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Impegno degli stati membri per valorizzare il contributo nel raggiungimento degli obiettivi di uguaglianza di genere

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Giustizia Internazionale per donne vittime di stupri in Ucraina

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“L’Italia” ha detto il Ministro degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale Antonio Tajani “promuove iniziative internazionali per valorizzare il ruolo delle donne nella prevenzione dei conflitti, nel mantenimento della pace e ricostruzione dei post-conflitti in linea con l’Agenda “Donne, Pace e Sicurezza” delle Nazioni Unite”. Il titolare del dicastero di recente ha espresso vicinanza alle donne e ragazze ucraine che vivono il dramma della guerra per le sofferenze e abusi, alle ragazze afghane affinché i progressi ottenuti negli ultimi venti anni sull’istruzione, libertà di movimento, partecipazione politica, economica, sociale e culturale del loro Paese non vadano persi, alle ragazze iraniane che chiedono rispetto dei diritti affrontando una brutale repressione condannata dal nostro Governo.

Maria Tripodi, sottosegretario Affari Esteri e Cooperazione internazionale – Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, la Natalità e Pari Opportunità

Assicurare alla giustizia internazionale le violenze di guerra in Ucraina

In merito alla violenza sulle donne, a gennaio si è costituito a Roma un tavolo tecnico coordinato dal Ministero degli Esteri e Ministero delle Pari Opportunità per riflettere sulla protezione delle donne vittime di stupri di guerra in Ucraina e come assicurare alla giustizia internazionale i colpevoli dei crimini compiuti dall’inizio del conflitto. Lo scopo era individuare risorse per migliorare la risposta della comunità e degli organismi internazionali e analizzare i fattori che generano paura di denunciare da parte delle sopravvissute che permettono agli esecutori di restare impuniti. Le vittime di guerra – hanno sostenuto le esperte – non solo non hanno garanzie sul soddisfacimento delle richieste di giustizia e di risarcimento morale, ma vengono spesso incolpate ed espulse dalle comunità di appartenenza. Con il conflitto Russo-Ucraino l’antica questione dell’impunità rischia di ripetersi; occorre perciò tracciare un percorso che fornisca loro protezione con il supporto delle organizzazioni della società civile ucraina.

Protezione alle sopravvissute vittime di violenza

Diverse le attività che può intraprendere il governo italiano. Dare voce alle donne vittime di violenza e agli operatori che possono intercettare i bisogni delle donne, uomini e bambini per uscire dal trauma e avviare un processo di emancipazione che non deve essere solo nazionale ma coinvolgere l’intera comunità internazionale per costruire una cultura contro lo stigma ed il silenzio. La seconda riguarda l’adeguamento della legislazione nazionale portando il tema nelle sedi opportune insieme al coordinamento del ministero degli esteri e delle pari opportunità. Il terzo canale è l’accoglienza che attiene alla formazione dei soggetti: dai magistrati, alle forze di polizia fino agli operatori sanitari. L’Italia sin dall’inizio del conflitto ha destinato risorse per 500mila euro alle vittime di violenza, e con la crisi umanitaria ha assegnato oltre 10milioni di euro all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per fornire aiuto ai rifugiati ucraini e alle sopravvissute per una futura crescita personale. Il nostro Paese – secondo contributore delle Nazioni Unite per vittime di abusi e sfruttamento sessuale – ha rifinanziato questo fondo presso la Corte Penale Internazionale ed è attiva affinchè sia ripristinato il tessuto sociale del paese colpito.

Pulizia etnica una strategia politica

I crimini contro le donne non interessano un singolo paese. L’Italia ha avviato un percorso antiviolenza implementando il fondo antitratta per le rifugiate, le case rifugio e centri antiviolenza. Va ricordato che i crimini contro le donne spesso vengono ignorati o sottovalutati; hanno profonde radici culturali, sono utilizzati come arma di guerra e dovrebbero essere giudicati fuori legge. Da quando l’esercito di Kiev ha liberato parte dei territori occupati da Mosca, sono emerse violenze condotte dai militari russi: donne violentate davanti ai propri figli, donne costrette a barattare il corpo per avere salva la vita, ragazze chiuse in seminterrati e sottoposte a sevizie e stupri di gruppo, senza risparmiare gli stupri a bambini e bambine di appena un anno. Questa condotta si configura come una strategia politica per umiliare non solo la donna ma un intero popolo, un tentativo di pulizia etnica e desertificazione vitale di un territorio. Per dare significato alle violenze è necessario quindi definire un quadro giuridico nazionale ed internazionale con strumenti di accoglienza per assistere le donne ad affrontare la vita.

Sottostima delle denunce per abusi sessuali

Le Nazioni Unite hanno registrato più di 124 denunce di violenza sessuale ma è probabile che i numeri siano più alti perché se per una donna è difficile manifestarsi, per un uomo lo è ancora di più. E’ utile riflettere che lo Statuto della Corte Internazionale include un’ampia lista di crimini a sfondo sessuale mai pensata e scritta dal secondo dopo guerra. Le categorie della violenza che i giuristi hanno immaginato, oggi sono inclusi nello STATUTO DI ROMA ma per dare ampiezza dei crimini commessi è necessario citare lo stupro, la violenza forzata, la sterilizzazione forzata, l’aborto forzato, lo sfruttamento sessuale, la tratta, la castrazione ed altre forme di brutalità che è difficile codificare per definire la violenza di genere nella sua interezza. La seconda riflessione riguarda la Corte Penale Internazionale che interviene laddove gli stati nazionali non possono o non vogliono intervenire. Tuttavia, il ruolo della giustizia nazionale è rilevante perché la vittima vede aperta una procedura penale nel proprio Stato dove viene riconosciuta l’azione criminosa, quindi immorale. Un’altra osservazione riguarda la criminalizzazione degli atti che potrebbero essere assimilati alla persecuzione di genere, quest’ultima più facile da provare, dove le conseguenze sono devastanti a livello fisico e psicologico sia nel breve che nel lungo periodo. Nel breve periodo può insorgere paura, mancanza di aiuto e disperazione mentre nel lungo periodo può manifestarsi depressione, disordini d’ansia, sintomi somatici multipli, difficoltà di ridefinire relazioni intime, vergogna e stigmatizzazione. Un fattore poco analizzato riguarda l’impatto transgenerazionale degli eventi che coinvolgono soprattutto le future generazioni.

Istituire processi difronte la Corte Penale Internazionale

Le donne sono ancora considerate bottino di guerra. È solo nel 1993 che la Convenzione di Vienna afferma che i diritti delle donne sono parte inalienabile ed indivisibile dei diritti umani universali. Da qui una particolare attenzione all’attuale conflitto per il vaglio e reperimento dei documenti, una sfida che dovrà affrontare la Corte Penale Internazionale. L’Ucraina, nel frattempo, ha predisposto programmi di reinserimento nel tessuto sociale per evitare il problema della doppia vittimizzazione. Da un lato si presenta la vittimizzazione in ambito processuale, dall’altro esiste la difficoltà della risocializzazione. In merito a ciò a maggio dello scorso anno è stato siglato un accordo tra le Nazioni Unite ed il governo ucraino per sostenere le vittime sulla base della risoluzione del Consiglio di Sicurezza per Donne, Pace e Sicurezza, in cui si afferma che le donne non sono solo vittime, ma agenti di cambiamento. Le relatrici ragionano anche sulla difficoltà di istituire processi difronte la Corte Penale Internazionale anche per l’uscita della Russia – dopo il 15 marzo – dal Consiglio d’Europa e dalla Corte Europea dei diritti dell’uomo. Esiste però una responsabilità che è in capo alle giurisdizioni nazionali dove c’è la possibilità che gli Stati possano giudicare i reati, secondo lo Statuto di Roma, indipendentemente dal luogo in cui sono stati commessi i fatti. Infine, è utile ricordare che esistono altri strumenti; ad esempio, all’interno delle Nazioni Unite vivono diversi comitati che hanno competenze in merito ai diritti umani e all’accertamento dei crimini.

Cristina Montagni

  • Al tavolo tecnico hanno collaborato: Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Maria Tripodi, sottosegretario agli Affari Esteri e alla Cooperazione internazionale, Paolo Lazzara, vice presidente Inail, Kateryna Levchenko, commissaria del governo ucraino per le politiche di parità di genere. Matilda Bogner, presidente della Missione ONU di monitoraggio dei diritti umani in Ucraina, Paolina Massidda, Principal Counsel presso l’Ufficio indipendente del Public Counsel per le vittime, Corte penale internazionale, Ghita El Khyari, Capo del Segretariato del Fondo per la pace e l’aiuto umanitario delle donne, Laura Guercio, sociologa dei diritti umani presso l’Università di Perugia ed esperta italiana del Meccanismo di Mosca dell’OSCE, Irene Fellin, rappresentante speciale del Segretario generale per le donne la pace e la sicurezza della NATO, Valeria Emmi, senior specialist per advocacy e networking del CESVI – Cooperazione, emergenza e sviluppo.

Migrazioni femminili un processo complesso influenzato da numerose variabili. Il CeSPI percorre le tappe di uno studio condotto sul caso Etiopia – Libano

Discriminate perché migranti, non riconosciute come lavoratrici, ogni anno milioni di donne emigrano per un progetto di vita migliore per sé e le proprie famiglie. Questo “esercito” di lavoratrici domestiche con scarse tutele, rappresenta uno dei gruppi sociali più vulnerabili malgrado le rimesse contribuiscano ai Pil dei paesi di origine.

Su queste premesse a metà giugno si è svolto in modalità virtuale il seminario: “Quale ruolo della cooperazione per l’empowerment delle donne domestiche migranti. Il caso Etiopia – Libano”. L’evento, organizzato dal CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale) ha focalizzato i profili del fenomeno con l’intento di contribuire alla stesura delle prossime linee guida della Cooperazione italiana su migrazioni e sviluppo.

Ostacoli e opportunità. Un viaggio tra le lavoratrici domestiche nell’indagine CeSPI

Anna Ferro, CeSPI

Anna Ferro nell’intervento presenta lo studio “Le migrazioni femminili nel mercato del lavoro globale. Il caso delle lavoratrici domestiche tra Etiopia e Libano” che si inserisce tra le attività del progetto “Securing Women Migration Cycle” finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Nell’illustrare l’analisi qualitativa, la ricercatrice percorre le fragilità del contesto migratorio, un mondo formato per il 48% da donne che rappresentano i tre quarti del lavoro domestico. Negli anni sono emersi diversi impatti fra i paesi di origine e destinazione per la crescita della domanda di lavoro portando con sé disuguaglianze di genere di origine etnica. Nello specifico si tratta del corridoio tra l’Etiopia e il Libano. Per l’Etiopia le direttrici sono varie, quella orientale verso la penisola arabica – Etiopia/Libano – ha visto negli anni una massiccia presenza di donne etiopi. “La mobilità sociale” spiega “da un lato permette alle famiglie di contare su maggiori risorse economiche, dall’altra è una fuga dalle restrizioni del paese e l’opportunità di seguire canali d’inserimento femminile”. La storia dell’emigrazione etiope nasce negli anni 90, dove esisteva un sistema di gestione centrale che nel tempo ha assunto una dimensione pubblico-privata, da qui il ruolo delle agenzie di reclutamento è diventato cruciale. All’inizio poteva essere un sistema regolato, successivamente con la crescita di canali irregolari – agenzie di broker sui territori – le agenzie hanno agito in modo opaco nei contesti di destinazione. La ricercatrice ricorda i tentativi del governo etiope per ridurre l’emigrazione con accordi bilaterali – mai firmati dal Libano ed Etiopia – per garantire sicurezza e rispetto dei diritti delle persone. Altro punto riguarda la fragilità del quadro normativo e l’assenza di ratifica della Convenzione ILO C189 – Domestic Workers Convention che consentirebbe il rispetto dei diritti delle lavoratrici sia in fase di reclutamento che inserimento al lavoro nel paese di destinazione. Nello studio alcune misure sono sottostimate, ma in Libano il salario di una lavoratrice domestica è circa 200 euro che aumenta a seconda di come si pone sul mercato. I dati sulle rimesse sono sottostimati ma emergono quote dai canali informali con una differenza di salario tra il Libano e l’Etiopia intorno ai 50 euro. Sul contesto libanese esiste una storia di mobilità tra Etiopia e Libano che vede le prime in ritardo nel mercato del lavoro rispetto alle filippine, nepalesi e altre nazionalità, creando una gerarchia legata agli status sociali. Nel ranking generale le filippine sono posizionate più in alto per la conoscenza dell’inglese rispetto alle africane. C’è poi la questione kafala dove le lavoratrici diventano proprietà esclusiva del datore di lavoro e il lavoro domestico non è inserito nel codice di lavoro libanese, quindi non hanno stessi diritti dei lavoratori. Dalle interviste emerge l’assenza d’informazione del contesto migratorio (lingua, cultura e tradizioni familiari). Se si guarda al paese di origine e rientro, le donne nel proprio paese vengono stigmatizzate per un possibile fallimento del progetto migratorio, di conseguenza trovano nella famiglia un luogo di cura e accoglienza. Inoltre, l’esperienza all’estero come domestica certifica le competenze acquisite ed emerge la volontà di riprendere un percorso scolastico o professionale. Scopo dello studio era anche analizzare la gestione delle rimesse dall’estero e dalle famiglie di origine. È raro che le rimesse vengano accantonate per un proprio progetto; al rientro le migranti non esprimono interesse ad investire in nuove attività, tutto si riduce a funzioni di sussistenza. Quello che spicca invece è l’interesse ad emigrare di nuovo, questa volta come broker o promotrici per una emigrazione informata. In conclusione, la questione riguarda il miglioramento del ciclo migratorio nella sua globalità, un sistema giuridico che tuteli i diritti delle lavoratrici siglando accordi bilaterali sul sistema di reclutamento, che lasciato ai canali informali, sconfina nello sfruttamento. Il coordinamento tra i due paesi è essenziale; strutture pubbliche e private, no-profit, società civile e organismi internazionali possono trovare una visione comune attraverso forme alternative che siano appetibili per le migranti. In conclusione, la sensibilizzazione e la formazione sono indispensabili per inquadrare le persone all’interno dei canali formali per una migrazione consapevole.

Migrazioni regolari, sicure e dignitose a tutela diritti dei gruppi vulnerabili

Andrea Stocchiero, CeSPI

Empowerment femminile, ascesa sociale e mobilità migratoria sono i punti nodali per le donne migranti. “Sulla percezione dell’emergenza” commenta Stocchiero “la cooperazione allo sviluppo rischia d’essere riduzionista se guarda a progetti sulla sensibilizzazione che risulterebbero poco efficaci a livello sociale”. “Uno studio della banca mondiale” spiega “ha dimostrato come questi progetti potrebbero avere un impatto incerto, quindi è necessario ripensarli. “L’esempio dell’emigrazione dall’Etiopia al Libano” aggiunge “mostra che le donne per esigenza di empowerment, concepiscono l’emigrazione un investimento a breve termine. Rispetto a quanto sta investendo la cooperazione, l’emigrazione circolare è utile per capire dove si spende meno”. In chiusura aggiunge “la Vice ministra Sereni ha espresso la volontà di riportare l’Italia nell’alveo della comunità internazionale per la firma del Global Compact Summit 2021 e rendere le migrazioni regolari, sicure e dignitose tutelando i diritti dei gruppi vulnerabili come le donne migranti e le lavoratrici domestiche”.   

Informazione e formazione come riduzione del rischio per una mobilità consapevole

Attilio Ascani, CVM

È indispensabile considerare la centralità delle donne che con i loro saperi e conoscenza mettono in “piedi” tattiche di riduzione del rischio, gestione oculata della mobilità e un progetto futuro per sé e per la famiglia, afferma Attilio Ascani. “Quanto al gender gap” conferma “l’agenzia di cooperazione Italia ha prodotto nuove linee guida con l’intento di destinare il 10% delle risorse per l’uguaglianza di genere”. Dal lato migratorio, negli ultimi anni l’agenzia ha acceso un faro su come gestire azioni per una migrazione sostenibile, ordinata, sicura e regolare. Tra gli studi il CeSPI analizza le strategie di protezione sociale per i migranti nei paesi a medio o basso reddito e spiega come sostenere le donne nei paesi di accoglienza, dove per tensioni interne spesso sono escluse. L’esigenza è fare buona informazione per evitare migrazioni irregolari, altre soluzioni riguardano la pre-qualificazione dei migranti per facilitare la ricerca di un lavoro nei paesi di accoglienza e la reintegrazione. In questa direzione si sta lavorando affinché si giunga ad un accordo con il Ministero degli interni e con le sedi della cooperazione operative nei paesi di origine. Un’altra riflessione riguarda le rimesse dei migranti che concorrono al sostegno pubblico per oltre 384 milioni di euro. Sono le etiopi in Libano che rimettono maggiori risorse e commenta Ascani “è doveroso riflettere sul ruolo della cooperazione, che al di là di aiuti e protezione, vi è la necessità di accompagnare un sistema di regole e tutela dei diritti che spingono verso adesioni agli standard internazionali”.

L’impegno ILO per garantire retribuzioni dignitose alle lavoratrici domestiche

Cornaci Silvia, ILO

“A dieci anni dalla ratifica della Convenzione ILO” commenta Cornaci Silvia “l’organizzazione ha pubblicato un report sul lavoro domestico confermando che 75,6 milioni di persone nel mondo (76% donne) svolgono funzioni domestiche e l’81% sono impiegate in modo informale. Dall’indagine condotta sul Libano e Etiopia, è emerso che in Libano – come quasi tutto il Medio Oriente – vige il sistema kafala dove permane uno sfruttamento formalizzato”. “Sul versante normativo il Libano non ha ratificato né la legge C189 né la legge sull’emigrazione e a livello nazionale le migranti sono escluse dal sistema lavorativo; non vengono riconosciute né godono di protezione sociale e assistenziale (salario minimo, ferie etc)”. “Negli anni” continua “ILO ha attivato un coordinamento con Amnesty International, Caritas e organizzazioni in Libano per rendere valido un contratto standard e garantire una base di diritti per i lavoratori (orari certi, turni di riposo, ferie, libertà di movimento, etc)”. Altro nodo è l’organizzazione. In passato ILO si è impegnato sulla programmazione del lavoro delle migranti, progetti ad hoc per alcuni gruppi etnici (caso del Nepal) con la volontà di trasmettere alle donne consapevolezza sui diritti. In questo senso il ruolo dei sindacati è centrale per definire strategie con altre organizzazioni operanti in loco. Per la formazione, training e skills delle migranti, si è riflettuto sull’opportunità di una certificazione che dichiari le competenze delle lavoratrici per assicurare una retribuzione dignitosa. “Occorre sottolineare che in Libano le lavoratrici sono retribuite in base alla nazionalità, dove c’è una “corsa al ribasso”; le migranti di etnia africana sono retribuite meno rispetto ad altre nazionalità”. Le filippine raggiungono salari più alti rispetto alle etiopi, ciò dipende dalle lobby dei vari governi. ILO sta incoraggiando il dialogo fra i paesi africani e Libano, per favorire un coordinamento a livello continentale, come avviene per l’Asia che possiede una piattaforma condivisa con i paesi del Middle Est. “Infine”, conclude Cornaci “stakeholder nazionali, società civili e governi, possono fare “massa critica” per garantire i diritti delle lavoratrici migranti. Quanto all’accesso al credito occorre offrire alle donne l’opportunità di ottenere un prestito per aprire un’attività e dare lavoro ad altre donne etiopi”. L’accesso al credito sarebbe un’ancora di salvezza, un riscatto sociale per fare scelte decisive; rientrare nel paese di origine, sostenere sé stesse, la famiglia e altri lavoratori.

Strategie delle associazioni a supporto delle lavoratrici domestiche in Etiopia

Silvia Cirillo, università degli studi di Urbino Carlo Bo

In Etiopia sono presenti 33 associazioni di lavoratrici domestiche con più di 5 mila membri che si riuniscono per condividere esperienze, elaborare strategie, facilitare tavoli di dialogo e costruire reti di supporto fra associazioni locali, sindacato, enti nazionali ed internazionali. A dirlo è Silvia Cirillo in un ampio studio condotto sul “Lavoro domestico in Etiopia” dove oltre a descrivere le storie personali delle lavoratrici (sfruttamento, abusi, abbandono) sottolinea le tattiche di resistenza e sostegno sulla sfera emotiva, pratica e materiale. Queste realtà hanno ottenuto l’affiliazione della federazione internazionale delle lavoratrici domestiche e promuovono azioni di lobby a livello locale e nazionale per il riconoscimento del lavoro in Libano. Sono anche in prima linea per la ratifica della Convenzione OIL-C189 sul lavoro dignitoso per lavoratrici e lavoratori domestici.  

Sindacati, associazioni e cooperative di lavoro. IDWF a tutela dei diritti dei lavoratori in tutto il mondo

Wendy Galarza, Filcams CGIL

Wendy Galarza, spiega che l’obiettivo dell’IDWF è costruire un’organizzazione globale di lavoratori domestici per proteggerne i diritti. Composta da 81 affiliati e attiva in 63 paesi con più di 590 mila lavoratori, è strutturata in sindacati e non, associazioni, reti e cooperative di lavoro. La federazione unitamente ad ILO ha chiesto un pacchetto di norme a tutela dei diritti dei lavoratori di tutto il mondo passando per l’Italia. “Con ILO” ha spiegato “è stato affrontato il nodo delle rimesse, voce importante in termini di Pil che coinvolge soprattutto donne e se ben impiegato consentirebbe loro di lavorare senza occuparsi della cura dei figli e della famiglia. “Il rimpatrio sicuro nel paese di origine” aggiunge “può essere realtà e non utopia. La cooperazione può fare molto sulla formazione e offrire una visione d’insieme sulle modalità di rientro in patria”. Inoltre, il sistema Kafala è lampante nel settore agricolo, esiste uno pseudo caporalato del lavoro domestico, fatto di piccole micro-criminalità. “La nostra missione” aggiunge “è condurre una massiccia informazione sul territorio spiegando alle lavoratrici che esiste un sindacato, un contratto a cui fare riferimento, diritti fondamentali e leggi da rispettare”. Per quanto riguarda i corridoi migratori, secondo l’Osservatorio Domina sul lavoro domestico, nel 2020 i lavoratori provenienti dell’Est Europa erano il 41%, quelli dell’Asia-Filippine 8%, America del Sud 7% e Asia Orientale 5%. Un terzo dei lavoratori domestici risiede in Lombardia e Lazio, in queste regioni sono presenti il 41% di colf con una percentuale di sesso femminile intorno all’89%, destinata a crescere per l’invecchiamento della popolazione e un conseguente aumento delle badanti. Quanto ai flussi migratori, la componente femminile africana è rilevante a cui si accompagnano forti discriminazioni sociali. Il peso delle rimesse delle lavoratrici domestiche nel 2019, secondo il rapporto Domina, ha sfondato il “tetto” del miliardo di euro (2mila euro pro-capite per lavoratrice). “Su queste somme occorre chiedere tutele, garanzie e sicurezza delle “cittadine” perché generano ricchezza nei paesi di origine” commenta Galarza. “L’obbiettivo dell’IDWF” conclude “è bypassare queste criticità per dare vita ad una comunità virtuale, una famiglia allargata e far sì che le lavoratrici rivendichino i propri diritti. Infine, sono in cantiere progetti per le famiglie transnazionali e gli orfani bianchi, due questioni spesso dimenticate”.

OIM e l’empowerment femminile verso i target 4 e 5 dell’agenda dello sviluppo sostenibile

Paola Alvarez, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM)

“Le questioni di genere incidono sulle motivazioni migratorie. Dove, in quale condizione, a quale rete si affidano, quali opportunità, a quali risorse si può fare leva, come si costruiscono i rapporti con le nuove comunità e quali legami permangono con le comunità di origine” specifica Paola Alvarez. Lo studio mostra la difficoltà di coinvolgere i datori di lavoro e le lavoratrici perché il lavoro domestico è denigrato, relegato al genere e non valorizzato, soprattutto si svolge all’interno della sfera privata delle famiglie. Le migranti, impiegate in questo segmento sono invisibili, difficili da raggiungere, a rischio maltrattamenti e sfruttamento. Per queste situazioni, l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) si impegna a promuovere politiche tese all’uguaglianza, all’empowerment femminile in linea con i target 4 e 5 dell’agenda dello sviluppo sostenibile per valorizzare il lavoro domestico non remunerato. Lo studio agisce su più livelli e l’OIM riconosce che le strategie devono essere a livello individuale, familiare, sociale e strutturale. Per ottenere queste informazioni, la raccolta dati è fondamentale e l’OIM possiede sistemi di analisi quali-quantitative raccolti sul campo (dati primari) per conoscere i flussi migratori. Inoltre, è dotato di un centro globale di analisi, un sistema interno di gestione e una banca dati mondiale che raccoglie informazioni sulle vittime di tratta. Altri dati raccolgono l’assistenza alle famiglie, i servizi disponibili, la fiducia e la reputazione degli intermediari regolari che rivestono un ruolo dominante sulle informazioni. Quanto alle rimesse, l’OIM valuta il reclutamento etico, la partecipazione e integrazione dei migranti nella società. Nello specifico le rimesse non sono distribuite in maniera equa all’interno delle famiglie per questioni di genere. Infine, è importante inserire nell’agenda dello sviluppo sostenibile politiche sull’emigrazione coinvolgendo ministeri e istituzioni per garantire i diritti fondamentali e le libertà individuali dei migranti.

Al webinar erano presenti Alessandro Salimei, Celim Milano, Daniele Frigeri, Anna Ferro e Andrea Stocchiero, CeSPI (Centro Studi di Politica Internazionale), Aurora Massa, università degli studi di Napoli L’Orientale, Silvia Cirillo, dottoranda dell’università degli studi di Urbino Carlo Bo, Attilio Ascani, CVM (Comunità Volontari per il Mondo), Emilio Ciarlo, Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), Wendy Galarza, Filcams CGIL, Paola Alvarez, Project Development Officer per il Mediterraneo, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e Giuliana Del Papa, Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Cristina Montagni