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I Tesori dei Faraoni tra storia e immaginario
Per la prima volta dal Cairo sbarca a Roma un evento unico al mondo, la mostra più grande di tutti i tempi: i Tesori dei Faraoni. Un viaggio in una delle civiltà più antiche, iconiche e potenti della Storia, nato sulle rive del Nilo attorno al 3200 a.C., visitabile alle Scuderie del Quirinale dal 24 ottobre 2025 al 3 maggio 2026.

La mostra, curata da Tarek El Awady, già direttore del Museo Egizio del Cairo, è prodotta da ALES – Arte Lavoro e Servizi del Ministero della Cultura con MondoMostre, in collaborazione con il Supreme Council of Antiquities of Egypt, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, del Ministero della Cultura, del Ministero del Turismo e delle Antichità d’Egitto, con il patrocinio della Regione Lazio e la collaborazione scientifica del Museo Egizio di Torino.
Grazie alla selezione di 130 capolavori dell’arte dell’Antico Egitto, provenienti dal Museo Egizio del Cairo e dal Museo di Luxor, vengono esposti fuori dal paese tesori dall’immenso valore simbolico. Il coinvolgimento è totale. Si rimane immersi nella civiltà dei grandi faraoni che si distinsero per talento e capacità nel campo della medicina, astronomia, arte, architettura, letteratura e magia.




Il cuore della mostra è nella narrazione della vita sociale dei faraoni: il concetto di regalità, la costruzione dello Stato, organizzazione politica e amministrativa, dettagli sugli aspetti della vita quotidiana dei sovrani che controllavano la coltivazione delle terre, costruivano piramidi, templi e obelischi. I reperti esposti mostrano quanto i faraoni amassero la vita e come credevano un’esistenza eterna nell’aldilà, preparandosi alla morte in modo che la loro presenza vivesse per sempre.
L’itinerario parte dalla vita oltre la morte e dal viaggio nell’aldilà, per proseguire con i riti religiosi dei faraoni e la devozione degli dèi e le dee che influenzavano quotidianamente la loro vita. La mostra offre l’opportunità di ammirare una speciale collezione proveniente dalla cosiddetta Città d’Oro, una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi anni. Il percorso descrive un ritratto rivelatore della società dell’antico Egitto, dalla classe dominante ‒ composta da principi e principesse, nobili e alti funzionari ‒ al popolo, cui facevano parte i servitori.
La mostra si articola in 3 nuclei distinti tra loro:
• Sapienza Egizia, frutto della collaborazione con il Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni Arte e Spettacolo della Sapienza Università di Roma. La fusione tra diverse istituzioni culturali è in sintonia con il sapere accademico e le Scuderie del Quirinale che offrono al pubblico opere dal grande impatto visivo ed artistico insieme ad un dibattito scientifico legato all’evoluzione degli studi. Con il supporto di accademici ed egittologi vengono affrontati temi di grande rilevanza: il mondo divino caratterizzato da figure e miti, la lingua e la scrittura e l’arte orafa, di cui alcuni capolavori sono esposti in mostra.
• Con le Lezioni Magistrali vengono proposte lezioni tenute da un esperto in un ambito specifico. Questo evento acquista importanza per la competenza del relatore, e del curatore della mostra, Tarek el Awady, che propone al pubblico il racconto di questa mostra sul mondo degli antichi egizi. Christian Greco, Direttore del Museo Egizio di Torno, condurrà nell’attualità i nuovi scavi e le scoperte che confermano quanto la conoscenza del mondo dell’antico Egitto sia tutt’altro che immobile. Infine, Gianluca Miniaci, Professore in Archeologia, Lingua e Storia dell’Antico Egitto, ci immergerà tra uno dei più grandi tesori dell’antico Egitto, quello appartenuto alla coraggiosa regina Ahhotep, di cui vengono proposti alcuni reperti in mostra.
• Con il nucleo Egittomania si entra nel rinnovato interesse di europei e americani per l’antico Egitto, che raggiunse il suo apice durante il XIX secolo, a seguito della campagna d’Egitto di Napoleone Bonaparte. Questo fenomeno culturale era avvenuto secoli prima, infatti la terra dei faraoni ebbe per i Romani un fascino irresistibile per la sua storia millenaria e per la grandiosità dei monumenti. Ciò produsse una grande concentrazione a Roma di reperti egizi. Ciò ha permesso, prima ai grandi artisti del Rinascimento, di confrontarsi con le idee e le loro forme, e poi nuovamente nella Roma pontificia. L’Egittomania percorse il mondo delle arti e del gusto, ma influenzò il mondo musicale e, fin dal suo inizio, il cinema. Infine, con il fenomeno oltre la vita, si svilupparono arte e riti di questa antica civiltà, fonte di studio anche nei secoli a venire della percezione collettiva e individuale della morte.

Sul sito www.scuderiequirinale.it è possibile acquistare il biglietto alla mostra e scaricare gratuitamente le audioguide. Sempre sul sito è disponibile il programma completo di laboratori didattici e visite guidate nonché l’elenco degli eventi collaterali in programma. Inoltre sul sito è possibile prenotare visite guidate in esclusiva per i gruppi scolastici e i tempi e modalità di visita sono adattati all’età e alla classe frequentata dagli studenti.
Cristina Montagni
Allarme alla Quarta Conferenza Internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo: blocco di 420 miliardi di dollari per la parità di genere nei paesi in via di sviluppo

420 miliardi di dollari bloccano la parità di genere nei paesi in via di sviluppo, la carenza dei finanziamenti, gli scarsi sistemi di tracciamento e le cattive norme finanziarie stanno rallentando i progressi sulla parità di genere. UN Women intervenendo alla Quarta Conferenza Internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo, ha chiesto investimenti urgenti per colmare il divario e rispettare gli impegni in materia di parità.
Ogni anno si stima che i paesi in via di sviluppo non riceveranno i finanziamenti per raggiungere la parità nell’ambito degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG). Alla Conferenza Internazionale dal 30 giugno al 3 luglio 2015 in Spagna, UN Women ha adottato il Compromesso di Siviglia che riafferma l’impegno condiviso degli Stati membri per uno sviluppo inclusivo e sostenibile. Nonostante il contesto globale sia complicato, l’accordo rappresenta un passo verso il riconoscimento del ruolo della parità di genere nelle strategie di finanziamento. Il Fondo per lo Sviluppo rappresenta un’importante opportunità per dare impulso alla parità di genere, riconosciuta essenziale per lo sviluppo sostenibile e per economie forti e inclusive. Quello che occorre sono investimenti costanti e mirati, sbloccare le opportunità e garantire che nessuno venga lasciato indietro.
ONU sostiene un bilancio attento alla questioni di genere

L’ONU sollecita governi e istituzioni finanziarie ad investimenti duraturi che aiutino le donne e le ragazze bisognose. L’attuale gap mostra la carenza di risorse per i diritti e i servizi delle donne e segnala l’urgenza che governi e istituzioni riallochino le risorse di conseguenza. Una parte importante dei finanziamenti globali ignora i Paesi poveri, dove vive la maggioranza delle donne a basso reddito e dove questi investimenti sono più urgenti. Nonostante si registri la crescente diffusione di un bilancio attento alle questioni di genere, solo un paese su quattro dispone di sistemi per monitorare che i fondi pubblici vengano distribuiti per la parità di genere. Senza queste informazioni, è impossibile pianificare, redigere un bilancio e raggiungere gli obiettivi di sviluppo nazionale.
“Non possiamo colmare il divario di genere con bilanci che non riflettono la reale situazione finanziaria”, ha affermato Nyaradzayi Gumbonzvanda, Vicedirettrice Esecutiva di UN Women. “I governi devono sostenere gli impegni con investimenti concreti, monitorare come vengono spesi i fondi e valutare i risultati. La parità deve passare dai bilanci al cuore delle politiche pubbliche. Sono necessarie riforme e una leadership che consideri le donne non un costo, ma un investimento futuro“.
Raccomandazioni UN WOMEN al rispetto dell’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile

- Espandere e potenziare l’uso di un bilancio attento alle questioni di genere per garantire che le priorità nazionali siano in linea con gli obiettivi di parità di genere. Ciò garantisce che i finanziamenti siano destinati per soddisfare i bisogni e i diritti di donne e ragazze in tutti i settori. I paesi devono rafforzare le proprie istituzioni e avere la volontà politica per attuare e monitorare questi bilanci;
- Implementare l’alleggerimento del debito, regole di finanziamento globale eque e una riforma fiscale progressista, attenta alle questioni di genere. Queste misure sono necessarie per porre fine all’austerità e ottenere entrate necessarie per gli investimenti pubblici in servizi essenziali come sanità, istruzione e assistenza.
- Riequilibrare la spesa pubblica per rispondere agli obiettivi di sviluppo umano a lungo termine, tra cui l’uguaglianza di genere, la costruzione della pace e lo sviluppo sociale inclusivo.
- Investire in sistemi di assistenza pubblica come l’assistenza all’infanzia e agli anziani, infrastrutture essenziali che consentono piena partecipazione delle donne nel mondo del lavoro e nella società. Investire il 10% del reddito nazionale nei servizi di assistenza ridurrebbe la povertà, aumenterebbe il reddito familiare e creerebbe milioni di posti di lavoro dignitosi.
UN Women sottolinea infine che la continua carenza di investimenti sta rallentando i progressi in materia di parità, la realizzazione dei diritti, l’emancipazione di donne e ragazze dell’Agenda 2030 e della Piattaforma d’azione di Pechino. Alla 4 Conferenza Internazionale l’Ente delle Nazioni Unite esorta i leader mondiali a coniugare gli impegni politici con i finanziamenti duraturi, trasparenti e responsabili necessari per colmare il gap di 420 miliardi di dollari e mantenere le promesse fatte a metà della popolazione mondiale.
Cristina Montagni
Martina Rogato: intervista alla Presidente di Human Rights International Corner (HRIC)

Docente all’LUMSA, 24h Business School, Temple University e co-fondatrice di Young Women Network è impegnata nella Due Diligence sui Diritti Umani, Diversità e Sostenibilità. Per Start Up Italia è una delle 100 donne che stanno cambiando l’Italia, nel 2020 è tra le 1000 change-maker internazionali scelte da Papa Francesco per ridisegnare una nuova economia sostenibile.
Presidente di Human Rights International Corner, Martina Rogato dal 2019 è membro di Women20 Italia, gruppo ufficiale del G20 sulla parità di genere. Nel 2020 è nominata Sherpa e portavoce per la presidenza italiana del G20, e dal 2022 è Gender Advisor di Women7 (G7). Nel 2023 viene nominata Co-Presidente per la presidenza italiana del G7 2024.
Mentre si è chiuso il 17 giugno 2025 in Canada il vertice dei leader del G7, le Women’s 7 (W7) hanno espresso delusione per la mancanza di progressi su priorità chiave individuate in difesa dei diritti, democrazia e pace.

Abbiamo intervistato Martina Rogato per approfondire questioni legate alla capacità dell’ONU di rafforzare la propria indipendenza economico-finanziaria, unitamente al potere della società civile di incidere all’interno del sistema mondiale. Quale membro del gruppo G20 sulla parità di genere, abbiamo raccolto alcune riflessioni sui temi del lavoro, clima, giustizia sociale e ambientale, insieme alla necessità di potenziare l’impegno dei gruppi women7 per fornire raccomandazioni ai leader e ai funzionari del G7.
Quali implicazioni derivano dal recente taglio dei fondi al clima, alle pari opportunità, alla diversity e cosa succederà alle agenzie attive nei progetti di sviluppo?
Tagliare fondi a clima e pari opportunità vuol dire lasciare indietro le persone più vulnerabili. Le agenzie che lavorano nei contesti più fragili, spesso già sottoposte a mille vincoli burocratici, rischiano la paralisi. E se si fermano loro, si ferma lo sviluppo sostenibile. Serve una risposta politica forte, un investimento europeo e multilaterale che protegga i pilastri dell’Agenda 2030.
L’ONU oggi sembra essere depotenziato. Qual è la sua opinione in merito e quale strategia sarebbe opportuna per rivitalizzarlo?
Se vogliamo un sistema multilaterale capace di incidere, è essenziale superare il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza, oggi spesso ostacolo all’azione internazionale nei contesti di crisi. Allo stesso tempo, occorre rafforzare il ruolo di “attori” regionali come l’Unione Europea e l’Unione Africana, e garantire all’ONU un’indipendenza finanziaria solida, che ne preservi l’autonomia e la capacità di intervenire senza condizionamenti.
La società civile ha un peso all’interno di questo complesso sistema mondiale?
Sì, e va rafforzato. La società civile è spesso l’unica voce che rappresenta chi non ha voce: attiviste, comunità locali, popoli indigeni. Ma perché pesi davvero, servono spazi stabili di partecipazione, finanziamenti adeguati e protezione per chi difende i diritti. Serve anche sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della criminalizzazione di chi si occupa di eco-attivismo. Oggi chi difende i diritti è sotto attacco, e invece il dissenso pacifico dovrebbe essere sempre tutelato.
All’interno del G7 esiste un modo per monitorare e controllare le decisioni politiche degli Stati?
I gruppi ufficiali di engagement come il Women7 o il Civil7 svolgono un ruolo importante di pressione e proposta per i Leader G7, ma non hanno strumenti vincolanti. Quello che serve è introdurre meccanismi di accountability permanente, pubblicare report indipendenti, e rafforzare il ruolo di monitoraggio della società civile. Altrimenti i vertici rischiano di restare autoreferenziali.
L’Unione Europea quale postura dovrebbe assumere rispetto al tema di giustizia sociale e sostenibilità ambientale?

L’Europa può e deve fare la scelta più difficile: rilanciare una leadership responsabile e visionaria, capace di puntare sul dialogo, il multilateralismo, la pace e la democrazia. Serve una postura chiara e coraggiosa, che metta al centro la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale, non come comparti separati, ma come pilastri inscindibili di una transizione giusta. L’UE deve investire in diplomazia climatica, costruire un’alleanza verde e sociale tra Stati progressisti, difendere la propria autonomia strategica senza chiudersi in sé stessa. Sostenere le imprese che innovano è fondamentale, ma occorre anche chiedere conto a chi viola diritti e ambiente: questi ultimi non possono essere merce di scambio. Serve coraggio politico. Serve rimettere i diritti umani al centro della politica estera europea, non come una postilla, ma come bussola.
Se parliamo di democrazia e giustizia, non possiamo ignorare i temi del lavoro svolto dalle aziende rispetto all’estrazione di minerali in diverse aree del mondo. Esiste un rapporto tra violazione dei diritti umani e giustizia riparatrice delle persone?
Assolutamente sì. I danni causati dalle filiere non etiche non si cancellano con un report di sostenibilità. Serve giustizia riparativa, accesso ai rimedi, responsabilità diretta delle imprese. La Direttiva europea sulla Due Diligence è un passo importante. Ma senza l’obbligo per le imprese di prevenire e rimediare concretamente alle violazioni, parliamo solo di buone intenzioni. E intanto le comunità continuano a pagarne il prezzo.
Cristina Montagni
Rapporto OIL-UNICEF: 138 milioni di bambini e adolescenti nel mondo sono ancora vittime di lavoro minorile
Sullo slogan: “I bambini non dovrebbero lavorare sui campi, ma sui sogni”, il 12 giugno si è celebrata la Giornata Mondiale contro il lavoro minorile, con l’obiettivo di portare agli occhi del mondo il grave e ancora diffuso fenomeno dello sfruttamento dei bambini sul lavoro.

La ricorrenza istituita nel 2002 dall’ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro) costituisce una voce per richiamare l’attenzione contro lo sfruttamento sul lavoro di milioni di bambini. Il rapporto: “Lavoro minorile: Stime globali 2024, tendenze e prospettive”, sottolinea da una parte i progressi compiuti e dall’altro denuncia l’esistenza di un diritto ancora negato a milioni di bambini e adolescenti; quello d’imparare, giocare e semplicemente essere bambini.
Qualche dato del Rapporto OIL/UNICEF
Secondo le stime del rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e UNICEF, dal 2000 al 2024 il lavoro minorile si è quasi dimezzato passando da 246 milioni è a 138 milioni, di cui 54 milioni sono minorenni coinvolti in lavori pericolosi mettendo a rischio la propria salute, sicurezza e sviluppo. In Italia, circa 340.000 ragazzi sotto i 16 anni sono coinvolti in attività lavorative ai limiti dello sfruttamento. Lo studio sottolinea una riduzione del lavoro minorile di circa il 50% dall’inizio del secolo, ma globalmente il mondo è lontano dal raggiungere l’obiettivo dell’eliminazione entro il 2025. Per cancellare questo fenomeno entro i prossimi cinque anni, gli sforzi dovrebbero essere superiori a 11 volte. I settori più coinvolti sono: l'agricoltura che rappresenta il 61% di tutti i casi, seguiti dai servizi (27%), come il lavoro domestico e la vendita di beni nei mercati, e dal settore industriale (13%), che comprende l'industria mineraria e manifatturiera. Lo studio rileva inoltre che i bambini e ragazzi hanno più probabilità delle bambine e ragazze di essere coinvolti nel lavoro minorile a qualsiasi età, ma quando si include il lavoro domestico non retribuito per 21 ore o più a settimana, il divario di genere si inverte.
Aree interessate dal fenomeno
L’Africa subsahariana costituisce i due terzi (circa 87 milioni) di tutti i bambini impiegati nel lavoro minorile. Nonostante il fenomeno sia sceso dal 24 al 22%, il numero totale è rimasto stagnante a causa della crescita demografica, dei conflitti in corso e di quelli emergenti, dell’estrema povertà e dei sistemi di protezione sociale deboli.
L’Asia e il Pacifico dal 2020 hanno registrato una riduzione più significativa del lavoro minorile, con un tasso sceso dal 6 al 3% (da 49 milioni a 28 milioni di bambini e adolescenti). In America Latina e Caraibi la prevalenza del lavoro minorile è rimasta invariata negli ultimi quattro anni; il numero totale di bambini coinvolti è sceso da 8 a circa 7 milioni.
Proposte UNICEF e OIL
Per accelerare il progresso, UNICEF e OIL propongono ai governi di:
- Investire in protezione sociale per le famiglie vulnerabili, attraverso dispositivi di sicurezza sociale come l’assegno familiare universale, in modo che le famiglie non debbano ricorrere al lavoro minorile;
- Rafforzare i sistemi di protezione dell’infanzia per prevenire e identificare i bambini a rischio, soprattutto per quelli esposti alle forme peggiori di lavoro minorile;
- Assicurare l’accesso universale all’istruzione di qualità, soprattutto nelle aree rurali e nelle zone colpite da crisi, così che ogni bambino e adolescente possa studiare;
- Garantire un lavoro dignitoso a adulti e giovani, compreso il diritto dei lavoratori di organizzarsi e difendere i propri interessi.
- Applicare le leggi e la responsabilità delle imprese per porre fine allo sfruttamento e proteggere i bambini e adolescenti lungo le filiere di fornitura.
Le due Agenzie in conclusione avvertono che, se si vuole mantenere il livello dei risultati raggiunti, sono necessari finanziamenti, sia a livello globale che nazionale. I tagli all’istruzione, protezione sociale e supporto ai mezzi di sostentamento possono spingere le famiglie più fragili sull’orlo del baratro, costringendole a far lavorare i bambini e adolescenti. Allo stesso tempo la riduzione degli investimenti nella raccolta dei dati renderà sempre più difficile individuare e affrontare il problema.
“Il mondo ha fatto progressi nella riduzione del numero di bambini e adolescenti costretti a lavorare. Eppure, troppi continuano ad essere impiegati nelle miniere, nelle fabbriche o nei campi, svolgendo lavori pericolosi per sopravvivere”, ha dichiarato Catherine Russell, Direttrice Generale dell’UNICEF. “Sappiamo che gli sforzi per porre fine al lavoro minorile sono possibili attraverso l’applicazione di tutele legali, estensione della protezione sociale, investimento in un’istruzione gratuita e di qualità e miglioramento dell‘accesso al lavoro dignitoso per gli adulti. Gli attuali tagli dei finanziamenti su scala globale minacciano di far retrocedere le conquiste ottenute ed occorre impegnarsi per garantire che i bambini siano nelle aule e nei campi da gioco, non a lavoro”.
Cristina Montagni
34° anniversario della ratifica dell’Italia della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia
Il 27 maggio si è celebrato il 34° anniversario della ratifica da parte dell’Italia della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia con #dirittincomune27maggio.

UNICEF Italia, con il patrocinio dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI), ha lanciato l’iniziativa dal titolo “DIRITTI IN COMUNE”, una campagna rivolta alle amministrazioni comunali per favorire la conoscenza dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza tra gli amministratori e i cittadini. L’azione è nata per ricordare il 34° anniversario della ratifica da parte del nostro Paese della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza avvenuta con Legge n.176 del 27 maggio 1991.
L’evento è stato accolto da più di 160 comuni e ogni Comune ha invitato a diffondere i contenuti attraverso il sito e i profili social dell’amministrazione e dei singoli amministratori utilizzando l’hashtag #dirittincomune27maggio distribuendo materiali di comunicazione in tutti i luoghi pubblici.

“È nostro preciso dovere” ha commentato Gaetano Manfredi, presidente dell’Anci e sindaco di Napoli, “assicurare che i principi sanciti dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza non rimangano lettera morta, ma si traducano in azioni concrete e quotidiane. Grazie alla vicinanza ai cittadini, siamo in una posizione privilegiata per monitorare, supportare e intervenire a favore dei più giovani, garantendo un ambiente sicuro, inclusivo e ricco di opportunità per la crescita e il loro sviluppo. L’adesione all’iniziativa “Diritti in Comune” rappresenta un passo importante in questa direzione, grazie all’opera di sensibilizzazione che può contribuire a stimolare l’impegno dei Comuni per creare una cultura della consapevolezza e del rispetto dei diritti dell’infanzia all’interno della comunità”.
Nicola Graziano, Presidente dell’UNICEF Italia ha ringraziato l’ANCI per essere anche quest’anno al fianco dell’UNICEF e dei bambini per questa ricorrenza arrivata alla sua quarta edizione. Ogni anno l’evento individua un principio della Convenzione ONU che viene approfondito: questa edizione ha focalizzato il tema dell’ascolto e della partecipazione dei bambini e degli adolescenti, come sancito dall’art. 12. I Comuni svolgono infatti una funzione importante nel garantire la partecipazione dei bambini e degli adolescenti alle scelte e alle decisioni che li riguardano, e DIRITTI IN COMUNE costituisce un’opportunità per le amministrazioni comunali per comunicare alla cittadinanza il proprio impegno nel sostenere politiche e programmi che tengano conto delle richieste e delle esigenze dei più piccoli.
L’iniziativa è stata promossa nell’ambito delle azioni di sensibilizzazione realizzate dal Programma UNICEF Città amiche dei bambini e degli adolescenti e previste dal protocollo ANCI – UNICEF Italia, per mettere in evidenza l’attività svolta dai Comuni nell’attuazione dei principi sanciti dalla Convenzione ONU.
Per informazioni sul Programma UNICEF Città amiche dei bambini e degli adolescenti: www.unicef.it/cittamiche
Cristina Montagni
L’Europa e i suoi valori richiedono unità
“Difendere l’Europa e i suoi valori”, la conferenza coordinata dall’associazione “Io Parlo Europeo” per portare consapevolezza e coscienza europea a cittadini e cittadine, promossa dall’ex parlamentare europea Beatrice Covassi di cui è presidente, nasce in un momento di sfide sull’identità dell’Europa rispetto agli avvenimenti degli ultimi mesi. Il dibattito svolto ad aprile a Roma, nello spazio Esperienza Europa David Sassoli, ha focalizzato l’impegno di ripartire da una resistenza europea proveniente dal basso per lanciare un’azione collettiva e creare un legame con l’Europa attraverso unità e coraggio.

Stati Uniti lontani dai valori di riferimento europei
I relatori hanno indicato scenari inediti; messaggi giunti alle delegazioni di Ginevra e Parigi in cui si rileva che gli Stati Uniti non sono più partner affidabili, distanti dai nostri valori di riferimento che potrebbero creare fibrillazioni sull’intero sistema multilaterale. L’amministrazione americana, all’inizio dell’insediamento, ha impedito i riferimenti rispetto all’agenda 2030, dove ambiente, clima, parità, sono banditi dai documenti delle organizzazioni internazionali. Poi con lo smantellamento delle strutture multilaterali non si sa se l’Europa troverà il coraggio di riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Non sempre sarà possibile sostenere determinati impegni finanziari, si pensi all’intero sistema della cooperazione allo sviluppo, dove i finanziamenti all’USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale) sono bloccati. Per l’Europa sarà difficile sostituirsi, perché non ha la capacità di raddoppiare i fondi alla cooperazione. A queste criticità si aggiungono le tensioni interne all’Europa, dove libertà, uguaglianza, fratellanza e diritti umani vacillano con l’avanzata di nuovi nazionalismi, populismi e l’ascesa di regimi che tendono alle autocrazie. I valori che davamo per scontati da oltre 70 anni, oggi non sono più così ovvi.
Nel disordine mondiale l’Europa può essere visionaria
L’attuale disordine mondiale non dipende solo dalla presidenza Trump; nel tempo sono venute meno le basi dell’ordine occidentale. Nel 1945 gli Stati Uniti possedevano il 50% del PIL mondiale, nel 1973 il G7 deteneva il 50% della ricchezza globale, oggi è al 30%. Se a ciò si aggiungono gli attacchi ai paesi emergenti, con la leadership statunitense si delinea una svolta imperialista che cerca di drenare risorse al resto del mondo per ottenere una posizione dominante. La svolta americana porta in primo piano una politica di potenza, in cui Stati Uniti, Cina, Russia e presto l’India, cercheranno di competere nel mercato di risparmio del mondo, compresa l’Europa. In questo quadro, l’Europa appare il “ventre molle” dell’ordine mondiale; questo il motivo per il quale occorre una trasformazione per difendere i propri interessi e valori. È necessario – come ha detto Draghi – che l’Europa agisca come un unico Stato, completi il processo di federalizzazione, superi l’unanimità, abbia competenza esclusiva in politica estera, capacità concorrenziale sulla difesa e rafforzi i poteri della commissione; poiché al momento è simile ad una federazione, si pensi all’unione monetaria dove la commissione occupa un ruolo rilevante.
Dal sistema comune di difesa alla transizione ecologica
Oggi assistiamo ad una diffusa domanda di Europa che si manifesta nelle piazze, dove le persone sanno che per garantire il proprio stile di vita, sicurezza, benessere, democrazia e libertà, occorre l’unificazione dell’Europa. Da un lato occorre riformare i Trattati, dall’altro costruire il consenso degli Stati membri per dare risposte ai cittadini. Per Castaldi è necessario un sistema comune di difesa, contenere i costi energetici che penalizzano il tessuto produttivo. La creazione di una “griglia energetica” europea si tradurrebbe in una riduzione dei costi del 32%. Altro elemento riguarda l’unione fiscale per finanziare la transizione ecologica, digitale e difesa. Il recente rapporto Draghi propone alcune soluzioni, ma anche la proposta della Commissione Juncker circa l’armonizzazione fiscale dove si parla di una aliquota mediana europea per tassare le imprese; ciò porterebbe a un gettito di 239 miliardi in più all’anno.
Valori e strategie di difesa sono fattori interconnessi

Valori e difesa si inquadrano su piani diversi. Così Costanza Hermanin sostiene che la tutela dei valori europei e della libertà della democrazia si applicano anche alle politiche di difesa militari, poiché il controllo civile sui militari ispirati ai valori, rappresenta la base della nostra convivenza. Altro fattore riguarda l’attacco ai valori e alla democrazia che delinea una strategia di guerra ibrida e un altro elemento attiene alla struttura istituzionale. Su valori e strategia della difesa, l’UE ha compreso il nesso tra questi fattori, infatti, già nel 2020 Von der Leyen aveva pubblicato l’Action plan sul Defense of democracy attraverso il quale la commissione aveva utilizzato strumenti per tutelare gli aspetti valoriali attraverso le basi giuridiche del mercato interno. In questo scenario la ricercatrice ha detto che il lavoro ha prodotto una proposta sulla trasparenza nei finanziamenti ai partiti politici, sul pluralismo dei media (European Media Freedom act) che tutela i giornalisti per far luce sui finanziamenti dei media, e una direttiva sulla rappresentanza degli interessi degli Stati terzi nel mercato europeo. L’idea è vigilare sulle interferenze degli Stati terzi all’interno dei paesi dell’Unione Europea. Queste proposte adottate nel 2023 legano la difesa ai valori, così come è importante che i rappresentanti politici li rappresentino, poiché il rischio è bloccare la prosecuzione di una strategia comune di difesa Europea, come all’interno del proprio Paese si potrebbero determinare il mancato rispetto di tali diritti. A livello Europeo esiste il Digital Service Act, strumenti in grado di contrastare la disinformazione che introduce una serie di norme per proteggere i nostri diritti fondamentali online. Questi diritti includono la libertà di pensiero, espressione, informazione e opinione senza manipolazione. In conclusione, la commissione è chiamata a mostrare maggiore coraggio per aiutare nella costruzione della difesa.
Hanno contribuito alla conferenza: Roberto Castaldi, segretario nazionale del Movimento federalista europeo; Marco Del Panta, segretario generale dell’European University Institute di Fiesole (Firenze) e vicepresidente di Io Parlo Europeo; Costanza Hermanin, docente di politiche Ue presso European University Institute e College of Europe; Antonio Tanca, professore di politica di sicurezza e difesa comune dell’Unione europea all’Università di Milano-Bicocca, già funzionario del Consiglio Ue e Thierry Vissol, direttore del Centro euro-mediterraneo Librexpression della Fondazione Giuseppe Di Vagno
Cristina Montagni
Road Map UE alla 69° sessione dell’ONU: cambiare il paradigma verso l’uguaglianza di genere
La 69° sessione della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne, che si svolge a New York dal 10 al 21 marzo 2025, ha il compito di valutare i progressi sull’attuazione della dichiarazione e della piattaforma d’azione di Pechino, adottate 30 anni fa. Scopo della Commissione è assumere, da parte degli Stati membri, una forte dichiarazione politica, impegnandosi a promuovere i diritti, l’uguaglianza e l’empowerment di tutte le donne e le ragazze. Le stime mostrano che un miglioramento nella parità di genere porterebbe ad un aumento del PIL pro capite dell’UE dal 6,1 al 9,6% pari a 1,95 – 3,15 miliardi di euro. Il divario occupazionale di genere in UE si traduce in una perdita economica di 370 miliardi di euro all’anno e il costo stimato del Gender-Based violence nell’Unione sarebbe pari a 366 miliardi di euro all’anno.

La piattaforma d’azione di Pechino è dunque una dichiarazione politica che potenzia il rispetto, la protezione, la promozione dei diritti, l’uguaglianza e l’emancipazione di tutte le donne e le ragazze. Al congresso partecipano António Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite; Sima Bahous, Direttore esecutivo, UN Women; Philemon Yang, Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
Celebrazione 30° anniversario della piattaforma d’azione di Pechino
Istituita nel 1946, la Commissione delle Nazioni Unite sulla condizione femminile, è un organo del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite i cui rappresentanti (45 Stati membri) riuniscono i governi degli Stati membri dell’ONU, della società civile e di altri organismi delle Nazioni Unite. La 69° sessione segna il 30esimo anniversario della dichiarazione della piattaforma di Pechino adottata nel 1995 da 189 paesi definendo una road map globale per il conseguimento dell’uguaglianza di genere che comprende misure e obiettivi in 12 settori chiave.
Quali progressi nella parità di genere
La 69° sessione ha il compito di valutare l’attuazione della piattaforma d’azione per imprimere un nuovo slancio. Dall’adozione della piattaforma molti paesi hanno fatto grandi sforzi per conseguire l’uguaglianza di genere. Da un rapporto delle Nazioni Unite, nell’ultimo decennio oltre 40 paesi hanno riscritto le loro costituzioni per integrare disposizioni che promuovono i diritti delle donne e delle ragazze. L’UE ha attuato diverse misure nell’ambito della piattaforma e monitora questi progressi, ma oggettivamente solo 10 paesi del mondo hanno colmato l’80% del divario di genere. I dati sull’obiettivo di sviluppo sostenibile n. 5, “Realizzare la parità di genere e l’emancipazione di donne e ragazze“, mostrano che nessun indicatore è stato raggiunto a livello mondiale e le analisi delle Nazioni Unite parlano di una retrocessione globale sui diritti delle donne e delle ragazze, sempre più colpite da violenze sessuali, conflitti, crimini contro l’umanità, disparità retributive, oneri nell’assistenza e sotto-rappresentazione a livello dirigenziale. Questa involuzione assume conseguenze gravi in Afghanistan con il regime di apartheid in base al genere.
Posizione della CSW69
Secondo la CSW69 è arrivato il momento di considerare i governi responsabili della copertura sanitaria universale. La salute è un Diritto Umano fondamentale, purtroppo molti paesi ancora non hanno accesso ai servizi di base, specialmente quando si parla di salute sessuale e riproduttiva (4,3 miliardi di persone non hanno a questi servizi), 218 milioni di donne nel Sud globale non hanno accesso alla contraccezione moderna. Occorre cambiare politica e garantire a tutti uno standard di salute fisica e mentale.
Il punto sugli strumenti e le priorità dell’Unione Europea

Il Parlamento europeo voterà una raccomandazione sulle priorità dell’UE e invita il Consiglio europeo a fare il punto sull’attuazione della piattaforma; garantire che l’UE dia l’esempio nel conseguire l’uguaglianza di genere; consentire una maggiore rappresentanza femminile nei processi decisionali; attuare l’integrazione nei bilanci di genere; assumere un ruolo centrale nella lotta ai progressi dell’uguaglianza e dei diritti delle donne; affrontare la povertà femminile; rafforzare gli strumenti UE per combattere la violenza di genere; garantire l’accesso delle donne all’assistenza sanitaria e integrare la dimensione di genere nella transizione verde. Rispetto alla politica estera, il progetto invita il Consiglio a garantire che l’uguaglianza e i diritti delle donne siano considerati in tutti gli aspetti di azione anche esterni all’UE. La dichiarazione politica – oltre ad affermare la necessità di sostenere i diritti umani e le libertà fondamentali per ogni donna e ragazza – vuole rafforzare gli impegni nei confronti delle donne, della pace e della sicurezza, sottolineando la necessità di integrare le voci e la leadership delle donne nella prevenzione dei conflitti, nella costruzione della pace e nella risoluzione dei conflitti. Si sottolineano gli interventi nello sradicare la povertà, garantendo il diritto delle donne e ragazze all’istruzione anche nelle materie STEM aumentando gli investimenti pubblici e nei sistemi di assistenza. Riconoscendo l’enorme potenziale della tecnologia, emerge la necessità di colmare il divario digitale di genere e si chiede un rinnovato investimento nelle statistiche e nei dati di genere per arrivare ad una politica informata. La Dichiarazione raccomanda inoltre agli Stati membri di eliminare ogni forma di violenza contro le donne e le ragazze, comprese quelle emergenti come la violenza digitale, le molestie online e il cyberbullismo.
Italia in prima linea nella lotta alle mutilazioni genitali femminili
L’Italia ha ribadito il suo impegno nella lotta contro le mutilazioni genitali femminili (MGF) con un evento organizzato nell’ambito della Commissione sulla Condizione della Donna (CSW) delle Nazioni Unite. L’interesse su questo tema conferma il ruolo del nostro Paese nella promozione dei diritti delle donne e delle bambine a livello globale. L’Ambasciatore italiano presso le Nazioni Unite, Maurizio Massari, ha sottolineato l’impegno internazionale per eliminare questa pratica dannosa, sottolineando come le mutilazioni genitali femminili rappresentano “una grave violazione dei diritti fondamentali delle donne e delle bambine, oltre a essere una questione di salute pubblica e di giustizia sociale”. Infine ha detto che “l’Italia continuerà a lavorare con i suoi partner internazionali per porre fine a questa pratica entro il 2030, garantendo protezione e supporto alle vittime”.
Dichiarazioni politiche per affrontare le future sfide e opportunità
Sima Bahous, sottosegretaria generale e direttore esecutivo di UN Women nel valutare l’adozione della Dichiarazione, ha affermato: “affrontare le sfide e le opportunità dell’uguaglianza di genere richiede un’azione collettiva da parte degli Stati membri, ora più che mai. In un momento in cui le conquiste ottenute per l’uguaglianza di genere sono sotto attacco, la comunità globale deve dimostrare unità a tutte le donne e le ragazze, ovunque”. Bahous, ha poi aggiunto: “Nessuna nazione ha ancora raggiunto la piena parità di genere, e questa dichiarazione sostiene che i governi del mondo riconoscono il 2025 come un punto di svolta, in cui le promesse fatte 30 anni fa non possono essere rimandate”.
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Cristina Montagni




