.












