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Allarme alla Quarta Conferenza Internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo: blocco di 420 miliardi di dollari per la parità di genere nei paesi in via di sviluppo

420 miliardi di dollari bloccano la parità di genere nei paesi in via di sviluppo, la carenza dei finanziamenti, gli scarsi sistemi di tracciamento e le cattive norme finanziarie stanno rallentando i progressi sulla parità di genere. UN Women intervenendo alla Quarta Conferenza Internazionale sul Finanziamento per lo Sviluppo, ha chiesto investimenti urgenti per colmare il divario e rispettare gli impegni in materia di parità.
Ogni anno si stima che i paesi in via di sviluppo non riceveranno i finanziamenti per raggiungere la parità nell’ambito degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG). Alla Conferenza Internazionale dal 30 giugno al 3 luglio 2015 in Spagna, UN Women ha adottato il Compromesso di Siviglia che riafferma l’impegno condiviso degli Stati membri per uno sviluppo inclusivo e sostenibile. Nonostante il contesto globale sia complicato, l’accordo rappresenta un passo verso il riconoscimento del ruolo della parità di genere nelle strategie di finanziamento. Il Fondo per lo Sviluppo rappresenta un’importante opportunità per dare impulso alla parità di genere, riconosciuta essenziale per lo sviluppo sostenibile e per economie forti e inclusive. Quello che occorre sono investimenti costanti e mirati, sbloccare le opportunità e garantire che nessuno venga lasciato indietro.
ONU sostiene un bilancio attento alla questioni di genere

L’ONU sollecita governi e istituzioni finanziarie ad investimenti duraturi che aiutino le donne e le ragazze bisognose. L’attuale gap mostra la carenza di risorse per i diritti e i servizi delle donne e segnala l’urgenza che governi e istituzioni riallochino le risorse di conseguenza. Una parte importante dei finanziamenti globali ignora i Paesi poveri, dove vive la maggioranza delle donne a basso reddito e dove questi investimenti sono più urgenti. Nonostante si registri la crescente diffusione di un bilancio attento alle questioni di genere, solo un paese su quattro dispone di sistemi per monitorare che i fondi pubblici vengano distribuiti per la parità di genere. Senza queste informazioni, è impossibile pianificare, redigere un bilancio e raggiungere gli obiettivi di sviluppo nazionale.
“Non possiamo colmare il divario di genere con bilanci che non riflettono la reale situazione finanziaria”, ha affermato Nyaradzayi Gumbonzvanda, Vicedirettrice Esecutiva di UN Women. “I governi devono sostenere gli impegni con investimenti concreti, monitorare come vengono spesi i fondi e valutare i risultati. La parità deve passare dai bilanci al cuore delle politiche pubbliche. Sono necessarie riforme e una leadership che consideri le donne non un costo, ma un investimento futuro“.
Raccomandazioni UN WOMEN al rispetto dell’Agenda 2030 dello sviluppo sostenibile

- Espandere e potenziare l’uso di un bilancio attento alle questioni di genere per garantire che le priorità nazionali siano in linea con gli obiettivi di parità di genere. Ciò garantisce che i finanziamenti siano destinati per soddisfare i bisogni e i diritti di donne e ragazze in tutti i settori. I paesi devono rafforzare le proprie istituzioni e avere la volontà politica per attuare e monitorare questi bilanci;
- Implementare l’alleggerimento del debito, regole di finanziamento globale eque e una riforma fiscale progressista, attenta alle questioni di genere. Queste misure sono necessarie per porre fine all’austerità e ottenere entrate necessarie per gli investimenti pubblici in servizi essenziali come sanità, istruzione e assistenza.
- Riequilibrare la spesa pubblica per rispondere agli obiettivi di sviluppo umano a lungo termine, tra cui l’uguaglianza di genere, la costruzione della pace e lo sviluppo sociale inclusivo.
- Investire in sistemi di assistenza pubblica come l’assistenza all’infanzia e agli anziani, infrastrutture essenziali che consentono piena partecipazione delle donne nel mondo del lavoro e nella società. Investire il 10% del reddito nazionale nei servizi di assistenza ridurrebbe la povertà, aumenterebbe il reddito familiare e creerebbe milioni di posti di lavoro dignitosi.
UN Women sottolinea infine che la continua carenza di investimenti sta rallentando i progressi in materia di parità, la realizzazione dei diritti, l’emancipazione di donne e ragazze dell’Agenda 2030 e della Piattaforma d’azione di Pechino. Alla 4 Conferenza Internazionale l’Ente delle Nazioni Unite esorta i leader mondiali a coniugare gli impegni politici con i finanziamenti duraturi, trasparenti e responsabili necessari per colmare il gap di 420 miliardi di dollari e mantenere le promesse fatte a metà della popolazione mondiale.
Cristina Montagni
Dal rapporto di Genere 2024: ONU al Summit del futuro chiede azioni tempestive per colmare i divari di genere
Quest’anno segna una svolta per gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, mancano sei anni al 2030 ma i progressi appaiono molto lenti, soprattutto rispetto all’uguaglianza di genere. Il Summit del futuro del 22-23 settembre a New York, insieme al trentesimo anniversario della Dichiarazione di Pechino e della Piattaforma d’azione, offrono opportunità per implementare soluzioni con risorse adeguate e tempistiche definite in ogni paese.

Le Nazioni Unite hanno identificato alcuni percorsi d’investimento attraverso sei transizioni nell’ambito dei sistemi alimentari, accesso all’energia, connettività digitale, istruzione, lavoro e protezione sociale, cambiamenti climatici, biodiversità e inquinamento. Queste direttrici – se attuate – possono stimolare le donne alla partecipazione paritaria e al processo decisionale di pace e sicurezza.
Aree d’intervento per promuovere l’empowerment femminile
Sistemi alimentari

Le donne svolgono ruoli centrali nei sistemi alimentari come produttrici, lavoratrici, distributrici, consumatrici e sostegno alla sicurezza nutrizionale delle famiglie. Nella produzione agricola affrontano però condizioni difficili a causa delle disuguaglianze di genere e norme discriminatorie. La produttività delle aziende agricole gestite da donne è inferiore al 24% rispetto a quelle gestite da uomini per stesse dimensioni. Questi fattori contribuiscono a elevati tassi di povertà e insicurezza alimentare delle donne.
Accesso all’energia
L’energia è un settore storicamente dominato dagli uomini e le donne sono sottorappresentate nell’occupazione e nella leadership. Gli uomini ricoprono posizioni tecniche e dirigenziali, mentre le donne occupano ruoli amministrativi e di segreteria con scarso potere decisionale; infatti, nel 2024 coprivano il 23% delle posizioni ministeriali, solo il 12% era responsabile in energia, risorse naturali, combustibili ed estrazione mineraria.
Connettività digitale
Le tecnologie digitali stanno aumentando vertiginosamente; il settore offre ampi spazi per il suo effetto moltiplicatore ma pone interrogativi per l’emancipazione femminile. La digitalizzazione fornisce alle donne prospettive educative, occupazionali e commerciali, controllo sui redditi, salute, spazi per connettersi e amplificare le loro voci. Allo stesso tempo, l’intelligenza artificiale aumenta i rischi di violenza contro le donne facilitata da questi sistemi. Se la questione non viene affrontata, il gap di genere nell’uso di Internet potrebbe pesare nei paesi a basso e medio reddito circa 500 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni. Il Patto per il futuro ha quindi espresso preoccupazioni per il crescente divario digitale e chiede di affrontare i rischi dell’IA abbattendo le barriere alla partecipazione e alla leadership di donne nella scienza, tecnologia e innovazione.
Istruzione
Il legame tra istruzione e uguaglianza di genere è un fattore consolidato. Tuttavia, i numeri ci dicono che a livello globale 119,3 milioni di ragazze sono fuori dal sistema scolastico e il 39% non termina la scuola secondaria superiore. I costi in termini di perdite d’istruzione sono elevati e le organizzazioni internazionali stimano che entro il 2030 i costi annuali per mancate competenze di base supereranno i 10 trilioni di dollari, più del PIL della Francia e Giappone insieme. Politiche in grado di considerare le differenze di genere – riduzione dei costi scolastici, trasferimenti di denaro alle famiglie per sostenere l’istruzione delle giovani donne, misure preventive per la violenza di genere, introduzione dell’educazione sessuale, corpo docente equilibrato dal punto di vista di genere – sono le priorità per raggiungere un’istruzione universale, ridurre i tassi di abbandono scolastico e aumentare le competenze delle giovani generazioni.
Lavoro e protezione sociale
Modernizzare i sistemi di protezione sociale può contribuire a sradicare la povertà e spezzare il circolo vizioso del lavoro informale e i bassi salari. Globalmente nel 2022 il 63% delle donne era impegnato nella forza lavoro, contro il 92% degli uomini. Scarsi i cambiamenti negli ultimi 20 anni, infatti il gap retributivo di genere vede le donne guadagnare il 20% in meno rispetto ai colleghi maschi. Quindi sistemi di protezione sociale sono fondamentali per ridurre la povertà e raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile. Nel 2023 metà della popolazione mondiale (53%) aveva un sistema di protezione sociale, recentemente osservatori internazionali hanno stimato che 2 miliardi di donne non hanno alcuna protezione. Da poco organizzazioni delle Nazioni Unite, istituzioni finanziarie internazionali, banche pubbliche, partner sociali, società civile e settore privato hanno avviato un’iniziativa mirata per creare 400 milioni di posti di lavoro dignitosi nelle economie verdi, digitale e assistenziale, ed estendere la protezione sociale a 4 miliardi di persone attualmente escluse.
Cambiamenti climatici, biodiversità e inquinamento
Le disuguaglianze di genere rendono le donne vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, perdita di biodiversità e inquinamento. Questi fattori sono una minaccia per il benessere, limita il loro potere decisionale e opportunità di contribuire all’adattamento del clima e alla giusta transizione energetica ed economica. In tale contesto 158 milioni di donne entro il 2050 potrebbero trovarsi in povertà estrema, dove metà degli abitanti risiedono nell’Africa subsahariana con la previsione che in futuro 236 milioni di donne potrebbero sperimentare l’insicurezza alimentare. Di fronte a queste incertezze, sono state fissate 4 azioni per arrivare ad un mondo più equo e sostenibile: riconoscere i diritti, il lavoro e le conoscenze delle donne, compresa la competenza nella difesa degli ecosistemi e nella pratica di un’agricoltura sostenibile. Investire nella protezione sociale per aumentare la resilienza delle donne agli impatti climatici e sostenere le transizioni di genere verso modelli sostenibili. Ascoltare le donne nei processi decisionali in materia ambientale, che si tratti di movimenti sociali, ministeri o delegazioni internazionali per colmare il divario tra le richieste di azioni per il clima e le risposte dei governi. Affrontare le ingiustizie storiche dei paesi cancellando il debito insostenibile rispettando gli impegni finanziari per il clima con risorse mirate alle perdite e danni.

The Gender Snapshot 2024
Tutte le questioni descritte sono state anticipate dall’ONU durante la presentazione del Progress on the Sustainable Development Goals: The Gender Snapshot 2024, dove oltre a sottolineare i progressi sull’emancipazione femminile, ha sollevato un’altra realtà e cioè che nessuno dei sotto-indicatori dell’Obiettivo di sviluppo sostenibile 5 (uguaglianza di genere) è stato raggiunto. Secondo il rapporto, la parità di genere nei parlamenti è realizzabile non prima del 2063 e ci vorranno 137 anni per eliminare la povertà, dove ricordiamo che ancora 1 ragazza su 5 è sposa bambina. Dunque, ai rappresentanti del Summit del futuro, si sottolinea la necessità di impegnarsi per un nuovo consenso internazionale in grado di promuovere l’emancipazione e i diritti delle donne e ragazze. Infine, lo studio indica alcune raccomandazioni per eliminare le disuguaglianze nei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile; quello che ad esempio attiene alla riforma legale, sottolineando che i paesi che hanno adottato una legge contro gli abusi domestici registrano bassi tassi di violenza; il 9,5% rispetto al 16,1% dei paesi che ne sono privi.
“I costi dell’inattività sulla parità di genere sono enormi, è “possibile realizzare l’Agenda 2030 solo se c’è piena partecipazione di donne e ragazze in ogni parte della società”, ha affermato Li Junhua, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari economici e sociali. Le soluzioni ci sono. Investire nella popolazione femminile per creare comunità e famiglie resilienti, implementare politiche per la protezione sociale e ridurre la povertà estrema di 115 milioni di donne entro il 2050. Colmare il gap di genere in agricoltura e nei salari potrebbe aumentare i loro redditi, generando un aumento del PIL globale di 1 trilione di $. Infine, accrescere le risorse in assistenza e infrastrutture potrebbe creare 300 milioni di nuovi posti di lavoro dignitosi a basse emissioni di carbonio.
Cristina Montagni
Legami tra diritti umani, salute e ambiente. Sfide dell’Europa sulla Due Diligence d’impresa
Attiva in 27 paesi con programmi di cooperazione allo sviluppo e aiuti umanitari, l’associazione non profit WeWorld ha osservato che il mancato rispetto dei diritti umani e ambientali produce effetti devastanti sulle comunità costringendo intere popolazioni ad abbandonare i propri territori, come accade oggi nelle coste italiane.

(al centro) Laura Boldrini-Comitato Permanente sui Diritti Umani, Camera dei deputati
(a destra) Enrico Giovannini-Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile-ASviS
Ricco il dibattito organizzato a fine settembre a Roma, presso la sala Cristallo in piazza di Montecitorio, sulla proposta europea della Due Diligence per spingere le imprese verso una direttiva obbligatoria con l’auspicio che non venga “annacquata” da altri interessi per attuare un concreto cambiamento.
Dalla certificazione volontaria alla direttiva obbligatoria
Serve una coscienza collettiva per realizzare gli obiettivi dell’Agenda 2030 e le imprese sono cruciali nel processo. Il passaggio dalla certificazione volontaria alla direttiva obbligatoria, impone che le aziende italiane rispondano agli adempimenti per chiudere il “cerchio” con la rendicontazione non finanziaria che riguarda le piccole e medie imprese. Una rivoluzione culturale su diritti, ambiente e salute, possibile per l’aggiornamento della CITE (Proposta di Piano per la transizione ecologica). Gli effetti di spillover sulle politiche d’impresa vanno accompagnati perché tracciano un criterio che il Ministero dell’Ambiente aveva iniziato nel 2017 quando approdò la prima strategia di sviluppo sostenibile. L’aggiornamento e monitoraggio nell’esecuzione del programma, spinge ad andare avanti con partenariati innovativi, istituzioni, impresa e ricerca dove i giovani possono influenzare le aziende grazie alle normative a livello europeo. La proposta nonostante le lacune, come l’onere della prova in capo alle vittime, alcuni elementi sono fondamentali: identificazione degli impatti, monitoraggio, valutazione e misure di mitigazione.
Dubbi e incertezze della politica italiana sui temi della sostenibilità
Il tema è cruciale e può condizionare il futuro delle persone; perciò, è necessario che il mondo vada in questa direzione sollecitando le imprese a comportamenti omogenei ovunque operino, ha chiarito il direttore scientifico di ASviS, Enrico Giovannini. La Due Diligence per alcune aziende italiane potrebbe indurre a cambi di politica aziendale: da una visione centralizzata legata ai temi della sostenibilità, al ritorno a vecchi schemi dove settori internazionali tendono a coordinarsi in maniera bilaterale. La questione non è acquisita pure da imprese che hanno fatto della sostenibilità la loro bandiera. Le criticità emerse nelle discussioni politiche ed europee, hanno mostrato un distacco nell’orientamento della maggioranza che aveva sostenuto il green deal, ignorando che chi adotta tale modello ha maggiori chance di business, occupazione, aumento di produttività, margini di profitto e quote di mercato. Va detto che queste aziende sono una minoranza, ma sperano di rinviare l’attuazione della norma, consapevoli che il 2035 è la data limite dell’applicazione in Europa. Per Giovannini occorre trovare un equilibrio e cita l’articolo 9 della costituzione che rimanda alla tutela dell’ambiente, agli ecosistemi, alla biodiversità e all’interesse delle future generazioni. Oggi si parla di un altro cambiamento ripreso dall‘articolo 41 della Costituzione che dice: “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Così segnala le statistiche degli infortuni sul lavoro, sulla discriminazione delle donne, sui giovani italiani qualificati e sottopagati, ai 3 milioni di lavoratori irregolari che non hanno diritti. “Queste condizioni” ha spiegato Giovannini “sono tollerate come fosse un prezzo da pagare perché non si è innovativi, competitivi e incapaci d’intercettare le tendenze del mercato”. “L’Unione Europea” ha detto “negli ultimi quattro anni ha approvato vari regolamenti, ma il recepimento in Italia è lontano: si pensi al salario minimo, alle direttive sui lavoratori dove il dibattito politico è assente”. C’è comunque un elemento di speranza dato dal nuovo codice dei contratti che recepisce quello delle opere pubbliche del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) che indica come progettare le opere in modo sostenibile, compresa la componente sociale.
Difesa dei diritti umani, uguaglianza sociale e tutela dell’ecosistema

(Comitato Permanente sui Diritti Umani, Camera dei deputati)
L’articolo 41 della Costituzione, ha commentato Laura Boldrini, oggi è disatteso. Un paese che si riconosce nella carta fondamentale non ha difficoltà a recepire questi valori in Italia e in Europa. I contenuti della Sustainability Due Diligence Directive, approvati a giugno dal Parlamento Europeo, vanno condivisi nonostante il voto contrario di 30 europarlamentari del governo italiano. Alla luce dei risultati, serve un lavoro di moral suasion, impegnarsi nel processo avviato a Bruxelles, con la Commissione Esteri, Parlamento e Consiglio dell’Unione, sperando che l’Italia non assuma una posizione ostile tesa a svuotare il significato della direttiva, e parallelamente occorre la mobilitazione di associazioni e società civile perché il tema coinvolge giovani per fare pressione sull’opinione pubblica. Boldrini a tal fine ricorda la tragedia sul lavoro nel 2013 a Rana Plaza in Bangladesh, dove morirono 338 donne e 2 mila rimasero invalide, impiegate nel tessile per consentire ai brand internazionali di produrre a basso costo. Dopo quella disgrazia, sindacati internazionali e 2 milioni di lavoratori, giunsero ad un accordo sulla sicurezza antincendio, qualità di lavoro migliori stipulando con le aziende un indennizzo di 30 milioni di dollari per le lavoratrici rimaste invalide. Racconta poi della battaglia sul caporalato, dove grazie all’alleanza di lavoratori, lavoratrici, braccianti, sindacati e istituzioni venne approvata una legge consentendo risultati da un punto di vista giudiziario. Infine, ha richiamato la ratifica della convenzione ILO sulle molestie nei luoghi di lavoro. “Oggi” ha concluso “siamo davanti all’’internazionalizzazione dei capitali e delle merci e non all’internazionalizzazione dei diritti umani, dell’uguaglianza sociale e della tutela dell’ecosistema. Questa direttiva è uno spartiacque e propone un quadro normativo nazionale concreto come esiste in Olanda, Francia e Germania”.
Imprese consapevoli lungo le catene di valore
Con la campagna “Impresa 2030 Diamoci una regolata”, WeWorld diffonde la consapevolezza sulla giustizia ambientale e sociale, incoraggia l’Italia e l’UE a considerare quanto sia necessaria la direttiva. Martina Rogato ha chiarito che diverse aziende hanno intrapreso il percorso ma perdurano casi di ingiustizia sociale ambientale all’estero. La campagna nasce in sinergia con Bruxelles e la European Coalition for Corporate Justice per intervenire su alcuni punti non chiari. In primis la proposta stressa il legame fra diritti umani e ambientali, temi spesso legati alla responsabilità delle aziende. Chiede alle imprese – a partire da 250 dipendenti – criteri di fatturato da identificarsi lungo le catene di valore, gli impatti sui diritti umani e ambientali e la messa a punto di piani per mitigare, cessare o prevenirli. La proposta introduce una responsabilità amministrativa e civile, perciò le imprese in Italia e Europa dovranno gestire i fenomeni per evitare sanzioni qualora non sia evidente la Due Diligence. La direttiva si allinea agli accordi di Parigi, (contenimento di 1 grado e mezzo del riscaldamento globale) e sollecita piani di transizione a riguardo. Attualmente mancano obiettivi a breve, medio e lungo periodo, piani di rendicontazione sugli investimenti e piani finanziari rispetto alla dipendenza dal carbon fossile dell’azienda. Un elemento centrale della Due Diligence è che venga armonizzata rispetto alla Corporate Sustainability reporting che definisce l’obbligo di rendicontazione delle aziende per fissare il loro posizionamento. In sintesi, giustizia, equità sociale e cambiamenti climatici vanno gestiti per evitare effetti negativi delle aziende dal lato reputazionale e perdite economico-finanziarie, oltre alle sanzioni per non essere conformi alla legge.
Responsabilità e gestione dei contratti di lavoro
Le catene globali del valore vanno considerate come un unicum rispetto ai diritti sul territorio nazionale, e la direttiva indica vincoli per le aziende che producono altrove e commercializzano in Europa. In una recente missione in Thailandia, WeWorld ha intervistato alcune lavoratrici impegnate nel settore della carne – terzo paese esportatore in Europa di pollame – per capire se ciò che consumiamo proviene da questo paese. Dalle interviste è risultata la trasparenza sulle catene globali del valore: cosa producono, come si incarnano nella nostra vita e cosa ci lega alla realtà di queste lavoratrici. È emerso che le aziende esportatrici devono rispettare alcuni requisiti; tuttavia, le dipendenti non hanno regolari contratti, non sono consapevoli dei loro diritti, percepiscono salari sotto il minimo sindacale, non godono di riposi, congedi di maternità e diritti sindacali. Queste condizioni si amplificano in un sistema di terziarizzazione del lavoro – fenomeni comuni in Europa – dove permangono difficoltà nell’individuare chi gestisce il contratto diretto con la lavoratrice/re.
Certezza delle regole e giustizia per le persone vittime di violazioni
La direttiva studiata da un gruppo del sindacato europeo va approfondita per lottare contro l’impunità delle imprese sulle catene del valore, violazione dei diritti umani e ambientali a livello globale, nazionale ed europeo. Quanto all’armonizzazione, nel testo del PE è inserita la clausola del Single Market close (Programma europeo dedicato al mercato unico, alla competitività delle imprese) che definisce un tetto massimo di obblighi da imporre alle imprese in vari Stati. Nella versione finale la clausola è formulata in modo neutro e vengono garantiti pari condizioni nelle società per evitare la frammentazione del mercato unico. C’è tuttavia il rischio che la direttiva vada in senso opposto come detta l’articolo 41 della costituzione che definisce standard minimi di tutela dei diritti fondamentali dell’ambiente. Inoltre, se la legge viene applicata nello Stato in cui l’impresa ha sede, il rischio è che si registri là dove l’implementazione della direttiva è a ribasso, quindi, risulterebbero scarse le autorità di controllo o sindacati. Un’altra criticità riguarda l’accesso alla giustizia: la Due Diligence previene la violenza sui diritti umani e i danni ambientali, se però la prevenzione non funziona occorre garantire l’accesso alle persone vittime delle violazioni. In complesso il testo è debole e manca un’azione collettiva, inoltre se l’impresa non si uniforma alla direttiva, non è sufficiente l’onere della prova ma occorre dimostrare il nesso di causalità, difficile da provare quando la filiera è globale per le ispezioni in paesi lontani. Infine, nella proposta mancano riferimenti alle norme di diritto internazionale privato che fissano un giudice competente e questo rende difficoltoso l’accesso alla giustizia. Concludendo la direttiva per essere efficace deve contare sull’ampia partecipazione delle parti interessate, dai comitati aziendali al dialogo sociale ed europeo.
Visioni diverse tra Consiglio e Parlamento Europeo su clima e ambiente
La proposta europea lega due elementi: clima e ambiente. Per l’ambiente vengono disciplinati gli impatti che l’impresa produce lungo le catene globali di valore (perdita di petrolio, deterioramento della terra, etc) mentre per gli obblighi climatici emergono difformità tra le proposte del Consiglio e quelle del Parlamento. Il Consiglio – inteso come Stati membri – afferma che le imprese dovranno elaborare piani di transizione secondo gli accordi di Parigi ma non indica come i piani debbano aderire agli accordi. Inoltre inserisce anche una clausola in cui le autorità di controllo non avranno il diritto di esaminare se i piani di transizione verranno implementati correttamente. Il Parlamento europeo invece afferma che l’azienda, oltre ad implementare il piano di transizione, deve adottare obiettivi a breve, medio e lungo periodo. Questo passaggio è significativo se pensiamo alle imprese del settore bancario che hanno un’impronta climatica superiore a quella di interi paesi. La Due Diligence, spiega Marion Lupin, non è sufficiente, il passo successivo sarà riconoscere che la sostenibilità in materia di diritti umani e ambientali è una questione di concorrenza e le aziende che inquinano e sfruttano i lavoratori alterano il mercato rispetto a quelle che adottano comportamenti virtuosi e sostenibili. Infine, c’è il ruolo del consumatore che con il suo peso, può condizionare l’impresa e il legislatore europeo è sensibile alle categorie vulnerabili.
Giovani attori chiave nei processi di prevenzione e mitigazione degli impatti
Nel dialogo tra Parlamento e Consiglio, i giovani dovranno assumere una funzione centrale per responsabilizzare l’opinione pubblica europea e italiana, svolgere un ruolo di advocacy nelle istituzioni, nel coordinamento con la società civile e nelle organizzazioni non governative. Saranno attori chiave nei processi di Due Diligence delle imprese, nelle fasi di valutazione, prevenzione e mitigazione degli impatti sui diritti umani e ambiente. La presenza dei giovani sarà perciò decisiva al pari di altri gruppi anche perché più esposta agli impatti dovuti allo sfruttamento sulle catene globali di valore, in particolare nel settore tessile e minerario.
Cristina Montagni
Conferenza organizzata nell’ambito del progetto Azioni in rete per lo sviluppo sostenibile, promosso da WeWorld e sostenuto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, con la partecipazione di Dina Taddia (WeWorld); Mara Cossu (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica); Laura Boldrini (Comitato Permanente sui Diritti Umani, Camera dei deputati); Enrico Giovannini (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile – ASviS); Martina Rogato (Impresa 2030); Sara Teglia (Patto di Milano-ASviS, Impronta Etica); Silvia Borelli, (CGIL); Marco Pedroni (Associazione Nazionale Delle Cooperative Di Consumatori ANCC); Attilio Dadda (LegaCoop); Margherita Romanelli (WeWorld, Impresa 2030); Emma Baldi (Youth Ambassador, Human Rights International Corner); Marco Omizzolo (Eurispes, La Sapienza); Marion Lupin (European Coalition for Corporate Justice, ECCJ); Giorgia Ceccarelli (Impresa2030, Oxfam Italia).
Presentazione Primo Osservatorio Digitale Europeo contro le molestie e violenze sul lavoro
La violenza di genere regolata da convenzioni ONU e UE, con l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile ratificata da 193 Stati delle Nazioni Unite, ribadisce l’impegno sul lavoro dignitoso, riduzione delle disuguaglianze, promozione della salute, benessere, eliminazione della violenza di genere e ogni forma di discriminazione. Per una sua piena applicazione è necessario accelerare su leggi, politiche, bilanci e istituzioni, per le quali si chiede un maggiore investimento sulle statistiche di genere poiché è disponibile meno della metà dei dati per monitorare il Goal 5.

Il 23 novembre presso la Camera dei deputati a Roma, l’associazione 6Libera.6come6 ha presentato il 1° Osservatorio Digitale Europeo contro le molestie e violenze sul lavoro. Ad aprire il convegno l’onorevole Carolina Varchi, capo gruppo della Commissione Giustizia della Camera dei deputati, la presidente dell’associazione 6Libera.6come6, avv. Dhebora Mirabelli e la criminologa Maria Pia Giulia Turiello, direttore del dipartimento Ricerca Business School Bocconi. Una giornata ricca di spunti accompagnata da magistrati e avvocati esperti che si sono confrontati con il mondo delle imprese per garantire alle vittime tutele, protezione ed affermare una cultura aziendale libera da discriminazioni, abusi, molestie e violenze.
Osservatorio Digitale Europeo contro le molestie e violenze sul lavoro
Un focus specifico nella giornata di studio per presentare il 1° Osservatorio Digitale Europeo contro le molestie e violenze sul lavoro che avrà il compito di tracciare un percorso nazionale osservando il sistema normativo insieme a iniziative di prevenzione e contrasto. L’indagine predisposta per il contesto italiano indicherà strategie e politiche rispetto al fenomeno, segnalando necessità, best practice e proporre potenziamenti sulla materia. L’approccio metodologico si avvale di ricerche sul campo e studi provenienti dalla letteratura esistente. Un corpus di documenti costituito da trattati, convenzioni, dichiarazioni internazionali ed europee che delineano il fenomeno e indicano quali sono le tutele per lavoratrici e lavoratori. Esperti in materia analizzeranno rapporti e dati provenienti da organismi internazionali, sindacati, istituzioni e società civile, unitamente ai contratti nazionali di lavoro, accordi fra le parti sociali e datoriali e codici etici adottati dal settore privato. Un lavoro complesso in cui verrà esaminata l’impostazione penale ed amministrativa che regola il fenomeno italiano. Lo studio prevede iniziative di prevenzione definite dalle parti sociali, istituzioni e società civile, insieme a protocolli di intesa, documenti delle reti territoriali e regionali nelle aree metropolitane. Durante l’indagine saranno disposti gruppi di discussione con aziende e interviste ad hoc a figure del sistema sindacale, datoriale, istituzionale e della società civile. Le inchieste – di tipo qualitativo – avranno un approccio ricognitivo rispetto alle iniziative prese dagli organismi consultati per trarre raccomandazioni su aspetti normativi sociali e culturali.

Impatto economico causato dalla violenza di genere
Violenze sessuali e molestie incidono sulle vittime in termini di benessere, salute psico-fisica, dignità, autostima e lavoro. La regolarità degli atti persecutori impatta a livello fisico e psicologico attraverso sentimenti di paura, vergogna, rabbia, disperazione, ansia, depressione, sonno, etc. Questi avvenimenti provocano nella vittima stress post-traumatici, che sarebbe più esposta a comportamenti suicidari. Ci sono anche azioni che si manifestano con sistematicità; molestie sul lavoro all’interno del contesto aziendale o soggetti esterni all’impresa che incidono sulla salute e benessere di altri individui; testimoni, colleghi, pazienti e clienti, familiari e amici delle vittime. In generale questi indicatori provocano elevati costi sociali che pesano sulla collettività, sui bilanci delle aziende per potenziali assenze dei lavoratori, aumento del turnover del personale, incremento dei costi di reclutamento, formazione, reputation aziendale, crescita dei premi assicurativi e costi in consulenze mediche, spese per assistenza e prestazioni sociali dovute al pre-pensionamento.
Uniformità negli strumenti di prevenzione
Lacunoso sotto il profilo legale è il fenomeno della violenza di genere nel mondo del lavoro. La difficoltà risiede nell’assenza di una definizione universale che contempli aspetti e declinazioni. La legislazione internazionale (OIL Convenzione n. 190 e raccomandazione n. 206) stabilisce forme di protezione rispetto alle tipologie di molestie e violenze sul lavoro. Tuttavia, la mancanza di una visione comune suggerisce scarsa chiarezza rispetto all’identificazione del fenomeno e predisposizione di strumenti per la prevenzione e contrasto dello stesso. Poco studiati sono anche i comportamenti violenti che si manifestano sul lavoro come il bossing, bullismo e mobbing. La normativa contempla alcune tipologie di lavoratori; migranti, lavoratrici domestiche o stagionali, ma ignora una quota di lavori cosiddetti emergenti nati con la Gig economy (sistema basato sul lavoro a chiamata, occasionale e temporaneo) che non solo produce lavoro povero ma concepisce forme di occupazione on demand dove i lavoratori sono senza garanzie e tutele sociali. Questo tipo di occupazione – precario, non controllato e mal retribuito – espone gli occupati ad elevati rischi di abuso e molestia.
Prevenzione, formazione e sensibilizzazione le parole chiave contro la violenza
Statistiche europee affermano che l’Italia è al decimo posto per denunce sulla violenza; solo una denuncia su dieci viene dichiarata, mentre i paesi del nord europa si attestano in cima alla classifica. La violenza, subita nei luoghi di lavoro, è dovuta a squilibri interni all’impresa – posizione dominante di un soggetto – dove la gerarchia nei rapporti di potere produce discriminazioni nei ruoli pubblici e privati. Studi epidemiologici indicano che oltre 200mila persone ogni anno si tolgono la vita per cause di lavoro e 1 persona su 5 compie questo gesto per la mancanza di occupazione. La probabilità di togliersi la vita è 3,5 volte più alta nelle donne e riconducibile a una rottura dell’equilibrio psicofisico della persona che nel tempo sviluppa risposte sul piano somatico e psicologico. La parola chiave per contrastare la violenza è prevenzione. Ma è necessario anche affiancare la denuncia in forma anonima e indicare la presenza di un responsabile in grado di fornire report aggiornati per monitorare comportamenti scorretti in azienda. In generale piccole e medie imprese pensano sia efficace definire linee guida, investire in formazione per prevenire azioni discriminatorie all’interno degli spazi di lavoro.
Indeterminatezza della norma
Un inasprimento della pena non conduce ad una riduzione del fenomeno criminale; è provato che nell’ipotesi in cui il legislatore sia intervenuto nell’acuire il regime sanzionatorio, i risultati non hanno prodotto le risposte sperate. Questa indeterminatezza pone questioni di carattere costituzionale; quindi, se l’obiettivo del legislatore era migliorarla, in realtà interventi successivi l’hanno depauperata. Con la legge 69 del 2019 (Codice Rosso) vi è stato il tentativo di codificare nuove fattispecie aumentando le pene, ma fenomeni come vittimizzazione secondaria, violenza assistita e atti persecutori in famiglia rappresentano un vero allarme sociale. In sintesi, tutti gli operatori del settore sono chiamati ad intervenire con investimenti in formazione per mitigare gli elevati costi sociali.
Educare alla non violenza è un esercizio che si impara in famiglia
Il codice rosso è “macchiato di sangue” perché le violenze sono perpetrate in vari contesti sociali. Il nostro paese è culturalmente impreparato nonostante la normativa sulle tutele e diritti soggettivi è definita da associazioni europee all’avanguardia, di fatto però mal applicata. La donna che denuncia va protetta in strutture adeguate e la Convenzione di Istanbul – ratificata dall’Italia nel 2013 – spiega che in assenza di una denuncia, la donna deve essere tutelata. In conclusione, la parola d’ordine è sensibilizzare per una rinascita culturale partendo dalla famiglia, luogo deputato alla crescita nel rispetto dei valori e della libertà.
Composizione Osservatorio Digitale Europeo
Comitato scientifico di coordinamento della ricerca: giuristi, imprenditori, esperti di relazioni sindacali, medici del lavoro e dirigenti ONU: giudice Valerio de Gioia; avv. Massimo Rossi, avv. Francesco Mazza, criminologa Antonella Formicola, avv. Massimo Oreste Finotto, On. Carolina Varchi, Prof. Sandro Calvani, presidente Società Italiana Medicina del Lavoro Giovanna Spatari, imprenditore Pierantonio Invernizzi, imprenditrice Giulia Giuffré, esperta relazioni sindacali Elisabetta Fugazza.
Esperti alla promozione per la diffusione della ricerca presso aziende italiane: dott. Carmelo Aristia, d.ssa Anna Sciortino, d.ssa Laura Piccolo, dott. Jonathan Morello Ritter, on. Giuseppe Catania, d.ssa Rosellina Amoroso.
Diritti delle ragazze dalla Piattaforma di Pechino alla parità. Dialogo con la Women Federation for World Peace e Ufficio del Parlamento Europeo in Italia
“Essere ragazze oggi: difficoltà ed opportunità”. E’ il tema della conferenza organizzata dalla Women Federation for World Peace insieme all’Ufficio del Parlamento Europeo in Italia per il 30esimo anniversario della federazione al fine di promuovere la cultura della pace valorizzando le peculiarità femminili e contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Nella Giornata Internazionale delle bambine e delle ragazze, l’evento del 13 ottobre a Roma ha sottolineato le difficoltà che le donne affrontano nel mondo nonostante le sfide e la confusione dei valori.

All’incontro hanno partecipato, Carlo Corazza, capo ufficio del Parlamento Europeo in Italia, Silvia Sticca, avvocata esperta in criminalità organizzata e vicepresidente Ass. 7Colonne, Virginia Vandini, presidente Ass. Il valore del femminile, Elena Centemero, Consiglio superiore della Pubblica Istruzione, Barbara Schiavulli, direttrice di Radio Bullets, Maria Gabriella Mieli, vicepresidente WFWP Italia, Souad Sbai, presidente Acmid-Donna Onlus Ass. Donne marocchine, Maria Pia Turiello, criminologa forense ed Elisabetta Nistri, presidente WFWP Italia.
Giustizia, uguaglianza e libertà. Diritti ancora negati

La dichiarazione di Pechino del 1995 fissa le regole in tema di diritti delle ragazze, successivamente il 19 dicembre 2011 l’Assemblea delle Nazioni Unite adotta la risoluzione 66/170 che stabilisce l’11 ottobre la Giornata Internazionale delle Bambine con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione ad una maggiore consapevolezza sulle sfide che affrontano nel riconoscere i propri diritti. Molte ragazze nel mondo sono vittime di stereotipi ed esclusione, alcune vivono in condizioni di disabilità ed emarginazione nonostante l’impegno ad abbattere le barriere per raggiungere la parità di genere ed un futuro migliore. La conquista dell’uguaglianza, libertà ed emancipazione rientra nei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile; solo garantendo tali diritti le ragazze potranno acquisire giustizia ed inclusione, un’economia equa e un futuro condiviso.
Sfruttamento e abusi sulle donne. Quali strategie contro le discriminazioni
La vita delle donne in alcune aree della terra è critica perché legata a fenomeni di sfruttamento e abusi. Il richiamo alla giornata internazionale nasce dalla consapevolezza che occorre proteggerle sin dall’infanzia per tutelarle da ogni forma di discriminazione. Questo assioma – recepito dalle Nazioni Unite – viene ricordato ogni anno dagli Stati perché portatore di un forte messaggio di sensibilizzazione. All’interno della Convenzione di Pechino è presente un capitolo che riguarda le bambine considerandole un valore strategico ai fini dell’integrazione, emancipazione, sviluppo economico-sociale, istruzione e salute delle donne. Inoltre, è attivo un comitato Onu che esamina i progressi compiuti dagli Stati sull’attuazione dei diritti dei minori, l’Italia produce report che vanno nella stessa direzione e l’Europa si impegna ad indicare direttive strategiche per rafforzare l’attuazione degli stessi.
Dipendenza dai social. Adolescenti privi di interessi fuori dalla realtà virtuale
Nel 2021 è stato osservato il tema delle fake news intervistando 26mila adolescenti provenienti da vari paesi dove è emersa la difficoltà di distinguere informazioni vere da quelle false provenienti dalla rete. La complessità del tema ha portato alla luce problemi di salute mentale, sconforto e bassa autostima. La materia relativa ai social interessa soprattutto giovani; infatti, nel 2022 sono emerse situazioni allarmanti dove in futuro sarà necessario intervenire con strumenti legislativi dedicati prendendo come esempio le linee adottate dalla Norvegia e Inghilterra. L’indagine ha mostrato che l’85% delle ragazze tra i 12 e 16 anni utilizza filtri o schermi per modificare i tratti del viso, cambiare identità e pubblicizzare un’immagine distorta che provoca azioni perverse intorno alle quali è difficile sottrarsi a meccanismi distruttivi. Questi fenomeni provocano una forte de-realizzazione e de-socializzazione che tende a separare il proprio io dalla realtà, compromettendo le relazioni personali come l’incapacità di coltivare i propri interessi al di fuori della realtà virtuale.
Bassi livelli di scolarizzazione danneggiano salute e autoimprenditorialità
Secondo stime Unicef, l’analfabetismo nel mondo si attesta a 132milioni di ragazzi; 35milioni non frequentano le scuole elementari e 97milioni le medie. Questi dati raccontano che i giovani costretti a vivere situazioni di conflitto, spesso sono esclusi dal sistema educativo. L’Unicef ricorda che dei 781milioni di analfabeti nel mondo, 2/3 sono donne che vivono in regioni rurali dove le famiglie tradizionali isolano le figlie per destinarle ad un matrimonio precoce, contribuendo a mantenere basso il livello d’istruzione, peggiorando le condizioni di salute e quella dei figli che nasceranno malnutriti. L’istruzione incide inoltre sulla capacità delle donne di intraprendere una propria attività; la scuola, quindi, oltre ad essere un luogo sicuro, protegge dalla violenza e dalle mutilazioni genitali femminili.
L’Italia cresce con patti educativi di comunità
In Italia secondo rapporti Istat, Eurostat ed OCSE, emerge che il 49% delle donne possiede il diploma e il 29% consegue un titolo accademico. Quest’ultimo dato però non produce effetti positivi sull’occupazione perché le ragazze non sono indirizzate alle materie STEM (settori ad alto valore professionale) in grado di generare nel tempo maggior reddito. Le ragazze che frequentano facoltà non scientifiche avranno un futuro più incerto, lavori intermittenti, part-time, basse retribuzioni che andranno ad incidere sulle pensioni future. Il ministero dell’istruzione italiano deve quindi adottare una visione sistemica; mettere in atto patti educativi di comunità, co-progettazione tra scuole, enti locali, associazioni del terzo settore al fine di coinvolgere studenti e docenti per una buona pratica educativa.
I social non vanno demonizzati
Attualmente possiamo acquisire informazioni da diverse parti nel mondo grazie alla rete. Si pensi ad esempio alla situazione delle iraniane che convintamente stanno protestando per raggiungere una libertà oramai compressa da anni. La rete è un “veicolo” potente che offre la possibilità di interfacciarsi con il mondo, inviare richieste di aiuto, documentare con immagini e video una realtà spesso distorta o mistificata dalla propaganda. Questo è il lato positivo dell’informazione che denuncia fatti in violazione dei diritti umani. La giornalista Barbara Schiavulli di Radio Bullet – esperta di conflitti di guerra, esteri e diritti umani – ha raccontato attraverso esperienze sul campo, storie di donne e ragazze private dei diritti più elementari, storie dove l’apartheid di genere è diffuso, dove la soglia di povertà raggiunge il 98% e ogni diritto è calpestato: divieto di cantare, indossare un profumo, scegliere il marito, lavorare, etc. Queste donne, afferma Schiavulli, costrette a vendere i propri figli per pagare l’affitto di casa, mangiare e sopravvivere, meritano giustizia e dignità.
Violenza assistita subita dai minori

Esistono diverse tipologie di violenza che si manifestano all’interno della famiglia, una riguarda il maltrattamento dei minori che può essere fisico, psicologico e sessuale. C’è anche la violenza assistita che obbliga i bambini ad assistere ai maltrattamenti; atti di violenza fisica, verbale e psicologica che subisce la donna all’interno delle mura domestiche. Questo fenomeno – spesso sommerso – riguarda il 19% dei minori maltrattati che vengono successivamente presi in carico dai servizi sociali. Nel 2011 la Convenzione di Istanbul definiva a livello internazionale un ampio quadro giuridico al fine di proteggere le donne da ogni forma di maltrattamento, dove veniva riconosciuto che anche i bambini sono vittime di violenza domestica perché testimoni all’interno della famiglia. Nonostante ciò, queste leggi non vengono mai prese in considerazione. È vero che i figli non sono direttamente interessati, ma assistere ad atti violenti nei confronti di un genitore produce gravi conseguenze psicologiche, compromette lo sviluppo del minore, conduce a disturbi alimentari e talvolta il suicidio. I ragazzi crescendo diventeranno violenti e avranno relazioni malate dove l’unico sentimento che riconoscono è la forza che diventerà normalità.
Mission della WFWP Italia

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres durante la Giornata Internazionale delle bambine e delle ragazze ha dichiarato: “Ora più che mai dobbiamo rinnovare il nostro impegno a lavorare affinché le ragazze esercitino i loro diritti e possano svolgere un ruolo pieno ed eguale nelle loro comunità e società. Investire nelle ragazze significa investire nel nostro futuro comune”. Gli investimenti nei diritti delle ragazze sono ancora limitati ed esse continuano ad affrontare sfide per realizzare il loro potenziale aggravato dai cambiamenti climatici, pandemie, conflitti per una migliore istruzione, benessere fisico-mentale e una vita senza violenza. La federazione WFWP Italia ha come obiettivo principale restituire centralità agli individui, lavorare sulle relazioni, dare potere alle donne attraverso l’istruzione, creare un ambiente di pace e benessere per le persone di tutte le razze, culture e credi religiosi. Numerosi sono i progetti realizzati negli anni grazie ai gemellaggi con scuole straniere ed ambasciate insieme al sostegno di esperti ed ambasciatori di pace per coordinare programmi educativi in Italia e all’estero centrati sull’adolescenza. Infine, oggi è più che mai necessario stringere rapporti e legami duraturi con i governi affinché ciò che è stato siglato venga approvato ed ovunque applicato.
Cristina Montagni
Phygital sustainability Expo 2021. La moda verso un modello circolare 100% sostenibile
Inaugurato a luglio al complesso archeologico dei Mercati di Traiano, il primo evento mondiale italiano dedicato alla transizione ecosostenibile della moda e design. Phygital sustainability Expo 2021, manifestazione coordinata dalla SFIS – Sustainable Fashion Innovation Society, nasce per sensibilizzare i consumatori ad acquistare moda etica e sostenibile, garantire la tutela del lavoratore, pensare al pianeta e ad una filiera produttiva virtuosa.

L’iconica kermesse ha ospitato 32 brand tra aziende italiane e straniere, piccole imprese artigiane, enti, istituzioni, aziende, associazioni e federazioni che hanno sottolineato le connessioni tra moda, politica, ambiente, salute e finanza sostenibile, insieme alle start–up ed esperti di prodotto e di processo. A fine evento ogni brand ha presentato il capo più iconico della propria collezione affermando quanto in futuro il settore moda dovrà presentarsi più sostenibile e circolare.
Moda sostenibile con uno sguardo al sociale
Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia ha anticipato di aver depositato una mozione parlamentare per inserire nel PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza) quote di investimenti e defiscalizzazioni per le aziende che intendono ridurre la percentuale d’inquinamento nel settore moda. Antonio Franceschini di Federmoda ha sottolineato che il manifatturiero italiano è la spina dorsale del Paese con 60 mila aziende a livello nazionale e oltre 500 mila addetti dove nel 2019 ha fatturato 97 miliardi di euro raggiungendo il secondo posto del PIL nazionale. Federmoda ha presentato all’UE un documento in cui vengono puntualizzati i temi della sostenibilità, riciclo, uso e smaltimento con una attenzione soprattutto al green. “La sostenibilità” ha detto “deve guardare al sociale, al rispetto del lavoro su tutta la filiera produttiva, agganciarsi ai valori etici e portare tali valori all’attenzione dei giovani”. Federmoda infine ha realizzato il format “cucire, tramare, ordire, tessere, formare, etica”, un vademecum rivolto ai giovani per spiegare cosa c’è dietro al mondo della moda. “Con il PNRR” ha concluso “è possibile rilanciare progetti legati alla formazione, ricostruire un bacino di competenze, tramandare la storia del settore e rilanciare l’artigianato italiano fatto di piccola imprenditoria.
La salute umana a rischio per patologie legate all’ambiente

Antonio Giordano specialista in genetica dei tumori ha denunciato che il 90% delle patologie dell’umanità sono legate all’ambiente. “Ogni forma di vita” ha sostenuto Giordano “a contatto con materiali tossici (amianto, benzopirene, metalli pesanti e diossina) tendono a trasformarsi; non è un caso che l’aumento di patologie in zone altamente inquinate è molto grave.
Associazioni e organizzazioni unite per difendere i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile
Il WFP Italia (World Food Programme Italia) supporta nel mondo attività umanitarie dell’ONU. “L’organizzazione” ha spiegato Sanasi “opera da oltre 60 anni in Italia, salva la vita a 100 milioni di persone, tra questi 18 milioni di bambini in 80 paesi nel mondo tra Asia, Africa e America Latina” ed è soprattutto impegnata nell’obiettivo 2 e 17 dell’agenda 2030 per rilanciare il partenariato tra i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile. “La moda” ha sostenuto Sanasi “riveste un ruolo centrale nel settore produttivo e nella diversificazione dei settori merceologici in varie parti del mondo”. “Il concetto di sostenibilità oltre ad avere una forte connotazione economico sociale deve porre l’individuo al centro dello sviluppo, così la finanza e l’industria devono essere al servizio “dell’uomo e non viceversa”.
La missione del WWF (World Wide Fund for Nature) commenta Alessandra Prampolini è vivere in un mondo in cui l’uomo possa essere in sintonia con la natura. L’organizzazione da anni persegue obiettivi ambiziosi; arrestare la perdita della biodiversità e prevenire il calo di specie animali nel mondo. Il settore della moda, in questo senso, è legata alla natura per due motivi: si ispira ad essa come forma d’arte e incide sull’ambiente nelle diverse fasi di produzione; dall’approvvigionamento di materie prime, ai processi dei prodotti, per arrivare alla destinazione finale del manufatto. “Questi passaggi” dice Prampolini “impattano sull’ambiente: sfruttamento del suolo, acqua, cambiamento climatico che nascono dai materiali sintetici”. Il WWF ritiene quindi che tutto il settore moda debba lanciare un messaggio ai consumatori e soprattutto ai giovani per acquisti chiari e consapevoli.
Angelo Del Favero di Ethic▪et spiega che su richiesta delle aziende tessili ha creato un marchio di certificazione privato, oggi di certificazione europeo che garantisce la tracciabilità di sostanze chimiche pericolose e informa i consumatori sui rischi di salute del prodotto finale. “Nel settore tessile” ha detto Del Favero “vengono utilizzate più di 8mila sostanze chimiche e il compito dell’associazione è vigilare durante le fasi di lavorazione, dalla materia prima al prodotto finito”.
L’ASVIS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) nasce per promuovere i 17 obiettivi dello sviluppo sostenibile dell’agenda 2030. “Oggi” dice Lo Iacono “è nata una nuova consapevolezza perché la sostenibilità non deve essere un lusso. Per questo occorre cooperare con istituzioni, imprese e società civile, per evitare i rischi ambientali e sociali legati alle catene di fornitura, cogliere le opportunità di business, dalla mobilità sostenibile alla riqualificazione delle energie rinnovabili”.
Cristina Montagni
Festival dello Sviluppo Sostenibile. L’Italia nel 2030 e 17 obiettivi dell’Agenda Onu 2030

“Senza di te lo sviluppo sostenibile non c’è”. Questo lo slogan che ha aperto la seconda edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile, suscitando riflessioni sui 17 obiettivi dell’Agenda Onu 2030. I Sustainable Development Goals (SDGs) si focalizzano sulle sfide del nostro tempo: dalla povertà al lavoro, dall’educazione alle disuguaglianze, dall’energia alle infrastrutture, dalla cooperazione internazionale all’ambiente, fino all’innovazione. La conferenza, inaugurata al Maxxi di Roma, dal 22 maggio fino al 7 giugno offrirà sul territorio nazionale oltre 700 eventi tra convegni, dibattiti, presentazioni di libri, mostre, proiezioni di film, visite guidate, flashmob e appuntamenti che coinvolgeranno il mondo dell’economia, dell’impegno sociale, della cultura, dell’arte, dello spettacolo e dello sport per guidare l’Italia verso il sentiero dello sviluppo sostenibile. Promotrice dell’evento è l’ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) di cui Enrico Giovannini è portavoce. Il meeting che conta più di 200 adesioni tra università, fondazioni, società civile e imprese, ha suggerito una roadmap cui l’Italia deve tendere.
Lo Sviluppo sostenibile e le riflessioni di Enrico Giovannini portavoce dell’ASviS
Enrico Giovannini ha chiarito che il nostro Paese è lontano dall’integrazione economica, sociale e ambientale, e che sviluppo sostenibile vuol dire imparare a vivere nei limiti di un solo pianeta. “Le tecnologie” ha sottolineato “saranno le vere protagoniste che ci accompagneranno verso un’economia circolare, che consentiranno di aumentare la produzione, l’occupazione migliorando la redditività delle imprese senza distruggere l’ambiente”. “Un cambio di mentalità” dunque “che le prossime generazioni dovranno perseguire per raggiungere un approccio globale e futuro inclusivo. Occorre innovare, riqualificare, investire e trasformare”. “Ma perché non rimangano parole vuote”, ha specificato Giovannini, “bisogna intervenire con nuovi flussi di investimenti per trasformare l’attuale modello di sviluppo”.
L’insostenibilità, per il portavoce ASviS, deriva dalla povertà, dalle disuguaglianze, dalle guerre, dai conflitti sociali che mettono a rischio il quarto pilastro della sostenibilità, la cultura. “Il mondo” ha commentato “deve decidere se vuole assumersi la funzione “distopica” del futuro o “retrotopica”, ovvero la possibilità di tornare indietro per costruire un avvenire migliore in cui ognuno è chiamato a fare la propria parte. “L’Italia è sì in marcia verso lo sviluppo sostenibile, e una parte del Paese l’ha capito, ma difficilmente raggiungerà gli obiettivi indicati entro i termini concordati, a meno di un’azione determinata che orienti in questa direzione tutte le risorse disponibili, pubbliche e private”, ha ribadito Giovannini. La finanza nazionale, internazionale e l’Europa, hanno preso un impegno forte sulla finanza sostenibile. Sono 12mila i miliardi di euro stanziati in Europa per la finanza sostenibile nel triennio 2014-2016. Anche il Terzo settore, veri innovatori sociali, hanno trovato un nuovo modo per fare sinergia. “L’Italia ha però un futuro incerto per i rischi climatici e sociali, e secondo le previsioni”, ha proseguito Giovannini “con investimenti così contenuti non sembra possa raggiungere la transizione ecologica di cui avrebbe bisogno, così come non riuscirà a risolvere il problema della disoccupazione”. Per mancanza di strategie, assenza di una visione sistemica, e interventi focalizzati nel breve periodo, oggi l’Italia non è sostenibile. Quest’anno per la prima volta nel documento di Economia e Finanza saranno presentati i BES, indicatori sul benessere equo e sostenibile 2018-2021. I BES, composti da dodici indicatori, hanno lo scopo di misurare l’andamento delle disuguaglianze e il “benessere” dell’Italia. Le previsioni, ha spiegato Giovannini, mostrano che le disuguaglianze resteranno pronunciate, il tasso di mancata partecipazione al lavoro sarà elevato e le emissioni di CO2 non si ridurranno in linea con gli accordi di Parigi. Ma per raggiungere tali accordi, anche l’Europa dovrà rivedere le proprie politiche. Quindi, alla politica, alle imprese, alla finanza, alle amministrazioni, alla società civile, occorre chiarire che l’unica strada da percorrere è innovare, riqualificare, investire, trasformare.
A conclusione dell’intervento, Giovannini ha sottolineato che l’ASviS spingerà il nuovo Governo ad impegnarsi a realizzare una visione integrata del futuro del Paese e dell’Europa. Inoltre, ha lanciato un appello alle forze politiche per attuare le proposte contenute nel documento dell’Alleanza sottoscritto dalla maggior parte delle forze politiche durante la campagna elettorale.
- Rispettare gli Accordi di Parigi e ratificare le convenzioni e i protocolli internazionali già firmati dall’Italia che riguardano gli SDGs.
- Inserire in Costituzione il principio dello sviluppo sostenibile fino alla trasformazione del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) in Comitato interministeriale per lo sviluppo sostenibile, dalla regia di Palazzo Chigi delle politiche per l’Agenda 2030 alla creazione di un intergruppo parlamentare su queste tematiche.
- Istituire nell’ambito della Presidenza del Consiglio, un organismo permanente per la concertazione con la società civile delle politiche a favore della parità di genere.
- Raggiungere entro il 2025 una quota di Aps (associazioni a promozione sociale) pari allo 0,7% del Reddito Nazionale Lordo.
- Operare affinché l’Unione Europea metta l’Agenda 2030 al centro delle sue politiche.
“Solo così” ha concluso Giovannini “si può garantire che gli investimenti pubblici e privati, materiali e immateriali, siano orientati nella direzione auspicata, riqualificando il patrimonio esistente, investendo in nuove infrastrutture sostenibili, migliorando il capitale naturale e umano, a favore delle aree territoriali e dei gruppi sociali più deboli, per migliorare il benessere dei cittadini e ridurre le disuguaglianze di cui soffre l’Italia”.
La sostenibilità non è più una scelta
Per Virginia Raggi sindaca di Roma, il tema della sostenibilità è rilevante nel nostro tempo. Una sfida che coinvolge i paesi e i cittadini, e per realizzarla occorre attuare importanti modifiche economiche e sociali, ma soprattutto operare un cambio di mentalità. Solo un approccio culturale nuovo può generare un progetto connesso con il territorio, non limitato al solo sfruttamento delle risorse ma da una reciproca valorizzazione di esso, controllato e sostenibile, in grado di creare benessere sociale. Un modello inclusivo, che valorizzi il senso civico di appartenenza in ciascuno di noi. Secondo il Rapporto Asvis 2017, il raggiungimento degli obiettivi, ha spiegato la Raggi, dimostra che l’Italia sta migliorando sull’educazione, salute ed alimentazione, ma è in ritardo sulla povertà, disoccupazione, sulle disuguaglianze collegate all’ambiente e sull’economia circolare legata al cambiamento climatico. Inoltre, il rapporto McKinsey, ha aggiunto la Raggi, prevede che entro il 2050, il 50% della popolazione vivrà di più all’interno delle città metropolitane, consumando i 2/3 dell’energia globale e producendo oltre il 70% delle emissioni di gas serra. “Queste previsioni” ha sostenuto la sindaca “sono preoccupanti e la sfida lanciata dai 17 obiettivi dell’agenda è difficile, tuttavia la città di Roma è in “marcia” impiegando politiche che guardano ai bisogni della comunità, come l’adozione del nuovo Piano sociale cittadino”. Per Giovanna Melandri presidente della Fondazione Maxxi e della Human Foundation, la sfida nella misurazione dell’impatto sociale ed ambientale degli investimenti per uno sviluppo sostenibile, non è più una scelta. La Melandri ha citato le buone pratiche della Human Foundation, da sempre impegnata su iniziative sociali misurabili, come l’intervento sulle carceri per dimezzare il tasso di recidività, con il concorso di investitori privati che vengono risarciti dallo Stato se l’obiettivo è raggiunto.
Obiettivi inclusivi dell’Alleanza e della Commissione Europea
Affinché gli obiettivi non rimangano pura utopia, servirà un decennio di profonda e persistente innovazione economica, sociale e istituzionale, a dirlo è Pierluigi Stefanini presidente dell’ASviS. “L’alleanza” ha precisato “ha una natura inclusiva, una visione lungimirante di cooperazione in cui ognuno è chiamato a fare la propria parte per contrastare i cambiamenti climatici”. Beatrice Covassi, capo della rappresentanza in Italia della commissione europea, ha sostenuto che l’Europa da sempre è attenta alla strategia dei cambiamenti climatici, e il 2018 è un anno chiave, un anno di transizione verso un’economia circolare per un’Europa sostenibile. Ad aprile di quest’anno, ha aggiunto la rappresentante della commissione, il Parlamento Europeo ha approvato un pacchetto di misure per l’economia circolare, ponendo vincoli stringenti agli stati membri in materia di riciclo, riduzione degli sprechi, utilizzo e trasformazione di sostanze inquinanti. È stata anche promossa la prima strategia europea sulla plastica che mira entro il 2030 a rendere riciclabili tutti gli imballaggi presenti sul mercato incentivando i prodotti monouso. “Ogni anno” ha segnalato la Covassi, “i consumatori europei producono oltre 25 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica, solo in Europa vengono sprecati 88milioni di tonnellate di cibo ogni anno, e ogni individuo spreca circa 173kg di cibo l’anno. L’obiettivo dell’Agenda 2030 sarà quello di ridurre del 50% gli sprechi alimentari. Per le energie rinnovabili si è passati al 20% nel riutilizzo delle fonti rinnovabili, ma l’obiettivo sarà raggiungere il target minimo del 35% di riutilizzo delle rinnovabili entro il 2030. “Tutti questi goals” ha concluso la Covassi “devono passare attraverso un cambiamento di comportamenti responsabili a livello individuale e collettivo”.
Il ruolo delle istituzioni e imprese
“Penso che le statistiche degli ultimi mesi ci stiano dicendo che quello della sicurezza sul lavoro da molti è considerato un lusso, infatti si continua a morire per le stesse cause di 50-70 anni fa”. A dirlo è il segretario generale della Cgil Susanna Camusso, sottolineando che “gli incidenti aumentano invece di diminuire”, avvertendo che “lo sviluppo sostenibile ha bisogno di una riduzione delle disuguaglianze e di una maggiore sicurezza sulle persone”. Virginio Merola, sindaco di Bologna e coordinatore delle città metropolitane per l’Agenda urbana sostenibile, ha sostenuto che la sfida si giocherà soprattutto sulle aree metropolitane, quindi sarà necessario fare un piano di investimenti, utilizzando i fondi europei per promuovere patti di collaborazione “dal basso” che coinvolgano i cittadini su impegni concreti.
“Nel nostro piano strategico” ha spiegato Patrizia Grieco presidente di Enel, “sono stati inseriti quattro punti dell’Agenda Onu, che vengono misurati con le stesse metriche con cui noi misuriamo gli obiettivi economico finanziari”. “L’azienda” ha commentato la Grieco “è attenta ai temi dell’economia circolare e sta cercando per la filiera industriale di seguire un percorso secondo le nostre regole aziendali”. Mario Cerutti Chief Institutional della Lavazza parla di un approccio olistico alla sostenibilità. “I programmi attuali e futuri dell’azienda” ha specificato la presidente di Enel “saranno quelli di seguire la matrice dei 17 Sustainable Development Goals, che vedranno il coinvolgimento delle comunità del caffè, ma anche i collaboratori, i fornitori, i consumatori e la società civile”.
La finanza per lo sviluppo sostenibile
Antonella Baldino Chief Business Officer della Cassa Depositi e Prestiti, ha riferito che la finanza sostenibile oltre ad essere una realtà per gli investitori nella scelta del finaziamento, è una necessità, quella cioè di adeguarsi al contesto e alle priorità della sostenibilità. In concreto le obbligazioni green sono cresciute di oltre il 46%, passando dai 43 miliardi nel 2015 ai 135 miliardi di emissioni nel 2017. La finanza sociale è aumentata da 15 miliardi a 26 miliardi di dollari con un incremento medio annuo di più del 30%. Accanto al comparto dei green bond si è poi sviluppato il settore dei social bond che ha visto un’impennata nel 2017 con oltre 5 miliardi di dollari. Ciò significa che si stanno facendo strada strumenti finanziari dedicati alla sostenibilità, ha spiegato la Baldino. “Non si tratta solo di un obiettivo di politica economica” ha aggiunto “ma una variabile importante nelle scelte di investimento per operatori finanziari privati”. Il traguardo della sostenibilità, ha aggiunto, interseca tutti i vettori della cassa, dagli interventi sul territorio alle infrastrutture, al supporto delle piccole e medie imprese per l’accesso al credito, fino alla riqualificazione di quelle coinvolte nelle calamità naturali e all’edilizia scolastica. Andrea Casini Co-Head Italy della UniCredit, ha messo in evidenza l’attenzione del gruppo alle piccole e medie imprese puntando sulla formazione per creare una cultura finanziaria diversa. Nel 2017 il gruppo bancario ha lanciato il programma “social impact banking” per finanziare la nascita di startup attraverso il microcredito. “In sostanza” ha spiegato Casini “è emersa da parte dei giovani una spiccata sensibilità alla sostenibilità. In conclusione, per Casini, occorre offrire ai giovani strumenti per sviluppare le proprie attività, in assenza di un reale sostegno, potrebbero realizzare la loro idea all’estero. Marisa Parmigiani Responsabile della sostenibilità di Unipol, ha spiegato che l’azienda ha allargato la sanità integrativa a categorie sociali deboli e a giovani che non hanno accesso a un mercato di lavoro strutturato, allargando la capacità assicurativa.
L’innovazione sociale per lo sviluppo sostenibile
“Il ruolo della Coop” ha spiegato Stefano Bassi presidente di Ancc-Coop “è sostenere un cambiamento nella produzione e nel consumo, responsabilizzando le imprese, i singoli fornitori e il consumatore finale”. Coop, ha commentato Bassi, può essere un esempio di equilibrio nel mercato volta a informare e incoraggiare l’acquisto di prodotti sostenibili, partendo dal presupposto che la scelta di un punto vendita può fare la differenza. Carlo Borgomeo presidente della Fondazione con il Sud, ha sottolineato la crisi epocale del welfare e nello stesso tempo la maggiore attenzione del mondo profit ai temi sociali. Secondo Borgomeo bisogna fare uno sforzo per aumentare l’innovazione e dare maggiore slancio al welfare aziendale tenendo presente l’aumento smisurato delle diseguaglianze sociali e dei diritti negati. “È necessario” ha aggiunto “che i temi della sostenibilità non siano accessori, ma siano al centro della politica cambiando la gerarchia delle priorità, affermando che il sistema sociale viene prima del fattore economico”. Antonio Gaudioso Segretario generale di Cittadinanzattiva ha dichiarato che sono sempre più evidenti le disuguaglianze tra cittadini. “Esistono regioni in grado di assicurare servizi e prestazioni all’avanguardia, mentre altre fanno fatica a garantire livelli minimi di assistenza”. “Vogliamo che tutti i cittadini” ha concluso Gaudioso “abbiano lo stesso diritto alla salute e che tale diritto nel nostro Paese sia considerato un elemento imprescindibile di coesione sociale e di sviluppo sostenibile”.

