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Allarme alla Quarta Conferenza Internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo: blocco di 420 miliardi di dollari per la parità di genere nei paesi in via di sviluppo

420 miliardi di dollari bloccano la parità di genere nei paesi in via di sviluppo, la carenza dei finanziamenti, gli scarsi sistemi di tracciamento e le cattive norme finanziarie stanno rallentando i progressi sulla parità di genere. UN Women intervenendo alla Quarta Conferenza Internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo, ha chiesto investimenti urgenti per colmare il divario e rispettare gli impegni in materia di parità.
Ogni anno si stima che i paesi in via di sviluppo non riceveranno i finanziamenti per raggiungere la parità nell’ambito degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG). Alla Conferenza Internazionale dal 30 giugno al 3 luglio 2015 in Spagna, UN Women ha adottato il Compromesso di Siviglia che riafferma l’impegno condiviso degli Stati membri per uno sviluppo inclusivo e sostenibile. Nonostante il contesto globale sia complicato, l’accordo rappresenta un passo verso il riconoscimento del ruolo della parità di genere nelle strategie di finanziamento. Il Fondo per lo Sviluppo rappresenta un’importante opportunità per dare impulso alla parità di genere, riconosciuta essenziale per lo sviluppo sostenibile e per economie forti e inclusive. Quello che occorre sono investimenti costanti e mirati, sbloccare le opportunità e garantire che nessuno venga lasciato indietro.
ONU sostiene un bilancio attento alla questioni di genere

L’ONU sollecita governi e istituzioni finanziarie ad investimenti duraturi che aiutino le donne e le ragazze bisognose. L’attuale gap mostra la carenza di risorse per i diritti e i servizi delle donne e segnala l’urgenza che governi e istituzioni riallochino le risorse di conseguenza. Una parte importante dei finanziamenti globali ignora i Paesi poveri, dove vive la maggioranza delle donne a basso reddito e dove questi investimenti sono più urgenti. Nonostante si registri la crescente diffusione di un bilancio attento alle questioni di genere, solo un paese su quattro dispone di sistemi per monitorare che i fondi pubblici vengano distribuiti per la parità di genere. Senza queste informazioni, è impossibile pianificare, redigere un bilancio e raggiungere gli obiettivi di sviluppo nazionale.
“Non possiamo colmare il divario di genere con bilanci che non riflettono la reale situazione finanziaria”, ha affermato Nyaradzayi Gumbonzvanda, Vicedirettrice Esecutiva di UN Women. “I governi devono sostenere gli impegni con investimenti concreti, monitorare come vengono spesi i fondi e valutare i risultati. La parità deve passare dai bilanci al cuore delle politiche pubbliche. Sono necessarie riforme e una leadership che consideri le donne non un costo, ma un investimento futuro“.
Raccomandazioni UN WOMEN al rispetto dell’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile

- Espandere e potenziare l’uso di un bilancio attento alle questioni di genere per garantire che le priorità nazionali siano in linea con gli obiettivi di parità di genere. Ciò garantisce che i finanziamenti siano destinati per soddisfare i bisogni e i diritti di donne e ragazze in tutti i settori. I paesi devono rafforzare le proprie istituzioni e avere la volontà politica per attuare e monitorare questi bilanci;
- Implementare l’alleggerimento del debito, regole di finanziamento globale eque e una riforma fiscale progressista, attenta alle questioni di genere. Queste misure sono necessarie per porre fine all’austerità e ottenere entrate necessarie per gli investimenti pubblici in servizi essenziali come sanità, istruzione e assistenza.
- Riequilibrare la spesa pubblica per rispondere agli obiettivi di sviluppo umano a lungo termine, tra cui l’uguaglianza di genere, la costruzione della pace e lo sviluppo sociale inclusivo.
- Investire in sistemi di assistenza pubblica come l’assistenza all’infanzia e agli anziani, infrastrutture essenziali che consentono piena partecipazione delle donne nel mondo del lavoro e nella società. Investire il 10% del reddito nazionale nei servizi di assistenza ridurrebbe la povertà, aumenterebbe il reddito familiare e creerebbe milioni di posti di lavoro dignitosi.
UN Women sottolinea infine che la continua carenza di investimenti sta rallentando i progressi in materia di parità, la realizzazione dei diritti, l’emancipazione di donne e ragazze dell’Agenda 2030 e della Piattaforma d’azione di Pechino. Alla 4 Conferenza Internazionale l’Ente delle Nazioni Unite esorta i leader mondiali a coniugare gli impegni politici con i finanziamenti duraturi, trasparenti e responsabili necessari per colmare il gap di 420 miliardi di dollari e mantenere le promesse fatte a metà della popolazione mondiale.
Cristina Montagni
Rapporto OIL-UNICEF: 138 milioni di bambini e adolescenti nel mondo sono ancora vittime di lavoro minorile
Sullo slogan: “I bambini non dovrebbero lavorare sui campi, ma sui sogni”, il 12 giugno si è celebrata la Giornata Mondiale contro il lavoro minorile, con l’obiettivo di portare agli occhi del mondo il grave e ancora diffuso fenomeno dello sfruttamento dei bambini sul lavoro.

La ricorrenza istituita nel 2002 dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) costituisce una voce per richiamare l’attenzione contro lo sfruttamento sul lavoro di milioni di bambini. Il rapporto: “Lavoro minorile: Stime globali 2024, tendenze e prospettive”, sottolinea da una parte i progressi compiuti e dall’altro denuncia l’esistenza di un diritto ancora negato a milioni di bambini e adolescenti; quello d’imparare, giocare e semplicemente essere bambini.
Qualche dato del Rapporto OIL/UNICEF
Secondo le stime del rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e UNICEF, dal 2000 al 2024 il lavoro minorile si è quasi dimezzato passando da 246 milioni è a 138 milioni, di cui 54 milioni sono minorenni coinvolti in lavori pericolosi mettendo a rischio la propria salute, sicurezza e sviluppo. In Italia, circa 340.000 ragazzi sotto i 16 anni sono coinvolti in attività lavorative ai limiti dello sfruttamento. Lo studio sottolinea una riduzione del lavoro minorile di circa il 50% dall’inizio del secolo, ma globalmente il mondo è lontano dal raggiungere l’obiettivo dell’eliminazione entro il 2025. Per cancellare questo fenomeno entro i prossimi cinque anni, gli sforzi dovrebbero essere superiori a 11 volte. I settori più coinvolti sono: l'agricoltura che rappresenta il 61% di tutti i casi, seguiti dai servizi (27%), come il lavoro domestico e la vendita di beni nei mercati, e dal settore industriale (13%), che comprende l'industria mineraria e manifatturiera. Lo studio rileva inoltre che i bambini e ragazzi hanno più probabilità delle bambine e ragazze di essere coinvolti nel lavoro minorile a qualsiasi età, ma quando si include il lavoro domestico non retribuito per 21 ore o più a settimana, il divario di genere si inverte.
Aree interessate dal fenomeno
L’Africa subsahariana costituisce i due terzi (circa 87 milioni) di tutti i bambini impiegati nel lavoro minorile. Nonostante il fenomeno sia sceso dal 24 al 22%, il numero totale è rimasto stagnante a causa della crescita demografica, dei conflitti in corso e di quelli emergenti, dell’estrema povertà e dei sistemi di protezione sociale deboli.
L’Asia e il Pacifico dal 2020 hanno registrato una riduzione più significativa del lavoro minorile, con un tasso sceso dal 6 al 3% (da 49 milioni a 28 milioni di bambini e adolescenti). In America Latina e Caraibi la prevalenza del lavoro minorile è rimasta invariata negli ultimi quattro anni; il numero totale di bambini coinvolti è sceso da 8 a circa 7 milioni.
Proposte UNICEF e OIL
Per accelerare il progresso, UNICEF e OIL propongono ai governi di:
- Investire in protezione sociale per le famiglie vulnerabili, attraverso dispositivi di sicurezza sociale come l’assegno familiare universale, in modo che le famiglie non debbano ricorrere al lavoro minorile;
- Rafforzare i sistemi di protezione dell’infanzia per prevenire e identificare i bambini a rischio, soprattutto per quelli esposti alle forme peggiori di lavoro minorile;
- Assicurare l’accesso universale all’istruzione di qualità, soprattutto nelle aree rurali e nelle zone colpite da crisi, così che ogni bambino e adolescente possa studiare;
- Garantire un lavoro dignitoso a adulti e giovani, compreso il diritto dei lavoratori di organizzarsi e difendere i propri interessi.
- Applicare le leggi e la responsabilità delle imprese per porre fine allo sfruttamento e proteggere i bambini e adolescenti lungo le filiere di fornitura.
Le due Agenzie in conclusione avvertono che, se si vuole mantenere il livello dei risultati raggiunti, sono necessari finanziamenti, sia a livello globale che nazionale. I tagli all’istruzione, protezione sociale e supporto ai mezzi di sostentamento possono spingere le famiglie più fragili sull’orlo del baratro, costringendole a far lavorare i bambini e adolescenti. Allo stesso tempo la riduzione degli investimenti nella raccolta dei dati renderà sempre più difficile individuare e affrontare il problema.
“Il mondo ha fatto progressi nella riduzione del numero di bambini e adolescenti costretti a lavorare. Eppure, troppi continuano ad essere impiegati nelle miniere, nelle fabbriche o nei campi, svolgendo lavori pericolosi per sopravvivere”, ha dichiarato Catherine Russell, Direttrice Generale dell’UNICEF. “Sappiamo che gli sforzi per porre fine al lavoro minorile sono possibili attraverso l’applicazione di tutele legali, estensione della protezione sociale, investimento in un’istruzione gratuita e di qualità e miglioramento dell‘accesso al lavoro dignitoso per gli adulti. Gli attuali tagli dei finanziamenti su scala globale minacciano di far retrocedere le conquiste ottenute ed occorre impegnarsi per garantire che i bambini siano nelle aule e nei campi da gioco, non a lavoro”.
Cristina Montagni
Road Map UE alla 69° sessione dell’ONU: cambiare il paradigma verso l’uguaglianza di genere
La 69° sessione della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne, che si svolge a New York dal 10 al 21 marzo 2025, ha il compito di valutare i progressi sull’attuazione della dichiarazione e della piattaforma d’azione di Pechino, adottate 30 anni fa. Scopo della Commissione è assumere, da parte degli Stati membri, una forte dichiarazione politica, impegnandosi a promuovere i diritti, l’uguaglianza e l’empowerment di tutte le donne e le ragazze. Le stime mostrano che un miglioramento nella parità di genere porterebbe ad un aumento del PIL pro capite dell’UE dal 6,1 al 9,6% pari a 1,95 – 3,15 miliardi di euro. Il divario occupazionale di genere in UE si traduce in una perdita economica di 370 miliardi di euro all’anno e il costo stimato del Gender-Based violence nell’Unione sarebbe pari a 366 miliardi di euro all’anno.

La piattaforma d’azione di Pechino è dunque una dichiarazione politica che potenzia il rispetto, la protezione, la promozione dei diritti, l’uguaglianza e l’emancipazione di tutte le donne e le ragazze. Al congresso partecipano António Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite; Sima Bahous, Direttore esecutivo, UN Women; Philemon Yang, Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Celebrazione 30° anniversario della piattaforma d’azione di Pechino
Istituita nel 1946, la Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione femminile, è un organo del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite i cui rappresentanti (45 Stati membri) riuniscono i governi degli Stati membri dell’ONU, della società civile e di altri organismi delle Nazioni Unite. La 69° sessione segna il 30esimo anniversario della dichiarazione della piattaforma di Pechino adottata nel 1995 da 189 paesi definendo una road map globale per il conseguimento dell’uguaglianza di genere che comprende misure e obiettivi in 12 settori chiave.
Quali progressi nella parità di genere
La 69° sessione ha il compito di valutare l’attuazione della piattaforma d’azione per imprimere un nuovo slancio. Dall’adozione della piattaforma molti paesi hanno fatto grandi sforzi per conseguire l’uguaglianza di genere. Da un rapporto delle Nazioni Unite, nell’ultimo decennio oltre 40 paesi hanno riscritto le loro costituzioni per integrare disposizioni che promuovono i diritti delle donne e delle ragazze. L’UE ha attuato diverse misure nell’ambito della piattaforma e monitora questi progressi, ma oggettivamente solo 10 paesi del mondo hanno colmato l’80% del divario di genere. I dati sull’obiettivo di sviluppo sostenibile n. 5, “Realizzare la parità di genere e l’emancipazione di donne e ragazze“, mostrano che nessun indicatore è stato raggiunto a livello mondiale e le analisi delle Nazioni Unite parlano di una retrocessione globale sui diritti delle donne e delle ragazze, sempre più colpite da violenze sessuali, conflitti, crimini contro l’umanità, disparità retributive, oneri nell’assistenza e sotto-rappresentazione a livello dirigenziale. Questa involuzione assume conseguenze gravi in Afghanistan con il regime di apartheid in base al genere.
Posizione della CSW69
Secondo la CSW69 è arrivato il momento di considerare i governi responsabili della copertura sanitaria universale. La salute è un Diritto Umano fondamentale, purtroppo molti paesi ancora non hanno accesso ai servizi di base, specialmente quando si parla di salute sessuale e riproduttiva (4,3 miliardi di persone non hanno a questi servizi), 218 milioni di donne nel Sud globale non hanno accesso alla contraccezione moderna. Occorre cambiare politica e garantire a tutti uno standard di salute fisica e mentale.
Il punto sugli strumenti e le priorità dell’Unione Europea

Il Parlamento europeo voterà una raccomandazione sulle priorità dell’UE e invita il Consiglio europeo a fare il punto sull’attuazione della piattaforma; garantire che l’UE dia l’esempio nel conseguire l’uguaglianza di genere; consentire una maggiore rappresentanza femminile nei processi decisionali; attuare l’integrazione nei bilanci di genere; assumere un ruolo centrale nella lotta ai progressi dell’uguaglianza e dei diritti delle donne; affrontare la povertà femminile; rafforzare gli strumenti UE per combattere la violenza di genere; garantire l’accesso delle donne all’assistenza sanitaria e integrare la dimensione di genere nella transizione verde. Rispetto alla politica estera, il progetto invita il Consiglio a garantire che l’uguaglianza e i diritti delle donne siano considerati in tutti gli aspetti di azione anche esterni all’UE. La dichiarazione politica – oltre ad affermare la necessità di sostenere i diritti umani e le libertà fondamentali per ogni donna e ragazza – vuole rafforzare gli impegni nei confronti delle donne, della pace e della sicurezza, sottolineando la necessità di integrare le voci e la leadership delle donne nella prevenzione dei conflitti, nella costruzione della pace e nella risoluzione dei conflitti. Si sottolineano gli interventi nello sradicare la povertà, garantendo il diritto delle donne e ragazze all’istruzione anche nelle materie STEM aumentando gli investimenti pubblici e nei sistemi di assistenza. Riconoscendo l’enorme potenziale della tecnologia, emerge la necessità di colmare il divario digitale di genere e si chiede un rinnovato investimento nelle statistiche e nei dati di genere per arrivare ad una politica informata. La Dichiarazione raccomanda inoltre agli Stati membri di eliminare ogni forma di violenza contro le donne e le ragazze, comprese quelle emergenti come la violenza digitale, le molestie online e il cyberbullismo.
Italia in prima linea nella lotta alle mutilazioni genitali femminili
L’Italia ha ribadito il suo impegno nella lotta contro le mutilazioni genitali femminili (MGF) con un evento organizzato nell’ambito della Commissione sulla Condizione della Donna (CSW) delle Nazioni Unite. L’interesse su questo tema conferma il ruolo del nostro Paese nella promozione dei diritti delle donne e delle bambine a livello globale. L’Ambasciatore italiano presso le Nazioni Unite, Maurizio Massari, ha sottolineato l’impegno internazionale per eliminare questa pratica dannosa, sottolineando come le mutilazioni genitali femminili rappresentano “una grave violazione dei diritti fondamentali delle donne e delle bambine, oltre a essere una questione di salute pubblica e di giustizia sociale”. Infine ha detto che “l’Italia continuerà a lavorare con i suoi partner internazionali per porre fine a questa pratica entro il 2030, garantendo protezione e supporto alle vittime”.
Dichiarazioni politiche per affrontare le future sfide e opportunità
Sima Bahous, sottosegretaria generale e direttore esecutivo di UN Women nel valutare l’adozione della Dichiarazione, ha affermato: “affrontare le sfide e le opportunità dell’uguaglianza di genere richiede un’azione collettiva da parte degli Stati membri, ora più che mai. In un momento in cui le conquiste ottenute per l’uguaglianza di genere sono sotto attacco, la comunità globale deve dimostrare unità a tutte le donne e le ragazze, ovunque”. Bahous, ha poi aggiunto: “Nessuna nazione ha ancora raggiunto la piena parità di genere, e questa dichiarazione sostiene che i governi del mondo riconoscono il 2025 come un punto di svolta, in cui le promesse fatte 30 anni fa non possono essere rimandate”.
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Cristina Montagni
Impegno degli stati membri per valorizzare il contributo nel raggiungimento degli obiettivi di uguaglianza di genere
Alla vigilia della Giornata Internazionale della Donna, istituita dalle Nazioni Unite nel 1977 e celebrata ogni anno l’8 marzo in ricordo per la lotta dei diritti femminili, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, in un recente convegno “Violenza contro le donne, trasversalità dell’uguaglianza di genere ed emancipazione femminile nell’azione per lo sviluppo e umanitaria”, ha sollecitato alcune osservazioni sulle attività della cooperazione, sottolineando l’importanza di elaborare progetti per contrastare il fenomeno con l’inserimento dell’uguaglianza fra i generi e l’empowerment femminile attraverso azioni specifiche a ragazze e bambine nei programmi di cooperazione e aiuto umanitario.

Una discussione alla quale hanno preso parte il direttore AICS, Marco Ricardo Rusconi; il vicedirettore tecnico di AICS, Leonardo Carmenati; la dottoressa Alessandra Accardo, agente della questura di Napoli; la ministra Laura Aghilarre Co-Chair delGender Equality and Women Empowerment (GEWE); la dott.ssa Carletti – docente di Diritto Internazionale dell’Università Roma Tre – che ha centrato il tema all’interno dell’agenda 2030; la dott.ssa Marta Collu – referente per l’uguaglianza di genere dell’AICS – ha parlato dei supporti della Cooperazione e gli impegni dell’Italia nelle Linee guida sull’uguaglianza per donne, ragazze e bambine; la dott.ssa Eugenia Pisani, esperta di AICS Dakar, ha riferito dell’impegno con il governo del Senegal. Tra le osservazioni quello delle funzionarie OCSE-DAC Lisa Williams, Jenny Hedman e Cibele Cesca per esporre la promozione dell’empowerment femminile.
Il percorso dell’uguaglianza sempre in salita
Sulle questioni di genere le statistiche denunciano un percorso lungo da raggiungere rispetto ad alcuni indicatori e le analisi mostrano che ci vorranno altri 134 anni per raggiungere l’uguaglianza del genere dove è necessario un cambiamento culturale. Oggi, è possibile rivolgere un appello agli uomini che ricoprono ruoli di potere poiché rappresentano l’emancipazione dell’essere umano in termini generali. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha sostenuto che nel mondo il 26% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita, ma il dato tocca il 39% in contesti fragili dove è difficile avere strumenti per denunciare.
Dalla Convenzione di Istanbul alla Risoluzione ONU 1325: cosa c’è e cosa manca
La segretaria generale per i diritti umani Centemero, ha ricordato che l’Italia nel 2013 è stata tra i primi paesi a ratificare la Convenzione di Istanbul. Il nostro Paese è impegnato in attività di contrasto alla violenza di genere e il Comitato Interministeriale per i diritti umani promuoverà il 5 piano di azione Nazionale su donne, pace e sicurezza, 2025-2030. Lo scenario italiano si amplia considerando che le Nazioni Unite 25 anni fa hanno emanato la Risoluzione 1325 su “Donne, Pace e Sicurezza” dove per la prima volta si parlò dell’impatto della guerra su donne e adolescenti attraverso il contributo nella risoluzione dei conflitti per una pace durevole. Tra gli obiettivi quello che le donne siano rilevanti in politica, diplomazia, forze di sicurezza e posizioni apicali nella società attraverso l’empowerment e formazione. In aggiunta c’è la questione della protezione e prevenzione delle donne e adolescenti affinché diventino centrali nei contesti di conflitto e non solo. In questo scenario emergono situazioni che afferiscono alle mutilazioni genitali femminili, matrimoni precoci e forzati per arrivare alla violenza economica.
Investimenti e riflessioni al G7 del Gender Equality and Women Empowerment
Aghilarre ha chiarito l’impegno della Presidenza del G7 in materia di genere, aggiungendo che il gruppo Gender Equality and Women Empowerment ha sviluppato una riflessione in linea con gli standard internazionali e gli obiettivi dell’agenda 2030, in particolare l’obiettivo 5. Il lavoro si articola secondo due anime: la prima prepara il comunicato della ministeriale pari opportunità – componente nazionale e internazionale – dove vengono definiti aspetti politici internazionali e di sviluppo. Gli argomenti sollevati dal GEWE, nella ministeriale a Matera, nella ministeriale esteri a Capri e ministeriale esteri a Fiuggi e Anagni, hanno illustrato le questioni al vertice in Puglia e nel comunicato dei leaders. A Capri l’uguaglianza di genere è stata affrontata come un prerequisito per sradicare la povertà, stimolare la prosperità, la crescita sostenibile per costruire società giuste e inclusive. Altro focus, in cui la cooperazione italiana si è detta aperta agli aiuti finanziari, ha riguardato gli investimenti nella Child Care per consentire alle donne in Italia, Africa e nei paesi in via di sviluppo, di dedicarsi ad attività lavorative e professionali. Significativo l’impegno della Banca Mondiale Investment Child Care per sostenere entro il 2035, 200 milioni di donne nel mercato del lavoro. Aghilarre ha parlato anche del progetto 2X Challenge sostenuto dalla Cassa depositi e prestiti che insieme alle istituzioni nazionali hanno promesso di aumentare l’accesso al credito per le donne nei PVS. Per quanto riguarda il metodo e i contenuti, Aghilarre ha sottolineato il coinvolgimento di FAO, ONU e OCSE per investire nei programmi GEWE – dove l’Unione Africana, OIM, OIL e Unione Europea – hanno presentato la propria visione basata su dati empirici per aumentare gli impegni futuri.
Dalle minacce del Cyberspazio al Gender Gap
Quanto ai contenuti, il G7 si è concentrato sulle violenze domestiche, sessuali e di tratta. Tra i temi quelli legati alle molestie on-line, alla sicurezza digitale per una crescita esponenziale delle piattaforme, dove l’obiettivo è lottare contro le molestie e abusi online nei confronti di donne e ragazzi, studiando soluzioni sulle minacce provenienti dal cyberspazio. Altro nodo ha riguardato il gap economico delle donne, differenza retributiva e partecipazione al lavoro tra i sessi; questa è stata una priorità del Vertice che ha intenzione di incoraggiare le donne ad entrare in settori non tradizionali. L’altro elemento ha riguardato l’imprenditoria femminile; l’importanza di reperire fondi per finanziare progetti per facilitare l’accesso delle donne ai finanziamenti, ai capitali e mercati rivolti ai paesi in via di sviluppo. Con l’istruzione e l’aumento delle competenze si è ribadita la necessità di raggiungere la parità di genere nell’istruzione primaria delle ragazze, migliorare la formazione superiore e professionale (STEM), dove occorre investire nella formazione permanente per la creazione di lavoro attraverso un dialogo con l’Africa. Quanto alla leadership femminile e la partecipazione politica, il G7 intende garantire la piena partecipazione delle donne ai processi decisionali politici ed economici promuovendo quote di genere, programmi di mentoring per aumentare la presenza femminile in posizioni apicali sia nel pubblico che nel privato. In conclusione, il Vertice ha lavorato per un mondo inclusivo, e con le sfide dell’impatto climatico, digitalizzazione, crisi sanitarie globali, è possibile assicurare il progresso per tutte le donne e ragazze del mondo.
Risorse in formazione e salute per raggiungere l’uguaglianza di genere
Collu ha spiegato che per promuovere l’uguaglianza di genere non bisogna pensare alle donne come beneficiare (50% della popolazione), ma bisogna intervenire sugli ostacoli che rappresentano una condizione di discriminazione. In un programma di educazione – ha detto – è fondamentale inserire risorse e borse di studio in grado di incentivare la partecipazione, definire target e lavorare sui temi dell’uguaglianza. In Palestina – ha continuato – sono state realizzate azioni di sensibilizzazione a mariti e ragazzi per spiegare l’importanza della prevenzione del tumore al seno poiché in quei contesti non possono sottoporsi a screening giacché verrebbero stigmatizzate. Quindi nelle linee guida studiate dalla cooperazione italiana, emergono gli impegni dell’AICS, della cooperazione territoriale, settore privato e università per ottenere la parità tra i generi. Le linee guide sono articolate secondo 6 direttrici:

– diritti a ragazze e bambine rispetto alla violenza di genere;
– empowerment economico;
– coinvolgimento settore privato;
– ruolo delle donne nel settore agricolo escluse dall’accesso della terra e risorse;
– salute sessuale e riproduttiva;
– aiuti umanitari in contesti fragili in cui donne e bambine sono fragili.
In conclusione, Collu ha affermato che le donne oltre ad essere presenti in tutti i settori, vengono spesso emarginate nella vita, colpite dai cambiamenti climatici, discriminate in agricoltura e nelle cure mediche. Queste guide contengono azioni ambiziose, e nel corso del G7 i paesi donatori sono concordi nel destinare il 10% delle risorse per finanziare attività nella cooperazione italiana e raggiungere l’uguaglianza di genere.
Cristina Montagni
Ragazzi e ragazze in fuga dall’Italia per realizzare aspirazioni, abilità ed esperienze di lavoro. Dati e motivazioni nel rapporto della Fondazione Nord Est
A fine ottobre al CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) durante la presentazione del rapporto “I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero” curato dalla Fondazione Nord Est, si è ragionato su strategie e politiche per rilanciare l’Italia partendo dal lavoro, salari, competenze, natalità, skills, professioni, etc. A riflettere sulla scarsa attrattività dell’Italia per una massiccia fuga di giovani, oramai considerata emergenza nazionale, economica e sociale, il presidente del Cnel Renato Brunetta, Luca Paolazzi di Fondazione Nord Est, Cinzia Conti per Istat, Eliana Viviano di Banca d’Italia e Luca Bianchi di Svimez.


Efficienza generazionale le priorità per rilanciare il Paese
Nel Paese esistono fattori strutturali che spingono ogni anno migliaia di giovani formati e qualificati ad abbandonare l’Italia per non farne più ritorno. Così il presidente del CNEL Renato Brunetta commentando lo studio della Fondazione, ha annunciato il lancio di un Osservatorio sull’attrattività per i giovani aprendo alla produzione di due rapporti annuali in sinergia con il mondo accademico, centri di ricerca, associazioni e stakeholder, per analizzare le cause degli abbandoni, studiare strategie e costruire percorsi per contrastare la fuga dei cervelli. Occorre una profonda riflessione – ha detto Brunetta – poiché l’Italia può essere attrattiva solo se vengono messe in campo soluzioni dove la componente primaria è l’efficienza generazionale. La priorità è trovare soluzioni al fenomeno poiché rappresenta un fallimento sia per l’Italia che a livello comunitario dove occorre rivitalizzare il mercato in linea con i bisogni del Paese. Dai dati emerge una rilevante perdita economica delle nostre imprese che necessitano di giovani con skills specifici; perciò, occorre invertire il bilancio negativo tra natalità e mortalità delle aziende. Il PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) rappresenta una chiave vincente per le politiche sul lavoro, natalità, asili nido, etc, tuttavia è in fase di programmazione e l’efficacia dipende dalla dimensione giovanile.
Generazioni in fuga. Dati e motivazioni

La Fondazione Nord Est ha stimato che tra il 2011 e il 2023 hanno abbandonato il Paese 550 mila giovani tra i 18 e i 34 anni determinando un saldo migratorio pari a -377mila. Questo deflusso ha registrato – dopo la pausa Covid – un’ascesa nel 2022-2023 dove è credibile pensare che le cifre siano più elevate rispetto a quelle reali. La fondazione ha valutato che il capitale umano uscito è stato pari a 134 miliardi, cifra che potrebbe triplicarsi per una sottostima dei dati ufficiali. Dall’indagine emerge che per ogni giovane che arriva in Italia dai Paesi avanzati, otto italiani emigrano all’estero. Questo scenario colloca l’Italia all’ultimo posto in Europa per attrazione di giovani, accogliendo solo il 6% di europei, contro il 34% della Svizzera e il 32% della Spagna. La ricerca fotografa un’emigrazione costituita per metà da laureati e un terzo da diplomati provenienti da Regioni del Nord. Infatti, il 35% dei giovani residenti nel Nord Italia è pronto a trasferirsi all’estero e le cause sono maggiori opportunità di lavoro (25%), studio e formazione (19%), ricerca per una migliore qualità di vita (17%), mentre solo il 10% pensa al salario come leva principale di espatrio.
Tra opportunità e incertezza come i giovani percepiscono il futuro

In generale i giovani del Nord emigrati all’estero, sostengono di stare meglio; il 56% degli espatriati è soddisfatto del proprio livello di vita, contro il 22% dei giovani rimasti in Italia. L’86% degli “expat” pensa che il futuro dipenda dal loro impegno, contro il 59% dei “remainers”. Secondo questo sentiment, i giovani che hanno lasciato l’Italia, mostrano un approccio positivo: il 69% si attende un futuro felice, contro il 45% di chi è rimasto; il 67% ritiene la scelta un’opportunità, rispetto al 34%; e il 64% vede un futuro migliore, contro un 40% rimasto nel Paese. Tra i giovani rimasti in Italia emergono posizioni negative: il 45% teme un futuro “incerto”, il 34% lo vede “pauroso”, il 21% lo ritiene “povero”, e il 17% lo immagina “senza lavoro”, rispetto a percentuali più basse tra gli espatriati. In sintesi, percezione del benessere, visione del futuro e condizione professionale spiegano perché il 33% degli espatriati decide di restare all’estero. La causa dipende dalla mancanza in Italia di opportunità occupazionali, seguita dall’opinione che nel Paese non c’è spazio per i giovani e non esiste un ambiente culturalmente aperto e internazionale; perciò, la qualità della vita è migliore in altri Paesi. Rispetto alla tipologia di occupazione, lo studio mostra che il 73% di chi è andato via per scelta svolge attività intellettuali o impiegatizie, mentre il 58% è uscito per necessità ed è occupato in ruoli per i quali in Italia le imprese denunciano carenza nei settori tecnici, professioni legate ai servizi, operai specializzati o semi-specializzati e personale senza una specifica qualifica.
Opinioni sulle politiche pubbliche adottate in Italia

Per i giovani all’Italia mancano politiche attrattive per chi se ne è andato e per chi è rimasto. In particolare, gli espatriati e quelli residenti al Nord, bocciano le politiche per i giovani (carenza di infrastrutture digitali): -88,3 tra gli expat e -54,0 tra i remainers. Sulle politiche del lavoro e famiglia, entrambi i gruppi esprimono un giudizio pessimo. I giovani del Nord Italia e gli emigrati, non approvano la cultura imprenditoriale italiana, giudicano non attrattivo il Paese riguardo alle esigenze dei propri collaboratori (-34 tra chi risiede al Nord e -85,5 tra gli expat), la presenza di imprese innovative (-25,2 e -85) e la cultura manageriale e imprenditoriale (-25,2 e -77,6). Il comparto lavorativo è valutato carente con evidenti responsabilità delle imprese. Infatti, i salari in linea con il lavoro svolto che si rifà al concetto di meritocrazia, ricevono un -49,1 dai giovani che vivono al Nord e un -89,8 per quelli che risiedono all’estero. Inoltre, le opportunità di lavoro nei comparti innovativi si collocano a -31,2 e -88,2, con prospettive di crescita pari a -38,2 e -86,5, e salari adeguati al costo della vita a -49,3 e -84,1. Quanto al capitolo occupazione, le prospettive dei giovani sono incerte per una lenta crescita influenzata da una diffusa reticenza ad affidare responsabilità ai giovani. L’indagine rileva anche una scarsa attenzione alle esigenze dei collaboratori (formazione, conciliazione), e i salari risultano insufficienti rispetto al costo della vita o coerenti al lavoro svolto. Infine, istituzioni pubbliche e private faticano a definire politiche coerenti rispetto ai bisogni delle nuove generazioni in merito al lavoro e famiglia, disegnando un quadro complicato nel lasciare la famiglia di origine, diventare genitori e imprenditori.
Cristina Montagni
Visione europea del Piano Mattei al Summit Italia-Africa
A fine gennaio a Roma, presso Palazzo Madama si è tenuto il vertice “Italia-Africa. Un ponte per una crescita comune” per sostenere lo sviluppo economico dei paesi africani insieme alle istituzioni europee.

All’evento internazionale – primo dall’avvio della Presidenza italiana del G7 – hanno partecipato capi di Stato, di governo, ministri delle nazioni africane e dell’unione con le principali Organizzazioni Internazionali, a partire dall’Onu, le Istituzioni Finanziarie Internazionali e le Banche Multilaterali di Sviluppo. Le intenzioni del governo sono rafforzare i rapporti di cooperazione considerando le grandi capacità del continente, ricco di materie prime, risorse minerarie (30%), terre coltivabili (60%) e una popolazione con un’età inferiore ai 25 anni (60%).
Direttrici del Piano Mattei
Poiché l’Italia e l’Europa guardano al futuro, il governo ha presentato le linee del “Piano Mattei” che interessano istruzione-formazione, salute, agricoltura, energia e acqua. Per le iniziative sono state individuate diverse nazioni africane suddivise nel quadrante Subsahariano e Nordafricano che si potranno estendere in altri ambiti secondo una logica incrementale. Il Piano è una piattaforma aperta e prevede la collaborazione delle nazioni africane per la risoluzione e l’attuazione dei programmi. I lavori sono proseguiti con i tavoli tematici su Economic and Infrastructural Cooperation; Food Security; Energy Security and Transition; Vocational training and culture; Migration Mobility and Security Issues.
Risorse finanziarie disponibili
Il Piano conta su una dotazione di 5,5 miliardi di euro tra crediti, operazioni a dono e garanzie, di cui 3 miliardi saranno destinati al fondo italiano per il clima e 2,5 miliardi provenienti dalla Cooperazione allo sviluppo. “Queste risorse da sole non bastano” ha sottolineato Meloni “sarà necessario coinvolgere le istituzioni finanziarie internazionali, banche multilaterali di sviluppo, Unione Europea e altri Stati donatori che hanno dichiarato la loro disponibilità a sostenere progetti comuni”. Infine, entro l’anno sarà attivato uno strumento finanziario nuovo, insieme a Cassa Depositi e Prestiti per agevolare investimenti nel settore privato e concretizzare il Piano descritto.
Interventi e progetti pilota
L’Italia intende realizzare in Marocco un centro di formazione professionale destinato alle energie rinnovabili, rafforzare i legami tra il sistema scolastico italiano e quello delle nazioni africane, riqualificare le infrastrutture scolastiche, aggiornare le competenze dei docenti e accrescere gli scambi con gli studenti del nostro paese. Tra le urgenze c’è il tema della salute, e un primo intervento sarà in Costa d’Avorio per aumentare l’accesso ai servizi primari con un’attenzione particolare ai bambini, alle mamme e alle persone fragili. Un’altra azione verrà riservata all’agricoltura e la tecnologia può rendere coltivabili terre a lungo incolte. “La sfida” ha dichiarato Meloni “non è garantire cibo per tutti ma garantire cibo di qualità per tutti”, e la ricerca svolge un ruolo strategico per mantenere vivo il legame tra uomo-terra, assicurando colture e tecniche di coltivazioni moderne. La tecnologia è necessaria anche per la raccolta di dati per raccogliere informazioni sull’andamento della deforestazione, sprechi d’acqua e stato di salute delle colture. Il nostro Paese ha in mente di avviare in Algeria un progetto di monitoraggio satellitare sull’agricoltura, mentre in Mozambico è previstala costruzione di un centro agroalimentare per valorizzare le esportazioni dei prodotti locali. In Egitto -a200 km da Alessandria – si prevede un supporto per la produzione di grano, soia, mais e girasole con investimenti in macchinari, sementi e nuovi metodi di coltura. Fondamentale è il progetto in Tunisia, dove l’Italia sta intensificando le stazioni di depurazione delle acque non convenzionali per irrigare 8 mila ettari di terreno e creare un centro di formazione dedicato al settore agroalimentare. Le opere saranno orientate sulla gestione per l’accesso all’acqua, principale fattore d’insicurezza alimentare, conflitti e migrazioni. Vengono illustrati altri due progetti pilota: in Congo, l’Italia si impegnerà a costruire pozzi e reti di distribuzione d’acqua a fini agricoli, alimentati con energia rinnovabile, e in Etiopia per il recupero ambientale di aree nel risanamento delle acque, interventi tecnici messi a punto con le università locali. Ultimo pilastro del Piano Mattei si collega al clima – energia e infrastrutture annesse. L’Italia – ha sottolineato la premier Meloni – può essere un hub naturale di approvvigionamento energetico per l’intera Europa, e l’obiettivo è possibile se si usa l’energia come leva di sviluppo per tutti. “L’interesse del nostro Paese” ha aggiunto “è sostenere le popolazioni africane a produrre energia secondo le proprie necessità, esportare in Europa quote in eccesso per creare ricchezza nel continente, e all’Europa garantire nuove rotte di fornitura energetica”. Tra le attività viene indicato l’intervento in Kenya per lo sviluppo della filiera dei bio-carburanti che impegnerà 400 mila agricoltori entro il 2027. Per la realizzazione del Piano sarà necessario il supporto del sistema Italia, a partire dalla cooperazione allo sviluppo, e del settore privato per l’impiego di tecnologie avanzate. Il successo del programma garantisce alle giovani generazioni a non abbandonare le proprie terre, e questo è un modo per affrontare le cause alla base dell’emigrazione con il lavoro, formazione e percorsi migratori legali.
Politica estera centrale per un ponte Italia – Africa

Per la politica estera italiana, l’Africa è una priorità, e per essere al centro dell’agenda internazionale occorre un dialogo tra pari con l’Unione Europea. L’apertura dell’ambasciata italiana in Mauritania – ha spiegato Tajani – mostra l’interesse verso questo continente, e anche la diplomazia economica guarda agli scambi commerciali aprendo 3 uffici a Dakar, Nairobi e Lagos. SACE e SIMEST – società che sostengono le aziende negli investimenti all’estero – stanno rafforzando gli strumenti delle imprese per investire in Africa, e Cassa Depositi e Prestiti aprirà filiali in Marocco, Egitto e in Africa subsahariana. Inoltre, il Ministero degli Esteri insieme a Simest ha disposto un pacchetto di finanziamenti di 200 milioni di euro, e la Cooperazione allo Sviluppo ha destinato 2 miliardi di euro per salute, istruzione e sicurezza alimentare. “L’Italia”, ha detto il ministro “è pronta a fornire il proprio know-how costituito da 4 milioni di piccole e medie imprese; dalle filiere di eccellenza nel comparto agro-industriale, energia, infrastrutture fisiche e digitali, ai saperi in campo scientifico, tecnologico e spaziale per scopi agricoli”. Per Tajani la stabilità dell’Africa è connessa all’Italia e all’Europa, a partire dai flussi migratori, dove occorre intensificare il dialogo tra paesi di origine, transito e destinazione delle popolazioni migranti. Per questo l’Italia ha chiesto il coinvolgimento dell’Unione Europea, con l’impegno di creare lavoro a partire dalle joint venture tra imprese italo-africane nella trasformazione di materie prime. Per quanto riguarda le migrazioni, il governo ha aumentato le rotte legali portando a 450mila i permessi di lavoro in tre anni, puntando sulla formazione e sulle borse di studio che il Ministero ha messo a disposizione creando un ponte fra l’Italia e il continente africano.
La visione europea del Piano Mattei

“Quando l’Africa prospera, l’Europa e il mondo prosperano”, questo il messaggio di Roberta Metsola alla plenaria del vertice, sottolineando che il Piano Mattei è una visione europea. Il programma suggerisce un cambio di paradigma, una collaborazione da perseguire altrimenti altri se ne avvantaggeranno. Interscambi commerciali e investimenti possono creare posti di lavoro per una crescita inclusiva, rispetto dei diritti umani e buona governance. “Il mondo sta cambiando, l’emergenza climatica e il ritiro delle acque richiedono uno sforzo unitario; quindi, solo una solida partnership ci può trasportare verso una nuova interdipendenza internazionale che necessita una collaborazione fra le parti”. L’Europa e l’Africa sono da tempo alleate, e la cooperazione ha portato importanti investimenti; tuttavia, occorre anche ricordare i successi e le lacune per dare slancio agli investimenti in istruzione, salute e sicurezza alimentare. Questo approccio è necessario, poiché l’africa ha tutte le potenzialità per essere la prossima potenza economica e pioniera nelle tecnologie dove emerge come destinazione turistica. D’altra parte, l’Europa ha la sfida delle forniture di energia, e l’Africa può essere fornitore di energie verdi e rinnovabili, a partire dalle materie prime e le terre rare. Per concludere l’Africa e l’Europa hanno interessi comuni sulla sicurezza che si legano alle reti di scambi commerciali e il compito di rafforzare le connessioni con il mondo intero.
Saldi i principi del diritto internazionale. Sicurezza, pace e prosperità

“Siamo di fronte a crisi della natura e ambiente, della tecnologia, dell’intelligenza artificiale e la messa in discussione dei principi del diritto fondati su norme e valori, insieme alle tensioni del Mar Rosso, conflitto Russo-Ucraino e guerra israeliano-palestinese”. “Occorre” ha detto Charles Michel “mantenere saldi i principi del diritto internazionale e della cooperazione che sono un faro per le azioni future, e la visione del Piano Mattei è sollecitare una partnership tra pari, i cui cardini si basano su sicurezza, pace e prosperità”. L’Unione africana ha disegnato l’agenda di libero scambio, e l’Europa può intervenire sulle infrastrutture e nei settori economici essenziali per soddisfare le speranze delle popolazioni. Infine – ha detto – occorre risolvere il problema migratorio riflettendo sulle cause degli esodi, e parallelamente sostenere le migrazioni legali per contrastare i trafficanti di esseri umani. In conclusione, ha ribadito la necessità dell’aumento delle risorse provenienti dal settore privato, maggiori finanziamenti della Banca Mondiale e più inclusività.
Programmi di scambio per destini e interessi comuni

“E’ il momento di rinnovare la collaborazione tra l’Africa e l’Europa poiché esistono destini e interessi comuni come i cambiamenti climatici, energie pulite, forza lavoro da formare alle nuove professioni, bloccare la perdita di vite dovuta a flussi migratori illegali” così ha dichiarato Ursula von der Leyen. Il Piano Mattei ha aggiunto si integra con il Global Gateway europeo; nello specifico ricorda che il piano d’investimenti per l’Africa è stato di 150 miliardi di euro. È convinta che la collaborazione tra Africa, Europa e Italia può fare la differenza nel settore dell’energia e clima, istruzione, competenze professionali e migrazione. Per l’energia e clima, ha sottolineato che solo il 2% degli investimenti in energia pulita sono arrivati all’Africa, e considerato il potenziale del continente, ciò è scoraggiante perché mancano le infrastrutture. Con il Global Gateway – ha detto la presidente della CE – è possibile portare energia pulita a 100 milioni di persone producendo benefici all’economia del continente con le entrate delle esportazioni. A riguardo ha ricordato che sono iniziati i lavori per costruire i primi cavi sottomarini per collegare il Nord Africa all’Italia e al Sud Europa. Poi rammenta che con la nuova banca all’idrogeno si creeranno posti di lavoro per la sicurezza energetica sia per l’Africa che per l’Europa. Altro elemento che si collega al Global Gateway è la costruzione di conoscenze locali, e l’Europa è impegnata a formare competenze in Ruanda, Ghana, Senegal, Kenya e Namibia per la produzione di idrogeno. L’Italia ha un ruolo fondamentale e più di 50 università italiane hanno programmi di scambio con una controparte africana, come l’università di Parma che sta coordinando il progetto Erasmus per formare le competenze sulle energie pulite in Africa. Sono stati anche finanziati programmi per l’alta velocità, per la trasmissione dati nei paesi nord africani (Marocco, Algeria, Egitto) che con altre università avvieranno ricerche sulle sponde del mediterraneo.
Offerta di qualità nei paesi a medio – basso reddito

“Questo vertice” ha sostenuto Assoumani “è un’occasione per rafforzare i legami tra Italia e Africa; una cooperazione fondata sul rispetto e interessi condivisi”. L’Italia, ha spiegato il presidente dell’Unione africana, ha un ruolo importante in più di 20 paesi con imprese ed investimenti per oltre 24 miliardi di euro dal 2018. “L’augurio” ha dichiarato “è che possa realizzare le attività del Piano, e grazie alla presidenza del G7, possa stimolare gli investimenti e migliorare l’offerta di infrastrutture di qualità nei paesi a medio-basso reddito”. Il Summit – ha detto Assoumani – può stimolare attività in grado di assorbire il gap nelle infrastrutture fisiche, digitali, sanitarie, resilienza al clima e crescita economica dell’Africa. In particolare, sono fondamentali gli scambi economici per una cooperazione benefica tra le parti, fondata su interessi reciproci, anche per limitare i flussi migratori e incoraggiare nuovi partner a rafforzare la sicurezza alimentare, garantire la trasformazione dei sistemi di produzione agricola e stimolare finanziamenti in favore della cooperazione internazionale allo sviluppo. Infine, ha segnalato la questione della riforma del sistema economico mondiale per favorire un modello di cooperazione fondato su partnership benefiche, e tra i temi che verranno affrontati al G7, si discuterà della riforma della governance internazionale, volta all’equità e inclusività, poiché secondo Assoumani per una crescita economica sostenibile occorre la pace e la stabilità nel mondo.
Partenariato fondato su libertà e consenso

Moussa Faki si augura che con l’Italia alla guida del G7, possa intensificare la partnership con l’Africa, sottolineando che la collaborazione con l’Unione africana si fonda sulla libera scelta del partenariato per conservare ognuno le proprie diversità; un partenariato fatto di libertà e consenso. L’altro principio riguarda i vantaggi reciproci; l’Africa si impegna ad avere un rapporto equilibrato per arrivare a vantaggi condivisi e proficue collaborazioni future. Ricorda che il continente si estende per 30 milioni di kmq, 4 miliardi di abitanti e ingenti risorse naturali e i temi più urgenti sono la sicurezza, ambiente, sanità, mobilità, tecnologia, finanziamento allo sviluppo, integrazione, questioni di governance mondiali senza tralasciare gli ostacoli dovuti all’alimentazione, infrastrutture e digitalizzazione. Queste criticità, come l’elevato debito, derivano dagli effetti del cambiamento climatico, dalla crescita del terrorismo, dall’instabilità politico-istituzionale e deficit nei finanziamenti. L’Italia, ha aggiunto, è la principale rotta dei flussi migratori, e l’Africa nel condividere questa preoccupazione si dice pronta a trovare una soluzione al fenomeno. Ha poi evidenziato che la maggior parte delle migrazioni è costituita da giovani in piena forza lavoro, e questo è un dramma che indebolisce la dignità del continente; quindi, ha aggiunto che la partnership sarà limitata finché non si arrivi ad una modifica del modello di sviluppo in modo strutturale. La soluzione al problema migratorio è trasformare in prosperità le aree di povertà, e l’Africa ha l’ambizione di andare verso un nuovo modello di partenariato che possa aprire la strada verso un mondo più coerente evitando di costruire barriere ostili.
Africa zona di libero scambio: sfide dell’Agenda 2030

Il continente africano, ha spiegato Amina Jane Mohammed, ha grandi possibilità, ma il panorama geopolitico sta cambiando ed occorre un impegno diverso affinché si concretizzino le potenzialità del continente come proposto nel Piano Mattei. Gli impegni assunti negli ultimi dieci anni si sono aggravati per l’incapacità di riprendersi dalle crisi del clima, Covid, Ucraina, Israele, Gaza. Quanto ai progressi dell’Agenda 2030, il continente è in ritardo; solo il 15% degli obiettivi potranno essere soddisfatti e ciò è un insuccesso. Senza una forte spinta, le prospettive del continente su energie pulite e rinnovabili, non faranno dell’Africa una centrale di energia pulita a livello globale. La questione dipende dallo sviluppo sostenibile, dalla costruzione d’infrastrutture resilienti, dai sistemi alimentari, sanitari e investimenti in istruzione e formazione per i giovani. Il deficit finanziario – ha affermato – sta crescendo e molti paesi non hanno fondi per affrontare le sfide future. La via da seguire è stata tracciata dal vertice dello scorso anno, in cui i leader globali hanno approvato lo stanziamento di 500 miliardi di euro per concentrare le energie in settori chiave e creare un continente quale zona di libero scambio. L’Italia è impegnata a sostenere settori strategici come la digitalizzazione, in cambio l’Africa conta di costruire partnership con le istituzioni finanziarie come la banca africana di sviluppo per far sì che si realizzino i progetti tracciati con la commissione africana sull’agenda 2063; un impegno di lungo periodo come tracciato nel Global Gateway europeo. L’augurio è che l’Italia al G7 coinvolga altri paesi insieme alle agenzie dell’ONU ospitate dal governo italiano. Gli investimenti privati e le istituzioni internazionali devono impegnarsi affinché i paesi africani possano ottenere risorse dalla Banca Mondiale, dal Fondo monetario Internazionale per la riduzione della povertà, e politiche capaci di attrarre aziende sotto la protezione delle istituzioni pubbliche per una partnership pubblico-privato. “A sostegno dello sviluppo sostenibile” ha concluso Amina Jane Mohammed “l’Africa deve avere un approccio nuovo e il vertice ONU a settembre può essere una tappa decisiva”.
Saluti del Presidente del Senato, Ignazio La Russa, il Presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni. A seguire gli interventi del Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani; del Presidente dell’Unione Africana, Azali Assoumani; del Presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki; del Presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola; del Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel; del Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen; del Vice Segretario Generale dell’ONU, Amina Jane Mohamme.
Cristina Montagni
Rapporto UNFPA 2023: Focus diritti delle donne e ragazze
La popolazione mondiale a novembre 2022 ha raggiunto la soglia di 8 miliardi, e i due terzi vive in luoghi dove il tasso di fertilità è sotto il “livello di sostituzione”, 2,1 figli per donna. Lo rivela l’ultimo rapporto del Fondo delle Nazioni Unite che analizza la situazione sotto diverse angolazioni; con gli occhi del passato poiché aver raggiunto quel valore è grazie ai progressi della scienza; diminuzione delle morti per parto, progressi nella salute, infanzia etc. L’avvenimento genera tuttavia una certa ansia demografica, perciò, è necessario disaggregare il dato poiché metà delle gravidanze nel mondo sono indesiderate.

Il Report stima che il 44% delle donne in 68 paesi non ha accesso alla salute riproduttiva o decidere con chi avere un figlio, globalmente un quarto delle donne non raggiunge “l’ideale di fertilità”: quando o quanti figli avere. La riflessione tende a concentrarsi anche sui paesi a basso reddito – circa otto – che da qui al 2050 rappresenteranno metà della crescita demografica ridisegnando la classifica mondiale dei Paesi più popolosi. Inoltre, la questione che attiene all’ansia demografica si collega anche ai cambiamenti climatici: su 8 miliardi di individui, 5.5 mld guadagnano meno di 10 dollari al giorno, quindi, non saranno in grado di contribuire alla diminuzione delle emissioni di carbonio; perciò, il dato iniziale va studiato sotto una lente critica che guarda ai diritti e alle scelte.
8 miliardi: troppi o pochi?
Il tema che ricorre nel Report UNFPA 2023 è se 8 miliardi di individui nel mondo sono troppi o troppo pochi. Se da un lato i paesi ricchi come la Corea del Sud, il tasso di fertilità è 2 figli per donna, per i paesi dell’Africa Sub Sahariana la preoccupazione è in una fecondità troppo elevata. Per l’Italia, in base all’ultima pubblicazione ISTAT, gli indicatori demografici 2021 registrano il numero più basso di nascite rispetto gli anni passati, stimando la soglia di 400 mila nascite l’anno. Questo calo demografico interessa anche la Cina – un tempo considerato paese sovrappopolato – che dal 2011 al 2017 è passato da 18 milioni di nascite a 11,5 milioni l’anno. La questione non è sapere se i figli sono pochi o troppi, ma permettere alle donne in contesti in cui la fecondità è bassa o elevata, di avere figli, un diritto da assicurare dove le politiche devono garantire interventi di pianificazione nel lungo periodo. Il punto è trovare un giusto equilibrio di nascite e mantenere un “livello di sostituzione” tra le generazioni. Nei paesi in cui la fecondità è bassa, i Governi non devono guardare al solo obbiettivo numerico, ma a politiche familiari in grado di facilitare l’accesso al mercato del lavoro e far sì che le donne non siano costrette a scegliere se lavorare o avere un figlio.
Sostegno all’empowerment femminile per effetto dei cambiamenti demografici sulla struttura per età della popolazione

Nel mondo metà della popolazione ha meno di 30 anni, in particolare il dato varia fra i paesi europei rispetto quelli africani. In media in Italia il 50% della popolazione ha 44 anni, mentre in Africa è sotto i 20 anni; tale divario avrà in futuro importanti implicazioni; perciò, occorre riconoscere che le vecchie strutture familiari sono destinate a mutare e sarà necessario includere nella società un numero sempre crescente di anziani. C’è poi il tema delle migrazioni dove a livello mondiale pochi sono gli individui che tendono a spostarsi ma interessano soprattutto i paesi più poveri del mondo. Infine, il rapporto osserva come le politiche sui migranti e le comunità di accoglienza dovranno prestare attenzione al rispetto dei diritti umani fondamentali, sostenere la crescita dell’empowerment di donne e bambine, garantire un parto sicuro, promuovere la salute e assicurare la convivenza delle persone anziane. Il report suggerisce inoltre di focalizzare gli interventi sulle persone vulnerabili raccogliendo informazioni statistiche che provengono non solo dai paesi poveri ma da tutto il mondo per aiutare le popolazioni fragili attuando policy mirate.
La Cooperazione allo Sviluppo e il ruolo strategico dell’Italia
Dal rapporto UNFPA 2023 emerge un elemento trasversale: tendenze globali come povertà, salute, calo delle nascite, pandemie, etc sono conseguenza della disparità fra i generi che insieme all’aumento dell’aspettativa di vita e dell’invecchiamento, comportano una crescita dei lavori di cura non retribuiti da parte delle donne. Per queste ragioni occorre sostenere la promozione dei diritti delle donne e delle ragazze, la parità di genere, l’educazione delle bambine e combattere ogni forma di discriminazione, violenza sessuale e di genere, priorità indiscusse sia a livello internazionale che dal nostro Paese. Per raggiungere questi Goals, i finanziamenti alla Cooperazione italiana sono cruciali, pensiamo agli aiuti per sostenere la crisi in Afghanistan che rappresentano un focus importante per la cooperazione in ambito unilaterale e bilaterale. Riaffermare l’impegno in favore delle donne e delle ragazze con chiari indirizzi politici è vitale anche alla luce delle attuali recessioni sui diritti delle donne registrate negli ultimi anni dovuti dalla pandemia. La cooperazione italiana sin dal 2008 partecipa al programma congiunto UNFPA-UNICEF per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili con 2 milioni di euro l’anno, inoltre dal 2020 è tra i sostenitori del programma contro i matrimoni precoci e forzati dove Aidos (Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo) svolge un ruolo cruciale.

Si tratta di iniziative che vedono in prima linea il ministero degli affari esteri poiché vi è consapevolezza che dal successo di questi sforzi dipende il futuro di milioni di bambine e ragazze. Anche la questione dell’empowerment femminile è centrale per affermare che le donne sono agenti di cambiamento, e solo con istruzione e formazione è possibile raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Ne consegue che la cooperazione internazionale rappresenta il principale donatore della Global Partnership for Education, dedicata al miglioramento dei sistemi educativi nei paesi in via di sviluppo in riferimento alla condizione delle bambine in Africa. È necessario ricordare che la cooperazione italiana si è dotata di linee guida strategiche rivolgendo un appello a tutti gli attori del sistema italiano sulla parità di genere e l’empowerment delle donne e ragazze. Scopo delle best practice è rafforzare l’ordinamento italiano per eliminare le discriminazioni di genere attraverso un approccio inclusivo sottolineando il ruolo delle donne quali protagoniste nei processi di sviluppo. Se si desidera raggiungere l’uguaglianza di genere non è sufficiente concentrare gli sforzi sull’obbiettivo 5 dell’agenda 2030, ma occorre una visione olistica; accesso ai servizi universali di assistenza sanitaria in particolare quella sessuale e riproduttiva delle donne e adolescenti, prendersi cura dell’ambiente e delle istituzioni che le rappresentano. E poi bisogna impegnarsi affinché le donne abbiano lo spazio che meritano nei processi decisionali, lavorare per eliminare le barriere giuridico-sociali-culturali ed economiche che ne ostacolano la leadership e la partecipazione in luoghi in cui si decide sulle politiche che impattano sulla loro vita. Il sistema deve perciò confrontarsi con la società civile e le istituzioni, avere un approccio multidisciplinare per raggiungere un cambiamento sostanziale e permettere alle donne il pieno godimento dei diritti; questo sarà l’approccio che l’Italia adotterà durante la presidenza del G7 nel 2024.
Priorità di AIDOS al G7 2024

L’Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo, impegnata nella cooperazione internazionale, sostiene progetti per l’empowerment di donne e ragazze, salute sessuale riproduttiva ed empowerment economico, strumenti capaci di abbattere il divario di genere alla radice di violenze, conflitti e stupri. L’associazione suggerisce alla politica, ai media e alla società civile di guardare non solo ai tassi di natalità e fertilità quali indici da raggiungere, ma all’autodeterminazione delle donne e delle ragazze. Il quadro internazionale è ricco di documenti a sostegno della parità; infatti, l’agenda 2030 non annuncia la parità di genere solo in termini di principi ma anche in termine di servizi (obbiettivo 3 dedicato alla salute e obbiettivo 5 dedicato alla parità di genere). Per raggiungere questi traguardi sono necessari più fondi alla società civile poiché una diminuzione di risorse farebbe retrocedere i progressi compiuti dall’associazione. Aidos in vista del G7 raccomanda di tenere alta nell’agenda politica la parità di genere, il contrasto alla violenza e alle pratiche dannose nei confronti delle donne come l’accesso ai servizi universali per la salute sessuale e riproduttiva. Per l’associazione è urgente potenziare programmi di formazione per i giovani: promuovere la pianificazione familiare con moderni metodi di contraccezione e stabilire un aumento graduale di risorse per raggiungere lo 0,7% del PIL da destinare alla cooperazione in Italia. In conclusione non è sufficiente guardare ai soli tassi ma pensare alla crescita delle donne e ragazze, creare un mondo in cui tutte e tutti possano esercitare i propri diritti, scelte e responsabilità.
Cristina Montagni
Presentazione Università Roma Tre INDAGINE UNISIN su lavoro e parità per un futuro possibile senza discriminazioni uomo-donna
Dalla conferenza: “Il futuro possibile: lavoro, parità, innovazione, sostenibilità. Contro ogni violenza e discriminazione” vengono focalizzate le condizioni di vita e lavoro nel settore bancario che rappresentano uno specchio rispetto ad altre realtà per riflettere in un’ottica non discriminatoria.

Da tempo le organizzazioni sindacali sono impegnate a contrastare il fenomeno sollecitando aziende di credito, università, media e istituzioni per promuovere una società inclusiva e migliorare il benessere e la qualità di vita delle lavoratrici. Di conseguenza il 4 aprile all’Università Roma Tre, sono stati presentati gli esiti dell’indagine campionaria UNISIN (Unità sindacale Falcri Silcea Sinfub). Al convegno hanno partecipato UnIRE (Università in Rete contro la violenza di genere) con il patrocinio di GIO – Gender Interuniversity Observatory, Università di Pisa CISP (Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace) e RUniPace Rete Università per la Pace.
Lavoro e parità. Una sfida collettiva a fianco del sindacato, aziende e accademia
Emilio Contrasto, segretario generale UNISIN, nell’avviare i lavori ha affermato la necessità di una strategia capillare per lottare contro la violenza sulle donne, osservando come la tutela del lavoro legata al sindacato dei bancari rappresenta un faro rispetto altri settori e nel sistema paese. Un recente studio – ha commentato – conferma un gap tra le norme contrattuali e la relativa applicazione nei luoghi di lavoro. Da qui parte un confronto all’interno dell’organizzazione per valutare i processi che generano tali diversità. “La sfida” spiega Contrasto “deve coinvolgere il mondo del lavoro, sindacato, aziende e accademia per studiare le origini del fenomeno e fare in modo che quanto è stato istituito possa trovare applicazione nelle imprese per diventare un modus operandi in ogni luogo”. La parola chiave per superare il gap è formazione e informazione: formazione attraverso la cultura del rispetto e informazione quale fulcro per definire i giusti processi. La maggior parte degli addetti nel settore bancario è donna (oltre il 50%) ma più si sale nella piramide di potere, minore è la percentuale di donne che occupa posizioni apicali, sebbene il settore sia un laboratorio di riferimento per salari e inquadramenti, il gap è ancora forte.
Questionario conciliazione vita-lavoro, discriminazioni e violenza
Un anno fa il sindacato autonomo dei lavoratori bancari ha proposto un questionario tra le impiegate del gruppo curato dal Coordinamento Nazionale Donne & Pari Opportunità di Unisin/Confsal attraverso un sistema di domande chiuse e aperte per rendere le donne consapevoli dei propri diritti e tutele, approfondire il grado di percezione sulle differenze di genere e violenza all’interno dell’azienda. Dallo studio è emerso un sentiment generale: la parità di genere nel mondo del credito è lontana e nel tempo si manifesta con episodi di sessismo, sensi di colpa per la maternità, differenze salariali tra uomini e donne, discriminazione delle donne che non hanno voluto o potuto avere un figlio e quelle prossime alla pensione.

Risultati indagine Unisin
Il progetto di ricerca “Noi diversi…Donne e uomini insieme contro la violenza alle donne. Uniti in una sfida possibile” ha coinvolto un campione femminile su diversi argomenti: vita-lavoro, discriminazioni, violenza nei luoghi di lavoro, elaborati sulla base di tre indicatori: distribuzione geografica, età e ruolo professionale. Dall’indagine risulta che il 52% del campione femminile non conosce le normative nazionali di settore e aziendali sulle tutele e ha scarsa consapevolezza sul tema. Dalla distribuzione geografica emerge una concentrazione di risposte provenienti dalle regioni più popolose: Lombardia il 46% per la presenza di sportelli bancari, Toscana 21%, Veneto e Lazio 8%. Quanto alla frequenza per età, il 51% delle intervistate aveva fra i 46 e i 55 anni, il 28% tra i 31 e i 45 anni, il 20,4% oltre i 56 anni e l’1,2% fino a 30 anni. Quest’ultimo valore restituisce un basso interesse dei giovani a tutelare il proprio lavoro, delegandolo alle organizzazioni sindacali rispetto all’impegno nel volontariato. Riguardo al ruolo professionale, prevalenti sono le posizioni commerciali (49%) e operative (30%) che fotografano le dipendenti delle filiali molto coinvolte per la pressione nelle attività di lavoro (relazione con la clientela, capi a diversi livelli, obiettivi da raggiungere, etc). Una caratteristica peculiare è fornita dal comparto del credito dove il 77% dei dipendenti è sindacalizzato, il 50% della forza lavoro è donna, ma solo il 18% occupa ruoli direttivi nonostante l’elevata scolarizzazione (49% diplomate, 47% laureate, 2% post laurea). All’item vita privata-lavoro, il 64% del campione sostiene di conciliare entrambe le attività, ma sul versante professionale il 53% sostiene di non sentirsi realizzata, il 9% non risponde ed il 45% dichiara che la maternità ha penalizzato il lavoro in azienda, contro un 39% che sostiene di non aver subito ripercussioni. Interessanti le risposte libere, dove le donne comunicano di essere “scomode” se si concedono la maternità; il 23% sostiene di aver subito discriminazioni mentre il 15% non risponde. Nonostante le elevate competenze, le lavoratrici part-time non hanno prospettive di promozione e vengono messe in secondo piano rispetto ai colleghi uomini. Riguardo alla maternità, il rientro in azienda non è facilitato per i repentini cambiamenti procedurali, esistono scarse opportunità di carriera, blocchi di avanzamento o cambi di funzioni con l’azzeramento delle esperienze lavorative passate, limitate concessioni nel part-time e permessi di lavoro. Si desume che nella struttura di appartenenza la dipendente vive male la maternità, non viene sostituita con il conseguente aggravio di lavoro ad altri colleghi. La discriminazione è quindi nell’essere donna, condizione subita come preclusione nelle opportunità. Il suggerimento delle intervistate è valorizzare le competenze organizzative in ambito aziendale che non appartiene al solo mondo del credito ma fotografa il lavoro in generale. Dalle risposte libere emerge che le donne capo settore hanno percepito lo stipendio di un addetto. Il divario retributivo esiste e a parità di retribuzione iniziale, il gap si concretizza nel tempo perché il mancato riconoscimento dei ruoli è riconducibile al gender pay gap. Le lavoratrici segnalano che ai ruoli di responsabilità non corrispondono riconoscimenti di grado e adeguate remunerazioni per le lavoratrici part-time. Per conciliare vita familiare e lavoro, sono stati individuati alcuni fattori di supporto come lo smart working 37%, flessibilità negli orari 30%, part-time 25% e altri strumenti quali la banca del tempo, accordi sulla mobilità o contributi economici con l’8%. In breve, da un lato vi è la difficoltà di accesso agli strumenti, dall’altra le regole esistono ma è necessario valutare le conseguenze quando è richiesta l’applicazione. La “batteria” di domande chiude con temi sulla percezione dei rischi legati alle violenze di genere e dell’eventuale presenza di vittime di violenza sul posto di lavoro. Le risposte hanno restituito risultati speculari dove il percepito ed il subito coincidono; l’83% delle intervistate percepisce rischi di violenza di genere, il 10% denuncia il rischio o ha subito violenza, mentre il 7% non risponde. Il settore del credito non fornisce dati ufficiali in materia, ma è necessario valutare nel tempo lo scostamento tra dati forniti e realtà riscontrata per analizzare come vengono gestiti questi eventi all’interno del comparto. L’indagine porta alla luce anche violenza fisica e verbale, battute tra colleghi, mobbing e maleducazione ad opera di capi uomini, donne, colleghi o colleghe. La ricerca conferma che la violenza è solo la punta dell’iceberg, e Unisin con altre realtà è occupata a proporre soluzioni per tutelare le dipendenti. Infine, si sottolinea l’importanza di una formazione capillare in grado di coinvolgere uomini e donne per il raggiungimento di un obbiettivo comune. La sfida di Unisin è quindi costruire nuovi paradigmi, proporre modelli per un futuro libero da stereotipi attraverso la consapevolezza, coraggio, cultura e comunicazione.
Strategie di supporto per le donne nel settore del credito
Rispetto alla discriminazione di genere, il sindacato e ABI (associazione bancaria italiana), nel 2019 hanno firmato una dichiarazione congiunta in materia di molestie sottolineando il valore dell’azione non solo nel credito ma anche in altre aziende ed associazioni. Il protocollo d’intesa prevede un congedo di lavoro di tre o quattro mesi qualora le dipendenti abbiano subito violenza. Un altro strumento è bloccare i mutui o il debito perché la violenza finanziaria limiterebbe l’autonomia della donna. Esiste anche un percorso di protezione, sicurezza e rinascita all’interno di case protette, ad esempio continuare a lavorare. E lo smart working può essere un valido aiuto per ritrovare una routine simile a quella perduta nel momento in cui hanno messo loro e i loro figli in condizione di protezione. Aziende e sindacati dispongono di mezzi efficaci anche se i dati non mostrano particolari criticità. Tra i vari programmi, Unicredito ha aperto il canale “Parlami”, un numero protetto dove è possibile chiamare qualora sorgessero rischi da un punto di vista del linguaggio o atteggiamenti riconducibili a violenza psicologica. Altro tema attiene all’inclusione e alla valorizzazione delle differenze di genere. Contesti lavorativi in grado di includere e valorizzare il genere, sesso, cultura, etnia, aging, determina la capacità di essere differenti, ovvero portatori di maggiori istanze. La presenza femminile nel settore del credito è numerosa (40% donne, 60% uomini) ma la quota tende a diminuire nei vari step delle organizzazioni. Per questo ABI ha firmato una carta dove viene sancito l’impegno a creare ambienti di lavoro inclusivi, selezionare le risorse con criteri paritetici tra uomini e donne e promuovere la crescita del personale femminile nell’organizzazione. Un’attenzione particolare è rivolta alle politiche di remunerazione, infatti uno degli obiettivi di UniCredito è azzerare il gender pay gap entro il 2026. In generale il comparto del credito è sensibile allo sviluppo, crescita e corretta remunerazione. Tuttavia, si rileva che tra gli elementi che hanno frenato lo sviluppo del settore c’è il welfare per la mancanza di assistenza e infrastrutture come gli asili nido. Infine, in Italia sarà fondamentale pensare all’aging, alle competenze, alla disabilità che insieme al gender, creano le condizioni per realizzare una vera inclusione in grado di produrre valore alle aziende e al tessuto sociale circostante.

Educazione all’uguaglianza e alle identità di genere
Nonostante gli sforzi normativi e l’attenzione pubblica sul tema della violenza, la realtà mostra che il fenomeno non accenna a diminuire. “Ciò accade” afferma Belliti “perché le attuali norme non hanno piena legittimazione sociale e non svolgono azioni preventive. Occorre quindi una condivisione della matrice culturale che proviene dalle donne e dai movimenti femministi”. La Convenzione di Istanbul ha il pregio di fare proprio questo pensiero; afferma infatti che la violenza si manifesta per diseguali rapporti di forza tra i sessi e alla discriminazione da parte degli uomini. La Convenzione riconosce la natura strutturale della violenza in quanto basata sul genere, per questo invita gli Stati a promuovere cambiamenti socio-culturali per eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra forma basata sull’idea d’inferiorità rispetto agli uomini. L’Italia dispone di linee Guida Nazionali “Educare nel rispetto per la parità fra i sessi”, di fatto attuate in modo sporadico e prive di adeguate risorse finanziarie. Progetti di educazione di genere sono contrastati per le resistenze ideologiche prodotte dal termine genere. Queste resistenze indeboliscono l’impianto della prevenzione e impediscono la costruzione di una cultura della parità. Per ribaltare questo pensiero, l’Università deve svolgere un cambiamento socio-culturale e questa battaglia deve attraversare il mondo del lavoro dove esistono strumenti giuridici ancora poco conosciuti. Nel 2019 l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha adottato la Convenzione 190 sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro che integra il codice internazionale del lavoro. La convenzione definisce le molestie perpetrate sui lavoratori e lavoratrici e invita a adottare un approccio inclusivo incentrato sulla prospettiva di genere, identificando nel genere un fattore di rischio discriminazione. La stessa Convenzione propone programmi di formazione, informazione, codici di condotta, strumenti di valutazione dei rischi e campagne di sensibilizzazione contro la stigmatizzazione delle vittime, dei querelanti e dei testimoni. Nel 2021 l’INAIL (Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro) ha pubblicato i dati sulla violenza femminile e risulta che 1milione e 400mila donne tra i 15-65 anni hanno denunciato molestie fisiche o ricatti sessuali da parte di un collega o datore di lavoro. Infine, l’indagine OIL 2021 elaborata su 75mila interviste in 121 paesi, ha rilevato che il 17% dei lavoratori è stato vittima di violenza e molestia di tipo psicologico, l’8% violenza fisica e il 6% ha subito violenze e molestie sessuali.

Il rispetto delle differenze passa per il linguaggio
Francesca Brezzi parla del linguaggio da una prospettiva femminista poiché l’ipotesi è dimostrare che esistono differenze di pensiero per disegnare un’etica della comunicazione. “Il linguaggio” spiega “riflette il modo di pensare e agire; quindi, diventa il mezzo del pregiudizio e della discriminazione”. Riguardo ad esso c’è una crisi del linguaggio codificato e due sono le strade intraprese. Da un lato la costatazione dell’assenza del femminile sotto forma di linguaggio neutro; linguaggio maschile elevatosi a linguaggio universale. Dall’altro si scorge sotto un velo di neutralità, una tessitura linguistica codificata dove il linguaggio sessuato è differente dal linguaggio sessista. Il linguaggio sessista colpisce la donna, conduce agli stereotipi, alla non rappresentazione, è discriminatorio e trasmette informazioni obsolete e offensive. Brezzi sostiene che bisogna adottare il femminismo del sospetto; decostruire i linguaggi per smascherare il vero linguistico che copre la società. Occorre perciò abbracciare un percorso formativo educativo, aspirare ad una etica della comunicazione, una comunicazione libera in grado di confrontarci in quanto soggetti razionali. “Quello di cui abbiamo bisogno” conclude “sta nelle parole incarnate, parole che restituiscono significato agli eventi per aprirsi a nuove forme di convivenza. In tutto questo le donne devono farsi soggette di un linguaggio diverso e non affidarsi ad un linguaggio neutro.
Cristina Montagni
Relatori al convegno:
Alessandra Mancuso, giornalista Rai; Emilio Contrasto, Segretario Generale UNISIN; Prof. Francesca Borruso, Università di Roma Tre; Prof. Massimiliano Fiorucci, Rettore Università Roma Tre; Stefano Corradino, giornalista Rai News; Marina Calloni, Direttrice UNIRE; Daniela Belliti, coordinatrice UNIRE; Francesca Brezzi, già Presidente di GIO (Gender Interuniversity Observatory); Giovanna Vingelli, Direttrice del Centro di Women’s Studies “Milly Villa”; Elettra Stradella, Professoressa associata in Diritto Pubblico Comparato; Costanza Nardocci, ricercatrice in Diritto Costituzionale Università di Milano; Nannarel Fiano, ricercatrice in Diritto Costituzionale Università di Milano; Daniela Foschetti, responsabile Coordinamento Nazionale Donne e Pari Opportunità UNISIN; Angelo Raffaele Margiotta, Segretario Generale Confsal; Rosalba Domenica La Fauci, Vice Segretario Generale Confsal; Marta Schifone, deputato della Repubblica italiana.






