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Salute emotiva e psicologica a rischio giovani e donne. Indagine pilota delle associazioni Gasp e ARCLazio

Il tempo complesso e confuso del coronavirus è un mondo che sta cambiando le persone e la collettività. Le associazioni a promozione Sociale Gasp e ARCLazio al fine di programmare interventi a sostegno dei singoli, giovani, adulti e famiglie hanno svolto sul territorio di Bracciano e comuni limitrofi, un’indagine socio-psicologica pilota per analizzare gli effetti sulla qualità della vita prima e dopo pandemia.

L’analisi condotta tra marzo e aprile 2021, traccia un bilancio sugli effetti correlati alla pandemia e nello specifico durante i periodi di lockdown. Per cogliere i bisogni delle comunità è stato somministrato un questionario in forma anonima, utilizzando la piattaforma Googleworks.

Metodo e campione statistico

L’indagine per sesso ed età è stata elaborata su un campione di 75 individui: 38 maschi, 36 femmine e 1 individuo di genere binario (identità non corrispondente né al genere maschile né al genere femminile) considerando la popolazione fra i 16 ed i 71 anni. Fatte 100 le classi rappresentate, alle interviste anonime hanno risposto il 21% di adolescenti (16-20 anni), il 31% di giovani adulti (21-30 anni), il 33% di adulti (31-50 anni) e il 15% degli adulti tra i 51 e i 71 anni. Scopo dello studio era individuare il disturbo emotivo-psicologico, il malessere vissuto a seguito delle limitazioni e i cambiamenti di vita quotidiana inferti dalla pandemia. Per lo studio sono stati presi in esame i pesi percentuali considerando 3 tre scale di valore: 0-4 (influenza minore), 5-7 (influenza media), 8-10 (influenza maggiore).

Indagine pilota e risultati sul territorio di Bracciano

Dall’indagine emerge che isolamento e limitazioni della libertà hanno contribuito ad aumentare il malessere e le difficoltà nell’ambito familiare soprattutto riguardo alla comunicazione e alla relazione tra gli stessi membri. Questo stato d’animo è condiviso dall’82% dei giovani 21-30 anni, mentre il 62% degli intervistati (16 – 20 anni) hanno risposto all’impatto psicologico con valori massimi compresi tra 5 e 10. Le sofferenze dovute alle limitazioni e/o impedimenti nelle relazioni sociali sono state avvertite dal 91% dei giovani 21 – 30 anni, mentre il vissuto per la mancanza di contatto fisico ha coinvolto il 94% degli adolescenti 16 – 20 anni e dal 70% dei giovani adulti 21 – 30 anni. L’analisi sottolinea che chi ha vissuto di più la condizione relativa al malessere affettivo si è concentrata per il 65% nella fascia 21 – 30 anni, a seguire gli adolescenti 16 – 20 anni con il 63%. Inoltre, le sofferenze relative alla mancanza di condivisione sociale hanno descritto un’impennata dell’88% tra gli adolescenti 16-20 anni e dell’83% tra i 21- 30 anni. Infine, ansia, depressione, nervosismo, solitudine, scarsa concentrazione, insonnia, angoscia e paura sono i sentimenti emotivi più vissuti e le età più coinvolte dal campione hanno rivelato una concentrazione fra i 16 ai 20 anni e fra i 21 a 30 anni.

Disaggregando le frequenze per genere, la componente femminile ha dichiarato evidenti reazioni psicosomatiche e tale condizione ha coinvolto la fascia 16 – 20 anni; il 63% afferma di soffrire di isolamento, il 75% stanchezza, il 50% ansia e nervosismo tra gli individui 21 – 30 anni, l’82% vive l’ansia, il 73% nervosismo ed isolamento, il 64% depressione e solitudine. In aggiunta la componente femminile tra i 31 – 50 anni ha dichiarato nel 62% dei casi di provare ansia, soffrire di isolamento (46%) e nervosismo (31%). Infine, per la fascia di età (51-71 anni) sono emersi condizioni di insonnia (63%), ansia e stanchezza (50%), nervosismo (38%) e depressione (25%). Rispetto alle condizioni precedenti, queste situazioni hanno indotto il 50% delle donne (21-30 e 31-50 anni) ad assumere farmaci, mentre chi è ricorso al sostegno psicologico sono state soprattutto donne (50%) nella fascia di età 21-30 anni.

Conclusioni dell’indagine

Dai risultati dello studio è emerso che sul territorio laziale di Bracciano la fascia più fragile si concentra nei giovani adulti 21 – 30 anni che insieme alla componente femminile abbraccia tutte le età del campione. In conclusione, la maggior parte degli studi hanno sostenuto che il vissuto di ognuno, angoscia della solitudine, separazioni, malattia e perdita dell’identità sociale hanno contribuito ad accrescere i disturbi alimentari, le violenze domestiche sulle donne e minori, senza contare i rischi correlati all’aumento futuro delle dipendenze patologiche, incremento dei suicidi dovuti ad una diagnosi di positività al coronavirus o difficoltà dovute alla perdita del lavoro. Inoltre, la difficile condizione di vita imposta dalla pandemia sta facendo emergere disturbi post-traumatici da stress (PTSD) negli adolescenti, nei giovani e nel genere femminile come descritto nella ricerca descritta.

Il futuro – chiusa la parentesi coronavirus – impone a tutti noi una rielaborazione della perdita di socialità e degli affetti facendo riemergere le personali e sociali risorse che l’essere umano possiede per un’innata predisposizione. In questa esperienza di isolamento e distanziamento sociale, la solidarietà non basta, sono necessarie le competenze e le responsabilità delle Istituzioni che insieme alle associazioni presenti nel territorio possono intervenire efficacemente nell’infondere una fiducia interpersonale e collettiva nei contesti sociali di appartenenza.

Maria Zampiron

Psicologa-Psicoterapeuta

Ordine degli Psicologi della Regione Lazio

Stereotipi di genere in condizioni di stress sociale e individuale: Italia e Turchia a confronto

Il Consiglio Nazionale delle ricerche tra marzo e luglio 2020 ha condotto due importanti indagini nazionali tra Italia e Turchia per cogliere le differenti reazioni indotte dagli stereotipi di genere in condizioni di stress sociale e individuale. Lo studio – presentato il 25 febbraio scorso e pubblicato sulla rivista European Review for Medical and Pharmacological Sciences – ha evidenziato come l’impatto da lockdown per il COVID19 sia strettamente correlato al contesto sociale e culturale di riferimento in cui vive una popolazione.

Indagine psicosociale tra gli stereotipi di genere Italia – Turchia

L’analisi statistica, effettuata dall’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR in collaborazione con l’università Süleyman Demirel di Isparta (Turchia), ha analizzato con un approccio psicosociale gli stereotipi di genere tra Italia e Turchia. Uno degli autori della ricerca, Antonio Tintori del Cnr-Irpps, ha spiegato che in Turchia là dove l’adesione agli stereotipi di genere sono più radicati rispetto all’Italia, durante il lockdown sono stati chiari gli effetti positivi sul benessere individuale in risposta alla crisi da COVID19. Inoltre, l’autore sottolinea che le emozioni negative quali rabbia, disgusto, paura, ansia e tristezza sono più controllate. Al contrario in Italia, dove la subordinazione sociale delle donne è da tempo in discussione, l’adesione a tali condizionamenti sociali appare più un fattore di rischio individuale, con la tendenza ad accrescere le emozioni primarie negative incrinando maggiormente il benessere e la serenità del nucleo familiare.

Differenze socio – culturali tra le donne italiane e turche

L’analisi parallela Italia – Turchia sottolinea come la differenza nella diffusione degli stereotipi di genere sia strettamente connessa a caratteristiche sociali, religiose, storiche e politiche tipiche dei due Paesi. Tintori precisa, infatti, che il 68% degli intervistati turchi relega il ruolo della donna a madre e moglie, contro il 32% delle donne italiane. In entrambi i Paesi, l’adesione agli stereotipi risulta più frequente a chi possiede un basso livello di studio, e tra i credenti in Turchia l’86% e in Italia il 55%. In concreto, maggiore è la diffusione degli stereotipi, minori sono le differenze in termini di genere, età e condizione occupazionale. In Italia, infatti, dove donne e giovani sono meno condizionati, la percentuale di soggetti stereotipati ammonta rispettivamente al 26% e al 21%.

Conseguenze psicologiche e contraccolpi sulla famiglia a seguito del lockdown

Secondo il report le attività quotidiane delle donne turche non hanno avuto particolari contraccolpi, considerata la condizione sociale del paese, proprio perché la ripartizione delle attività domestiche nel corso del lockdown hanno seguito una rigida routine di genere correlata all’adesione di tali stereotipi. L’impatto sul clima familiare è stato assorbito in positivo, infatti gli intervistati hanno risposto di vivere un clima familiare pacifico, affettuoso e collaborativo. Sulla “scorta” delle precedenti osservazioni, anche il rischio di violenza domestica durante il confinamento è stata inferiore tra le donne che aderiscono agli stereotipi sessisti; solo il 28,7% delle donne turche contro il 45% di quelle che non vi aderiscono. In Italia, questa percezione è stata riscontrata dal 12% delle donne che aderiscono agli stereotipi di genere, contro il 21,8% di quelle che non vi aderiscono.

Dal lato psicologico, l’influenza degli stereotipi sul benessere individuale presenta risultati contrapposti rispetto ai due Paesi. “Complessivamente durante il lockdown, le donne più degli uomini hanno percepito emozioni negative. Chi subisce importanti pressioni agli stereotipi di genere – come la Turchia – presenta bassi livelli emozionali, mentre in Italia le emozioni negative sono maggiori tra chi aderisce a questi stereotipi. “Si deduce” conclude Tintori “che questo stato d’animo dipende soprattutto dall’aumento del processo di emancipazione culturale rispetto al sessismo che in Italia è in atto da anni, mentre in Turchia è solo agli esordi”.

Cristina Montagni