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Impegno degli stati membri per valorizzare il contributo nel raggiungimento degli obiettivi di uguaglianza di genere
Alla vigilia della Giornata Internazionale della Donna, istituita dalle Nazioni Unite nel 1977 e celebrata ogni anno l’8 marzo in ricordo per la lotta dei diritti femminili, l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, in un recente convegno “Violenza contro le donne, trasversalità dell’uguaglianza di genere ed emancipazione femminile nell’azione per lo sviluppo e umanitaria”, ha sollecitato alcune osservazioni sulle attività della cooperazione, sottolineando l’importanza di elaborare progetti per contrastare il fenomeno con l’inserimento dell’uguaglianza fra i generi e l’empowerment femminile attraverso azioni specifiche a ragazze e bambine nei programmi di cooperazione e aiuto umanitario.

Una discussione alla quale hanno preso parte il direttore AICS, Marco Ricardo Rusconi; il vicedirettore tecnico di AICS, Leonardo Carmenati; la dottoressa Alessandra Accardo, agente della questura di Napoli; la ministra Laura Aghilarre Co-Chair delGender Equality and Women Empowerment (GEWE); la dott.ssa Carletti – docente di Diritto Internazionale dell’Università Roma Tre – che ha centrato il tema all’interno dell’agenda 2030; la dott.ssa Marta Collu – referente per l’uguaglianza di genere dell’AICS – ha parlato dei supporti della Cooperazione e gli impegni dell’Italia nelle Linee guida sull’uguaglianza per donne, ragazze e bambine; la dott.ssa Eugenia Pisani, esperta di AICS Dakar, ha riferito dell’impegno con il governo del Senegal. Tra le osservazioni quello delle funzionarie OCSE-DAC Lisa Williams, Jenny Hedman e Cibele Cesca per esporre la promozione dell’empowerment femminile.
Il percorso dell’uguaglianza sempre in salita
Sulle questioni di genere le statistiche denunciano un percorso lungo da raggiungere rispetto ad alcuni indicatori e le analisi mostrano che ci vorranno altri 134 anni per raggiungere l’uguaglianza del genere dove è necessario un cambiamento culturale. Oggi, è possibile rivolgere un appello agli uomini che ricoprono ruoli di potere poiché rappresentano l’emancipazione dell’essere umano in termini generali. L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha sostenuto che nel mondo il 26% delle donne ha subito violenza fisica o sessuale almeno una volta nella vita, ma il dato tocca il 39% in contesti fragili dove è difficile avere strumenti per denunciare.
Dalla Convenzione di Istanbul alla Risoluzione ONU 1325: cosa c’è e cosa manca
La segretaria generale per i diritti umani Centemero, ha ricordato che l’Italia nel 2013 è stata tra i primi paesi a ratificare la Convenzione di Istanbul. Il nostro Paese è impegnato in attività di contrasto alla violenza di genere e il Comitato Interministeriale per i diritti umani promuoverà il 5 piano di azione Nazionale su donne, pace e sicurezza, 2025-2030. Lo scenario italiano si amplia considerando che le Nazioni Unite 25 anni fa hanno emanato la Risoluzione 1325 su “Donne, Pace e Sicurezza” dove per la prima volta si parlò dell’impatto della guerra su donne e adolescenti attraverso il contributo nella risoluzione dei conflitti per una pace durevole. Tra gli obiettivi quello che le donne siano rilevanti in politica, diplomazia, forze di sicurezza e posizioni apicali nella società attraverso l’empowerment e formazione. In aggiunta c’è la questione della protezione e prevenzione delle donne e adolescenti affinché diventino centrali nei contesti di conflitto e non solo. In questo scenario emergono situazioni che afferiscono alle mutilazioni genitali femminili, matrimoni precoci e forzati per arrivare alla violenza economica.
Investimenti e riflessioni al G7 del Gender Equality and Women Empowerment
Aghilarre ha chiarito l’impegno della Presidenza del G7 in materia di genere, aggiungendo che il gruppo Gender Equality and Women Empowerment ha sviluppato una riflessione in linea con gli standard internazionali e gli obiettivi dell’agenda 2030, in particolare l’obiettivo 5. Il lavoro si articola secondo due anime: la prima prepara il comunicato della ministeriale pari opportunità – componente nazionale e internazionale – dove vengono definiti aspetti politici internazionali e di sviluppo. Gli argomenti sollevati dal GEWE, nella ministeriale a Matera, nella ministeriale esteri a Capri e ministeriale esteri a Fiuggi e Anagni, hanno illustrato le questioni al vertice in Puglia e nel comunicato dei leaders. A Capri l’uguaglianza di genere è stata affrontata come un prerequisito per sradicare la povertà, stimolare la prosperità, la crescita sostenibile per costruire società giuste e inclusive. Altro focus, in cui la cooperazione italiana si è detta aperta agli aiuti finanziari, ha riguardato gli investimenti nella Child Care per consentire alle donne in Italia, Africa e nei paesi in via di sviluppo, di dedicarsi ad attività lavorative e professionali. Significativo l’impegno della Banca Mondiale Investment Child Care per sostenere entro il 2035, 200 milioni di donne nel mercato del lavoro. Aghilarre ha parlato anche del progetto 2X Challenge sostenuto dalla Cassa depositi e prestiti che insieme alle istituzioni nazionali hanno promesso di aumentare l’accesso al credito per le donne nei PVS. Per quanto riguarda il metodo e i contenuti, Aghilarre ha sottolineato il coinvolgimento di FAO, ONU e OCSE per investire nei programmi GEWE – dove l’Unione Africana, OIM, OIL e Unione Europea – hanno presentato la propria visione basata su dati empirici per aumentare gli impegni futuri.
Dalle minacce del Cyberspazio al Gender Gap
Quanto ai contenuti, il G7 si è concentrato sulle violenze domestiche, sessuali e di tratta. Tra i temi quelli legati alle molestie on-line, alla sicurezza digitale per una crescita esponenziale delle piattaforme, dove l’obiettivo è lottare contro le molestie e abusi online nei confronti di donne e ragazzi, studiando soluzioni sulle minacce provenienti dal cyberspazio. Altro nodo ha riguardato il gap economico delle donne, differenza retributiva e partecipazione al lavoro tra i sessi; questa è stata una priorità del Vertice che ha intenzione di incoraggiare le donne ad entrare in settori non tradizionali. L’altro elemento ha riguardato l’imprenditoria femminile; l’importanza di reperire fondi per finanziare progetti per facilitare l’accesso delle donne ai finanziamenti, ai capitali e mercati rivolti ai paesi in via di sviluppo. Con l’istruzione e l’aumento delle competenze si è ribadita la necessità di raggiungere la parità di genere nell’istruzione primaria delle ragazze, migliorare la formazione superiore e professionale (STEM), dove occorre investire nella formazione permanente per la creazione di lavoro attraverso un dialogo con l’Africa. Quanto alla leadership femminile e la partecipazione politica, il G7 intende garantire la piena partecipazione delle donne ai processi decisionali politici ed economici promuovendo quote di genere, programmi di mentoring per aumentare la presenza femminile in posizioni apicali sia nel pubblico che nel privato. In conclusione, il Vertice ha lavorato per un mondo inclusivo, e con le sfide dell’impatto climatico, digitalizzazione, crisi sanitarie globali, è possibile assicurare il progresso per tutte le donne e ragazze del mondo.
Risorse in formazione e salute per raggiungere l’uguaglianza di genere
Collu ha spiegato che per promuovere l’uguaglianza di genere non bisogna pensare alle donne come beneficiare (50% della popolazione), ma bisogna intervenire sugli ostacoli che rappresentano una condizione di discriminazione. In un programma di educazione – ha detto – è fondamentale inserire risorse e borse di studio in grado di incentivare la partecipazione, definire target e lavorare sui temi dell’uguaglianza. In Palestina – ha continuato – sono state realizzate azioni di sensibilizzazione a mariti e ragazzi per spiegare l’importanza della prevenzione del tumore al seno poiché in quei contesti non possono sottoporsi a screening giacché verrebbero stigmatizzate. Quindi nelle linee guida studiate dalla cooperazione italiana, emergono gli impegni dell’AICS, della cooperazione territoriale, settore privato e università per ottenere la parità tra i generi. Le linee guide sono articolate secondo 6 direttrici:

– diritti a ragazze e bambine rispetto alla violenza di genere;
– empowerment economico;
– coinvolgimento settore privato;
– ruolo delle donne nel settore agricolo escluse dall’accesso della terra e risorse;
– salute sessuale e riproduttiva;
– aiuti umanitari in contesti fragili in cui donne e bambine sono fragili.
In conclusione, Collu ha affermato che le donne oltre ad essere presenti in tutti i settori, vengono spesso emarginate nella vita, colpite dai cambiamenti climatici, discriminate in agricoltura e nelle cure mediche. Queste guide contengono azioni ambiziose, e nel corso del G7 i paesi donatori sono concordi nel destinare il 10% delle risorse per finanziare attività nella cooperazione italiana e raggiungere l’uguaglianza di genere.
Cristina Montagni
Giustizia Internazionale per donne vittime di stupri in Ucraina
“L’Italia” ha detto il Ministro degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale Antonio Tajani “promuove iniziative internazionali per valorizzare il ruolo delle donne nella prevenzione dei conflitti, nel mantenimento della pace e ricostruzione dei post-conflitti in linea con l’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza” delle Nazioni Unite”. Il titolare del dicastero di recente ha espresso vicinanza alle donne e ragazze ucraine che vivono il dramma della guerra per le sofferenze e abusi, alle ragazze afghane affinché i progressi ottenuti negli ultimi venti anni sull’istruzione, libertà di movimento, partecipazione politica, economica, sociale e culturale del loro Paese non vadano persi, alle ragazze iraniane che chiedono rispetto dei diritti affrontando una brutale repressione condannata dal nostro Governo.

Assicurare alla giustizia internazionale le violenze di guerra in Ucraina
In merito alla violenza sulle donne, a gennaio si è costituito a Roma un tavolo tecnico coordinato dal Ministero degli Esteri e Ministero delle Pari Opportunità per riflettere sulla protezione delle donne vittime di stupri di guerra in Ucraina e come assicurare alla giustizia internazionale i colpevoli dei crimini compiuti dall’inizio del conflitto. Lo scopo era individuare risorse per migliorare la risposta della comunità e degli organismi internazionali e analizzare i fattori che generano paura di denunciare da parte delle sopravvissute che permettono agli esecutori di restare impuniti. Le vittime di guerra – hanno sostenuto le esperte – non solo non hanno garanzie sul soddisfacimento delle richieste di giustizia e di risarcimento morale, ma vengono spesso incolpate ed espulse dalle comunità di appartenenza. Con il conflitto Russo-Ucraino l’antica questione dell’impunità rischia di ripetersi; occorre perciò tracciare un percorso che fornisca loro protezione con il supporto delle organizzazioni della società civile ucraina.
Protezione alle sopravvissute vittime di violenza
Diverse le attività che può intraprendere il governo italiano. Dare voce alle donne vittime di violenza e agli operatori che possono intercettare i bisogni delle donne, uomini e bambini per uscire dal trauma e avviare un processo di emancipazione che non deve essere solo nazionale ma coinvolgere l’intera comunità internazionale per costruire una cultura contro lo stigma ed il silenzio. La seconda riguarda l’adeguamento della legislazione nazionale portando il tema nelle sedi opportune insieme al coordinamento del ministero degli esteri e delle pari opportunità. Il terzo canale è l’accoglienza che attiene alla formazione dei soggetti: dai magistrati, alle forze di polizia fino agli operatori sanitari. L’Italia sin dall’inizio del conflitto ha destinato risorse per 500mila euro alle vittime di violenza, e con la crisi umanitaria ha assegnato oltre 10milioni di euro all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per fornire aiuto ai rifugiati ucraini e alle sopravvissute per una futura crescita personale. Il nostro Paese – secondo contributore delle Nazioni Unite per vittime di abusi e sfruttamento sessuale – ha rifinanziato questo fondo presso la Corte Penale Internazionale ed è attiva affinchè sia ripristinato il tessuto sociale del paese colpito.
Pulizia etnica una strategia politica
I crimini contro le donne non interessano un singolo paese. L’Italia ha avviato un percorso antiviolenza implementando il fondo antitratta per le rifugiate, le case rifugio e centri antiviolenza. Va ricordato che i crimini contro le donne spesso vengono ignorati o sottovalutati; hanno profonde radici culturali, sono utilizzati come arma di guerra e dovrebbero essere giudicati fuori legge. Da quando l’esercito di Kiev ha liberato parte dei territori occupati da Mosca, sono emerse violenze condotte dai militari russi: donne violentate davanti ai propri figli, donne costrette a barattare il corpo per avere salva la vita, ragazze chiuse in seminterrati e sottoposte a sevizie e stupri di gruppo, senza risparmiare gli stupri a bambini e bambine di appena un anno. Questa condotta si configura come una strategia politica per umiliare non solo la donna ma un intero popolo, un tentativo di pulizia etnica e desertificazione vitale di un territorio. Per dare significato alle violenze è necessario quindi definire un quadro giuridico nazionale ed internazionale con strumenti di accoglienza per assistere le donne ad affrontare la vita.
Sottostima delle denunce per abusi sessuali
Le Nazioni Unite hanno registrato più di 124 denunce di violenza sessuale ma è probabile che i numeri siano più alti perché se per una donna è difficile manifestarsi, per un uomo lo è ancora di più. E’ utile riflettere che lo Statuto della Corte Internazionale include un’ampia lista di crimini a sfondo sessuale mai pensata e scritta dal secondo dopo guerra. Le categorie della violenza che i giuristi hanno immaginato, oggi sono inclusi nello STATUTO DI ROMA ma per dare ampiezza dei crimini commessi è necessario citare lo stupro, la violenza forzata, la sterilizzazione forzata, l’aborto forzato, lo sfruttamento sessuale, la tratta, la castrazione ed altre forme di brutalità che è difficile codificare per definire la violenza di genere nella sua interezza. La seconda riflessione riguarda la Corte Penale Internazionale che interviene laddove gli stati nazionali non possono o non vogliono intervenire. Tuttavia, il ruolo della giustizia nazionale è rilevante perché la vittima vede aperta una procedura penale nel proprio Stato dove viene riconosciuta l’azione criminosa, quindi immorale. Un’altra osservazione riguarda la criminalizzazione degli atti che potrebbero essere assimilati alla persecuzione di genere, quest’ultima più facile da provare, dove le conseguenze sono devastanti a livello fisico e psicologico sia nel breve che nel lungo periodo. Nel breve periodo può insorgere paura, mancanza di aiuto e disperazione mentre nel lungo periodo può manifestarsi depressione, disordini d’ansia, sintomi somatici multipli, difficoltà di ridefinire relazioni intime, vergogna e stigmatizzazione. Un fattore poco analizzato riguarda l’impatto transgenerazionale degli eventi che coinvolgono soprattutto le future generazioni.
Istituire processi difronte la Corte Penale Internazionale
Le donne sono ancora considerate bottino di guerra. È solo nel 1993 che la Convenzione di Vienna afferma che i diritti delle donne sono parte inalienabile ed indivisibile dei diritti umani universali. Da qui una particolare attenzione all’attuale conflitto per il vaglio e reperimento dei documenti, una sfida che dovrà affrontare la Corte Penale Internazionale. L’Ucraina, nel frattempo, ha predisposto programmi di reinserimento nel tessuto sociale per evitare il problema della doppia vittimizzazione. Da un lato si presenta la vittimizzazione in ambito processuale, dall’altro esiste la difficoltà della risocializzazione. In merito a ciò a maggio dello scorso anno è stato siglato un accordo tra le Nazioni Unite ed il governo ucraino per sostenere le vittime sulla base della risoluzione del Consiglio di Sicurezza per Donne, Pace e Sicurezza, in cui si afferma che le donne non sono solo vittime, ma agenti di cambiamento. Le relatrici ragionano anche sulla difficoltà di istituire processi difronte la Corte Penale Internazionale anche per l’uscita della Russia – dopo il 15 marzo – dal Consiglio d’Europa e dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Esiste però una responsabilità che è in capo alle giurisdizioni nazionali dove c’è la possibilità che gli Stati possano giudicare i reati, secondo lo Statuto di Roma, indipendentemente dal luogo in cui sono stati commessi i fatti. Infine, è utile ricordare che esistono altri strumenti; ad esempio, all’interno delle Nazioni Unite vivono diversi comitati che hanno competenze in merito ai diritti umani e all’accertamento dei crimini.
Cristina Montagni
- Al tavolo tecnico hanno collaborato: Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Maria Tripodi, sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione internazionale, Paolo Lazzara, vice presidente Inail, Kateryna Levchenko, commissaria del governo ucraino per le politiche di parità di genere. Matilda Bogner, presidente della Missione ONU di monitoraggio dei diritti umani in Ucraina, Paolina Massidda, Principal Counsel presso l’Ufficio indipendente del Public Counsel per le vittime, Corte penale internazionale, Ghita El Khyari, Capo del Segretariato del Fondo per la pace e l’aiuto umanitario delle donne, Laura Guercio, sociologa dei diritti umani presso l’Università di Perugia ed esperta italiana del Meccanismo di Mosca dell’OSCE, Irene Fellin, rappresentante speciale del Segretario generale per le donne la pace e la sicurezza della NATO, Valeria Emmi, senior specialist per advocacy e networking del CESVI – Cooperazione, emergenza e sviluppo.
Due paesi su tre donne e bambini esclusi da una vita dignitosa. WeWorld 2020 analizza 172 Paesi nel mondo compresa l’Italia
In 110 Paesi del mondo su 172 donne e bambini sono ad esclusione sociale. La pandemia da Covid-19 ha ridotto drasticamente i diritti fondamentali di donne e bambini nel mondo generando un impatto negativo sull’accesso all’istruzione in tutti i Paesi.
Questi alcuni dei temi affrontati in occasione del convegno svolto il 18 novembre a Milano da WeWorld dove è stato presentato il rapporto WeWorld Index 2020. Al dibattito hanno preso parte Marco Chiesara, presidente di WeWorld, Mathieu Brossard, responsabile educazione dell’ufficio di ricerca Unicef-Innocenti, Tiziana Clerico, coordinatore in Libia del settore protezione UNHCR, Refaat Sabbah, presidente della Global Campaign for Education di Ramallah ed Emanuela Del Re, vice ministra agli Affari Esteri e cooperazione internazionale di Roma.
Risultati della decima edizione del rapporto WeWorld
Il rapporto annuale WeWorld ha valutato il livello di inclusione di donne e bambini in 172 Paesi nel mondo utilizzando 34 indicatori con lo scopo di difendere i diritti di donne e bambini in 27 paesi compresa l’Italia. La decima edizione descrive il mondo ai tempi del Covid-19 con l’aggiunta di 3 nuovi indicatori che misurano l’impatto sulla salute, educazione ed economia. Dal rapporto emerge che 2 paesi su 3 non riesce a garantire una vita dignitosa alle fasce più deboli e, in questo contesto, prolifica violenza, minor accesso all’istruzione, scarso accesso alle cure mediche e mancanza di un ambiente sano in cui crescere. Stando ai dati 2020, sono aumentati del 5% i paesi con bassi livelli di inclusione, ciò significa che se il ritmo rimane costante entro il 2030 si potrebbero aggiungere altri 26 paesi non in grado di assicurare l’inclusione per donne e bambini. “Nel lungo periodo l’impatto della pandemia sarà più forte nei paesi con economie a basso reddito che rischiano di ampliare le condizioni già instabili per l’inclusione di donne e bambini”, ha detto Marco Chiesara, presidente di WeWorld. Ha aggiunto che l’impatto del Covid – come moltiplicatore di disuguaglianze – è presente in molti settori, basti pensare che con l’introduzione dello smart working e la didattica a distanza, solo il 55% delle famiglie ha avuto accesso ad una connessione internet. A questo occorre aggiungere altri 11 milioni di bambine che dopo la crisi Covid non rientreranno più a scuola, mettendole a rischio di gravidanza precoce, abusi e matrimonio forzato. Il rapporto stima inoltre che a fine 2020 si aggiungeranno altri 117 milioni di bambini che vivranno in condizioni di povertà estrema, senza contare che UN Women ha denunciato che 243 milioni di donne nel mondo sono state vittime di violenza fisica e/o sessuale negli ultimi mesi.
L’Italia per WeWord
In Italia circa il 70% dei giovani con cui WeWorld lavora nelle periferie non ha né pc/tablet né una connessione internet a casa. Per garantire supporto a questi giovani, l’organizzazione ha utilizzato altre forme di supporto digitale (WhatsApp, telefonate), attivato una linea telefonica di supporto per bambini e famiglie e continuato a coinvolgere tutti gli educatori (insegnanti, genitori, etc.). A tale proposito dobbiamo dire che la posizione italiana è peggiorata dal primo anno di pubblicazione del WeWorld Index, regredendo di 11 posizioni, in particolare per quanto riguarda la condizione dei bambini il cui capitale economico e educativo si è deteriorato a causa della pandemia. Inoltre, la condizione delle donne ha dato segni preoccupanti per quanto riguarda occupazione e reddito.
Educazione in Italia e rischi di disoccupazione femminile

Nel nostro paese la spesa per l’educazione è tra le più basse in Europa. Secondo WeWorld siamo al 92esimo posto su 137 paesi e si colloca alla 52 esima posizione su 149 paesi per tassi d’iscrizione alla primaria anche per la carenza di asili nido. La mancata inclusione dei bambini si riflette sulle donne e sulla possibilità di rimanere sul mercato del lavoro. Secondo gli ultimi dati Istat, circa il 20% delle madri interrompe il lavoro per sostenere i figli e con l’arrivo della didattica a distanza si corre il rischio di andare incontro ad un inasprimento delle condizioni di disuguaglianza preesistenti: in Italia il 23,9% delle famiglie non ha internet e il 12,3% dei bambini tra i 6 e i 17 anni non ha computer o tablet a casa. L’Italia registra poi tassi di disoccupazione elevati (136ª posizione su 176 paesi) mentre performance migliori si registrano per la salute (il tasso di mortalità infantile si attesta al 3 per 1000, 12ª su 176 paesi). Le diseguaglianze aumentano se si passa anche alla dimensione economica, qui il nostro paese è posizionato alla 131ª posizione su 175 per tassi di disoccupazione femminile ed è al 91º posto su 145 per differenziali di reddito rispetto agli uomini. Ciò si traduce in un divario salariale, dove l’Italia si colloca al 76esimo posto su 153 Paesi.
Del Re. Con pandemia necessarie azioni globali per proteggere donne e bambini

La vice ministra degli esteri, Emanuela del Re ha ribadito che la mancanza di accesso all’istruzione colpisce di più le ragazze adolescenti, ma in generale la pandemia ha contribuito ad avere un effetto devastante sulle donne – non solo nei paesi in via di sviluppo – per il grave incremento dei casi di violenza domestica. La Del Re ha assicurato che la Cooperazione italiana è impegnata ad incrementare gli sforzi per prevenire e proteggere le donne e le ragazze da tutte le forme di discriminazione e violenza e proteggere i diritti delle donne, dei bambini e dei gruppi vulnerabili, contribuendo a garantire la loro sicurezza, salute fisica e mentale, benessere, sicurezza economica e uguaglianza. “Il contesto attuale presenta sfide pressanti”, ha concluso la Del Re. “Sono necessarie azioni a livello globale per proteggere questi gruppi, impedire che la crisi sanitaria si trasformi in una crisi dell’istruzione e di genere, e costruire un modello di sviluppo sostenibile, consentendo ai bambini, ai giovani e alle donne di affrontare il mondo di domani nelle loro migliori condizioni”.
Cristina Montagni
Terzo Piano d’Azione Nazionale dell’Italia: Donne, Pace e Sicurezza
L’Italia sin dall’adozione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza 1325(2000), ha sostenuto l’Agenda delle Nazioni Unite 2016 – 2019 su “Donne, Pace e Sicurezza”. Il nostro Paese, nell’attuale contesto internazionale, conferma gli sforzi in linea con i risultati delle Conferenze internazionali di settore a partire dalla Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne tenutasi a Pechino nel 1995. Attribuire importanza al ruolo delle donne per trasformare la società, costituisce il cuore della Risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, confermando la centralità sulla prevenzione di tutte le forme di discriminazione e violenza contro le donne. Resta inteso che gender equality e women’s empowerment sono essenziali, a livello internazionale e nazionale per prevenire ogni forma di violenza (violenza domestica, violenza sessuale, arma di guerra nel contesto delle atrocità di massa).
Il Piano Nazionale Straordinario sulla Violenza Sessuale e di Genere adottato nel luglio 2015, implementato sulla Lotta alla Tratta nel 2016, mira a migliorare la qualità dell’impegno italiano per sostenere le popolazioni colpite in tutte le fasi delle operazioni di pace (prevenzione del conflitto e mediazione; peace-keeping; peace-making; peace-building; relief e recovery).
Ai fini dell’attuazione dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza, l’Italia afferma il suo impegno attraverso un approccio multistakeholder, integrato e olistico, con il coinvolgimento delle Organizzazioni della società civile, del mondo accademico, delle ONG, del settore privato e delle organizzazioni sindacali.
Gli sforzi italiani per attuare le risoluzioni in materia di Donne, Pace e Sicurezza devono ricondursi alla più ampia promozione e protezione della parità e dei diritti umani delle donne e delle minori, nella cornice degli obblighi dell’Italia derivanti dagli strumenti giuridici internazionali di settore assunti nell’Agenda di Sviluppo Sostenibile 2030, soprattutto negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 5 e 16.
Dichiarazione di Impegni
Il terzo Piano d’Azione Nazionale mira a sostenere il corso delle azioni indicate nella Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1325(2000) e nelle successive Risoluzioni. Nello specifico il Piano d’Azione Nazionale (PAN) assicura che la prospettiva di genere sia inserita in tutte le aree politiche che sostengono il concetto di pace e sarà adottata in tutte le misure pratiche volte alla promozione e protezione della pace.
Il Piano avrà una durata di tre anni e sarà costantemente monitorato a livello parlamentare attraverso incontri periodici.
Parte operativa e cornice attuativa
Obiettivo n. 1 Rafforzare il ruolo delle donne nei processi di pace ed in tutti i processi decisionali
Obiettivo n. 2 Continuare a promuovere la prospettiva di genere nelle operazioni di pace
Obiettivo n. 3 Continuare ad assicurare una formazione specifica sui vari aspetti trasversali della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1325 (2000), in particolare per il personale che partecipa alle operazioni di pace
Obiettivo n. 4 Valorizzare la presenza delle donne nelle forze armate e nelle forze di polizia nazionali, rafforzando il loro ruolo nei processi decisionali relativi alle missioni di pace
Obiettivo n. 5 Proteggere i diritti umani delle donne e delle minori in aree di conflitto e post-conflitto
Obiettivo n. 6 Accrescere le sinergie con la società civile, per implementare la Risoluzione 1325(2000) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
Obiettivo n. 7 Comunicazione strategica e result-oriented advocacy
7.1 Impegnarsi nella comunicazione strategica
7.2 Rafforzare la partecipazione italiana nei forum, le conferenze ed i meccanismi di settore, per sostenere ulteriormente l’attuazione dell’Agenda Donne, Pace e Sicurezza
Monitoraggio e Valutazione
Le azioni e gli indicatori inclusi nel Piano d’Azione Nazionale saranno usati dalle amministrazioni per valutare gli sviluppi e la performance nella sua esecuzione. L’Italia pubblicherà un report annuale che sarà preparato dal Comitato Interministeriale per i Diritti Umani (CIDU), in consultazione con la società civile, con il Parlamento, ivi compreso il gruppo interparlamentare per le donne, i diritti delle donne e la parità di genere (All-Party Women’s Caucus), istituito nell’ottobre 2015.
Il Gruppo di lavoro aperto, guidato dal Comitato Interministeriale per i diritti Umani, sarà responsabile dell’attuazione del Piano, inclusi la relativa applicazione ed il monitoraggio.
Gli sforzi italiani per attuare le Risoluzioni sono collegati alla promozione e protezione dell’uguaglianza e dei diritti umani delle donne e delle minori, compresa la Convenzione ONU sui Diritti del Fanciullo, la convenzione del consiglio d’Europa sull’azione contro la tratta degli esseri umani (Convenzione di Varsavia) e la convenzione del consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), così come la più recente agenda di Sviluppo Sostenibile 2030.


Dallo studio Ipsos/Farmindustria, su un campione di 800 donne adulte in Italia, soltanto il 14% delle italiane di 18 anni ed oltre, il coinvolgimento come caregiver è nullo. Per il restante 86%, con diversi gradi di impegno, l’equilibrismo tra molteplici ruoli e compiti è un esercizio quotidiano. In particolare, le necessità familiari che ruotano attorno alla sfera della salute, sono di competenza delle donne per la presenza al momento della prevenzione (66%), sul percorso terapeutico (65%), e interlocutrici privilegiate del medico nella fase della diagnosi (58%), e della terapia (59%). Questa incombenza è più sentita quando si tratta della salute dei bambini, allorché la donna delega al partner solo in una ristrettissima minoranza di casi la cura (6%) e l’interlocuzione con il pediatra (5%). Aumenta il grado di autonomia quando è la donna ad aver bisogno di cure: nel 46% dei casi per problemi lievi di salute e nel 29% per gli eventi più gravi, la donna fa da sé. Fa tanto più da sé, quanto più è abituata ad assumersi molteplici responsabilità (68% delle donne con alto tasso di coinvolgimento nel caregiving). Il 28% delle donne intervistate, ha almeno un soggetto bisognoso di accudimento, perché portatore di una fragilità. In prevalenza si tratta di persone anziane, più o meno autosufficienti (20% sul totale) ma in un caso su dieci si tratta di un malato grave o un soggetto disabile. 
