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Il DELITTO DI FEMMINICIDIO ENTRA NEL CODICE PENALE

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Violenza sulle donne: rappresentazione degli abusi con la tecnica del fotogiornalismo

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PINK BOX: la scatola magica si trasforma in un punto antiviolenza

3–4 minuti
Road Map cabine antiviolenza

Rappresentanza delle donne e l’impegno della European Women’s Lobby alle elezioni di giugno 2024

Rossella Poce, Presidente Lef-Italia

(a sinistra) Rossella Poce, Presidente Lef-Italia
(a destra) M. Ludovica Bottarelli, Segretaria Generale Lef-Italia- Osservatorio EWL
On. Beatrice Covassi del gruppo S&D
Oria Gargano, Presidente Cooperativa Sociale Befree, Membro del Direttivo LEF- Italia

Titti Carrano, Avvocata D.i.Re per l’Italia

Contrasto alla violenza sulle donne e contro la violenza domestica: contenuti del nuovo DDL approvato dal Consiglio dei ministri

Il 7 giugno 2023 il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro per la famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella, del Ministro dell’interno Matteo Piantedosi e del Ministro della giustizia Carlo Nordio, ha approvato un disegno di legge volto a introdurre disposizioni per il contrasto alla violenza sulle donne e contro la violenza domestica che verrà ora presentato in Parlamento per l’iter di conversione.

Il provvedimento era in cantiere da tempo insieme al Ministro della Giustizia Nordio e il Ministro degli Interni Piantedosi dove nonostante l’Italia abbia una buona legislazione contro la violenza sulle donne (Codice Rosso) è stato opportuno intervenire su alcune criticità soprattutto nell’applicazione delle norme contro la violenza a partire da due elementi fondamentali. Rafforzare le misure di prevenzione delle vittime e velocizzare i tempi di intervento per quanto riguarda le misure cautelari, soprattutto perché l’Italia ha avuto alcune condanne da parte della Corte Europea dei diritti dell’uomo proprio sul tema.

Partendo dal Codice Rosso di seguito le misure illustrate in conferenza stampa a fine lavori:

  • velocizzare le valutazioni preventive sui rischi che corrono le potenziali vittime di femminicidio o di reati di violenza contro le donne o in ambito domestico;
  • rendere più efficaci le azioni di protezione preventiva;
  • rafforzare le misure contro la reiterazione dei reati a danno delle donne e la recidiva;
  • migliorare la tutela complessiva delle vittime di violenza.

Il disegno di legge recepisce inoltre:

  • le istanze più urgenti emerse nell’ambito dell’Osservatorio sul fenomeno della violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica;
  • le osservazioni contenute nella relazione finale della “Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio nonché ogni forma di violenza di genere”;
  • gli orientamenti della procura generale della Corte di Cassazione in materia.

Principali misure introdotte

1. Rafforzamento dell’“ammonimento” da parte del questore

L’“ammonimento” da parte del questore è una misura di prevenzione oggi prevista per tutelare le vittime di atti di violenza domestica, cyberbullismo o atti persecutori (stalking). Lo scopo è garantire una tutela rapida e anticipata rispetto alla definizione dei processi penali. Quando le forze di polizia ricevono una segnalazione, si attivano rapide procedure di verifica che possono portare al provvedimento di ammonimento. La persona “ammonita” deve astenersi dal commettere ulteriori atti di molestia o violenza e può subire il ritiro di eventuali armi, anche se possedute legalmente. In caso di reiterazione della condotta, la procedibilità per i reati previsti non è più a querela di parte ma d’ufficio. Con il decreto legislativo del 7 giugno 2023 si estendono i casi in cui si può applicare l’ammonimento. Si includono ora i cosiddetti “reati-spia”, che avvengono nel contesto delle relazioni familiari ed affettive (attuali e passate): percosse; lesione personale; violenza sessuale; violenza privata; minaccia grave; atti persecutori; diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti; violazione di domicilio; danneggiamento. Si prevede l’aggravamento di pena quando i reati di violenza domestica o contro le donne sono commessi da un soggetto ammonito, anche se la vittima è diversa da quella che ha effettuato la segnalazione per cui è stato adottato l’ammonimento. Per la richiesta di revoca dei provvedimenti, i soggetti ammoniti dovranno aspettare almeno tre anni e dovranno avere ottenuto valutazioni positive in appositi percorsi di recupero. Si amplia la definizione dei reati di “violenza domestica”, comprendendo quelli avvenuti in presenza di minorenni.

2. Potenziamento delle misure di prevenzione

Le misure di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza e dell’obbligo di soggiorno nel comune di residenza o di dimora abituale, previste dal Codice antimafia, potranno essere applicate anche agli indiziati di reati legati alla violenza contro le donne e alla violenza domestica (tentato omicidio; lesioni personali gravi e gravissime; deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso; violenza sessuale). Queste misure si applicano indipendentemente dalla commissione di un precedente reato. La sorveglianza speciale di pubblica sicurezza sarà applicata agli indiziati di questi gravi reati con modalità di controllo elettroniche che ne richiedono il consenso. Nel caso in cui tale consenso sia negato, la durata della misura di prevenzione non potrà esser inferiore a due anni e il soggetto dovrà presentarsi periodicamente all’autorità di pubblica sicurezza. Inoltre, sarà obbligatorio per il Tribunale (attualmente si tratta di una facoltà) imporre agli indiziati di questi reati il divieto di avvicinarsi a determinati luoghi, frequentati abitualmente dalle vittime, e l’obbligo di mantenere una determinata distanza, non inferiore a 500 metri, da tali luoghi e dalle vittime, prevedendo particolari modalità nel caso in cui la frequentazione di tali luoghi sia necessaria per motivi di lavoro o altre esigenze. Si prevede, infine, che in attesa dell’emissione della sorveglianza speciale, il Tribunale, se sussistono motivi di particolare gravità, possa disporre d’urgenza, in via temporanea, il divieto d’avvicinamento. Le violazioni saranno punite con la reclusione da 1 a 5 anni e sarà consentito l’arresto anche fuori dei casi di flagranza.

3. Velocizzazione dei processi, anche nella fase cautelare

Si assicura il rapido svolgimento dei processi in materia di violenza contro le donne, ampliando le fattispecie per le quali è assicurata priorità, includendo: costrizione o induzione al matrimonio; deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso; violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa; diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti; stato di incapacità procurato mediante violenza; lesione personale, in alcune ipotesi aggravate )per esempio quando il fatto è commesso contro i genitori, i figli o i coniugi/partner). Sarà assicurata priorità anche alla richiesta e trattazione delle richieste di misura cautelare personale.

4. Attribuzioni del Procuratore della Repubblica

Si prevede l’obbligo (e non più la mera facoltà), per il Procuratore della Repubblica, di individuare uno o più procuratori aggiunti o uno o più magistrati addetti all’ufficio per la cura degli affari in materia di violenza contro le donne e domestica.

5. Termini per la valutazione delle esigenze cautelari

Si inserisce, nel Codice di procedura penale, un nuovo articolo (Misure urgenti di protezione della persona offesa), con la previsione che il pubblico ministero abbia un massimo di 30 giorni dall’iscrizione della persona indagata nell’apposito registro per valutare se richiedere l’applicazione delle misure cautelari. Ulteriori 30 giorni al massimo saranno a disposizione del giudice per la decisione sull’istanza. Anche qualora il pubblico ministero non ravvisi i presupposti per la richiesta delle misure cautelari, dovrà proseguire le indagini preliminari.

6. Violazione degli ordini di protezione contro gli abusi familiari

Si prevede l’applicazione delle sanzioni penali previste per la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa anche alla violazione degli ordini di protezione emessi dal giudice in sede civile. La pena prevista è la reclusione da 6 mesi a 3 anni, con l’arresto obbligatorio in flagranza.

7. Arresto in flagranza differita

Si prevede l’arresto in “flagranza differita” per chi sarà individuato, in modo inequivocabile, quale autore di una condotta (violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa; maltrattamenti in famiglia; atti persecutori), sulla base di documentazione video-fotografica o che derivi da applicazioni informatiche o telematiche (chat, condivisione di una posizione geografica…). L’arresto deve essere compiuto non oltre il tempo necessario alla sua identificazione e comunque entro le quarantotto ore dal fatto.

8. Rafforzamento delle misure cautelari e dell’uso del braccialetto elettronico

Si prevede l’applicazione della misura cautelare in carcere non solo nel caso di trasgressione alle prescrizioni degli arresti domiciliari ma anche nel caso di manomissione dei mezzi elettronici e degli strumenti di controllo disposti con la misura degli arresti domiciliari o con le misure di allontanamento dalla casa familiare o divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Si ampliano al tentato omicidio e alla deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso (qualora commessi in danno dei prossimi congiunti o del convivente), le fattispecie per le quali è consentita l’applicazione della misura dell’allontanamento anche al di fuori dei limiti di pena previsti e si prevede il controllo del rispetto degli obblighi tramite il braccialetto elettronico e la prescrizione di mantenere una determinata distanza, comunque non inferiore a 500 metri, dalla casa familiare o da altri luoghi determinati, abitualmente frequentati dalla persona offesa. Si prevede la possibilità di stabilire la custodia cautelare in carcere anche nei procedimenti per il delitto di lesioni personali, in alcune ipotesi aggravate, e per la violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.

9. Informazioni alla persona offesa dal reato e obblighi di comunicazione

Si estende la previsione dell’immediata comunicazione alle vittime di violenza domestica o contro le donne, di tutte le notizie inerenti alle misure cautelari disposte nei confronti dell’autore del reato, sia esso imputato in stato di custodia cautelare, comprese l’evasione, la scarcerazione o la volontaria sottrazione dell’internato all’esecuzione della misura di sicurezza detentiva. Al fine di potenziare la “circolarità informativa” e la “multi-attorialità” nel delicato campo della violenza domestica o contro le donne, si prevede anche che l’autorità giudiziaria debba effettuare una comunicazione al questore, in caso di estinzione, inefficacia pronunciata per qualsiasi ragione, revoca o sostituzione in melius di misure cautelari coercitive personali, ai fini delle valutazioni di competenza in materia di misure di prevenzione.

10. Sospensione condizionale della pena

Si modificano gli obblighi ai quali il condannato deve soggiacere per accedere alla sospensione condizionale della pena. Si integra la previsione per cui, nei casi di condanna per alcuni specifici delitti, la sospensione condizionale della pena è subordinata alla partecipazione a specifici percorsi di recupero, stabilendo che non è sufficiente la mera “partecipazione” ma è necessario anche il superamento dei percorsi con esito favorevole, accertato dal giudice.

11. Provvisionale a titolo di ristoro anticipato a favore delle vittime

Si introduce una provvisionale a titolo di ristoro «anticipato», in favore della vittima o, in caso di morte, degli aventi diritto che, in conseguenza dei delitti di omicidio, violenza sessuale o lesione personale gravissima, e deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, commessi dal coniuge, anche separato o divorziato, o da persona che è o è stata legata da relazione affettiva alla persona offesa, vengano a trovarsi in stato di bisogno. Si supera quindi l’attuale limite della necessità dell’acquisizione della sentenza di condanna.

Redazione Women For Women Italy

Presentazione Università Roma Tre INDAGINE UNISIN su lavoro e parità per un futuro possibile senza discriminazioni uomo-donna

Dalla conferenza: “Il futuro possibile: lavoro, parità, innovazione, sostenibilità. Contro ogni violenza e discriminazione” vengono focalizzate le condizioni di vita e lavoro nel settore bancario che rappresentano uno specchio rispetto ad altre realtà per riflettere in un’ottica non discriminatoria.

Da tempo le organizzazioni sindacali sono impegnate a contrastare il fenomeno sollecitando aziende di credito, università, media e istituzioni per promuovere una società inclusiva e migliorare il benessere e la qualità di vita delle lavoratrici. Di conseguenza il 4 aprile all’Università Roma Tre, sono stati presentati gli esiti dell’indagine campionaria UNISIN (Unità sindacale Falcri Silcea Sinfub). Al convegno hanno partecipato UnIRE (Università in Rete contro la violenza di genere) con il patrocinio di GIO – Gender Interuniversity Observatory, Università di Pisa CISP (Centro Interdisciplinare Scienze per la Pace) e RUniPace Rete Università per la Pace.

Lavoro e parità. Una sfida collettiva a fianco del sindacato, aziende e accademia

Emilio Contrasto, segretario generale UNISIN, nell’avviare i lavori ha affermato la necessità di una strategia capillare per lottare contro la violenza sulle donne, osservando come la tutela del lavoro legata al sindacato dei bancari rappresenta un faro rispetto altri settori e nel sistema paese. Un recente studio – ha commentato – conferma un gap tra le norme contrattuali e la relativa applicazione nei luoghi di lavoro. Da qui parte un confronto all’interno dell’organizzazione per valutare i processi che generano tali diversità. “La sfida” spiega Contrasto “deve coinvolgere il mondo del lavoro, sindacato, aziende e accademia per studiare le origini del fenomeno e fare in modo che quanto è stato istituito possa trovare applicazione nelle imprese per diventare un modus operandi in ogni luogo”. La parola chiave per superare il gap è formazione e informazione: formazione attraverso la cultura del rispetto e informazione quale fulcro per definire i giusti processi. La maggior parte degli addetti nel settore bancario è donna (oltre il 50%) ma più si sale nella piramide di potere, minore è la percentuale di donne che occupa posizioni apicali, sebbene il settore sia un laboratorio di riferimento per salari e inquadramenti, il gap è ancora forte.

Questionario conciliazione vita-lavoro, discriminazioni e violenza

Un anno fa il sindacato autonomo dei lavoratori bancari ha proposto un questionario tra le impiegate del gruppo curato dal Coordinamento Nazionale Donne & Pari Opportunità di Unisin/Confsal attraverso un sistema di domande chiuse e aperte per rendere le donne consapevoli dei propri diritti e tutele, approfondire il grado di percezione sulle differenze di genere e violenza all’interno dell’azienda. Dallo studio è emerso un sentiment generale: la parità di genere nel mondo del credito è lontana e nel tempo si manifesta con episodi di sessismo, sensi di colpa per la maternità, differenze salariali tra uomini e donne, discriminazione delle donne che non hanno voluto o potuto avere un figlio e quelle prossime alla pensione.

Daniela Foschetti, responsabile Coordinamento Nazionale Donne e Pari Opportunità UNISIN

Risultati indagine Unisin

Il progetto di ricerca “Noi diversi…Donne e uomini insieme contro la violenza alle donne. Uniti in una sfida possibile” ha coinvolto un campione femminile su diversi argomenti: vita-lavoro, discriminazioni, violenza nei luoghi di lavoro, elaborati sulla base di tre indicatori: distribuzione geografica, età e ruolo professionale. Dall’indagine risulta che il 52% del campione femminile non conosce le normative nazionali di settore e aziendali sulle tutele e ha scarsa consapevolezza sul tema. Dalla distribuzione geografica emerge una concentrazione di risposte provenienti dalle regioni più popolose: Lombardia il 46% per la presenza di sportelli bancari, Toscana 21%, Veneto e Lazio 8%. Quanto alla frequenza per età, il 51% delle intervistate aveva fra i 46 e i 55 anni, il 28% tra i 31 e i 45 anni, il 20,4% oltre i 56 anni e l’1,2% fino a 30 anni. Quest’ultimo valore restituisce un basso interesse dei giovani a tutelare il proprio lavoro, delegandolo alle organizzazioni sindacali rispetto all’impegno nel volontariato. Riguardo al ruolo professionale, prevalenti sono le posizioni commerciali (49%) e operative (30%) che fotografano le dipendenti delle filiali molto coinvolte per la pressione nelle attività di lavoro (relazione con la clientela, capi a diversi livelli, obiettivi da raggiungere, etc). Una caratteristica peculiare è fornita dal comparto del credito dove il 77% dei dipendenti è sindacalizzato, il 50% della forza lavoro è donna, ma solo il 18% occupa ruoli direttivi nonostante l’elevata scolarizzazione (49% diplomate, 47% laureate, 2% post laurea). All’item vita privata-lavoro, il 64% del campione sostiene di conciliare entrambe le attività, ma sul versante professionale il 53% sostiene di non sentirsi realizzata, il 9% non risponde ed il 45% dichiara che la maternità ha penalizzato il lavoro in azienda, contro un 39% che sostiene di non aver subito ripercussioni. Interessanti le risposte libere, dove le donne comunicano di essere “scomode” se si concedono la maternità; il 23% sostiene di aver subito discriminazioni mentre il 15% non risponde. Nonostante le elevate competenze, le lavoratrici part-time non hanno prospettive di promozione e vengono messe in secondo piano rispetto ai colleghi uomini. Riguardo alla maternità, il rientro in azienda non è facilitato per i repentini cambiamenti procedurali, esistono scarse opportunità di carriera, blocchi di avanzamento o cambi di funzioni con l’azzeramento delle esperienze lavorative passate, limitate concessioni nel part-time e permessi di lavoro. Si desume che nella struttura di appartenenza la dipendente vive male la maternità, non viene sostituita con il conseguente aggravio di lavoro ad altri colleghi. La discriminazione è quindi nell’essere donna, condizione subita come preclusione nelle opportunità. Il suggerimento delle intervistate è valorizzare le competenze organizzative in ambito aziendale che non appartiene al solo mondo del credito ma fotografa il lavoro in generale. Dalle risposte libere emerge che le donne capo settore hanno percepito lo stipendio di un addetto. Il divario retributivo esiste e a parità di retribuzione iniziale, il gap si concretizza nel tempo perché il mancato riconoscimento dei ruoli è riconducibile al gender pay gap. Le lavoratrici segnalano che ai ruoli di responsabilità non corrispondono riconoscimenti di grado e adeguate remunerazioni per le lavoratrici part-time. Per conciliare vita familiare e lavoro, sono stati individuati alcuni fattori di supporto come lo smart working 37%, flessibilità negli orari 30%, part-time 25% e altri strumenti quali la banca del tempo, accordi sulla mobilità o contributi economici con l’8%. In breve, da un lato vi è la difficoltà di accesso agli strumenti, dall’altra le regole esistono ma è necessario valutare le conseguenze quando è richiesta l’applicazione. La “batteria” di domande chiude con temi sulla percezione dei rischi legati alle violenze di genere e dell’eventuale presenza di vittime di violenza sul posto di lavoro. Le risposte hanno restituito risultati speculari dove il percepito ed il subito coincidono; l’83% delle intervistate percepisce rischi di violenza di genere, il 10% denuncia il rischio o ha subito violenza, mentre il 7% non risponde. Il settore del credito non fornisce dati ufficiali in materia, ma è necessario valutare nel tempo lo scostamento tra dati forniti e realtà riscontrata per analizzare come vengono gestiti questi eventi all’interno del comparto. L’indagine porta alla luce anche violenza fisica e verbale, battute tra colleghi, mobbing e maleducazione ad opera di capi uomini, donne, colleghi o colleghe. La ricerca conferma che la violenza è solo la punta dell’iceberg, e Unisin con altre realtà è occupata a proporre soluzioni per tutelare le dipendenti. Infine, si sottolinea l’importanza di una formazione capillare in grado di coinvolgere uomini e donne per il raggiungimento di un obbiettivo comune. La sfida di Unisin è quindi costruire nuovi paradigmi, proporre modelli per un futuro libero da stereotipi attraverso la consapevolezza, coraggio, cultura e comunicazione.

Strategie di supporto per le donne nel settore del credito

Rispetto alla discriminazione di genere, il sindacato e ABI (associazione bancaria italiana), nel 2019 hanno firmato una dichiarazione congiunta in materia di molestie sottolineando il valore dell’azione non solo nel credito ma anche in altre aziende ed associazioni. Il protocollo d’intesa prevede un congedo di lavoro di tre o quattro mesi qualora le dipendenti abbiano subito violenza. Un altro strumento è bloccare i mutui o il debito perché la violenza finanziaria limiterebbe l’autonomia della donna. Esiste anche un percorso di protezione, sicurezza e rinascita all’interno di case protette, ad esempio continuare a lavorare. E lo smart working può essere un valido aiuto per ritrovare una routine simile a quella perduta nel momento in cui hanno messo loro e i loro figli in condizione di protezione. Aziende e sindacati dispongono di mezzi efficaci anche se i dati non mostrano particolari criticità. Tra i vari programmi, Unicredito ha aperto il canale “Parlami”, un numero protetto dove è possibile chiamare qualora sorgessero rischi da un punto di vista del linguaggio o atteggiamenti riconducibili a violenza psicologica. Altro tema attiene all’inclusione e alla valorizzazione delle differenze di genere. Contesti lavorativi in grado di includere e valorizzare il genere, sesso, cultura, etnia, aging, determina la capacità di essere differenti, ovvero portatori di maggiori istanze. La presenza femminile nel settore del credito è numerosa (40% donne, 60% uomini) ma la quota tende a diminuire nei vari step delle organizzazioni. Per questo ABI ha firmato una carta dove viene sancito l’impegno a creare ambienti di lavoro inclusivi, selezionare le risorse con criteri paritetici tra uomini e donne e promuovere la crescita del personale femminile nell’organizzazione. Un’attenzione particolare è rivolta alle politiche di remunerazione, infatti uno degli obiettivi di UniCredito è azzerare il gender pay gap entro il 2026. In generale il comparto del credito è sensibile allo sviluppo, crescita e corretta remunerazione. Tuttavia, si rileva che tra gli elementi che hanno frenato lo sviluppo del settore c’è il welfare per la mancanza di assistenza e infrastrutture come gli asili nido. Infine, in Italia sarà fondamentale pensare all’aging, alle competenze, alla disabilità che insieme al gender, creano le condizioni per realizzare una vera inclusione in grado di produrre valore alle aziende e al tessuto sociale circostante.

A sinistra, Daniela Belliti, coordinatrice UNIRE

Educazione all’uguaglianza e alle identità di genere

Nonostante gli sforzi normativi e l’attenzione pubblica sul tema della violenza, la realtà mostra che il fenomeno non accenna a diminuire. “Ciò accade” afferma Belliti “perché le attuali norme non hanno piena legittimazione sociale e non svolgono azioni preventive. Occorre quindi una condivisione della matrice culturale che proviene dalle donne e dai movimenti femministi”. La Convenzione di Istanbul ha il pregio di fare proprio questo pensiero; afferma infatti che la violenza si manifesta per diseguali rapporti di forza tra i sessi e alla discriminazione da parte degli uomini. La Convenzione riconosce la natura strutturale della violenza in quanto basata sul genere, per questo invita gli Stati a promuovere cambiamenti socio-culturali per eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi altra forma basata sull’idea d’inferiorità rispetto agli uomini. L’Italia dispone di linee Guida Nazionali “Educare nel rispetto per la parità fra i sessi”, di fatto attuate in modo sporadico e prive di adeguate risorse finanziarie. Progetti di educazione di genere sono contrastati per le resistenze ideologiche prodotte dal termine genere. Queste resistenze indeboliscono l’impianto della prevenzione e impediscono la costruzione di una cultura della parità. Per ribaltare questo pensiero, l’Università deve svolgere un cambiamento socio-culturale e questa battaglia deve attraversare il mondo del lavoro dove esistono strumenti giuridici ancora poco conosciuti. Nel 2019 l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha adottato la Convenzione 190 sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro che integra il codice internazionale del lavoro. La convenzione definisce le molestie perpetrate sui lavoratori e lavoratrici e invita a adottare un approccio inclusivo incentrato sulla prospettiva di genere, identificando nel genere un fattore di rischio discriminazione. La stessa Convenzione propone programmi di formazione, informazione, codici di condotta, strumenti di valutazione dei rischi e campagne di sensibilizzazione contro la stigmatizzazione delle vittime, dei querelanti e dei testimoni. Nel 2021 l’INAIL (Istituto nazionale Assicurazione Infortuni sul Lavoro) ha pubblicato i dati sulla violenza femminile e risulta che 1milione e 400mila donne tra i 15-65 anni hanno denunciato molestie fisiche o ricatti sessuali da parte di un collega o datore di lavoro. Infine, l’indagine OIL 2021 elaborata su 75mila interviste in 121 paesi, ha rilevato che il 17% dei lavoratori è stato vittima di violenza e molestia di tipo psicologico, l’8% violenza fisica e il 6% ha subito violenze e molestie sessuali.

A sinistra, Francesca Brezzi, già Presidente di Gender Interuniversity Observatory

Il rispetto delle differenze passa per il linguaggio

Francesca Brezzi parla del linguaggio da una prospettiva femminista poiché l’ipotesi è dimostrare che esistono differenze di pensiero per disegnare un’etica della comunicazione. “Il linguaggio” spiega “riflette il modo di pensare e agire; quindi, diventa il mezzo del pregiudizio e della discriminazione”. Riguardo ad esso c’è una crisi del linguaggio codificato e due sono le strade intraprese. Da un lato la costatazione dell’assenza del femminile sotto forma di linguaggio neutro; linguaggio maschile elevatosi a linguaggio universale. Dall’altro si scorge sotto un velo di neutralità, una tessitura linguistica codificata dove il linguaggio sessuato è differente dal linguaggio sessista. Il linguaggio sessista colpisce la donna, conduce agli stereotipi, alla non rappresentazione, è discriminatorio e trasmette informazioni obsolete e offensive. Brezzi sostiene che bisogna adottare il femminismo del sospetto; decostruire i linguaggi per smascherare il vero linguistico che copre la società. Occorre perciò abbracciare un percorso formativo educativo, aspirare ad una etica della comunicazione, una comunicazione libera in grado di confrontarci in quanto soggetti razionali. “Quello di cui abbiamo bisogno” conclude “sta nelle parole incarnate, parole che restituiscono significato agli eventi per aprirsi a nuove forme di convivenza. In tutto questo le donne devono farsi soggette di un linguaggio diverso e non affidarsi ad un linguaggio neutro.

Cristina Montagni

Relatori al convegno:

Alessandra Mancuso, giornalista Rai; Emilio Contrasto, Segretario Generale UNISIN; Prof. Francesca Borruso, Università di Roma Tre; Prof. Massimiliano Fiorucci, Rettore Università Roma Tre; Stefano Corradino, giornalista Rai News; Marina Calloni, Direttrice UNIRE; Daniela Belliti, coordinatrice UNIRE; Francesca Brezzi, già Presidente di GIO (Gender Interuniversity Observatory); Giovanna Vingelli, Direttrice del Centro di Women’s Studies “Milly Villa”; Elettra Stradella, Professoressa associata in Diritto Pubblico Comparato; Costanza Nardocci, ricercatrice in Diritto Costituzionale Università di Milano; Nannarel Fiano, ricercatrice in Diritto Costituzionale Università di Milano; Daniela Foschetti, responsabile Coordinamento Nazionale Donne e Pari Opportunità UNISIN; Angelo Raffaele Margiotta, Segretario Generale Confsal; Rosalba Domenica La Fauci, Vice Segretario Generale Confsal; Marta Schifone, deputato della Repubblica italiana.

Cultura e parità: Valeria Fedeli in Senato per combattere stereotipi e pregiudizi

A novembre a Roma presso il Senato della Repubblica si è svolta la conferenza stampa “Ricerca e formazione sugli stereotipi di genere in Italia: prevenire le discriminazioni, educare alla cultura paritaria” nell’ambito della presentazione del volume “Stereotipo e pregiudizio. La rappresentazione giuridica e mediatica della violenza di genere”.

La ricerca curata dalla prof.ssa Flaminia Saccà e finanziata dal dipartimento Pari opportunità in attuazione della Convenzione di Istanbul, è stata realizzata dall’università degli Studi della Tuscia in partnership con l’associazione Differenza Donna. All’incontro hanno partecipato oltre alla promotrice dell’evento la senatrice Valeria Fedeli e la prof.ssa Flaminia Saccà, l’assessore alla Cultura del Comune di Roma, prof. Miguel Gotor e la rettrice dell’università La Sapienza di Roma Antonella Polimeni.

Il volume nasce da un’attenta analisi dei dati per restituire un quadro dettagliato sugli stereotipi e sui pregiudizi da cui si origina la violenza di genere. L’indagine focalizza il tema della violenza sulle donne in due ambiti differenti: il linguaggio adottato dai giudici nelle sentenze e il linguaggio utilizzato nella stampa mostrando così come il discorso pubblico sia caratterizzato da una presenza strutturale di pregiudizi e stereotipi radicati sia nelle aule dei tribunali che nelle testate giornalistiche.

Flash incidenza delle risposte sulla violenza contro le donne

I reati presi in esame nella ricerca riguardano: violenza domestica, violenza sessuale, omicidio/femminicidio, tratta e riduzione in schiavitù di esseri umani e stalking. Da un quadro generale emerge che i maltrattamenti familiari rappresentano la metà dei reati di violenza contro le donne ma il pericolo si trova soprattutto all’interno della sfera domestico-familiare. Nel triennio 2017-2019 l’incidenza della violenza sulle donne per quanto attiene ai maltrattamenti familiari è passata dal 47% al 51% con un trend in crescita nel 2020 per effetto del lockdown dovuto dalla pandemia (fig.1-2-3).

Secondo la stampa il reato più diffuso è lo stalking con il 53,4%, segue l’omicidio/femminicidio con il 44,5%, mentre la violenza domestica registra una quota del 14%. Infine, i casi di stupro sarebbero meno del 10% tuttavia le denunce reali si attesterebbero a circa il doppio, 17.1% dei casi (fig.5). L’inchiesta della prof.ssa Saccà mostra come i giornali tendono a scegliere perlopiù fatti o eventi che fanno notizia, esempio lo stalking – reato meno grave fra quelli elencati – giacché suscita maggiore scalpore rispetto alla violenza consumata all’interno delle mura domestiche, ma rappresenta la reale persecuzione della condizione femminile. In sintesi, i media tendono a considerare il maltrattamento in famiglia quasi la norma, con il risultato che la violenza femminile è una narrazione senza colpevoli non mettendo a fuoco i fatti in cui la violenza “capita” e non è agita. Contro le donne – come si legge nello studio – viene posto un potente processo di omissione della realtà che da un lato favorisce i colpevoli dall’altra suscita sospetti sulle vittime esponendole ad una vittimizzazione secondaria e terziaria.

Rappresentazione giornalistica dell’uomo violento

La stampa tendenzialmente descrive l’uomo – autore del reato – un soggetto deviante, una persona violenta, aggressiva e pericolosa oppure un tossicodipendente o un pazzo. A questo identikit si aggiunge un immagine “semplice” e “mite” la cui violenza si scatena quando è in atto un evento che genera la perdita del controllo e, per la stampa, la violenza maschile viene indicata attraverso un frame di gelosia. Negli articoli il sentimento della gelosia viene accostato al disturbo psicologico e gli aggettivi usati per delineare questo status sono: morboso, malato, cieco, incontrollabile, eccessivo o patologico.

Sulle donne una narrazione deviata

Le donne non vengono considerate nemmeno quando sono maltrattate, stalkerate e stuprate. L’immagine femminile viene spesso descritta giovane, bella, moglie e madre riservandole un posto “accessorio” di secondo piano rispetto all’uomo, perciò senza personalità e propria autonomia. La rappresentazione della violenza femminile si snoda secondo due modalità: violenza vista come un fatto privato e come un problema culturale. Dal lato privato, il reato è consumato all’interno di un contesto chiuso, domestico o familiare che risiede nella sfera dei rapporti privati, dall’altra è considerato un atteggiamento oppressivo che investe trasversalmente uomini e donne di tutto il mondo.

Doppia valenza degli stereotipi e pregiudizi

Prof.ssa Flaminia Saccà-Ordinaria di Sociologia Univ. degli Studi della Tuscia

“Gli stereotipi” commenta Saccà “non si riconoscono, sono radicati in noi, e lo studio durato 3 anni ha cercato di metterli a fuoco attraverso un’analisi socio-linguistica su un repertorio di 16.715 articoli e 283 sentenze dove spicca la presenza non episodica di rappresentazioni della violenza in grado di generare una seconda vittimizzazione della parte offesa tendente a riprodurre un’immagine femminile stereotipata e discriminante”. L’analisi conferma che gli stereotipi funzionano, sono vivi nel tempo e restituiscono immagini distorte della realtà che si tramandano di generazione in generazione dovuti all’apprendimento di modelli che iniziano a zero anni e non finiscono mai. “Gli stereotipi” spiega la docente “possiedono una doppia valenza: da un lato sono bussole, dall’altra sacche di privilegio; quando si vuole “ammantare” una situazione di saggezza ereditata da un familiare, si stanno mantenendo dei privilegi e questi sono a favore di alcuni e a scapito di altri, in questo caso a scapito delle donne”. Occorre quindi combattere i privilegi con la formazione, là dove si formano professionisti/e che in futuro occuperanno ruoli nella giustizia, nella magistratura, tra le psicologhe, assistenti sociali, giornaliste e giornalisti. “Anche la stampa” commenta “descrive la violenza di genere in modo distorto: la donna viene raccontata come parzialmente colpevole di ciò che le capita e l’empatia nella narrazione viene manifestata per l’uomo e non per la donna vittima”. Infine, ha concluso Saccà “le leggi sono fondamentali ma è necessaria una cultura che le faccia vivere nella società affinché diventino patrimonio ed esperienza comune di tutte e tutti”.

Importanza del linguaggio e della formazione

Sen. Valeria Fedeli-Comm.ne parlamentare e vigilanza servizi radiotelevisivi

“La ricerca” ha commentato la senatrice Valeria Fedeli “offre ai decisori politici strumenti sui quali basare azioni di prevenzione in grado di contrastare la violenza di genere” inoltre pensa sia necessario mettere al centro l’importanza dei percorsi formativi, la funzione dell’istruzione, università e ricerca per eradicare dal punto di vista culturale la violenza femminile. “L’indagine” sostiene Gotor “mostra un’esasperata attenzione al linguaggio che riveste un ruolo primario nelle relazioni familiari, pubbliche ed interpersonali fra soggetti e un divario nella narrazione tra l’incidenza dei reati e lo spazio concesso dai giornali”. “Le leggi” dice Gotor “non bastano, serve una pedagogia, un progetto che intervenga sulla cultura perché la questione stereotipi e pregiudizi è viva ed è sovente prodotta all’interno del nucleo familiare”. “Dentro al linguaggio” prosegue “si nascondono filtri, modelli, ideologie che orientano l’interpretazione della realtà trasformando la donna vittima del proprio carnefice offrendo una rappresentazione colpevole narrata dalla stampa e dal sistema giudiziario dove anche una sentenza è portatrice di ideologie maschiliste”. La ricerca porta quindi alla luce un disallineamento tra le percentuali dei reati compiuti e lo spazio dedicato sui giornali come quello della violenza domestica.

Prof.ssa Antonella Polimeni Magnifica Rettrice
Univ. Sapienza di Roma

Azioni concrete dell’Università La Sapienza di Roma

Antonella Polimeni ha sostenuto la necessità di un cambio culturale ma questo deve passare per la formazione attraverso azioni quotidiane per contrastare il fenomeno. Per rispondere a questo bisogno La Sapienza ha organizzato un corso di interfacoltà di alta formazione contro la violenza di genere aperto a diplomati per conoscere e affrontare – dall’area medica a quella giuridica – il fenomeno. “Inoltre”, ha anticipato “l’anno prossimo sarà attivo un corso di laurea dedicato al Gender Studies, dove insieme all’apertura di uno sportello antiviolenza e al “reddito di libertà” garantirà un sostegno economico di 12 mesi alle vittime di violenza”.

Info progetto: https://www.progettostep.it/

Cristina Montagni

Le ragioni della violenza e i condizionamenti psicologici nel nostro tempo

Per violenza si intende un atto commesso contro l’altrui volontà che si esprime in vari modi (abuso di potere, controllo, sopruso fisico-sessuale, psicologico, economico, plagio, minacce, umiliazione ed altro).

In Italia il 70% dei delitti commessi in famiglia coinvolgono la donna all’interno delle mura domestiche che subisce violenza fisica ed economica. Tuttavia, non sono solo le donne a patire soprusi e violenze, esiste una realtà poco narrata che attiene ai maltrattamenti nei confronti dei minori di genere maschile.

Di recente l’ISTAT ha comunicato che il 69% delle donne che si rivolge al numero verde 1522, dichiara di avere figli minori, di questi il 62% ha assistito alla violenza e il 18% sostiene di averla subita in prima persona. In generale il 97% delle violenze vengono commesse da uomini, contro l’85,4% dei casi di violenza maschile. Secondo i dati la molestia più diffusa è quella verbale, seguita da pedinamenti e molestie fisiche. L’ambiente domestico è poi il luogo in cui si svolgono la maggior parte dei maltrattamenti perlopiù ad opera di uomini che sfogano la rabbia fisicamente, mentre le donne tendono ad agire sulla psiche.

Contesto sociale di appartenenza 

Nel nostro contesto sociale la violenza affettiva ed emotiva è spesso nascosta, risiede nella relazione tra genitori e figli, nella vita domestica, nel lavoro, tra i due generi e può essere economica, ideologica ed etnica. La violenza non solo uccide l’altro ma si manifesta quando si usano parole mordaci, quando si compie un gesto per allontanare una persona, quando si obbedisce per paura. Come afferma il filosofo Jiddu Krishnamurti, la violenza non è solo strage organizzata in nome di Dio, della società o della patria, è più sottile e profonda. Odio e violenza, sostiene Andrea Zirilli, sono scelte facili perché fomentate da una rabbia difficile da domare. Chi è in errore, compensa con la violenza ciò che manca (Johann Wolfgang Goethe) ed è un metodo di lotta inferiore, brutale ed illusorio, fonte di debolezza in ragione di effimeri trionfi (Filippo Turati). La violenza, frutto della nostra epoca, può uccidere colui che stai odiando, ma non uccide l’odio (Martin Luther King).

Le radici della violenza

Le radici della violenza secondo Mahatma Gandhi sono la ricchezza senza lavoro, il piacere senza coscienza, la conoscenza senza carattere, il commercio senza etica, la scienza senza umanità, la politica senza principi. Ma è anche paura delle idee altrui e poca fiducia nelle proprie (Filippo Turati), è sintomo di impotenza (Anais Nin). Nella violenza dimentichiamo chi siamo (Mary McCarthy) e le persone sono indotte a credere che il dolore derivi dagli altri, quindi gli altri meritano di essere puniti (Marshall Rosenberg). “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi” disse Martin Luther King “è l’indifferenza dei buoni perché è il rifugio dell’incompetente e dell’incapace (Isaac Asimov) e mai può creare qualcosa di buono bensì solo distruzione (Benedetto Croce).

Rabbia e paura. Le connessioni cerebrali della violenza

La violenza è una patologia che danneggia coloro che ne fanno uso indipendentemente dalla causa, e se non viene compresa sfocia in guerra o follia (Sam Peckinpah). La rabbia e la paura sono presenti sia nell’aggressore che nella vittima con modalità diverse attivate dalle connessioni cerebrali. I circuiti neurali si attivano per proteggerci dalle minacce con l’attacco (rabbia), la fuga (paura), il freezing (panico) e perdurano nei secoli; di conseguenza il nostro cervello utilizza gli stessi circuiti neurali per processare le minacce fisiche, psicologiche, emotive e sociali. Recenti studi sulla neurobiologia e neuroscienze confermano che il cervello è motore dell’apprendimento sociale dell’uomo, possiede energia, plasticità ed è in grado di modificare nel tempo la funzionalità delle sue parti in quanto dalla nascita è predisposto per poter funzionare. Le esperienze vissute attraverso l’ambiente attivano le funzionalità grazie alle connessioni neurali che a loro volta determinano comportamenti nella relazione e nella comunicazione con il mondo esterno. I comportamenti sociali che si apprendono come imitazione-modellamento – localizzati nel lobo frontale inferiore sinistro della corteccia anteriore ed in alcune aree del lobo frontale – sono responsabili del controllo delle emozioni e dei comportamenti aggressivi.

In conclusione, tra tutte le emozioni vissute dall’uomo, rabbia e paura sono quelle che si alternano più facilmente come la felicità, tristezza, gioia e dolore.

Maria Zampiron

Psicologa-Psicoterapeuta

Ordine degli Psicologi della Regione Lazio