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Stereotipi di genere in condizioni di stress sociale e individuale: Italia e Turchia a confronto

Il Consiglio Nazionale delle ricerche tra marzo e luglio 2020 ha condotto due importanti indagini nazionali tra Italia e Turchia per cogliere le differenti reazioni indotte dagli stereotipi di genere in condizioni di stress sociale e individuale. Lo studio – presentato il 25 febbraio scorso e pubblicato sulla rivista European Review for Medical and Pharmacological Sciences – ha evidenziato come l’impatto da lockdown per il COVID19 sia strettamente correlato al contesto sociale e culturale di riferimento in cui vive una popolazione.

Indagine psicosociale tra gli stereotipi di genere Italia – Turchia

L’analisi statistica, effettuata dall’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR in collaborazione con l’università Süleyman Demirel di Isparta (Turchia), ha analizzato con un approccio psicosociale gli stereotipi di genere tra Italia e Turchia. Uno degli autori della ricerca, Antonio Tintori del Cnr-Irpps, ha spiegato che in Turchia là dove l’adesione agli stereotipi di genere sono più radicati rispetto all’Italia, durante il lockdown sono stati chiari gli effetti positivi sul benessere individuale in risposta alla crisi da COVID19. Inoltre, l’autore sottolinea che le emozioni negative quali rabbia, disgusto, paura, ansia e tristezza sono più controllate. Al contrario in Italia, dove la subordinazione sociale delle donne è da tempo in discussione, l’adesione a tali condizionamenti sociali appare più un fattore di rischio individuale, con la tendenza ad accrescere le emozioni primarie negative incrinando maggiormente il benessere e la serenità del nucleo familiare.

Differenze socio – culturali tra le donne italiane e turche

L’analisi parallela Italia – Turchia sottolinea come la differenza nella diffusione degli stereotipi di genere sia strettamente connessa a caratteristiche sociali, religiose, storiche e politiche tipiche dei due Paesi. Tintori precisa, infatti, che il 68% degli intervistati turchi relega il ruolo della donna a madre e moglie, contro il 32% delle donne italiane. In entrambi i Paesi, l’adesione agli stereotipi risulta più frequente a chi possiede un basso livello di studio, e tra i credenti in Turchia l’86% e in Italia il 55%. In concreto, maggiore è la diffusione degli stereotipi, minori sono le differenze in termini di genere, età e condizione occupazionale. In Italia, infatti, dove donne e giovani sono meno condizionati, la percentuale di soggetti stereotipati ammonta rispettivamente al 26% e al 21%.

Conseguenze psicologiche e contraccolpi sulla famiglia a seguito del lockdown

Secondo il report le attività quotidiane delle donne turche non hanno avuto particolari contraccolpi, considerata la condizione sociale del paese, proprio perché la ripartizione delle attività domestiche nel corso del lockdown hanno seguito una rigida routine di genere correlata all’adesione di tali stereotipi. L’impatto sul clima familiare è stato assorbito in positivo, infatti gli intervistati hanno risposto di vivere un clima familiare pacifico, affettuoso e collaborativo. Sulla “scorta” delle precedenti osservazioni, anche il rischio di violenza domestica durante il confinamento è stata inferiore tra le donne che aderiscono agli stereotipi sessisti; solo il 28,7% delle donne turche contro il 45% di quelle che non vi aderiscono. In Italia, questa percezione è stata riscontrata dal 12% delle donne che aderiscono agli stereotipi di genere, contro il 21,8% di quelle che non vi aderiscono.

Dal lato psicologico, l’influenza degli stereotipi sul benessere individuale presenta risultati contrapposti rispetto ai due Paesi. “Complessivamente durante il lockdown, le donne più degli uomini hanno percepito emozioni negative. Chi subisce importanti pressioni agli stereotipi di genere – come la Turchia – presenta bassi livelli emozionali, mentre in Italia le emozioni negative sono maggiori tra chi aderisce a questi stereotipi. “Si deduce” conclude Tintori “che questo stato d’animo dipende soprattutto dall’aumento del processo di emancipazione culturale rispetto al sessismo che in Italia è in atto da anni, mentre in Turchia è solo agli esordi”.

Cristina Montagni

Gli italiani e la tenuta psicologica per un nuovo lockdown

Metà degli italiani sarebbe disposta ad accettare nuove chiusure nella seconda ondata dell’epidemia perché la convinzione è che presto arriverà un vaccino.

Un sentimento molto sentito dalla popolazione del Sud (il 55,2% rispetto alla media nazionale del 49,7%) e dagli anziani (53,5%). La soglia psicologica degli italiani all’indomani delle nuove restrizioni sarebbe fissata con le feste di Natale. Queste le durissime ipotesi presentate il 27 ottobre durante la presentazione del Rapporto Censis-Confimprese “Il valore sociale dei consumi”.

Conseguenze del crollo dei consumi

Il rapporto ipotizza che a fine anno – a causa della seconda ondata di restrizioni e in aggiunta al primo lockdown – si potrebbe verificare un crollo dei consumi pari a 229 miliardi di euro (-19,5% in termini reali in un anno), a cui si assocerebbe un taglio di posti di lavoro di almeno 5 milioni di unità. Questo scenario travolgerebbe l’Italia in tutti i comparti produttivi e il mercato delle vendite al dettaglio subirà una sforbiciata di 95 miliardi di euro di fatturato (-21,6%) con una perdita di 700 mila posti di lavoro a cui si aggiungono le mancate spese per le feste di Natale che farebbero crollare i consumi per oltre 25 miliardi di euro.

Se manca la volontà di resistere

Nella prima fase dell’epidemia quasi 4 milioni di famiglie hanno chiesto prestiti e aiuti da parte di familiari e amici, soprattutto le famiglie con redditi bassi (25%). Paura e incertezza colpiscono soprattutto le persone con bassi redditi, 60,3% (contro il 37,2% della classe media) tagliando sui consumi per risparmiare soldi da utilizzare in caso di necessità. Il 43,3% degli intervistati pensa che per garantire un giusto equilibrio tra tutela della salute e difesa dell’economia bisognerebbe differenziare il rischio di contagio in base alla pericolosità dei territori, chiudendo quelli più a rischio e lasciando una maggiore apertura agli altri.

Se crollano i consumi svanisce il nostro modello di vita

Se i consumi crollano, la nostra vita cambia in peggio. Infatti, per il 57,1% degli italiani il benessere è sinonimo di libertà nell’acquistare beni e servizi che desiderano. Per gli italiani (79,4%) gli acquisti riflettono la propria identità e i propri valori e per il 70,3% i consumi sono alla base della libertà personale, perché comprare le cose desiderate riflette una parte importante dell’autonomia individuale.

Come sono cambiati i comportamenti dei consumatori

Durante l’emergenza gli italiani hanno modificato i comportamenti di consumo diventando più sfuggenti e infedeli. 18 milioni di persone hanno cambiato negozi o brand di riferimento modificando spesso i criteri di scelta dei luoghi di acquisto. Dall’inizio dell’emergenza sanitaria 13 milioni di italiani hanno sostituito i negozi in cui di solito effettuano gli acquisti alimentari: il 42,7% ha acquistato prodotti online che prima comprava nei negozi e, ciò vale soprattutto per i giovani (52,2%) e i laureati (47,4%).

Il futuro è già cambiato e dopo il Covid-19 il 38% degli italiani non tornerà più alle vecchie abitudini di consumo!!!

Cristina Montagni