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Visione europea del Piano Mattei al Summit Italia-Africa
A fine gennaio a Roma, presso Palazzo Madama si è tenuto il vertice “Italia-Africa. Un ponte per una crescita comune” per sostenere lo sviluppo economico dei paesi africani insieme alle istituzioni europee.

All’evento internazionale – primo dall’avvio della Presidenza italiana del G7 – hanno partecipato capi di Stato, di governo, ministri delle nazioni africane e dell’unione con le principali Organizzazioni Internazionali, a partire dall’Onu, le Istituzioni Finanziarie Internazionali e le Banche Multilaterali di Sviluppo. Le intenzioni del governo sono rafforzare i rapporti di cooperazione considerando le grandi capacità del continente, ricco di materie prime, risorse minerarie (30%), terre coltivabili (60%) e una popolazione con un’età inferiore ai 25 anni (60%).
Direttrici del Piano Mattei
Poiché l’Italia e l’Europa guardano al futuro, il governo ha presentato le linee del “Piano Mattei” che interessano istruzione-formazione, salute, agricoltura, energia e acqua. Per le iniziative sono state individuate diverse nazioni africane suddivise nel quadrante Subsahariano e Nordafricano che si potranno estendere in altri ambiti secondo una logica incrementale. Il Piano è una piattaforma aperta e prevede la collaborazione delle nazioni africane per la risoluzione e l’attuazione dei programmi. I lavori sono proseguiti con i tavoli tematici su Economic and Infrastructural Cooperation; Food Security; Energy Security and Transition; Vocational training and culture; Migration Mobility and Security Issues.
Risorse finanziarie disponibili
Il Piano conta su una dotazione di 5,5 miliardi di euro tra crediti, operazioni a dono e garanzie, di cui 3 miliardi saranno destinati al fondo italiano per il clima e 2,5 miliardi provenienti dalla Cooperazione allo sviluppo. “Queste risorse da sole non bastano” ha sottolineato Meloni “sarà necessario coinvolgere le istituzioni finanziarie internazionali, banche multilaterali di sviluppo, Unione Europea e altri Stati donatori che hanno dichiarato la loro disponibilità a sostenere progetti comuni”. Infine, entro l’anno sarà attivato uno strumento finanziario nuovo, insieme a Cassa Depositi e Prestiti per agevolare investimenti nel settore privato e concretizzare il Piano descritto.
Interventi e progetti pilota
L’Italia intende realizzare in Marocco un centro di formazione professionale destinato alle energie rinnovabili, rafforzare i legami tra il sistema scolastico italiano e quello delle nazioni africane, riqualificare le infrastrutture scolastiche, aggiornare le competenze dei docenti e accrescere gli scambi con gli studenti del nostro paese. Tra le urgenze c’è il tema della salute, e un primo intervento sarà in Costa d’Avorio per aumentare l’accesso ai servizi primari con un’attenzione particolare ai bambini, alle mamme e alle persone fragili. Un’altra azione verrà riservata all’agricoltura e la tecnologia può rendere coltivabili terre a lungo incolte. “La sfida” ha dichiarato Meloni “non è garantire cibo per tutti ma garantire cibo di qualità per tutti”, e la ricerca svolge un ruolo strategico per mantenere vivo il legame tra uomo-terra, assicurando colture e tecniche di coltivazioni moderne. La tecnologia è necessaria anche per la raccolta di dati per raccogliere informazioni sull’andamento della deforestazione, sprechi d’acqua e stato di salute delle colture. Il nostro Paese ha in mente di avviare in Algeria un progetto di monitoraggio satellitare sull’agricoltura, mentre in Mozambico è previstala costruzione di un centro agroalimentare per valorizzare le esportazioni dei prodotti locali. In Egitto -a200 km da Alessandria – si prevede un supporto per la produzione di grano, soia, mais e girasole con investimenti in macchinari, sementi e nuovi metodi di coltura. Fondamentale è il progetto in Tunisia, dove l’Italia sta intensificando le stazioni di depurazione delle acque non convenzionali per irrigare 8 mila ettari di terreno e creare un centro di formazione dedicato al settore agroalimentare. Le opere saranno orientate sulla gestione per l’accesso all’acqua, principale fattore d’insicurezza alimentare, conflitti e migrazioni. Vengono illustrati altri due progetti pilota: in Congo, l’Italia si impegnerà a costruire pozzi e reti di distribuzione d’acqua a fini agricoli, alimentati con energia rinnovabile, e in Etiopia per il recupero ambientale di aree nel risanamento delle acque, interventi tecnici messi a punto con le università locali. Ultimo pilastro del Piano Mattei si collega al clima – energia e infrastrutture annesse. L’Italia – ha sottolineato la premier Meloni – può essere un hub naturale di approvvigionamento energetico per l’intera Europa, e l’obiettivo è possibile se si usa l’energia come leva di sviluppo per tutti. “L’interesse del nostro Paese” ha aggiunto “è sostenere le popolazioni africane a produrre energia secondo le proprie necessità, esportare in Europa quote in eccesso per creare ricchezza nel continente, e all’Europa garantire nuove rotte di fornitura energetica”. Tra le attività viene indicato l’intervento in Kenya per lo sviluppo della filiera dei bio-carburanti che impegnerà 400 mila agricoltori entro il 2027. Per la realizzazione del Piano sarà necessario il supporto del sistema Italia, a partire dalla cooperazione allo sviluppo, e del settore privato per l’impiego di tecnologie avanzate. Il successo del programma garantisce alle giovani generazioni a non abbandonare le proprie terre, e questo è un modo per affrontare le cause alla base dell’emigrazione con il lavoro, formazione e percorsi migratori legali.
Politica estera centrale per un ponte Italia – Africa

Per la politica estera italiana, l’Africa è una priorità, e per essere al centro dell’agenda internazionale occorre un dialogo tra pari con l’Unione Europea. L’apertura dell’ambasciata italiana in Mauritania – ha spiegato Tajani – mostra l’interesse verso questo continente, e anche la diplomazia economica guarda agli scambi commerciali aprendo 3 uffici a Dakar, Nairobi e Lagos. SACE e SIMEST – società che sostengono le aziende negli investimenti all’estero – stanno rafforzando gli strumenti delle imprese per investire in Africa, e Cassa Depositi e Prestiti aprirà filiali in Marocco, Egitto e in Africa subsahariana. Inoltre, il Ministero degli Esteri insieme a Simest ha disposto un pacchetto di finanziamenti di 200 milioni di euro, e la Cooperazione allo Sviluppo ha destinato 2 miliardi di euro per salute, istruzione e sicurezza alimentare. “L’Italia”, ha detto il ministro “è pronta a fornire il proprio know-how costituito da 4 milioni di piccole e medie imprese; dalle filiere di eccellenza nel comparto agro-industriale, energia, infrastrutture fisiche e digitali, ai saperi in campo scientifico, tecnologico e spaziale per scopi agricoli”. Per Tajani la stabilità dell’Africa è connessa all’Italia e all’Europa, a partire dai flussi migratori, dove occorre intensificare il dialogo tra paesi di origine, transito e destinazione delle popolazioni migranti. Per questo l’Italia ha chiesto il coinvolgimento dell’Unione Europea, con l’impegno di creare lavoro a partire dalle joint venture tra imprese italo-africane nella trasformazione di materie prime. Per quanto riguarda le migrazioni, il governo ha aumentato le rotte legali portando a 450mila i permessi di lavoro in tre anni, puntando sulla formazione e sulle borse di studio che il Ministero ha messo a disposizione creando un ponte fra l’Italia e il continente africano.
La visione europea del Piano Mattei

“Quando l’Africa prospera, l’Europa e il mondo prosperano”, questo il messaggio di Roberta Metsola alla plenaria del vertice, sottolineando che il Piano Mattei è una visione europea. Il programma suggerisce un cambio di paradigma, una collaborazione da perseguire altrimenti altri se ne avvantaggeranno. Interscambi commerciali e investimenti possono creare posti di lavoro per una crescita inclusiva, rispetto dei diritti umani e buona governance. “Il mondo sta cambiando, l’emergenza climatica e il ritiro delle acque richiedono uno sforzo unitario; quindi, solo una solida partnership ci può trasportare verso una nuova interdipendenza internazionale che necessita una collaborazione fra le parti”. L’Europa e l’Africa sono da tempo alleate, e la cooperazione ha portato importanti investimenti; tuttavia, occorre anche ricordare i successi e le lacune per dare slancio agli investimenti in istruzione, salute e sicurezza alimentare. Questo approccio è necessario, poiché l’africa ha tutte le potenzialità per essere la prossima potenza economica e pioniera nelle tecnologie dove emerge come destinazione turistica. D’altra parte, l’Europa ha la sfida delle forniture di energia, e l’Africa può essere fornitore di energie verdi e rinnovabili, a partire dalle materie prime e le terre rare. Per concludere l’Africa e l’Europa hanno interessi comuni sulla sicurezza che si legano alle reti di scambi commerciali e il compito di rafforzare le connessioni con il mondo intero.
Saldi i principi del diritto internazionale. Sicurezza, pace e prosperità

“Siamo di fronte a crisi della natura e ambiente, della tecnologia, dell’intelligenza artificiale e la messa in discussione dei principi del diritto fondati su norme e valori, insieme alle tensioni del Mar Rosso, conflitto Russo-Ucraino e guerra israeliano-palestinese”. “Occorre” ha detto Charles Michel “mantenere saldi i principi del diritto internazionale e della cooperazione che sono un faro per le azioni future, e la visione del Piano Mattei è sollecitare una partnership tra pari, i cui cardini si basano su sicurezza, pace e prosperità”. L’Unione africana ha disegnato l’agenda di libero scambio, e l’Europa può intervenire sulle infrastrutture e nei settori economici essenziali per soddisfare le speranze delle popolazioni. Infine – ha detto – occorre risolvere il problema migratorio riflettendo sulle cause degli esodi, e parallelamente sostenere le migrazioni legali per contrastare i trafficanti di esseri umani. In conclusione, ha ribadito la necessità dell’aumento delle risorse provenienti dal settore privato, maggiori finanziamenti della Banca Mondiale e più inclusività.
Programmi di scambio per destini e interessi comuni

“E’ il momento di rinnovare la collaborazione tra l’Africa e l’Europa poiché esistono destini e interessi comuni come i cambiamenti climatici, energie pulite, forza lavoro da formare alle nuove professioni, bloccare la perdita di vite dovuta a flussi migratori illegali” così ha dichiarato Ursula von der Leyen. Il Piano Mattei ha aggiunto si integra con il Global Gateway europeo; nello specifico ricorda che il piano d’investimenti per l’Africa è stato di 150 miliardi di euro. È convinta che la collaborazione tra Africa, Europa e Italia può fare la differenza nel settore dell’energia e clima, istruzione, competenze professionali e migrazione. Per l’energia e clima, ha sottolineato che solo il 2% degli investimenti in energia pulita sono arrivati all’Africa, e considerato il potenziale del continente, ciò è scoraggiante perché mancano le infrastrutture. Con il Global Gateway – ha detto la presidente della CE – è possibile portare energia pulita a 100 milioni di persone producendo benefici all’economia del continente con le entrate delle esportazioni. A riguardo ha ricordato che sono iniziati i lavori per costruire i primi cavi sottomarini per collegare il Nord Africa all’Italia e al Sud Europa. Poi rammenta che con la nuova banca all’idrogeno si creeranno posti di lavoro per la sicurezza energetica sia per l’Africa che per l’Europa. Altro elemento che si collega al Global Gateway è la costruzione di conoscenze locali, e l’Europa è impegnata a formare competenze in Ruanda, Ghana, Senegal, Kenya e Namibia per la produzione di idrogeno. L’Italia ha un ruolo fondamentale e più di 50 università italiane hanno programmi di scambio con una controparte africana, come l’università di Parma che sta coordinando il progetto Erasmus per formare le competenze sulle energie pulite in Africa. Sono stati anche finanziati programmi per l’alta velocità, per la trasmissione dati nei paesi nord africani (Marocco, Algeria, Egitto) che con altre università avvieranno ricerche sulle sponde del mediterraneo.
Offerta di qualità nei paesi a medio – basso reddito

“Questo vertice” ha sostenuto Assoumani “è un’occasione per rafforzare i legami tra Italia e Africa; una cooperazione fondata sul rispetto e interessi condivisi”. L’Italia, ha spiegato il presidente dell’Unione africana, ha un ruolo importante in più di 20 paesi con imprese ed investimenti per oltre 24 miliardi di euro dal 2018. “L’augurio” ha dichiarato “è che possa realizzare le attività del Piano, e grazie alla presidenza del G7, possa stimolare gli investimenti e migliorare l’offerta di infrastrutture di qualità nei paesi a medio-basso reddito”. Il Summit – ha detto Assoumani – può stimolare attività in grado di assorbire il gap nelle infrastrutture fisiche, digitali, sanitarie, resilienza al clima e crescita economica dell’Africa. In particolare, sono fondamentali gli scambi economici per una cooperazione benefica tra le parti, fondata su interessi reciproci, anche per limitare i flussi migratori e incoraggiare nuovi partner a rafforzare la sicurezza alimentare, garantire la trasformazione dei sistemi di produzione agricola e stimolare finanziamenti in favore della cooperazione internazionale allo sviluppo. Infine, ha segnalato la questione della riforma del sistema economico mondiale per favorire un modello di cooperazione fondato su partnership benefiche, e tra i temi che verranno affrontati al G7, si discuterà della riforma della governance internazionale, volta all’equità e inclusività, poiché secondo Assoumani per una crescita economica sostenibile occorre la pace e la stabilità nel mondo.
Partenariato fondato su libertà e consenso

Moussa Faki si augura che con l’Italia alla guida del G7, possa intensificare la partnership con l’Africa, sottolineando che la collaborazione con l’Unione africana si fonda sulla libera scelta del partenariato per conservare ognuno le proprie diversità; un partenariato fatto di libertà e consenso. L’altro principio riguarda i vantaggi reciproci; l’Africa si impegna ad avere un rapporto equilibrato per arrivare a vantaggi condivisi e proficue collaborazioni future. Ricorda che il continente si estende per 30 milioni di kmq, 4 miliardi di abitanti e ingenti risorse naturali e i temi più urgenti sono la sicurezza, ambiente, sanità, mobilità, tecnologia, finanziamento allo sviluppo, integrazione, questioni di governance mondiali senza tralasciare gli ostacoli dovuti all’alimentazione, infrastrutture e digitalizzazione. Queste criticità, come l’elevato debito, derivano dagli effetti del cambiamento climatico, dalla crescita del terrorismo, dall’instabilità politico-istituzionale e deficit nei finanziamenti. L’Italia, ha aggiunto, è la principale rotta dei flussi migratori, e l’Africa nel condividere questa preoccupazione si dice pronta a trovare una soluzione al fenomeno. Ha poi evidenziato che la maggior parte delle migrazioni è costituita da giovani in piena forza lavoro, e questo è un dramma che indebolisce la dignità del continente; quindi, ha aggiunto che la partnership sarà limitata finché non si arrivi ad una modifica del modello di sviluppo in modo strutturale. La soluzione al problema migratorio è trasformare in prosperità le aree di povertà, e l’Africa ha l’ambizione di andare verso un nuovo modello di partenariato che possa aprire la strada verso un mondo più coerente evitando di costruire barriere ostili.
Africa zona di libero scambio: sfide dell’Agenda 2030

Il continente africano, ha spiegato Amina Jane Mohammed, ha grandi possibilità, ma il panorama geopolitico sta cambiando ed occorre un impegno diverso affinché si concretizzino le potenzialità del continente come proposto nel Piano Mattei. Gli impegni assunti negli ultimi dieci anni si sono aggravati per l’incapacità di riprendersi dalle crisi del clima, Covid, Ucraina, Israele, Gaza. Quanto ai progressi dell’Agenda 2030, il continente è in ritardo; solo il 15% degli obiettivi potranno essere soddisfatti e ciò è un insuccesso. Senza una forte spinta, le prospettive del continente su energie pulite e rinnovabili, non faranno dell’Africa una centrale di energia pulita a livello globale. La questione dipende dallo sviluppo sostenibile, dalla costruzione d’infrastrutture resilienti, dai sistemi alimentari, sanitari e investimenti in istruzione e formazione per i giovani. Il deficit finanziario – ha affermato – sta crescendo e molti paesi non hanno fondi per affrontare le sfide future. La via da seguire è stata tracciata dal vertice dello scorso anno, in cui i leader globali hanno approvato lo stanziamento di 500 miliardi di euro per concentrare le energie in settori chiave e creare un continente quale zona di libero scambio. L’Italia è impegnata a sostenere settori strategici come la digitalizzazione, in cambio l’Africa conta di costruire partnership con le istituzioni finanziarie come la banca africana di sviluppo per far sì che si realizzino i progetti tracciati con la commissione africana sull’agenda 2063; un impegno di lungo periodo come tracciato nel Global Gateway europeo. L’augurio è che l’Italia al G7 coinvolga altri paesi insieme alle agenzie dell’ONU ospitate dal governo italiano. Gli investimenti privati e le istituzioni internazionali devono impegnarsi affinché i paesi africani possano ottenere risorse dalla Banca Mondiale, dal Fondo monetario Internazionale per la riduzione della povertà, e politiche capaci di attrarre aziende sotto la protezione delle istituzioni pubbliche per una partnership pubblico-privato. “A sostegno dello sviluppo sostenibile” ha concluso Amina Jane Mohammed “l’Africa deve avere un approccio nuovo e il vertice ONU a settembre può essere una tappa decisiva”.
Saluti del Presidente del Senato, Ignazio La Russa, il Presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni. A seguire gli interventi del Vicepresidente del Consiglio dei Ministri e Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Antonio Tajani; del Presidente dell’Unione Africana, Azali Assoumani; del Presidente della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki; del Presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola; del Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel; del Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen; del Vice Segretario Generale dell’ONU, Amina Jane Mohamme.
Cristina Montagni
Monsignor Vincenzo Paglia riflette sull’IA generativa al servizio dell’umanità, un confine tracciato nel 2020 nella Rome Call for AI Ethics

Se il diritto alla privacy è irrinunciabile, minimizzare lo sviluppo umano rispetto all’innovazione e l’intelligenza artificiale è rischioso anche per l’impiego di algoritmi in grado di trasformare decisioni in campo sanitario, finanziario, giudiziario e politico. Questioni delicate intorno alle quali il futuro esorta a riflettere anche sul tema dell’assistenza agli anziani, che per la mancanza di servizi, riduce la possibilità di vivere l’invecchiamento in buona salute.

Questi alcuni temi trattati il 15 dicembre al summit “Digital Health by Design – Dati e IA” organizzato dal Ministero della Salute, da Culture con il Parlamento Europeo e la Commissione Europea con il patrocinio di ASL Rm2 e Rome Technopole. Tra i relatori, personalità del mondo istituzionale, accademico e imprenditoriale per tracciare una nuova visione di salute globale e delineare linee di azione per l’agenda 2024-2026.
Sistema sociale e sanitario una barriera da abbattere

Monsignor Vincenzo Paglia Presidente della Pontificia Accademia per la Vita

Tra i numerosi contributi, il presidente della Pontificia Accademia per la Vita, Monsignor Vincenzo Paglia ha focalizzato il pensiero sul rapporto tra l’IA e anziani, che ricorda sono circa 14 milioni e per i quali non esiste una riflessione politica, economica né tantomeno sanitaria. È sufficiente pensare che i presidi ad uso farmaceutico vengono testati a persone tra i 20 e i 50 anni, mentre la popolazione di terza età è a rischio per l’enorme quantità di farmaci somministrati. L’arcivescovo ha commentato che, se da un lato la società, lo sviluppo e la medicina hanno permesso un aumento della sopravvivenza di 20-30 anni, dall’altro lo stato sociale non è stato capace di occuparsi di loro e “non esiste alcun pensiero se non negativo”. Sottolinea di aver lavorato con il Governo italiano per definire una legge per gli anziani – approvata a marzo scorso – che non ha prodotto risorse in bilancio; ma di recente sono state intraprese alcune sperimentazioni. “Serve” chiarisce Mons. Paglia “promuovere una responsabilità morale nel creare un’età degna per coloro che verranno dopo di noi e una consapevolezza dello Stato nel produrre leggi, così da superare la distinzione tra sistema sociale e sanitario”.
Una Parigi delle nuove tecnologie per circoscrivere i confini tra l’uomo e intelligenza artificiale

In relazione all’intelligenza artificiale, l’arcivescovo Paglia ricorda le parole dell’esperto di robotica Ishiguro, che durante un incontro ha affermato che potremmo essere l’ultima generazione organica, la prossima sarà inorganica. Paglia sostiene che usare il termine intelligenza è errato, perché mentre l’intelligenza umana è ascrivibile all’uomo, gli strumenti utilizzati con IA per concepire relazioni di affetto e amore hanno una dimensione non umana, come gli esperimenti per combattere la solitudine. Aggiunge che, “se un robot umanoide è capace di sconfiggere la solitudine, siamo difronte all’esplosione del sistema dove la contraddizione è lasciarsi guidare dalla macchina e non da chi l’ha costruita”. Dunque, è necessario circoscrivere i confini tra l’umano e la macchina e stabilire un quadro giuridico internazionale altrimenti i rischi saranno peggiori delle guerre nucleari. “L’impegno” sottolinea Mons. Paglia “è che si arrivi ad una Parigi delle nuove tecnologie onde evitare il rischio di una terza ondata drammatica dopo quella nucleare e dell’inquinamento climatico che può manipolare l’uomo e costruirlo a sua immagine e somiglianza”. La regolamentazione nell’uso di questi strumenti attiene anche al trasformatore generativo pre-addestrato ChatGPT che da un lato evidenzia l’enorme velocità d’implementazione della tecnica, dall’altro mostra la lentezza della cultura etica e della politica nel comprendere le conseguenze sulla vita delle persone e dell’intera umanità.
Appello della Rome Call for AI Ethics
Relativamente al “gap” tra etica, Intelligenza artificiale e cognitiva, l’arcivescovo ricorda che con la Rome Call for AI Ethics, a febbraio 2020 è stato siglato un documento dalla Pontificia Accademia per la Vita (sponsor dell’iniziativa), Microsoft, IBM, FAO e Governo italiano, allargato ai rappresentanti di fede musulmana ed ebraica per sostenere un approccio etico all’Intelligenza Artificiale, promuovere un’antropologia digitale, con tre coordinate fondamentali: etica, educazione e diritto. L’obiettivo è guidare la tecnologia verso un nuovo umanesimo, un atto di autoregolamentazione di principi etici, pedagogici e giuridici, e chi lo firma si impegna ad osservare i criteri che definiscono il processo di costruzione dei meccanismi affinché siano visibili a tutti, inserendo anche la questione dei media nei ragazzi. La carta che verrà siglata a luglio 2023 da Giappone e altre religioni del mondo, con l’estensione a 200 università latino-americane, sottolinea quanto è necessario essere consapevoli di questa strumentazione che viene sperimentata anche nel settore militare per testare nuove strategie di guerra. “In campo sanitario – soprattutto per gli anziani – occorre abbracciare con entusiasmo questa tecnologia”, tuttavia spiega l’arcivescovo “serve un cambio di prospettiva e l’assistenza domiciliare deve diventare centrale con un maggiore uso della telemedicina per accudire a casa gli anziani che ne hanno necessità”. L’arcivescovo Vincenzo Paglia conclude che “una società civile non può permettere che gli anziani vengano considerati scarti. È una lotta di civiltà e l’IA può essere utile se noi siamo sapienti nel dirigerla verso un nuovo umanesimo planetario, che è l’unico orizzonte possibile, a meno che non vogliamo distruggerci”.

Firma documento Rome Call for AI Ethics

Cristina Montagni
“Donna, vita e libertà”, Premio Sacharov 2023 a Jina Mahsa Amini e alle manifestanti iraniane
Il 12 dicembre 2023 a Strasburgo, il Parlamento europeo ha assegnato il Premio Sacharov per la libertà di pensiero a Jina Mahsa Amini e al movimento “Donna, vita e libertà” in Iran.

12 dicembre 2023 emiciclo Parlamento europeo a Strasburgo
Così la presidente del Parlamento Europeo Roberta Metsola nel corso della cerimonia ha dichiarato: “Il premio Sacharov per la libertà di pensiero di quest’anno, assegnato a Jina Masha Amini e al movimento Donna, Vita, Libertà, è un omaggio a tutte le donne, agli uomini e giovani iraniani, coraggiosi e provocatori, che nonostante le pressioni, continuano a lottare per i loro diritti e a spingere per il cambiamento. Il Parlamento europeo vi ascolta e vi sostiene. Non siete soli.ʺ
Il 13 settembre 2022 Jina Mahsa Amini, ventiduenne iraniana di origine curda, venne accusata di aver ignorato le leggi iraniane sull’uso del velo e arrestata dalla “polizia morale” a Teheran che in seguito agli abusi fisici, percosse e maltrattamenti morì dopo tre giorni in ospedale. In seguito al tragico evento sono sorte proteste spontanee guidate da donne in Iran con lo slogan “Donna, vita e libertà” che apertamente hanno contestato la legge dell’hijab e altre leggi discriminatorie diventando un simbolo di resilienza, speranza e lotta per l’uguaglianza, dignità e libertà.

Il premio ritirato da Saleh Nikbakht, accademico e avvocato, ha rappresentato la famiglia di Jina Mahsa Amini, Afsoon Najafi e Mersedeh Shahinkar, militanti del movimento in difesa dei diritti delle donne iraniane che hanno lasciato l’Iran nel 2023. Il riconoscimento consegnato all’accademico è stato necessario per il divieto delle autorità iraniane di far partecipare alla cerimonia i genitori e il fratello di Jina Mahsa Amini vietando loro di uscire dal Paese. Saleh Nikbakht durante la celebrazione ha anche letto il messaggio della madre di Jina Mahsa Amini, Mozhgan Eftekhari: “Il dolore di Jina è eterno per me, ed è imperituro per le persone di tutto il mondo. Credo fermamente che il suo nome, accanto a quello di Giovanna d’Arco, rimarrà un simbolo di libertà. Dal luogo di nascita dell’eterna Jina, vi trasmetto l’infinita gratitudine mia e della mia famiglia e mi auguro che la vostra scelta sia ferma e orgogliosa. Speriamo che nessuna voce abbia paura di pronunciare la libertà“.
Repressione del regime e la condanna del Parlamento Europeo
In seguito alla repressione delle proteste da parte del regime iraniano, il Parlamento europeo ha condannato la drammatica situazione dei diritti umani nel paese. A ottobre 2022, i deputati hanno chiesto sanzioni contro i funzionari iraniani coinvolti sia nella morte di Jina Mahsa Amini che nella repressione di regime. A gennaio 2023 i deputati hanno chiesto nuove sanzioni contro il regime iraniano e l’inserimento del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche nella lista dei terroristi dell’UE. A novembre 2023 il Parlamento ha adottato una risoluzione sui recenti attacchi contro le donne e i difensori dei diritti delle donne in Iran e la detenzione arbitraria di cittadini dell’UE in questo paese, in cui invita a sostenere i vincitori del premio Sacharov e del premio Nobel istituendo una task force dell’UE. Il Premio Sacharov – istituito nel 1988 per onorare le persone e le organizzazioni che difendono i diritti umani e le libertà fondamentali per la libertà di pensiero – viene conferito ogni anno dal Parlamento europeo ed è intitolato al fisico sovietico e dissidente politico Andrei Sacharov.
Cristina Montagni
Legami tra diritti umani, salute e ambiente. Sfide dell’Europa sulla Due Diligence d’impresa
Attiva in 27 paesi con programmi di cooperazione allo sviluppo e aiuti umanitari, l’associazione non profit WeWorld ha osservato che il mancato rispetto dei diritti umani e ambientali produce effetti devastanti sulle comunità costringendo intere popolazioni ad abbandonare i propri territori, come accade oggi nelle coste italiane.

(al centro) Laura Boldrini-Comitato Permanente sui Diritti Umani, Camera dei deputati
(a destra) Enrico Giovannini-Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile-ASviS
Ricco il dibattito organizzato a fine settembre a Roma, presso la sala Cristallo in piazza di Montecitorio, sulla proposta europea della Due Diligence per spingere le imprese verso una direttiva obbligatoria con l’auspicio che non venga “annacquata” da altri interessi per attuare un concreto cambiamento.
Dalla certificazione volontaria alla direttiva obbligatoria
Serve una coscienza collettiva per realizzare gli obiettivi dell’Agenda 2030 e le imprese sono cruciali nel processo. Il passaggio dalla certificazione volontaria alla direttiva obbligatoria, impone che le aziende italiane rispondano agli adempimenti per chiudere il “cerchio” con la rendicontazione non finanziaria che riguarda le piccole e medie imprese. Una rivoluzione culturale su diritti, ambiente e salute, possibile per l’aggiornamento della CITE (Proposta di Piano per la transizione ecologica). Gli effetti di spillover sulle politiche d’impresa vanno accompagnati perché tracciano un criterio che il Ministero dell’Ambiente aveva iniziato nel 2017 quando approdò la prima strategia di sviluppo sostenibile. L’aggiornamento e monitoraggio nell’esecuzione del programma, spinge ad andare avanti con partenariati innovativi, istituzioni, impresa e ricerca dove i giovani possono influenzare le aziende grazie alle normative a livello europeo. La proposta nonostante le lacune, come l’onere della prova in capo alle vittime, alcuni elementi sono fondamentali: identificazione degli impatti, monitoraggio, valutazione e misure di mitigazione.
Dubbi e incertezze della politica italiana sui temi della sostenibilità
Il tema è cruciale e può condizionare il futuro delle persone; perciò, è necessario che il mondo vada in questa direzione sollecitando le imprese a comportamenti omogenei ovunque operino, ha chiarito il direttore scientifico di ASviS, Enrico Giovannini. La Due Diligence per alcune aziende italiane potrebbe indurre a cambi di politica aziendale: da una visione centralizzata legata ai temi della sostenibilità, al ritorno a vecchi schemi dove settori internazionali tendono a coordinarsi in maniera bilaterale. La questione non è acquisita pure da imprese che hanno fatto della sostenibilità la loro bandiera. Le criticità emerse nelle discussioni politiche ed europee, hanno mostrato un distacco nell’orientamento della maggioranza che aveva sostenuto il green deal, ignorando che chi adotta tale modello ha maggiori chance di business, occupazione, aumento di produttività, margini di profitto e quote di mercato. Va detto che queste aziende sono una minoranza, ma sperano di rinviare l’attuazione della norma, consapevoli che il 2035 è la data limite dell’applicazione in Europa. Per Giovannini occorre trovare un equilibrio e cita l’articolo 9 della costituzione che rimanda alla tutela dell’ambiente, agli ecosistemi, alla biodiversità e all’interesse delle future generazioni. Oggi si parla di un altro cambiamento ripreso dall‘articolo 41 della Costituzione che dice: “l’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Così segnala le statistiche degli infortuni sul lavoro, sulla discriminazione delle donne, sui giovani italiani qualificati e sottopagati, ai 3 milioni di lavoratori irregolari che non hanno diritti. “Queste condizioni” ha spiegato Giovannini “sono tollerate come fosse un prezzo da pagare perché non si è innovativi, competitivi e incapaci d’intercettare le tendenze del mercato”. “L’Unione Europea” ha detto “negli ultimi quattro anni ha approvato vari regolamenti, ma il recepimento in Italia è lontano: si pensi al salario minimo, alle direttive sui lavoratori dove il dibattito politico è assente”. C’è comunque un elemento di speranza dato dal nuovo codice dei contratti che recepisce quello delle opere pubbliche del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) che indica come progettare le opere in modo sostenibile, compresa la componente sociale.
Difesa dei diritti umani, uguaglianza sociale e tutela dell’ecosistema

(Comitato Permanente sui Diritti Umani, Camera dei deputati)
L’articolo 41 della Costituzione, ha commentato Laura Boldrini, oggi è disatteso. Un paese che si riconosce nella carta fondamentale non ha difficoltà a recepire questi valori in Italia e in Europa. I contenuti della Sustainability Due Diligence Directive, approvati a giugno dal Parlamento Europeo, vanno condivisi nonostante il voto contrario di 30 europarlamentari del governo italiano. Alla luce dei risultati, serve un lavoro di moral suasion, impegnarsi nel processo avviato a Bruxelles, con la Commissione Esteri, Parlamento e Consiglio dell’Unione, sperando che l’Italia non assuma una posizione ostile tesa a svuotare il significato della direttiva, e parallelamente occorre la mobilitazione di associazioni e società civile perché il tema coinvolge giovani per fare pressione sull’opinione pubblica. Boldrini a tal fine ricorda la tragedia sul lavoro nel 2013 a Rana Plaza in Bangladesh, dove morirono 338 donne e 2 mila rimasero invalide, impiegate nel tessile per consentire ai brand internazionali di produrre a basso costo. Dopo quella disgrazia, sindacati internazionali e 2 milioni di lavoratori, giunsero ad un accordo sulla sicurezza antincendio, qualità di lavoro migliori stipulando con le aziende un indennizzo di 30 milioni di dollari per le lavoratrici rimaste invalide. Racconta poi della battaglia sul caporalato, dove grazie all’alleanza di lavoratori, lavoratrici, braccianti, sindacati e istituzioni venne approvata una legge consentendo risultati da un punto di vista giudiziario. Infine, ha richiamato la ratifica della convenzione ILO sulle molestie nei luoghi di lavoro. “Oggi” ha concluso “siamo davanti all’’internazionalizzazione dei capitali e delle merci e non all’internazionalizzazione dei diritti umani, dell’uguaglianza sociale e della tutela dell’ecosistema. Questa direttiva è uno spartiacque e propone un quadro normativo nazionale concreto come esiste in Olanda, Francia e Germania”.
Imprese consapevoli lungo le catene di valore
Con la campagna “Impresa 2030 Diamoci una regolata”, WeWorld diffonde la consapevolezza sulla giustizia ambientale e sociale, incoraggia l’Italia e l’UE a considerare quanto sia necessaria la direttiva. Martina Rogato ha chiarito che diverse aziende hanno intrapreso il percorso ma perdurano casi di ingiustizia sociale ambientale all’estero. La campagna nasce in sinergia con Bruxelles e la European Coalition for Corporate Justice per intervenire su alcuni punti non chiari. In primis la proposta stressa il legame fra diritti umani e ambientali, temi spesso legati alla responsabilità delle aziende. Chiede alle imprese – a partire da 250 dipendenti – criteri di fatturato da identificarsi lungo le catene di valore, gli impatti sui diritti umani e ambientali e la messa a punto di piani per mitigare, cessare o prevenirli. La proposta introduce una responsabilità amministrativa e civile, perciò le imprese in Italia e Europa dovranno gestire i fenomeni per evitare sanzioni qualora non sia evidente la Due Diligence. La direttiva si allinea agli accordi di Parigi, (contenimento di 1 grado e mezzo del riscaldamento globale) e sollecita piani di transizione a riguardo. Attualmente mancano obiettivi a breve, medio e lungo periodo, piani di rendicontazione sugli investimenti e piani finanziari rispetto alla dipendenza dal carbon fossile dell’azienda. Un elemento centrale della Due Diligence è che venga armonizzata rispetto alla Corporate Sustainability reporting che definisce l’obbligo di rendicontazione delle aziende per fissare il loro posizionamento. In sintesi, giustizia, equità sociale e cambiamenti climatici vanno gestiti per evitare effetti negativi delle aziende dal lato reputazionale e perdite economico-finanziarie, oltre alle sanzioni per non essere conformi alla legge.
Responsabilità e gestione dei contratti di lavoro
Le catene globali del valore vanno considerate come un unicum rispetto ai diritti sul territorio nazionale, e la direttiva indica vincoli per le aziende che producono altrove e commercializzano in Europa. In una recente missione in Thailandia, WeWorld ha intervistato alcune lavoratrici impegnate nel settore della carne – terzo paese esportatore in Europa di pollame – per capire se ciò che consumiamo proviene da questo paese. Dalle interviste è risultata la trasparenza sulle catene globali del valore: cosa producono, come si incarnano nella nostra vita e cosa ci lega alla realtà di queste lavoratrici. È emerso che le aziende esportatrici devono rispettare alcuni requisiti; tuttavia, le dipendenti non hanno regolari contratti, non sono consapevoli dei loro diritti, percepiscono salari sotto il minimo sindacale, non godono di riposi, congedi di maternità e diritti sindacali. Queste condizioni si amplificano in un sistema di terziarizzazione del lavoro – fenomeni comuni in Europa – dove permangono difficoltà nell’individuare chi gestisce il contratto diretto con la lavoratrice/re.
Certezza delle regole e giustizia per le persone vittime di violazioni
La direttiva studiata da un gruppo del sindacato europeo va approfondita per lottare contro l’impunità delle imprese sulle catene del valore, violazione dei diritti umani e ambientali a livello globale, nazionale ed europeo. Quanto all’armonizzazione, nel testo del PE è inserita la clausola del Single Market close (Programma europeo dedicato al mercato unico, alla competitività delle imprese) che definisce un tetto massimo di obblighi da imporre alle imprese in vari Stati. Nella versione finale la clausola è formulata in modo neutro e vengono garantiti pari condizioni nelle società per evitare la frammentazione del mercato unico. C’è tuttavia il rischio che la direttiva vada in senso opposto come detta l’articolo 41 della costituzione che definisce standard minimi di tutela dei diritti fondamentali dell’ambiente. Inoltre, se la legge viene applicata nello Stato in cui l’impresa ha sede, il rischio è che si registri là dove l’implementazione della direttiva è a ribasso, quindi, risulterebbero scarse le autorità di controllo o sindacati. Un’altra criticità riguarda l’accesso alla giustizia: la Due Diligence previene la violenza sui diritti umani e i danni ambientali, se però la prevenzione non funziona occorre garantire l’accesso alle persone vittime delle violazioni. In complesso il testo è debole e manca un’azione collettiva, inoltre se l’impresa non si uniforma alla direttiva, non è sufficiente l’onere della prova ma occorre dimostrare il nesso di causalità, difficile da provare quando la filiera è globale per le ispezioni in paesi lontani. Infine, nella proposta mancano riferimenti alle norme di diritto internazionale privato che fissano un giudice competente e questo rende difficoltoso l’accesso alla giustizia. Concludendo la direttiva per essere efficace deve contare sull’ampia partecipazione delle parti interessate, dai comitati aziendali al dialogo sociale ed europeo.
Visioni diverse tra Consiglio e Parlamento Europeo su clima e ambiente
La proposta europea lega due elementi: clima e ambiente. Per l’ambiente vengono disciplinati gli impatti che l’impresa produce lungo le catene globali di valore (perdita di petrolio, deterioramento della terra, etc) mentre per gli obblighi climatici emergono difformità tra le proposte del Consiglio e quelle del Parlamento. Il Consiglio – inteso come Stati membri – afferma che le imprese dovranno elaborare piani di transizione secondo gli accordi di Parigi ma non indica come i piani debbano aderire agli accordi. Inoltre inserisce anche una clausola in cui le autorità di controllo non avranno il diritto di esaminare se i piani di transizione verranno implementati correttamente. Il Parlamento europeo invece afferma che l’azienda, oltre ad implementare il piano di transizione, deve adottare obiettivi a breve, medio e lungo periodo. Questo passaggio è significativo se pensiamo alle imprese del settore bancario che hanno un’impronta climatica superiore a quella di interi paesi. La Due Diligence, spiega Marion Lupin, non è sufficiente, il passo successivo sarà riconoscere che la sostenibilità in materia di diritti umani e ambientali è una questione di concorrenza e le aziende che inquinano e sfruttano i lavoratori alterano il mercato rispetto a quelle che adottano comportamenti virtuosi e sostenibili. Infine, c’è il ruolo del consumatore che con il suo peso, può condizionare l’impresa e il legislatore europeo è sensibile alle categorie vulnerabili.
Giovani attori chiave nei processi di prevenzione e mitigazione degli impatti
Nel dialogo tra Parlamento e Consiglio, i giovani dovranno assumere una funzione centrale per responsabilizzare l’opinione pubblica europea e italiana, svolgere un ruolo di advocacy nelle istituzioni, nel coordinamento con la società civile e nelle organizzazioni non governative. Saranno attori chiave nei processi di Due Diligence delle imprese, nelle fasi di valutazione, prevenzione e mitigazione degli impatti sui diritti umani e ambiente. La presenza dei giovani sarà perciò decisiva al pari di altri gruppi anche perché più esposta agli impatti dovuti allo sfruttamento sulle catene globali di valore, in particolare nel settore tessile e minerario.
Cristina Montagni
Conferenza organizzata nell’ambito del progetto Azioni in rete per lo sviluppo sostenibile, promosso da WeWorld e sostenuto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, con la partecipazione di Dina Taddia (WeWorld); Mara Cossu (Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica); Laura Boldrini (Comitato Permanente sui Diritti Umani, Camera dei deputati); Enrico Giovannini (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile – ASviS); Martina Rogato (Impresa 2030); Sara Teglia (Patto di Milano-ASviS, Impronta Etica); Silvia Borelli, (CGIL); Marco Pedroni (Associazione Nazionale Delle Cooperative Di Consumatori ANCC); Attilio Dadda (LegaCoop); Margherita Romanelli (WeWorld, Impresa 2030); Emma Baldi (Youth Ambassador, Human Rights International Corner); Marco Omizzolo (Eurispes, La Sapienza); Marion Lupin (European Coalition for Corporate Justice, ECCJ); Giorgia Ceccarelli (Impresa2030, Oxfam Italia).
UNITE TO ACT. Ispirata e dinamica la nuova campagna delle Nazioni Unite sugli SDGs dell’Agenda 2030
Global Week to #Act4SDGs è la mobilitazione globale che si terrà durante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dal 15 al 25 settembre per manifestare ai leader del mondo che le persone sono pronte ad agire sugli obiettivi di sviluppo sostenibile. I principali focus di quest’anno si concentrano su clima, pace, uguaglianza di genere, inclusione e sistemi alimentari sostenibili.

Ispirata e dinamica è l’azione UNITE TO ACT sugli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite per un futuro a zero emissioni entro il 2050, richiama il mondo alla consapevolezza, responsabilità e tempestività nel raggiungimento degli SDG dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. La campagna lanciata attraverso i canali multimediali è entrata nel vivo nonostante la comunità internazionale segnali ritardi preoccupanti nell’attuazione degli SDG. Infatti, secondo l’ultimo SDG Progress Report, il 50% della popolazione mondiale è lasciata indietro nel perseguimento degli obiettivi e più del 30% degli SDGs è “congelato” o addirittura regredito.
“UNITE TO ACT fa appello ai partner del mondo affinché contribuiscano a spingere sugli SDG nella vita reale di tutti”, così ha dichiarato Marina Ponti, Global Director della UN SDG Action Campaign. “Le attuali sfide trascendono dalla singola persona, governo o organizzazione; siamo impotenti come singoli individui, ma insieme siamo più forti”.
La campagna sfrutta le risorse social media open-source invitando individui, organizzazioni, settore pubblico e privato ad unirsi ad un cambiamento definitivo e sostenibile per il SDG. L’attività promuove lo strumento digitale ACTIVATOR che può essere utilizzato per comunicare l’impegno nei confronti degli SDG registrando la propria azione sulla mappa globale della UN SDG Action Campaign. Nel 2022, sulla piattaforma Global Map sono state registrate oltre 140 milioni di azioni e per il 2023 si prevede il superamento di 150 milioni di interazioni. L’azione viene supportata anche dall’attivazione di UN Act Now e da un App digitale che accompagna verso un duraturo cambiamento sostenibile agli SDG.

Con questa mobilitazione le Nazioni Unite stimoleranno una rete di oltre 1.700 partner di tutto il mondo per impegnarsi sugli SDG in vista del prossimo vertice delle Nazioni Unite previsto a New York a settembre. Infatti, dal 15 al 25 settembre partiranno meeting e giornate di sensibilizzazione globali insieme ai partner chiave in occasione della settimana globale per #Act4SDGs sollecitando i leader mondiali ad un futuro sostenibile per tutti.
“Con questa campagna si crede nella capacità degli uomini di trascendere dalle divisioni per unirsi e agire verso un futuro sostenibile per tutti”, ha concluso la signora Ponti. “L’iniziativa vuole essere un appello rivolto ai responsabili del cambiamento del mondo affinché si facciano avanti, si uniscano e prendano una netta posizione verso un futuro pienamente sostenibile”.
Cristina Montagni
Rapporto UNFPA 2023: Focus diritti delle donne e ragazze
La popolazione mondiale a novembre 2022 ha raggiunto la soglia di 8 miliardi, e i due terzi vive in luoghi dove il tasso di fertilità è sotto il “livello di sostituzione”, 2,1 figli per donna. Lo rivela l’ultimo rapporto del Fondo delle Nazioni Unite che analizza la situazione sotto diverse angolazioni; con gli occhi del passato poiché aver raggiunto quel valore è grazie ai progressi della scienza; diminuzione delle morti per parto, progressi nella salute, infanzia etc. L’avvenimento genera tuttavia una certa ansia demografica, perciò, è necessario disaggregare il dato poiché metà delle gravidanze nel mondo sono indesiderate.

Il Report stima che il 44% delle donne in 68 paesi non ha accesso alla salute riproduttiva o decidere con chi avere un figlio, globalmente un quarto delle donne non raggiunge “l’ideale di fertilità”: quando o quanti figli avere. La riflessione tende a concentrarsi anche sui paesi a basso reddito – circa otto – che da qui al 2050 rappresenteranno metà della crescita demografica ridisegnando la classifica mondiale dei Paesi più popolosi. Inoltre, la questione che attiene all’ansia demografica si collega anche ai cambiamenti climatici: su 8 miliardi di individui, 5.5 mld guadagnano meno di 10 dollari al giorno, quindi, non saranno in grado di contribuire alla diminuzione delle emissioni di carbonio; perciò, il dato iniziale va studiato sotto una lente critica che guarda ai diritti e alle scelte.
8 miliardi: troppi o pochi?
Il tema che ricorre nel Report UNFPA 2023 è se 8 miliardi di individui nel mondo sono troppi o troppo pochi. Se da un lato i paesi ricchi come la Corea del Sud, il tasso di fertilità è 2 figli per donna, per i paesi dell’Africa Sub Sahariana la preoccupazione è in una fecondità troppo elevata. Per l’Italia, in base all’ultima pubblicazione ISTAT, gli indicatori demografici 2021 registrano il numero più basso di nascite rispetto gli anni passati, stimando la soglia di 400 mila nascite l’anno. Questo calo demografico interessa anche la Cina – un tempo considerato paese sovrappopolato – che dal 2011 al 2017 è passato da 18 milioni di nascite a 11,5 milioni l’anno. La questione non è sapere se i figli sono pochi o troppi, ma permettere alle donne in contesti in cui la fecondità è bassa o elevata, di avere figli, un diritto da assicurare dove le politiche devono garantire interventi di pianificazione nel lungo periodo. Il punto è trovare un giusto equilibrio di nascite e mantenere un “livello di sostituzione” tra le generazioni. Nei paesi in cui la fecondità è bassa, i Governi non devono guardare al solo obbiettivo numerico, ma a politiche familiari in grado di facilitare l’accesso al mercato del lavoro e far sì che le donne non siano costrette a scegliere se lavorare o avere un figlio.
Sostegno all’empowerment femminile per effetto dei cambiamenti demografici sulla struttura per età della popolazione

Nel mondo metà della popolazione ha meno di 30 anni, in particolare il dato varia fra i paesi europei rispetto quelli africani. In media in Italia il 50% della popolazione ha 44 anni, mentre in Africa è sotto i 20 anni; tale divario avrà in futuro importanti implicazioni; perciò, occorre riconoscere che le vecchie strutture familiari sono destinate a mutare e sarà necessario includere nella società un numero sempre crescente di anziani. C’è poi il tema delle migrazioni dove a livello mondiale pochi sono gli individui che tendono a spostarsi ma interessano soprattutto i paesi più poveri del mondo. Infine, il rapporto osserva come le politiche sui migranti e le comunità di accoglienza dovranno prestare attenzione al rispetto dei diritti umani fondamentali, sostenere la crescita dell’empowerment di donne e bambine, garantire un parto sicuro, promuovere la salute e assicurare la convivenza delle persone anziane. Il report suggerisce inoltre di focalizzare gli interventi sulle persone vulnerabili raccogliendo informazioni statistiche che provengono non solo dai paesi poveri ma da tutto il mondo per aiutare le popolazioni fragili attuando policy mirate.
La Cooperazione allo Sviluppo e il ruolo strategico dell’Italia
Dal rapporto UNFPA 2023 emerge un elemento trasversale: tendenze globali come povertà, salute, calo delle nascite, pandemie, etc sono conseguenza della disparità fra i generi che insieme all’aumento dell’aspettativa di vita e dell’invecchiamento, comportano una crescita dei lavori di cura non retribuiti da parte delle donne. Per queste ragioni occorre sostenere la promozione dei diritti delle donne e delle ragazze, la parità di genere, l’educazione delle bambine e combattere ogni forma di discriminazione, violenza sessuale e di genere, priorità indiscusse sia a livello internazionale che dal nostro Paese. Per raggiungere questi Goals, i finanziamenti alla Cooperazione italiana sono cruciali, pensiamo agli aiuti per sostenere la crisi in Afghanistan che rappresentano un focus importante per la cooperazione in ambito unilaterale e bilaterale. Riaffermare l’impegno in favore delle donne e delle ragazze con chiari indirizzi politici è vitale anche alla luce delle attuali recessioni sui diritti delle donne registrate negli ultimi anni dovuti dalla pandemia. La cooperazione italiana sin dal 2008 partecipa al programma congiunto UNFPA-UNICEF per l’eliminazione delle mutilazioni genitali femminili con 2 milioni di euro l’anno, inoltre dal 2020 è tra i sostenitori del programma contro i matrimoni precoci e forzati dove Aidos (Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo) svolge un ruolo cruciale.

Si tratta di iniziative che vedono in prima linea il ministero degli affari esteri poiché vi è consapevolezza che dal successo di questi sforzi dipende il futuro di milioni di bambine e ragazze. Anche la questione dell’empowerment femminile è centrale per affermare che le donne sono agenti di cambiamento, e solo con istruzione e formazione è possibile raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Ne consegue che la cooperazione internazionale rappresenta il principale donatore della Global Partnership for Education, dedicata al miglioramento dei sistemi educativi nei paesi in via di sviluppo in riferimento alla condizione delle bambine in Africa. È necessario ricordare che la cooperazione italiana si è dotata di linee guida strategiche rivolgendo un appello a tutti gli attori del sistema italiano sulla parità di genere e l’empowerment delle donne e ragazze. Scopo delle best practice è rafforzare l’ordinamento italiano per eliminare le discriminazioni di genere attraverso un approccio inclusivo sottolineando il ruolo delle donne quali protagoniste nei processi di sviluppo. Se si desidera raggiungere l’uguaglianza di genere non è sufficiente concentrare gli sforzi sull’obbiettivo 5 dell’agenda 2030, ma occorre una visione olistica; accesso ai servizi universali di assistenza sanitaria in particolare quella sessuale e riproduttiva delle donne e adolescenti, prendersi cura dell’ambiente e delle istituzioni che le rappresentano. E poi bisogna impegnarsi affinché le donne abbiano lo spazio che meritano nei processi decisionali, lavorare per eliminare le barriere giuridico-sociali-culturali ed economiche che ne ostacolano la leadership e la partecipazione in luoghi in cui si decide sulle politiche che impattano sulla loro vita. Il sistema deve perciò confrontarsi con la società civile e le istituzioni, avere un approccio multidisciplinare per raggiungere un cambiamento sostanziale e permettere alle donne il pieno godimento dei diritti; questo sarà l’approccio che l’Italia adotterà durante la presidenza del G7 nel 2024.
Priorità di AIDOS al G7 2024

L’Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo, impegnata nella cooperazione internazionale, sostiene progetti per l’empowerment di donne e ragazze, salute sessuale riproduttiva ed empowerment economico, strumenti capaci di abbattere il divario di genere alla radice di violenze, conflitti e stupri. L’associazione suggerisce alla politica, ai media e alla società civile di guardare non solo ai tassi di natalità e fertilità quali indici da raggiungere, ma all’autodeterminazione delle donne e delle ragazze. Il quadro internazionale è ricco di documenti a sostegno della parità; infatti, l’agenda 2030 non annuncia la parità di genere solo in termini di principi ma anche in termine di servizi (obbiettivo 3 dedicato alla salute e obbiettivo 5 dedicato alla parità di genere). Per raggiungere questi traguardi sono necessari più fondi alla società civile poiché una diminuzione di risorse farebbe retrocedere i progressi compiuti dall’associazione. Aidos in vista del G7 raccomanda di tenere alta nell’agenda politica la parità di genere, il contrasto alla violenza e alle pratiche dannose nei confronti delle donne come l’accesso ai servizi universali per la salute sessuale e riproduttiva. Per l’associazione è urgente potenziare programmi di formazione per i giovani: promuovere la pianificazione familiare con moderni metodi di contraccezione e stabilire un aumento graduale di risorse per raggiungere lo 0,7% del PIL da destinare alla cooperazione in Italia. In conclusione non è sufficiente guardare ai soli tassi ma pensare alla crescita delle donne e ragazze, creare un mondo in cui tutte e tutti possano esercitare i propri diritti, scelte e responsabilità.
Cristina Montagni
Presentazione Università Roma Tre INDAGINE UNISIN su lavoro e parità per un futuro possibile senza discriminazioni uomo-donna
Dalla conferenza: “Il futuro possibile: lavoro, parità, innovazione, sostenibilità. Contro ogni violenza e discriminazione” vengono focalizzate le condizioni di vita e lavoro nel settore bancario che rappresentano uno specchio rispetto ad altre realtà per riflettere in un’ottica non discriminatoria.

Da tempo le organizzazioni sindacali sono impegnate a contrastare il fenomeno sollecitando aziende di credito, università, media e istituzioni per promuovere una società inclusiva e migliorare il benessere e la qualità di vita delle lavoratrici. Di conseguenza il 4 aprile all’Università Roma Tre, sono stati presentati gli esiti dell’indagine campionaria UNISIN (Unità sindacale Falcri Silcea Sinfub). Al convegno hanno partecipato UnIRE (Università in Rete contro la violenza di genere) con il patrocinio di GIO – Gender Interuniversity Observatory, Università di Pisa CISP (Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace) e RUniPace Rete Università per la Pace.
Lavoro e parità. Una sfida collettiva a fianco del sindacato, aziende e accademia
Emilio Contrasto, segretario generale UNISIN, nell’avviare i lavori ha affermato la necessità di una strategia capillare per lottare contro la violenza sulle donne, osservando come la tutela del lavoro legata al sindacato dei bancari rappresenta un faro rispetto altri settori e nel sistema paese. Un recente studio – ha commentato – conferma un gap tra le norme contrattuali e la relativa applicazione nei luoghi di lavoro. Da qui parte un confronto all’interno dell’organizzazione per valutare i processi che generano tali diversità. “La sfida” spiega Contrasto “deve coinvolgere il mondo del lavoro, sindacato, aziende e accademia per studiare le origini del fenomeno e fare in modo che quanto è stato istituito possa trovare applicazione nelle imprese per diventare un modus operandi in ogni luogo”. La parola chiave per superare il gap è formazione e informazione: formazione attraverso la cultura del rispetto e informazione quale fulcro per definire i giusti processi. La maggior parte degli addetti nel settore bancario è donna (oltre il 50%) ma più si sale nella piramide di potere, minore è la percentuale di donne che occupa posizioni apicali, sebbene il settore sia un laboratorio di riferimento per salari e inquadramenti, il gap è ancora forte.
Questionario conciliazione vita-lavoro, discriminazioni e violenza
Un anno fa il sindacato autonomo dei lavoratori bancari ha proposto un questionario tra le impiegate del gruppo curato dal Coordinamento Nazionale Donne & Pari Opportunità di Unisin/Confsal attraverso un sistema di domande chiuse e aperte per rendere le donne consapevoli dei propri diritti e tutele, approfondire il grado di percezione sulle differenze di genere e violenza all’interno dell’azienda. Dallo studio è emerso un sentiment generale: la parità di genere nel mondo del credito è lontana e nel tempo si manifesta con episodi di sessismo, sensi di colpa per la maternità, differenze salariali tra uomini e donne, discriminazione delle donne che non hanno voluto o potuto avere un figlio e quelle prossime alla pensione.

Risultati indagine Unisin
Il progetto di ricerca “Noi diversi…Donne e uomini insieme contro la violenza alle donne. Uniti in una sfida possibile” ha coinvolto un campione femminile su diversi argomenti: vita-lavoro, discriminazioni, violenza nei luoghi di lavoro, elaborati sulla base di tre indicatori: distribuzione geografica, età e ruolo professionale. Dall’indagine risulta che il 52% del campione femminile non conosce le normative nazionali di settore e aziendali sulle tutele e ha scarsa consapevolezza sul tema. Dalla distribuzione geografica emerge una concentrazione di risposte provenienti dalle regioni più popolose: Lombardia il 46% per la presenza di sportelli bancari, Toscana 21%, Veneto e Lazio 8%. Quanto alla frequenza per età, il 51% delle intervistate aveva fra i 46 e i 55 anni, il 28% tra i 31 e i 45 anni, il 20,4% oltre i 56 anni e l’1,2% fino a 30 anni. Quest’ultimo valore restituisce un basso interesse dei giovani a tutelare il proprio lavoro, delegandolo alle organizzazioni sindacali rispetto all’impegno nel volontariato. Riguardo al ruolo professionale, prevalenti sono le posizioni commerciali (49%) e operative (30%) che fotografano le dipendenti delle filiali molto coinvolte per la pressione nelle attività di lavoro (relazione con la clientela, capi a diversi livelli, obiettivi da raggiungere, etc). Una caratteristica peculiare è fornita dal comparto del credito dove il 77% dei dipendenti è sindacalizzato, il 50% della forza lavoro è donna, ma solo il 18% occupa ruoli direttivi nonostante l’elevata scolarizzazione (49% diplomate, 47% laureate, 2% post laurea). All’item vita privata-lavoro, il 64% del campione sostiene di conciliare entrambe le attività, ma sul versante professionale il 53% sostiene di non sentirsi realizzata, il 9% non risponde ed il 45% dichiara che la maternità ha penalizzato il lavoro in azienda, contro un 39% che sostiene di non aver subito ripercussioni. Interessanti le risposte libere, dove le donne comunicano di essere “scomode” se si concedono la maternità; il 23% sostiene di aver subito discriminazioni mentre il 15% non risponde. Nonostante le elevate competenze, le lavoratrici part-time non hanno prospettive di promozione e vengono messe in secondo piano rispetto ai colleghi uomini. Riguardo alla maternità, il rientro in azienda non è facilitato per i repentini cambiamenti procedurali, esistono scarse opportunità di carriera, blocchi di avanzamento o cambi di funzioni con l’azzeramento delle esperienze lavorative passate, limitate concessioni nel part-time e permessi di lavoro. Si desume che nella struttura di appartenenza la dipendente vive male la maternità, non viene sostituita con il conseguente aggravio di lavoro ad altri colleghi. La discriminazione è quindi nell’essere donna, condizione subita come preclusione nelle opportunità. Il suggerimento delle intervistate è valorizzare le competenze organizzative in ambito aziendale che non appartiene al solo mondo del credito ma fotografa il lavoro in generale. Dalle risposte libere emerge che le donne capo settore hanno percepito lo stipendio di un addetto. Il divario retributivo esiste e a parità di retribuzione iniziale, il gap si concretizza nel tempo perché il mancato riconoscimento dei ruoli è riconducibile al gender pay gap. Le lavoratrici segnalano che ai ruoli di responsabilità non corrispondono riconoscimenti di grado e adeguate remunerazioni per le lavoratrici part-time. Per conciliare vita familiare e lavoro, sono stati individuati alcuni fattori di supporto come lo smart working 37%, flessibilità negli orari 30%, part-time 25% e altri strumenti quali la banca del tempo, accordi sulla mobilità o contributi economici con l’8%. In breve, da un lato vi è la difficoltà di accesso agli strumenti, dall’altra le regole esistono ma è necessario valutare le conseguenze quando è richiesta l’applicazione. La “batteria” di domande chiude con temi sulla percezione dei rischi legati alle violenze di genere e dell’eventuale presenza di vittime di violenza sul posto di lavoro. Le risposte hanno restituito risultati speculari dove il percepito ed il subito coincidono; l’83% delle intervistate percepisce rischi di violenza di genere, il 10% denuncia il rischio o ha subito violenza, mentre il 7% non risponde. Il settore del credito non fornisce dati ufficiali in materia, ma è necessario valutare nel tempo lo scostamento tra dati forniti e realtà riscontrata per analizzare come vengono gestiti questi eventi all’interno del comparto. L’indagine porta alla luce anche violenza fisica e verbale, battute tra colleghi, mobbing e maleducazione ad opera di capi uomini, donne, colleghi o colleghe. La ricerca conferma che la violenza è solo la punta dell’iceberg, e Unisin con altre realtà è occupata a proporre soluzioni per tutelare le dipendenti. Infine, si sottolinea l’importanza di una formazione capillare in grado di coinvolgere uomini e donne per il raggiungimento di un obbiettivo comune. La sfida di Unisin è quindi costruire nuovi paradigmi, proporre modelli per un futuro libero da stereotipi attraverso la consapevolezza, coraggio, cultura e comunicazione.
Strategie di supporto per le donne nel settore del credito
Rispetto alla discriminazione di genere, il sindacato e ABI (associazione bancaria italiana), nel 2019 hanno firmato una dichiarazione congiunta in materia di molestie sottolineando il valore dell’azione non solo nel credito ma anche in altre aziende ed associazioni. Il protocollo d’intesa prevede un congedo di lavoro di tre o quattro mesi qualora le dipendenti abbiano subito violenza. Un altro strumento è bloccare i mutui o il debito perché la violenza finanziaria limiterebbe l’autonomia della donna. Esiste anche un percorso di protezione, sicurezza e rinascita all’interno di case protette, ad esempio continuare a lavorare. E lo smart working può essere un valido aiuto per ritrovare una routine simile a quella perduta nel momento in cui hanno messo loro e i loro figli in condizione di protezione. Aziende e sindacati dispongono di mezzi efficaci anche se i dati non mostrano particolari criticità. Tra i vari programmi, Unicredito ha aperto il canale “Parlami”, un numero protetto dove è possibile chiamare qualora sorgessero rischi da un punto di vista del linguaggio o atteggiamenti riconducibili a violenza psicologica. Altro tema attiene all’inclusione e alla valorizzazione delle differenze di genere. Contesti lavorativi in grado di includere e valorizzare il genere, sesso, cultura, etnia, aging, determina la capacità di essere differenti, ovvero portatori di maggiori istanze. La presenza femminile nel settore del credito è numerosa (40% donne, 60% uomini) ma la quota tende a diminuire nei vari step delle organizzazioni. Per questo ABI ha firmato una carta dove viene sancito l’impegno a creare ambienti di lavoro inclusivi, selezionare le risorse con criteri paritetici tra uomini e donne e promuovere la crescita del personale femminile nell’organizzazione. Un’attenzione particolare è rivolta alle politiche di remunerazione, infatti uno degli obiettivi di UniCredito è azzerare il gender pay gap entro il 2026. In generale il comparto del credito è sensibile allo sviluppo, crescita e corretta remunerazione. Tuttavia, si rileva che tra gli elementi che hanno frenato lo sviluppo del settore c’è il welfare per la mancanza di assistenza e infrastrutture come gli asili nido. Infine, in Italia sarà fondamentale pensare all’aging, alle competenze, alla disabilità che insieme al gender, creano le condizioni per realizzare una vera inclusione in grado di produrre valore alle aziende e al tessuto sociale circostante.

Educazione all’uguaglianza e alle identità di genere
Nonostante gli sforzi normativi e l’attenzione pubblica sul tema della violenza, la realtà mostra che il fenomeno non accenna a diminuire. “Ciò accade” afferma Belliti “perché le attuali norme non hanno piena legittimazione sociale e non svolgono azioni preventive. Occorre quindi una condivisione della matrice culturale che proviene dalle donne e dai movimenti femministi”. La Convenzione di Istanbul ha il pregio di fare proprio questo pensiero; afferma infatti che la violenza si manifesta per diseguali rapporti di forza tra i sessi e alla discriminazione da parte degli uomini. La Convenzione riconosce la natura strutturale della violenza in quanto basata sul genere, per questo invita gli Stati a promuovere cambiamenti socio-culturali per eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra forma basata sull’idea d’inferiorità rispetto agli uomini. L’Italia dispone di linee Guida Nazionali “Educare nel rispetto per la parità fra i sessi”, di fatto attuate in modo sporadico e prive di adeguate risorse finanziarie. Progetti di educazione di genere sono contrastati per le resistenze ideologiche prodotte dal termine genere. Queste resistenze indeboliscono l’impianto della prevenzione e impediscono la costruzione di una cultura della parità. Per ribaltare questo pensiero, l’Università deve svolgere un cambiamento socio-culturale e questa battaglia deve attraversare il mondo del lavoro dove esistono strumenti giuridici ancora poco conosciuti. Nel 2019 l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha adottato la Convenzione 190 sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro che integra il codice internazionale del lavoro. La convenzione definisce le molestie perpetrate sui lavoratori e lavoratrici e invita a adottare un approccio inclusivo incentrato sulla prospettiva di genere, identificando nel genere un fattore di rischio discriminazione. La stessa Convenzione propone programmi di formazione, informazione, codici di condotta, strumenti di valutazione dei rischi e campagne di sensibilizzazione contro la stigmatizzazione delle vittime, dei querelanti e dei testimoni. Nel 2021 l’INAIL (Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro) ha pubblicato i dati sulla violenza femminile e risulta che 1milione e 400mila donne tra i 15-65 anni hanno denunciato molestie fisiche o ricatti sessuali da parte di un collega o datore di lavoro. Infine, l’indagine OIL 2021 elaborata su 75mila interviste in 121 paesi, ha rilevato che il 17% dei lavoratori è stato vittima di violenza e molestia di tipo psicologico, l’8% violenza fisica e il 6% ha subito violenze e molestie sessuali.

Il rispetto delle differenze passa per il linguaggio
Francesca Brezzi parla del linguaggio da una prospettiva femminista poiché l’ipotesi è dimostrare che esistono differenze di pensiero per disegnare un’etica della comunicazione. “Il linguaggio” spiega “riflette il modo di pensare e agire; quindi, diventa il mezzo del pregiudizio e della discriminazione”. Riguardo ad esso c’è una crisi del linguaggio codificato e due sono le strade intraprese. Da un lato la costatazione dell’assenza del femminile sotto forma di linguaggio neutro; linguaggio maschile elevatosi a linguaggio universale. Dall’altro si scorge sotto un velo di neutralità, una tessitura linguistica codificata dove il linguaggio sessuato è differente dal linguaggio sessista. Il linguaggio sessista colpisce la donna, conduce agli stereotipi, alla non rappresentazione, è discriminatorio e trasmette informazioni obsolete e offensive. Brezzi sostiene che bisogna adottare il femminismo del sospetto; decostruire i linguaggi per smascherare il vero linguistico che copre la società. Occorre perciò abbracciare un percorso formativo educativo, aspirare ad una etica della comunicazione, una comunicazione libera in grado di confrontarci in quanto soggetti razionali. “Quello di cui abbiamo bisogno” conclude “sta nelle parole incarnate, parole che restituiscono significato agli eventi per aprirsi a nuove forme di convivenza. In tutto questo le donne devono farsi soggette di un linguaggio diverso e non affidarsi ad un linguaggio neutro.
Cristina Montagni
Relatori al convegno:
Alessandra Mancuso, giornalista Rai; Emilio Contrasto, Segretario Generale UNISIN; Prof. Francesca Borruso, Università di Roma Tre; Prof. Massimiliano Fiorucci, Rettore Università Roma Tre; Stefano Corradino, giornalista Rai News; Marina Calloni, Direttrice UNIRE; Daniela Belliti, coordinatrice UNIRE; Francesca Brezzi, già Presidente di GIO (Gender Interuniversity Observatory); Giovanna Vingelli, Direttrice del Centro di Women’s Studies “Milly Villa”; Elettra Stradella, Professoressa associata in Diritto Pubblico Comparato; Costanza Nardocci, ricercatrice in Diritto Costituzionale Università di Milano; Nannarel Fiano, ricercatrice in Diritto Costituzionale Università di Milano; Daniela Foschetti, responsabile Coordinamento Nazionale Donne e Pari Opportunità UNISIN; Angelo Raffaele Margiotta, Segretario Generale Confsal; Rosalba Domenica La Fauci, Vice Segretario Generale Confsal; Marta Schifone, deputato della Repubblica italiana.










