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GIORNO DELLA MEMORIA 2026
In occasione della Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto, il 27 gennaio presso l’Ufficio del Parlamento europeo in Italia, sono stati ricordati i deportati e le vittime dei campi di sterminio nazisti con una visita al Museo della Shoah cui ha fatto seguito un momento di riflessione presso la sede di Roma Esperienza Europa – David Sassoli. In collegamento dalla plenaria, alle 12 da Bruxelles, sono stati trasmessi gli interventi della Presidente Roberta Metsola e della sopravvissuta Tatiana Bucci.

Insieme all’Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti (ANED), Fondazione Museo della Shoah, Lega Nazionale Dilettanti – FIGC e Figurine Forever, il Parlamento europeo in Italia ha organizzato di momenti di scambio attraverso le testimonianze di chi è sopravvissuto ai campi di sterminio, per dialogare con i ragazzi e promuovere i valori di inclusione e rispetto.
La commemorazione è iniziata alle 9 al Museo della Shoah, successivamente nella sede a Esperienza Europa – David Sassoli di Roma. L’evento è stato aperto dai saluti di Carlo Corazza, Direttore del Parlamento europeo in Italia, è seguito con gli interventi istituzionali delle Vicepresidenti del Parlamento europeo Pina Picierno, con delega per la Giornata della Memoria e la lotta all’antisemitismo (in collegamento da Bruxelles), e Antonella Sberna (in videomessaggio) e le testimonianze di Nando Tagliacozzo, vittima delle deportazioni nel quartiere ebraico di Roma del 16 ottobre 1943.
Poi è stato presentato il progetto “Figurine della Memoria” dalla Lega Nazionale Dilettanti – FIGC e da Figurine Forever, le figurine commemorative dedicate ai calciatori deportati che hanno raccontato le loro storie come monito contro l’indifferenza e la “banalità del male”, come la definì la storica e filosofa Hannah Arendt.
Sempre dalla sede Esperienza Europa – David Sassoli, è stato proiettato il cortometraggio Coscine di Pollo di Federico Paolini, presentato dal regista insieme alla sceneggiatrice Claudia Genolini e al produttore Carlo Cozzi.
L’iniziativa era principalmente rivolta alle classi degli istituti superiori, tra cui le Scuole Ambasciatrici del Parlamento europeo, e a giovani calciatori e calciatrici.
Cristina Montagni
I Tesori dei Faraoni tra storia e immaginario
Per la prima volta dal Cairo sbarca a Roma un evento unico al mondo, la mostra più grande di tutti i tempi: i Tesori dei Faraoni. Un viaggio in una delle civiltà più antiche, iconiche e potenti della Storia, nato sulle rive del Nilo attorno al 3200 a.C., visitabile alle Scuderie del Quirinale dal 24 ottobre 2025 al 3 maggio 2026.

La mostra, curata da Tarek El Awady, già direttore del Museo Egizio del Cairo, è prodotta da ALES – Arte Lavoro e Servizi del Ministero della Cultura con MondoMostre, in collaborazione con il Supreme Council of Antiquities of Egypt, con il sostegno del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, del Ministero della Cultura, del Ministero del Turismo e delle Antichità d’Egitto, con il patrocinio della Regione Lazio e la collaborazione scientifica del Museo Egizio di Torino.
Grazie alla selezione di 130 capolavori dell’arte dell’Antico Egitto, provenienti dal Museo Egizio del Cairo e dal Museo di Luxor, vengono esposti fuori dal paese tesori dall’immenso valore simbolico. Il coinvolgimento è totale. Si rimane immersi nella civiltà dei grandi faraoni che si distinsero per talento e capacità nel campo della medicina, astronomia, arte, architettura, letteratura e magia.



Il cuore della mostra è nella narrazione della vita sociale dei faraoni: il concetto di regalità, la costruzione dello Stato, organizzazione politica e amministrativa, dettagli sugli aspetti della vita quotidiana dei sovrani che controllavano la coltivazione delle terre, costruivano piramidi, templi e obelischi. I reperti esposti mostrano quanto i faraoni amassero la vita e come credevano un’esistenza eterna nell’aldilà, preparandosi alla morte in modo che la loro presenza vivesse per sempre.
L’itinerario parte dalla vita oltre la morte e dal viaggio nell’aldilà, per proseguire con i riti religiosi dei faraoni e la devozione degli dèi e le dee che influenzavano quotidianamente la loro vita. La mostra offre l’opportunità di ammirare una speciale collezione proveniente dalla cosiddetta Città d’Oro, una delle più importanti scoperte archeologiche degli ultimi anni. Il percorso descrive un ritratto rivelatore della società dell’antico Egitto, dalla classe dominante ‒ composta da principi e principesse, nobili e alti funzionari ‒ al popolo, cui facevano parte i servitori.
La mostra si articola in 3 nuclei distinti tra loro:
• Sapienza Egizia, frutto della collaborazione con il Dipartimento di Storia, Antropologia, Religioni Arte e Spettacolo della Sapienza Università di Roma. La fusione tra diverse istituzioni culturali è in sintonia con il sapere accademico e le Scuderie del Quirinale che offrono al pubblico opere dal grande impatto visivo ed artistico insieme ad un dibattito scientifico legato all’evoluzione degli studi. Con il supporto di accademici ed egittologi vengono affrontati temi di grande rilevanza: il mondo divino caratterizzato da figure e miti, la lingua e la scrittura e l’arte orafa, di cui alcuni capolavori sono esposti in mostra.
• Con le Lezioni Magistrali vengono proposte lezioni tenute da un esperto in un ambito specifico. Questo evento acquista importanza per la competenza del relatore, e del curatore della mostra, Tarek el Awady, che propone al pubblico il racconto di questa mostra sul mondo degli antichi egizi. Christian Greco, Direttore del Museo Egizio di Torno, condurrà nell’attualità i nuovi scavi e le scoperte che confermano quanto la conoscenza del mondo dell’antico Egitto sia tutt’altro che immobile. Infine, Gianluca Miniaci, Professore in Archeologia, Lingua e Storia dell’Antico Egitto, ci immergerà tra uno dei più grandi tesori dell’antico Egitto, quello appartenuto alla coraggiosa regina Ahhotep, di cui vengono proposti alcuni reperti in mostra.
• Con il nucleo Egittomania si entra nel rinnovato interesse di europei e americani per l’antico Egitto, che raggiunse il suo apice durante il XIX secolo, a seguito della campagna d’Egitto di Napoleone Bonaparte. Questo fenomeno culturale era avvenuto secoli prima, infatti la terra dei faraoni ebbe per i Romani un fascino irresistibile per la sua storia millenaria e per la grandiosità dei monumenti. Ciò produsse una grande concentrazione a Roma di reperti egizi. Ciò ha permesso, prima ai grandi artisti del Rinascimento, di confrontarsi con le idee e le loro forme, e poi nuovamente nella Roma pontificia. L’Egittomania percorse il mondo delle arti e del gusto, ma influenzò il mondo musicale e, fin dal suo inizio, il cinema. Infine, con il fenomeno oltre la vita, si svilupparono arte e riti di questa antica civiltà, fonte di studio anche nei secoli a venire della percezione collettiva e individuale della morte.

Sul sito www.scuderiequirinale.it è possibile acquistare il biglietto alla mostra e scaricare gratuitamente le audioguide. Sempre sul sito è disponibile il programma completo di laboratori didattici e visite guidate nonché l’elenco degli eventi collaterali in programma. Inoltre sul sito è possibile prenotare visite guidate in esclusiva per i gruppi scolastici e i tempi e modalità di visita sono adattati all’età e alla classe frequentata dagli studenti.
Cristina Montagni
L’Europa e i suoi valori richiedono unità
“Difendere l’Europa e i suoi valori”, la conferenza coordinata dall’associazione “Io Parlo Europeo” per portare consapevolezza e coscienza europea a cittadini e cittadine, promossa dall’ex parlamentare europea Beatrice Covassi di cui è presidente, nasce in un momento di sfide sull’identità dell’Europa rispetto agli avvenimenti degli ultimi mesi. Il dibattito svolto ad aprile a Roma, nello spazio Esperienza Europa David Sassoli, ha focalizzato l’impegno di ripartire da una resistenza europea proveniente dal basso per lanciare un’azione collettiva e creare un legame con l’Europa attraverso unità e coraggio.

Stati Uniti lontani dai valori di riferimento europei
I relatori hanno indicato scenari inediti; messaggi giunti alle delegazioni di Ginevra e Parigi in cui si rileva che gli Stati Uniti non sono più partner affidabili, distanti dai nostri valori di riferimento che potrebbero creare fibrillazioni sull’intero sistema multilaterale. L’amministrazione americana, all’inizio dell’insediamento, ha impedito i riferimenti rispetto all’agenda 2030, dove ambiente, clima, parità, sono banditi dai documenti delle organizzazioni internazionali. Poi con lo smantellamento delle strutture multilaterali non si sa se l’Europa troverà il coraggio di riempire il vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Non sempre sarà possibile sostenere determinati impegni finanziari, si pensi all’intero sistema della cooperazione allo sviluppo, dove i finanziamenti all’USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale) sono bloccati. Per l’Europa sarà difficile sostituirsi, perché non ha la capacità di raddoppiare i fondi alla cooperazione. A queste criticità si aggiungono le tensioni interne all’Europa, dove libertà, uguaglianza, fratellanza e diritti umani vacillano con l’avanzata di nuovi nazionalismi, populismi e l’ascesa di regimi che tendono alle autocrazie. I valori che davamo per scontati da oltre 70 anni, oggi non sono più così ovvi.
Nel disordine mondiale l’Europa può essere visionaria
L’attuale disordine mondiale non dipende solo dalla presidenza Trump; nel tempo sono venute meno le basi dell’ordine occidentale. Nel 1945 gli Stati Uniti possedevano il 50% del PIL mondiale, nel 1973 il G7 deteneva il 50% della ricchezza globale, oggi è al 30%. Se a ciò si aggiungono gli attacchi ai paesi emergenti, con la leadership statunitense si delinea una svolta imperialista che cerca di drenare risorse al resto del mondo per ottenere una posizione dominante. La svolta americana porta in primo piano una politica di potenza, in cui Stati Uniti, Cina, Russia e presto l’India, cercheranno di competere nel mercato di risparmio del mondo, compresa l’Europa. In questo quadro, l’Europa appare il “ventre molle” dell’ordine mondiale; questo il motivo per il quale occorre una trasformazione per difendere i propri interessi e valori. È necessario – come ha detto Draghi – che l’Europa agisca come un unico Stato, completi il processo di federalizzazione, superi l’unanimità, abbia competenza esclusiva in politica estera, capacità concorrenziale sulla difesa e rafforzi i poteri della commissione; poiché al momento è simile ad una federazione, si pensi all’unione monetaria dove la commissione occupa un ruolo rilevante.
Dal sistema comune di difesa alla transizione ecologica
Oggi assistiamo ad una diffusa domanda di Europa che si manifesta nelle piazze, dove le persone sanno che per garantire il proprio stile di vita, sicurezza, benessere, democrazia e libertà, occorre l’unificazione dell’Europa. Da un lato occorre riformare i Trattati, dall’altro costruire il consenso degli Stati membri per dare risposte ai cittadini. Per Castaldi è necessario un sistema comune di difesa, contenere i costi energetici che penalizzano il tessuto produttivo. La creazione di una “griglia energetica” europea si tradurrebbe in una riduzione dei costi del 32%. Altro elemento riguarda l’unione fiscale per finanziare la transizione ecologica, digitale e difesa. Il recente rapporto Draghi propone alcune soluzioni, ma anche la proposta della Commissione Juncker circa l’armonizzazione fiscale dove si parla di una aliquota mediana europea per tassare le imprese; ciò porterebbe a un gettito di 239 miliardi in più all’anno.
Valori e strategie di difesa sono fattori interconnessi

Valori e difesa si inquadrano su piani diversi. Così Costanza Hermanin sostiene che la tutela dei valori europei e della libertà della democrazia si applicano anche alle politiche di difesa militari, poiché il controllo civile sui militari ispirati ai valori, rappresenta la base della nostra convivenza. Altro fattore riguarda l’attacco ai valori e alla democrazia che delinea una strategia di guerra ibrida e un altro elemento attiene alla struttura istituzionale. Su valori e strategia della difesa, l’UE ha compreso il nesso tra questi fattori, infatti, già nel 2020 Von der Leyen aveva pubblicato l’Action plan sul Defense of democracy attraverso il quale la commissione aveva utilizzato strumenti per tutelare gli aspetti valoriali attraverso le basi giuridiche del mercato interno. In questo scenario la ricercatrice ha detto che il lavoro ha prodotto una proposta sulla trasparenza nei finanziamenti ai partiti politici, sul pluralismo dei media (European Media Freedom act) che tutela i giornalisti per far luce sui finanziamenti dei media, e una direttiva sulla rappresentanza degli interessi degli Stati terzi nel mercato europeo. L’idea è vigilare sulle interferenze degli Stati terzi all’interno dei paesi dell’Unione Europea. Queste proposte adottate nel 2023 legano la difesa ai valori, così come è importante che i rappresentanti politici li rappresentino, poiché il rischio è bloccare la prosecuzione di una strategia comune di difesa Europea, come all’interno del proprio Paese si potrebbero determinare il mancato rispetto di tali diritti. A livello Europeo esiste il Digital Service Act, strumenti in grado di contrastare la disinformazione che introduce una serie di norme per proteggere i nostri diritti fondamentali online. Questi diritti includono la libertà di pensiero, espressione, informazione e opinione senza manipolazione. In conclusione, la commissione è chiamata a mostrare maggiore coraggio per aiutare nella costruzione della difesa.
Hanno contribuito alla conferenza: Roberto Castaldi, segretario nazionale del Movimento federalista europeo; Marco Del Panta, segretario generale dell’European University Institute di Fiesole (Firenze) e vicepresidente di Io Parlo Europeo; Costanza Hermanin, docente di politiche Ue presso European University Institute e College of Europe; Antonio Tanca, professore di politica di sicurezza e difesa comune dell’Unione europea all’Università di Milano-Bicocca, già funzionario del Consiglio Ue e Thierry Vissol, direttore del Centro euro-mediterraneo Librexpression della Fondazione Giuseppe Di Vagno
Cristina Montagni
Ragazzi e ragazze in fuga dall’Italia per realizzare aspirazioni, abilità ed esperienze di lavoro. Dati e motivazioni nel rapporto della Fondazione Nord Est
A fine ottobre al CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) durante la presentazione del rapporto “I giovani e la scelta di trasferirsi all’estero” curato dalla Fondazione Nord Est, si è ragionato su strategie e politiche per rilanciare l’Italia partendo dal lavoro, salari, competenze, natalità, skills, professioni, etc. A riflettere sulla scarsa attrattività dell’Italia per una massiccia fuga di giovani, oramai considerata emergenza nazionale, economica e sociale, il presidente del Cnel Renato Brunetta, Luca Paolazzi di Fondazione Nord Est, Cinzia Conti per Istat, Eliana Viviano di Banca d’Italia e Luca Bianchi di Svimez.


Efficienza generazionale le priorità per rilanciare il Paese
Nel Paese esistono fattori strutturali che spingono ogni anno migliaia di giovani formati e qualificati ad abbandonare l’Italia per non farne più ritorno. Così il presidente del CNEL Renato Brunetta commentando lo studio della Fondazione, ha annunciato il lancio di un Osservatorio sull’attrattività per i giovani aprendo alla produzione di due rapporti annuali in sinergia con il mondo accademico, centri di ricerca, associazioni e stakeholder, per analizzare le cause degli abbandoni, studiare strategie e costruire percorsi per contrastare la fuga dei cervelli. Occorre una profonda riflessione – ha detto Brunetta – poiché l’Italia può essere attrattiva solo se vengono messe in campo soluzioni dove la componente primaria è l’efficienza generazionale. La priorità è trovare soluzioni al fenomeno poiché rappresenta un fallimento sia per l’Italia che a livello comunitario dove occorre rivitalizzare il mercato in linea con i bisogni del Paese. Dai dati emerge una rilevante perdita economica delle nostre imprese che necessitano di giovani con skills specifici; perciò, occorre invertire il bilancio negativo tra natalità e mortalità delle aziende. Il PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) rappresenta una chiave vincente per le politiche sul lavoro, natalità, asili nido, etc, tuttavia è in fase di programmazione e l’efficacia dipende dalla dimensione giovanile.
Generazioni in fuga. Dati e motivazioni

La Fondazione Nord Est ha stimato che tra il 2011 e il 2023 hanno abbandonato il Paese 550 mila giovani tra i 18 e i 34 anni determinando un saldo migratorio pari a -377mila. Questo deflusso ha registrato – dopo la pausa Covid – un’ascesa nel 2022-2023 dove è credibile pensare che le cifre siano più elevate rispetto a quelle reali. La fondazione ha valutato che il capitale umano uscito è stato pari a 134 miliardi, cifra che potrebbe triplicarsi per una sottostima dei dati ufficiali. Dall’indagine emerge che per ogni giovane che arriva in Italia dai Paesi avanzati, otto italiani emigrano all’estero. Questo scenario colloca l’Italia all’ultimo posto in Europa per attrazione di giovani, accogliendo solo il 6% di europei, contro il 34% della Svizzera e il 32% della Spagna. La ricerca fotografa un’emigrazione costituita per metà da laureati e un terzo da diplomati provenienti da Regioni del Nord. Infatti, il 35% dei giovani residenti nel Nord Italia è pronto a trasferirsi all’estero e le cause sono maggiori opportunità di lavoro (25%), studio e formazione (19%), ricerca per una migliore qualità di vita (17%), mentre solo il 10% pensa al salario come leva principale di espatrio.
Tra opportunità e incertezza come i giovani percepiscono il futuro

In generale i giovani del Nord emigrati all’estero, sostengono di stare meglio; il 56% degli espatriati è soddisfatto del proprio livello di vita, contro il 22% dei giovani rimasti in Italia. L’86% degli “expat” pensa che il futuro dipenda dal loro impegno, contro il 59% dei “remainers”. Secondo questo sentiment, i giovani che hanno lasciato l’Italia, mostrano un approccio positivo: il 69% si attende un futuro felice, contro il 45% di chi è rimasto; il 67% ritiene la scelta un’opportunità, rispetto al 34%; e il 64% vede un futuro migliore, contro un 40% rimasto nel Paese. Tra i giovani rimasti in Italia emergono posizioni negative: il 45% teme un futuro “incerto”, il 34% lo vede “pauroso”, il 21% lo ritiene “povero”, e il 17% lo immagina “senza lavoro”, rispetto a percentuali più basse tra gli espatriati. In sintesi, percezione del benessere, visione del futuro e condizione professionale spiegano perché il 33% degli espatriati decide di restare all’estero. La causa dipende dalla mancanza in Italia di opportunità occupazionali, seguita dall’opinione che nel Paese non c’è spazio per i giovani e non esiste un ambiente culturalmente aperto e internazionale; perciò, la qualità della vita è migliore in altri Paesi. Rispetto alla tipologia di occupazione, lo studio mostra che il 73% di chi è andato via per scelta svolge attività intellettuali o impiegatizie, mentre il 58% è uscito per necessità ed è occupato in ruoli per i quali in Italia le imprese denunciano carenza nei settori tecnici, professioni legate ai servizi, operai specializzati o semi-specializzati e personale senza una specifica qualifica.
Opinioni sulle politiche pubbliche adottate in Italia

Per i giovani all’Italia mancano politiche attrattive per chi se ne è andato e per chi è rimasto. In particolare, gli espatriati e quelli residenti al Nord, bocciano le politiche per i giovani (carenza di infrastrutture digitali): -88,3 tra gli expat e -54,0 tra i remainers. Sulle politiche del lavoro e famiglia, entrambi i gruppi esprimono un giudizio pessimo. I giovani del Nord Italia e gli emigrati, non approvano la cultura imprenditoriale italiana, giudicano non attrattivo il Paese riguardo alle esigenze dei propri collaboratori (-34 tra chi risiede al Nord e -85,5 tra gli expat), la presenza di imprese innovative (-25,2 e -85) e la cultura manageriale e imprenditoriale (-25,2 e -77,6). Il comparto lavorativo è valutato carente con evidenti responsabilità delle imprese. Infatti, i salari in linea con il lavoro svolto che si rifà al concetto di meritocrazia, ricevono un -49,1 dai giovani che vivono al Nord e un -89,8 per quelli che risiedono all’estero. Inoltre, le opportunità di lavoro nei comparti innovativi si collocano a -31,2 e -88,2, con prospettive di crescita pari a -38,2 e -86,5, e salari adeguati al costo della vita a -49,3 e -84,1. Quanto al capitolo occupazione, le prospettive dei giovani sono incerte per una lenta crescita influenzata da una diffusa reticenza ad affidare responsabilità ai giovani. L’indagine rileva anche una scarsa attenzione alle esigenze dei collaboratori (formazione, conciliazione), e i salari risultano insufficienti rispetto al costo della vita o coerenti al lavoro svolto. Infine, istituzioni pubbliche e private faticano a definire politiche coerenti rispetto ai bisogni delle nuove generazioni in merito al lavoro e famiglia, disegnando un quadro complicato nel lasciare la famiglia di origine, diventare genitori e imprenditori.
Cristina Montagni
World Food Day 2024. Fame zero nel 2030 una speranza che rischia di naufragare
“Diritto al cibo per una vita migliore e un futuro migliore”: il tema della 45esima Giornata Mondiale dell’Alimentazione, World Food Day 2024 che ogni anno mira a sensibilizzare l’opinione pubblica su una delle sfide più urgenti del nostro tempo: garantire un accesso equo e sostenibile di cibo per tutti. Cibo sta per nutrizione, sicurezza, diversità di cibi nutrienti, economici, sicuri e dovrebbe essere disponibile nei nostri campi, nei mercati e sulle nostre tavole.

Nel mondo gli agricoltori producono cibo in quantità sufficiente per soddisfare la popolazione mondiale, tuttavia la fame persiste. L’alimentazione è al terzo posto come bisogno umano dopo l’aria e l’acqua e tutti dovrebbero avere diritto a scorte alimentari sane, che al pari dei diritti umani, vita, libertà, lavoro e istruzione sono riconosciuti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e da due patti internazionali giuridicamente vincolanti.
Obiettivo 2 dell’agenda 2030 rischia di sfumare
Attualmente nel mondo ci sono 733 milioni di persone in condizioni di sofferenza per mancanza di cibo per via di sistemi agroalimentari vulnerabili, disastri e crisi, relativi agli impatti del cambiamento climatico che producono inquinamento, degrado del suolo, acqua, aria, contribuendo alle emissioni di gas serra e alla perdita di biodiversità. Se si trasformano i sistemi agroalimentari, c’è un grande potenziale per mitigare il cambiamento climatico e supportare mezzi di sussistenza pacifici, resilienti e inclusivi per tutti. Incertezza e instabilità colpisce poveri e famiglie agricole, determina un aumento delle disuguaglianze tra i paesi e all’interno di essi.
Crisi alimentare nel mondo
Oltre 3,1 miliardi di individui sulla terra non possono permettersi una dieta sana, soffrono di malnutrizione con importanti conseguenze per la salute. Le diete non sane sono fonte di denutrizione, carenze di micronutrienti, obesità, risiedono nella maggior parte dei paesi e attraversano le classi socio-economiche. Le persone vulnerabili sono spesso costrette a scegliere alimenti di base o cibi meno costosi, mentre altri soffrono per l’indisponibilità di cibi freschi, per la mancanza di informazioni adeguate e spesso non sanno cosa sia una dieta sana e bilanciata.
In Italia la povertà è un fenomeno strutturale
L’economista Andrea Segrè – relatore nella Giornata mondiale dell’Alimentazione 2024 – ha confermato la crescita costante dell’impoverimento alimentare in Italia con un indice di povertà assoluta che nell’ultimo anno è passata dal 7,7 all’8,5% e coinvolge 5,7 milioni di cittadini italiani. Il dato cresce fra le famiglie straniere dal 28,9% al 30,8%, e sale al 21% per le coppie con 3 o più figli, colpendo nuclei monoparentali con un figlio minore per il 13,3%. Fra gli indicatori di rilievo emerge la crescita dei prezzi che hanno generato nelle famiglie più fragili una riduzione del 2,5% nella spesa reale (Fonte ISTAT). Le persone vulnerabili sono costrette a consumare alimenti di base o prodotti a buon mercato, spesso malsani. Questo impoverimento porta 1 italiano su 3 a scegliere prodotti in scadenza o esteticamente poco attraenti, 1 italiano su 2 acquista online, 1 italiano su 4 tenta l’auto-produzione e 1 italiano su 3 compra al discount. L’indice d’insicurezza alimentare che misura il livello di accesso delle persone a un cibo adeguato e nutriente, conferma che il numero degli individui per mancanza di cibo e una corretta alimentazione tocca il 26% nel Sud rispetto al Nord, mentre il Centro mostra un picco del 280% nel ceto popolare rispetto alla media nazionale. Ad aggravare la situazione non c’è solo la disoccupazione, ma una crescita sostenuta del “lavoro povero”: lavori precari, a nero e bassi salari, che non garantiscono sicurezza finanziaria, mentre la povertà di genere colpisce le donne che percepiscono pensioni inferiori del 27% rispetto agli uomini.
Cristina Montagni
50esima Settimana Sociale dei cattolici: Lectio magistralis del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella su democrazia e partecipazione
A Trieste dal 3 al 7 luglio si è svolta la 50a Settimana Sociale alla presenza di 900 delegati provenienti da tutte le Chiese d’Italia per dare risposte che vedono i diritti politici e sociali dei popoli concorrere insieme per contribuire al bene comune. Dal tema “Al cuore della democrazia. Partecipazione tra storia e futuro” sono scaturiti quattro giorni di tavole rotonde e iniziative pubbliche per riattivare azioni incisive di partecipazione alla democrazia.

(Foto di Paolo Giandotti)
All’apertura dei lavori – il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – ha ricordato la necessità di “battersi affinché non vi possano essere ‘analfabeti di democrazia’ è una causa primaria, nobile, che ci riguarda tutti. Non soltanto chi riveste responsabilità o eserciti potere”. Ha sottolineato che “la democrazia è un valore. Gli uomini liberi ne hanno fatto una bandiera. È, insieme, una conquista e una speranza” e “al cuore della democrazia ci sono le persone, le relazioni e le comunità a cui esse danno vita, le espressioni civili, sociali, economiche frutto della loro libertà, delle loro aspirazioni, della loro umanità: questo è il cardine della nostra Costituzione”.
Pubblico il discorso integrale del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella
Democrazia.
Parola di uso comune, anche nella sua declinazione come aggettivo.
È ampiamente diffusa. Suggerisce un valore.
Le dittature del Novecento l’hanno identificata come un nemico da battere.
Gli uomini liberi ne hanno fatto una bandiera.
Insieme una conquista e una speranza che, a volte, si cerca, in modo spregiudicato, di mortificare ponendone il nome a sostegno di tesi di parte.
Non vi è dibattito in cui non venga invocata a conforto della posizione propria.
Un tessuto che gli avversari della democrazia pretenderebbero logoro.
L’interpretazione che si dà di questo ordito essenziale della nostra vita appare talora strumentale, non assunto in misura sufficiente come base di rispetto reciproco.
Si è persino giunti ad affermare che siano opponibili tra loro valori come libertà e democrazia, con quest’ultima artatamente utilizzabile come limitazione della prima.
Non è fuor di luogo, allora, chiedersi se vi sia, e quale, un’anima della democrazia.
O questa si traduce soltanto in un metodo?
Cosa la ispira?
Cosa ne fa l’ossatura che sorregge il corpo delle nostre Istituzioni e la vita civile della nostra comunità?
È un interrogativo che ha accompagnato e accompagna il progresso dell’Italia, dell’Europa.
Alexis de Tocqueville affermava che una democrazia senz’anima è destinata a implodere, non per gli aspetti formali, naturalmente, bensì per i contenuti valoriali venuti meno.
Intervenendo a Torino, alla prima edizione della Biennale della democrazia, nel 2009, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, rivolgeva lo sguardo alla costruzione della nostra democrazia repubblicana, con la acquisizione dei principi che hanno inserito il nostro Paese, da allora, nel solco del pensiero liberal-democratico occidentale.
Dopo la “costrizione” ossessiva del regime fascista soffiava “l’alito della libertà”, con la Costituzione a intelaiatura e garanzia dei diritti dei cittadini.
L’alito della libertà, anzitutto, come rifiuto di ogni obbligo di conformismo sociale o politico, come diritto all’opposizione.
La democrazia, in altri termini, non si esaurisce nelle sue norme di funzionamento, ferma restando, naturalmente, l’imprescindibilità della definizione e del rispetto delle “regole del gioco”.
Perché – come ricordava Norberto Bobbio – le condizioni minime della democrazia sono esigenti: generalità ed eguaglianza del diritto di voto, la sua libertà, proposte alternative, ruolo insopprimibile delle assemblee elettive e, infine, non da ultimo, limiti alle decisioni della maggioranza, nel senso che non possano violare i diritti delle minoranze e impedire che queste possano, a loro volta, divenire maggioranza.
È la pratica della democrazia che la rende viva, concreta, trasparente, capace di coinvolgere.
Quali le ragioni del riferimento all’alito della libertà parlando di democrazia?
Non è democrazia senza la tutela dei diritti fondamentali di libertà, che rappresentano quel che dà senso allo Stato di diritto e alla democrazia stessa.
Il tema impegnativo che avete posto al centro della riflessione di questa Settimana sociale interpella quindi, con forza, tutti.
La democrazia, infatti, si invera ogni giorno nella vita delle persone e nel mutuo rispetto delle relazioni sociali, in condizioni storiche mutevoli, senza che questo possa indurre ad atteggiamenti remissivi circa la sua qualità.
Si può pensare di contentarsi che una democrazia sia imperfetta?
Di contentarsi di una democrazia a “bassa intensità”?
Si può pensare di arrendersi, “pragmaticamente”, al crescere di un assenteismo dei cittadini dai temi della “cosa pubblica”?
Può esistere una democrazia senza il consistente esercizio del ruolo degli elettori? Per porre mente alla defezione, diserzione, rinuncia intervenuta da parte di molti cittadini in recenti tornate elettorali.
Occorre attenzione per evitare di commettere l’errore di confondere il parteggiare con il partecipare.
Occorre, piuttosto, adoperarsi concretamente affinché ogni cittadino si trovi nelle condizioni di potere, appieno, prender parte alla vita della Repubblica.
I diritti si inverano attraverso l’esercizio democratico.
Se questo si attenua, si riduce la garanzia della loro effettiva vigenza.
Democrazie imperfette vulnerano le libertà: ove si manifesta una partecipazione elettorale modesta. Oppure ove il principio “un uomo-un voto” venga distorto attraverso marchingegni che alterino la rappresentatività e la volontà degli elettori.
Ancor più le libertà risulterebbero vulnerate ipotizzando democrazie affievolite, depotenziate da tratti illiberali.
Ci soccorre anche qui Bobbio, quando ammonisce che non si può ricorrere a semplificazioni di sistema o a restrizioni di diritti “in nome del dovere di governare”.
Una democrazia “della maggioranza” sarebbe, per definizione, una insanabile contraddizione, per la confusione tra strumenti di governo e tutela della effettiva condizione di diritti e di libertà.
Al cuore della democrazia – come qui leggiamo – vi sono le persone, le relazioni e le comunità a cui esse danno vita, le espressioni civili, sociali, economiche che sono frutto della loro libertà, delle loro aspirazioni, della loro umanità: questo è il cardine della nostra Costituzione.
Questa chiave di volta della democrazia opera e sostiene la crescita di un Paese, compreso il funzionamento delle sue Istituzioni, se al di là delle idee e degli interessi molteplici c’è la percezione di un modo di stare insieme e di un bene comune.
Se non si cede alla ossessiva proclamazione di quel che contrappone, della rivalsa, della delegittimazione.
Se l’universalità dei diritti non viene menomata da condizioni di squilibrio, se la solidarietà resta il tessuto connettivo di una economia sostenibile, se la partecipazione è viva, diffusa, consapevole del proprio valore e della propria necessità, della propria essenziale necessità.
Nel cambiamento d’epoca che ci è dato vivere avvertiamo tutta la difficoltà, e a volte persino un certo affanno, nel funzionamento delle democrazie.
Oggi constatiamo criticità inedite, che si aggiungono a problemi più antichi.
La democrazia non è mai conquistata per sempre.
Anzi, il succedersi delle diverse condizioni storiche e delle loro mutevoli caratteristiche, ne richiede un attento, costante inveramento.
Nella complessità delle società contemporanee, a elementi critici conosciuti, che mettono a rischio la vita degli Stati e delle comunità, si aggiungono nuovi rischi epocali: quelli ambientali e climatici, sanitari, finanziari, oltre alle sfide indotte dalla digitalizzazione e dall’intelligenza artificiale.
Le nostre appaiono sempre più società del rischio, a fronteggiare il quale si disegnano, talora, soluzioni meramente tecnocratiche.
È tutt’altro che improprio, allora, interrogarsi sul futuro della democrazia e sui compiti che le sono affidati, proprio perché essa non è semplicemente un metodo, bensì costituisce lo “spazio pubblico” in cui si esprimono le voci protagoniste dei cittadini.
Nel corso del tempo, è stata più volte posta, malauguratamente, la domanda “a cosa serve la democrazia?”. La risposta è semplice: a riconoscere – perché preesistono, come indica l’articolo 2 della nostra Costituzione – e a rendere effettive le libertà delle persone e delle comunità.
Karl Popper ha indicato come le forme di vita democratica realizzino, essenzialmente, quella “società aperta” che può massimizzare le opportunità di costituzione di identità sociali destinate a trasferirsi, poi, sul terreno politico e istituzionale.
La stessa esperienza italiana degli ultimi trent’anni ne è un esempio.
Nei settantotto anni dalla scelta referendaria del 1946, libertà di impronta liberale e libertà democratica hanno contribuito al “cantiere aperto” della nostra democrazia repubblicana, con la diversità delle alternative, le realtà di vita e le differenti mobilitazioni che ne sono derivate.
La libertà di tradizione liberale ci richiama a un’area intangibile di diritti fondamentali delle persone, e alla indisponibilità di questi rispetto al contingente succedersi delle maggioranze e, ancor più, a effimeri esercizi di aggregazione di interessi.
La libertà espressa nelle vicende novecentesche, con l’irruzione della questione sociale, ha messo poi a fuoco la dinamica delle aspettative e dei bisogni delle identità collettive nella società in permanente trasformazione.
È questione nota al movimento cattolico, se è vero che quel giovane e brillante componente dell’Assemblea Costituente, che fu Giuseppe Dossetti, pose il problema del “vero accesso del popolo e di tutto il popolo al potere e a tutto il potere, non solo quello politico, ma anche a quello economico e sociale”, con la definizione di “democrazia sostanziale”.
A segnare in tal modo il passaggio ai contenuti che sarebbero stati poi consacrati negli articoli della prima parte della nostra Costituzione. Fra essi i diritti economico-sociali.
Una riflessione impegnativa con l’ambizione di mirare al “bene comune” che non è il “bene pubblico” nell’interesse della maggioranza, ma il bene di tutti e di ciascuno, al tempo stesso; di tutti e di ciascuno, secondo quanto già la Settimana Sociale del ’45 volle indicare.
Il percorso dei cattolici – con il loro contributo alla causa della democrazia – non è stato occasionale né data di recente, eppure va riconosciuto che l’adesione dottrinaria alla democrazia fu condizionata dalla “questione romana”, con il percorso accidentato della sua soluzione.
Ma già l’ottava Settimana Sociale, a Milano, nel 1913, non aveva remore nell’affermare la fedeltà dei cattolici allo Stato e alla Patria – quest’ultima posta più in alto dello Stato – sollecitando, contemporaneamente, il diritto di respingere – come venne enunciato – ogni tentativo di “trasformare la Patria, lo Stato, la sua sovranità, in altrettante istituzioni ostili… mentre sentiamo di non essere a nessuno secondi nell’adempimento di quei doveri che all’una e all’altro ci legano”. Una espressione di matura responsabilità.
Il tema che veniva posto era fondamentalmente un tema di libertà – anche religiosa – e questo riguardava tutta la società, non esclusivamente i rapporti tra Regno d’Italia e Santa Sede.
Ho poc’anzi ricordato la 19^ edizione della Settimana, a Firenze, nell’ottobre 1945. In quell’occasione, nelle espressioni di un giurista eminente – poi costituente – Egidio Tosato, troviamo proposto il tema dell’equilibrio tra i valori di libertà e di democrazia, con la individuazione di garanzie costituzionali a salvaguardia dei cittadini.
La democrazia come forma di governo non basta a garantire in misura completa la tutela dei diritti e delle libertà: essa può essere distorta e violentata nella pretesa di beni superiori o di utilità comuni. Il Novecento ce lo ricorda e ammonisce.
Anche da questo si è fatta strada l’idea di una suprema Corte costituzionale.
Tosato contestò l’assunto di Rousseau, in base al quale la volontà generale non poteva trovare limiti di alcun genere nelle leggi, perché la volontà popolare poteva cambiare qualunque norma o regola.
Lo fece Tosato con parole molto nette: “Noi sappiamo tutti ormai che la presunta volontà generale non è in realtà che la volontà di una maggioranza e che la volontà di una maggioranza, che si considera come rappresentativa della volontà di tutto il popolo può essere, come spesso si è dimostrata, più ingiusta e oppressiva che non la volontà di un principe”. Esprimeva un fermo no, quindi, all’assolutismo di Stato, a un’autorità senza limite, potenzialmente prevaricatrice.
La coscienza dei limiti è un fattore imprescindibile per qualunque Istituzione, a partire dalla Presidenza della Repubblica, per una leale e irrinunziabile vitalità democratica.
Guido Gonella, personalità di primo piano del movimento cattolico italiano, e poi statista insigne nella stagione repubblicana, relatore anch’egli alla Settimana di Firenze del ’45, non ebbe esitazioni nel rinvenire nelle Costituzioni una “forma di vita – come disse – più alta e universale”, con la presenza di elementi costanti, “categorie etiche” le definì, e di elementi variabili, secondo le “esigenze storiche”, ponendo in guardia dai rischi posti da una eccessiva rigidezza conservatrice e da una troppo facile flessibilità demagogica che avrebbe potuto caratterizzarle, con il risultato di poter passare con indifferenza dall’assolutismo alla demagogia, per ricadere indietro verso la dittatura.
Su questo si basa la distinzione tra prima e seconda parte della nostra Costituzione.
Il messaggio fu limpido: sbagliato e rischioso cedere a sensibilità contingenti, sulla spinta delle tentazioni quotidiane della contesa politica. Come avviene con la frequente tentazione di inserire richiami a temi particolari nella prima parte della Costituzione, che del resto – per effetto della saggezza dei suoi estensori – regola tutti questi aspetti, comunque, in base ai suoi principi e valori di fondo.
La Costituzione seppe dare un senso e uno spessore nuovo all’unità del Paese e, per i cattolici, l’adesione ad essa ha coinciso con un impegno a rafforzare, e mai indebolire, l’unità e la coesione degli italiani.
Spirito prezioso, come ha ricordato di recente il Cardinale Zuppi, perché la condivisione intorno ai valori supremi di libertà e democrazia è il collante irrinunciabile della nostra comunità nazionale.
Pio XII, nel messaggio natalizio del 1944, era stato ricco di indicazioni importanti e feconde.
Permettetemi di soffermarmi su quel testo per richiamarne l’indicazione che, al legame tra libertà e democrazia, unisce il tema della democrazia connesso a quello della pace.
Perché la guerra soffoca, può soffocare, la democrazia.
L’ordine democratico, ricordava il Papa, include la unità del genere umano e della famiglia dei popoli. “Da questo principio – diceva – deriva l’avvenire della pace”. Con l’invocazione “guerra alla guerra” e l’appello a “bandire una volta per sempre la guerra di aggressione come soluzione legittima delle controversie internazionali e come strumento di aspirazioni nazionali”.
Un grido di pace oggi rinnovato da Papa Francesco.
Non si trattava di un dovuto “irenismo”, di uno scontato ossequio pacifista della Chiesa di fronte alla tragedia della Seconda Guerra Mondiale.
Era, piuttosto, una ferma reazione morale che interpreta la coscienza civile, presente certamente nei credenti – e, comunque, nella coscienza dei popoli europei – destinata a incrociarsi con le sensibilità di altre posizioni ideali.
Prova ne è stata la generazione delle Costituzioni del Secondo dopoguerra, in Italia come in Germania, in Austria, in Francia.
Per l’Italia gli articoli 10 e 11 della nostra Carta, volti a definire la comunità internazionale per assicurare e pervenire alla pace.
Sarebbe stato il professor Pergolesi, sempre a Firenze 1945, ad affermare il diritto del cittadino alla pace, interna ed esterna, con la proposta di inserimento di questo principio nelle Costituzioni, dando così vita a una concezione nuova dei rapporti tra gli Stati.
Se in passato la democrazia si è inverata negli Stati – spesso contrapposti e comunque con rigide, insormontabili frontiere – oggi, proprio nel continente che degli Stati è stato la culla, si avverte l’esigenza di costruire una solida sovranità europea che integri e conferisca sostanza concreta e non illusoria a quella degli Stati membri. Che consenta e rafforzi la sovranità del popolo disegnata dalle nostre Costituzioni ed espressa, a livello delle Istituzioni comunitarie, nel Parlamento Europeo.
Il percorso democratico, avviato in Europa dopo la sconfitta del nazismo e del fascismo, ha permesso di rafforzare le Istituzioni dei Paesi membri e di ampliare la protezione dei diritti dei cittadini, dando vita a quella architrave di pace che è stata prima la Comunità europea e adesso è l’Unione.
Una più efficace unità europea – più forte ed efficiente di quanto fin qui siamo stati capaci di realizzare – è oggi condizione di salvaguardia e di progresso dei nostri ordinamenti di libertà e di uguaglianza, di solidarietà e di pace.
Tornando alla riflessione sui cardini della democrazia, va sottolineato che la democrazia comporta il principio di eguaglianza – poc’anzi richiamato dal Cardinale Zuppi – perché riconosce che le persone hanno eguale dignità.
La democrazia è strumento di affermazione degli ideali di libertà.
La democrazia è antidoto alla guerra.
Quando ci chiediamo se la democrazia possiede un’anima, quando ci chiediamo a cosa serva, troviamo agevolmente risposte chiare.
Lo sforzo che, anche in questa occasione, vi apprestate a produrre per la comunità nazionale richiama le parole con cui il Cardinale Poletti, nel 1988, alla XXX assemblea generale della Conferenza Episcopale, accompagnò, dopo vent’anni, la ripresa delle Settimane Sociali, dicendo: “diaconia della Chiesa italiana al Paese”.
Con il vostro contributo avete arricchito, in questi quasi centoventi anni dalla prima edizione, il bene comune della Patria e, di questo, la Repubblica vi è riconoscente.
La nostra democrazia ha messo radici, si è sviluppata, è divenuta un tratto irrinunciabile dell’identità nazionale – mentre diveniva anche identità europea – sostenuta da partiti e movimenti, che avevano raggiunto la democrazia nel corso del loro cammino e su di essa stavano rifondando la loro azione politica nella nuova fase storica.
Oggi dobbiamo rivolgere lo sguardo e l’attenzione a quanto avviene attorno a noi, nel mondo sempre più raccolto e interconnesso.
Accanto al riproporsi di tentazioni neo-colonialistiche e neo-imperialistiche, nuovi mutamenti geopolitici sono sospinti anche dai ritmi di crescita di Stati-continente in precedenza meno sviluppati, da tensioni territoriali, etniche, religiose che, non di rado, sfociano in guerre drammatiche, da andamenti demografici e giganteschi flussi migratori.
Attraversiamo fenomeni – questi e altri – che mutano profondamente le condizioni in cui si viveva in precedenza e che è impossibile illudersi che possano tornare.
Dalla dimensione nazionale dei problemi – e delle conseguenti sfere decisionali – siamo passati a quella europea e, per qualche aspetto, a quella globale.
È questa la condizione della quale siamo parte e nella quale dobbiamo far sì che a prevalere sia il futuro dei cittadini e non delle sovrastrutture formatesi nel tempo.
All’opposto della cooperazione fra eguali si presenta il ritorno alle sfere di influenza dei più forti o, meglio, armati – che si sta praticando e teorizzando, in sede internazionale, con la guerra, l’intimidazione, la prevaricazione – e, in altri ambiti, di chi dispone di forza economica che supera la dimensione e le funzioni degli Stati.
Risalta la visione storica e la sagacia di Alcide De Gasperi con la scelta di libertà del Patto Atlantico compiuta dalla Repubblica nel 1949 e con il suo coraggioso apostolato europeo.
Venti anni fa, a Bologna, la 44^ Settimana si poneva il tema dei nuovi scenari e dei nuovi poteri di fronte ai quali la democrazia si trovava.
È necessario misurarsi con la storia, porsi di fronte allo stato di salute delle Istituzioni nazionali e sovranazionali e dell’organizzazione politica della società.
Nuovi steccati sono sempre in agguato a minare le basi della convivenza sociale: le basi della democrazia non sono né esclusivamente istituzionali né esclusivamente sociali, interagiscono fra loro.
Cosa ci aiuta? Dare risposte che vedono diritti politici e sociali dei cittadini e dei popoli concorrere insieme alla definizione di un futuro comune.
Vogliamo riprendere per un attimo l’Enciclica “Populorum progressio” di Paolo VI: “essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, salute, una partecipazione più piena alle responsabilità, al di fuori di ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la loro dignità di uomini, godere di una maggiore istruzione, in una parola fare conoscere e avere di più per essere di più: ecco l’aspirazione degli uomini di oggi – diceva -, mentre un gran numero di essi è condannato a vivere in condizioni che rendono illusorio questo legittimo desiderio”.
Vi è qualcuno che potrebbe rifiutarsi di sottoscrivere queste indicazioni?
Temo di sì, in realtà, anche se nessuno avrebbe il coraggio di farlo apertamente.
Anche per questo l’esercizio della democrazia, come si è visto, non si riduce a un semplice aspetto procedurale e non si consuma neppure soltanto con la irrinunziabile espressione del proprio voto nelle urne nelle occasioni elettorali. Presuppone lo sforzo di elaborare una visione del bene comune in cui sapientemente si intreccino – perché tra loro inscindibili – libertà individuali e aperture sociali, bene della libertà e bene dell’umanità condivisa. Né si tratta di una questione limitata ad ambiti statali.
Mons. Adriano Bernareggi, nelle sue conclusioni della Settimana Sociale del ’45, – l’abbiamo poc’anzi visto nelle immagini – argomentò, citando Jacques Maritain, che una nuova cristianità si affacciava in Europa.
L’unità da raggiungere nelle comunità civili moderne non aveva più un’unica “base spirituale”, bensì un bene comune terreno, che doveva fondarsi proprio sull’intangibile “dignità della persona umana”.
Questa la consapevolezza che è stata alla base di una stagione di pace così lunga – che speriamo continui – nel continente europeo.
Continuava l’allora Vescovo di Bergamo, “la democrazia non è soltanto governo di popolo, ma governo per il popolo”.
Affrontare il disagio, il deficit democratico che si rischia, deve partire da qui.
Dal fatto che, in termini ovviamente diversi, ogni volta si riparte dalla capacità di inverare il principio di eguaglianza, da cui trova origine una partecipazione consapevole.
Perché ciascuno sappia di essere protagonista della storia.
Don Lorenzo Milani esortava a “dare la parola”, perché “solo la lingua fa eguali”. A essere, cioè, alfabeti nella società.
La Repubblica ha saputo percorrere molta strada, ma il compito di far sì che tutti prendano parte alla vita della sua società e delle sue Istituzioni non si esaurisce mai.
Ogni generazione, ogni epoca, è attesa alla prova della “alfabetizzazione”, dell’inveramento della vita della democrazia.
Prova, oggi, più complessa che mai, nella società tecnologica contemporanea.
Ebbene, battersi affinché non vi possano essere più “analfabeti di democrazia” è causa primaria e nobile, che ci riguarda tutti. Non soltanto chi riveste responsabilità o eserciti potere.
Per definizione, democrazia è esercizio dal basso, legato alla vita di comunità, perché democrazia è camminare insieme. Vi auguro, mi auguro, che si sia numerosi a ritrovarsi in questo cammino.
La redazione
Papa Francesco sull’Intelligenza Artificiale: uso etico e responsabile al servizio dell’umanità
Quali effetti può produrre l’intelligenza artificiale sul futuro dell’umanità e perché non bisogna demonizzare questi modelli, piuttosto gestirli. Partono da qui alcune riflessioni di Papa Francesco al Summit dei leader del G7 sotto presidenza italiana in Puglia il 14 giugno scorso. L’evento ha visto la partecipazione dei Capi di Stato e di Governo dei sette Stati membri, oltre al Presidente del Consiglio Europeo e alla Presidente della Commissione Europea in rappresentanza dell’Unione Europea.

Rivoluzione cognitivo-industriale e creazione di un nuovo ordine sociale
“La scienza e la tecnologia” ha sostenuto il Pontefice “nascono dal potenziale creativo degli uomini da cui nasce l’IA. Queste tecnologie sono utilizzate in diverse aree dell’agire umano: dalla medicina, al lavoro, dalla cultura alla comunicazione, dall’educazione alla politica. È lecito quindi ipotizzare che il suo impatto condizionerà il nostro modo di vivere, le relazioni sociali e in futuro la maniera con la quale concepiamo la nostra identità di esseri umani. L’IA è percepita oggi ambivalente, da un lato affascina per le numerose applicazioni, dall’altro genera timore per le sue conseguenze. Senza dubbio – ha detto il Papa – rappresenta una rivoluzione cognitivo industriale e in futuro sarà responsabile della creazione di un nuovo ordine sociale e da complesse trasformazioni epocali.
Vantaggi e svantaggi per l’umanità
Nell’analizzare gli effetti positivi dell’IA, il Papa evidenzia una maggiore democratizzazione all’accesso dei saperi, un avanzamento nella ricerca scientifica, fino alla possibilità di delegare alle macchine i lavori più usuranti. Al contrario potrebbe far emergere ingiustizie tra nazioni avanzate e quelle in via di sviluppo, fra ceti sociali dominanti e ceti oppressi, mettendo in pericolo la possibilità di una cultura dell’incontro a vantaggio di una cultura dello scarto. L’importanza di tale progresso rende l’intelligenza artificiale uno strumento delicato che impone una riflessione all’altezza della situazione. Il Pontefice rileva che l’IA può restituire vantaggi all’umanità, e che tali benefici si sono sempre verificati per gli utensili costruiti dall’uomo, come la capacità di aver mantenuto un legame con l’ambiente per gli oggetti che produceva. Gli esseri umani vivono una condizione di priorità rispetto all’essere biologico; l’uomo è aperto agli altri e la creatività si estrinseca in termini di cultura e bellezza. Tuttavia, l’uso di questi strumenti non sempre è rivolto al bene, occorre che siano al servizio dell’umanità, solo così potranno rivelare la grandezza dell’uomo per custodire il pianeta e i suoi abitanti.
No a tecniche algoritmiche indipendenti ma decisione finale resta all’uomo
Il Pontefice osserva che l’IA è un mezzo sui generis che processa analisi algoritmiche, ovvero fa una scelta tecnica tra più possibilità, si basa su criteri definiti o differenze statistiche. L’essere umano invece ha la capacità di decidere, e davanti ai prodigi delle macchine che possono adottare scelte autonome, occorre avere chiaro che solo all’individuo resta la determinazione finale anche se questa assume toni drammatici nella nostra vita. “Se venisse tolta tale possibilità” ha detto “si condannerebbe l’uomo ad una vita senza speranza dove le persone sarebbero costrette a dipendere dalle macchine”. Per evitare che ciò accada – dice Francesco – è necessario garantire uno spazio di controllo significativo sul processo di scelta dei programmi di IA poiché ne va della stessa dignità dell’uomo. Al vertice del G7 il Pontefice ha poi parlato del dramma dei conflitti armati sostenendo che è necessario riflettere sullo sviluppo e uso di questi dispositivi, ripensare alle armi letali autonome vietandone l’uso attraverso un controllo dell’uomo. Ha infine sottolineato la necessità di rimettere al centro la dignità della persona in vista di una proposta etica condivisa, poiché si sta attraversando una particolare congiuntura sociale dove emerge lo smarrimento e la scarsa importanza della dignità dell’uomo.
Innovazione e scienza “non neutrale” nella società
“Nessuna innovazione è neutrale” ha detto il Pontefice “la tecnologia nasce per avere un impatto sulla società, definisce una forma di ordine nelle relazioni sociali che abilita qualcuno a compiere azioni e impedisce ad altri di compierne altre”. Tale sistema di poteri include in modo più o meno esplicito una visione del mondo e questo vale per i programmi di IA che devono avere un’ispirazione etica ed essere utilizzati per la costruzione del bene comune. A riguardo ricorda la firma nel 2020 del documento sulla “Rome call for Ai ethics” (Appello della Rome Call for AI Ethics) che incoraggia alla moderazione di tali programmi che ha battezzato algoretica. Per il pontefice è possibile aderire a questi principi anche in un contesto globale in cui esistono sensibilità e gerarchie plurali diverse nelle scale dei valori, ma nell’analisi etica si può ricorrere ad altri strumenti per affrontare dilemmi o conflitti del vivere.
Serve buona politica per un mondo nuovo e fruttuoso
Altra questione cui ha fatto riferimento riguarda il ruolo della politica, che definisce necessaria, di cui c’è bisogno. Il paradigma tecnologico che si incarna nell’intelligenza artificiale rischia di cedere il passo al paradigma democratico. Per questo Francesco definisce l’azione politica importante, poiché attraverso la sua opera si può trovare una via verso la fraternità universale e la pace sociale giacché rappresenta la forma più alta di amore. “La società mondiale mostra oggi gravi carenze strutturali, solo la buona politica può indicare la via per un progetto politico, sociale e culturale comune ed aprire opportunità differenti canalizzando l’uso dell’IA per un nuovo mondo possibile e fruttuoso”.
Cristina Montagni
In memoria di Giacomo Matteotti, scranno da lui occupato non sarà più assegnato ad alcun deputato
In memoria di Giacomo Matteotti, dal 30 maggio di quest’anno, lo scranno numero 14 dell’aula della Camera non sarà più assegnato ad alcun deputato. Sarà di Giacomo Matteotti per sempre.


Gli atti stenografici della seduta della Camera dei deputati del 30 maggio del 1924 restituiscono la forza di quel suo ultimo discorso in aula. Il deputato socialista denunciò le violenze fasciste in occasione delle elezioni e i risultati del 6 aprile, contestandone il risultato. Dagli atti della Camera vengono riportate interruzioni, proteste e commenti da parte di deputati di destra e di centro che gli urlano frasi di ogni genere.


A 100 anni da quel discorso, il 30 maggio scorso è stata inaugurata a Montecitorio la mostra allestita in Transatlantico e la cerimonia celebrativa con l’introduzione del Presidente Lorenzo Fontana e la partecipazione del Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella. Erano presenti all’evento il presidente del Senato, Ignazio La Russa, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e il vicepresidente della Corte costituzionale Giovanni Amoroso. In apertura della cerimonia, la Banda Interforze ha eseguito l’inno italiano e l’inno europeo. Tra il pubblico c’erano più di 300 studenti, e in ricordo della figura di Matteotti sono intervenuti il professore Emilio Gentile e l’ex presidente della Camera Luciano Violante.

L’intera cerimonia, trasmessa su Rai1 e sul canale webtv della Camera, ha previsto la proiezione del filmato realizzato da Rai Cultura e un intervento che ha ripercorso “L’uomo Matteotti: le origini e il profilo privato e familiare”, mentre Emilio Gentile ha parlato di “Giacomo Matteotti e le origini del regime fascista”. Al termine sono stati premiati gli studenti vincitori del concorso “Matteotti per le scuole”. L’ex presidente della Camera, Luciano Violante è intervenuto sul tema: “L’impegno parlamentare di Giacomo Matteotti: il valore della libertà nella rappresentanza parlamentare”. Infine è stato affidato all’attore Alessandro Preziosi, dallo scranno da cui il deputato Matteotti pronunciò il discorso il 30 maggio 1924, un estratto del testo. Prima della cerimonia, il Presidente Fontana e il Presidente Mattarella hanno visitato l’esposizione dedicata a “Matteotti parlamentare” in Transatlantico. La mostra, allestita con il Comitato Nazionale per le Celebrazioni del Centenario della morte di Matteotti, ha raccolto un estratto dell’attività del deputato attraverso i documenti dell’archivio storico e della Biblioteca della Camera, i resoconti parlamentari, altri documenti e una selezione dello scambio epistolare con la moglie Velia Titta, forniti dalla Fondazione di Studi storici “Filippo Turati” e dalla Fondazione Giacomo Matteotti ETS. Fra i documenti esposti, quelli con la richiesta di annullare la convalida dei deputati della maggioranza fascista e il risultato del voto; una copia annotata di “Un anno di dominazione fascista” e un dossier allora appena pubblicato che Matteotti stava probabilmente aggiornando.
L’esposizione della mostra aperta al pubblico, dopo il 2 giugno sarà visibile nel Corridoio dei Busti, tappa del percorso delle visite delle scolaresche.
Cristina Montagni

