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Allarme alla Quarta Conferenza Internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo: blocco di 420 miliardi di dollari per la parità di genere nei paesi in via di sviluppo

420 miliardi di dollari bloccano la parità di genere nei paesi in via di sviluppo, la carenza dei finanziamenti, gli scarsi sistemi di tracciamento e le cattive norme finanziarie stanno rallentando i progressi sulla parità di genere. UN Women intervenendo alla Quarta Conferenza Internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo, ha chiesto investimenti urgenti per colmare il divario e rispettare gli impegni in materia di parità.
Ogni anno si stima che i paesi in via di sviluppo non riceveranno i finanziamenti per raggiungere la parità nell’ambito degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG). Alla Conferenza Internazionale dal 30 giugno al 3 luglio 2015 in Spagna, UN Women ha adottato il Compromesso di Siviglia che riafferma l’impegno condiviso degli Stati membri per uno sviluppo inclusivo e sostenibile. Nonostante il contesto globale sia complicato, l’accordo rappresenta un passo verso il riconoscimento del ruolo della parità di genere nelle strategie di finanziamento. Il Fondo per lo Sviluppo rappresenta un’importante opportunità per dare impulso alla parità di genere, riconosciuta essenziale per lo sviluppo sostenibile e per economie forti e inclusive. Quello che occorre sono investimenti costanti e mirati, sbloccare le opportunità e garantire che nessuno venga lasciato indietro.
ONU sostiene un bilancio attento alla questioni di genere

L’ONU sollecita governi e istituzioni finanziarie ad investimenti duraturi che aiutino le donne e le ragazze bisognose. L’attuale gap mostra la carenza di risorse per i diritti e i servizi delle donne e segnala l’urgenza che governi e istituzioni riallochino le risorse di conseguenza. Una parte importante dei finanziamenti globali ignora i Paesi poveri, dove vive la maggioranza delle donne a basso reddito e dove questi investimenti sono più urgenti. Nonostante si registri la crescente diffusione di un bilancio attento alle questioni di genere, solo un paese su quattro dispone di sistemi per monitorare che i fondi pubblici vengano distribuiti per la parità di genere. Senza queste informazioni, è impossibile pianificare, redigere un bilancio e raggiungere gli obiettivi di sviluppo nazionale.
“Non possiamo colmare il divario di genere con bilanci che non riflettono la reale situazione finanziaria”, ha affermato Nyaradzayi Gumbonzvanda, Vicedirettrice Esecutiva di UN Women. “I governi devono sostenere gli impegni con investimenti concreti, monitorare come vengono spesi i fondi e valutare i risultati. La parità deve passare dai bilanci al cuore delle politiche pubbliche. Sono necessarie riforme e una leadership che consideri le donne non un costo, ma un investimento futuro“.
Raccomandazioni UN WOMEN al rispetto dell’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile

- Espandere e potenziare l’uso di un bilancio attento alle questioni di genere per garantire che le priorità nazionali siano in linea con gli obiettivi di parità di genere. Ciò garantisce che i finanziamenti siano destinati per soddisfare i bisogni e i diritti di donne e ragazze in tutti i settori. I paesi devono rafforzare le proprie istituzioni e avere la volontà politica per attuare e monitorare questi bilanci;
- Implementare l’alleggerimento del debito, regole di finanziamento globale eque e una riforma fiscale progressista, attenta alle questioni di genere. Queste misure sono necessarie per porre fine all’austerità e ottenere entrate necessarie per gli investimenti pubblici in servizi essenziali come sanità, istruzione e assistenza.
- Riequilibrare la spesa pubblica per rispondere agli obiettivi di sviluppo umano a lungo termine, tra cui l’uguaglianza di genere, la costruzione della pace e lo sviluppo sociale inclusivo.
- Investire in sistemi di assistenza pubblica come l’assistenza all’infanzia e agli anziani, infrastrutture essenziali che consentono piena partecipazione delle donne nel mondo del lavoro e nella società. Investire il 10% del reddito nazionale nei servizi di assistenza ridurrebbe la povertà, aumenterebbe il reddito familiare e creerebbe milioni di posti di lavoro dignitosi.
UN Women sottolinea infine che la continua carenza di investimenti sta rallentando i progressi in materia di parità, la realizzazione dei diritti, l’emancipazione di donne e ragazze dell’Agenda 2030 e della Piattaforma d’azione di Pechino. Alla 4 Conferenza Internazionale l’Ente delle Nazioni Unite esorta i leader mondiali a coniugare gli impegni politici con i finanziamenti duraturi, trasparenti e responsabili necessari per colmare il gap di 420 miliardi di dollari e mantenere le promesse fatte a metà della popolazione mondiale.
Cristina Montagni
Martina Rogato: intervista alla Presidente di Human Rights International Corner (HRIC)

Docente all’LUMSA, 24h Business School, Temple University e co-fondatrice di Young Women Network è impegnata nella Due Diligence sui Diritti Umani, Diversità e Sostenibilità. Per Start Up Italia è una delle 100 donne che stanno cambiando l’Italia, nel 2020 è tra le 1000 change-maker internazionali scelte da Papa Francesco per ridisegnare una nuova economia sostenibile.
Presidente di Human Rights International Corner, Martina Rogato dal 2019 è membro di Women20 Italia, gruppo ufficiale del G20 sulla parità di genere. Nel 2020 è nominata Sherpa e portavoce per la presidenza italiana del G20, e dal 2022 è Gender Advisor di Women7 (G7). Nel 2023 viene nominata Co-Presidente per la presidenza italiana del G7 2024.
Mentre si è chiuso il 17 giugno 2025 in Canada il vertice dei leader del G7, le Women’s 7 (W7) hanno espresso delusione per la mancanza di progressi su priorità chiave individuate in difesa dei diritti, democrazia e pace.

Abbiamo intervistato Martina Rogato per approfondire questioni legate alla capacità dell’ONU di rafforzare la propria indipendenza economico-finanziaria, unitamente al potere della società civile di incidere all’interno del sistema mondiale. Quale membro del gruppo G20 sulla parità di genere, abbiamo raccolto alcune riflessioni sui temi del lavoro, clima, giustizia sociale e ambientale, insieme alla necessità di potenziare l’impegno dei gruppi women7 per fornire raccomandazioni ai leader e ai funzionari del G7.
Quali implicazioni derivano dal recente taglio dei fondi al clima, alle pari opportunità, alla diversity e cosa succederà alle agenzie attive nei progetti di sviluppo?
Tagliare fondi a clima e pari opportunità vuol dire lasciare indietro le persone più vulnerabili. Le agenzie che lavorano nei contesti più fragili, spesso già sottoposte a mille vincoli burocratici, rischiano la paralisi. E se si fermano loro, si ferma lo sviluppo sostenibile. Serve una risposta politica forte, un investimento europeo e multilaterale che protegga i pilastri dell’Agenda 2030.
L’ONU oggi sembra essere depotenziato. Qual è la sua opinione in merito e quale strategia sarebbe opportuna per rivitalizzarlo?
Se vogliamo un sistema multilaterale capace di incidere, è essenziale superare il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza, oggi spesso ostacolo all’azione internazionale nei contesti di crisi. Allo stesso tempo, occorre rafforzare il ruolo di “attori” regionali come l’Unione Europea e l’Unione Africana, e garantire all’ONU un’indipendenza finanziaria solida, che ne preservi l’autonomia e la capacità di intervenire senza condizionamenti.
La società civile ha un peso all’interno di questo complesso sistema mondiale?
Sì, e va rafforzato. La società civile è spesso l’unica voce che rappresenta chi non ha voce: attiviste, comunità locali, popoli indigeni. Ma perché pesi davvero, servono spazi stabili di partecipazione, finanziamenti adeguati e protezione per chi difende i diritti. Serve anche sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della criminalizzazione di chi si occupa di eco-attivismo. Oggi chi difende i diritti è sotto attacco, e invece il dissenso pacifico dovrebbe essere sempre tutelato.
All’interno del G7 esiste un modo per monitorare e controllare le decisioni politiche degli Stati?
I gruppi ufficiali di engagement come il Women7 o il Civil7 svolgono un ruolo importante di pressione e proposta per i Leader G7, ma non hanno strumenti vincolanti. Quello che serve è introdurre meccanismi di accountability permanente, pubblicare report indipendenti, e rafforzare il ruolo di monitoraggio della società civile. Altrimenti i vertici rischiano di restare autoreferenziali.
L’Unione Europea quale postura dovrebbe assumere rispetto al tema di giustizia sociale e sostenibilità ambientale?

L’Europa può e deve fare la scelta più difficile: rilanciare una leadership responsabile e visionaria, capace di puntare sul dialogo, il multilateralismo, la pace e la democrazia. Serve una postura chiara e coraggiosa, che metta al centro la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale, non come comparti separati, ma come pilastri inscindibili di una transizione giusta. L’UE deve investire in diplomazia climatica, costruire un’alleanza verde e sociale tra Stati progressisti, difendere la propria autonomia strategica senza chiudersi in sé stessa. Sostenere le imprese che innovano è fondamentale, ma occorre anche chiedere conto a chi viola diritti e ambiente: questi ultimi non possono essere merce di scambio. Serve coraggio politico. Serve rimettere i diritti umani al centro della politica estera europea, non come una postilla, ma come bussola.
Se parliamo di democrazia e giustizia, non possiamo ignorare i temi del lavoro svolto dalle aziende rispetto all’estrazione di minerali in diverse aree del mondo. Esiste un rapporto tra violazione dei diritti umani e giustizia riparatrice delle persone?
Assolutamente sì. I danni causati dalle filiere non etiche non si cancellano con un report di sostenibilità. Serve giustizia riparativa, accesso ai rimedi, responsabilità diretta delle imprese. La Direttiva europea sulla Due Diligence è un passo importante. Ma senza l’obbligo per le imprese di prevenire e rimediare concretamente alle violazioni, parliamo solo di buone intenzioni. E intanto le comunità continuano a pagarne il prezzo.
Cristina Montagni
Impegno degli stati membri per valorizzare il contributo nel raggiungimento degli obiettivi di uguaglianza di genere
Alla vigilia della Giornata Internazionale della Donna, istituita dalle Nazioni Unite nel 1977 e celebrata ogni anno l’8 marzo in ricordo per la lotta dei diritti femminili, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, in un recente convegno “Violenza contro le donne, trasversalità dell’uguaglianza di genere ed emancipazione femminile nell’azione per lo sviluppo e umanitaria”, ha sollecitato alcune osservazioni sulle attività della cooperazione, sottolineando l’importanza di elaborare progetti per contrastare il fenomeno con l’inserimento dell’uguaglianza fra i generi e l’empowerment femminile attraverso azioni specifiche a ragazze e bambine nei programmi di cooperazione e aiuto umanitario.

Una discussione alla quale hanno preso parte il direttore AICS, Marco Ricardo Rusconi; il vicedirettore tecnico di AICS, Leonardo Carmenati; la dottoressa Alessandra Accardo, agente della questura di Napoli; la ministra Laura Aghilarre Co-Chair delGender Equality and Women Empowerment (GEWE); la dott.ssa Carletti – docente di Diritto Internazionale dell’Università Roma Tre – che ha centrato il tema all’interno dell’agenda 2030; la dott.ssa Marta Collu – referente per l’uguaglianza di genere dell’AICS – ha parlato dei supporti della Cooperazione e gli impegni dell’Italia nelle Linee guida sull’uguaglianza per donne, ragazze e bambine; la dott.ssa Eugenia Pisani, esperta di AICS Dakar, ha riferito dell’impegno con il governo del Senegal. Tra le osservazioni quello delle funzionarie OCSE-DAC Lisa Williams, Jenny Hedman e Cibele Cesca per esporre la promozione dell’empowerment femminile.
Il percorso dell’uguaglianza sempre in salita
Sulle questioni di genere le statistiche denunciano un percorso lungo da raggiungere rispetto ad alcuni indicatori e le analisi mostrano che ci vorranno altri 134 anni per raggiungere l’uguaglianza del genere dove è necessario un cambiamento culturale. Oggi, è possibile rivolgere un appello agli uomini che ricoprono ruoli di potere poiché rappresentano l’emancipazione dell’essere umano in termini generali. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha sostenuto che nel mondo il 26% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita, ma il dato tocca il 39% in contesti fragili dove è difficile avere strumenti per denunciare.
Dalla Convenzione di Istanbul alla Risoluzione ONU 1325: cosa c’è e cosa manca
La segretaria generale per i diritti umani Centemero, ha ricordato che l’Italia nel 2013 è stata tra i primi paesi a ratificare la Convenzione di Istanbul. Il nostro Paese è impegnato in attività di contrasto alla violenza di genere e il Comitato Interministeriale per i diritti umani promuoverà il 5 piano di azione Nazionale su donne, pace e sicurezza, 2025-2030. Lo scenario italiano si amplia considerando che le Nazioni Unite 25 anni fa hanno emanato la Risoluzione 1325 su “Donne, Pace e Sicurezza” dove per la prima volta si parlò dell’impatto della guerra su donne e adolescenti attraverso il contributo nella risoluzione dei conflitti per una pace durevole. Tra gli obiettivi quello che le donne siano rilevanti in politica, diplomazia, forze di sicurezza e posizioni apicali nella società attraverso l’empowerment e formazione. In aggiunta c’è la questione della protezione e prevenzione delle donne e adolescenti affinché diventino centrali nei contesti di conflitto e non solo. In questo scenario emergono situazioni che afferiscono alle mutilazioni genitali femminili, matrimoni precoci e forzati per arrivare alla violenza economica.
Investimenti e riflessioni al G7 del Gender Equality and Women Empowerment
Aghilarre ha chiarito l’impegno della Presidenza del G7 in materia di genere, aggiungendo che il gruppo Gender Equality and Women Empowerment ha sviluppato una riflessione in linea con gli standard internazionali e gli obiettivi dell’agenda 2030, in particolare l’obiettivo 5. Il lavoro si articola secondo due anime: la prima prepara il comunicato della ministeriale pari opportunità – componente nazionale e internazionale – dove vengono definiti aspetti politici internazionali e di sviluppo. Gli argomenti sollevati dal GEWE, nella ministeriale a Matera, nella ministeriale esteri a Capri e ministeriale esteri a Fiuggi e Anagni, hanno illustrato le questioni al vertice in Puglia e nel comunicato dei leaders. A Capri l’uguaglianza di genere è stata affrontata come un prerequisito per sradicare la povertà, stimolare la prosperità, la crescita sostenibile per costruire società giuste e inclusive. Altro focus, in cui la cooperazione italiana si è detta aperta agli aiuti finanziari, ha riguardato gli investimenti nella Child Care per consentire alle donne in Italia, Africa e nei paesi in via di sviluppo, di dedicarsi ad attività lavorative e professionali. Significativo l’impegno della Banca Mondiale Investment Child Care per sostenere entro il 2035, 200 milioni di donne nel mercato del lavoro. Aghilarre ha parlato anche del progetto 2X Challenge sostenuto dalla Cassa depositi e prestiti che insieme alle istituzioni nazionali hanno promesso di aumentare l’accesso al credito per le donne nei PVS. Per quanto riguarda il metodo e i contenuti, Aghilarre ha sottolineato il coinvolgimento di FAO, ONU e OCSE per investire nei programmi GEWE – dove l’Unione Africana, OIM, OIL e Unione Europea – hanno presentato la propria visione basata su dati empirici per aumentare gli impegni futuri.
Dalle minacce del Cyberspazio al Gender Gap
Quanto ai contenuti, il G7 si è concentrato sulle violenze domestiche, sessuali e di tratta. Tra i temi quelli legati alle molestie on-line, alla sicurezza digitale per una crescita esponenziale delle piattaforme, dove l’obiettivo è lottare contro le molestie e abusi online nei confronti di donne e ragazzi, studiando soluzioni sulle minacce provenienti dal cyberspazio. Altro nodo ha riguardato il gap economico delle donne, differenza retributiva e partecipazione al lavoro tra i sessi; questa è stata una priorità del Vertice che ha intenzione di incoraggiare le donne ad entrare in settori non tradizionali. L’altro elemento ha riguardato l’imprenditoria femminile; l’importanza di reperire fondi per finanziare progetti per facilitare l’accesso delle donne ai finanziamenti, ai capitali e mercati rivolti ai paesi in via di sviluppo. Con l’istruzione e l’aumento delle competenze si è ribadita la necessità di raggiungere la parità di genere nell’istruzione primaria delle ragazze, migliorare la formazione superiore e professionale (STEM), dove occorre investire nella formazione permanente per la creazione di lavoro attraverso un dialogo con l’Africa. Quanto alla leadership femminile e la partecipazione politica, il G7 intende garantire la piena partecipazione delle donne ai processi decisionali politici ed economici promuovendo quote di genere, programmi di mentoring per aumentare la presenza femminile in posizioni apicali sia nel pubblico che nel privato. In conclusione, il Vertice ha lavorato per un mondo inclusivo, e con le sfide dell’impatto climatico, digitalizzazione, crisi sanitarie globali, è possibile assicurare il progresso per tutte le donne e ragazze del mondo.
Risorse in formazione e salute per raggiungere l’uguaglianza di genere
Collu ha spiegato che per promuovere l’uguaglianza di genere non bisogna pensare alle donne come beneficiare (50% della popolazione), ma bisogna intervenire sugli ostacoli che rappresentano una condizione di discriminazione. In un programma di educazione – ha detto – è fondamentale inserire risorse e borse di studio in grado di incentivare la partecipazione, definire target e lavorare sui temi dell’uguaglianza. In Palestina – ha continuato – sono state realizzate azioni di sensibilizzazione a mariti e ragazzi per spiegare l’importanza della prevenzione del tumore al seno poiché in quei contesti non possono sottoporsi a screening giacché verrebbero stigmatizzate. Quindi nelle linee guida studiate dalla cooperazione italiana, emergono gli impegni dell’AICS, della cooperazione territoriale, settore privato e università per ottenere la parità tra i generi. Le linee guide sono articolate secondo 6 direttrici:

– diritti a ragazze e bambine rispetto alla violenza di genere;
– empowerment economico;
– coinvolgimento settore privato;
– ruolo delle donne nel settore agricolo escluse dall’accesso della terra e risorse;
– salute sessuale e riproduttiva;
– aiuti umanitari in contesti fragili in cui donne e bambine sono fragili.
In conclusione, Collu ha affermato che le donne oltre ad essere presenti in tutti i settori, vengono spesso emarginate nella vita, colpite dai cambiamenti climatici, discriminate in agricoltura e nelle cure mediche. Queste guide contengono azioni ambiziose, e nel corso del G7 i paesi donatori sono concordi nel destinare il 10% delle risorse per finanziare attività nella cooperazione italiana e raggiungere l’uguaglianza di genere.
Cristina Montagni
Rappresentanza delle donne e l’impegno della European Women’s Lobby alle elezioni di giugno 2024
Sostenere il ruolo delle donne nella famiglia, lavoro, economia, finanza e salute, sono le direttrici della Lobby Europea delle Donne (LEF-Italia) che da tempo ha avviato un dialogo con gli europarlamentari per tradurre in legge le istanze provenienti dal basso vigilando affinché l’iter legislativo raggiunga un reale riscontro nei singoli paesi.

LEF-Italia ha tracciato un piano ratificato a Bruxelles con la vigilanza degli europarlamentari italiani che avranno l’incarico di promuovere il nostro Paese in sede europea. Per raggiungere gli obiettivi, la Lobby Europea ha definito fino al 2026 un pacchetto di proposte per equilibrare la rappresentanza femminile in una prospettiva di europa democratica e inclusiva, nonché offrire una visione dei contesti sociali, politici ed economici per rendere vincolante una legge europea anche nei paesi in cui la donna è poco valorizzata.

All’incontro del 13 novembre presso l’ufficio di collegamento in Italia del Parlamento Europeo, si è discusso del patto della Lobby, attività per contrastare la violenza di genere e giungere ad una direttiva contro la violenza domestica e violenza contro le donne. L’evento, primo di futuri altri incontri e coordinato dalla presidente della LEF-Italia Rossella Poce, ha accolto i contributi dell’On. Beatrice Covassi del gruppo S&D, l’On. Francesca Peppucci del gruppo PPE, l’esperto di politiche di genere Dott. Maurizio Mosca, l’avvocata Titti Carrano dell’associazione D.i.Re, Ziva Modiano Fischer responsabile per gli enti esterni della ADEI-WIZO, Oria Gargano presidente della Cooperativa Sociale BeFree, Maria Ludovica Bottarelli segretaria generale della Lef-Italia.
Informare e promuovere la mission della lobby europea delle donne

(a destra) M. Ludovica Bottarelli, Segretaria Generale Lef-Italia- Osservatorio EWL
La lobby europea delle donne nasce nel 1990 ad opera di vari coordinamenti, e quello italiano si sviluppa per la lungimiranza politica di alcune donne che hanno anticipato la conferenza mondiale delle Donne di Pechino. Da qui la piattaforma Lef Italia sostiene le politiche di genere dell’UE proponendo le questioni femminili in un linguaggio comunitario. La costruzione della lobby definisce una base minima di priorità sulla quale si indirizza il consenso dei membri che deve essere esente da ogni condizionamento ideologico; una politica femminile al disopra di ogni schieramento politico e partitico. L’azione di lobbying e l’inserimento delle questioni di genere negli ambiti della vita civile e sociale hanno un approccio strategico, manifesta una posizione chiara e contribuisce allo sviluppo e al dialogo civile europeo rafforzando l’elemento della rappresentatività. Infine, come ha sottolineato Bottarelli, le azioni della European Women’s Lobby hanno la capacità di tradurre in linguaggio politico le istanze delle donne e ponendo la stessa EWL uno fra gli interlocutori più credibili nelle istituzioni europee in materia di pari opportunità.
L’impegno delle donne alle prossime elezioni europee

Siamo alla vigilia di un appuntamento cruciale; sei mesi dalle elezioni europee che sarà un banco di prova per tutte le donne. Così Beatrice Covassi richiama alcuni obiettivi dell’Unione Europea sottolineando che l’Unione rappresenta ancora un buon indirizzo per le donne rispetto a quelle che vivono in altri Paesi del mondo. Il principio di parità e trattamento salariale, riconosciuto nei trattati dalla nascita dell’Unione ha sempre affermato l’uguaglianza tra i sessi, e nel tempo si sono aggiunte politiche per affermare questo principio, anche se l’Italia è lontana dalla piena occupazione. L’Unione richiama a politiche per contrastare la violenza contro le donne, quelle per riequilibrare i tempi di cura e lavoro per entrambi i sessi e politiche prettamente sociali. Covassi osserva che in Italia il divario retributivo è una realtà, un gap salariale uomo-donna del 12% nell’UE per stesse funzioni, ma l’Italia ha il record del basso tasso di occupazione femminile; 10% sotto la media europea e il 54% rispetto l’intera Europa, dietro di noi Malta che non è impattante come il nostro Paese. I dati hanno anche confermato che durante la pandemia c’è stato un incremento della disoccupazione femminile dovuto al maggior carico di lavoro nella cura dei figli e famiglia, persone con disabilità, anziani, etc. Questi effetti hanno prodotto disagi per molte donne, quelle impiegate soprattutto in lavori precari che hanno visto peggiorare la condizione economica; mentre con lo smartworking e la digitalizzazione ci si attendeva una equa distribuzione del lavoro di cura che non c’è stata e i vecchi stereotipi sono rimasti inamovibili. L’europarlamentare ha fatto riferimento al digitale e l’intelligenza artificiale sottolineando che le italiane sono ancora “fanalino di coda” nelle discipline STEM, poche le ragazze impegnate in queste materie come specialiste in tecnologia e cybersicurezza: in Italia, solo il 2% degli esperti è donna. Covassi sottolinea la necessità di cogliere queste opportunità, incentivare la formazione professionale per essere protagoniste nella futura transizione digitale e ambientale. Queste transizioni impatteranno nel modo di produrre e lavorare, sarà quindi necessario sviluppare la presenza femminile nelle materie scientifiche. “La questione è determinante” ha dichiarato “perché se non siamo noi quelle che decidono gli algoritmi o studiano gli impatti sociali e l’economia verde, il futuro non ci apparterrà e sfuggirà una leva importante di potere per modificare il mondo e creare una società più equilibrata e sostenibile”. Un altro tema cui fa riferimento riguarda la direttiva sul Gender Pay Gap che dovrà essere implementata dagli stati membri entro il 2026 dove occorrerà monitorare l’andamento affinché venga recepita dal nostro ordinamento. C’è poi la questione della salute femminile che riguarda la medicina di genere, poiché come ha affermato Covassi, i test sui farmaci sono effettuati sulla popolazione maschile ed è provato che i risultati producono effetti negativi sul corpo delle donne. Gli studi sulla medicina di genere saranno determinanti perché con l’intelligenza artificiale, la possibilità di mappare il genoma umano e la medicina personalizzata, ci sarà l’opportunità di esercitare un diritto alla salute adattandolo alle esigenze delle donne. Covassi commenta che le elezioni europee si svolgono in un momento in cui si registra una forte crisi della democrazia per l’aumento dell’astensionismo oltre il 40%, due conflitti militari (Ucraina e Medio Oriente), crescita delle diseguaglianze economiche, effetti pandemici non ancora risolti; perciò, è importante una maggiore presenza di candidate sostenute da programmi attinenti alle esigenze femminili. Conclude infine sulla necessità di sensibilizzare associazioni e federazioni sul voto europeo e lavorare su un manifesto da proporre a candidate con obiettivi precisi da seguire nei prossimi mesi.
Strategie sulle parità di genere
Ambire ad una maggiore presenza femminile nei contesti decisionali non basta, occorre una visione ampia, una proposta politica femminile che passi attraverso il dialogo maschile; quindi, l’attribuzione di quote può rivelarsi un mezzo per garantire una maggiore rappresentanza femminile. Se si guardano i dati dell’ultimo Global Gender Gap Report, emerge come l’Italia ha peggiorato il livello di partecipazione politica passando dalla 40esima posizione alla 64esima e in particolare il paese ha registrato un progressivo deterioramento rispetto alcuni indicatori; sanità, qualità del lavoro e segregazione professionale in cui il nostro paese detiene un primato negativo quanto ad occupazione femminile. Così anche il rapporto ASVIS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) conferma un peggioramento sull’accesso al reddito, occupazione e formazione nelle materie STEM. Per rilanciare le politiche femminili – in un’ottica di lungo periodo – sarà necessario impegnarsi sulle strategie nella parità di genere e proporre un dialogo con chi è sensibile su queste materie, ma soprattutto la lobby delle donne dovrà assumersi la responsabilità di dare un senso alle politiche nazionali ed europee sottese alle donne.
Interventi per abbattere stereotipi e pregiudizi

La cooperativa sociale Befree attiva nel nostro territorio per contrastare fenomeni di tratta, violenze e discriminazioni, grazie al supporto di operatrici ed esperte, sostiene le vittime di soprusi, abusi, maltrattamenti, traffico di esseri umani e violazioni dei diritti umani. Queste situazioni ha dichiarato Oria Gargano non sono casuali, si manifestano perché esiste un minus delle donne sul piano politico, economico, lavorativo e nella rappresentatività che si traducono in effetti sistemici. La cooperativa svolge un ruolo di trasformazione e le modalità di rigenerazione passano per l’advocacy in grado di aumentare le connessioni in ambito politico e sviluppare proposte con commissioni ad hoc. Befree partecipa anche ai shadow reporter (rapporti ombra) dove a fronte di varie convenzioni, la società civile è chiamata ad elaborare un contro rapporto rispetto a quanto viene prodotto dai governi generando un balance tra ciò che i governi fanno ed il vissuto della società civile. Gargano afferma che molte donne non si rivolgono ai centri antiviolenza e ciò mostra quanto la società tende a farle sentire responsabili del proprio fallimento. Molto c’è da fare, ad esempio agire sulla narrazione, abbattere stereotipi e pregiudizi; infatti, i tribunali ancora oggi assumono atteggiamenti sospetti sulla moralità della donna che ha subito violenza. Per concludere occorre intervenire sugli status sociali delle donne e contemporaneamente studiare le radici profonde dei problemi per sconfiggere i malesseri della nostra società.
Diritti dei minori e donne vittime di violenza

D.i.Re – donne in rete contro la violenza – membro della piattaforma Lef Italia, gestisce in Italia centri antiviolenza e case rifugio con 87 associazioni e 100 centri antiviolenza. “I centri antiviolenza” ha spiegato Carrano “vanno oltre l’accoglienza, sono il motore di un cambiamento culturale che dialoga con politici italiani, internazionali e Nazioni Unite”. L’Osservatorio sulla vittimizzazione secondaria nasce nel 1997, due anni dopo la piattaforma di Pechino, dove gli Stati si erano impegnati a contrastare la violenza contro le donne ed è costituito da 35 donne provenienti da 29 paesi con specifiche competenze sul tema. Tra i compiti dell’Osservatorio c’è un lavoro di advocacy che individua le lacune legislative dei paesi per intervenire sulle criticità. All’interno di esso esistono attività di prevenzione sulla violenza e nell’ultimo anno ha esaminato la proposta che è in fase di discussione. La bozza di direttiva promossa l’8 marzo 2022 dalla Commissione Europea, venne adottata dal PE e dal Consiglio per costruire una normativa ad hoc considerando che non era stata esaminata da nessun atto legislativo a livello di Unione. Sul tema, sempre a marzo del 2022 la Presidente Ursula Von Der Leyen espresse la volontà di combattere la violenza maschile contro le donne quale obiettivo della strategia della parità di genere 2020-2025. La direttiva si realizza fissando criteri minimi e lasciando agli Stati la flessibilità di regolare la materia secondo le specificità dei singoli sistemi legislativi. Le misure configurano il reato secondo diverse forme di violenza: reato di stupro per assenza di consenso, mutilazioni genitali femminili, diverse forme di violenza online, rafforzamento dell’accesso alla giustizia per le vittime, attenzione alla protezione, riconoscimento dei servizi specialistici dei centri di violenza e case rifugio, prevenzione della violenza attraverso azioni di sensibilizzazione. Alla luce dei negoziati in UE, la lobby europea ha una funzione di pressione affinché gli Stati giungano all’approvazione della direttiva. Nel corso dei negoziati è emerso un elemento critico sul reato di stupro definito dall’art.5 della direttiva, dove in riferimento alla Convenzione di Istanbul, si individua l’atto sessuale non consensuale, affermando che il consenso debba essere prestato volontariamente dalla donna. Nonostante le valutazioni della Convenzione di Istanbul, pochi Stati hanno modificato la normativa interna, tra cui l’Italia che definisce il reato in base alla coercizione, forza e minaccia. La direttiva garantisce l’integrità sessuale della vittima adottando una visione comune dello stupro basato sul mancato consenso. Anche il PE per le libertà civili e dei diritti delle donne ha migliorato la proposta specificando che il consenso può essere revocato anche per atti futuri. Il testo amplia la nozione di stupro e questo è un passaggio storico perché l’azione degli stati membri sarà oggetto di controllo da parte della Commissione e dalla valutazione del GREVIO (esperti indipendenti nominati dal Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e violenza domestica). In breve, il Consiglio UE vorrebbe sopprimere l’art.5 dalla direttiva, svuotandone il significato, in particolare Francia e Germania stanno facendo opposizione ritenendo che il reato di stupro non rientri tra le competenze dell’Unione a differenza del reato di tratta degli esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale.
Rilevazione sistematica dei procedimenti sulla violenza sessuale e stupro
I dati sui procedimenti giudiziari in Italia sono di difficile interpretazione, manca una rilevazione sistematica e una disaggregazione per genere, soprattutto emerge dai dati del ministero della Giustizia 2019-2021 che il 50% dei procedimenti sulla violenza sessuale e stupro vengono archiviati, i tassi di condanne (1000 l’anno) sono bassi rispetto ai reati effettivi che sfiorano i 7 mila l’anno dove sono radicati gli stereotipi e pregiudizi (oltre il 40%) secondo un rapporto Istat del 2019. La cultura dello stupro in Italia è forte anche tra gli operatori del diritto, magistrati, consulenti, operatori socio-sanitari e nelle aule di giustizia la protagonista del processo è la donna che viene giudicata dai comportamenti, abitudini, costruendo una narrazione distorta che pone al centro la vita della donna. L’ideologia dello stupro mira ad occultare il dolore delle donne e l’impunità degli aggressori assolve alla funzione di controllo alimentando un sentimento di paura su tutte le donne. L’attenzione si sposta quindi sulla sicurezza, sulle fasce di marginalità, dimenticando che il fenomeno è trasversale e misure repressive non producono una diminuzione del fenomeno. Tutto ciò alimenta una cultura basata sull’emergenza dove la matrice dello stupro sta nel sessismo, nella violenza e in una cultura che non riconosce la soggettività delle donne.
Cristina Montagni
A Roma la Corte Suprema di Cassazione apre alla I° Conferenza Nazionale su “L’Eccellenza è Donna”
Storie di donne eccellenti, esperienze uniche, insieme per arrivare all’equilibrio di genere che non è la quota, né la parità salariale ma interessa temi più ampi che investono l’intera società. Così l’Alta Corte di Cassazione di Roma, il 30 giugno per la prima volta ha aperto le porte alla I° Conferenza Nazionale sul tema “L’Eccellenza è donna”.

Il talk diviso in tre panel, organizzato dall’Associazione 7 Colonne e Tutti Europa 2030, grazie all’intuito delle organizzatrici, Silvia Sticca e Francesca Romana D’Antuono, hanno indicato le strategie per realizzare l’equilibrio di genere e il valore della lobby per tradurre le istanze femminili in linguaggio politico con azioni di pressione sulle istituzioni. Dal focus “Esperienze” sono emerse le qualità femminili per raggiungere traguardi spesso privilegio degli uomini. Nel panel “Donne, Pace e sicurezza” le oratrici hanno conversato sul ruolo di leader nelle comunità e in “Associazione ed attivismo” è emersa la spinta dal basso delle associazioni per ottenere la parità di genere. Il fil rouge di rappresentanti del mondo accademico, giurisprudenza, pubblica amministrazione ed economia è stato il target 5 dell’Agenda ONU e la Risoluzione n. 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su “Donne, Pace e sicurezza”, che ha sottolineato la capacità di essere “agenti di cambiamento” nei processi di pace nelle aree di conflitto (missioni internazionali, mediazione, negoziazione, costruttrici di pace) e leader indiscusse nella scena pubblica.
Il faticoso cammino delle donne divise fra stereotipi e carriere eccellenti
Essere donna e giudice fa la differenza in senso positivo, ma in passato i traguardi professionali erano subordinati agli impegni familiari soprattutto in tempi dove esistevano marcate asimmetrie di trattamento, senza dimenticare che nel diritto di famiglia vi erano disparità tra moglie e marito, figli illegittimi e naturali, coniugi e conviventi. L’emancipazione passa per la capacità di mediare situazioni ostili e consente ai giudici di assolvere al ruolo fisiologico di mediatori, tra astrattezza, semplificazione e complessità per raggiungere un risultato favorevole. Gli ostacoli nella carriera nascono dalla mancanza di servizi a supporto della famiglia, occorre uscire dagli schemi, fare squadra per conquistare il giusto posto nella società. Attualmente stereotipi nei settori della scienza e ricerca sono evidenti, ma le donne che ce l’hanno fatta possono dedicarsi al mentoring, affiancare le giovani studiose nel trasferire consigli, informazioni ed esperienze. Un rapporto che non termina con l’apprendimento ma dura nel tempo soprattutto per chi è orientato alla ricerca. In questo contesto pregiudizi e stereotipi vanno superati soprattutto se si guarda alla carriera forense il cui gap uomo-donna tocca il 50%. Per agevolare le pari opportunità bisogna sostenere la maternità in un’ottica sistemica, incidere sulle competenze ed occupare spazi a lungo negati.

Diplomatiche e costruttrici di pace e stabilità
Nell’attuale contesto storico è necessario far fronte alle crisi internazionali e riflettere sul peso delle donne nei processi di pace. Tema nodale cui è impegnata la comunità internazionale; dalle Nazioni Unite alle organizzazioni regionali, dai singoli Stati alla società civile. Davanti al cambiamento le donne mostrano sensibilità nell’affrontare situazioni avverse, una naturale capacità di resilienza rispetto agli eventi traumatici; la forza di ricostruire sé stesse, la propria famiglia, la comunità di appartenenza partendo dalle radici per crescere e generare vitalità. Nel mondo le donne sono protagoniste nei processi di ricostruzione per evitare i conflitti, risorsa determinante per garantire pace e sicurezza nelle fasi di prevenzione e ricostruzione negli eventi post bellici. La presenza femminile nei processi decisionali è risolutiva nell’attuare soluzioni diplomatiche di lungo periodo soprattutto nelle aree di maggiore instabilità; perciò, stimolare la loro leadership significa andare oltre la parità di genere. Più donne vengono coinvolte in Parlamento e nella società civile, minori sono i livelli di violenza e rischi di guerre con la conseguenza di un calo nelle violazioni dei diritti umani in Paesi in cui la legge non è uguale per tutti.
Donne offese e depredate dei diritti fondamentali
Per comprendere la genesi dei conflitti occorre analizzare le radici del fenomeno e cosa ne ha impedito il naturale processo di dialogo. Nel mondo le ostilità sono quasi sempre asimmetriche; si consumano a scapito delle popolazioni deboli e in aree dove esiste già una violazione dei diritti umani. Le donne private dei principali diritti, istruzione, salute fisica e psichica, lavoro, casa etc pagano un alto prezzo in termini di abusi, matrimoni precoci, privazioni e vessazioni anche dalla famiglia di origine. Sostenere la pace è uno status in cui ogni cittadino si impegna a rispondere ai propri doveri e vedere riconosciuti i propri diritti iniziando dalle relazioni sociali, famiglia e accesso all’educazione. Quest’ultima condizione consente a bambini e bambine di comprendere i valori umani quali rispetto e dignità degli individui. Si pensi alle violenze subite da migliaia di donne e ragazze afgane cui viene negato l’accesso all’educazione, al lavoro, alle cure sanitarie condizionando la loro intera esistenza.

La doppia faccia del diritto negli scenari di guerra
Spesso si afferma che nei Paesi in via di sviluppo le guerre sono combattute con le armi mentre in quelli sviluppati sono accompagnate da leggi ingiuste, sistemi sociali iniqui che terminano in una marcata violazione dei diritti fondamentali. Durante i conflitti i diritti sono apertamente violati, ed è proprio in Europa che il diritto ha subito nella collettività mutamenti socio-economici attraversati dalle globalizzazioni. All’interno di questi scenari si insinua la guerra normativa, una guerra che impiega la legge come arma per raggiungere scopi illegittimi, sfocia in mutamenti psicologici ed un uso arbitrario del diritto che illegalmente si sostituisce ai giudici e ai tribunali. Sebbene in questi ultimi trent’anni si è discusso di una guerra economica, poco si è parlato di quella normativa che ha prodotto un corredo legale impiegato da Stati, privati e settori pubblici per realizzare protocolli di intesa, accordi e regolamenti e consolidare posizioni strategiche sul mercato globale. Queste analisi derivanti dalla guerra normativa, non possono non affiancarsi a quelle giuridiche. Alcuni Paesi, infatti, per contrastare l’abuso del diritto hanno adottato norme ad hoc per tutelare importanti comparti strategici sviluppando una propria politica estera, mentre quelli che hanno abbattuto le barriere legali – per poi accorgersi dell’inefficacia delle leggi nazionali – hanno compromesso la propria autonomia, l’industria strategica, la stabilità interna e l’intero sistema democratico.
Cristina Montagni

CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE DI ROMA – I° CONFERENZA NAZIONALE “L’ECCELLENZA E’ DONNA”
Alla conferenza sono intervenute: Avv. Silvia Sticca; Dott.ssa Maria Pia Turiello; Drssa Francesca Romana D’Antuono; Drssa Adelaide Amendola; Prof. Paola Balducci; Drssa Marica Caldarulo; Drssa Ivana Vaccari; Drssa Sveva Avveduto; Avv. Irma Conti; Drssa Cristina Di Silvio; Drssa Margherita Romanelli; Drssa Elisa Ercoli; Drssa Maria Ludovica Bottarelli; Drssa Gaia Van Der Esch; Drssa Annamaria Nassisi; Drssa Sabrina Zuccalà; Drssa Maria Pia Turiello; Drssa Asmae Dacian; Drssa Elisabetta Nistri; Generale A.M. Michele Scillia; Drssa Solange Manfredi; Drssa Dafne Carletti. Tra i partner alla conferenza, con le relative rappresentanti, hanno aderito la Bocconi Business School, Differenza Donna, Women20 (official G20 engagement group focused on gender equity), G20 Empower, Donne in Vaticano, la Federazione italiana donne arti professioni e affari, l’European women’s lobby, Women in International Security, Tra le Donne, MovimentoBlu, Istituto Italiano per lo studio delle politiche ambientali e lo United States Foreign Trade Institute.
Osservatorio 4.Manager. Certificazione di genere modello virtuoso pensato per le imprese

Con 63,5 punti su 100, l’Italia si colloca al 14esimo posto fra i paesi UE per indice di uguaglianza di genere, questa è la classifica diffusa dalla European Institute for Gender Equality (EIGE). Per superare il gender gap nelle aziende un aiuto arriva dalla certificazione della parità di genere che avrebbe un impatto positivo sul PIL dal 9 all’11% e stimolerebbe le aziende a adottare sistemi di policy per attivare cambiamenti virtuosi urgenti e necessari.
La priorità per l’Italia è ridurre le disuguaglianze di genere. Attualmente il tasso di occupazione si attesta intorno al 50%, inferiore alla media europea che si associa ad una esigua crescita nelle carriere apicali; poche le donne ai vertici di organizzazioni, aziende, società quotate e non quotate come amministratori delegati o presidenti di società. Studi internazionali (OCSE, Fondo Monetario) hanno rilevato quanto il progresso economico dipenda dalla componente femminile, quindi, non si può non tenere conto del loro coinvolgimento nel mercato del lavoro. La parità di genere è un asset strategico (obiettivo 5 del PNRR) e costituisce la visione di una società più equa. Di questo e altro si è parlato al workshop “Politiche di genere per imprese e manager. Azioni e strumenti” svolto il 28 giugno a Roma nella sede di Confindustria, organizzato da 4.Manager e Federmanager. Focus del seminario la certificazione di genere per le imprese (parità contributiva legge 132/2021), valore della certificazione per le aziende e sostegno all’empowerment femminile partendo dalla conciliazione famiglia e lavoro. Per rispondere agli interrogativi l’Osservatorio Federmanager ha condotto uno studio analizzando i trend economici e di mercato con l’obiettivo di identificare le equità di genere in campo manageriale nel nostro Paese.
Risultati Osservatorio Federmanager sul gender gap e imprenditoria femminile in Italia

L’equità di genere non è solo un tema di diritti; dal G7 alla COP26 è emerso il concetto che non è possibile pensare ad una economia basata sulla sola presenza maschile. L’Osservatorio 4.Manager ha monitorato il numero di donne imprenditrici durante tutto l’anno con la conseguenza che oggi in Italia le posizioni manageriali femminili rappresentano il 28% del totale e si riducono al 19% se le attività sono regolate da un contratto da dirigente, con un incremento annuo dello 0,3% negli ultimi 10 anni. L’analisi elaborata su un campione di 6mila aziende manifatturiere italiane ha puntualizzato che il 14% sono a conduzione femminile e il 79% a conduzione maschile. Le imprese a guida femminile operano nel tessile per il 21% e si concentrano nel sud Italia per il 19%. Dall’Osservatorio emerge che le imprese femminili nel comparto manifatturiero hanno un basso tasso di innovazione ma una elevata propensione alla transizione sostenibile: solo il 12% delle imprese è innovativa contro l’88% delle maschili, mentre il 66% delle imprese femminili ha maggiore propensione alla transizione sostenibile contro il 34% delle maschili.
Proiezioni del Piano Strategico Nazionale 2021-2026
All’interno del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) il Governo ha introdotto un capitolo per contrastare le discriminazioni nei confronti delle donne, annunciando l’adozione di un Piano Strategico Nazionale 2021-2026, allineandosi così alla Commissione europea che si pone entro il 2026 l’incremento di 5 punti nella classifica stilata dall’EIGE. In questo scenario rientra la legge sulla parità retributiva (1° gennaio 2022) che stabilisce un Sistema Nazionale di Certificazione di Genere dove il PNRR mette a disposizione 10 milioni di euro per sollecitare le imprese ad intraprendere policy mirate per ridurre il divario nei settori più critici come opportunità di carriera, parità salariale, politiche di gestione delle differenze di genere e tutela alla maternità. Chi possiede la certificazione ha diritto ad uno sgravio dell’1% sui contributi fino a 50mila euro l’anno; strumento dunque innovativo che premia le aziende con la possibilità di ottenere finanziamenti pubblici e consente un migliore posizionamento nei bandi di gara per l’acquisizione di servizi e forniture. Questo sistema – osserva l’Osservatorio – è visto positivamente per le aziende avviate alla transizione sostenibile che ne riconoscono i benefici. Infatti, il 31% delle imprese utilizza piani di lavoro mirati; si tratta di interventi sulla genitorialità (15,7%), formazione (13,9%), parità nei ruoli apicali (13%)e parità salariale (8,3%). In sintesi, il 69% e il 57% delle grandi e piccole imprese avviate alla transizione già conoscono il Sistema di Certificazione della parità di genere. Fra gli elementi apprezzati della Certificazione spicca la reputazione aziendale 65%; clima aziendale 59%; riduzione del divario di genere nell’impresa 42%; benefici fiscali 22%; benefici alla partecipazione di gare d’appalto 11% e benefici all’accesso nel credito/capitali 7%.
Certificazione di Genere, strumento innovativo non un bollino rosa
Il 1° luglio 2022 è stato pubblicato il decreto della Ministra Bonetti che recepisce le “Linee guida sul sistema di gestione per la parità di genere che prevede l’adozione di indicatori chiave di prestazione (Key Performance Indicator) inerenti alle politiche di parità nelle organizzazioni” e i requisiti minimi per ottenere la certificazione alle imprese. Un passo verso la costituzione di un Sistema nazionale di certificazione che mira ad incentivare le imprese a adottare policy adeguate per ridurre il divario.

“Abbiamo scelto di investire nel lavoro femminile e accompagnare le imprese: la certificazione per la parità di genere, strumento innovativo, attiverà nuove pratiche di carattere aziendale ed offrirà opportunità alle donne. Non possiamo permetterci di lasciare in panchina le competenze e i talenti femminili: liberarli non è soltanto giusto ma necessario ed è la strada che il governo ha deciso di intraprendere per far crescere il Paese” ha commentato Elena Bonetti. Aggiunge che ai fini del coinvolgimento delle rappresentanze sindacali aziendali e delle consigliere e consiglieri territoriali e regionali di parità, il datore di lavoro ha l’onere di fornire un’informativa aziendale sulla parità di genere per consentire i controlli e le verifiche per il mantenimento dei parametri minimi e l’ottenimento della certificazione alle imprese. “La certificazione non è un bollino rosa” ha sottolineato la Ministra “ma uno strumento innovativo che produce effetti migliorativi nell’impresa, un meccanismo premiale per accedere ai fondi del PNRR”
Certificazione di Genere, modello virtuoso che premia competenze e talenti femminili

“L’attuale crisi bellica ed energetica ha accentuato le disuguaglianze economiche e sociali escludendo le donne dal lavoro con ricadute negative su tutto il comparto produttivo delle aziende, quindi, una delle sfide del Paese sarà ridurre questo divario” ha commentato Stefano Cuzzilla. “Il divario retributivo e il miglioramento dei tempi di vita-lavoro” ha detto “sono temi non rinviabili, ma per realizzare ciò servono le competenze delle donne e un sistema organizzativo in grado di valorizzarle. La Certificazione di genere rappresenta la strada maestra per mettere in moto un meccanismo virtuoso nelle aziende, un modello di business nuovo con ricadute positive sulla disparità di genere”. Infine, ha aggiunto “le aziende con una governance mista sono più competitive, reagiscono meglio alle crisi e un migliore equilibrio di genere tende ad aumentare il Pil”.

“Guerra, crisi energetica, stagnazione avranno impatti negativi se non si accelerano le riforme definite dal PNRR” ha commentato Pina Picierno. “La chiamata alla mobilitazione intorno a questi temi deve essere nazionale ed europea. Di recente la notizia dell’approvazione – dopo dieci anni di stallo – della direttiva europea “Women on boards” per garantire parità di genere tra i consigli di amministrazione delle società quotate in borsa, un passo in avanti per le donne nel mercato del lavoro”.
“La certificazione di genere” ha spiegato Catizone “è uno strumento virtuoso, pensato per innescare meccanismi dinamici nei processi aziendali che generano valore economico, favoriscono il superamento delle disparità creando una cultura aziendale e manageriale che armonizza il principio delle pari opportunità”.
Relatori: Elena Bonetti – Ministra delle Pari Opportunità; Stefano Cuzzilla – Presidente 4.Manager e Federmanager; Andrea Catizone – Avvocata e presentazione dello studio “Imprese e parità di genere”; Pina Picierno – Vicepresidente del Parlamento Europeo; Francesca Bagni Cipriani – Consigliera Nazionale di Parità; Giuseppe Torre – Responsabile scientifico Osservatorio 4.Manager; Giuseppe Rossi – Presidente Ente Italiano di Normazione e Fulvio D’Alvia – Direttore Generale 4.Manager.
Cristina Montagni
“Reddito di libertà”: la misura Inps in favore delle donne vittime di violenza
“Reddito di Libertà: dalla parte delle donne”, il convegno destinato alle donne vittime di violenza, voluto dal ministero delle Pari Opportunità e promosso dall’Inps (Istituto nazionale della previdenza sociale), è la misura che va di pari passo all’uguaglianza di genere e l’emancipazione femminile per assicurare un futuro migliore per tutti.

Presentate le ultime misure Inps durante il convegno Reddito di Libertà per le donne vittime di violenza dove si è parlato delle iniziative – dal percorso legislativo al contributo economico, portate avanti in loro favore. Al convegno del 14 dicembre sono intervenuti Gabriella Di Michele, direttrice generale Inps, Maria Sciarrino, direttrice centrale Inclusione sociale e Invalidità civile Inps, Paola Paduano, dipartimento delle Pari Opportunità, Veronica Nicotra, segretaria generale ANCI e Renato Gasperi, coordinatore tecnico della Commissione Politiche Sociali della Regione Calabria.

Nell’introdurre i lavori, Gabriella Di Michele percorre le tappe legislative degli ultimi anni per arrivare alle attuali misure sulla decontribuzione, promozione e certificazione della parità di genere, previste dalla legge 162 del 2021 – a vantaggio delle aziende – ma pensate per agevolare l’assunzione e permanenza delle donne al lavoro. “La 162” commenta Di Michele “oltre ad intervenire sul codice delle pari opportunità, fotografa con cadenza biennale le opportunità di carriera, formazione, modalità d’ingresso e retribuzioni per verificare l’andamento occupazionale all’interno delle imprese”. Il datore di lavoro che non controlla la situazione può essere sanzionato con la conseguente perdita delle agevolazioni contributive; tuttavia, a questo atteggiamento sanzionatorio si inserisce una misura premiale, l’introduzione della certificazione di parità attribuita alle aziende per attestare le misure adottate dai datori di lavoro in grado di ridurre i gap di crescita (parità salariale per uguali mansioni, tutela della maternità). Le imprese “certificate” godranno di una decontribuzione dell’1% (50 mila euro l’anno) e questi strumenti di prevenzione, protezione ed assistenza alla parità hanno il fine di indurre gli imprenditori ad avere maggiore sensibilità nei confronti delle donne alle loro dipendenze così da generare consapevolezza del ruolo femminile.
Ruolo dei centri antiviolenza e del reddito di libertà

La funzione dei centri antiviolenza e delle case rifugio è quella di vere sentinelle sul territorio nazionale che intervengono per l’uscita dal percorso di violenza, accompagnamento e reinserimento nel tessuto sociale, ha sottolineato Paola Paduano. L’excursus normativo tracciato dal capo del dipartimento delle Pari Opportunità parte dalle linee guida della Convenzione di Istanbul cui l’Italia ha aderito nel 2013, dove l’art.3 individua la violenza in tutte le sue forme ed inserisce la “violenza economica” una violazione dei diritti umani esortando gli Stati ad adottare misure per giungere ad una autonomia finanziaria e indipendenza delle donne. La violenza economica che limita lo sviluppo nella parità di genere e nell’empowerment femminile ha bisogno di essere sostenuta poiché è un fenomeno strutturale, e l’Italia per il gender equality index, è al 14 esimo posto in tema di parità. “Le Nazioni Unite” ha poi ricordato “hanno inserito il tema fra i 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile al 2030 ed il governo italiano per la prima volta si è dotato di una strategia nazionale che mira ad offrire stesse opportunità di sviluppo, formazione, lavoro e parità retributiva rispetto agli uomini”. Questi obiettivi si integrano con i principi ispiratori del piano nazionale antiviolenza presentato in Consiglio dei ministri il 18 novembre 2021. Aggiunge infine che “la misura del reddito di libertà prevista con il decreto 34/2020, ha immaginato un sostegno finanziario per le donne uscite dalla violenza impiegando 7 milioni di euro per restituire autonomia a loro e ai loro figli”.
Risposta dei Comuni ai servizi sui territori

La misura mostra il coraggio di varare interventi che in tempi normali non sarebbero stati introdotti per mancanza di adeguate risorse finanziarie ed il venire meno di una serie di vincoli europei, sottolinea Veronica Nicotra dell’associazione nazionale dei Comuni Italiani. I Comuni occupano un ruolo decisivo, sono il primo contatto per le donne vittime di violenza ed offrono un sostegno sociale, che al di là del contributo economico accolgono situazioni complesse che hanno bisogno di una presa in carico dove c’è la presenza di minori.

La regione Calabria ha detto Gasperi ha partecipato alla predisposizione del provvedimento e le regioni si impegneranno con interventi sui territori in tema di prevenzione e protezione rispetto ad un fenomeno in crescita. “Alcune regioni” ha aggiunto “hanno aumentato il fondo ma occorrono più risorse per considerare le liste di attesa ed auspicare che esso diventi ordinario”. “Le regioni” conclude “porranno massima attenzione nella programmazione dei centri antiviolenza, soprattutto nel mettere a rete i servizi grazie ai fondi comunitari e del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) offrendo una reale risposta ai beneficiari”.
Dati sul reddito di libertà

“L’Inps” ha sottolineato Maria Sciarrino “con la circolare 166 del 8/11/2021 è intervenuto per rendere più agile l’accesso allo strumento e definire gli obiettivi che sono l’emancipazione e la tutela delle donne vittime di violenza in condizioni di povertà, percorsi di autonomia abitativa e personale, sostegno a percorsi scolastici dei figli e delle figlie minori”. Le destinatarie sono donne residenti sul territorio nazionale, cittadine italiane e comunitarie o extracomunitarie in possesso di regolare permesso di soggiorno, vittime di violenza senza figli o con figli minori. Una fase importante è la presa in carico dei centri antiviolenza e dei servizi sociali che legittimano il cammino di recupero verso l’autonomia. Gli importi destinati alle regioni – sulla base dei dati Istat al 1° gennaio 2020 – ammontavano complessivamente a 3 milioni di euro, e il modulo disposto dall’istituto si basa sull’autocertificazione, successivamente le dichiarazioni vengono rilasciate dal servizio sociale professionale ed il rappresentante del centro antiviolenza che garantisce il percorso di emancipazione ed autonomia intrapreso dalla donna. L’Istituto raccoglie telematicamente le domande dei Comuni per territorio e mette le persone in condizioni di accedere alla prestazione. In sintesi, si apre l’istruttoria in base ai requisiti previsti dalla norma – verifica del budget, titolarità dello strumento di pagamento – e si procede alla liquidazione che prevede un contributo di 400€ mensili concessi dall’Inps in un’unica soluzione per un massimo di 12 mesi. La norma prevede la compatibilità della misura con altri contributi statali (reddito di cittadinanza, sussidi economici al reddito, NASpi, etc) e si concilia con le misure erogate dalle regioni, dalle provincie autonome di Trento e Bolzano e dagli enti locali. La norma prevede infine che le regioni possano integrare i fondi attraverso la stipula di una convenzione ed è già stata prevista una bozza con il dipartimento delle Pari Opportunità in modo che dal 2022 ci sia un’ulteriore forma di collaborazione.
Report domande reddito di libertà

Al 13 dicembre 2021 sono pervenute all’Inps un totale di 848 domande, di cui 72 da istruire, 36 in istruttoria, 256 non accolte che per problemi legati all’Iban possono essere riprocessate, accolte 484, pagate 449 per un budget totale di 2 milioni e 496 mila euro. La situazione sul territorio nazionale è diversificata: si passa da 188 domande della Lombardia alle 146 della Campania, 82 della Puglia, 43 dell’Umbria e 91 del Lazio. Questi dati conclude Sciarrino testimoniano la gravità della situazione e l’istituzione opera per un obbiettivo comune.
Cristina Montagni
Cultura e parità: Valeria Fedeli in Senato per combattere stereotipi e pregiudizi
A novembre a Roma presso il Senato della Repubblica si è svolta la conferenza stampa “Ricerca e formazione sugli stereotipi di genere in Italia: prevenire le discriminazioni, educare alla cultura paritaria” nell’ambito della presentazione del volume “Stereotipo e pregiudizio. La rappresentazione giuridica e mediatica della violenza di genere”.
La ricerca curata dalla prof.ssa Flaminia Saccà e finanziata dal dipartimento Pari opportunità in attuazione della Convenzione di Istanbul, è stata realizzata dall’università degli Studi della Tuscia in partnership con l’associazione Differenza Donna. All’incontro hanno partecipato oltre alla promotrice dell’evento la senatrice Valeria Fedeli e la prof.ssa Flaminia Saccà, l’assessore alla Cultura del Comune di Roma, prof. Miguel Gotor e la rettrice dell’università La Sapienza di Roma Antonella Polimeni.
Il volume nasce da un’attenta analisi dei dati per restituire un quadro dettagliato sugli stereotipi e sui pregiudizi da cui si origina la violenza di genere. L’indagine focalizza il tema della violenza sulle donne in due ambiti differenti: il linguaggio adottato dai giudici nelle sentenze e il linguaggio utilizzato nella stampa mostrando così come il discorso pubblico sia caratterizzato da una presenza strutturale di pregiudizi e stereotipi radicati sia nelle aule dei tribunali che nelle testate giornalistiche.
Flash incidenza delle risposte sulla violenza contro le donne

I reati presi in esame nella ricerca riguardano: violenza domestica, violenza sessuale, omicidio/femminicidio, tratta e riduzione in schiavitù di esseri umani e stalking. Da un quadro generale emerge che i maltrattamenti familiari rappresentano la metà dei reati di violenza contro le donne ma il pericolo si trova soprattutto all’interno della sfera domestico-familiare. Nel triennio 2017-2019 l’incidenza della violenza sulle donne per quanto attiene ai maltrattamenti familiari è passata dal 47% al 51% con un trend in crescita nel 2020 per effetto del lockdown dovuto dalla pandemia (fig.1-2-3).



Secondo la stampa il reato più diffuso è lo stalking con il 53,4%, segue l’omicidio/femminicidio con il 44,5%, mentre la violenza domestica registra una quota del 14%. Infine, i casi di stupro sarebbero meno del 10% tuttavia le denunce reali si attesterebbero a circa il doppio, 17.1% dei casi (fig.5). L’inchiesta della prof.ssa Saccà mostra come i giornali tendono a scegliere perlopiù fatti o eventi che fanno notizia, esempio lo stalking – reato meno grave fra quelli elencati – giacché suscita maggiore scalpore rispetto alla violenza consumata all’interno delle mura domestiche, ma rappresenta la reale persecuzione della condizione femminile. In sintesi, i media tendono a considerare il maltrattamento in famiglia quasi la norma, con il risultato che la violenza femminile è una narrazione senza colpevoli non mettendo a fuoco i fatti in cui la violenza “capita” e non è agita. Contro le donne – come si legge nello studio – viene posto un potente processo di omissione della realtà che da un lato favorisce i colpevoli dall’altra suscita sospetti sulle vittime esponendole ad una vittimizzazione secondaria e terziaria.
Rappresentazione giornalistica dell’uomo violento
La stampa tendenzialmente descrive l’uomo – autore del reato – un soggetto deviante, una persona violenta, aggressiva e pericolosa oppure un tossicodipendente o un pazzo. A questo identikit si aggiunge un immagine “semplice” e “mite” la cui violenza si scatena quando è in atto un evento che genera la perdita del controllo e, per la stampa, la violenza maschile viene indicata attraverso un frame di gelosia. Negli articoli il sentimento della gelosia viene accostato al disturbo psicologico e gli aggettivi usati per delineare questo status sono: morboso, malato, cieco, incontrollabile, eccessivo o patologico.
Sulle donne una narrazione deviata
Le donne non vengono considerate nemmeno quando sono maltrattate, stalkerate e stuprate. L’immagine femminile viene spesso descritta giovane, bella, moglie e madre riservandole un posto “accessorio” di secondo piano rispetto all’uomo, perciò senza personalità e propria autonomia. La rappresentazione della violenza femminile si snoda secondo due modalità: violenza vista come un fatto privato e come un problema culturale. Dal lato privato, il reato è consumato all’interno di un contesto chiuso, domestico o familiare che risiede nella sfera dei rapporti privati, dall’altra è considerato un atteggiamento oppressivo che investe trasversalmente uomini e donne di tutto il mondo.
Doppia valenza degli stereotipi e pregiudizi

“Gli stereotipi” commenta Saccà “non si riconoscono, sono radicati in noi, e lo studio durato 3 anni ha cercato di metterli a fuoco attraverso un’analisi socio-linguistica su un repertorio di 16.715 articoli e 283 sentenze dove spicca la presenza non episodica di rappresentazioni della violenza in grado di generare una seconda vittimizzazione della parte offesa tendente a riprodurre un’immagine femminile stereotipata e discriminante”. L’analisi conferma che gli stereotipi funzionano, sono vivi nel tempo e restituiscono immagini distorte della realtà che si tramandano di generazione in generazione dovuti all’apprendimento di modelli che iniziano a zero anni e non finiscono mai. “Gli stereotipi” spiega la docente “possiedono una doppia valenza: da un lato sono bussole, dall’altra sacche di privilegio; quando si vuole “ammantare” una situazione di saggezza ereditata da un familiare, si stanno mantenendo dei privilegi e questi sono a favore di alcuni e a scapito di altri, in questo caso a scapito delle donne”. Occorre quindi combattere i privilegi con la formazione, là dove si formano professionisti/e che in futuro occuperanno ruoli nella giustizia, nella magistratura, tra le psicologhe, assistenti sociali, giornaliste e giornalisti. “Anche la stampa” commenta “descrive la violenza di genere in modo distorto: la donna viene raccontata come parzialmente colpevole di ciò che le capita e l’empatia nella narrazione viene manifestata per l’uomo e non per la donna vittima”. Infine, ha concluso Saccà “le leggi sono fondamentali ma è necessaria una cultura che le faccia vivere nella società affinché diventino patrimonio ed esperienza comune di tutte e tutti”.
Importanza del linguaggio e della formazione

“La ricerca” ha commentato la senatrice Valeria Fedeli “offre ai decisori politici strumenti sui quali basare azioni di prevenzione in grado di contrastare la violenza di genere” inoltre pensa sia necessario mettere al centro l’importanza dei percorsi formativi, la funzione dell’istruzione, università e ricerca per eradicare dal punto di vista culturale la violenza femminile. “L’indagine” sostiene Gotor “mostra un’esasperata attenzione al linguaggio che riveste un ruolo primario nelle relazioni familiari, pubbliche ed interpersonali fra soggetti e un divario nella narrazione tra l’incidenza dei reati e lo spazio concesso dai giornali”. “Le leggi” dice Gotor “non bastano, serve una pedagogia, un progetto che intervenga sulla cultura perché la questione stereotipi e pregiudizi è viva ed è sovente prodotta all’interno del nucleo familiare”. “Dentro al linguaggio” prosegue “si nascondono filtri, modelli, ideologie che orientano l’interpretazione della realtà trasformando la donna vittima del proprio carnefice offrendo una rappresentazione colpevole narrata dalla stampa e dal sistema giudiziario dove anche una sentenza è portatrice di ideologie maschiliste”. La ricerca porta quindi alla luce un disallineamento tra le percentuali dei reati compiuti e lo spazio dedicato sui giornali come quello della violenza domestica.

Univ. Sapienza di Roma
Azioni concrete dell’Università La Sapienza di Roma
Antonella Polimeni ha sostenuto la necessità di un cambio culturale ma questo deve passare per la formazione attraverso azioni quotidiane per contrastare il fenomeno. Per rispondere a questo bisogno La Sapienza ha organizzato un corso di interfacoltà di alta formazione contro la violenza di genere aperto a diplomati per conoscere e affrontare – dall’area medica a quella giuridica – il fenomeno. “Inoltre”, ha anticipato “l’anno prossimo sarà attivo un corso di laurea dedicato al Gender Studies, dove insieme all’apertura di uno sportello antiviolenza e al “reddito di libertà” garantirà un sostegno economico di 12 mesi alle vittime di violenza”.
Info progetto: https://www.progettostep.it/
Cristina Montagni


