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Allarme alla Quarta Conferenza Internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo: blocco di 420 miliardi di dollari per la parità di genere nei paesi in via di sviluppo

420 miliardi di dollari bloccano la parità di genere nei paesi in via di sviluppo, la carenza dei finanziamenti, gli scarsi sistemi di tracciamento e le cattive norme finanziarie stanno rallentando i progressi sulla parità di genere. UN Women intervenendo alla Quarta Conferenza Internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo, ha chiesto investimenti urgenti per colmare il divario e rispettare gli impegni in materia di parità.
Ogni anno si stima che i paesi in via di sviluppo non riceveranno i finanziamenti per raggiungere la parità nell’ambito degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG). Alla Conferenza Internazionale dal 30 giugno al 3 luglio 2015 in Spagna, UN Women ha adottato il Compromesso di Siviglia che riafferma l’impegno condiviso degli Stati membri per uno sviluppo inclusivo e sostenibile. Nonostante il contesto globale sia complicato, l’accordo rappresenta un passo verso il riconoscimento del ruolo della parità di genere nelle strategie di finanziamento. Il Fondo per lo Sviluppo rappresenta un’importante opportunità per dare impulso alla parità di genere, riconosciuta essenziale per lo sviluppo sostenibile e per economie forti e inclusive. Quello che occorre sono investimenti costanti e mirati, sbloccare le opportunità e garantire che nessuno venga lasciato indietro.
ONU sostiene un bilancio attento alla questioni di genere

L’ONU sollecita governi e istituzioni finanziarie ad investimenti duraturi che aiutino le donne e le ragazze bisognose. L’attuale gap mostra la carenza di risorse per i diritti e i servizi delle donne e segnala l’urgenza che governi e istituzioni riallochino le risorse di conseguenza. Una parte importante dei finanziamenti globali ignora i Paesi poveri, dove vive la maggioranza delle donne a basso reddito e dove questi investimenti sono più urgenti. Nonostante si registri la crescente diffusione di un bilancio attento alle questioni di genere, solo un paese su quattro dispone di sistemi per monitorare che i fondi pubblici vengano distribuiti per la parità di genere. Senza queste informazioni, è impossibile pianificare, redigere un bilancio e raggiungere gli obiettivi di sviluppo nazionale.
“Non possiamo colmare il divario di genere con bilanci che non riflettono la reale situazione finanziaria”, ha affermato Nyaradzayi Gumbonzvanda, Vicedirettrice Esecutiva di UN Women. “I governi devono sostenere gli impegni con investimenti concreti, monitorare come vengono spesi i fondi e valutare i risultati. La parità deve passare dai bilanci al cuore delle politiche pubbliche. Sono necessarie riforme e una leadership che consideri le donne non un costo, ma un investimento futuro“.
Raccomandazioni UN WOMEN al rispetto dell’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile

- Espandere e potenziare l’uso di un bilancio attento alle questioni di genere per garantire che le priorità nazionali siano in linea con gli obiettivi di parità di genere. Ciò garantisce che i finanziamenti siano destinati per soddisfare i bisogni e i diritti di donne e ragazze in tutti i settori. I paesi devono rafforzare le proprie istituzioni e avere la volontà politica per attuare e monitorare questi bilanci;
- Implementare l’alleggerimento del debito, regole di finanziamento globale eque e una riforma fiscale progressista, attenta alle questioni di genere. Queste misure sono necessarie per porre fine all’austerità e ottenere entrate necessarie per gli investimenti pubblici in servizi essenziali come sanità, istruzione e assistenza.
- Riequilibrare la spesa pubblica per rispondere agli obiettivi di sviluppo umano a lungo termine, tra cui l’uguaglianza di genere, la costruzione della pace e lo sviluppo sociale inclusivo.
- Investire in sistemi di assistenza pubblica come l’assistenza all’infanzia e agli anziani, infrastrutture essenziali che consentono piena partecipazione delle donne nel mondo del lavoro e nella società. Investire il 10% del reddito nazionale nei servizi di assistenza ridurrebbe la povertà, aumenterebbe il reddito familiare e creerebbe milioni di posti di lavoro dignitosi.
UN Women sottolinea infine che la continua carenza di investimenti sta rallentando i progressi in materia di parità, la realizzazione dei diritti, l’emancipazione di donne e ragazze dell’Agenda 2030 e della Piattaforma d’azione di Pechino. Alla 4 Conferenza Internazionale l’Ente delle Nazioni Unite esorta i leader mondiali a coniugare gli impegni politici con i finanziamenti duraturi, trasparenti e responsabili necessari per colmare il gap di 420 miliardi di dollari e mantenere le promesse fatte a metà della popolazione mondiale.
Cristina Montagni
Martina Rogato: intervista alla Presidente di Human Rights International Corner (HRIC)

Docente all’LUMSA, 24h Business School, Temple University e co-fondatrice di Young Women Network è impegnata nella Due Diligence sui Diritti Umani, Diversità e Sostenibilità. Per Start Up Italia è una delle 100 donne che stanno cambiando l’Italia, nel 2020 è tra le 1000 change-maker internazionali scelte da Papa Francesco per ridisegnare una nuova economia sostenibile.
Presidente di Human Rights International Corner, Martina Rogato dal 2019 è membro di Women20 Italia, gruppo ufficiale del G20 sulla parità di genere. Nel 2020 è nominata Sherpa e portavoce per la presidenza italiana del G20, e dal 2022 è Gender Advisor di Women7 (G7). Nel 2023 viene nominata Co-Presidente per la presidenza italiana del G7 2024.
Mentre si è chiuso il 17 giugno 2025 in Canada il vertice dei leader del G7, le Women’s 7 (W7) hanno espresso delusione per la mancanza di progressi su priorità chiave individuate in difesa dei diritti, democrazia e pace.

Abbiamo intervistato Martina Rogato per approfondire questioni legate alla capacità dell’ONU di rafforzare la propria indipendenza economico-finanziaria, unitamente al potere della società civile di incidere all’interno del sistema mondiale. Quale membro del gruppo G20 sulla parità di genere, abbiamo raccolto alcune riflessioni sui temi del lavoro, clima, giustizia sociale e ambientale, insieme alla necessità di potenziare l’impegno dei gruppi women7 per fornire raccomandazioni ai leader e ai funzionari del G7.
Quali implicazioni derivano dal recente taglio dei fondi al clima, alle pari opportunità, alla diversity e cosa succederà alle agenzie attive nei progetti di sviluppo?
Tagliare fondi a clima e pari opportunità vuol dire lasciare indietro le persone più vulnerabili. Le agenzie che lavorano nei contesti più fragili, spesso già sottoposte a mille vincoli burocratici, rischiano la paralisi. E se si fermano loro, si ferma lo sviluppo sostenibile. Serve una risposta politica forte, un investimento europeo e multilaterale che protegga i pilastri dell’Agenda 2030.
L’ONU oggi sembra essere depotenziato. Qual è la sua opinione in merito e quale strategia sarebbe opportuna per rivitalizzarlo?
Se vogliamo un sistema multilaterale capace di incidere, è essenziale superare il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza, oggi spesso ostacolo all’azione internazionale nei contesti di crisi. Allo stesso tempo, occorre rafforzare il ruolo di “attori” regionali come l’Unione Europea e l’Unione Africana, e garantire all’ONU un’indipendenza finanziaria solida, che ne preservi l’autonomia e la capacità di intervenire senza condizionamenti.
La società civile ha un peso all’interno di questo complesso sistema mondiale?
Sì, e va rafforzato. La società civile è spesso l’unica voce che rappresenta chi non ha voce: attiviste, comunità locali, popoli indigeni. Ma perché pesi davvero, servono spazi stabili di partecipazione, finanziamenti adeguati e protezione per chi difende i diritti. Serve anche sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della criminalizzazione di chi si occupa di eco-attivismo. Oggi chi difende i diritti è sotto attacco, e invece il dissenso pacifico dovrebbe essere sempre tutelato.
All’interno del G7 esiste un modo per monitorare e controllare le decisioni politiche degli Stati?
I gruppi ufficiali di engagement come il Women7 o il Civil7 svolgono un ruolo importante di pressione e proposta per i Leader G7, ma non hanno strumenti vincolanti. Quello che serve è introdurre meccanismi di accountability permanente, pubblicare report indipendenti, e rafforzare il ruolo di monitoraggio della società civile. Altrimenti i vertici rischiano di restare autoreferenziali.
L’Unione Europea quale postura dovrebbe assumere rispetto al tema di giustizia sociale e sostenibilità ambientale?

L’Europa può e deve fare la scelta più difficile: rilanciare una leadership responsabile e visionaria, capace di puntare sul dialogo, il multilateralismo, la pace e la democrazia. Serve una postura chiara e coraggiosa, che metta al centro la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale, non come comparti separati, ma come pilastri inscindibili di una transizione giusta. L’UE deve investire in diplomazia climatica, costruire un’alleanza verde e sociale tra Stati progressisti, difendere la propria autonomia strategica senza chiudersi in sé stessa. Sostenere le imprese che innovano è fondamentale, ma occorre anche chiedere conto a chi viola diritti e ambiente: questi ultimi non possono essere merce di scambio. Serve coraggio politico. Serve rimettere i diritti umani al centro della politica estera europea, non come una postilla, ma come bussola.
Se parliamo di democrazia e giustizia, non possiamo ignorare i temi del lavoro svolto dalle aziende rispetto all’estrazione di minerali in diverse aree del mondo. Esiste un rapporto tra violazione dei diritti umani e giustizia riparatrice delle persone?
Assolutamente sì. I danni causati dalle filiere non etiche non si cancellano con un report di sostenibilità. Serve giustizia riparativa, accesso ai rimedi, responsabilità diretta delle imprese. La Direttiva europea sulla Due Diligence è un passo importante. Ma senza l’obbligo per le imprese di prevenire e rimediare concretamente alle violazioni, parliamo solo di buone intenzioni. E intanto le comunità continuano a pagarne il prezzo.
Cristina Montagni
Il DELITTO DI FEMMINICIDIO ENTRA NEL CODICE PENALE
Il 7 marzo 2025 il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della giustizia Carlo Nordio, del Ministro degli interni Matteo Piantedosi, del Ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella e del Ministro per le riforme istituzionali e la semplificazione normativa Maria Elisabetta Alberti Casellati, introduce il delitto di femminicidio e altri interventi normativi per il contrasto alla violenza nei confronti delle donne e per la tutela delle vittime.

Il Consiglio dei Ministri, ha così approvato il 7 marzo scorso un disegno di legge che introduce il delitto di femminicidio e altri interventi normativi per il contrasto alla violenza nei confronti delle donne e per la tutela delle vittime. Il testo è un intervento ampio e sistematico per rispondere alle esigenze di tutela contro l’attuale e drammatico fenomeno sulle manifestazioni di prevaricazione e violenza commesse nei confronti delle donne.
In tale scenario si inserisce una nuova fattispecie penale di “femminicidio” che, per l’estrema urgenza criminologica e per la particolare struttura di reato, viene sanzionata con la pena dell’ergastolo. Si prevede venga punito con questa pena “chiunque cagioni la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna o per reprimere l’esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà o, comunque, l’espressione della sua personalità”. In linea con tale intervento, le stesse circostanze di reato sono introdotte quali aggravanti per i delitti più tipici di codice rosso e con la previsione di un aumento delle pene previste di almeno un terzo e fino alla metà o a due terzi, a seconda del delitto.
Il testo prevede inoltre:
- l’audizione obbligatoria della persona offesa da parte del pubblico ministero, non delegabile alla polizia giudiziaria, nei casi di codice rosso;
- introduce specifici obblighi informativi in favore dei prossimi congiunti della vittima di femminicidio;
- prevede il parere, non vincolante, della vittima in caso di patteggiamento per reati da codice rosso e connessi obblighi informativi e onere motivazionale del giudice;
- nei casi in cui sussistano esigenze cautelari, prevede l’applicazione all’imputato della misura della custodia cautelare in carcere o degli arresti domiciliari;
- interviene sui benefici penitenziari per autori di reati da codice rosso;
- introduce, in favore delle vittime di reati da codice rosso, il diritto di essere avvisate anche dell’uscita dal carcere dell’autore condannato, a seguito di concessione di misure premiali;
- rafforza gli obblighi formativi dei magistrati, previsti dall’art. 6, comma 2, della legge n. 168 del 2023;
- estende nella fase dell’esecuzione della condanna al risarcimento il regime di favore in tema di prenotazione a debito previsto per i danneggiati dai fatti di omicidio “codice rosso” e di femminicidio;
- introduce una disposizione di coordinamento che prevede l’estensione al nuovo articolo 577-bis dei richiami all’articolo 575 contenuti nel codice penale.
L’intervento – di particolare rilevanza – rientra nel quadro degli obblighi assunti dall’Italia con la ratifica della Convenzione di Istanbul e in sintonia con le linee operative disegnate dalla nuova direttiva (UE) 1385/2024 in materia di violenza contro le donne, nonché delle direttive in materia di tutela delle vittime di reato.
Cristina Montagni
Violenza sulle donne: rappresentazione degli abusi con la tecnica del fotogiornalismo
Si è conclusa a Roma il 22 novembre – nello spazio Esperienza Europa – David Sassoli, la mostra fotografica di Stefania Prandi “Rinate – Oltre il femminicidio”, un progetto dell’associazione REA-ReAgire in collaborazione con Fondazione Vodafone, Fondazione Media Literacy e l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia.
Hanno partecipato all’evento Pina Picierno – Vicepresidente del Parlamento europeo, Carlo Corazza – direttore dell’Ufficio del Parlamento Europeo in Italia, Lina Gálvez Muñoz – membro della commissione per i diritti delle donne e l’uguaglianza di genere del Parlamento Europeo, Silvia Belloni – Presidente REA-ReAgire alla Violenza, Lucia Zaietta – Segretaria generale della Fondazione Vodafone, Lidia Gattini – Fondazione Media Literacy e la fotografa Stefania Prandi che ha portato le testimonianze di Azadeh e giovani reporter della rete di scuole coinvolte nel progetto.

Con la tecnica del fotogiornalismo si è ripercorso il vissuto di quattro donne sopravvissute alla violenza: Azadeh, Beatrice, Laura, Marina. Un racconto potente che attraverso ritratti, foto e racconti, è stato possibile ricostruire i meccanismi della violenza maschile.
Durante la giornata sono stati presentati anche i risultati del progetto rivolto alle scuole, durante il quale le protagoniste degli scatti hanno dialogato con più di 500 ragazzi e ragazze, e grazie alla loro testimonianza hanno narrato il proprio vissuto ai più giovani. Nel corso degli incontri, nelle scuole è stata realizzata un’indagine, grazie a questionari e interviste tenuti da giovani reporter che fanno parte della rete delle redazioni scolastiche della Fondazione Media Literacy. Le redazioni radiofoniche hanno poi prodotto podcast e articoli di giornale per sensibilizzare sul tema della violenza di genere.
Pina Picierno ha affermato che “la violenza sulle donne rappresenta una questione antica che si alimenta di una mentalità secondo cui le donne sono inferiori agli uomini. Questa mentalità porta al senso di possesso e si trasforma in violenza. In Europa, ogni 6 ore una donna è vittima di violenza da parte di uomini: una strage quotidiana. Questi numeri parlano di ognuna di noi che direttamente o indirettamente abbia avuto un esperienza di violenza. È necessario fermare la cultura che alimenta questa violenza, che ha un nome preciso, si chiama patriarcato. A ogni studente, ragazzo e uomo voglio ribadire un concetto essenziale e inconfutabile: ogni atto sessuale privo di consenso è sempre e comunque uno stupro”.

70% del campione, i giovani non hanno ricevuto strumenti necessari per gestire il rispetto tra generi diversi. Giudizio espresso dal 90% delle ragazze e dei ragazzi, che sostengono sia necessario introdurre l’educazione di genere nelle ore di insegnamento a scuola
Indagine “Rinate – Oltre il femminicidio”
Per il 70% degli intervistati, i giovani non hanno ricevuto strumenti necessari per gestire il rispetto tra generi diversi, sentita perlopiù dal 90% delle ragazze e dei ragazzi, che sostengono sia necessario introdurre l’educazione di genere nelle ore di insegnamento a scuola. Dall’analisi emerge che circa il 75% degli studenti intervistati ritiene sia necessario un maggiore impegno per migliorare la situazione in questo ambito. Proseguendo nell’analisi si capisce che solo il 10% delle intervistate ha dichiarato di essere stata vittima di relazioni possessive con il proprio compagno e il 15% sostiene di aver ricevuto “divieti” a frequentare posti o persone o avere comportamenti giudicati “frivoli” da parte dei partner. Rispetto al consenso e gelosia, il 75% delle ragazze e dei ragazzi considerano il consenso all’interno di una relazione importante o molto importante. L’85% ritiene che il sentimento della gelosia possa essere un fattore positivo o negativo a seconda della situazione, solo il 13% pensa sia negativo. Numerose testimonianze di giovani hanno raccontato episodi di violenza, molestia, contatti non richiesti e non graditi. La maggior parte delle molestie riguarda catcalling e contatti non desiderati da parte di sconosciuti che sono fonte di disagio e turbamento, ma anche casi di violenza sessuale grave, soprattutto in considerazione del fatto che si tratta di minori.
Cristina Montagni
World Food Day 2024. Fame zero nel 2030 una speranza che rischia di naufragare
“Diritto al cibo per una vita migliore e un futuro migliore”: il tema della 45esima Giornata Mondiale dell’Alimentazione, World Food Day 2024 che ogni anno mira a sensibilizzare l’opinione pubblica su una delle sfide più urgenti del nostro tempo: garantire un accesso equo e sostenibile di cibo per tutti. Cibo sta per nutrizione, sicurezza, diversità di cibi nutrienti, economici, sicuri e dovrebbe essere disponibile nei nostri campi, nei mercati e sulle nostre tavole.

Nel mondo gli agricoltori producono cibo in quantità sufficiente per soddisfare la popolazione mondiale, tuttavia la fame persiste. L’alimentazione è al terzo posto come bisogno umano dopo l’aria e l’acqua e tutti dovrebbero avere diritto a scorte alimentari sane, che al pari dei diritti umani, vita, libertà, lavoro e istruzione sono riconosciuti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e da due patti internazionali giuridicamente vincolanti.
Obiettivo 2 dell’agenda 2030 rischia di sfumare
Attualmente nel mondo ci sono 733 milioni di persone in condizioni di sofferenza per mancanza di cibo per via di sistemi agroalimentari vulnerabili, disastri e crisi, relativi agli impatti del cambiamento climatico che producono inquinamento, degrado del suolo, acqua, aria, contribuendo alle emissioni di gas serra e alla perdita di biodiversità. Se si trasformano i sistemi agroalimentari, c’è un grande potenziale per mitigare il cambiamento climatico e supportare mezzi di sussistenza pacifici, resilienti e inclusivi per tutti. Incertezza e instabilità colpisce poveri e famiglie agricole, determina un aumento delle disuguaglianze tra i paesi e all’interno di essi.
Crisi alimentare nel mondo
Oltre 3,1 miliardi di individui sulla terra non possono permettersi una dieta sana, soffrono di malnutrizione con importanti conseguenze per la salute. Le diete non sane sono fonte di denutrizione, carenze di micronutrienti, obesità, risiedono nella maggior parte dei paesi e attraversano le classi socio-economiche. Le persone vulnerabili sono spesso costrette a scegliere alimenti di base o cibi meno costosi, mentre altri soffrono per l’indisponibilità di cibi freschi, per la mancanza di informazioni adeguate e spesso non sanno cosa sia una dieta sana e bilanciata.
In Italia la povertà è un fenomeno strutturale
L’economista Andrea Segrè – relatore nella Giornata mondiale dell’Alimentazione 2024 – ha confermato la crescita costante dell’impoverimento alimentare in Italia con un indice di povertà assoluta che nell’ultimo anno è passata dal 7,7 all’8,5% e coinvolge 5,7 milioni di cittadini italiani. Il dato cresce fra le famiglie straniere dal 28,9% al 30,8%, e sale al 21% per le coppie con 3 o più figli, colpendo nuclei monoparentali con un figlio minore per il 13,3%. Fra gli indicatori di rilievo emerge la crescita dei prezzi che hanno generato nelle famiglie più fragili una riduzione del 2,5% nella spesa reale (Fonte ISTAT). Le persone vulnerabili sono costrette a consumare alimenti di base o prodotti a buon mercato, spesso malsani. Questo impoverimento porta 1 italiano su 3 a scegliere prodotti in scadenza o esteticamente poco attraenti, 1 italiano su 2 acquista online, 1 italiano su 4 tenta l’auto-produzione e 1 italiano su 3 compra al discount. L’indice d’insicurezza alimentare che misura il livello di accesso delle persone a un cibo adeguato e nutriente, conferma che il numero degli individui per mancanza di cibo e una corretta alimentazione tocca il 26% nel Sud rispetto al Nord, mentre il Centro mostra un picco del 280% nel ceto popolare rispetto alla media nazionale. Ad aggravare la situazione non c’è solo la disoccupazione, ma una crescita sostenuta del “lavoro povero”: lavori precari, a nero e bassi salari, che non garantiscono sicurezza finanziaria, mentre la povertà di genere colpisce le donne che percepiscono pensioni inferiori del 27% rispetto agli uomini.
Cristina Montagni
Dal rapporto di Genere 2024: ONU al Summit del futuro chiede azioni tempestive per colmare i divari di genere
Quest’anno segna una svolta per gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, mancano sei anni al 2030 ma i progressi appaiono molto lenti, soprattutto rispetto all’uguaglianza di genere. Il Summit del futuro del 22-23 settembre a New York, insieme al trentesimo anniversario della Dichiarazione di Pechino e della Piattaforma d’azione, offrono opportunità per implementare soluzioni con risorse adeguate e tempistiche definite in ogni paese.

Le Nazioni Unite hanno identificato alcuni percorsi d’investimento attraverso sei transizioni nell’ambito dei sistemi alimentari, accesso all’energia, connettività digitale, istruzione, lavoro e protezione sociale, cambiamenti climatici, biodiversità e inquinamento. Queste direttrici – se attuate – possono stimolare le donne alla partecipazione paritaria e al processo decisionale di pace e sicurezza.
Aree d’intervento per promuovere l’empowerment femminile
Sistemi alimentari

Le donne svolgono ruoli centrali nei sistemi alimentari come produttrici, lavoratrici, distributrici, consumatrici e sostegno alla sicurezza nutrizionale delle famiglie. Nella produzione agricola affrontano però condizioni difficili a causa delle disuguaglianze di genere e norme discriminatorie. La produttività delle aziende agricole gestite da donne è inferiore al 24% rispetto a quelle gestite da uomini per stesse dimensioni. Questi fattori contribuiscono a elevati tassi di povertà e insicurezza alimentare delle donne.
Accesso all’energia
L’energia è un settore storicamente dominato dagli uomini e le donne sono sottorappresentate nell’occupazione e nella leadership. Gli uomini ricoprono posizioni tecniche e dirigenziali, mentre le donne occupano ruoli amministrativi e di segreteria con scarso potere decisionale; infatti, nel 2024 coprivano il 23% delle posizioni ministeriali, solo il 12% era responsabile in energia, risorse naturali, combustibili ed estrazione mineraria.
Connettività digitale
Le tecnologie digitali stanno aumentando vertiginosamente; il settore offre ampi spazi per il suo effetto moltiplicatore ma pone interrogativi per l’emancipazione femminile. La digitalizzazione fornisce alle donne prospettive educative, occupazionali e commerciali, controllo sui redditi, salute, spazi per connettersi e amplificare le loro voci. Allo stesso tempo, l’intelligenza artificiale aumenta i rischi di violenza contro le donne facilitata da questi sistemi. Se la questione non viene affrontata, il gap di genere nell’uso di Internet potrebbe pesare nei paesi a basso e medio reddito circa 500 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Il Patto per il futuro ha quindi espresso preoccupazioni per il crescente divario digitale e chiede di affrontare i rischi dell’IA abbattendo le barriere alla partecipazione e alla leadership di donne nella scienza, tecnologia e innovazione.
Istruzione
Il legame tra istruzione e uguaglianza di genere è un fattore consolidato. Tuttavia, i numeri ci dicono che a livello globale 119,3 milioni di ragazze sono fuori dal sistema scolastico e il 39% non termina la scuola secondaria superiore. I costi in termini di perdite d’istruzione sono elevati e le organizzazioni internazionali stimano che entro il 2030 i costi annuali per mancate competenze di base supereranno i 10 trilioni di dollari, più del PIL della Francia e Giappone insieme. Politiche in grado di considerare le differenze di genere – riduzione dei costi scolastici, trasferimenti di denaro alle famiglie per sostenere l’istruzione delle giovani donne, misure preventive per la violenza di genere, introduzione dell’educazione sessuale, corpo docente equilibrato dal punto di vista di genere – sono le priorità per raggiungere un’istruzione universale, ridurre i tassi di abbandono scolastico e aumentare le competenze delle giovani generazioni.
Lavoro e protezione sociale
Modernizzare i sistemi di protezione sociale può contribuire a sradicare la povertà e spezzare il circolo vizioso del lavoro informale e i bassi salari. Globalmente nel 2022 il 63% delle donne era impegnato nella forza lavoro, contro il 92% degli uomini. Scarsi i cambiamenti negli ultimi 20 anni, infatti il gap retributivo di genere vede le donne guadagnare il 20% in meno rispetto ai colleghi maschi. Quindi sistemi di protezione sociale sono fondamentali per ridurre la povertà e raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Nel 2023 metà della popolazione mondiale (53%) aveva un sistema di protezione sociale, recentemente osservatori internazionali hanno stimato che 2 miliardi di donne non hanno alcuna protezione. Da poco organizzazioni delle Nazioni Unite, istituzioni finanziarie internazionali, banche pubbliche, partner sociali, società civile e settore privato hanno avviato un’iniziativa mirata per creare 400 milioni di posti di lavoro dignitosi nelle economie verdi, digitale e assistenziale, ed estendere la protezione sociale a 4 miliardi di persone attualmente escluse.
Cambiamenti climatici, biodiversità e inquinamento
Le disuguaglianze di genere rendono le donne vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento. Questi fattori sono una minaccia per il benessere, limita il loro potere decisionale e opportunità di contribuire all’adattamento del clima e alla giusta transizione energetica ed economica. In tale contesto 158 milioni di donne entro il 2050 potrebbero trovarsi in povertà estrema, dove metà degli abitanti risiedono nell’Africa subsahariana con la previsione che in futuro 236 milioni di donne potrebbero sperimentare l’insicurezza alimentare. Di fronte a queste incertezze, sono state fissate 4 azioni per arrivare ad un mondo più equo e sostenibile: riconoscere i diritti, il lavoro e le conoscenze delle donne, compresa la competenza nella difesa degli ecosistemi e nella pratica di un’agricoltura sostenibile. Investire nella protezione sociale per aumentare la resilienza delle donne agli impatti climatici e sostenere le transizioni di genere verso modelli sostenibili. Ascoltare le donne nei processi decisionali in materia ambientale, che si tratti di movimenti sociali, ministeri o delegazioni internazionali per colmare il divario tra le richieste di azioni per il clima e le risposte dei governi. Affrontare le ingiustizie storiche dei paesi cancellando il debito insostenibile rispettando gli impegni finanziari per il clima con risorse mirate alle perdite e danni.

The Gender Snapshot 2024
Tutte le questioni descritte sono state anticipate dall’ONU durante la presentazione del Progress on the Sustainable Development Goals: The Gender Snapshot 2024, dove oltre a sottolineare i progressi sull’emancipazione femminile, ha sollevato un’altra realtà e cioè che nessuno dei sotto-indicatori dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile 5 (uguaglianza di genere) è stato raggiunto. Secondo il rapporto, la parità di genere nei parlamenti è realizzabile non prima del 2063 e ci vorranno 137 anni per eliminare la povertà, dove ricordiamo che ancora 1 ragazza su 5 è sposa bambina. Dunque, ai rappresentanti del Summit del futuro, si sottolinea la necessità di impegnarsi per un nuovo consenso internazionale in grado di promuovere l’emancipazione e i diritti delle donne e ragazze. Infine, lo studio indica alcune raccomandazioni per eliminare le disuguaglianze nei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile; quello che ad esempio attiene alla riforma legale, sottolineando che i paesi che hanno adottato una legge contro gli abusi domestici registrano bassi tassi di violenza; il 9,5% rispetto al 16,1% dei paesi che ne sono privi.
“I costi dell’inattività sulla parità di genere sono enormi, è “possibile realizzare l’Agenda 2030 solo se c’è piena partecipazione di donne e ragazze in ogni parte della società”, ha affermato Li Junhua, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari economici e sociali. Le soluzioni ci sono. Investire nella popolazione femminile per creare comunità e famiglie resilienti, implementare politiche per la protezione sociale e ridurre la povertà estrema di 115 milioni di donne entro il 2050. Colmare il gap di genere in agricoltura e nei salari potrebbe aumentare i loro redditi, generando un aumento del PIL globale di 1 trilione di $. Infine, accrescere le risorse in assistenza e infrastrutture potrebbe creare 300 milioni di nuovi posti di lavoro dignitosi a basse emissioni di carbonio.
Cristina Montagni
Master Universitario in Relazioni internazionali: Crisi Globali, Leadership, Diritti Umani e Tecnologia
La Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI) e l’Università degli Studi di Roma “Unitelma Sapienza” (Unitelma Sapienza), Dipartimento di Scienze Giuridiche ed Economiche, organizzano il Master Universitario di I livello in Relazioni Internazionali: Crisi Globali, Leadership, Diritti Umani e Tecnologia.

Il Master è aperto a laureati di tutte le discipline, dirigenti e funzionari della Pubblica Amministrazione civile e militare, funzionari di Ambasciate, dirigenti e funzionari del settore privato. Si richiede una laurea triennale e una buona conoscenza della lingua inglese.
Le lezioni si terranno in modalità ibrida dal 24 ottobre 2024 al 28 marzo 2025, il giovedì e il venerdì dalle 9.00 alle 13.00.
L’obiettivo del Master è studiare le dinamiche delle relazioni internazionali, sviluppare competenze nella gestione delle relazioni internazionali, analizzare il ruolo e l’impatto delle nuove tecnologie e della comunicazione digitale nelle relazioni internazionali, acquisire capacità di leadership, analisi e azione interdisciplinare nella trattazione delle sfide globali, nonché esplorare i diversi settori di applicazione dell’azione diplomatica.
Moduli del programma
Il programma, suddiviso in tre moduli e quattro seminari specialistici, consente di approfondire le dinamiche dei rapporti tra Stati, con una particolare attenzione alla protezione dei diritti umani; sviluppare abilità avanzate nella gestione delle relazioni internazionali esplorando i diversi settori di applicazione dell’azione diplomatica; esaminare il ruolo delle nuove tecnologie e della comunicazione digitale; acquisire capacità di leadership, analisi e azione interdisciplinare per affrontare le sfide globali contemporanee.
A completamento del percorso formativo i laureati seguiranno un periodo di tirocinio curriculare presso Istituzioni internazionali, Amministrazioni ed Enti pubblici, Associazioni private e imprese.
I partecipanti al Master sosterranno interviste individuali con i funzionari dell’Ufficio Formazione della SIOI, finalizzate all’individuazione dell’area di interesse per lo svolgimento del tirocinio. Su richiesta del candidato la Direzione del Master può accordare che lo svolgimento del tirocinio venga equiparato ad altra attività formativa avente valore professionalizzante o attività lavorativa in essere. Sarà infine distribuita una lista di Enti convenzionati con la SIOI disponibili ad accogliere tirocinanti.
Percorso formativo
La durata del percorso formativo è di 1500 ore per 60 CFU complessivi e comprende l’elaborazione di un project work finale. I laureati avranno l’opportunità di mettere in pratica le conoscenze acquisite con un periodo di tirocinio curriculare presso Istituzioni internazionali, Amministrazioni e Enti pubblici, Associazioni private e Imprese.
Sono previste agevolazioni sulla quota di partecipazione per gli Alumni SIOI, i soci della SIOI, gli associati del MSOI, i possessori della Lazio YOUth Card e i funzionari della Pubblica Amministrazione.
Per ulteriori informazioni chiamare l’Ufficio Formazione della SIOI all’indirizzo email formint@sioi.org o al numero 06 6920781.
Cristina Montagni




