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INTERVISTA ALLA SEGRETARIA GENERALE CISL ANNAMARIA FURLAN

Intervista alla Segretaria Generale della Cisl Annamaria Furlan per affrontare temi di interesse per il mondo del lavoro femminile.
La questione femminile per la Segretaria Generale Cisl Annamaria Furlan non è solo difendere il valore sociale del lavoro, ma riflettere sulla contrattazione di genere, sul divario retributivo e la difficoltà a mantenere il lavoro in presenza di una famiglia spesso considerata ostacolo all’ingresso e alla progressione della carriera.

Segrataria Generale Cisl Furlan

Segretaria Furlan, lei è ai vertici di una delle principali organizzazioni sindacali d’Italia e conosce le difficoltà nella conciliazione tra vita familiare e professionale. Vede progressi sulla condizione delle donne in Italia nelle pari opportunità di retribuzione e carriera?

Abbiamo fatto indubbiamente dei progressi, ma manca ancora nel nostro paese una politica strutturale per favorire la conciliazione tra lavoro e famiglia. La partecipazione della donna nei contesti produttivi è pesantemente penalizzata da fattori ambientali e culturali. Le regole sono uguali per tutti, ma non tutti beneficiano delle stesse condizioni di partenza. La bassa occupazione femminile, oltre che per le note ragioni di crescita zero del nostro Paese, è prevalentemente legata agli impegni familiari e alla scarsa disponibilità di servizi, basti pensare che una donna su quattro lascia ‘volontariamente’ il lavoro alla nascita del primo figlio, con riflessi molto negativi anche sulla povertà delle famiglie. Il problema centrale resta, soprattutto, non solo al Sud, quello di creare le condizioni di ingresso, di permanenza e di competizione “alla pari” nel mercato del lavoro.

Il 30 gennaio è stato siglato l’accordo tra cooperative e sindacati per favorire lo sviluppo di una cultura contraria ad ogni forma di discriminazione. Quali novità introduce l’accordo ai fini dei diritti della persona?

L’intesa ci impegna ad introdurre nei singoli contratti nazionali di lavoro nuove disposizioni per prevenire e tutelare forme di discriminazione, molestia o violenza di genere nei luoghi di lavoro, favorendo momenti collettivi di sensibilizzazione e formazione sul tema ai diversi livelli (nazionale, regionale/territoriale o aziendale). Prevede inoltre iniziative di informazione e di formazione per tutte le figure coinvolte, con lo scopo di prevenire l’insorgere di comportamenti molesti e violenti nei luoghi di lavoro attraverso la diffusione di una maggiore consapevolezza e capacità di discernimento del fenomeno e dei comportamenti a rischio.

Per contrastare le fragilità lavorative e retributive delle donne quali sistemi di protezione possono essere introdotti per arginare il fenomeno del lavoro povero e discontinuo?

La carriera lavorativa delle donne è la più discontinua e precaria nel mercato del lavoro. Le donne sono le prime a dover scegliere il part – time per conciliare il lavoro con la maternità, la cura della famiglia, l’assistenza ai parenti non autosufficienti. Tutto questo ha delle conseguenze sul salario, sulle condizioni di vita e sulla futura pensione. Mancano sgravi contributivi o incentivi di carattere strutturale finalizzato all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro, con una particolare attenzione alle donne migranti, che soffrono spesso una discriminazione multipla e alle donne vittime di violenza e di tratta. Sono scarsi gli investimenti sui servizi educativi, socio assistenziali e socio sanitari, soprattutto nel mezzogiorno. Inoltre, come sta avvenendo adesso in base ad alcune disposizioni legislative ampliare il congedo obbligatorio per i padri favorirebbe la conciliazione e la condivisione dei ruoli di cura tra uomini e donne.

Di fronte ai cambiamenti tecnologici sui sistemi di produzione, la contrattazione può definire strumenti diversi partendo dalla differenza di genere?

Certo. La contrattazione nazionale ed aziendale rappresenta lo strumento primario in grado di promuovere la parità e le pari opportunità nei diversi contesti produttivi. Si possono prevenire e contrastare quelle forme di discriminazione che favoriscono ed alimentano segregazione e segmentazione lavorativa di genere. Ci sono già tanti accordi molto innovativi in tantissimi settori produttivi ed aziende per una migliore conciliazione tra lavoro e famiglia sul piano degli orari, del welfare integrativo, della assistenza per le donne madri.  Ma bisogna fare di più. Per questo vogliamo incentrare l’attenzione sul ruolo della contrattazione di genere come protagonista del cambiamento. Il gender pay gap rimane un tema cruciale per il sindacato nella lotta contro le discriminazioni legate al genere. La parità di retribuzione sarebbe il più grande stimolo all’economia europea e solleverebbe milioni di donne dalla povertà. Eliminerebbe di fatto un’altra disparità, direttamente collegata alla prima, il gap pensionistico che vede nel nostro Paese le donne percepire un assegno di pensione inferiore di circa il 30% rispetto a quello degli uomini.

Annamaria Furlan CislPer quanto riguarda la sicurezza nei luoghi di lavoro, esistono malattie “di genere” legate alle condizioni lavorative che colpiscono in modo diverso uomini e donne?

Abbiamo fatto indubbiamente dei progressi sul piano della prevenzione e tutela grazie al recepimento negli anni Novanta della direttiva europea nelle diverse legislazioni nazionali. Tra queste, l’estensione della tutela della salute e sicurezza sul lavoro non solo ai “prestatori di lavoro”, ma anche alle “prestatrici di lavoro”, intesa per tutto l’arco della vita lavorativa e non solo per lo specifico tempo della gravidanza e maternità. Ma bisogna fare ancora tanto perché ci sono tante malattie professionali a carico delle lavoratrici, condizioni di danno, sofferenza ed esposizione a rischio infortuni sempre maggiori. Penso per esempio alla rilevanza degli infortuni in itinere per le lavoratrici: oltre la metà dei casi mortali nel tragitto di andata e ritorno tra la casa e il luogo di lavoro. Penso all’aumento delle denunce di malattie dell’apparato osteo-muscolare o del sistema nervoso che rappresentano il 90,1% del totale delle patologie professionali delle donne. Le inadeguate condizioni di lavoro incidono spesso sulla salute delle lavoratrici e questo determina costi maggiori da sostenere per la propria salute, così come anche una possibile minore retribuzione determinata da perdita di ore lavorate per assenza per malattia.

Coinvolgere le donne nei processi decisionali d’impresa può portare benefici all’azienda?

È un’altra battaglia sindacale che la Cisl porta avanti dalla sua nascita. La partecipazione dei lavoratori è lo strumento per alzare non solo la qualità e la produttività delle aziende, ma anche per aumentare i salari, ridurre gli orari, migliorare le condizioni generali delle donne lavoratrici. Le aziende che funzionano meglio sono proprio quelle che hanno puntato sulla corresponsabilizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici nelle scelte e nelle decisioni. Anche il sindacato, da parte sua, riconosce in sé stesso la presenza determinante della componente femminile, sia nel numero di lavoratrici iscritte, sia nella presenza negli organismi di dirigenza sindacale e nei tavoli di contrattazione.

Secondo lei i vertici delle aziende sono sensibili all’organizzazione del lavoro in modo da garantire pari opportunità nella conciliazione dei tempi di vita e di lavoro?

Anche se si sono fatti passi avanti, la maternità purtroppo viene considerata ancora come un ostacolo all’ingresso ed alla progressione di carriera. Occorre intervenire sugli ostacoli che fanno della maternità non un valore sociale ma un bivio tra gli affetti e la carriera. Non è un caso se in fatto di natalità il nostro Paese è tra gli ultimi posti in Europa. Una donna su 3 lascia il lavoro dopo la nascita del primo figlio. Sono ancora poche le madri con un bambino che lavorano rispetto al resto dell’Europa (57,8 % contro 63,4 %) e, soprattutto, se paragonate agli uomini (86 %). Quando poi i bambini crescono i numeri crollano al 35,5 % (la media UE è del 45,6 %). In molti casi la rinuncia alla maternità va collegata direttamente anche all’inadeguatezza di servizi a sostegno della genitorialità. In Italia solo il 18% dei bambini trova posto negli asili nido pubblici, mancano politiche finalizzate alla conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro, allo smart working, alla flessibilità negli orari. Non è solo un problema di leggi da far rispettare. Dobbiamo fare di più con la contrattazione, nazionale, aziendale e nei territori, ponendo le condizioni per una valorizzazione ed una specificità del lavoro femminile. Il problema famiglia/lavoro deve essere affrontato nella consapevolezza che si tratta di un investimento per lo sviluppo del nostro Paese e non di un costo per la società. Solo così potremo disegnare nuovi orizzonti di crescita e celebrare il ruolo straordinario delle donne in una società sempre più multietnica e multiculturale.

Negli ultimi 30 anni in Italia la differenza nei tassi di occupazione tra uomini e donne non hanno avuto esiti positivi. Solo il 48% delle donne lavora, meno di una donna su due. Perché è difficile per le donne accedere al mondo del lavoro? Quali strumenti si dovrebbero adottare per invertire questa tendenza?

Bisognerebbe intervenire almeno su cinque ambiti d’azione: ripristinare i finanziamenti per incentivare la contrattazione aziendale per la conciliazione, che aveva prodotto risultati interessanti nel 2016 e 2017; consolidamento degli incentivi finanziari per aziende e lavoratrici. Rafforzare i congedi e la flessibilità dell’organizzazione e degli orari lavorativi; aumentare la disponibilità dei servizi all’infanzia e valorizzazione del lavoro di cura. Non occorre solo promuovere una maggiore occupazione femminile, ma è necessario garantire anche la permanenza delle donne nel mondo del lavoro. Sono le donne a pagare il prezzo più alto della precarietà, del lavoro nero, dello sfruttamento, con conseguenze pesanti per tutta la collettività, anche in termini di natalità. Per questo continuiamo a sostenere, in materia previdenziale, che va riconosciuto alle donne almeno un anno di contributi per ogni figlio. In questo quadro l’iniziativa sociale e sindacale attraverso la contrattazione nazionale e decentrata deve contribuire a consolidare e rafforzare la lotta alle discriminazioni, sfruttamento e violenza, valorizzando le politiche di genere e costruendo strumenti negoziali per conciliare vita e lavoro. Legislazione, contrattazione e cultura sono tre dimensioni connesse per una buona battaglia verso un cambiamento che riguarda tutti per una società più giusta, equa e partecipata.

Solo il 27% delle donne ricopre posizioni manageriali, un dato fermo nell’ultimo quarto di secolo. Quali interventi si potrebbero adottare affinché le donne non siano più relegate ad occupare mansioni che richiedono competenze inferiori?

Dobbiamo garantire a tutte le donne in tutti i contesti le stesse opportunità di carriera, reali politiche attive di formazione professionale, di valorizzazione e di crescita. Tante sono le donne che in tante aziende o anche nel settore del pubblico impiego fanno fatica ad emergere, a sviluppare il loro talento e le proprie competenze. Bisogna superare tanti ostacoli culturali e sociali, soprattutto a chi come le donne deve, in molti momenti della vita, conciliare il lavoro con la cura delle persone. È lo sforzo che la Cisl e tutto il sindacato fanno ogni giorno.

Cristina Montagni

Rapporto sul Mercato del Lavoro 2018

Rapporto del lavoro 2018

Giunge alla sua seconda edizione il “Rapporto sul Mercato del Lavoro: Verso una lettura integrata”. Il report annuale 2018 frutto della collaborazione tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal, si è posto l’obbiettivo di creare un sistema statistico condiviso elaborando informazioni armonizzate sulle attuali dinamiche nel mercato del lavoro. L’analisi presentata all’ISTAT (Istituto nazionale di Statistica) il 25 febbraio 2019 ha tracciato aspetti congiunturali, ciclici e strutturali che hanno modificato l’apparato produttivo italiano insieme alle caratteristiche e ai comportamenti individuali dell’occupazione. Le principali novità del report di quest’anno hanno riguardato anche elementi inediti: modalità d’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, percorsi e esiti di questo ingresso, la sottoutilizzazione del mercato del lavoro e un bilancio dell’occupazione in 10 anni dalla prima crisi.

Disallineamenti nel mercato del lavoro tra inoccupazione e sottoccupazione

Il decennio appena passato è stato contraddistinto da una lunga recessione che ha trasformato il tessuto produttivo in una riorganizzazione dell’occupazione da lavoro dipendente definito da rapporti di lavoro a tempo determinato, ad un’espansione degli impieghi a tempo parziale. In Italia nonostante qualche miglioramento sulla situazione economica, in generale permane un’ampia inoccupazione e sottoccupazione dovuta ai notevoli disallineamenti formativi e dall’acuirsi degli squilibri territoriali tra il nord e sud del paese. In complesso gli analisti hanno indicato un tasso di disoccupazione fisso al 11% collocandoci al terzultimo posto nella graduatoria Ue28 (7,6% la media europea). Nel 2018 la forza lavoro non utilizzata ma potenzialmente impiegabile nel sistema produttivo ammontava a circa 6 milioni di individui (2,9 milioni di disoccupati e 3,1 milioni forze di lavoro potenziali) registrando un tasso di sottoccupazione più elevato nel mezzogiorno, tra le donne, i giovani e gli stranieri. Da un punto di vista congiunturale il nostro paese ha aumentato il numero dei posti di lavoro rispetto ai livelli pre-crisi, ma ha ridotto il numero delle ore lavorate e Pil del 5,1% e del 3,8% concentrando l’occupazione verso settori a bassa qualifica e bassa retribuzione professionale. In sintesi, l’occupazione dopo una crescita nel 2017, ha raggiunto il suo massimo storico nel 2018 con 23.3 milioni di unità pari al 58% degli occupati contro una media Ue15 del 68%. Il gap occupazionale Italia-UE ha prodotto forti criticità soprattutto sul versante dei giovani. Infatti, con il progressivo ingresso nel mondo del lavoro, si sono acuite instabilità del lavoro permanente per una sottoutilizzazione delle loro capacità potenziali dovuta all’emersione del fenomeno della sovra istruzione. I giovani secondo l’analisi risultano più istruiti rispetto alle mansioni che svolgono e questa sottoutilizzazione è condizionata da una domanda di lavoro non adeguata e da una mancata corrispondenza tra le competenze specialistiche richieste e quelle possedute. Da qui emerge un quadro negativo in quanto aumenta la quota di italiani (dottori, ricercatori, professori e specialisti) che in cerca di migliori occasioni di lavoro, abbandonano il nostro paese per migrare all’estero. Erano 40 mila nel 2008 i giovani che avevano scelto di lavorare fuori dal nostro paese, saliti poi a 115 mila nel 2017, triplicando nel decennio il dato della nostra emigrazione occupazionale.

Mercato del lavoro verso uno spreco di risorse umane

Dal rapporto spiccano nuove modalità nella distribuzione del lavoro a cui si aggiunge una diversa composizione socio demografica dei lavoratori. Un primo cambiamento è stato il part time involontario che negli ultimi dieci anni è aumentato di circa un milione e mezzo, a fronte di un calo di 866 mila occupati full time. L’indebolimento della domanda di lavoro ha anche portato ad una ricomposizione dell’occupazione per settori di attività economica. Infatti, l’incidenza dei lavoratori part time è cresciuta mentre è diminuita nei comparti con maggiore presenza di lavoratori a tempo pieno (industria in senso stretto e costruzioni). Sono soprattutto i lavoratori stranieri a crescere, passando dal 7,1% al 10,6% concentrandosi in prevalenza nel settore alberghiero, ristorazione, agricoltura e servizi alle famiglie. L’occupazione femminile nel 2018 è aumentata di 5,4 punti percentuali, mentre quella maschile ha registrato 388 mila unità in meno pari al 2,8%. In generale dalla relazione si deduce che gli occupati risultano più anziani e più istruiti, le professioni più favorite sono quelle poco qualificate a scapito di quelle altamente qualificate. Per concludere dallo screening emerge un ingente spreco di capitale umano se si pensa che per avvicinarsi al tasso di occupazione Ue15 al nostro paese mancano oltre 3,8 milioni di occupati in settori qualificati come sanità, istruzione e pubblica amministrazione.

Cristina Montagni

Il mercato del lavoro e le donne

Il mercato del lavoro e le donne

Tra gli incontri proposti a giugno dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali durante il Forum PA 2018, sono stati discussi temi legati alle donne nel mondo del lavoro e diversi focus su alcuni aspetti critici.  La conferenza svolta alla Convention Center della “Nuvola di Fuksas”, ha ospitato Francesca Bagni Cipriani, Consigliera Nazionale di Parità, Serenella Molendini, Consigliera Nazionale di Parità Supplente del Ministero del Lavoro e Danilo Papa, Direttore centrale della Direzione Vigilanza dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro.

Gli argomenti del dibattito hanno riguardato:

1) la conciliazione vita-lavoro come fattore di crescita della presenza femminile nel mercato del lavoro,

2) la maternità, esaminata nell’ottica del fenomeno delle dimissioni volontarie delle lavoratrici/tori madri e padri nei primi tre anni di vita del bambino,

3) approfondimenti sulle tematiche della salute e sicurezza sul lavoro in chiave di genere.

Il mercato del lavoro e le donneIn apertura del workshop è emerso – secondo le indagini dell’Ispettorato del lavoro – che il fenomeno delle dimissioni volontarie delle lavoratrici durante i primi anni di vita del bambino sono sempre le stesse. Chi decide di dimettersi sono persone che affrontano per la prima volta la maternità in età compresa tra i 30 e i 35 anni in mancanza di un sostegno pubblico nella gestione della maternità. Altri dati testimoniano che una parte di queste persone si trovano già in una situazione lavorativa part time, anche se la variabile della flessibilità oraria e conciliazione vita-lavoro non sembra essere efficace.

Quanto alle tematiche legate alla salute e sicurezza sul lavoro si è discusso sulla necessità di porre attenzione a particolari fattori di rischio legati al sesso, alla differenza biologica e fisiologica che definisce uomini e donne, il genere, come costruzione sociale dei ruoli, dei comportamenti e delle attività che una data società considera doverosi per uomini e donne. Inoltre, sarebbe necessario riflettere sulle differenze tra sesso e genere per poter calibrare sistemi di gestione della sicurezza che tenga conto di queste diversità, nel rispetto delle regole e delle uguaglianze. Con l’entrata in vigore del D.lgs. 81/2008, il genere, l’età, la provenienza geografica e la tipologia contrattuale, diventa una dimensione rilevante da prendere in considerazione. Le discriminazioni sul lavoro sono un fattore di rischio e possono essere causa di stress o situazione di disagio per la salute e la sicurezza delle lavoratrici.

L’adozione di strumenti di conciliazione e work life balance possono avere ripercussioni positive nella prevenzione di infortuni o malattie professionali da stress, oltre che prevenire e contrastare fenomeni di violenza di genere nel contesto lavorativo.

Tra gli aspetti emersi durante il confronto sul tema conciliazione vita – lavoro, è stato analizzato il contesto di riferimento causato dalla crisi economica globale, dall’aggravamento delle disuguaglianze, dalla rivoluzione della struttura familiare, dall’aumento della povertà e della disoccupazione, dai lavori precari e mal retribuiti per le donne, fino all’andamento demografico e decremento delle nascite.

Il mercato del lavoro e le donne

A tale proposito, i relatori hanno ricordato che il 13 settembre scorso il Parlamento Europeo ha approvato la risoluzione “Creazione di condizioni del mercato del lavoro favorevoli all’equilibrio tra vita privata e vita professionale” che ha l’obiettivo di dare nuovo impulso alle opportunità di conciliazione tra vita e lavoro per i cittadini europei. L’azione più importante, al centro dell’equilibrio famiglia-lavoro, rimane la garanzia di adeguati regimi di congedo parentale sia per le madri che per i padri. L’altra area di miglioramento risiede nella necessità di offrire a lavoratori e lavoratrici una varietà di forme di lavoro adeguate tali da consentire a ciascun individuo di avere il tempo sufficiente per dedicarsi alle proprie passioni, alla formazione e alla cura. Perché ciò avvenga è fondamentale superare la visione tradizionale dei ruoli assegnati all’uomo e alla donna, promuovere una opinione positiva rispetto al lavoro femminile in presenza di figli in età prescolare.

Cristina Montagni